In nome del popolo italiano
Un film autenticamente profetico, amarissimo e spietato, un ritratto di un paese, l’Italia, che in oltre 40 anni (il film è del 1971) non ha praticamente mai mutato pelle, trasmettendo come un gene malato i difetti che Dino Risi analizza e descrive con grande maestria.
Un ritratto a tinte fosche, buie, di due personaggi in antitesi per ruoli occupati, per personalità, per modo di vivere, per status quo; un magistrato e un bieco affarista, un palazzinaro arrogante e corruttore, puttaniere e vanaglorioso.
Due mondi che ci riconducono ai giorni odierni, con l’irrisolto problema del conflitto fra la magistratura e il potere economico, che è anche potere politico.

Lui, Mariano Bonifazi, giudice istruttore, è un uomo grigio ma incorruttibile, fortemente politicizzato e sopratutto nauseato da quello che vede intorno a se, ovvero la disonestà nella vita pubblica e nella politica, il malaffare nei rami più importanti del lavoro come l’edilizia, che vedono il massimo epigone in Renzo Santenocito, espressione compiuta di un sottobosco di imprenditori capaci di mettere le mani su tutto, creando disastri a livello ambientale, corrompendo funzionari della pubblica amministrazione e politici, uno che con la sua attività di palazzinaro deturpa in maniera orribile il paesaggio, creando ecomostri costruiti peraltro con materiali scadenti.
Risi racconta le due storie contrapposte di Bonifazi e Santenocito non parteggiando per nessuno dei due: i due personaggi infatti risultano da subito antipatici e supponenti.

Se il magistrato gira in bici e con l’Unità nella tasca della giacca, mangia in trattoria e vive modestamente a lui viene contrapposta la figura meschina e ipocrita dell’imprenditore che gira in Maserati, partecipa a feste in costume ed ha tutta l’arroganza e la supponenza della classe sociale di appartenenza; ma entrambi non ispirano simpatia, estremi come sono di una società che da troppo potere ad entrambi.
Una situazione che, come sappiamo, è ancora oggi drammaticamente presente nella nostra società.
Il film inizia con il confronto a distanza tra i due; Bonifazi è impegnato a indagare sul perchè Silvana Lazzorini, una ragazza squillo d’alto bordo sia morta in modo sospetto; il magistrato scopre da subito che Santenocito potrebbe essere implicato nella morte della ragazza e decide di convocarlo in questura.
Ely Galleani
Simonetta Stefanelli
L’imprenditore viene così portato di peso, reduce da una festa e con addosso ancora il costume da legionario romano davanti al magistrato, al quale fornisce un alibi all’apparenza inattaccabile.
La sera della morte della ragazza era impegnato in una partita a carte con l’anziano padre.
Non è vero, ma Santenocito dà per scontato che suo padre avallerà l’alibi.
Da questo momento le indagini di Bonifazi subiscono una brusca accelerazione.
Scopre infatti che la ragazza presenta delle ecchimosi sul corpo, che ha nel sangue tracce di Ruhenol,un farmaco ipnotico e che quindi potrebbe essere stata uccisa.
Una serie di coincidenze porterà quindi Santenocito in galera; nonostante l’uomo protesti la sua innocenza, Bonifazi, convinto al contrario della sua colpevolezza scoprirà grazie ad un diario appartenuto a Silvana che la ragazza è morta suicida per amore.
Vittorio Gassman
Nella parte finale del film troviamo il magistrato impegnato a leggere il diario mentre per le strade impazza la folla in festa per la vittoria della nazionale italiana su quella inglese; una vittoria festeggiata con atti di puro vandalismo, da una folla che appare, agli occhi del magistrato, non meno spregevole dell’imprenditore.
In un finale cinico, vediamo Bonifazi, che ha le prove dell’innocenza di Santenocito, bruciare il diario di Silvana su un auto preda delle fiamme, un auto davanti alla quale c’è ancora la proprietaria del veicolo, intenta a inveire contro i teppisti autori dell’atto.
Il magistrato decide di fare giustizia da se, assumendosi arbitrariamente il ruolo di carnefice;così Santenocito paga per l’unica colpa non commessa, paga le sue malefatte nel campo dell’imprenditoria, paga il suo essere un corruttore, un uomo senza morale e un fascista.
Quella del fascista è l’immagine più forte costruita da Risi nel finale; Bonifazi attribuisce a lui il corpo e il viso di un paracadutista che con i suoi commilitoni sfila cantando un inno fascista, così come raffigura Santenocito in altre maschere tragiche che popolano le strade della città con la gente in festa per la vittoria della nazionale.
Così Bonifazi è costretto a guardare il peggio dei vizi italici, di quella gente pronta a sfilare per una partita di calcio ma non per cose ben più importanti; e la raffigurazione visiva di Santenocito, caricaturale e oscena, finisce per essere l’emblema di un popolo in cui le virtù sono oscurate dalle troppe debolezze.
In nome del popolo italiano è un film politico e sociale, un film in cui la denuncia dello strapotere della magistratura si mescola alla denuncia dell’affarismo senza scrupoli.
Ma tutti escono con le ossa rotte dal film e non sembra esserci nemmeno un barlume di speranza per il futuro dello sciagurato popolo che abita lo stivale; il futuro dimostrerà che purtroppo Risi ci aveva visto giusto.
Ugo Tognazzi
Grazie alla presenza di due grandissimi attori come Ugo Tognazzi (Bonifazi) e Vittorio Gassman (Santenocito), Dino Risi costruisce un film di grandissimo livello, degno prosecutore della tradizione della commedia all’italiana, quella però vestita di impegno sociale e politico, quella per intenderci creata da grandissimi registi come Petri, Rosi, Damiani ecc..
I due grandi protagonisti si esibiscono in una gara di bravura senza vincitori, perchè tale è il livello della loro recitazione da rendere persino ingiusto un tentativo di attribuire la palma del migliore a due attori che hann fatto la storia del cinema italiano.

