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Mimi metallurgico (ferito nell’onore)

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Carmelo Mardocheo è un operaio come tanti.
Ha una moglie,un figlio e un lavoro pesante: estrae zolfo e suda, consumando un’esistenza anonima comune a tantissima gente del suo ceto.
Ma Mimi, com’è chiamato Carmelo ha delle idee di sinistra, crede in qualcosa che è un’ideologia primitiva e che gli impedisce di votare per il mafioso candidato alle elezioni politiche che si terranno a breve.
Così, perso il lavoro, è costretto ad emigrare.
Come tanti.
Arriva a Torino dove però trova un uomo che è il sosia di quello che in Sicilia gli ha fatto perdere il lavoro.
Tricarico, questo il suo nome, gestisce un’associazione,i Fratelli Siciliani, che in teoria ha il nobile ideale di aiutare ad integrarsi e a trovare un lavoro agli emigranti siciliani che arrivano nel capoluogo piemontese.

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Mariangela Melato

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Giancarlo Giannini

Mimi non sa che l’organizzazione è in realtà gestita proprio da quella mafia che lui ha tentato di dimenticare con la sua fuga.
Inizia a lavorare come operaio edile, ma ben presto vede un suo amico morire sul lavoro.
L’organizzazione vorrebbe disfarsi del corpo dello sventurato operaio abbandonandolo sul ciglio di una strada, ma Mimi si oppone con l’unico risultato di essere catturato e portato davanti a Tricarico.
Grazie ad una frottola provvidenziale (la parentela con un boss mafioso) viene risparmiato e inviato a lavorare in una fabbrica.
E’ un vero cambiamento questo, per Mimi.

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Agostina Belli

Ora non è più un edile, bensì un metallurgico, un operaio di categoria “superiore”.
Ora può professare le sue idee di sinistra, iscriversi al PCI e sopratutto allacciare una relazione sentimentale con la bella Fiore, una donna attivista che lui salva da una squadra fascista.
Con la donna mette al mondo un figlio, ma il destino sembra divertirsi a cambiare le carte in tavola.
Assiste ad un regolamento di conti tra Tricarico e una banda rivale,ma davanti alla polizia che lo interroga assume un atteggiamento omertoso, cosa che gli vale il disprezzo dei compagni di fabbrica.
Ancora una volta casualmente e sempre per opera di tricarico, viene trasferito in Sicilia, ad una raffineria.
Il ritorno a casa è devastante: Mimi scopre che sua moglie è incinta e che il padre del nascituro è un brigadiere.
L’operaio è a un bivio:è cornuto, cosa che nella Sicilia dell’epoca costituisce un’onta da lavare con il sangue ma è anche un uomo che ha vedute diverse dai suoi concittadini.

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Il tempo vissuto al nord lo ha reso moderno, consapevole dei veri valori della libertà individuale.
Ma fondamentale nel suo intimo è ancora un uomo del sud, è geloso e vuole vendicarsi.
Così, con un corteggiamento spietato, seduce la brutta e sgraziata moglie del brigadiere mettendola incinta.
La vendetta si compie quando rivela all’uomo, nella piazza del paese, la verità.
Ma non può gustarsi la sua vendetta perchè un sicario della mafia uccide l’uomo e gli mette in mano la pistola.
Mimi è arrestato: è innocente ma ha ucciso per onore così finisce in carcere.
Ora è davvero un uomo di rispetto e riceve l’appoggio del nuovo boss del paese.
All’uscita dal carcere però Mimi trova ad attenderlo sua moglie con il piccolo nato dalla relazione adulterina con il brigadiere, la moglie di quest’ultimo con i 6 figli che lo chiamano papà e infine Fiore con il loro bambino in braccio.
Quest’ultima lo lascia, delusa dal cambiamento dell’uomo di cui si era innamorata….
Mimi metallurgico ferito nell’onore è un film grottesco, ironico e fondamentalmente tragicomico diretto da Lina Wertmuller nel 1972.
Un film in cui confluiscono felicemente l’impegno e la satira, l’ironia feroce e l’eccesso narrativo che spesso sbocca in un continuum fatto di alternanza di messaggi sociali di denuncia mescolati alla farsa più sfrenata.
Mimi è un personaggio che racchiude in se tutti i vizi e le debolezze, tutti i retaggi della sua terra e della sua cultura mescolati confusamente al desiderio di riscatto da una realtà sociale fatta di sperequazione e ingiustizia che vuole la gente del posto in cui vive schiava dei potentati, dell’onnipresente mafia e del malaffare, simboleggiata dall’onnipresente Tricarico che sarà il suo angelo del male, la vera pietra angolare del suo destino.
Il tentativo di Mimi di elevarsi aldilà del suo ruolo di perdente, stabilito dalla storia e dai poteri forti che condizionano lo sviluppo della società in cui vive è destinato ad essere travolto ingloriosamente.

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Le sue ambizioni vengono frustrate nel momento stesso in cui cede all’ancestrale concezione dell’onore, a quella gelosia irrazionale alla quale tenta invano di sottrarsi, con il tragicomico risultato finale di essere condannato a convivere con il frutto delle sue colpe, con quelle due donne che non ama, con la caterva di figli che non sono suoi rinunciando contemporaneamente all’amore e al frutto dello stesso, a Fiore e al suo piccolo, l’unica cosa che gli interessi veramente.
Lina Wertmuller spazia in lungo e in largo nel film mostrando questo conflitto irrisolto in Mimi, quel suo essere contemporaneamente uomo del sud e ad esso legato e uomo che ha vissuto al nord, quindi sulla via dell’emancipazione dai retaggi della sua terra, mostrando quindi il surreale e grottesco conflitto culturale dell’uomo sotto angolazioni che irrimediabilmente portano Mimi ad essere un personaggio irrisolto, schiavo per sempre delle sue contraddizioni.
Mimi metallurgico è un film spinto alle estreme conseguenze; è un alternarsi continuo di tenerezza e crudele realtà, di sentimenti nobili ed un istante dopo meschini e primordiali.
E’ l’evoluzione continua, seguita dalla profonda involuzione, di un personaggio più da farsa che da tragedia rappresentato da un Mimi che perderà tutte le conquiste ottenute (l’emancipazione, l’amore e la libertà individuale) per colpa della sua irresolutezza e per colpa dell’atavica cultura alla quale appartiene.

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Un film che vive anche delle straordinarie interpretazioni di due grandissimi artisti, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, che qualche anno più tardi torneranno a far coppia sul set sempre diretti da Lina Wertmuller nell’ottimo Travolti da in insolito destino.
Grande, Giannini.
Il personaggio di Mimi è reso indimenticabile attraverso una caratterizzazione piena di tic, nevrosi, passaggi ripetuti sulla maschera del suo volto che di volta in volta assume espressioni sempre consone al personaggio che sta interpretando.
Grande, Mariangela Melato.
Il suo personaggio, a tratti dolente, a tratti orgoglioso, resta scolpito in maniera indelebile nella galleria dei personaggi della storia del nostro cinema.
Per tutti, valga la sequenza finale del film, nel quale vediamo la delusa Fiore scegliere di abbandonare qull’uomo in cui ha creduto perchè l’ha delusa con quel suo abdicare ai principi a cui sembrava tenere tanto.
L’involuzione di Mimi è per lei imperdonabile, ben più dell’adulterio che ha consumato con la moglie del brigadiere.
Lina Wertmuller, tornata alla regia dopo l’esordio folgorante di I basilischi e dopo qualche film che le sono serviti come rodaggio, l’ultimo dei quali era stato Il mio corpo per un poker del 1968, firma un’opera fondamentale del nostro cinema del passato.

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Un film che ha alcuni passaggi davvero felicissimi, come l’indimenticabile sequenza in cui Mimi consuma la sua vendetta con la moglie del brigadiere Finocchiaro, una sequenza in cui resta come un pugno in un occhio l’immagine quasi surreale dell’enorme cellulitico sedere in primo piano di Elena Fiore, che interpreta Amalia Finocchiaro.
Mimi metallurgico è un film trasmesso più volte dalle tv ed è di facile reperibilità nel web; rivederlo è un’occasione per riscoprire un cinema coraggioso e vitale, ormai quasi irrimediabilmente sepolto dalla storia e impossibile da riproporre.

Mimì metallurgico ferito nell’onore
Un film di Lina Wertmüller. Con Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Luigi Diberti, Turi Ferro,Agostina Belli, Tuccio Musumeci, Elena Fiore Commedia, durata 121′ min. – Italia 1972.

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Giancarlo Giannini … Carmelo Mardocheo detto Mimí
Mariangela Melato … Fiorella detta Fiore Meneghini
Turi Ferro … Don Calogero / Vico Tricarico / Salvatore Tricarico
Agostina Belli … Rosalia Capuzzo in Mardocheo
Luigi Diberti … Pippino
Elena Fiore … Amalia Finocchiaro
Tuccio Musumeci … Pasquale
Ignazio Pappalardo … Massaro ‘Ntoni
Gianfranco Barra … Serg. Amilcare Finnocchiaro
Livia Giampalmo … Violetta, bancarellaia

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Regia Lina Wertmüller
Soggetto Lina Wertmüller
Sceneggiatura Lina Wertmüller
Produttore Daniele Senatore, Romano Cardarelli
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Amedeo Fago

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L’opinione dell’utente Homesick tratta da http://www.davinotti. com
Fra numerosi luoghi comuni del mondo siciliano (gelosia, tradimento, onore, il divario rispetto al Nord) si interlineano non trascurabili notazioni politico-sociali sulla mafia e il mondo operaio; è la pellicola simbolo della regista e del suo stile caotico, policromo ed eccessivo, che nell’episodio del coito con la grassona Elena Fiore – ottima esordiente – si accomuna al grottesco immaginario muliebre del collega Fellini. Giannini è ammirevole per versatilità ed impegno artistico e la Melato un talento in piena conferma. Coraggiosa la Belli nell’accettare trucco e parrucca da racchia.

L’opinione del sito http://www.treccani.it
Curiosamente imparentato, nella tematica del ‘richiamo del sangue’, a Mafioso di Alberto Lattuada (1962), il film si sviluppa nel segno dell’eccesso e della ridondanza, di quel grottesco portato alle estreme conseguenze che caratterizzerà buona parte del cinema della regista romana. È un’esuberanza stilistica e linguistica che mescola impunemente generi e sottogeneri ‒ dall’opera lirica al mélo, dal cinema politico alla sceneggiata in un crogiuolo che stravolge i confini beffandosi delle convenzioni. La scelta dell’eccesso provocatorio si esplicita anche nel tratto caricaturale dei personaggi: dal trucco ‘chapliniano’ di Mimì alle figure mostruose di contorno che preparano una delle scene cult del film (l’accoppiamento bestiale fra Mimì e una straripante Elena Fiore), fino alla moltiplicazione di Turi Ferro nei panni dei tanti ‘cattivi’.

