Karin Schubert
Nata ad Amburgo, il 26 novembre del 1944, Karin Schubert, classica bellezza teutonica, capelli biondi, occhi azzurri e fisico statuario, può essere eletta ad emblema del cinema che crea e distrugge la vita di una persona, come una madre che ti alleva, ti da l’illusione di averti coccolato ed educato e poi si trasforma in una cupa matrigna, pronta ad esigere un tributo salato proprio quando sembra che tutto possa sorriderti.
Dalle stelle giù nel fango; senza mediazioni, attraverso una discesa che assomiglia più ad un capitombolo, dalla quale poi esci ferita a morte, incapace di riannodare i fili di una vita che nel frattempo si è trasformata in un incubo, uno dei peggiori..Una vicenda triste la sua, che ha avuto il suo punto di svolta attorno alla metà degli anni ottanta, quando la Schubert, più o meno quarantenne, ha visto declinare velocemente quella bellezza e quella floridità fisica che la aveva caratterizzata, e che l’ha portata a scegliere, per tutta una serie di fattori concomitanti, la degradazione professionale ed umana del cinema hard, quello a luci rosse, che ha travolto nello stesso modo altre note attrici del cinema nostrano, che , come Lilli Carati, hanno avuto la forza di recuperare se stesse, attraverso un lungo e doloroso periodo di riabilitazione personale. Lei, Karin Schubert, non ha trovato la stessa forza, finendo per scendere ancora più nel baratro, finendo poi per tentare due volte il suicidio.

Karin Schubert nel film Il buio intorno a Monica

L’uomo che sfidò l’organizzazione

Karin Schubert nel film Manie di grandezza
Quando arriva in Italia, nel 1968, per girare il film La facocera, di Damiani, del quale non c’è traccia negli archivi cinematografici, Karin Schubert ha all’attivo solo una breve comparsata nel film del regista greco Kefalas Krouaziera tou tromou, uscito nel 1966. In Italia fa qualche pubblicità, partecipa da comparsa o poco più ad alcuni film poco conosciuti, come Io ti amo, di Margheriti,nel cui cast ci sono la cantante Dalida e Alberto Lupo, in Samoa regina della giungla, di Malatesta, filmetto in cui l’unica cosa decente è costituita dalla presenza della bellissima Edwige Fenech e nel film Satiricosissimo, di Mariano Laurenti,

La dottoressa sotto il lenzuolo
costruito attorno al duo Franchi-Ingrassia e alla bellezza della solita Fenech. Nel 1970 ha la sua prima occasione; entra nel cast del buon western Vamos a matar companeros, di Sergio Corbucci, solido western costruito attorno ad un cast di ottimo livello, nel quale spiccano Franco Nero, Jack Palance, Thomas Milian e Fernando Rey, nel quale lei è Zaira, unica interprete femminile del film. Da quel momento la Schubert entra in pianta stabile in produzioni disparate, che vanno dalla commedia di costume, come Scusi lei le paga le tasse (1971), diretto da Mino Guerrini al fianco dell’inossidabile duo Franchi-Ingrassia,
Nel film Quel gran pezzo della Ubalda
alla commedia Il prete sposato, di Marco Vicario, costruito attorno al personaggio emergente della commedia italiana, Lando Buzzanca, a I due maghi del pallone di Roberto Gianviti, ancora una volta al fianco di Franchi e Ingrassia.Nel 1971 gira il suo primo thriller all’italiana, Gli occhi freddi della paura, nel quale è una giovane attrice di un night club che si esibisce in una specie di siparietto erotico a sfondo giallo, e in cui compare nuda per l’intera sequenza girata.Sempre nel 1971 Karin Schubert interpreta una piccola parte nel noir di Leoni Ore di terrore, prima di avere la sua grande occasione, far parte del cast di Mania di grandezza, di Gerard Oury, un film in costume nel quale Karin è la regina di Spagna, nel cast del quale ci sono star del calibro di Louis De Funes, Yves Montand, oltre ai nostri bravi caratteristi Tinti e Borgese.
Nel 1972 inizia il periodo in cui Karin Schubert accetta di partecipare a produzioni principalmente a sfondo erotico, come il decamerotico Racconti proibiti… di niente vestiti, il pretenzioso e brutto Barbablu, che si segnala solo per il cast di bellissime attrici in desabillè, come Agostina Belli, Marilu Tolo, Nathalie Delon e la stessa Schubert. Un gran bel vedere per un’opera sprecata banalmente, nonostante la presenza come protagonista principale del grande Richard Burton, film che precede cronologicamente la partecipazione al bel film di Boisset L’attentato, uno dei film che annovera un cast strepitoso: Jean Louis Trintignant, Michel Piccoli, Gian Maria Volontè, Jean Seberg, Philippe Noiret, Roy Scheider, Briuno Cremer.

Karin Schubert in Gli occhi freddi della paura
Nel 1972 arriva anche il grande successo di pubblico, per merito di uno dei decamerotici meglio girati, Quel gran pezzo della Ubalda tutta nuda e tutta calda, di Mariano Laurenti, in cui è Fiamma, moglie di un soldato che torna assatanato dalla guerra, interpretato dal simpatico Pippo Franco.Parallelamente, la Schubert accetta di lavorare per servizi fotografici in cui compare spesso e volentieri in costume adamitico, cosa che la porterà ad accettare, d’ora in poi, parti erotiche in vari film, come lo scabroso film francese La punition, nel quale è la protagonista principale, Britt, una ragazza che finisce in una casa d’appuntamento dove sperimenterà la depravazione degli individui più degenerati della città, il bislacco Il pavone nero, brutta copia del più famoso Il dio serpente,