Il resto del cast non sfigura di certo, grazie alle presenze professionali di Ely Galleani, che sta in scena per poco ma con grande bravura, di Yvonne Furneaux (la moglie di Santenocito), di Simonetta Stefanelli (la figlia), di Enrico Ragusa, grande nel ruolo del padre dell’imprenditore.
In nome del popolo italiano è un film che passa regolarmente in tv per cui è di facilissima reperibilità sia in riduzioni tv rip che in vari formati digitali.
Un film da non perdere, uno dei capolavori del cinema italiano del passato.
In nome del popolo italiano
Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Yvonne Furneaux, Renato Baldini, Ely Galleani,Michele Cimarosa, Checco Durante, Pietro Tordi, Pietro Ceccarelli, Franco Angrisano, Simonetta Stefanelli, Paolo Paoloni, Mario Maranzana Commedia, durata 103′ min. – Italia 1971.
Ugo Tognazzi: Giudice Mariano Bonifazi
Vittorio Gassman: Lorenzo Santenocito
Ely Galleani: Silvana Lazzorini
Yvonne Furneaux: Lavinia Santenocito
Pietro Tordi: Prof. Rivaroli
Simonetta Stefanelli: Giugi Santenocito
Franco Angrisano: Colombo
Renato Baldini: Ragioniere Cerioni
Pietro Nuti: Avvocato di Santenocito
Checco Durante: Pironti, l’archivista
Maria Teresa Albani: Signora Lazzorini
Gianfilippo Carcano: Signor Lazzorini
Edda Ferronao: Cameriera di Santenocito
Franca Scagnetti: La portinaia
Michele Cimarosa: Maresciallo Casciatelli
Enrico Ragusa: Riziero Santenocito, il padre
Pietro Ceccarelli: Inserviente al Palazzo di Giustizia
Franco Magno: Industriale
Marcello Di Falco: Segretario di Santenocito
Paolo Paoloni: Primario della clinica psichiatrica
Giò Stajano: Floriano Roncherini
Franca Ridolfi: Doris, l’attrice
Francesco D’Adda: Lipparini, cancelliere
Vanni Castellani: Sirio
Claudio Trionfi: Giornalista TV
Regia Dino Risi
Soggetto Age & Scarpelli
Sceneggiatura Age & Scarpelli
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione International Apollo Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Sandro D’Eva
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Carlo Rustichelli, eseguite da Il Punto
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Enrico Sabbatini
Corrado Gaipa: Enrico Ragusa
Donatella Gambini: Simonetta Stefanelli
Ludovica Modugno: Ely Galleani
Stefano Satta Flores: Pietro Nuti
Mario Frera: Michele Cimarosa
L’opinione dell’utente zombi tratta da http://www.filmtv.it
Ebbene si un gran bel film. e una gran bella conferma a distanza di tanto tempo dall’ultima volta che lo vidi. tutto ciò che si possa desiderare da un film e pure troppo. risi con la complicità degli sceneggiatori e dei suoi attori(dai protagonisti ai caratteristi)dipinge finemente un racconto morale su un paese che di morale non ne ha mai avuta. il magistrato tognazzi integerrimo, si rende colpevole di distruzioni di prove che scagionano l’industriale e intrallazzatore polivalente gassman solo per poterlo sbattere in galera. con la falsa illusione naturalmente di distruggerlo pubblicamente. vana perchè la storia ci insegna che in italia coloro che si macchiano di colpe ai danni dello stato italiano, spesso siedono su un bel seggiolone in parlamento a legiferare in nome di un popolo che non si merita un cazzo, a detto del costruttore cementificatore e inquinatore gassman. ed è forse anche alla luce di ciò che tognazzi compie quel passo di illegalità. nessuno si salva in quel paese dove la gente è unita solo ed in occasione di una partita di calcio. il calcio il cuore puro del tipico italico abitatore dello stivale… con una naturalezza e semplicità che è dei grandi (risi, age e scarpelli, tognazzi e gassman mica tizio caio e sempronio tanto per dire)ci introducono in una rappresentazione grottesca dell’italia di quegli anni(?!)in cui grande industria, politica e malaffare andavano a braccetto in un balletto mostruoso dove gli affari si gestivano meglio intorno ad un tavolo e possibilmente con il corredo di fantomatiche attrici, modelle e pourquoi pas!!, di giovani figlie di… che accondiscendevano per un dopo cena in camera da letto. un giro di giovani che si “esplicavano” per mantenere un madre pensionata e un padre poeta senza lavoro e poca arte, da far impallidire anche il più scafato dei magistrati. i mostri di risi, age e scarpelli sarebbe bello facessero parte della galleria dei nostri capolavori cinematografici e sembra strano che nessuno all’epoca gridasse indignato che “i panni sporchi non si lavano in pubblica piazza”, anche se forse era meglio divertire gli italiani con puttane per politici e prelati, per distoglierli da ben altre gattacce da pelare. immenso lavoro di squadra dei due “mostri” tognazzi-gassman, tanto in sottrazione il primo quanto istrionesco il secondo. i dubbi finali di tognazzi erano anche i miei ma è valso la pena buttare al vento la propria rettitudine per una sacrosanta merda che dopo qualche anno finiva magari al parlamento?… onore e merito naturalmente all’arte dei caratteristi e quindi renato baldini compagno dell’ex moglie del magistrato in cerca di soldi, il maresciallo di michele cimarosa, pietro tordi professore che fa le autopsie e pietro ceccarelli inserviente di palazzo di giustizia dispensatore di aforismi.
L’opinione dell’utente Legnani tratta dal sito http://www.davinotti.com
Enormi Gassman (indimenticabile quand’appare in costume: ostenta potere e sicurezza come solo lui, al tempo, riusciva a fare) e Tognazzi, così mostruosamente bravi che alla prima vista non fanno vedere le altre facce. Rivedere il film, invece, permette di notare che il contorno è degnissimo. Al tempo il finale mi lasciò perplesso, invece si ricollega perfettamente alle frasi iniziali di Tordi, ha un piacevole sapore felliniano ed è perfetta conclusione in pieno stile cinico-risiano. Attuale, ahimè. Lo stabilimento marino “Rustichelli” è strizzata d’occhio all’autore della colonna sonora.
L’opinione del sito http://www.ilfuturodellamemoria.it
L’integerrimo magistrato Bonifazi (Ugo Tognazzi) sospetta lo speculatore edilizio Santenocito (Vittorio Gassman) di essere colpevole della morte di una studentessa. Fra i due si scatena un duello serrato, e quando Bonifazi avrà la prova dell’innocenza del suo “nemico”, la distruggerà: Santenocito, che l’aveva sempre fatta franca per le sue malefatte, per una volta pagherà con gli interessi. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, In nome del popolo italiano è una delle più pungenti commedie italiane degli anni ’70, un film sanamente “cattivo”, con divagazioni nel grottesco e un notevole coraggio politico. Formidabile il duetto dei due mattatori Tognazzi e Gassman.
L’opinione del Morandini
Giudice integerrimo e moralista sospetta industriale fascistoide brillante e senza scrupoli della morte di una tossicomane. Un diario gli rivela l’innocenza dell’incriminato. Distrugge la prova. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, è una delle più pungenti commedie italiane dei ’70. Formidabile duetto di due mattatori: Tognazzi in sordina, Gassman grottesco.
Gungala la vergine della giungla
Un grosso diamante rubato ad una tribù, un avventuriero senza scrupoli, due cercatori d’uranio e una misteriosa ragazza che gira seminuda per la giungla e che porta appeso al collo il misterioso diamante.
Sono questi gli ingredienti di Gungala la vergine della giungla, un film diretto da Romano Ferrara sotto lo pseudonimo di Mike Williams nel 1968 e che appartiene al filone delle jungle girl, le eroine che imitano il Tarzan di Edgar Rice Burroughs.
Un filone che include le varie Tarzana,Sheena ecc.,personaggi che ebbero vita effimera e fama poco più che modesta in film generalmente dal basso costo, come questo Gungala che ebbe il merito di essere il primo a presentare una variante in gonnella del celebre Tarzan.

Un discorso che non vale per il campo dei fumetti, dove viceversa le eroine della giungla (le jungle girls) ebbero un posto al sole grazie a numerose pubblicazioni che vedevano protagoniste affascinanti ragazze che vivevano nella giungla come il loro eponimo Tarzan in mezzo a mille pericoli, una specie di femministe emancipate discinte pronte a combattere con orde di selvaggi o ad affrontare a mani nude belve e animali della giungla stessa.
Eroine che avevano il nome di Leopard girl, Robin Crusoe o Jane,Liane e Pantera bionda,Zegra e Vooda, belle ed affascinanti nei loro costumi (ridottissimi) ricavati da pelle di fiere, in genere tigri o leopardi.
E la Gungala di Ferrara non fa eccezione a questo look, indossa un ridottissimo due pezzi e si muove come Tarzan agilmente nella giungla correndo di liana in liana, oppure nascondendosi dietro i cespugli per sfuggire al bieco Woolf, l’avventuriero che in compagnia del padre di Gungala ha sottratto il diamante alla tribu dei Bosok, prima di perire in un incidente aereo.

Ferrara racconta quindi in parallelo le ricerche del trio di improvvisati esploratori, ovvero Woolf,l’ingegner Chandler e la sua fidanzata Fleur e dell’invisibile Gungala, che alla fine della storia in seguito alla morte di Woolf per bocca di una pantera sparirà nella giungla, dando modo a Ruggero Deodato di costruire in fretta e furia un sequel che verrà intitolato Gungala la pantera nuda.
Un film che aldilà dell’ambientazione naturalistica affascinante (peraltro parecchio sospetta) e delle grazie della bella Kitty Swann altro non mostra;l’avventura latita alquanto e i rari momenti di interesse sono legati alla presenza della bella Swann (Kirsten Svanholm), che girò una quindicina di film in 7 anni tra il 1965 e il 1972 per poi sparire nel nulla.
In Italia la Swann è ricordata, poco per la verità, per le partecipazioni a Forza ‘G’ e a Tarzan e la pantera nera e il motivo è comprensibile; oltre la bellezza davvero notevole, la Swann non sembra possedere particolari doti recitative.

Vero è che nel film di Romano resta in scena per poco più di un quarto di pellicola,che spesso indugia in bellissime sequenze a sfondo naturalistico, che però sono sicuramente di repertorio;Romano riesce a mixare il tutto con abilità dando l’illusione del realismo delle scene stesse, abbellite con le presenza di qualche animale esotico, inclusa l’immancabile scimmietta.
Il film ebbe un discreto successo, legato ovviamente alla presenza in abiti ridottissimi della Swann; siamo nel 1967 e ogni centimetro di epidermide rubato alle implacabili forbici dei censori si tramuta in motivo di interesse per il pubblico.

Visto che Gungala ogni tanto (molto raramente) mostra il seno oppure si fa l’immancabile bagno nuda come un verme in uno specchio d’acqua, ripresa abbastanza da lontano e velocemente sempre per sfuggire all’ira dei censori, ecco che c’è qualche motivo ulteriore di interesse.
Ma la pellicola resta abbastanza noiosa, sopratutto ad una visione odierna.
Gungala la vergine della giungla è di difficile reperibilità, nonostante sia stato trasmesso, in versione purgata, su reti private nel corso degli anni.Vale una visione solo se veramente appassionati del genere.
Gungala la vergine della giungla
Un film di Romano Ferrara. Con Kitty Swan, Linda Veras, Poldo Bendandi, Conrad Loth, Archie Savage,Valentino Macchi, Alfred Thomas Avventura, durata 94 min. – Italia 1968
Kitty Swan … Gungala
Linda Veras … Fleur
Poldo Bendandi … Wolf
Conrad Loth … Chandler
Archie Savage … Thao
Antonietta Fiorito … Signora Caroli
Valentino Macchi … Missionario
Regia: Romano Ferrara
Sceneggiatura: Romano Ferrara,L.A. Rotherman
Produzione: Fortunato Misiano
Musiche:Angelo Francesco Lavagnino
Fotografia:Augusto Tiezzi
Montaggio:Jolanda Benvenuti
Production Design :Pier Vittorio Marchi
Costumi:Walter Patriarca
L’opinione dell’utente Disater man tratta da http://www.filmtv.it
Non ho capito perchè viene definito avventuroso-erotico quando di erotismo ce n’è meno di zero, a meno che la versione che passa in TV sia pesantemente tagliata. Per questo non riesco nemmeno a spiegarmi il bollino rosso fisso con tanto di VM14 iniziale quando viene trasmesso di notte da Italia1. A parte ciò devo dire che il film è abbastanza bello, oggi appare veramente molto datato ma è tuttora affascinante e si lascia seguire senza annoiare mai, peccato solo per il finale un po’ affrettato. Fotografia ottima, anche se a quanto ho capito è stato girato tutto in Italia e per nulla in Africa. Linda Veras bellissima, molto più della Swan.
L’opinione dell’utente Legnani tratta da http://www.davinotti.com
Funziona Poldo Bendandi (protagonista! doppiato da Cigoli!) come truce avventuriero, funzionano (per il ’68) le tettine della Swan (che sta in scena forse 15′). Tutto il resto è pazzesco, pertanto adorabile. Di rara spudoratezza l’uso delle immagini africane di repertorio, intervallate con scene girate sulle rive di un lago laziale costiero (Fogliano?), con nessi causa-effetto esilaranti: disponendo di una scena in cui uno stormo si alza di colpo in volo, si fa sparare (senza motivo) un colpo di fucile da un personaggio. I negri dicono “Buana”..
L’opinione dell’utente IlGobbo tratta da http://www.davinotti.com
Per impadronirsi di un diamante un losco cacciatore accetta di scortare una spedizione scientifica nel cuore del Congo… Tarzanico al femminile, con seguito, che vede protagonista la piuttosto nuda Kitty Swan, una sorta di Megan Gale ante litteram di origine olandese, che mostra le sue grazie e grugnisce comandando varie bestie. Non male anche la Veras, il resto è esotismo da fumetti tipo Vittorioso o Audace, di una noia disumana. Ma agli spettatori del tempo dev’essere parso chissà che… Si intravede Bobby Rhodes giovane e capelluto.
Contronatura (1969)
Sei persone, in viaggio su un auto, sono in viaggio per raggiungere Brighton, località nella quale Sir Archibald Barrett deve recarsi per consegnare ad un giudice dei documenti che lo renderanno proprietario del patrimonio di suo cugino, Richard Wright, che l’uomo dovrebbe ereditare rendendo ancor più cospicuo il suo notevole patrimonio.
Nell’auto, con Archibald, viaggiano il contabile dell’uomo,Ben Taylor in compagnia della moglie Vivian oltre al fattore Alfred che è a sua volta accompagnato dall’amante,Margareth e l’autista dell’auto.
Un violento temporale imperversa sul tratto che il gruppo sta percorrendo con la conseguenza di far impantanare l’auto nel fango.
Mentre infuria la tempesta d’acqua,Alfred scorge alla luce dei lampi uno chalet.