L’opinione dell’utente lor.cio dal sito http://www.filmtv.it
Mariangela Melato era un’attrice totale e non trovo altri aggettivi per definire la sua presenza sul grande schermo e sul palcoscenico nell’arco degli ultimi quarant’anni. Naturalmente la sua scomparsa ci addolora. C’è però qualcosa che ci consola quando se ne va un attore o un’attrice di razza: la fortuna del cinema (a differenza, purtroppo, di molto teatro) sta nel lasciare una traccia indelebile, una serie di fotogrammi in successione, un film. Mariangela Melato ha illuminato col suo talento elegante e stratificato alcune delle opere più importanti degli anni settanta ed ottanta e nella memoria collettiva restano sicuramente le collaborazioni con Giancarlo Giannini e Lina Wertmuller. Ricordare un artista attraverso le proprie imprese è quanto di meglio si possa fare per rendere omaggio al suo lavoro, al di là della pur inevitabile retorica della celebrazione. Prendiamo Mimì metallurgico ferito nell’onore: un titolo divenuto proverbiale, un grande successo di pubblico, la consacrazione di una regista la cui fama è superiore all’effettivo valore dei suoi film. È una storia tra la contestazione e il folklore, l’evocazione del comunismo di lotta e la stereotipizzazione dell’influenza del potere mafioso nel Sud, l’amore improvviso e carnale e la vendetta dell’onore perduto, caratterizzata dal tipico stile registico della Lina, scatenato e greve (ancora su discreti livelli, fino al capolavoro Pasqualino Settebellezze: altri dieci anni e sarebbe andata sfortunatamente in caduta libera), con zoom ed effettacci abbastanza adeguati alla brutalità romantica e tempestosa della narrazione. Puntellato dalla potenza musicale di Giuseppe Verdi (in alternanza col brio sarcastico di Piero Piccioni), la Cavalleria Rusticana (echeggiata da uno dei personaggi) in stile Wertmuller vale, forse, più come somma di elementi che come totale organico, perché certamente ci sono sofferenze nell’amalgamare le componenti e nell’asciugare certi passaggi probabilmente verbosi. È entrato nella storia del cinema italiano per il suo tono grottesco (all’epoca inusuale) e per le mastodontiche prove degli attori, capitanati da un Giancarlo Giannini a dir poco strepitoso nei panni del povero Mimì (memorabile l’intermezzo con l’enorme Elena Fiore, sequenza quasi felliniana, buffa e tragica). E Mariangela? È Fiore, la volitiva compagna milanese, che si vota all’amore senza dimenticare la propria identità di genere e la propria coscienza civile: in un film dominato dalla grandezza di Giannini, non di rado riesce a rubargli la scena. O meglio, a condividerla con estro, elasticità e talento. Nel giorno in cui la piangiamo, sarebbe bello ricordarla semplicemente così, un’attrice che ha lasciato una testimonianza fondamentale.

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giugno 2, 2013 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

Diario proibito di un collegio femminile

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In un vagone ferroviario viaggiano due giovani; il primo, Jason Jones, è un musicista rock in chiara crisi creativa.
La seconda, Judy Peters è invece alla ricerca di una sua zia Olga Harris, che è anche l’ultima parente che le è rimasta in quanto la giovane ha perso entrambi i genitori.
Entrambi sono diretti a Brittlerhust Manor, un luogo che Jason crede essere una specie di paradiso dedicato al relax e a coloro che vogliono riacquistare equilibrio e forza.
I due giovani all’arrivo in stazione vengono accolti dal capotreno e da Frederick, il domestico nano del dottor Storm, direttore di Brittlerhust Manor; i due giovani arrivati in quella che a prima vista sembra davvero una villa ospitale ben presto si rendono conto che nel luogo c’è un’atmosfera strana, misteriosa.

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Tutti i giovani presenti infatti sembrano assenti e presentano tracce di interventi chirurgici.
Come Judy e Jason apprenderanno infatti, a Brittlerhust Manor il folle dottor Storm conduce esperimenti sui giovani presenti allo scopo di creare un esercito personale di robot viventi da utilizzare al servizio personale del dottore.
I due quindi vengono di fatto presi come prigionieri e subirebbero lo stesso destino degli altri giovani, tutti lobotomizzati e resi schiavi da Storm non fosse per il provvidenziale arrivo del giovane Abraham, che è alla ricerca della sua fidanzata giunta nella villa e della quale non ha più notizie e sopratutto per l’aiuto dato dal nano Frederick, che decide di aiutare i tre stanco delle angherie subite da Storm.

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Nel finale apocalittico i due giovani e Abraham riusciranno a fuggire, mentre l’orrendo posto verrà distrutto da un incendio in cui periranno tutti gli altri…
Horror hospital, diventato nella versione italiana Diario proibito di un collegio femminile per i soliti e noti motivi di attirare spettatori puntando sulla morbosità del titolo, espediente molto utilizzato dai distributori italiani in realtà non ha praticamente nulla di morboso o di voyeuristico.
Si tratta infatti di un vero e proprio horror diretto nel 1973 da Anthony Balch, regista londinese alla sua seconda regia di un lungometraggio e che sarebbe scomparso pochi anni dopo (nel 1980) a soli 43 anni.
Un horror quasi privo di effetti gore o splatter, diretto con buona mano da Balch; che imbastisce una storia forse ingenua ma non priva di una certa eleganza e di interesse.

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Con l’aiuto di Alan Watson, Balch imbastisce una sceneggiatura che ricalca ancora una volta la classica vicenda del dottore pazzo dedito a esperimenti insensati e crudeli; la variante questa volta è rappresentata dall’utilizzo delle vittime come schiavi dediti al servizio del folle dottore, che da un lato cerca di portare a compimento gli studi del pseudo scienziato russo Pavlov e dall’altro appaga la megalomania del suo ego creando un gruppo di schiavi da dominare totalmente.
Il film regge tutto sommato discretamente, anche se alcune trovate sono comiche in modo involontario; ben ricreata invece l’atmosfera in stile gotico della villa, con almeno due scene da ricordare, ovvero il pranzo a cui partecipano il dottor Storm e Olga (che in realtà è sua moglie), i due giovani e alcune delle vittime del folle dottore e l’olocausto finale, nel quale periscono tra le fiamme (un classico) sia la coppia di coniugi sia tutto il gruppo delle povere vittime.

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Il cast è bene assortito e vede come protagonisti da un lato Michael Gough, eccessivo come al solito e dall’altro la coppia di giovani ospiti del “collegio”, ovvero Robin Askwith e Vanessa Shaw; il resto del cast è di solo contorno e si vede.
Il film non è di facile reperibilità anche se ha diverse versioni in digitale, tuttavia è presente in rete mentre è passato molto raramente in tv.
Vale sicuramente una visione senza impegni e come puro spettacolo di evasione.

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Diario proibito di un collegio femminile
Un film di Anthony Balch. Con Robin Askwith, Michael Gongh, Vanessa Shaw, Michael Gough, Ellen Pollock, Dennis Price, Kurt Christian, Barbara Wendy, Kenneth Benda, Martin Grace, Colin Skeaping, George Herbert, James Boris, Allan Hudson, Simon Lust, Skip Martin Titolo originale Horror Hospital. Horror, durata 100 min. – Gran Bretagna 1973.

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Michael Gough: Dr. Christian Storm
Robin Askwith: Jason Jones
Vanessa Shaw: Judy Peters
Ellen Pollock: Aunt Harris
Dennis Price: Mr. Pollack
Skip Martin: Frederick
Kurt Christian: Abraham
Barbara Wendy: Millie
Kenneth Benda: Carter

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Regia Anthony Balch
Sceneggiatura Alan Watson, Anthony Balch
Casa di produzione Noteworthy Films
Fotografia David McDonald
Montaggio Robert C. Dearberg
Casting Thelma Graves

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L’opinione dell’utente Dandy dal sito http://www.mymovies.it
Un horror grottesco da un regista che oscillò tra cinema di genere e sperimentazione(collaboratore di William Borroughs).Dalla trama nonsense con trovate demenziali(gli aguzzini del dottor Storm sempre vestiti da motociclisti e col casco), e che non rinuncia a una vena di lucida follia e qualche tocco gore.Interpreti godibili,su cui svetta Gough,futuro Alfred della prima serie di film di “Batman”.Non per tutti i gusti,ma all’altezza della fama di cult conquistata negli anni.Peccato che la versione italiana,oltre ad avere un titolo insensato e particolarmente cretino,sia più corta di quasi 10 minuti.

L’opinione del sito http://www.horrordapaura.forumfree.it
Non fatevi ingannare dal titolo, consiglio vivamente a tutti coloro che adorano i film horror vecchio stampo, a me è piaciuto moltissimo e non se ne vedono di questi tempi film così.
All’inizio può sembrare noioso ma vi garantisco che a me ha tenuto incollato fino alla fine del film e il finale è ancora meglio, peccato per gli effetti un po grezzi.

L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
Un giovane musicista stressato decide di prendersi una pausa da tutto da tutti. Incuriosito da un opuscolo pubblicitario che promette una vacanza di rilassamento e di risanamento psicho-fisico ospiti di una casa di riposo immersa nel verde e nella quiete di campagna, il ragazzo decide di recarsi immediatamente sul posto. Giunto sul luogo scopre però ben presto che sotto le mentite spoglie di una casa di cura si cela in realtà un ospedale guidato da un folle dottore che compie dei bizzarri esperimenti su giovani cavie. Nonostante una storia abbastanza originale ed attori piuttosto ben calati nei rispettivi ruoli, il film non decolla. Troppi personaggi “stereotipi” (il “Mad Doctor” sulla sedia a rotelle, l’aiutante nano, lo “scapestrato capellone”), dialoghi piatti e scontati e poca suspense. Un horror decisamente poco noto che non merita molta attenzione. Curiosità: il film usci in Italia con il titolo assolutamente gratuito “Diario proibito di un collegio femminile” che nulla ha a che vedere con la trama del film; l’idea, pare chiaro, era di attirare qualche spettatore in cerca di “emozioni forti”.