Emanuelle perchè violenza alle donne
Con Laura Antonelli nel film Mio Dio come sono caduta in basso
film intervallati da produzioni dignitose, come il western Tutti per uno botte per tutti, il thriller La casa della paura, di William Rose e il feuilleton Il bacio di una morta, di Infascelli.Lentamente, ma inesorabilmente, la Schubert va incontro ad un decadimento fisico; ha appena 31 anni, ma ne dimostra di più, il che, cinematograficamente, è un handicap pesantissimo. Dopo aver recitato, ed anche discretamente, nel film di Comencini Mio Dio come sono caduta in basso, al fianco della star Laura Antonelli, interpreta due ruoli discreti in Lo sgarbo e in L’uomo che sfidò l’organizzazione;
Ore di terrore
siamo nel 1975 e arriva la svolta definitiva della sua carriera. Bitto Albertini le propone il ruolo di Ann nel film Emanuelle nera, al fianco della star dell’eros Laura Gemser; film antesignano degli hard girati in seguito da D’Amato. Il film, brutto, ha però successo sia per la sua carica erotica, sia per la famosa colonna sonora di Fidenco, oltre che per la partecipazione delle due star impegnate in vere e proprie gare di nudo.La Schubert gira ancora Il buio intorno a Monica, altro brutto film in cui il decadimento fisico è già evidente, La dottoressa sotto il lenzuolo, di Martucci, film debole e confusionario,

Karin Schubert nel film La punition
salvato solo dalle bellezze impegnate, come Orchidea De Santis, Ely Galleani, Rita Forzano e la Elizabeth Turner. La fine cinematografica della Schubert può essere fatta coincidere con il film di D’Amato del 1977, Emanuelle perchè violenza alle donne; il film, terzo capitolo della saga dedicata alla reporter di colore, viene girata da D’Amato con i soliti inserti hard per il mercato estero, e finisce per etichettare la bionda attrice tedesca come protagonista di film ai confini con l’hard.
Satiricosissimo, con la Fenech,Franchi e Ingrassia
Il risultato è un rallentamento preoccupante delle chiamate dei vari registi, che coincidono anche con varie vicissitudini nella vita privata dell’attrice, che finirà per accettare anche servizi fotografici molto espliciti per riviste hard. Nei successivi 4 anni Karin Schubert lavora poco; interpreta il film francese Une femme speciale, L’infermiera nella corsia dei militari di Laurenti, Black Venus di Mulot. Qualche altra particina, poi l’oblio; non le chiedono più di partecipare a film importanti, lei sta sfiorendo visibilmente, la sua vita privata va a rotoli.
Il bacio di una morta
Così interpreta il suo primo vero hard, Morbosamente vostra, diretto da Bianchi, che conserva ancora un minimo di trama, prima di passare a pellicole che non avranno più nemmeno quella, e che non vale nemmeno la pena citare. L’attrice scompare anche dall’hard quando non è più in grado di reggere l’obiettivo della macchina cinematografica, sparendo in pratica dagli schermi e diventando un culto solo per coloro che amavano il genere cinematografico a luci rosse.
Karin Schubert in Emanuelle nera
Ricomparirà, assolutamente irriconoscibile, senza traccia dell’antica bellezza, nel Maurizio Costanzo Show, dove racconterà i particolari più scabrosi della sua vita turbolenta, a cominciare dai problemi avuti con i produttori, che a suo dire le chiedevano, per farla lavorare, solo sesso, per passare ia problemi privati, al tempestoso rapporto con il figlio tossicodipendente per aiutare il quale, pare, abbia accettato di scendere all’inferno.
Riuscirà la nostra cara amica…?
A fine carriera, il triste epilogo di Poker di donne
Nel 1994 racconterà ad Enzo Biagi la sua personale storia di violenze subite sin da piccola da parte del padre, sin da quando aveva 11 anni; poi la triste storia dei due tentativi di suicidio, uno proprio del 1994, l’altro del 1996, con l’amara esperienza di aver fatto un film hard a 50 esatti, seguita dalla ancor più amara esperienza di dover accettare, per sopravvivere, un lavoro come voce erotica per pochi spiccioli.
Hanna D.
Triste epilogo di una carriera dignitosa, almeno fino a tre quarti degli anni settanta. Una storia come purtroppo ce ne sono tante, nel dorato e a volte crudelissimo mondo del cinema. Pailettes, successo, notorietà, che si sposano, alle volte, con quanto c’è di più turpe nell’umanità.
Morbosamente vostra (1985)
Hanna D. – La ragazza del Vondel Park (1984)
Christina (1984)
Panther Squad (1984)
Black Venus (1983)
Invierno en Marbella (1983)
Lo scoiattolo (1981)
L’infermiera nella corsia dei militari (1979)
Une femme spéciale (1979)
Allarme nucleare (1978)
Emanuelle – Perché violenza alle donne? (1977)
Cuando los maridos se iban a la guerra (1976)
Frittata all’italiana (1976)
La dottoressa sotto il lenzuolo (1976)
La morte intorno a Monica (1976)
Emanuelle nera (1975)
Lo sgarbo (1975)
L’uomo che sfidò l’organizzazione (1975)
Valse à trois (1974)
Mio Dio come sono caduta in basso! (1974)
Questa volta ti faccio ricco! (1974)
Il bacio di una morta (1974)
Il pavone nero (1974)
L’ammazzatina (1974)
Tutti per uno… botte per tutti (1973)
La punition (1973)
La casa della paura (1973)
Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972)
L’attentato (1972)
Barbablu (1972)
Racconti proibiti… di niente vestiti (1972)
Mania di grandezza (1971)
Ore di terrore (1971)
Gli occhi freddi della paura (1971)
Il prete sposato (1971)
I due maghi del pallone (1971)
Scusi, ma lei le paga le tasse? (1971)
Vamos a matar, compañeros (1970)
Una spada per Brando (1970)
Satiricosissimo (1970)
Io ti amo (1968)
Samoa, regina della giungla (1968)
La facocera (1967)
Barbablu
Riuscirà la nostra cara amica a rimanere vergine…?
Racconti proibiti di niente vestiti
Ore di terrore
Morbosamente vostra
L’uomo che sfidò l’organizzazione
Lo sgarbo
La casa della paura
Il prete sposato
Il pavone nero
Metti le donne altrui ne lo mio letto
Due fotogrammi da Tutti per uno botte per tutti
Frittata all’italiana
Christina
L’ammazzatina
I due maghi del pallone
Metti le donne altrui ne lo mio letto
Questa volta ti faccio ricco
Beatrice Cenci

Lucio Fulci riprende la storia di Beatrice Cenci, nobildonna romana, figlia di un uomo violento, dedito all’alcool e odiato da tutti, a cominciare dalla sua famiglia,e ne fa una saga a tinte cupe, attraverso il racconto dell’omicidio di Francesco Cenci organizzato ed eseguito da Olimpio, valletto personale di Beatrice, di lei innamorato a tal punto da rischiare in prima persona la vita. Siamo negli ultimi anni del 1500, e Francesco Cenci, grazie ad un’interpretazione molto personale di alcune leggi in vigore, approfitta del suo status per abbandonarsi a soprusi di ogni genere, finendo per colpire indiscriminatamente piccoli e grandi proprietari delle terre in cui abita.