All’interno dello stesso ci sono due persone, Uriah e sua madre Herta, che al momento dell’arrivo del gruppo sono vicino al camino immerso nella penombra.
Uriah mostra di conoscere Archibald, definito dallo stesso “l’uomo più ricco della contea“;nel frattempo l’anziana Hertha è immersa in uno stato di trance, causata secondo il racconto di Uriah da un’interruzione della catena di una seduta spiritica alla quale la donna partecipava.
Nel frattempo il gruppo si riduce a sette persone; l’autista infatti decide di sfidare il temporale per andare a cercare un auto per allontanarsi da quel posto tetro in cui sembra accadere qualcosa di strano.
Hertha infatti esce dal suo stato catatonico per pronunciare il nome del defunto Richard Wright, l’uomo che ha lasciato ad Archibald i suoi beni.

Uriah riesce a convincere il gruppo a formare una catena in modo da permettere a sua madre di uscire definitivamente dallo stato in cui si trova e lo snob Archibald, con una risata, accetta.
Ma la seduta spiritica si rivelerà una trappola mortale, per il gruppo.
Hertha, poco alla volta, rivela durante la trance l’oscuro passato di ciascuno dei componenti del gruppo;quello di Alfred che, scoperto in un momento di intimità con la sua amante Margareth provocò la morte della legittima moglie,quello di Vivian, che si era infatuata della bella moglie del defunto Richard Wright, quello di Archibald che per denaro aveva avvelenato Wright lasciando credere a Ben Taylor di esserne il responsabile e infine il passato di quest’ultimo, che si lasciò incolpare della cosa per nascondere l’oscura colpa di Vivian.
Da quel momento tra i cinque inizia una specie di resa dei conti che….

E’ decisamente un bel film Contronatura, diretto a Antonio Margheriti nel 1969 sotto lo pseudonimo di Antony Dawson; un gotico con tracce horror e circondato da un’aura di sovrannaturale che verrà più chiaramente spiegata nell’illuminante e tragico finale.Un film ispirato liberamente al racconto di Dino Buzzati Eppure bussano alla porta, pubblicato nella raccolta La boutique del mistero.
Un film tutto d’atmosfera, nel quale grazie ad un sapiente uso del flashback si conoscono tutti i particolari delle vite private dei cinque ospiti dello chalet, che apprenderemo essere uno dei luoghi nelle disponibilità del neo erede sir Archibald che lo ha ereditato da Richard Wright.
Proprio attraverso l’uso del flashback impariamo a conoscere il passato segreto e tragico dei protagonisti, attraverso continui andirivieni tra il presente lugubre e angosciante, testimoniato anche dal furibondo temporale che imperversa nella zona e dalla profonda immersione nella penombra della scena principale, che vede i sette personaggi muoversi nell’angusta stanza dello chalet, nel quale troneggia il tavolo al quale sono seduti Sir Archibald e Ben.

L’implacabile voce di Hertha fa da trait d’union fra passato e presente, ricordando ai presenti le nefandezze commesse.
La macchina da presa di Margheriti si muove così con lentezza sui volti dei protagonisti, mentre rivedono nella mente un passato terribile fatto di delitti di ogni genere, indugiando anche su una scena avulsa da quella principale, ovvero l’improvvisa passione che agita Vivian verso Margareth, che culminerà in una scena saffica alla quale Margareth resisterà dopo un iniziale abbandono.
Attraverso l’implacabile voce di Hertha, vediamo quindi le gesta terribili di cui si sono resi responsabili i protagonisti, con la relazione proibita tra Alfred e Margareth, l’infatuazione innaturale di Vivian per la bella moglie di Richard ecc.
Il film si muove così mostrando la corruzione morale dei protagonisti, nessuno dei quali è immune da peccati tremendi.
E alla fine, quasi in un giudizio apocalittico, vedremo gli squallidi protagonisti della storia o meglio, delle storie ricavare il giusto castigo.

Gran merito della riuscita del film va ascritto alle ottime prove del cast che Margheriti sceglie per il film; pur non essendo composto da attori di primo piano, il cast stesso fa cose egregie diretto benissimo da Margheriti.
Bene quindi Giuliano Raffaelli che interpreta il velenoso (in tutti i sensi) Sir Archiblad, cosi come ottimi sono Luciano Pigozzi nel ruolo del diabolico Uriah e Claudio Camaso in quello di Alfred.
Ottimo anche il cast femminile, composto da tre brave attrici come Marianne Koch (Vivian), Dominique Boschero ( Margareth) e Helga Anders, che interpreta la fintamente angelica Elizabeth; chiude il gruppo l’impenetrabile ed enigmatica Marianne Leibl nel ruolo di Hertha.

Davvero ottima la fotografia di Riccardo Pallottini mentre a Margheriti, che cura contemporaneamente soggetto, sceneggiatura e regia va riconosciuto il merito di aver creato un’opera di vera suspence senza utilizzare effetti speciali o splatter.
Contronatura è un film che è possibile vedere su You tube all’indirizzo http://youtu.be/kwkS3yttEhs in una versione di discreto livello; un’opera che consiglio vivamente di non perdere.
Contronatura (Unnaturals), un film di Antonio Margheriti (Anthony Dawson), con Joachim Fuchsberger,Marianne Koch,Dominique Boschero,Helga Anders,Luciano Pigozzi Gotico/Thriller, Italia 1969 Titolo originale Schreie in der Nacht
Joachim Fuchsberger : Ben Taylor
Marianne Koch : Vivian Taylor
Helga Anders : Elizabeth
Claudio Camaso : Alfred
Luciano Pigozzi : Uriat
Dominique Boschero : Margareth
Giuliano Raffaelli : Sig. Barret
Marianne Leibl : Sig.ra Uriat
Regia Antonio Margheriti
Soggetto Antonio Margheriti
Sceneggiatura Antonio Margheriti
Produttore Franco Ciferri, Artur Brauner
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Otello Colangeli
Effetti speciali Antonio Margheriti
Musiche Carlo Savina
Scenografia Fabrizio Frisardi
L’opinione dell’utente Cotola, dal sito http://www.davinotti.com:
Splendido gotico italiano, intriso di mistero ed in cui lo spettatore è catapultato sin dai primi minuti in un luogo dalle atmosfere tese e putrescenti, rimanendone invischiato e non riuscendone ad uscirne se non alla fine. Tecnicamente molto valido, può contare su una buona sceneggiatura e su un ottimo ritmo. Poi c’è quella scena…chissà che il buon Kubrick non ne abbia tenuto conto. Quando si dice un gran film di genere.
L’opinione dell’utente Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com:
Il miglior horror di Antonio Margheriti per uno dei migliori gotici italiani, tutto basato sul tema della vendetta e della giustizia “soprannaturale”. Si respira un’aria davvero inquietante, grazie all’ambiente in cui si svolgono le vicende (l’isolato villino) e le straordinarie musiche di Carlo Savina, che verranno usate successivamente in numerosi altri film. Nota d’onore anche per il cast (su cui spiccano la bellissima Dominique e Luciano Pigozzi). Notevole il finale.
L’opinione dell’utente wega dal sito http://www.filmscoop.it:
Se per una buona parte “Contronatura” sembra essere una noiosa storia di fantasmi di genere, rivela l’ eccellente lavoro di Margheriti nel secondo tempo. Al di là dell’ ottima ricostruzione storica il film è costruito con un sapiente uso del flashback e del montaggio parallelo, col quale la medium ci porta ogni volta nella dimensione parallela di un passato corrotto o criminoso dei protagonisti della vicenda. Mescolando abilmente giallo, erotismo e horror, e abbondonandone qualsiasi approccio gore, la tematica principale è il passato che riemerge per inghiottire il presente, che si esemplifica anche a livello figurativo nel splendido e notevole finale.
L’opinione del sito http://www.exxagon.it
Ritenuto da alcuni il miglior film di Margheriti, Contronatura è una ghost story di gusto gotico insolito, senza segrete né ragnatele ma di notevole atmosfera. Se la prima parte del film può risultare un po’ lenta questo limite vien meno con l’inizio dei flashback che rivelano i torbidi retroscena delle vite dei protagonisti. Margheriti evita l’effetto truculento per concentrarsi sulla costruzione dei personaggi e sulla vita di questi che con le loro bassezze e le loro vite equivoche sono assolutamente in linea con i temi dello spaghetti thriller in voga negli anni ’60. Diverse le scene erotiche a tono lesbo che però viste con occhio moderno non esaltano più di tanto. Curata invece la realizzazione tecnica, soprattutto la fotografia di Riccardo Pallottini. L’intrigo che lega i personaggi ha toni prosaici ma il film termina in una dimensione metafisica niente male e non del tutto prevedibile. Abbastanza solide le interpretazioni.
A doppia faccia
In un incidente d’auto, evidentemente doloso,muore la ricca Helen.
La polizia indaga e punta il dito sul marito della defunta,John Alexander, che in qualità di unico erede è chiaramente il maggior sospettato.
Mentre qualcuno costruisce prove false, John crede di riconoscere la defunta moglie in un’attrice che ha girato un film pornografico…
Plot scarno ed essenziale questo, per non rivelare in anticipo la trama di un film, A doppia faccia, che richiede una visione attenta per essere gustato appieno; un film però, lo dico subito, pieno di difetti e di pause, tributario in maniera fin troppo evidente del celebre La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock.
Diretto da Riccardo Freda, che nell’occasione utilizza il suo abituale pseudonimo di Robert Hampton, A doppia faccia è tratto dal romanzo The face in the night di Edgar Wallace, uno degli scrittori di gialli più saccheggiati della storia del cinema.