L’opinione di Brainiac dal sito http://www.davinotti.com
Basterebbe la folle (ma a suo modo magistrale) scena iniziale e i successivi titoli di testa con lo schermo solcato dal sangue a benedire questo filmaccio con le stimmate del trash movie assoluto. Poi però si incappa nella noia della sceneggiatura, che calca troppo il pedale del grottesco e la visione diventa faticosa. Fatidioso anche il ghigno del protagonista, recitazione ignobile. Mediocre, ma con alcune trovate interessanti.

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Maggio 27, 2013 Posted by | Horror | , | Lascia un commento

Le monache di Sant Arcangelo

Le monache di Sant'Arcangelo locandina 5

Nel Convento di Sant’Arcangelo di Baiano l’anziana badessa è ormai in fin di vita; Giulia di Mondragone, una giovane e bella suora è candidata con Carmela e Lavinia alla successione per la guida del convento.
Giulia è ambiziosa ed è sessualmente lesbica; ha una relazione, infatti, con Suor Chiara ma accetta per interesse la corte di don Carlos Ribera, un nobiluomo senza scrupoli e senza principi morali.
Suor Giulia sa infatti che la protezione del potente nobile può esserle utile nel sogno di dirigere il monastero.
Accetta così, pur contro voglia e contro le proprie tendenze sessuali di appagare il nobile; che però ha anche delle mire sulla giovane novizia Isabella, una bellissima suorina della quale don Carlos è incapricciato.

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La morte della badessa superiora provoca l’avvio di una crisi drammatica all’interno del convento: le tre rivali brigano in tutti i modi per assicurarsi la successione e Suor Giulia alla fine è costretta ad accettare la richiesta di Don Carlos, volta ad ottenere una notte d’amore nella cella della novizia Isabella.
Mentre infuria la guerra intestina al convento, giocata sul campo dell’ignominia più completa, l’eco degli avvenimenti giunge a Roma.
Siamo nel 1577, il Regno di Napoli è soggetto anche alle leggi della Santa Inquisizione: dalla città campana viene inviato dall’Arcivescovo il vicario Carafa, uomo integerrimo ma anche brutale ed inflessibile.
Le sue indagini interne portano alla scoperta degli intrighi che le rivali al ruolo di badessa tessono instancabilmente l’una alle spalle delle altre; con la tortura Carafa estorce la confessione di Giulia di Mondragone, che viene condannata a morte mediante l’ingestione di cicuta.

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La suora muore tra atroci dolori mentre Suor Isabella, con un astuto e provvidenziale ricatto, riesce a mettere freno alle ambizioni di Don Carlos.
Per evitare ulteriori scandali, la suorina viene “condannata” ad essere dispensata dai voti…
Le monache di Sant’Arcangelo, film tipico del filone nunsploitation ( filone erotico/conventuale) esce nelle sale nel 1973, diretto da Domenico Paolella, su un soggetto ispirato molto liberamente ad un libricino scritto forse da Stendhal,Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano, probabilmente però opera di un anonimo francese.
Alla riduzione cinematografica viene chiamato Tonino Cervi, che ne ricava un soggetto tutto sommato equilibrato, che Paolella, veterano del cinema di genere, dirige con buona mano senza calcare troppo sul versante erotico della storia.
Il film ha un’ambientazione, ovviamente, prettamente conventuale e si inserisce nel genere di nicchia che raccontava storie abbastanza pruriginose di suore poco avvezze ai loro voti, senza però sconfinare nello scollacciato fine a se stesso tipico di un’altra branca del cinema erotico con sfondo conventuale, il classico decamerotico.

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Grazie ad un ottimo cast, Paolella gira una pellicola di discreto valore, nella quale spicca principalmente la buona ricostruzione storica;assolutamente in linea il cast che vede nel ruolo principale, quello di Suor Giulia da Mondragone l’attrice inglese Anne Heywood, non nuova al cinema conventuale; nel 1969 infatti aveva lavorato in La monaca di Monza (regia di Eriprando Visconti) nel ruolo della sventurata Virginia De Leyla e chiamata ancora una volta a interpretare una parte scabrosa, quella di Giulia di Mondragone, assetata di potere a tal punto da sacrificare le proprie idee, la propria dignità e in fondo anche il suo amore per Suor Chiara in nome della sua ambizione.

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Nel cast figura anche una giovane e bella Ornella Muti, l’unico personaggio davvero positivo del film ed anche l’unica a scansare la furia dell’Inquisizione, rappresentata dal torvo Carafa, uomo implacabile e infervorato dalla sua missione, convinto di dover estirpare il male con tutti i mezzi possibili, incluso l’uso abominevole della tortura.
Il ruolo di Carafa è svolto in modo inappuntabile da Luc Merenda,mentre l’Arcivescovo di Napoli è Claudio Gora.
Spazio anche a Martine Brochard, bravissima nel ruolo di Suor Chiara, amante di Suor Giulia.
Discrete sia le musiche che le scenografie, mentre ottima è la fotografia.
Le monache di Sant’Arcangelo è un film di discreta reperibilità, oggi disponibile anche in digitale, mentre un suo passaggio televisivo è abbastanza improbabile anche per la tematica trattata.

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Le monache di Sant’Arcangelo
Un film di Domenico Paolella. Con Luc Merenda, Ornella Muti, Martine Brochard, Anne Heywood, Claudio Gora Drammatico, durata 103′ min. – Italia 1973.

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Ornella Muti: suor Isabella
Pier Paolo Capponi: don Carlos Ribera
Anne Heywood: badessa Giulia di Mondragone
Claudia Gravi: badessa Carmela
Maria Cumani Quasimodo: badessa Lavinia
Martine Brochard: suor Chiara
Luc Merenda: vicario Carafa
Claudio Gora: emin. cardinal d’Arezzo
Duilio Del Prete: Pietro
Muriel Catalá: Agnese
Gianluigi Chirizzi: Fernando

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Regia Domenico Paolella
Soggetto Domenico Paolella
Sceneggiatura Tonino Cervi
Produttore Tonino Cervi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Claudio Cinini, Giovanni Fratalocchi
Costumi Osanna Guardini

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L’opinione dell’utente sasso 67, dal sito http://www.filmtv.it
La trama del film deriva da un fatto di cronaca verificatosi nei pressi di Napoli nel 1577 e sfociato in un processo inquisitoriale. La materia non è nuovissima nemmeno per il cinema, basti pensare ad opere come Made Giovanna degli Angeli di Kawalerowicz o a I diavoli di Ken Russell, che aveva lanciato alla grande il filone “conventuale”. Ovviamente, l’aspetto pruriginoso della vicenda ha un ruolo preponderante, come del resto ebbe nella realtà, ma questa volta il regista cerca di non insistere eccessivamente sulle immagini piccanti e di aggiungere un elemento “politico” a condizionare la conduzione della faccenda da parte delle autorità ecclesiastiche. Tra le quali emerge la forte personalità di Monsignor Carafa, vicario dell’Arcivescovo di Napoli. Mentre quest’ultimo si dimostra prudente, ma anche titubante e pilatesco, il giovane Carafa (probabilmente quel Decio Carafa che sarà poi a sua volta arcivescovo di Napoli e cardinale) è deciso a combattere la corruzione e gli intrighi, sebbene abbia delle remore morali di fronte alla tortura e alla pena di morte.
Bisogna dire che il compito è svolto da Paolella con il professionismo di cui era dotato e, a parte un finale da tragedia greca, con tanto di cicuta, che stona con altri momenti di buona ricostruzione storica, si tratta di uno spettacolo, in certi limiti, dignitoso.

L’opinione dell’utente Homesick, dal sito http://www.davinotti.com
Rievocazione di un fatto di cronaca claustrale del XVI secolo – lo scandalo del convento di Sant’Arcangelo a Bajano – varca i limiti del voyeurismo e dei sadomasochismi da bancarella imposti dal filone nunsploitation allora in voga per soffermarsi sulla cura di fotografia, costumi e suppellettili e sul rilevamento dell’aspetto psicologico e politico, massimo nell’invettiva anticlericale pronunciata dalla moritura Heywood. Impegnato a rispecchiare risolutezza moralizzatrice e dubbi del vicario Carafa, Merenda acquisisce un inedito carisma, anche in virtù del doppiaggio di Sergio Graziani.

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Maggio 24, 2013 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Le calde notti di Poppea

Le calde notti di Poppea locandina 2

La biondissima e procace Poppea si trasferisce dalla campagna a Roma in cerca di giustizia, subito dopo esser stata stuprata in un campo di grano; è una donna che sa quello che vuole, tuttavia finisce per andare ad esercitare il mestiere più vecchio del mondo del bordello di Calpurnia.
Qui conosce l’affascinante console Claudio Valerio, del quale si innamora perdutamente, ma l’uomo che è di costumi probi, la rifiuta.
Poppea poserà per una statua ordinata dall’imperatore Nerone per poi sposare il figlio del senatore Tarquinio; alla fine dopo alcune avventure riuscirà a sposare l’imperatore.

Le calde notti di Poppea 2
Le calde notti di Poppea, opera di Guido Malatesta diretta nel 1969 è un tardo peplum che fa parte della nuova frontiera del peplum stesso, la stessa che vivacchiò per breve tempo nel connubio (scellerato) tra eros e storia.
Film senza alcuna aderenza storica (Poppea non entrò mai in un postribolo e sposò Rufrio Crispino un appartenente all’ordine equestre capo della guardia pretoriana), quello di Malatesta; girato in una Roma assolutamente improbabile, grazie ai residuati del glorioso periodo dei peplum con gli avanzi dei set precedenti,Le calde notti di Poppea è un filmucolo senza nessunissima pretesa.

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L’unico motivo di interesse,all’epoca dell’uscita del film, era la presenza nel cast della biondissima e avvenente Olinka Schoberova alias Berova,attrice di origini ceche lanciata con molta fantasia come l’alternativa ad altre due biondissime  (e di ben altro calibro) star come Brigitte Bardot e Ursula Andress.
Costruito su una sceneggiatura sfilacciata da Gianfranco Clerici e dallo stesso Guido Malatesta,Le calde notti di Poppea ha dalla sua solo una discreta elaborazione scenica (Malatesta aveva partecipato ad altri film mitologici) ad onta di un cast di comprimari nemmeno mal assortito che comprende Brad Harris (il console Valerio),Howard Ross (Marco),Femi Benussi (Livia),Daniele Vargas.