Ma anche il lassismo generale ha un limite, e quando Cenci lo supera, le guardie dello stato pontificio intervengono, spogliandolo di parte dei suoi possedimenti e confinandolo nella tenuta di famiglia. Qui l’uomo si abbandona a gesti di violenza verso i suoi congiunti, al punto che una notte Beatrice, bellissima figlia di Francesco, confidandosi con il suo valletto personale ed amante Olimpio, ottiene da quest’ultimo una promessa; Olimpio ucciderà Francesco, simulando un incidente.

Il valletto si reca da un noto bandito e lo convince ad eseguire il delitto; il tutto viene portato a compimento una notte in cui Francesco, dopo essersi dedicato ai consueti bagordi, ritorna a casa completamente ubriaco. Il bandito uccide Francesco e Betarice, con l’aiuto della sua famiglia, lo getta da una finestra, simulando un incidente. Ma un servo di Cenci, che ha intuito la verità, informa le autorità con una lettera anonima dell’accaduto, e queste ultime indagano.

Adrienne La Russa è Beatrice Cenci
Le indagini portano immediatamente al bandito, che ha avuto l’impudenza di girare con il mantello di Francesco, dimostrando anche una disponibilità economica molto sospetta. Questa e altre prove convincono le autorità che dietro la disgrazia in realtà si cela un omicidio, e la famiglia Cenci, con Olimpio, vengono arrestati e sottoposti a tortura. Olimpio resiste eroicamente, e nega la partecipazione dell’amata Beatrice al complotto; lo stesso fa la ragazza, ma sia il fratello che la madre non resistono alla ferocia della tortura e confessano i loro ruoli nella vicenda.
Beatrice a questo punto cede, e racconta anche alcuni retroscena della vita violenta del padre, inclusa la violenza sessuale subita dallo stesso. Ma è tutto inutile; tutti i protagonisti vengono condannati a morte, una morte orribile. Solo Beatrice verrà condannata ad essere decapitata, senza squartamento. Ma da quel momento inizia la leggenda della martire Beatrice, venerata come una santa dal popolo, che inizierà a fare pellegrinaggio sulla sua tomba.

Beatrice Cenci, film del 1969 diretto dal maestro Lucio Fulci è un prodotto asciutto, rigoroso, splendidamente ambientato e ottimamente recitato; Beatrice è interpretata da una giovane e affascinante Adrienne La Russa, che purtroppo nel corso della sua carriera non toccherà più il livello di eccellenza di questa interpretazione. Molto bravo anche Thomas Milian nel ruolo di Olimpio; il film è interessante, con il suo alternarsi di passato e presente, e in maniera inusuale, parte dalla fine, dall’attesa della sentenza per ricostruire le fasi delle vite tragiche dei protagonisti. Bravissimo George Wilson, che interpreta in maniera luciferina il torbido personaggio di Francesco, uomo violento e dissoluto.

Alcuni cenni storici sulla tragica vicenda di Beatrice Cenci, extra film.
Durante il processo a Beatrice e alla sua famiglia,vennero ascoltati testimoni,che confermarono tutto quanto rivelato dagli accusati,gli stupri,le sevizie morali e materiali a cui erano sottoposti.
E forse la sentenza sarebbe stata differente se proprio durante i giorni del processo non si fossero verificati altri casi di parricidio.
Il papa decise che bisognava dare un esempio forte e definitivo,per porre un freno al dilagare degli omicidi in famiglia;così il tribunale,messo alle strette,condannò tutti alla pena capitale,con l’unica eccezione di Bernardo,che ebbe salva la vita.
L’undici settembre 1599 la carretta con i condannati giunse,stretta tra due ali di folla silenziosa,in piazza Castel Sant’Angelo.
Fu fatto scendere Bernardo,che venne obbligato ad assistere al supplizio; subito dopo toccò a Lucrezia, che venne giustiziata dalla mannaia in stato di incoscienza; toccò poi a Beatrice,che con il viso pallido, ebbe tuttavia la forza di ravvivarsi i capelli,in un ultimo gesto di civetteria.
Un attimo dopo,a mannaia del boia troncò la testa della sventurata fanciulla,mentre i due fratelli, Giacomo e Bernardo urlavano per la disperazione.
L’ultimo ad essere decapitato fu Giacomo, che fino all’ultimo gridò che Bernardo era innocente.
I corpi dei condannati restarono sulla piazza fino a tarda notte, come ammonimento,per poi essere rimossi e inviati in vari posti per la sepoltura;Beatrice venne sepolta in un loculo nella chiesa di san Pietro in Montorio.
Nel 1798 Roma era piena di truppe francesi.
Un giorno una delle soldataglie entrò nella chiesa di san Pietro in Montorio,mentre il pittore Camuccino lavorava ad un quadro all’interno della chiesa stessa.
Dobbiamo alla sua testimonianza se ci è arrivato il racconto dell’ultimo oltraggio subito dalla ragazza.
Sembra che i soldati fossero entrati in chiesa, alla ricerca di preziosi.
Aprirono alcune tombe,e fra esse quella di Beatrice Cenci;all’interno rinvennero un piatto d’argento,su cui era appoggiata una sacca nera,che conteneva il capo di Beatrice reciso dalla mannaia;gli uomini portarono via il piatto,non prima di aver gettato tra i rifiuti il cranio della giovane.
Un ultimo oltraggio brutale e gratuito.
La pietà popolare iniziò a fare girare,da allora,una leggenda,che racconta come in alcuni giorni dell’anno sia possibile vedere lo spettro della fanciulla vagare alla ricerca del suo capo.
Un’ultima annotazione riguarda i due boia che eseguirono le condanne dei Cenci;uno di loro si uccise 15 giorni dopo,oppresso dai ricordi e dal rimorso per aver eseguito la condanna;l’altro venne ucciso un mese dopo durante un tentativo di rapina.
Beatrice Cenci, un film di Lucio Fulci. Con Raymond Pellegrin, Tomas Milian, Antonio Casagrande, Adrienne La Russa,Georges Wilson, Amedeo Trilli, Mirko Ellis, Stefano Oppedisano, Umberto D’Orsi, John Bartha, Ernesto Colli, Massimo Sarchielli
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1969.
Tomás Milián: Olimpio
Adrienne La Russa: Beatrice Cenci
Georges Wilson: Francesco, padre di Beatrice
Mavie: La madre
Antonio Casagrande: Giacomo Cenci, figlio
Umberto D’Orsi: Ispettore
Pedro Sanchez: Il brigante Catalano
Raymond Pellegrin: Cardinale Lanciani
Steffen Zacharias: Prospero Farinacci
Amedeo Trilli: Servo dei Cenci
Regia Lucio Fulci
Soggetto Roberto Gianviti, Lucio Fulci
Sceneggiatura Roberto Gianviti, Lucio Fulci
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Antonietta Zita
Musiche Angelo Francesco Lavagnino, Silvano Spadaccino
Scenografia Umberto Turco
Costumi Mario Giorsi
Dove vai in vacanza?
Tre ottimi registi,Mauro Bolognini, Luciano Salce e Alberto Sordi per un film di discreta fattura, con un cast di ottimo livello e imbastito attorno a tre storie, intitolate Sarò tutta per te, Si buana e Le vacanze intelligenti.
Nel primo episodio, Sarò tutta per te, un maturo professionista, Enrico, decide di passare alcuni giorni di vacanza in compagnia della ex moglie, della quale è ancora innamorato.
Ugo Tognazzi
Ma nella villa di un altro ex della donna, Giuliana, arrivano un mucchio di amici imprevisti, fra i quali anche l’ex fidanzato, con siti quasi boccacceschi e rocamboleschi.
Il secondo episodio,Si buana,vede protagonista uno sfigatissimo organizzatore di safari improvvisato, che viene coinvolto suo malgrado in un omicidio da parte della moglie di un ricco industriale.Mentre afflitto racconta le sue disavventure ad un occasionale cliente di un bar, scopre che costui è un agente delle assicurazioni, mandato ad investigare proprio sulla morte dell’industriale, che è stata organizzata dalla moglie Margherita.