In questa occasione Freda fa scrivere il soggetto a Lucio Fulci, che nello stesso anno presenterà la sua variazione sul tema della moglie morta-forse viva, quel Una sull’altra che alla resa dei conti si rivelerà essere ben al di sopra dell’opera di Freda.
Il film non è da gettare, in quanto la mano del regista di Alessandria d’Egitto c’è e si vede, ma è anche inficiato dal basso budget utilizzato per girare la pellicola, cosa che si traduce in un paio di sequenze davvero dilettantesche, come la ricostruzione dell’attentato nel quale muore Helen (con modellini di auto utilizzati in modo da gridar vendetta) e nella scena dell’incidente ferroviario nella quale è evidentissimo l’uso di trenini di una nota e rinomata marca.

Reduce dallo spaghetti western La morte non conta i dollari del 1967, Freda si cimenta con il giallo per il suo ultimo film del decennio sessanta.
Su un plot non particolarmente indovinato, a tratti farraginoso e comunque già visto altre volte, Freda costruisce un film a corrente alternata, in cui eccellenti sequenze come quella in cui John Alexander vaga per i bar di una Londra fumosa e compassata cercando di recuperare la sua mente sconvolta dalla visione del film in cui ha creduto di aver rivisto la moglie, si susseguono sequenze davvero improponibili come quelle citate in cui la mancanza di mezzi non è accompagnata da una mano felice.
Forse la cosa migliore del film è davvero il cast, nel quale figurano l’onnipresente Klaus Kinskj, presenza abituale del nostri cinema, Margaret Lee, la bella Christiane Kruger e Annabella Incontrera; Kinskj è John Alexander, il personaggio principale del film, l’uomo sospettato di aver ucciso la moglie per biechi motivi economici e che alla fine si scoprirà essere vittima di una congiura ben architettata, è attore di razza, a dispetto della sua cattiva fama sui set.
Kinskj era uno degli attori che i registi meno amavano, perchè aveva un carattere ombroso e bizzoso e contemporaneamente era uno dei partner più detestato dai rimanenti attori delle varie produzioni.

L’attore di origine polacca in soli 5 anni, nel periodo tra il 1965 e il 1969 girò 30 film, diventando quindi una star dei b movie, prima di passare a opere di ben altro livello negli anni successivi; sui vari set si comportava da prima donna, creando spesso problemi nelle lavorazioni delle pellicole.
L’impianto generale del film è abbastanza debole, per cui Freda, già alle prese con un budget risicatissimo è costretto a barcamenarsi alla men peggio, inserendo nel film elementi pruriginosi che costeranno al regista stesso qualche problema con la censura.
Tuttavia la grande esperienza del regista riesce in qualche modo a tenere a galla un film che girato da altri si sarebbe risolto in un fallimento senza appelli; grazie alla professionalità del cast, alla buona fotografia, alla celebre canzone di Nora Orlandi che è il tema conduttore del film (non dirmi una bugia, non voglio creder più, il gioco è ormai finito, lo vedi hai vinto tu/esco dalla tua vita, così come vuoi tu, finita è la partita, non giocherò mai più/dimmi la veritàà, ormai non m’ami più, lo dicon gli occhi tuoi, lo devi dire tu…) la pellicola, pur tra intoppi di vario genere riesce a mantenere un livello decoroso.

A meritare la piena sufficienza è l’ambientazione londinese, sicuramente elegante nella sua psichedelia raccolta con intelligenza da Freda in una serie di sequenze che restano la cosa migliore del film.
A doppia faccia è un film che in tv è apparso molto di rado mentre è facilmente reperibile in rete in un’ottima qualità digitale; è presente anche su You tube in versione digitale con sottotitoli in francese.

A doppia faccia
Un film di Riccardo Freda (Robert Hampton). Con Klaus Kinski, Annabella Incontrera, Franz Kruger,Margaret Lee, Gastone Pescucci, Barbara Nelli, Ignazio Dolce,Sidney Chaplin, Giallo, durata 84 min. – Italia 1969.
Klaus Kinski: John Alexander
Christiane Krüger: Christine
Margaret Lee: Helen Alexander
Sydney Chaplin: Mr. Brown
Annabella Incontrera: Liz
Günther Stoll: Ispettore Steevens
Luciano Spadoni: Ispettore Gordon
Barbara Nelli: Alice
Regia Riccardo Freda
Soggetto Lucio Fulci, Romano Migliorini, Gianbattista Mussetto (dal romanzo The Face in the Night di Edgar Wallace)
Sceneggiatura Riccardo Freda, Paul Hengge
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Anna Amedei, Jutta Hering
Musiche Nora Orlandi
Frustation (Turbamento carnale)
Adele è una bellissima e taciturna donna che vive con sua sorella Agnes e suo cognato Michel, un medico, in una fattoria isolata nelle campagne francesi.
E’ un’esistenza tranquilla, quella che vivono i tre riuniti sotto lo stesso tetto: un ambiente borghese perfetto, con la coppia di coniugi che rispetta Adele, che si rende utile in mille modi nella gestione domestica.
Eppure qualcosa turba la donna; spesso sente i giochi amorosi tra i due coniugi, ricavandone un forte turbamento.
Ben presto Adele si crea un mondo immaginario, nel quale si vede protagonista di fantasie erotiche sempre più sfrenate; dapprima inizia a vedere i due coniugi alle prese in molte variazioni del sesso, per poi sentirsi protagonista dei sogni stessi.

Immagina una relazione con suo cognato, dal quale è fortemente attratta, poi immagina di essere protagonista di sevizie sadiche nei confronti di ragazze ad opera di misteriosi monaci, infine arriva a fantasticare una relazione incestuosa con sua sorella.
E’ proprio Agnes il principale problema di Adele, la vede come una rivale, ma al tempo stesso crea una vera e propria sovrapposizione della sua personalità con quella della sorella.
Le sue fantasie diventano sempre più sfrenate, mentre la personalità assume contorni sempre più indecifrabili; in una scena immagina di salire al piano superiore della casa e di aprire le porte del piano stesso, dietro le quali ci sono Agnes e Michel intenti in rapporti sessuali ogni volta differenti.

Il senso di frustrazione di Adele cresce nella misura in cui crescono le fantasie sessuali:ben presto la donna non è più in grado di porre un freno alla sua psicologica dipendenza da queste emozioni artificiali e deciderà per una soluzione dall’esito drammatico…
Frustation, diretto da Josè Benazeraf nel 1971 venne distribuito in Italia soltanto nel 1976 con il titolo sciagurato di Turbamento carnale;per quanto si tratti di una pellicola a sfondo esplicitamente erotico, l’erotismo stesso del film ha una sua logica di esistere legata alla vicenda personale di Adele, una donna profondamente frustrata a causa anche della assoluta solitudine in cui vive la propria esistenza.
Il vivere rinchiusa in una casa isolata, il dover condividere la propria vita con una coppia di sposi dalla vita sentimentale e sessuale profondamente appagata come quella che esiste tra Agnes e Michel porta Adele, di per se già profondamente legata a sua sorella con la quale ha un rapporto di quasi totale identificazione, a sviluppare una sessualità morbosa che non trovando sfogo in azioni reali inizia a vivere nei meandri della psiche di Adele.