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Le calde notti di Poppea 10
Questo film è passato in tv molto tempo fa, ed è di difficilissima reperibilità anche in versione di riversaggio da VHS.

Le calde notti di Poppea, un film di Guido Malatesta, con Olga Schoberová, Brad Harris, Gia Sandri, Renato Rossini, Femi Benussi, Daniele Vargas, Carla Calò, Ignazio Balsamo, Demeter Bitenc, Tullio Altamura, Fortunato Arena, Silvio Bagolini, Albert Balsamo, Peggy Cunningham, Tony Corty, Sandro Dori, Francesco De Leone, Antonietta Fiorito, Nello Pazzafini, Alberto Sorrentino Storico/erotico,Italia 1969

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Le calde notti di Poppea 1

Le calde notti di Poppea banner personaggi

Olga Schoberová: Poppea
Brad Harris: Claudio Valerio
Gia Sandri: Lucrezia
Howard Ross: Marco
Femi Benussi: Livia
Sandro Dori: Nerone
Carla Calò: Calpurnia
Ignazio Balsamo: Tarquinio
Nello Pazzafini: Padre Colonnius
Daniele Vargas: Sacerdote di Venere

Le calde notti di Poppea banner cast

Regia Guido Malatesta
Soggetto Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Produttore Fortunato Misiano
Casa di produzione Romana Film
Distribuzione (Italia) Trans Film
Fotografia Augusto Tiezzi
Montaggio Jolanda Benvenuti
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia Pier Vittorio Marchi
Costumi Walter Patriarca
Trucco Anacleto Giustini

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Le calde notti di Poppea foto 1

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Le calde notti di Poppea locandina 4

Le calde notti di Poppea flano

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Le calde notti di Poppea locandina 2

Le calde notti di Poppea locandina 3

 

Maggio 22, 2013 Posted by | Erotico | , , , | Lascia un commento

In nome del popolo italiano

In nome del popolo italiano locandina 2

Un film autenticamente profetico, amarissimo e spietato, un ritratto di un paese, l’Italia, che in oltre 40 anni (il film è del 1971) non ha praticamente mai mutato pelle, trasmettendo come un gene malato i difetti che Dino Risi analizza e descrive con grande maestria.
Un ritratto a tinte fosche, buie, di due personaggi in antitesi per ruoli occupati, per personalità, per modo di vivere, per status quo; un magistrato e un bieco affarista, un palazzinaro arrogante e corruttore, puttaniere e vanaglorioso.
Due mondi che ci riconducono ai giorni odierni, con l’irrisolto problema del conflitto fra la magistratura e il potere economico, che è anche potere politico.

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Lui, Mariano Bonifazi, giudice istruttore, è un uomo grigio ma incorruttibile, fortemente politicizzato e sopratutto nauseato da quello che vede intorno a se, ovvero la disonestà nella vita pubblica e nella politica, il malaffare nei rami più importanti del lavoro come l’edilizia, che vedono il massimo epigone in Renzo Santenocito, espressione compiuta di un sottobosco di imprenditori capaci di mettere le mani su tutto, creando disastri a livello ambientale, corrompendo funzionari della pubblica amministrazione e politici, uno che con la sua attività di palazzinaro deturpa in maniera orribile il paesaggio, creando ecomostri costruiti peraltro con materiali scadenti.
Risi racconta le due storie contrapposte di Bonifazi e Santenocito non parteggiando per nessuno dei due: i due personaggi infatti risultano da subito antipatici e supponenti.

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Se il magistrato gira in bici e con l’Unità nella tasca della giacca, mangia in trattoria e vive modestamente a lui viene contrapposta la figura meschina e ipocrita dell’imprenditore che gira in Maserati, partecipa a feste in costume ed ha tutta l’arroganza e la supponenza della classe sociale di appartenenza; ma entrambi non ispirano simpatia, estremi come sono di una società che da troppo potere ad entrambi.
Una situazione che, come sappiamo, è ancora oggi drammaticamente presente nella nostra società.
Il film inizia con il confronto a distanza tra i due; Bonifazi è impegnato a indagare sul perchè Silvana Lazzorini, una ragazza squillo d’alto bordo sia morta in modo sospetto; il magistrato scopre da subito che Santenocito potrebbe essere implicato nella morte della ragazza e decide di convocarlo in questura.

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Ely Galleani

 

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Simonetta Stefanelli

L’imprenditore viene così portato di peso, reduce da una festa e con addosso ancora il costume da legionario romano davanti al magistrato, al quale fornisce un alibi all’apparenza inattaccabile.
La sera della morte della ragazza era impegnato in una partita a carte con l’anziano padre.
Non è vero, ma Santenocito dà per scontato che suo padre avallerà l’alibi.
Da questo momento le indagini di Bonifazi subiscono una brusca accelerazione.
Scopre infatti che la ragazza presenta delle ecchimosi sul corpo, che ha nel sangue tracce di Ruhenol,un farmaco ipnotico e che quindi potrebbe essere stata uccisa.
Una serie di coincidenze porterà quindi Santenocito in galera; nonostante l’uomo protesti la sua innocenza, Bonifazi, convinto al contrario della sua colpevolezza scoprirà grazie ad un diario appartenuto a Silvana che la ragazza è morta suicida per amore.

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Vittorio Gassman

Nella parte finale del film troviamo il magistrato impegnato a leggere il diario mentre per le strade impazza la folla in festa per la vittoria della nazionale italiana su quella inglese; una vittoria festeggiata con atti di puro vandalismo, da una folla che appare, agli occhi del magistrato, non meno spregevole dell’imprenditore.
In un finale cinico, vediamo Bonifazi, che ha le prove dell’innocenza di Santenocito, bruciare il diario di Silvana su un auto preda delle fiamme, un auto davanti alla quale c’è ancora la proprietaria del veicolo, intenta a inveire contro i teppisti autori dell’atto.
Il magistrato decide di fare giustizia da se, assumendosi arbitrariamente il ruolo di carnefice;così Santenocito paga per l’unica colpa non commessa, paga le sue malefatte nel campo dell’imprenditoria, paga il suo essere un corruttore, un uomo senza morale e un fascista.
Quella del fascista è l’immagine più forte costruita da Risi nel finale; Bonifazi attribuisce a lui il corpo e il viso di un paracadutista che con i suoi commilitoni sfila cantando un inno fascista, così come raffigura Santenocito in altre maschere tragiche che popolano le strade della città con la gente in festa per la vittoria della nazionale.
Così Bonifazi è costretto a guardare il peggio dei vizi italici, di quella gente pronta a sfilare per una partita di calcio ma non per cose ben più importanti; e la raffigurazione visiva di Santenocito, caricaturale e oscena, finisce per essere l’emblema di un popolo in cui le virtù sono oscurate dalle troppe debolezze.
In nome del popolo italiano è un film politico e sociale, un film in cui la denuncia dello strapotere della magistratura si mescola alla denuncia dell’affarismo senza scrupoli.
Ma tutti escono con le ossa rotte dal film e non sembra esserci nemmeno un barlume di speranza per il futuro dello sciagurato popolo che abita lo stivale; il futuro dimostrerà che purtroppo Risi ci aveva visto giusto.

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Ugo Tognazzi

Grazie alla presenza di due grandissimi attori come Ugo Tognazzi (Bonifazi) e Vittorio Gassman (Santenocito), Dino Risi costruisce un film di grandissimo livello, degno prosecutore della tradizione della commedia all’italiana, quella però vestita di impegno sociale e politico, quella per intenderci creata da grandissimi registi come Petri, Rosi, Damiani ecc..
I due grandi protagonisti si esibiscono in una gara di bravura senza vincitori, perchè tale è il livello della loro recitazione da rendere persino ingiusto un tentativo di attribuire la palma del migliore a due attori che hann fatto la storia del cinema italiano.

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Il resto del cast non sfigura di certo, grazie alle presenze professionali di Ely Galleani, che sta in scena per poco ma con grande bravura, di Yvonne Furneaux (la moglie di Santenocito), di Simonetta Stefanelli (la figlia), di Enrico Ragusa, grande nel ruolo del padre dell’imprenditore.
In nome del popolo italiano è un film che passa regolarmente in tv per cui è di facilissima reperibilità sia in riduzioni tv rip che in vari formati digitali.
Un film da non perdere, uno dei capolavori del cinema italiano del passato.

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In nome del popolo italiano
Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Yvonne Furneaux, Renato Baldini, Ely Galleani,Michele Cimarosa, Checco Durante, Pietro Tordi, Pietro Ceccarelli, Franco Angrisano, Simonetta Stefanelli, Paolo Paoloni, Mario Maranzana Commedia, durata 103′ min. – Italia 1971.

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Ugo Tognazzi: Giudice Mariano Bonifazi
Vittorio Gassman: Lorenzo Santenocito
Ely Galleani: Silvana Lazzorini
Yvonne Furneaux: Lavinia Santenocito
Pietro Tordi: Prof. Rivaroli
Simonetta Stefanelli: Giugi Santenocito
Franco Angrisano: Colombo
Renato Baldini: Ragioniere Cerioni
Pietro Nuti: Avvocato di Santenocito
Checco Durante: Pironti, l’archivista
Maria Teresa Albani: Signora Lazzorini
Gianfilippo Carcano: Signor Lazzorini
Edda Ferronao: Cameriera di Santenocito
Franca Scagnetti: La portinaia
Michele Cimarosa: Maresciallo Casciatelli
Enrico Ragusa: Riziero Santenocito, il padre
Pietro Ceccarelli: Inserviente al Palazzo di Giustizia
Franco Magno: Industriale
Marcello Di Falco: Segretario di Santenocito
Paolo Paoloni: Primario della clinica psichiatrica
Giò Stajano: Floriano Roncherini
Franca Ridolfi: Doris, l’attrice
Francesco D’Adda: Lipparini, cancelliere
Vanni Castellani: Sirio
Claudio Trionfi: Giornalista TV

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Regia Dino Risi
Soggetto Age & Scarpelli
Sceneggiatura Age & Scarpelli
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione International Apollo Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Sandro D’Eva
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Carlo Rustichelli, eseguite da Il Punto
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Enrico Sabbatini

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Corrado Gaipa: Enrico Ragusa
Donatella Gambini: Simonetta Stefanelli
Ludovica Modugno: Ely Galleani
Stefano Satta Flores: Pietro Nuti
Mario Frera: Michele Cimarosa