Annamaria Rizzoli nell’episodio Si buana
Il terzo episodio, Le vacanze intelligenti, vede protagonisti due coniugi, lui fruttivendolo e lei casalinga, i cui figli, tutti prossimi al termine degli studi, organizzano una vacanza culturale per i due genitori, con esiti assolutamente imprevisti.
Tre storie ben organizzate a livello di sceneggiatura, con un cast assolutamente di rispetto; nel rpimo episodio troviamo Ugo Tognazzi nel ruolo di Enrico e una superba Stefania Sandrelli in quello della ex moglie di Enrico, Margherita. L’episodio, diretto da Bolognini, è dei tre quello più sottilmente intriso di ironia, ed è anche il meno spassoso, anche se ruota attorno ad uno degli elementi caratteristici della commedia all’italiana, l’adulterio che questa volta è consumato, o almeno nelle intenzioni dovrebbe essere consumato tra ex coniugi.
Il secondo episodio è sicuramente il più divertente e meglio costruito; irresistibile Paolo Villaggio nel suo ruolo più congeniale, quello della vittima delle circostanze. Questa volta ad affiancarlo c’è la bellona Anna Maria Rizzoli, bella e seducente, mentre come attori di contorno ci sono due grandi caratteristi, Gigi Reder e il olito inossidabile Daniele Vargas, l’industriale fissato con il safari, a caccia di un leone che il povero Arturo dovrà recuperare facendo ricorso, sciaguratamente, alla fantasia.
L’ultimo episodio, quello diretto e interpretato da Alberto Sordi vede l’attore in compagnia della tradizionale moglie cinematografica,la bravissima Anna Longhi. Qui il tema commedia si amplia a dismisura, mostrando le disavventure della coppia di coniugi romani alle prese con opere d’arte, con una vacanza alternativa che per loro si trasforma in un incubo, prima della soluzione finale, un gigantesco piatto di spaghetti che rimette tutti d’accordo.
Episodio spassoso, ma visto solo in un’ottica meramente comica, perchè tutto sembra reggersi solo sulle figure di Romeo e Augusta, i due coniugi un pò borgatari.Il cast, come già detto, è di sicuro rispetto e comprende oltre ai citati protagonisti bellezze come Brigitte Petronio, Lorraine De Selle, Marilda Donà, Clarita Gatto. Tra gli attori un giovane Ricky Tognazzi. Film da vedere come sano divertimento, nell’ottica più pura dell’evasione.
Dove vai in vacanza?
Un film di Mauro Bolognini, Luciano Salce, Alberto Sordi. Con Paolo Villaggio, Alberto Sordi, Stefania Sandrelli, Anna Maria Rizzoli, Gigi Reder, Ugo Tognazzi, Daniele Vargas, Clara Colosimo, Ricky Tognazzi, Paolo Paoloni, Pietro Brambilla, Brigitte Petronio, Rodolfo Bigotti, Elisabetta Pozzi, Rita Silva, Clarita Gatto, Anna Longhi Commedia, durata 160′ min. – Italia 1978.
Episodio uno: Sarò tutta per te, diretto da Mauro Bolognini
Ugo Tognazzi
Stefania Sandrelli
Pietro Brambilla
Clara Colosimo
Emilio Locurcio
Adriano Amidei Migliano
Lorraine De Selle
Paola Orefice
Rosanna Ruffini
Ricky Tognazzi
Rodolfo Bigotti
Elisabetta Pozzi
Brigitte Petronio
Marilda Donà
Roberto Spagnoli
Episodio due, Si buana, diretto da Luciano Salce
Paolo Villaggio
Gigi Reder
Daniele Vargas
Anna Maria Rizzoli
Paolo Paoloni
Peter Adabire
Rita Silva
Clarita Gatto
Paola Arduini
Episodio tre, Le vacanze intelligenti, diretto da Alberto Sordi
Alberto Sordi
Anna Longhi
Evelina Nazzari
Stefania Spugnini
Alfredo Quadrelli
Filippo Ciro
Alessandro Partexano
Giovannella Grifeo
Shereen Sabet
Regia Mauro Bolognini, Luciano Salce, Alberto Sordi
Soggetto Roberto Gianviti, Furio Scarpelli, Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Iaia Fiastri, Furio Scarpelli, Sandro Continenza, Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Produttore Gianni Hecht Lucari
Casa di produzione Rizzoli Film – Cineriz
Fotografia Sergio D’Offizi, Danilo Desideri, Luciano Tovoli
Montaggio Antonio Siciliano, Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi
Musiche Ennio Morricone, Piero Piccioni
Lo stallone
Cupo, fosco dramma famigliare diretto da Tiziano Longo nel 1975, su un soggetto sceneggiato da Paolo Barberio, Tiziano Longo e Piero Regnoli. Daniela, una bella ragazza unica figlia di una coppia borghese, è morbosamente attaccata al padre Guido.
Gianni Macchia
Lo lega a lui un affetto che sfocia in patologico, una sorta di complesso di Edipo al femminile; quando la ragazza incontra Valerio, un giovane artista senza un soldo, moralmente ambiguo e libertino, architetta un piano per sbatterlo nelle braccia della mamma Francesca, una donna ancora piacente, che ricorda con nostalgia i tempi in cui il marito la desiderava ancora. Francesca assiste anche ad un amplesso tra la figlia e il giovane pittore, restandone fortemente turbata. Si offre al marito, che però è distratto ed immerso nei suoi pensieri. Così quando accetterà la corte interessata del giovane, riscoprirà il piacere dei sensi.