Che arriva a immaginare situazioni via via sempre più eroticamente estreme ma che lasciano la donna stessa priva di reale soddisfazione.
Benazeraf, regista sicuramente abile e buon conoscitore delle tecniche cinematografiche avvolge la pellicola in un’atmosfera perversa ma freddissima: le fantasie di Adele sono esplicite, ma prive di qualsiasi soddisfazione, per cui le immagini che scorrono non hanno nessuna carica erotica reale, ma sembrano fredde esposizioni di corpi intenti a compiere gesti meccanici.
Il film ha ovviamente un andamento lentissimo, descrittivo; sia i sogni onirici di Adele, sia i suoi gesti quotidiani avvengono in maniera meccanica.
Vediamo quindi la donna alle prese con un quotidiano noioso e ripetitivo, fatto di gesti quasi sempre uguali, misurati.
Adele sembra trarre linfa solo dal suo immaginario, che però non fa altro che esasperare il suo senso di frustrazione.
Benazeraf coglie questi momenti con sapienza, rallentando il ritmo senza però rendere la pellicola narcotica;realtà e sogno finiscono per confondersi, tanto da lasciare immaginare una vera interazione tra inconscio e reale, quasi non ci fosse più un confine tra l’esistenza reale e quella immaginata.

Un film di un certo valore, quindi, a totale dispetto di quanti considerano Benazeraf un cineasta capace di girare solo film erotici e in altre occasioni hard.
Il regista nato a Casablanca, morto l’anno scorso alla veneranda età di 90 anni, è stato fra i più prolifici autori di pellicole a sfondo erotico nel periodo che va dalla fine degli anni 60 alla metà degli anni 80; sono 83 le pellicole da lui dirette e solo pochissime sono state distribuite in Italia, complice anche la tematica da lui sviluppata, ovvero l’indagine sull’eros che ha, nel corso degli anni, virato verso un cinema più voyeuristico e meno impegnato.
Uscito in Italia solo nel 1976 a causa del contenuto e delle immagini che contiene, Frustation è un buon film pur nei limiti di un prodotto a basso costo e girato con mezzi artigianali.
Un film difficilissimo da reperire, almeno nella versione digitale, che permette di apprezzare al meglio sia l’atmosfera nel quale è immerso il film sia la performance della splendidaJjanine Reynaud, non nuova a interpretazioni scabrose.Basti ricordare al tal pro i film di Jess Franco Succubus e Delirium, oppure Giochi d’amore di un’aristocratica di Michel Lemoine, che in questo film interpreta Michel, cognato di Adele.

La Reynaud è spigolosa, intensa, sensuale: la sua splendida criniera leonina appare e scompare nel film, quasi a simboleggiare le due nature di Adele.
Con i capelli raccolti la Reynaud ha un’aria quasi virginale, quando li scioglie si trasforma in un essere sensualissimo.
Nel cast figura anche Elizabeth Teissier, che interpreta Agnes con professionalità.
Il film come già detto è praticamente introvabile, mentre una sua proiezione televisva è quanto meno improbabile; nella rete è possibile visionarlo in versione probabilmente completa ma solo in lingua originale.
Frustation (Turbamento carnale), un film di Josè Benazeraf, con Janine Reynaud, Elizabet Teissier, Michel Lemoine.Thriller erotico, Francia 1971
Janine Reynaud … Adélaïde (Adele)
Michel Lemoine … Michel
Elizabeth Teissier … Agnès
Regia: Josè Benazeraf
Soggetto: Josè Benazeraf,Michel Lemoine
Musiche:Camille Sauvage
Fotografia:Georges Strouvé
Deranged-il folle
Un giornalista racconta la storia di Ezra Cobb, conosciuto come “il Macellaio di Woodsideun”.
Ezra è un contadino con gravi problemi psichici che un giorno profana il cimitero in cui è sepolta la madre per riesumarla e portarla in casa con se; all’apparenza l’uomo è una persona strana ma accettata dalla comunità, in realtà ben presto si trasformerà dapprima in un necrofilo che riesumerà altri corpi, poi in un serial killer che uccide donne per trasformarle in qualcosa di simile a dame di compagnia.
Sarà fermato dopo aver ucciso una ragazza…

Ispirato alle terribili gesta di Ed Gein, un serial killer psicopatico e necrofilo, Deranged-il folle è un film diretto dai registi Jeff Gilen e Alan Ormsby nel 1974, che sfruttano la terribile storia del’assassino del Wisconsin per imbastire una storia a basso budget, povera di effetti ma decisamente lugubre e sopratutto carica di un’atmosfera malsana e malata che si respira per tutto il film.
Ed Gein, morto a 78 anni dopo essere stato catturato nel 1957 e condannato al carcere a vita, passò tutta il resto della sua esistenza in un manicomio criminale scampando alla sedia elettrica per il suo stato mentale, che venne definito dagli stessi dottori che lo esaminarono “insano”.
Riprendendo quindi le sue gesta, che hanno ispirato in vario modo film famosissimi come Psycho,Il silenzio degli innocenti e Non aprite quella porta, oltre ad altre produzioni meno riuscite,Gilen e Ormsby creano un film dall’andamento asciutto e carico di tensione, mostrando l’orrore quotidiano che diventa normalità della vita di Cobb/Gein, attraverso il suo macabro rapporto con la morte.

Cobb vive in una fattoria isolata con sua madre e alla morte di quest’ultima sembra scollarsi definitivamente dalla realtà;quando riesuma il cadavere della madre instaura con esso un rapporto morboso che però mostra come l’uomo sia precipitato nella follia proprio in seguito al decesso della madre.
Cosa che accadde nella realtà a Gein, che era già malato quando era in vita la madre (probabilmente uccise il fratello, ma di questo delitto non venne accusato formalmente) e che aveva ucciso alcune persone; di questi avvenimenti non c’è la prova certa, in quanto fu lo stesso Gein a confessare gli omicidi molto tempo dopo la sua cattura.
Il film quindi segue il percorso di solitudine e follia dell’uomo, mostrando la sua discesa quotidiana nei meandri della follia testimoniata dalla riesumazione di cadaveri dal cimitero, dal primo dei due omicidi mostrati, dai pranzi macabri dell’uomo con i convitati morti seduti regolarmente a tavola fino alla morte della ragazza appesa come un quarto di bue nel capanno di Ez che così verrà rinvenuta dai vicini quando scopriranno lo squallore della vita di quel loro strano vicino.

Ez, è questo il diminutivo con cui viene chiamato Ezra,un diminutivo che naturalmente riporta a Ed Gein; la finzione cinematografica quindi si avvicina quanto più possibile alla realtà.
Quella di uno psicopatico che, quando venne scoperto, possedeva reperti umani che lui aveva lavorato e modificato; nella casa degli orrori, come venne ribattezzata l’abitazione di Gein, la polizia trovò nasi ed ossa, teste di donna appese in camera da letto quasi fossero trofei, calotte craniche usate come ciotole o posacenere,un tamburo fatto con pelle umana oltre ad altri oggetti decorati con lo stesso materiale.
Un campionario terrificante, ma che proveniva però da corpi di persone già morte.
Perchè in realtà Gein (come del resto mostrato nel film) uccise solo due persone; la sua vera ossessione era la morte, il rituale della sepoltura.

Nel film sono infatti due le donne uccise, secondo un rituale che la mente folle di Ez concepisce in una escalation che avrebbe provocato molte più vittime se l’uomo non avesse eliminato la commessa della drogheria del paese, cosa che porterà la polizia sulle sue tracce.
Deranged è un film quasi asettico nella sua descrizione delle gesta di Ez,un film costruito in maniera equilibrata che lascia il tempo per assimilare la follia del protagonista, interpretato magnificamente da Roberts Blossom che molti ricorderanno per le partecipazioni a film come Mattatoio 5 (1972), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977),Fuga da Alcatraz (1979).