In nome del popolo italiano banner recensioni

L’opinione dell’utente zombi tratta da http://www.filmtv.it
Ebbene si un gran bel film. e una gran bella conferma a distanza di tanto tempo dall’ultima volta che lo vidi. tutto ciò che si possa desiderare da un film e pure troppo. risi con la complicità degli sceneggiatori e dei suoi attori(dai protagonisti ai caratteristi)dipinge finemente un racconto morale su un paese che di morale non ne ha mai avuta. il magistrato tognazzi integerrimo, si rende colpevole di distruzioni di prove che scagionano l’industriale e intrallazzatore polivalente gassman solo per poterlo sbattere in galera. con la falsa illusione naturalmente di distruggerlo pubblicamente. vana perchè la storia ci insegna che in italia coloro che si macchiano di colpe ai danni dello stato italiano, spesso siedono su un bel seggiolone in parlamento a legiferare in nome di un popolo che non si merita un cazzo, a detto del costruttore cementificatore e inquinatore gassman. ed è forse anche alla luce di ciò che tognazzi compie quel passo di illegalità. nessuno si salva in quel paese dove la gente è unita solo ed in occasione di una partita di calcio. il calcio il cuore puro del tipico italico abitatore dello stivale… con una naturalezza e semplicità che è dei grandi (risi, age e scarpelli, tognazzi e gassman mica tizio caio e sempronio tanto per dire)ci introducono in una rappresentazione grottesca dell’italia di quegli anni(?!)in cui grande industria, politica e malaffare andavano a braccetto in un balletto mostruoso dove gli affari si gestivano meglio intorno ad un tavolo e possibilmente con il corredo di fantomatiche attrici, modelle e pourquoi pas!!, di giovani figlie di… che accondiscendevano per un dopo cena in camera da letto. un giro di giovani che si “esplicavano” per mantenere un madre pensionata e un padre poeta senza lavoro e poca arte, da far impallidire anche il più scafato dei magistrati. i mostri di risi, age e scarpelli sarebbe bello facessero parte della galleria dei nostri capolavori cinematografici e sembra strano che nessuno all’epoca gridasse indignato che “i panni sporchi non si lavano in pubblica piazza”, anche se forse era meglio divertire gli italiani con puttane per politici e prelati, per distoglierli da ben altre gattacce da pelare. immenso lavoro di squadra dei due “mostri” tognazzi-gassman, tanto in sottrazione il primo quanto istrionesco il secondo. i dubbi finali di tognazzi erano anche i miei ma è valso la pena buttare al vento la propria rettitudine per una sacrosanta merda che dopo qualche anno finiva magari al parlamento?… onore e merito naturalmente all’arte dei caratteristi e quindi renato baldini compagno dell’ex moglie del magistrato in cerca di soldi, il maresciallo di michele cimarosa, pietro tordi professore che fa le autopsie e pietro ceccarelli inserviente di palazzo di giustizia dispensatore di aforismi.

L’opinione dell’utente Legnani tratta dal sito http://www.davinotti.com
Enormi Gassman (indimenticabile quand’appare in costume: ostenta potere e sicurezza come solo lui, al tempo, riusciva a fare) e Tognazzi, così mostruosamente bravi che alla prima vista non fanno vedere le altre facce. Rivedere il film, invece, permette di notare che il contorno è degnissimo. Al tempo il finale mi lasciò perplesso, invece si ricollega perfettamente alle frasi iniziali di Tordi, ha un piacevole sapore felliniano ed è perfetta conclusione in pieno stile cinico-risiano. Attuale, ahimè. Lo stabilimento marino “Rustichelli” è strizzata d’occhio all’autore della colonna sonora.

L’opinione del sito http://www.ilfuturodellamemoria.it
L’integerrimo magistrato Bonifazi (Ugo Tognazzi) sospetta lo speculatore edilizio Santenocito (Vittorio Gassman) di essere colpevole della morte di una studentessa. Fra i due si scatena un duello serrato, e quando Bonifazi avrà la prova dell’innocenza del suo “nemico”, la distruggerà: Santenocito, che l’aveva sempre fatta franca per le sue malefatte, per una volta pagherà con gli interessi. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, In nome del popolo italiano è una delle più pungenti commedie italiane degli anni ’70, un film sanamente “cattivo”, con divagazioni nel grottesco e un notevole coraggio politico. Formidabile il duetto dei due mattatori Tognazzi e Gassman.

L’opinione del Morandini
Giudice integerrimo e moralista sospetta industriale fascistoide brillante e senza scrupoli della morte di una tossicomane. Un diario gli rivela l’innocenza dell’incriminato. Distrugge la prova. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, è una delle più pungenti commedie italiane dei ’70. Formidabile duetto di due mattatori: Tognazzi in sordina, Gassman grottesco.

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Maggio 19, 2013 Posted by | Drammatico | , , , , , | 7 commenti

Gungala la vergine della giungla

Gungala la vergine della giungla locandina 1

Un grosso diamante rubato ad una tribù, un avventuriero senza scrupoli, due cercatori d’uranio e una misteriosa ragazza che gira seminuda per la giungla e che porta appeso al collo il misterioso diamante.
Sono questi gli ingredienti di Gungala la vergine della giungla, un film diretto da Romano Ferrara sotto lo pseudonimo di Mike Williams nel 1968 e che appartiene al filone delle jungle girl, le eroine che imitano il Tarzan di Edgar Rice Burroughs.
Un filone che include le varie Tarzana,Sheena ecc.,personaggi che ebbero vita effimera e fama poco più che modesta in film generalmente dal basso costo, come questo Gungala che ebbe il merito di essere il primo a presentare una variante in gonnella del celebre Tarzan.

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Un discorso che non vale per il campo dei fumetti, dove viceversa le eroine della giungla (le jungle girls) ebbero un posto al sole grazie a numerose pubblicazioni che vedevano protagoniste affascinanti ragazze che vivevano nella giungla come il loro eponimo Tarzan in mezzo a mille pericoli, una specie di femministe emancipate discinte pronte a combattere con orde di selvaggi o ad affrontare a mani nude belve e animali della giungla stessa.
Eroine che avevano il nome di Leopard girl, Robin Crusoe o Jane,Liane e Pantera bionda,Zegra e Vooda, belle ed affascinanti nei loro costumi (ridottissimi) ricavati da pelle di fiere, in genere tigri o leopardi.
E la Gungala di Ferrara non fa eccezione a questo look, indossa un ridottissimo due pezzi e si muove come Tarzan agilmente nella giungla correndo di liana in liana, oppure nascondendosi dietro i cespugli per sfuggire al bieco Woolf, l’avventuriero che in compagnia del padre di Gungala ha sottratto il diamante alla tribu dei Bosok, prima di perire in un incidente aereo.

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Ferrara racconta quindi in parallelo le ricerche del trio di improvvisati esploratori, ovvero Woolf,l’ingegner Chandler e la sua fidanzata Fleur e dell’invisibile Gungala, che alla fine della storia in seguito alla morte di Woolf per bocca di una pantera sparirà nella giungla, dando modo a Ruggero Deodato di costruire in fretta e furia un sequel che verrà intitolato Gungala la pantera nuda.
Un film che aldilà dell’ambientazione naturalistica affascinante (peraltro parecchio sospetta) e delle grazie della bella Kitty Swann altro non mostra;l’avventura latita alquanto e i rari momenti di interesse sono legati alla presenza della bella Swann (Kirsten Svanholm), che girò una quindicina di film in 7 anni tra il 1965 e il 1972 per poi sparire nel nulla.
In Italia la Swann è ricordata, poco per la verità, per le partecipazioni a Forza ‘G’ e a Tarzan e la pantera nera e il motivo è comprensibile; oltre la bellezza davvero notevole, la Swann non sembra possedere particolari doti recitative.

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Vero è che nel film di Romano resta in scena per poco più di un quarto di pellicola,che spesso indugia in bellissime sequenze a sfondo naturalistico, che però sono sicuramente di repertorio;Romano riesce a mixare il tutto con abilità dando l’illusione del realismo delle scene stesse, abbellite con le presenza di qualche animale esotico, inclusa l’immancabile scimmietta.
Il film ebbe un discreto successo, legato ovviamente alla presenza in abiti ridottissimi della Swann; siamo nel 1967 e ogni centimetro di epidermide rubato alle implacabili forbici dei censori si tramuta in motivo di interesse per il pubblico.

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Visto che Gungala ogni tanto (molto raramente) mostra il seno oppure si fa l’immancabile bagno nuda come un verme in uno specchio d’acqua, ripresa abbastanza da lontano e velocemente sempre per sfuggire all’ira dei censori, ecco che c’è qualche motivo ulteriore di interesse.
Ma la pellicola resta abbastanza noiosa, sopratutto ad una visione odierna.
Gungala la vergine della giungla è di difficile reperibilità, nonostante sia stato trasmesso, in versione purgata, su reti private nel corso degli anni.Vale una visione solo se veramente appassionati del genere.

Gungala la vergine della giungla
Un film di Romano Ferrara. Con Kitty Swan, Linda Veras, Poldo Bendandi, Conrad Loth, Archie Savage,Valentino Macchi, Alfred Thomas Avventura, durata 94 min. – Italia 1968

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Kitty Swan … Gungala
Linda Veras … Fleur
Poldo Bendandi … Wolf
Conrad Loth … Chandler
Archie Savage … Thao
Antonietta Fiorito … Signora Caroli
Valentino Macchi … Missionario

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Regia: Romano Ferrara
Sceneggiatura: Romano Ferrara,L.A. Rotherman
Produzione: Fortunato Misiano
Musiche:Angelo Francesco Lavagnino
Fotografia:Augusto Tiezzi
Montaggio:Jolanda Benvenuti
Production Design :Pier Vittorio Marchi
Costumi:Walter Patriarca

L’opinione dell’utente Disater man tratta da http://www.filmtv.it
Non ho capito perchè viene definito avventuroso-erotico quando di erotismo ce n’è meno di zero, a meno che la versione che passa in TV sia pesantemente tagliata. Per questo non riesco nemmeno a spiegarmi il bollino rosso fisso con tanto di VM14 iniziale quando viene trasmesso di notte da Italia1. A parte ciò devo dire che il film è abbastanza bello, oggi appare veramente molto datato ma è tuttora affascinante e si lascia seguire senza annoiare mai, peccato solo per il finale un po’ affrettato. Fotografia ottima, anche se a quanto ho capito è stato girato tutto in Italia e per nulla in Africa. Linda Veras bellissima, molto più della Swan.