Giorgio Ardisson (Guido) e Dagmar Lassander (Francesca)
Il marito accortosi della relazione, reagisce in maniera contraria ai desideri della figlia Daniela: guarda dapprima con distacco alla cosa, per poi prenderla come un diversivo erotico, che riaccende in qualche modo i suoi sensi sopiti, ridando slancio in questo modo alla relazione con la moglie.Ma le cose sono destinate a precipitare. La relazione tra Francesca e Valerio è ormai ad un punto di non ritorno, e quando Daniela se ne rende conto, prima che i due possano fuggire assieme, come hanno progettato, uccide i due amanti.
Lo stallone è un film giocato sul dramma borghese che coinvolge le vite dei protagonisti, l’attempato Guido, interpretato da Giorgio Ardisson, uomo freddo e distante dal suo ruolo istituzionale di amante e marito di Francesca, Dagmar Lassander, donna borghese ancora piacente, trascurata e quindi vulnerabile alle attenzioni maschili, da quella di Daniela, Annarita Grapputo, bella e morbosa ragazza legata da un affetto non propriamente filiale nei confronti del padre.
E in ultimo dalla figura di Valerio, artista a tempo perso, interpretato dal bel tenebroso Gianni Macchia, autentico perno della storia, inusuale menage a quattro con protagonisti che non suscitano in realtà grandi simpatie, persi come sono dietro meschine lotte per appagare le loro morbosità. Il film, non brutto, cerca in qualche modo di accennare alle psicologie dei personaggi, perdendosi spesso nella descrizione degli incontri erotici dei protagonisti, basandosi più che altro sulle numerose scene di nudo del film stesso, in cui predomina la figura di Francesca, a tratti ambigua, in bilico tra il legame con il marito, che all’inizio la trascura e la respinge per scoprire in seguito un morboso interesse quando la donna si sarà concessa all’amante, arrivando a spiare con un binocolo i loro incontri erotici.
Francesca è interpretata da una Dagmar Lassander magrissima, quasi anoressica, brava comunque a dare credibilità al suo personaggio, esprimendo il tormento di una donna che si vede sfiorire senza alcuna attenzione da parte dell’uomo che ha sposato tanti anni prima. Brava anche Annarita Grapputo, nel ruolo di un personaggio che definire morboso è riduttivo, quella Daniela che si spingerebbe volentieri sui sentieri proibiti dell’incesto.
Nota di merito anche per Ardisson e Macchia, i due amanti della donna, per un film che tutto sommato ha un suo interesse, anche se, come già detto, giocato troppo sull’aspetto sesso e meno su quello psicologico.
Lo stallone, un film di Tiziano Longo del 1975, con Stefano Amato, George Ardisson, Annarita Grapputo, Dagmar Lassander, Gianni Macchia, Domenico Palma. Prodotto in Italia. Durata: 85 minuti.
Annarita Grapputo: Daniela
Gianni Macchia: Valerio
Dagmar Lassander: Francesca
Giorgio Ardisson: Guido
Regia Tiziano Longo
Soggetto Piero Regnoli
Sceneggiatura Tiziano Longo, Piero Regnoli, Paolo Barbario
Produttore Lucio Giuliani
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Mario Gargiulo
Musiche Stefano Liberati, Elio Maestosi
Scenografia Franco Bottari
Costumi Liliana Calli
Quell’età maliziosa
Napoleone è un pittore, che un giorno decide di fuggire dalla sua vita, divenuta inutilmente complicata, sentimentalmente instabile anche per colpa di una fidanzata spaventosamente chiacchierona. Decide quindi di cambiare lavoro e ambiente, e si reca sull’isola d’Elba, e qui si presenta alla proprietaria di una villa, proponendosi come manutentore dei giardini.
Napoleone, Nino Castelnuovo e la conturbante Paola, Gloria Guida
La donna, una piacente signora con una figlia poco più che adolescente, lo assume, e da quel momento per il povero Napoleone iniziano i guai. La donna lo provoca in tutti i modi, facendosi vedere nuda, e lo stesso fa la maliziosa figlia, Paola, che approfitta del giovane pittore/giardiniere per esporgli le proprie grazie, in un gioco sottilmente erotico.
Anita Sanders
Le cose però sono destinate a precipitare e a volgere nel dramma; un giorno Paola invita Napoleone ad una passeggiata sulle colline dell’isola. Qui, al solito, si spoglia completamente; ma questa volta andrebbe incontro ad un brutto destino non fosse per la presenza proprio di Napoleone; un pescatore, che ha visto la ragazza nuda, stesa sotto il sole, la assale,e la ragazza per difendersi.lo colpisce con un sasso, rompendogli il cranio. Napoleone, accorso, va in cerca di qualcosa per curare l’uomo, che nel frattempo muore.
La mamma di Paola, accorsa, getta il cadavere dell’uomo in mare, e costruisce delle prove che incolpino ingiustamente il povero Napoleone qualora il delitto venga scoperto. Al pittore non resta altro da fare che fuggire ancora, meditando sul suo destino tanto simile a quello dell’illustre predecessore che portava il suo nome.
Commedia erotica in bilico tra il sexy e il drammatico, Quell’età maliziosa, film del 1975 diretto da Silvio Amadio si divide nettamente in due parti, coincidenti grosso modo con i due tempi canonici dello stesso;
ad un primo tempo scanzonato, malizioso e in qualche modo irriverente, segue una seconda parte drammatica, che culmina nell’omicidio del pescatore, passando attraverso i classici e pruriginosi fotogrammi della Sanders (la madre di Paola) e quelli con protagonista una bellissima e sexy Gloria Guida (Paola), attraverso sequenze in cui predomina un certo gusto ricercato per l’ambientazione (mare e colline dell’isola d’Elba), scene anche scanzonate (il palpeggiamento di Paola nell’autobus), la seduzione con rifiuto dell’amplesso (la madre di Paola).
Qualche caduta di tensione, tutto sommato non determinante; ben delineato il personaggio di Napoleone, un perdente su più fronti, interpretato con professionalità da Nino Castelnuovo, bene anche la maliziosa figura di Paola, interpretata dalla solita, finta ingenua Gloria Guida, che comunque ben tratteggia il personaggio della ragazza provocante e finta pudica. Un film di discreta fattura, lento quanto basta, erotico solo in alcune sequenze, il che lo discosta in qualche modo dall’abbondante produzione cinematografica a sfondo sexy.
Quell’età maliziosa,un film di Silvio Amadio. Con Nino Castelnuovo, Gloria Guida, Anita Sanders, Andrea Aureli, Mimmo Palmara
Drammatico, durata 93 min. – Italia 1975.
Gloria Guida: Paola
Nino Castelnuovo: Napoleone
Anita Sanders: madre di Paola
Mimmo Palmara: il pescatore spagnolo
Andrea Aureli: il patrigno di Paola
Regia Silvio Amadio
Soggetto Silvio Amadio
Sceneggiatura Piero Regnoli, Silvio Amadio
Casa di produzione Domizia Cinematografia
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Silvio Amadio
Musiche Roberto Pregadio
Scenografia Saverio D’Eugenio
L’ingenua
Questa volta, in questo particolare caso, ovvero la recensione del film L’ingenua, opera datata 1975 e diretta da Gianfranco Baldanello, occorre rendere giustizia al merito e riconoscere ai critici l’aver visto giusto sul giudizio da dare alla pelliccola: trama arruffata, a tratti raffazzonata, battutine e situazioni pecorecce, inconsistenza totale di un minimo di credibilità della pellicola stessa, tanto che parlare di trama riesce davvero difficile.