L’attore statunitense è sobrio e asciutto in un ruolo molto difficile, esasperato anche dalla staticità del film stesso, che è basato tutto sulla descrizione ambientale e psicologica più che sull’azione.
Bene il resto del cast, anche perchè in questo caso funziona davvero da contorno.
Deranged è un film di difficile reperibilità in rete, mentre in tv per quanto ne sappia è passato solo un paio di volte; è disponibile tuttavia in verione digitale e merita di sicuro una visione.
Deranged-Il folle
Un film di Jeff Gillen, Alan Ormsby. Con Roberts Blossom, Cosette Lee, Robert Warner, Marcia Diamond, Titolo originale: Deranged: Confessions of a Necrophile Usa 1974 Horror, durata 84 min
Roberts Blossom: Ezra Cobb
Cosette Lee: Ma Cobb
Leslie Carlson: Tom Sims
Robert Warner: Harlon Kootz
Marcia Diamond: Jenny Kootz
Brian Smeagle: Brad Kootz
Arlene Gillen: Miss Johnson
Robert McHeady: Sceriffo
Marian Waldman: Maureen Selby
Jack Mather: Ubriaco
Micki Moore: Mary
Pat Orr: Sally
Regia:Jeff Gillen, Alan Ormsby
Sceneggiatura:Alan Ormsby
Musiche: Carl Zittrer
Montaggio: Jack McGowan
Art Direction:Albert Fisher
Costumi: Elizabeth Leroy
La recensione dell’utente Movieman tratta dal sito http://www.filmtv.it
Deranged, che col passare degli anni è diventato un mini-cult, è presentato come una ricostruzione di fatti realmente accaduti (le gesta di Ed Gein, ma i nomi sono stati cambiati e Gein diventa Ezra Cobb) con l’introduzione affidata ad un (fittizio?) giornalista che si concede anche qualche altra intrufolata-comparsata a mo’ di ulteriore narrazione. Il tutto con un sottile humor nero che pervade anche altri momenti del film i quali hanno la meglio sulla dimensione gore o splatter, sebbene non manchi qualche scena forte. Probabilmente, di tutte le trasposizioni cinematografiche sul macellaio di Plainsfield, questa (scarna, asciutta, lenta) è la più fedele per la descrizione dell’ambiente e dei personaggi.
La recensione dell’utente Neurotico tratta dal sito http://www.filmscoop.it
Inquietante e disturbante film sullo psicopatico Ed Gein. Essenziale nella sua linearità senza nessuna concessione a sensazionalismi, spettacolarismi o enfatiche messe in scena. Infatti lo stile è a metà tra taglio documentristico e approccio normale. Lo sguardo di ghiaccio da alienato, disturbato e complessato (a causa dell’educazione deviata e repressiva della madre, piena di fisime sessuali derivate dalla benedetta religione) del protagonista Ezra Cobb alias Roberts Blossom resta davvera impresso nella mente come un che di allucinante e terrificante.
La recensione di Alessandro Cruciani tratta da http://www.cinesuggestions.blogspot.it
Questo onesto b-movie insieme ad altre più famose pellicole liberamente ispirate agli eventi (vedi Psycho e Non aprite quella porta) è la trasposizione della vita di Ed Gein, il macellaio di Pleinfield che sconvolse le cronache americane con i suoi atti nefasti.
A metà quindi tra la fiction ricostruita per la televisione e b-movie puro, il film trasporta lo spettatore, senza utilizzare grandi effetti speciali o musiche particolarmente efficaci, nella vita dell’uomo, nella disturbante atmosfera della sua abitazione e nei luoghi più nascosti della sua folle psiche.
È forse proprio l’apparente povertà della messa in scena che accresce quel senso di reale e di disagio nei confronti di una storia tanto assurda quanto – in effetti – vera, realmente accaduta.
L’interpretazione di Blossom nei panni di Ezra riesce poi a catturare lo spettatore con la sua innocenza; la tranquillità con la quale si rivolge al cadavere della madre va di pari passo con la stessa semplicità con cui espone al suo amico i metodi migliori per conservare un corpo.
Lo sguardo da folle si sposa perfettamente all’atmosfera malata che si respira durante la visione del film, tra un pranzo con cadaveri, una pseudo seduta spiritica e un inseguimento nel bosco.
Il peplum, ascesa e tramonto di un genere
Il cinema storico nasce in pratica in concomitanza con l’invenzione stessa del cinema da parte dei fratelli Lumiere; se è vero che la prima proiezione da parte dei fratelli francesi avviene nel 1895 è anche vero che le prime produzioni di un qualche valore si registrano negli anni 10.
In Italia il primo film storico è girato nel 1911, La caduta di Troia di Giovanni Pastrone e Luigi Romano Borgnetto, un prodotto pionieristico, che oggi fa tenerezza ma che testimonia l’interesse dei produttori e quindi del pubblico verso un tipo di spettacoli di pura evasione; non a caso negli anni successivi vennero girati film dai contenuti a sfondo storico o biblico, come Quo vadis? di Enrico Guazzoni,Jone o Gli ultimi giorni di Pompei di Giovanni Enrico Vidali, Cabiria di Giovanni Pastrone.
Questo tipo di produzioni ebbe, nel corso dei decenni successivi, un certo successo che avvicinò al cinema molto pubblico, lo stesso che poi negli anni cinquanta decretò il successo delle mega produzioni hollywoodiane come I dieci Comandamenti di Cecil DeMille del 1956 o il Ben Hur di William Wyler del 1959 seguiti da altre produzioni quasi sempre a sfondo biblico come La tunica, La Bibbia, Il Re dei Re ecc.
Ursus nella valle dei leoni
Una regina per Cesare
Nel nostro paese il film storico ebbe sempre un seguito, che sfociò verso la fine degli anni 50 in un genere a se stante, mutuato dalle produzioni americane anche se girati con molti meno mezzi.
Si tratta del peplum, un termine preso di peso dalla lingua greca mutuata dal latino, ovvero peplo, la tipica veste o tunica usata nell’antica Grecia e che i paesi di origine anglo sassone definirono come sword and sandal, ovvero spada e sandalo.
Il peplum, in Italia, ebbe un successo costante per una decina di anni circa, periodo nel qual vennero prodotti non meno di 10 film per anno, per un totale di pellicole che supera di gran lunga le 100 unità.
Una mole enorme di produzioni, che ebbero una costante precisa, ovvero una certa raffinatezza e qualità verso gli inizi per poi diventare,nel corso degli anni, prodotti a low budget caratterizzati da una progressiva sciattezza delle varie componenti di un film, quindi con cast raccogliticci, scenari utilizzati in più produzioni, sceneggiature al limite del ridicolo.
Ursus il terrore dei Kirghisi
Ulisse contro Ercole
Ma nel momento d’oro e di massimo fulgore del peplum, quello che va grosso modo dal 1958 al 1963 si ebbero anche film caratterizzati dalla presenza, nei cast, di molti dei migliori attori e attrici del cinema italiano; alcune di queste ultime iniziarono le loro carriere cinematografiche proprio con i peplum o videro aumentare la propria visibilità in ruoli che spesso erano da protagoniste assolute.
Il peplum saccheggiò in tutti i modi il mondo epico dell’antica Grecia o la storia romana, utilizzando come protagonisti gli eroi della mitologia greca o romana, con incursioni anche nella storia di antichi popoli come gli egizi, i babilonesi, i fenici e via dicendo.
Dall’antica Grecia e dalla sua mitologia venne preso come protagonista di molti film il semidio Ercole, l’Eracle greco e l’Hercules latino, il figlio nato dall’unione fra i dio Giove e la mortale Alcmena, mentre il mitico eroe Maciste è ripreso dal film Cabiria del 1914 diretto da Giovanni Pastrone; dal mondo biblico arriva Sansone, il giudice a cui Dio aveva dato una forza sovrumana, mentre un altro eroe dei peplum, Ursus, arriva dritto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz Quo vadis?, che diverrà anche un film.
Salambò
Messalina Venere imperatrice
Ma ad essere utilizzati sullo schermo sono anche gli eroi dell’Iliade come Achille, dell’Odissea come Ulisse e dell’Eneide come Enea, oltre ai mitici personaggi dell’antica Grecia che possono essere Perseo o gli Argonauti piuttosto che il mondo romano, che vede lo sfruttamento del gladiatore Spartacus e di suo figlio, di Messalina o di Romolo e Remo ecc.
Non c’è limite alla fantasia degli sceneggiatori, che all’inizio propongono storie fantastiche ma con ancora un certo legame con la mitologia classica, come per esempio Le fatiche di Ercole di Pietro Francisci e Ercole e la regina di Lidia, come Maciste nella valle dei re di Carlo Campogalliani per poi passare a film dai titoli e dalle storie assolutamente stravaganti come Zorro contro Maciste di Umberto Lenzi o Totò contro Maciste di Fernando Cerchio, una variante comica della saga del potente eroe di Cabiria.
Dietro la macchina da presa ecco avvicendarsi alcuni dei nomi che avrebbero fatto poi la storia del cinema italiano come Sergio Leone che diresse Il colosso di Rodi nel 1961, Mario Bava che diresse Ercole al centro della Terra sempre nel 1961,Riccardo Freda con Maciste alla corte del Gran Khan del 1961, Sergio Corbucci con Romolo e Remo del 1961.
Maciste nelle miniere di re Salomone
Maciste gladiatore di Sparta
E poi ancora Duccio Tessari, autore di uno dei peplum più belli, Arrivano i titani del 1962,Antonio Margheriti autore di Il sacco di Roma del 1963,Mario Caiano,Alberto De Martino,Domenico Paolella,Alfonso Brescia e tanti altri.
Il peplum quindi è una fucina, nella quale molti registi iniziano o perfezionano il loro mestiere, con esiti a volte esaltanti, altri ancora assolutamente irresistibili.
Ebbene si, perchè i peplum affascinano ma alle volte sono terribilmente comici nella loro sciattezza e povertà; nei peplum degli ultimi periodi, quando ormai il genere mostrava ampiamente la corda, in alcune produzioni le scene di massa sono sostituite da scene con pochissime comparse, con mura fatte in maniera evidente con il cartone e interpretate da attori destinati a scomparire nel nulla nel breve arco di due o tre anni.