L’opinione dell’utente Legnani tratta da http://www.davinotti.com
Funziona Poldo Bendandi (protagonista! doppiato da Cigoli!) come truce avventuriero, funzionano (per il ’68) le tettine della Swan (che sta in scena forse 15′). Tutto il resto è pazzesco, pertanto adorabile. Di rara spudoratezza l’uso delle immagini africane di repertorio, intervallate con scene girate sulle rive di un lago laziale costiero (Fogliano?), con nessi causa-effetto esilaranti: disponendo di una scena in cui uno stormo si alza di colpo in volo, si fa sparare (senza motivo) un colpo di fucile da un personaggio. I negri dicono “Buana”..

L’opinione dell’utente IlGobbo tratta da http://www.davinotti.com
Per impadronirsi di un diamante un losco cacciatore accetta di scortare una spedizione scientifica nel cuore del Congo… Tarzanico al femminile, con seguito, che vede protagonista la piuttosto nuda Kitty Swan, una sorta di Megan Gale ante litteram di origine olandese, che mostra le sue grazie e grugnisce comandando varie bestie. Non male anche la Veras, il resto è esotismo da fumetti tipo Vittorioso o Audace, di una noia disumana. Ma agli spettatori del tempo dev’essere parso chissà che… Si intravede Bobby Rhodes giovane e capelluto.

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Maggio 12, 2013 Posted by | Avventura | , | 1 commento

Contronatura (1969)

Contronatura locandina 5

Sei persone, in viaggio su un auto, sono in viaggio per raggiungere Brighton, località nella quale Sir Archibald Barrett deve recarsi per consegnare ad un giudice dei documenti che lo renderanno proprietario del patrimonio di suo cugino, Richard Wright, che l’uomo dovrebbe ereditare rendendo ancor più cospicuo il suo notevole patrimonio.
Nell’auto, con Archibald, viaggiano il contabile dell’uomo,Ben Taylor in compagnia della moglie Vivian oltre al fattore Alfred che è a sua volta accompagnato dall’amante,Margareth e l’autista dell’auto.
Un violento temporale imperversa sul tratto che il gruppo sta percorrendo con la conseguenza di far impantanare l’auto nel fango.
Mentre infuria la tempesta d’acqua,Alfred scorge alla luce dei lampi uno chalet.

Contronatura 2

 

Contronatura 1
All’interno dello stesso ci sono due persone, Uriah e sua madre Herta, che al momento dell’arrivo del gruppo sono vicino al camino immerso nella penombra.
Uriah mostra di conoscere Archibald, definito dallo stesso “l’uomo più ricco della contea“;nel frattempo l’anziana Hertha è immersa in uno stato di trance, causata secondo il racconto di Uriah da un’interruzione della catena di una seduta spiritica alla quale la donna partecipava.
Nel frattempo il gruppo si riduce a sette persone; l’autista infatti decide di sfidare il temporale per andare a cercare un auto per allontanarsi da quel posto tetro in cui sembra accadere qualcosa di strano.
Hertha infatti esce dal suo stato catatonico per pronunciare il nome del defunto Richard Wright, l’uomo che ha lasciato ad Archibald i suoi beni.

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Uriah riesce a convincere il gruppo a formare una catena in modo da permettere a sua madre di uscire definitivamente dallo stato in cui si trova e lo snob Archibald, con una risata, accetta.
Ma la seduta spiritica si rivelerà una trappola mortale, per il gruppo.
Hertha, poco alla volta, rivela durante la trance l’oscuro passato di ciascuno dei componenti del gruppo;quello di Alfred che, scoperto in un momento di intimità con la sua amante Margareth provocò la morte della legittima moglie,quello di Vivian, che si era infatuata della bella moglie del defunto Richard Wright, quello di Archibald che per denaro aveva avvelenato Wright lasciando credere a Ben Taylor di esserne il responsabile e infine il passato di quest’ultimo, che si lasciò incolpare della cosa per nascondere l’oscura colpa di Vivian.
Da quel momento tra i cinque inizia una specie di resa dei conti che….

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E’ decisamente un bel film Contronatura, diretto a Antonio Margheriti nel 1969 sotto lo pseudonimo di Antony Dawson; un gotico con tracce horror e circondato da un’aura di sovrannaturale che verrà più chiaramente spiegata nell’illuminante e tragico finale.Un film ispirato liberamente al racconto di Dino Buzzati Eppure bussano alla porta, pubblicato nella raccolta La boutique del mistero.
Un film tutto d’atmosfera, nel quale grazie ad un sapiente uso del flashback si conoscono tutti i particolari delle vite private dei cinque ospiti dello chalet, che apprenderemo essere uno dei luoghi nelle disponibilità del neo erede sir Archibald che lo ha ereditato da Richard Wright.
Proprio attraverso l’uso del flashback impariamo a conoscere il passato segreto e tragico dei protagonisti, attraverso continui andirivieni tra il presente lugubre e angosciante, testimoniato anche dal furibondo temporale che imperversa nella zona e dalla profonda immersione nella penombra della scena principale, che vede i sette personaggi muoversi nell’angusta stanza dello chalet, nel quale troneggia il tavolo al quale sono seduti Sir Archibald e Ben.

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L’implacabile voce di Hertha fa da trait d’union fra passato e presente, ricordando ai presenti le nefandezze commesse.
La macchina da presa di Margheriti si muove così con lentezza sui volti dei protagonisti, mentre rivedono nella mente un passato terribile fatto di delitti di ogni genere, indugiando anche su una scena avulsa da quella principale, ovvero l’improvvisa passione che agita Vivian verso Margareth, che culminerà in una scena saffica alla quale Margareth resisterà dopo un iniziale abbandono.
Attraverso l’implacabile voce di Hertha, vediamo quindi le gesta terribili di cui si sono resi responsabili i protagonisti, con la relazione proibita tra Alfred e Margareth, l’infatuazione innaturale di Vivian per la bella moglie di Richard ecc.
Il film si muove così mostrando la corruzione morale dei protagonisti, nessuno dei quali è immune da peccati tremendi.
E alla fine, quasi in un giudizio apocalittico, vedremo gli squallidi protagonisti della storia o meglio, delle storie ricavare il giusto castigo.

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Gran merito della riuscita del film va ascritto alle ottime prove del cast che Margheriti sceglie per il film; pur non essendo composto da attori di primo piano, il cast stesso fa cose egregie diretto benissimo da Margheriti.
Bene quindi Giuliano Raffaelli che interpreta il velenoso (in tutti i sensi) Sir Archiblad, cosi come ottimi sono Luciano Pigozzi nel ruolo del diabolico Uriah e Claudio Camaso in quello di Alfred.
Ottimo anche il cast femminile, composto da tre brave attrici come Marianne Koch (Vivian), Dominique Boschero ( Margareth) e Helga Anders, che interpreta la fintamente angelica Elizabeth; chiude il gruppo l’impenetrabile ed enigmatica Marianne Leibl nel ruolo di Hertha.

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Davvero ottima la fotografia di Riccardo Pallottini mentre a Margheriti, che cura contemporaneamente soggetto, sceneggiatura e regia va riconosciuto il merito di aver creato un’opera di vera suspence senza utilizzare effetti speciali o splatter.
Contronatura è un film che è possibile vedere su You tube all’indirizzo http://youtu.be/kwkS3yttEhs in una versione di discreto livello; un’opera che consiglio vivamente di non perdere.

Contronatura (Unnaturals), un film di Antonio Margheriti (Anthony Dawson), con Joachim Fuchsberger,Marianne Koch,Dominique Boschero,Helga Anders,Luciano Pigozzi Gotico/Thriller, Italia 1969 Titolo originale Schreie in der Nacht

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Joachim Fuchsberger : Ben Taylor
Marianne Koch : Vivian Taylor
Helga Anders : Elizabeth
Claudio Camaso : Alfred
Luciano Pigozzi : Uriat
Dominique Boschero : Margareth
Giuliano Raffaelli : Sig. Barret
Marianne Leibl : Sig.ra Uriat

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Regia Antonio Margheriti
Soggetto Antonio Margheriti
Sceneggiatura Antonio Margheriti
Produttore Franco Ciferri, Artur Brauner
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Otello Colangeli
Effetti speciali Antonio Margheriti
Musiche Carlo Savina
Scenografia Fabrizio Frisardi

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L’opinione dell’utente Cotola, dal sito http://www.davinotti.com:
Splendido gotico italiano, intriso di mistero ed in cui lo spettatore è catapultato sin dai primi minuti in un luogo dalle atmosfere tese e putrescenti, rimanendone invischiato e non riuscendone ad uscirne se non alla fine. Tecnicamente molto valido, può contare su una buona sceneggiatura e su un ottimo ritmo. Poi c’è quella scena…chissà che il buon Kubrick non ne abbia tenuto conto. Quando si dice un gran film di genere.

L’opinione dell’utente Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com:
Il miglior horror di Antonio Margheriti per uno dei migliori gotici italiani, tutto basato sul tema della vendetta e della giustizia “soprannaturale”. Si respira un’aria davvero inquietante, grazie all’ambiente in cui si svolgono le vicende (l’isolato villino) e le straordinarie musiche di Carlo Savina, che verranno usate successivamente in numerosi altri film. Nota d’onore anche per il cast (su cui spiccano la bellissima Dominique e Luciano Pigozzi). Notevole il finale.

L’opinione dell’utente wega dal sito http://www.filmscoop.it:
Se per una buona parte “Contronatura” sembra essere una noiosa storia di fantasmi di genere, rivela l’ eccellente lavoro di Margheriti nel secondo tempo. Al di là dell’ ottima ricostruzione storica il film è costruito con un sapiente uso del flashback e del montaggio parallelo, col quale la medium ci porta ogni volta nella dimensione parallela di un passato corrotto o criminoso dei protagonisti della vicenda. Mescolando abilmente giallo, erotismo e horror, e abbondonandone qualsiasi approccio gore, la tematica principale è il passato che riemerge per inghiottire il presente, che si esemplifica anche a livello figurativo nel splendido e notevole finale.