La bellissima Orchidea De Santis
Un film che sarebbe da bocciare in toto, non fosse per la presenza di due attrici diversissime tra loro, una delle quali nobilita in qualche modo la pellicola, l’altra che è occupata a mostrare quasi esclusivamente le sue doti fisiche, e che con la recitazione ha davvero poco a che fare. Sto parlando della solita inappuntabile e professionale Orchidea De Santis e della futura pornostar Ilona Staller,
alias Cicciolina, qui alle prese in un ruolo leggero, tanto leggero da risultare impalpabile. Una differenza che è l’unica cosa che si nota nel film, di una pochezza addirittura imbarazzante. Non fosse per la presenza dell’attrice pugliese, che ci mette la solita professionalità, unita questa volta a qualche scena di nudo un tantino ardita, che è comunque sempre un bel vedere, di questo film non si parlerebbe nemmeno.
Ma nella rivalutazione di alcune carriere cinematografiche, come quella di Orchidea De Santis e di alcune sue colleghe che hanno interpretato tanti film negli anni settanta, queste prove vanno rimarcate, proprio per sottolineare le capacità di recitazione spesso dimenticate. La trama, come già detto, non ha molta importanza, visto che alla fine non ci si ricorda nemmeno di cosa parlava il film, tuttavia la accenno brevemente.
I protagonisti della storia sono un giovane, un tantino tonto e ingenuo, oppresso da una fidanzata fin troppo vivace, una coppia di freschi coniugi che scoprono da subito i piaceri dell’adulterio e del tradimento, una giovane commessa all’apparenza ingenua, ma in realtà furba come una volpe, una soubrette del varietà e una villa, oggetto di desideri e anche di una truffa ben congegnata.
Tra palpate sotto il tavolo ( la Staller con le natiche palpeggiate in puro stile Rossati, scena ripresa pari pari e senza pudore dal bel film dello stesso regista, La nipote), battute in veneto che non strappano sorrisi, becere e triviali, la solita improponibile Ilona Staller che parla un misto di padovano/veneziano, per lo meno doppiata egregiamente, il film scivola nella noia più assoluta, rallegrato, e si far per dire, dalle splendide nudità della De Santis e da quelle della Staller, che se nel confronto perde nettamente,
hanno il pregio di stimolare quantomeno l’istinto da guardone dello spettatore. Il nulla più assoluto, quindi, e salvata la De Santis, salvato il solito Daniele Vargas, possiamo consegnare ai posteri una commediola appartenente al genere pecoreccio della commedia sexy.
L’ingenua,un film di Gianfranco Baldanello. Con Daniele Vargas, Giorgio Ardisson, Ilona Staller, Ezio Marano.
Enzo Spitaleri, Orchidea De Santis
Erotico, b/n durata 93 min. – Italia 1976.

Daniele Vargas e Ilona Staller
Ilona Staller: Angela
George Ardisson: Piero Spazin
Daniele Vargas: Luigi Beton
Ezio Marano: Cornelio
Orchidea De Santis: Susy
Regia Gianfranco Baldanello
Soggetto Giacomo Gramegna
Sceneggiatura Giacomo Gramegna
Casa di produzione Winston
Fotografia Romano Scavolini
Musiche Carlo Savina
Solamente nero

Stefano e Paolo sono due fratelli, molto uniti ma diversissimi tra loro; il primo, Stefano, è un docente di matematica, il secondo un sacerdote. Accogliendo l’invito di Don Paolo, Stefano, che ha dei problemi di esaurimento nervoso, si reca presso un’isola della laguna di Venezia, nella canonica del fratello.
Qui ben presto Stefano si rende conto che il posto è il meno adatto per curarsi; difatti suo fratello è oggetto di una serie di lettere anonime, oltre che della chiara ostilità di un gruppo di persone dedite a strani riti, sedute spiritiche in primis, condotti da una fattucchiera equivoca, a cui partecipano il Conte Mariani, l’ostetrica Nardi, il dottor Aloisi. Sull’isola, Stefano conosce una giovane e bella arredatrice, Stefania, con la quale lega immediatamente e avvia una relazione. Stefano inizia ad indagare sull’origine e sulle motivazioni delle misteriose lettere minatorie, scoprendo da subito che tutto sembra ricondursi alla morte di una ragazza, avvenuta anni prima.