Si pensi a produzioni come Gli invincibili fratelli Maciste di Mauri in cui l’eroe preso di peso da Cabiria finisce per avere un fratello oppure ad una delle ultime produzioni peplum come Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili diretto da Giorgio Capitani dove per attirare spettatori si mettono assieme personaggi che tra l’altro vivono in epoche storiche differenti e in zona geografiche lontanissime l’una dall’altra.
Maciste nella valle dei Re
Ma al di là di questo il peplum resta un fenomeno di massa che per qualche anno monopolizzerà buona parte del pubblico, che è composto per la maggioranza da ragazzi o adolescenti.Si tratta di coloro che sono nati dopo la guerra che affolleranno i cinema che restano il principale strumento di svago per gli italiani.
Il pubblico parteggia per il proprio eroe, che sia Ercole o il gladiatore di turno; i registi, finanziati da produttori che hanno fiutato il vento che tira, regalano al pubblico produzioni di diversa estrazione traportandoli in giro per l’Egitto, attraverso la Grecia o dentro le porte di Roma.
Gli eroi in carne ed ossa che interpretano gli eroi di celluloide si chiamano Mark Forest (che interpretò alcuni Maciste e altri peplum),Kirk Morris (un altro Maciste),Gordon Scott,Steve Reeves, forse l’Ercole più famoso mentre accanto a loro, che hanno fisici da culturisti, scolpiti come marmo agiscono attori del calibro di Rossano Brazzi,Gino Cervi, Giuliano Gemma,Enrico Maria Salerno,Massimo Serato,Giancarlo Sbragia,Riccardo Garrone, Arnoldo Foà,Alberto Lupo ecc. che non hanno il fisico dei vari Ercole e Maciste e ripiegano su ruoli da tiranno quando non da addestratore di gladiatori.
Anche in campo femminile si conta un numero rilevante di bellezze nostrane che si faranno le ossa proprio con i peplum prima di passare a generi meno “leggeri” come Rosanna Schiaffino e Eleonora Rossi Drago,Liana e Moira Orfei,Lea Massari e Gianna Maria Canale e poi ancora Marilu Tolo,Sylva Koscina,Maria Grazia Buccella,Helga Liné,Rosalba Neri…
Ma quali sono i peplum più importanti, quelli più visti e quelli più degni di nota del genere?
Maciste contro il vampiro
Ecco una breve sintesi di titoli :
–Ercole e la regina di Lidia (1959) di Pietro Francisci – con Steve Reeves, Sylva Koscina, Sylvia Lopez, il primo peplum a sbancare i botteghini,con un incasso di quasi un miliardo di lire, ispirato in parte a I sette a Tebe di Eschilo.
Racconta le vicende di Ercole, sposato alla bella Jole (Sylva Koscina) che diventa oggetto delle mire della malvagia Onfale, regina di Lidia decisa a conquistare i regni vicini.
Il film, di ottimo livello, si segnala per la presenza nel cast del regista Nando Cicero, di Gabriele Antonini che comparirà in molti altri peplum di Daniele Vargas e Sergio Fantoni, con un bel commento musicale di Marisa del Frate che interpreta “Con te per l’eternità”
–I giganti della Tessaglia di Riccardo Freda (1960), con Roland Carey, Massimo Girotti, Moira Orfei, Alberto Farnese, uno dei primi peplum a raccontare le vicende di Giasone e degli Argonauti, impegnati a recuperare il vello d’oro.Nel cast compare anche Massimo Girotti.
–Il colosso di Rodi di Sergio Leone (1961) – con Rory Calhoun, Lea Massari, Georges Marchal, forse uno dei più belli e spettacolari, con la famosa sequenza in cui il colosso di Rodi, posto all’ingresso del porto, crolla all’interno del porto stesso.E’ l’unico film di Leone ad avere una soundtrack non composta da Ennio Morricone, in quanto per questo film il grande Sergio si avvalse della collaborazione di Angelo Francesco Lavagnino.
Maciste alla corte dello zar
Maciste alla corte del Gran Khan
–Ercole al centro della Terra di Mario Bava (1961) – con Reg Park, Christopher Lee, Leonora Ruffo, forse il peplum più particolare, con contaminazioni fantascientifiche opera del grande Bava, che racconta il viaggio di Ercole con Teseo e Telemaco nell’Averno, situato ovviamente secondo la mitologia al centro della terra, viaggio necessario per recuperare una pietra dai poteri prodigiosi.
– Romolo e Remo di Sergio Corbucci – con Steve Reeves, Gordon Scott, Virna Lisi, peplum che narra parte della storia leggendaria della fondazione di Roma ad opera dei figli di Rea Silvia fino all’assunzione fra di dei con di Romolo con il nome di Quirino.
–La furia di Ercole di Gianfranco Parolini – con Brad Harris, Brigitte Corey, Mara Berni, Serge Gainsbourg, che racconta della sfida mortale tra il mitico Ercole e l’usurpatore del regno di Cindia Meniste (interpretato dall’attore, cantante e poeta Serge Gainsbourg) con la famosa scena dei ribelli giustiziati tramite lo schiacciamento del cranio provocato dalle zampe di elefanti.
La guerra di Troia (1963) di Giorgio Ferroni – con Steve Reeves, Juliette Mayniel, John Drew Barrymore, Arturo Dominici, che racconta la tradizionale opera omerica con tutti gli eroi della tradione come Achille e Paride, Ulisse e il superstite Enea, che fugge da Troia in fiamme per tentare di fondare con i suoi compagni una nuova città.Nel film ci sono molti caratteristi del peplum come Lydia Alfonsi,Mimmo Palmara,Warner Bentivegna.
Le sette folgori di Assur
Il crollo di Roma (1963) di Antonio Margheriti – con Carl Mohner, Loredana Nusciak, Maria Grazia Buccella,Ida Galli, che parte dalle vicende successive alla morte di Costantino il grande per raccontare la fine dell’impero romano
La fenomenologia peplum, come dicevo agli inizi, durò in pratica fino al 1964, dopo di che si esaurì quasi del tutto con qualche eccezione relativa a tarde produzioni degli anni settanta, con titoli come Il ritorno del gladiatore più forte del mondo di Bitto Albertini con Brad Harris protagonista del 1971,La rivolta delle gladiatrici di Joe D’Amato con Pam Grier del 1973,La guerra del ferro – Ironmaster di Umberto Lenzi con Elvire Audray, Williams Berger, Pamela Field, George Eastmann.
Le fatiche di Ercole
Tuttavia i peplum continuarono ad essere proiettati nei cinema ben oltre il 1964; in quegli anni un film aveva una vita cinematografica ben maggiore dei decenni successivi grazie ai cinema di visione successiva, ai cinema parrocchiali o ai dopolavori.
In ultimo vorrei ricordare la presenza di diversi attori molto quotati del cinema internazionale in diverse produzioni peplum, come quelle di Orson Welles in David e Golia di Ferdinando Baldi,di Jayne Mansfield in Gli amori di Ercole di Carlo Ludovico Bragaglia, di Debra Paget in Il sepolcro dei re di Fernando Cerchio, di Jack Palance in Revak, lo schiavo di Cartagine di Pietro Francisci.
La vendetta di Spartacus
La regina dei vichinghi
La guerra di Troia
La calata dei barbari
La battaglia di Maratona
Il ratto delle Sabine
Il figlio di Spartacus
Il figlio di Cleopatra
Il conquistatore di Corinto
Il colosso di Rodi
I 7 gladiatori
Goliath contro i giganti
Gli ultimi giorni di Pompei
Gli schiavi più forti del mondo
Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili
Ercole alla conquista di Atlantide
Ercole al centro della terra
David e Golia
Arrivano i Titani
Afrodite dea dell’amore
Yvonne Furneaux in Io Semiramide
Bella Cortez in Il gigante di Metropolis
Barbara Carroll in Goliath contro i giganti
Annie Gorassini in Vulcano figlio di Giove
Anita Ekberg in Sotto il segno di Roma
Abbe Lane in Giulio Cesare contro i pirati
Chelo Alonso in Il terrore dei barbari
Clara Calamai in Afrodite dea dell’amore
Claudia Mori in Ursus nella terra di fuoco
Daniela Rocca in La vendetta dei barbari
Dominique Boschero in Ulisse contro Ercole
Eleonora Ruffo in Maciste contro il vampiro
Genevieve Grad in Il conquistatore di Corinto
Gianna Maria Canale in Le fatiche di Ercole
Gina Lollobrigida in Salomone e la regina di Saba
Gloria Milland in Goliath contro i giganti
Helene Chanel in Maciste alla corte del Gran Khan
Helene Chanel in Maciste all’inferno
Helga Linè in Il trionfo dei dieci gladiatori
Jeanne Valerie in Salammbo
Leonora Ruffo in Spade senza bandiera
Liana Orfei in Ercole sfida Sansone
Liana Orfei in Nefertiti regina del Nilo
Wandisa Guisa in Ercole contro Roma
Virna Lisi in Romolo e Remo
Sylvia Koscina in L’assedio di Siracusa
Susan Hayward in Demetrio e i gladiatori
Soledad Miranda in Ursus
Sofia Loren in La caduta dell’impero romano
Sofia Loren in Due notti con Cleopatra
Silvana Mangano in Ulisse
Rossana Podestà in Solo contro Roma
Rosanna Schiaffino in Teseo contro il minotauro
Rosalba Neri in Kindar, l’invulnerabile
Cani arrabbiati
Un uomo guida nervosamente, guardando il sedile posteriore (non inquadrato) e controlla l’orologio; nel frattempo, quattro uomini mascherati assaltano un portavalori.
Uno dei malviventi, che scopriremo chiamarsi Bisturi, senza motivo apparente accoltella il portavalori uccidendolo e subito dopo raggiunge con i complici un auto che li attende guidata da un complice.
Una guardia giurata però esplode due colpi di fucile e il rapinatore alla guida si accascia colpito a morte.
Inizia la fuga dei tre delinquenti superstiti, che si chiamano fa loro il Dottore, Trentadue e Bisturi.
Inseguiti dalla polizia i tre si rifugiano in un garage sotterraneo, dove prendono in ostaggio due donne; tenuti sotto tiro della polizia, i tre sembrano non avere scampo, ma Bisturi a quel punto uccide una delle due donne accoltellandola alla gola a morte.
La polizia lascia liberi di uscire i tre che, in auto, iniziano la fuga.
Don Backy
Durante la folle corsa che ne segue, si imbattono nell’auto guidata dall’uomo che abbiamo visto all’inizio guidare nervosamente,il cui nome è Riccardo; il motivo dello stato d’animo dell’uomo è costituito dalla presenza in auto di un bambino febbricitante.