L’opinione del sito http://www.exxagon.it
Ritenuto da alcuni il miglior film di Margheriti, Contronatura è una ghost story di gusto gotico insolito, senza segrete né ragnatele ma di notevole atmosfera. Se la prima parte del film può risultare un po’ lenta questo limite vien meno con l’inizio dei flashback che rivelano i torbidi retroscena delle vite dei protagonisti. Margheriti evita l’effetto truculento per concentrarsi sulla costruzione dei personaggi e sulla vita di questi che con le loro bassezze e le loro vite equivoche sono assolutamente in linea con i temi dello spaghetti thriller in voga negli anni ’60. Diverse le scene erotiche a tono lesbo che però viste con occhio moderno non esaltano più di tanto. Curata invece la realizzazione tecnica, soprattutto la fotografia di Riccardo Pallottini. L’intrigo che lega i personaggi ha toni prosaici ma il film termina in una dimensione metafisica niente male e non del tutto prevedibile. Abbastanza solide le interpretazioni.

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Maggio 9, 2013 Posted by | Horror | , , | 3 commenti

A doppia faccia

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In un incidente d’auto, evidentemente doloso,muore la ricca Helen.
La polizia indaga e punta il dito sul marito della defunta,John Alexander, che in qualità di unico erede è chiaramente il maggior sospettato.
Mentre qualcuno costruisce prove false, John crede di riconoscere la defunta moglie in un’attrice che ha girato un film pornografico…
Plot scarno ed essenziale questo, per non rivelare in anticipo la trama di un film, A doppia faccia, che richiede una visione attenta per essere gustato appieno; un film però, lo dico subito, pieno di difetti e di pause, tributario in maniera fin troppo evidente del celebre La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock.
Diretto da Riccardo Freda, che nell’occasione utilizza il suo abituale pseudonimo di Robert Hampton, A doppia faccia è tratto dal romanzo The face in the night di Edgar Wallace, uno degli scrittori di gialli più saccheggiati della storia del cinema.

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In questa occasione Freda fa scrivere il soggetto a Lucio Fulci, che nello stesso anno presenterà la sua variazione sul tema della moglie morta-forse viva, quel Una sull’altra che alla resa dei conti si rivelerà essere ben al di sopra dell’opera di Freda.
Il film non è da gettare, in quanto la mano del regista di Alessandria d’Egitto c’è e si vede, ma è anche inficiato dal basso budget utilizzato per girare la pellicola, cosa che si traduce in un paio di sequenze davvero dilettantesche, come la ricostruzione dell’attentato nel quale muore Helen (con modellini di auto utilizzati in modo da gridar vendetta) e nella scena dell’incidente ferroviario nella quale è evidentissimo l’uso di trenini di una nota e rinomata marca.

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Reduce dallo spaghetti western La morte non conta i dollari del 1967, Freda si cimenta con il giallo per il suo ultimo film del decennio sessanta.
Su un plot non particolarmente indovinato, a tratti farraginoso e comunque già visto altre volte, Freda costruisce un film a corrente alternata, in cui eccellenti sequenze come quella in cui John Alexander vaga per i bar di una Londra fumosa e compassata cercando di recuperare la sua mente sconvolta dalla visione del film in cui ha creduto di aver rivisto la moglie, si susseguono sequenze davvero improponibili come quelle citate in cui la mancanza di mezzi non è accompagnata da una mano felice.
Forse la cosa migliore del film è davvero il cast, nel quale figurano l’onnipresente Klaus Kinskj, presenza abituale del nostri cinema, Margaret Lee, la bella Christiane Kruger e Annabella Incontrera; Kinskj è John Alexander, il personaggio principale del film, l’uomo sospettato di aver ucciso la moglie per biechi motivi economici e che alla fine si scoprirà essere vittima di una congiura ben architettata, è attore di razza, a dispetto della sua cattiva fama sui set.
Kinskj era uno degli attori che i registi meno amavano, perchè aveva un carattere ombroso e bizzoso e contemporaneamente era uno dei partner più detestato dai rimanenti attori delle varie produzioni.

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L’attore di origine polacca in soli 5 anni, nel periodo tra il 1965 e il 1969 girò 30 film, diventando quindi una star dei b movie, prima di passare a opere di ben altro livello negli anni successivi; sui vari set si comportava da prima donna, creando spesso problemi nelle lavorazioni delle pellicole.
L’impianto generale del film è abbastanza debole, per cui Freda, già alle prese con un budget risicatissimo è costretto a barcamenarsi alla men peggio, inserendo nel film elementi pruriginosi che costeranno al regista stesso qualche problema con la censura.
Tuttavia la grande esperienza del regista riesce in qualche modo a tenere a galla un film che girato da altri si sarebbe risolto in un fallimento senza appelli; grazie alla professionalità del cast, alla buona fotografia, alla celebre canzone di Nora Orlandi che è il tema conduttore del film (non dirmi una bugia, non voglio creder più, il gioco è ormai finito, lo vedi hai vinto tu/esco dalla tua vita, così come vuoi tu, finita è la partita, non giocherò mai più/dimmi la veritàà, ormai non m’ami più, lo dicon gli occhi tuoi, lo devi dire tu…) la pellicola, pur tra intoppi di vario genere riesce a mantenere un livello decoroso.

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A meritare la piena sufficienza è l’ambientazione londinese, sicuramente elegante nella sua psichedelia raccolta con intelligenza da Freda in una serie di sequenze che restano la cosa migliore del film.
A doppia faccia è un film che in tv è apparso molto di rado mentre è facilmente reperibile in rete in un’ottima qualità digitale; è presente anche su You tube in versione digitale con sottotitoli in francese.

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A doppia faccia
A doppia faccia
Un film di Riccardo Freda (Robert Hampton). Con Klaus Kinski, Annabella Incontrera, Franz Kruger,Margaret Lee, Gastone Pescucci, Barbara Nelli, Ignazio Dolce,Sidney Chaplin, Giallo, durata 84 min. – Italia 1969.

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Klaus Kinski: John Alexander
Christiane Krüger: Christine
Margaret Lee: Helen Alexander
Sydney Chaplin: Mr. Brown
Annabella Incontrera: Liz
Günther Stoll: Ispettore Steevens
Luciano Spadoni: Ispettore Gordon
Barbara Nelli: Alice

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Regia Riccardo Freda
Soggetto Lucio Fulci, Romano Migliorini, Gianbattista Mussetto (dal romanzo The Face in the Night di Edgar Wallace)
Sceneggiatura Riccardo Freda, Paul Hengge
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Anna Amedei, Jutta Hering
Musiche Nora Orlandi

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Maggio 7, 2013 Posted by | Thriller | , , , , | Lascia un commento

Frustation (Turbamento carnale)

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Adele è una bellissima e taciturna donna che vive con sua sorella Agnes e suo cognato Michel, un medico, in una fattoria isolata nelle campagne francesi.
E’ un’esistenza tranquilla, quella che vivono i tre riuniti sotto lo stesso tetto: un ambiente borghese perfetto, con la coppia di coniugi che rispetta Adele, che si rende utile in mille modi nella gestione domestica.
Eppure qualcosa turba la donna; spesso sente i giochi amorosi tra i due coniugi, ricavandone un forte turbamento.
Ben presto Adele si crea un mondo immaginario, nel quale si vede protagonista di fantasie erotiche sempre più sfrenate; dapprima inizia a vedere i due coniugi alle prese in molte variazioni del sesso, per poi sentirsi protagonista dei sogni stessi.

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Immagina una relazione con suo cognato, dal quale è fortemente attratta, poi immagina di essere protagonista di sevizie sadiche nei confronti di ragazze ad opera di misteriosi monaci, infine arriva a fantasticare una relazione incestuosa con sua sorella.
E’ proprio Agnes il principale problema di Adele, la vede come una rivale, ma al tempo stesso crea una vera e propria sovrapposizione della sua personalità con quella della sorella.
Le sue fantasie diventano sempre più sfrenate, mentre la personalità assume contorni sempre più indecifrabili; in una scena immagina di salire al piano superiore della casa e di aprire le porte del piano stesso, dietro le quali ci sono Agnes e Michel intenti in rapporti sessuali ogni volta differenti.

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Il senso di frustrazione di Adele cresce nella misura in cui crescono le fantasie sessuali:ben presto la donna non è più in grado di porre un freno alla sua psicologica dipendenza da queste emozioni artificiali e deciderà per una soluzione dall’esito drammatico…
Frustation, diretto da Josè Benazeraf nel 1971 venne distribuito in Italia soltanto nel 1976 con il titolo sciagurato di Turbamento carnale;per quanto si tratti di una pellicola a sfondo esplicitamente erotico, l’erotismo stesso del film ha una sua logica di esistere legata alla vicenda personale di Adele, una donna profondamente frustrata a causa anche della assoluta solitudine in cui vive la propria esistenza.
Il vivere rinchiusa in una casa isolata, il dover condividere la propria vita con una coppia di sposi dalla vita sentimentale e sessuale profondamente appagata come quella che esiste tra Agnes e Michel porta Adele, di per se già profondamente legata a sua sorella con la quale ha un rapporto di quasi totale identificazione, a sviluppare una sessualità morbosa che non trovando sfogo in azioni reali inizia a vivere nei meandri della psiche di Adele.

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Che arriva a immaginare situazioni via via sempre più eroticamente estreme ma che lasciano la donna stessa priva di reale soddisfazione.
Benazeraf, regista sicuramente abile e buon conoscitore delle tecniche cinematografiche avvolge la pellicola in un’atmosfera perversa ma freddissima: le fantasie di Adele sono esplicite, ma prive di qualsiasi soddisfazione, per cui le immagini che scorrono non hanno nessuna carica erotica reale, ma sembrano fredde esposizioni di corpi intenti a compiere gesti meccanici.
Il film ha ovviamente un andamento lentissimo, descrittivo; sia i sogni onirici di Adele, sia i suoi gesti quotidiani avvengono in maniera meccanica.
Vediamo quindi la donna alle prese con un quotidiano noioso e ripetitivo, fatto di gesti quasi sempre uguali, misurati.
Adele sembra trarre linfa solo dal suo immaginario, che però non fa altro che esasperare il suo senso di frustrazione.
Benazeraf coglie questi momenti con sapienza, rallentando il ritmo senza però rendere la pellicola narcotica;realtà e sogno finiscono per confondersi, tanto da lasciare immaginare una vera interazione tra inconscio e reale, quasi non ci fosse più un confine tra l’esistenza reale e quella immaginata.