Stefania Casini nel ruolo di Stefania

Massimo Serato è il Conte Mariani
Ma l’arrivo di Stefano mette in moto un meccanismo mortale; ad uno alla volta vengono uccisi, in sequenza, il Conte Mariani, omosessuale e vizioso, che ha una relazione con un giovanissimo, seguito subito dopo dalla morte della madre di Sandra, dalla morte del dottor Aloisi e da quella della fattucchiera, oltre che dalla morte misteriosa dell’ostetrica.
Il tutto sembra motivato da una sete di vendetta, ma in realtà le cose stanno differentemente. sarà grazie ad una vecchia macchina per scrivere, con un difetto di scrittura di un carattere, che Stefano riuscirà a far combaciare tutti gli eventi, giungendo alla scoperta dell’imprevedibile verità.

Stefania Casini e Lino Capolicchio
Solamente nero, film del 1978 diretto da Antonio Bido, è un solido giallo con venature noir, basato su una trama e una sceneggiatura credibili, una volta tanto non fondato su sangue e omicidi a gogo. Immerso nell’atmosfera cupa e quasi decadente della laguna veneta, il film si regge con credibilità grazie alle performance dei vari attori. Bravissimo Lino Capolicchio, che tratteggia la figura tormentata di Stefano da par suo, dandogli spessore e credibilità, così come brava è Stefania Casini nel ruolo di Stefania, bella e dotata di un magnetismo che portano lo spettatore a simpatizzare immediatamente con il suo personaggio. Altrettanto bravi sono due personaggi fondamentali per l’economia della storia,
ovvero Massimo Serato, vecchia gloria del cinema italiano nel ruolo dell’ambiguo conte Mariani, e Juliette Meyniel, come al solito perfetta caratterista nel ruolo della fattucchiera. Un film che non ha ritmi eccelsi, e che proprio in virtù di questa lentezza sembra voler approfondire i dettagli, le atmosfere, cercando di recuperare un tipo di cinema che sia un’assieme di più componenti, non soltanto l’effetto brivido momentaneo o l’uccisione brutale tout court. Anche il finale risulta particolarmente ben costruito, credibile.
Belle le musiche di Stelvio Cipriani, che contribuiscono ad incupire la già tetra atmosfera del film, che ha una location assolutamente in tema con il film.
Solamente nero, un film di Antonio Bido. Con Massimo Serato, Craig Hill, Stefania Casini, Lino Capolicchio,Laura Nucci, Alfredo Zammi, Luigi Casellato, Sonia Viviani, Juliette Meyniel
Giallo, durata 106 min. – Italia 1978.
Lino Capolicchio: Stefano D’Arcangeli
Stefania Casini: Sandra Sellani
Craig Hill: Don Paolo
Massimo Serato: conte Mariani
Juliette Mayniel: sig.ra Nardi
Laura Nucci: matrigna di Sandra
Attilio Duse Sciascia: Gasparre, il sacrestano
Gianfranco Bullo: figlio della Nardi
Luigi Casellato: sig. Andreani
Alfredo Zammi: commissario di polizia
Alina De Simone: Medium (con il nome Alicia Simoni)
Emilio Delle Piane
Sonia Viviani: sig.na Andreani
Sergio Mioni: dr. Aloisi
Fortunato Arena: Antonio, l’oste (non accreditato)
Antonio Bido: uomo al cimitero (non accreditato)
Regia Antonio Bido
Soggetto Antonio Bido, Domenico Malan
Sceneggiatura Marisa Andalò, Antonio Bido, Domenico Malan
Casa di produzione Produzioni Atlas Consorziate, Webi di Erwin Wetzl e Antonio Bido
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Stelvio Cipriani (eseguite dai Goblin)
Costumi Ferroni
Trucco Massimo Giustini
Miranda
Una giovane, prosperosa e vogliosa locandiera della bassa Padania, Miranda, sposata ad un uomo che non ha più fatto ritorno a casa sulla fine delle seconda guerra mondiale, agli inizi degli anni cinquanta deve badare alla sua taverna e a difendersi dagli assalti degli uomini della zona, attirati dal fare decisamente libertino delle donna, dal suo status di donna al momento single e sopratutto dalle sue prosperose forme.
Miranda non si fa mancare nulla, in effetti: ha un amante pressoche fisso, Berto, con il quale però ha un rapporto soddisfacente solo dal punto di vista fisico. Ogni tanto si concede anche qualche fantasia erotica, molto concreta, con un antifascista in pianta stabile, un anziano e danaroso viveur che la riempie di regali e soldi; ha anche qualche avventura erotica con un americano, del quale ad un certo punto sembra quasi innamorata e infine, come se non bastasse ammicca anche al giovane Toni, cameriere nella sua locanda, che in realtà è l’unico che sembra nutrire verso la procace Miranda un sentimento legato non solo al sesso.
Così Miranda si concede con molta libertà al gineceo maschile, attraverso molteplici incontri sessuali, fino al giorno della partenza, in rapida successione, di tutti i suoi amanti. Solo allora rivaluterà al meglio la figura del cameriere Toni, l’unico che forse la ama davvero, si concederà a lui e deciderà di sposarlo, avendo appreso la notizia della morte del marito avvenuta al fronte.
Quando Tinto Brass, nel 1985, dirige Miranda, ha da tempo smesso di girare film provocatori in senso positivo, innovativi nella tematica e nella direzione tecnica. Dopo La chiave, scopre la presa che il film erotico sconfinante a tratti nell’hard ha su un certo pubblico, ne approfitta e ammanisce loro quello che vogliono.
Sceglie così un’attrice di qualche talento, nota sopratutto per le misure fisiche e per essere assolutamente disinibita davanti all’obiettivo, Serena Grandi, e la fa protagonista di una commedia pruriginosa, fintamente libertaria e moralmente discutibile. Ad una prima lettura ingenua, sembrerebbe che il personaggio di Miranda sia il prototipo della donna libera e emancipata, quella che sceglie il compagno o i compagni con cui vivere. In realtà, a parte la generosissima esposizione delle grazie della Grandi, le scene erotiche a volte molto spinte, nel film predomina quasi totalmente la parte voyeuristica,con lunghe parti della pellicola occupate nello svelare i frequenti accoppiamenti dell’ineffabile locandiera, che si concede avventure a tutto spiano, sempre pronta a spogliarsi e a mostrarsi nature, o in posizioni quanto meno sconce, come quando orina davanti all’americano. Film i giudicabile sulle tematiche proposte, proto femministe, proprio per la propensione a dare in pasto al pubblico l’aspetto erotico della vita della protagonista, Miranda gode comunque di una buona ambientazione, di un’impeccabile fotografia e di una cura quasi eccessiva dei particolari.
Peccato che questi particolari siano principalmente anatomici; la macchina da presa indugia tantissimo sulle rotondità della Grandi, sulle sue attività in camera da letto e fuori, sul pube generosamente esposto e su pruderie proposte con costanza dal regista. Non è più il Brass anni settanta, e fortunatamente non è ancora il Brass anni 90 e successivi; c’è ancora una cura formale, e un erotismo di facciata, ma curato.
Miranda, un film di Tinto Brass. 1985, con Serena Grandi, Andrea Occhipinti, Franco Interlenghi, Andy J. Forest, Franco Branciaroli, Malisa Longo, Laura Sassi, Isabelle Illiers, Luciana Cirenei. Prodotto in Italia. Durata: 93 minuti.
Serena Grandi: Miranda
Andrea Occhipinti: Berto
Franco Branciaroli: Toni
Franco Interlenghi: Carlo
Andy J. Forest: Norman
Regia Tinto Brass
Soggetto Carlo Goldoni
Fotografia Silvano Ippoliti, Erico Menczer
Montaggio Tinto Brass
Musiche Riz Ortolani
Bilitis

Bilitis, film del fotografo inglese David Hamilton, diretto nel 1976, è ricordato oggi principalmente per per la colonna sonora accattivante e sottilmente maliziosa di Francis Lai, per la fotografia patinata e raffinata dello stesso Hamilton, piena di effetti flou e immersa in atmosfere quasi malinconiche. Il film viceversa è debole, costruito su una trama molto banale, e gioca tutte le sue carte sui rapporti saffici della protagonista, Bilitis, e sui suoi sfortunati amori.
Bilitis, adolescente appena uscita dal collegio, è una ragazza dalla sessualità abbastanza incerta: all’interno del college ha infatti avuto un’equivoca relazione con una sua amica, fatta di sguardi teneri e di ambigue carezze. Decide di passare le vacanze con un’amica più grande di lei, Melissa, ragazza sposata con un uomo brutale, dai modi violenti, Pierre.
Durante il soggiorno, la ragazza reincontra una sua fiamma, un giovane fotografo di nome Lucas, del quale probabilmente è innamorata. Un giorno per motivi banali Bilitis litiga con il giovane, e mentre Pierre è all’estero con la sua amante, si lascia andare ad un rapporto saffico con l’amica Melissa, stanca e nauseata dalle maniere del marito, e alla ricerca di dolcezza.
Il rapporto tra le due però sta stretto a Bilitis, la cui sessualità propende più verso gli uomini che per le donne; così la ragazza decide di adoperarsi per colmare il vuoto affettivo di Melissa, e cerca di procurarle un’amante. Le presenta Lucas e come sempre succede, la scintilla dell’amore e dell’attrazione scocca tra i due, con la conseguenza che la giovane Bilitis finirà a piangere da sola, privata sia dell’amore di Lucas che dell’affetto e amicizia di Melissa.
Questa trama, riassunta al massimo, mostra come in effetti il film si basi su una storia abbastanza scontata; il vero obiettivo di Hamilton i mostra da subito lampante, cioè catturare l’attenzione degli spettatori attraverso la morbosità del rapporto ambiguo di Bilitis dapprima con la sua amica di collegio, e in seguito nell’insofferenza del rapporto saffico con Melissa. L’erotismo patinato, da rivista di lusso, ammorbidito dai contorni tenui della fotografia, non suscita particolare interesse, perchè le pose della bellissima Patty D’Arbanville sembrano talmente studiate da risultare finte fin nel midollo.
Così il film si trascina stancamente, e in maniera anche abbastanza noiosa, fino alla fine, tra un erotismo dvvero di facciata, giovani ninfette esposte come quadri post impressionisti in una nebbia artificiale costruita con l’effetto flou della camera di ripresa, con filtri color nebbia che sembrano far diventare rarefatte le immagini, i loro contorni e la stessa storia. Che dovrebbe apparire come sospesa, una sorta di favola moderna crudele, ma che ottengono il contrario dell’effetto voluto, annoiando lo spettatore, che ha un leggero sobbalzo solo quando sullo schermo compare la lolita di turno o in presenza delle scene saffiche, peraltro, va detto, prive di volgarità. Un film abbastanza inutile, in definitiva, proprio nella sua ambigua descrizione dei personaggi, delle loro psicologie.
Bilitis, un film di David Hamilton. Con Bernard Giraudeau, Patti D’Arbanville, Mona Kristensen
Erotico, durata 95 min. – Francia 1976.
Patti D’Arbanville … Bilitis
Mona Kristensen … Melissa
Bernard Giraudeau … Lucas
Mathieu Carrière … Mikias
Gilles Kohler … Pierre
Irka Bochenko … Prudence
Madeleine Damien … Nanny
Camille Larivière … Susy
Catherine Leprince … Helen
Regia: David Hamilton
Sceneggiatura: Robert Boussinot ,Catherine Breillat,Jacques Nahum
Romanzo: Pierre Louÿs,”Les chansons de Bilitis”
Produzione: David Hamilton,Sylvio Tabet
Musiche: Francis Lai
Montaggio:Henri Colpi,Claire Painchault
Fotografia:Bernard Daillencourt






























































































































































































































































