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Un film di un certo valore, quindi, a totale dispetto di quanti considerano Benazeraf un cineasta capace di girare solo film erotici e in altre occasioni hard.
Il regista nato a Casablanca, morto l’anno scorso alla veneranda età di 90 anni, è stato fra i più prolifici autori di pellicole a sfondo erotico nel periodo che va dalla fine degli anni 60 alla metà degli anni 80; sono 83 le pellicole da lui dirette e solo pochissime sono state distribuite in Italia, complice anche la tematica da lui sviluppata, ovvero l’indagine sull’eros che ha, nel corso degli anni, virato verso un cinema più voyeuristico e meno impegnato.
Uscito in Italia solo nel 1976 a causa del contenuto e delle immagini che contiene, Frustation è un buon film pur nei limiti di un prodotto a basso costo e girato con mezzi artigianali.
Un film difficilissimo da reperire, almeno nella versione digitale, che permette di apprezzare al meglio sia l’atmosfera nel quale è immerso il film sia la performance della splendidaJjanine Reynaud, non nuova a interpretazioni scabrose.Basti ricordare al tal pro i film di Jess Franco Succubus e Delirium, oppure Giochi d’amore di un’aristocratica di Michel Lemoine, che in questo film interpreta Michel, cognato di Adele.

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La Reynaud è spigolosa, intensa, sensuale: la sua splendida criniera leonina appare e scompare nel film, quasi a simboleggiare le due nature di Adele.
Con i capelli raccolti la Reynaud ha un’aria quasi virginale, quando li scioglie si trasforma in un essere sensualissimo.
Nel cast figura anche Elizabeth Teissier, che interpreta Agnes con professionalità.
Il film come già detto è praticamente introvabile, mentre una sua proiezione televisva è quanto meno improbabile; nella rete è possibile visionarlo in versione probabilmente completa ma solo in lingua originale.

Frustation (Turbamento carnale), un film di Josè Benazeraf, con Janine Reynaud, Elizabet Teissier, Michel Lemoine.Thriller erotico, Francia 1971

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Janine Reynaud … Adélaïde (Adele)
Michel Lemoine … Michel
Elizabeth Teissier … Agnès

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Regia: Josè Benazeraf
Soggetto: Josè Benazeraf,Michel Lemoine
Musiche:Camille Sauvage
Fotografia:Georges Strouvé

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Maggio 2, 2013 Posted by | Erotico | , , | Lascia un commento

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Un giornalista racconta la storia di Ezra Cobb, conosciuto come “il Macellaio di Woodsideun”.
Ezra è un contadino con gravi problemi psichici che un giorno profana il cimitero in cui è sepolta la madre per riesumarla e portarla in casa con se; all’apparenza l’uomo è una persona strana ma accettata dalla comunità, in realtà ben presto si trasformerà dapprima in un necrofilo che riesumerà altri corpi, poi in un serial killer che uccide donne per trasformarle in qualcosa di simile a dame di compagnia.
Sarà fermato dopo aver ucciso una ragazza…

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Ispirato alle terribili gesta di Ed Gein, un serial killer psicopatico e necrofilo, Deranged-il folle è un film diretto dai registi Jeff Gilen e Alan Ormsby nel 1974, che sfruttano la terribile storia del’assassino del Wisconsin per imbastire una storia a basso budget, povera di effetti ma decisamente lugubre e sopratutto carica di un’atmosfera malsana e malata che si respira per tutto il film.
Ed Gein, morto a 78 anni dopo essere stato catturato nel 1957 e condannato al carcere a vita, passò tutta il resto della sua esistenza in un manicomio criminale scampando alla sedia elettrica per il suo stato mentale, che venne definito dagli stessi dottori che lo esaminarono “insano”.
Riprendendo quindi le sue gesta, che hanno ispirato in vario modo film famosissimi come Psycho,Il silenzio degli innocenti e Non aprite quella porta, oltre ad altre produzioni meno riuscite,Gilen e Ormsby creano un film dall’andamento asciutto e carico di tensione, mostrando l’orrore quotidiano che diventa normalità della vita di Cobb/Gein, attraverso il suo macabro rapporto con la morte.

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Cobb vive in una fattoria isolata con sua madre e alla morte di quest’ultima sembra scollarsi definitivamente dalla realtà;quando riesuma il cadavere della madre instaura con esso un rapporto morboso che però mostra come l’uomo sia precipitato nella follia proprio in seguito al decesso della madre.
Cosa che accadde nella realtà a Gein, che era già malato quando era in vita la madre (probabilmente uccise il fratello, ma di questo delitto non venne accusato formalmente) e che aveva ucciso alcune persone; di questi avvenimenti non c’è la prova certa, in quanto fu lo stesso Gein a confessare gli omicidi molto tempo dopo la sua cattura.
Il film quindi segue il percorso di solitudine e follia dell’uomo, mostrando la sua discesa quotidiana nei meandri della follia testimoniata dalla riesumazione di cadaveri dal cimitero, dal primo dei due omicidi mostrati, dai pranzi macabri dell’uomo con i convitati morti seduti regolarmente a tavola fino alla morte della ragazza appesa come un quarto di bue nel capanno di Ez che così verrà rinvenuta dai vicini quando scopriranno lo squallore della vita di quel loro strano vicino.

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Ez, è questo il diminutivo con cui viene chiamato Ezra,un diminutivo che naturalmente riporta a Ed Gein; la finzione cinematografica quindi si avvicina quanto più possibile alla realtà.
Quella di uno psicopatico che, quando venne scoperto, possedeva reperti umani che lui aveva lavorato e modificato; nella casa degli orrori, come venne ribattezzata l’abitazione di Gein, la polizia trovò nasi ed ossa, teste di donna appese in camera da letto quasi fossero trofei, calotte craniche usate come ciotole o posacenere,un tamburo fatto con pelle umana oltre ad altri oggetti decorati con lo stesso materiale.
Un campionario terrificante, ma che proveniva però da corpi di persone già morte.
Perchè in realtà Gein (come del resto mostrato nel film) uccise solo due persone; la sua vera ossessione era la morte, il rituale della sepoltura.

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Nel film sono infatti due le donne uccise, secondo un rituale che la mente folle di Ez concepisce in una escalation che avrebbe provocato molte più vittime se l’uomo non avesse eliminato la commessa della drogheria del paese, cosa che porterà la polizia sulle sue tracce.
Deranged è un film quasi asettico nella sua descrizione delle gesta di Ez,un film costruito in maniera equilibrata che lascia il tempo per assimilare la follia del protagonista, interpretato magnificamente da Roberts Blossom che molti ricorderanno per le partecipazioni a film come Mattatoio 5 (1972), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977),Fuga da Alcatraz (1979).

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L’attore statunitense è sobrio e asciutto in un ruolo molto difficile, esasperato anche dalla staticità del film stesso, che è basato tutto sulla descrizione ambientale e psicologica più che sull’azione.
Bene il resto del cast, anche perchè in questo caso funziona davvero da contorno.
Deranged è un film di difficile reperibilità in rete, mentre in tv per quanto ne sappia è passato solo un paio di volte; è disponibile tuttavia in verione digitale e merita di sicuro una visione.

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Un film di Jeff Gillen, Alan Ormsby. Con Roberts Blossom, Cosette Lee, Robert Warner, Marcia Diamond, Titolo originale: Deranged: Confessions of a Necrophile Usa 1974 Horror, durata 84 min

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Roberts Blossom: Ezra Cobb
Cosette Lee: Ma Cobb
Leslie Carlson: Tom Sims
Robert Warner: Harlon Kootz
Marcia Diamond: Jenny Kootz
Brian Smeagle: Brad Kootz
Arlene Gillen: Miss Johnson
Robert McHeady: Sceriffo
Marian Waldman: Maureen Selby
Jack Mather: Ubriaco
Micki Moore: Mary
Pat Orr: Sally

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Regia:Jeff Gillen, Alan Ormsby
Sceneggiatura:Alan Ormsby
Musiche: Carl Zittrer
Montaggio: Jack McGowan
Art Direction:Albert Fisher
Costumi: Elizabeth Leroy

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La recensione dell’utente Movieman tratta dal sito http://www.filmtv.it
Deranged, che col passare degli anni è diventato un mini-cult, è presentato come una ricostruzione di fatti realmente accaduti (le gesta di Ed Gein, ma i nomi sono stati cambiati e Gein diventa Ezra Cobb) con l’introduzione affidata ad un (fittizio?) giornalista che si concede anche qualche altra intrufolata-comparsata a mo’ di ulteriore narrazione. Il tutto con un sottile humor nero che pervade anche altri momenti del film i quali hanno la meglio sulla dimensione gore o splatter, sebbene non manchi qualche scena forte. Probabilmente, di tutte le trasposizioni cinematografiche sul macellaio di Plainsfield, questa (scarna, asciutta, lenta) è la più fedele per la descrizione dell’ambiente e dei personaggi.

La recensione dell’utente Neurotico tratta dal sito http://www.filmscoop.it
Inquietante e disturbante film sullo psicopatico Ed Gein. Essenziale nella sua linearità senza nessuna concessione a sensazionalismi, spettacolarismi o enfatiche messe in scena. Infatti lo stile è a metà tra taglio documentristico e approccio normale. Lo sguardo di ghiaccio da alienato, disturbato e complessato (a causa dell’educazione deviata e repressiva della madre, piena di fisime sessuali derivate dalla benedetta religione) del protagonista Ezra Cobb alias Roberts Blossom resta davvera impresso nella mente come un che di allucinante e terrificante.

La recensione di Alessandro Cruciani tratta da http://www.cinesuggestions.blogspot.it
Questo onesto b-movie insieme ad altre più famose pellicole liberamente ispirate agli eventi (vedi Psycho e Non aprite quella porta) è la trasposizione della vita di Ed Gein, il macellaio di Pleinfield che sconvolse le cronache americane con i suoi atti nefasti.
A metà quindi tra la fiction ricostruita per la televisione e b-movie puro, il film trasporta lo spettatore, senza utilizzare grandi effetti speciali o musiche particolarmente efficaci, nella vita dell’uomo, nella disturbante atmosfera della sua abitazione e nei luoghi più nascosti della sua folle psiche.
È forse proprio l’apparente povertà della messa in scena che accresce quel senso di reale e di disagio nei confronti di una storia tanto assurda quanto – in effetti – vera, realmente accaduta.
L’interpretazione di Blossom nei panni di Ezra riesce poi a catturare lo spettatore con la sua innocenza; la tranquillità con la quale si rivolge al cadavere della madre va di pari passo con la stessa semplicità con cui espone al suo amico i metodi migliori per conservare un corpo.
Lo sguardo da folle si sposa perfettamente all’atmosfera malata che si respira durante la visione del film, tra un pranzo con cadaveri, una pseudo seduta spiritica e un inseguimento nel bosco.

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aprile 29, 2013 Posted by | Horror | , , , , | 2 commenti