I tre, che hanno con loro Maria, l’ostaggio sopravvissuto, si imbarcano nella vettura di Riccardo e proseguono la loro fuga.
Da quel momento la storia del gruppo si svolgerà prevalentemente nello spazio angusto dell’auto, scandita da torture psicologiche dei tre psicopatici malviventi nei confronti di Maria e Riccardo.
Maria tenterà la fuga dopo una sosta, ma verrà ripresa da Trentadue e Bisturi, umiliata e costretta a orinare davanti ai due;la fuga continuerà fino al drammatico e imprevedibile finale.
Cani arrabbiati è un film diretto da Mario Bava nel 1973 che verrà però non verrà mai distribuito per il fallimento della casa produttrice, la Loyola Films ; sarà soltanto nel 1995 che rivedrà la luce grazie al meritevole impegno dell’attrice Lea Krueger( Lea Lander) che con il contributo della Spera Cinematografica lo editerà in Dvd, restituendo al pubblico un film controverso ma dall’altissimo valore artistico.
Riccardo Cucciolla
Lea Lander
Cani arrabbiati o Rabid dogs nella versione internazionale è un film claustrofobico, durissimo; è un film “malato”, sudato, appiccicoso, così come i personaggi che si muovono nella storia.
Che sono i tre psicopatici malviventi, sporchi e sudati, senza regole morali e senza futuro.
Sono anche senza un passato, perchè quello che vediamo è solo quello che loro materialmente commettono, ed è già abbastanza;durante la lunga e drammatica fuga quello che emerge dalle loro figure è un desolante ritratto di tre uomini crudeli, che compiono le loro gesta senza alcuna remora morale e senza alcun codice etico.
A farne le spese sono il portavalori, ucciso da Bisturi senza pietà e Maria, freddata nel terribile finale,così come la sventurata autostoppista uccisa ancora una volta da Bisturi perchè scopre la ferita di Trentadue, a sua volta ucciso da Bisturi, che per la prima volta mostrerà un barlume d’umanità.
Ad emergere prepotente è, nel finale, la figura di Riccardo, l’uomo che accompagna i malviventi nella fuga; un padre all’apparenza preoccupato dallo stato del figlio, che nel corso del film è sempre immerso in un sonno agitato, provocato dalla febbre che lo divora e che entrerà di forza e si ergerà come figura ambigua nel corso delle ultime battute del film, lasciato da Bava volutamente ambiguo.
George Eastman
Tratto da un romanzo di Ellery Queen (pseudonimo adottato dai cugini statunitensi Frederic Dannay e Manfred Bennington Lee) sceneggiato dallo stesso Mario Bava con l’ausilio di Alessandro Parenzo e Cesare Frugoni, Cani arrabbiati è in sostanza un on the road movie con fortissime venature thriller, un genere non molto frequentato da Bava.
Che però gira questo film libero da vincoli e lacci della produzione e che quindi può sbizzarrirsi in modo autonomo nella gestione del film stesso; il ritmo serrato e il fortissimo senso di claustrofobia sono gli elementi portanti di una pellicola che non molla mai la presa, trasportando lo spettatore, anzi sballottandolo attraverso una fuga all’apparenza impossibile, con il terzetto dei malviventi sempre tallonato dalla polizia che però in pratica è invisibile.
La vediamo solo nel garage dal quale è originata la fuga, sentiamo le sirene delle pantere in lontananza quando i tre si impadroniscono con la forza dell’auto di Riccardo, la ritroviamo all’uscita del casello autostradale mentre i poliziotti (presumibilmente) chiedono lumi al casellante.
Poi nulla più.
Un film che è un collage fatto da humour nerissimo e sequenze da brivido, in cui Bava non accenna minimamente discorsi socio politici o latro; a parlare sono solo le gesta dei protagonisti.
A partire dallo psicopatico Bisturi, che uccide a sangue freddo con quella che è la sua arma preferita, lo stiletto per proseguire con un altro psicopatico, quel Trentadue che è forse il personaggio più rozzo e brutale, animalesco.
Il Dottore è cinico e crudele ma appare più equilibrato, ammesso che si possa usare questo termine; a lui quei due compagni di fuga piacciono poco, ma in fondo anche lui non è una mammola e ben presto finirà per condividere le efferatezze dei suoi scellerati compagni di fuga.
L’interno dell’auto, il suo abitacolo, diventano così un microcosmo dominato dalla paura e dalla sporcizia; la paura di Riccardo e Maria, che ben comprendono di avere la loro vita sospesa su un filo sottilissimo, quella dell’autostoppista, che comprenderà ben presto di aver fatto una scelta fatale quando ha chiesto loro un passaggio.Un interno d’auto in cui lo spettatore può sentirsi prigioniero, inspirare quasi il fetore delle camicie dei malviventi madide di sudore, la loro sporcizia mentale.
Su questo Bava costruisce un film forse rozzo, ma terribilmente efficace.
Un film che è una commistione di generi, ma che avvince grazie alla sua atmosfera quasi da noir; alcune scene sono davvero da brivido, come la sequenza all’interno del garage, la già descritta scena in cui Maria iene costretta ad orinare davanti ai due delinquenti eccitati e sudati, con la macchina da presa che cattura anche gli insetti sul volto di Trentadue, l’uccisione dell’autostoppista, la bellissima sequenza finale, nella quale scopriamo un Riccardo che non è affatto migliore dei tre assassini che ha scarrozzato per tanto tempo.
Bava sceglie un cast che potremmo definire minore; il basso budget a disposizione evidentemente non permetteva di largheggiare per cui alla fine l’unica era presenza di rilievo è quella di Riccardo Cucciolla e in parte quella di Maurice Poli, assolutamente impeccabili nella recitazione.Gli altri protagonisti, Luigi Montefiori,Don Backy e Lea Lander completano l’organico; le recitazioni sono volutamente oltre le righe, in particolare quelle di Don Backy e Montefiori alle prese con due personaggi difficili.
Ma alla fine visto il risultato tutti possono essere soddisfatti, in particolare gli spettatori.
Peccato che il film non sia mai uscito nelle sale, privando noi spettatori dell’epoca e sopratutto i numerosi fans del regista ligure della visione di un’opera da grande schermo; la tensione che si prova al cinema è indiscutibilmente superiore a quella della visione home e resterà per sempre il rammarico per una grande occasione perduta.
Il film è disponibile in digitale ed è presente su You tube all’indirizzo http://youtu.be/XXP-zjvP3bs, ed è stato distribuito anche con il titolo Semaforo rosso.
Cani arrabbiati
Un film di Mario Bava. Con Riccardo Cucciolla, Lea Lander, Maurice Poli, Don Backy, George Eastman, Erika Dario, Emilio Bonucci Rabid dogs, durata 96 min. – Italia 1974
Riccardo Cucciolla: Riccardo
Maurice Poli: “Dottore”
George Eastman: “Trentadue”
Don Backy: “Bisturi”
Lea Krueger: Maria
Maria Fabbri: Maria Sbravati
Erika Dario: Marisa
Luigi Antonio Guerra: impiegato della banca
Francesco Ferrini: uomo alla stazione di servizio
Emilio Bonucci: tassista
Ettore Manni: direttore della banca
Pino Manzari: casellante
Soggetto Ellery Queen (racconto), Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni
Sceneggiatura Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni
Produttore Roberto Loyola, Lea Krueger (postproduzione)
Casa di produzione Loyola Films (1974)/Spera Cinematografica (1995)
Fotografia Emilio Varriano, Mario Bava
Montaggio Carlo Reali
Effetti speciali Sergio Chiusi
Musiche Stelvio Cipriani
Costumi Wayne Filnkelman
Trucco Vittorio Biseo, Angelo Roncaioli
Parte della recensione tratta dal sito www.http://ilmiovizioeunastanzachiusa.wordpress.com
“La prima cosa che mi viene in mente ogni volta che penso a questo film di Bava è: peccato. Peccato che un film così magnifico non abbia potuto godere di un più che meritato successo a causa delle disavventure finanziarie che coinvolsero il produttore Roberto Loyola che non potè quindi distribuirlo nelle sale italiane; in pratica qui in Italia nessuno ha mai visto “Cani arrabbiati” al cinema ed è una cosa davvero incredibile, sconcertante…”
Parte della recensione tratta dal sito http://www.alexvisani.com/
“Pellicola dal ritmo serratissimo, quasi interamente girata alla luce del sole, in automobile, con impressionanti momenti di violenza ( tra tutte, probabilmente, quella nella quale due malviventi costringono la donna in loro ostaggio a orinare, stando in piedi ) che sfocia in un finale sorprendente e beffardo. Qualche incertezza nel montaggio ( soprattutto nella parte iniziale ) e qualche ripetitività nella sceneggiatura non rovinano affatto questa pellicola di Mario Bava, qui alla sua terz’ultima regia. Molto bravi gli attori tra i quali figurano Riccardo Cucciola e Luigi Montefiori conosciuto anche come George Eastman”
Parte della recensione tratta dal sito http://bmoviezone.wordpress.com/
“Cani arrabbiati parte come uno dei tanti poliziotteschi dell’epoca (e infatti presenta non pochi parallelismi con Milano odia: la polizia non può sparare, film dello stesso anno di Umberto Lenzi), con la classica rapina ad un portavalori da parte di un manipolo di banditi mascherati e con conseguente sparatoria ed inseguimento in macchina. Incipit a cento all’ora, dunque, ma ancora legato ai cliché del genere che maggiormente andava (insieme al giallo) in quegli anni. Dopo pochi minuti, Bava comincia a fare sul serio: uno dei banditi, in preda alla nevrosi, sgozza senza apparente motivo un ostaggio di fronte ad alcuni agenti di polizia impietriti. Sarà l’inizio di un aberrante vortice di violenza, sporcizia e morte in mezzo al quale Bava trascinerà lo spettatore per tutti i novanta minuti.”
Il segno del comando
E’ una domenica, il 16 maggio 1971. La sera 15.000.000 di spettatori sono seduti davanti alla tv; la Rai, nelle settimane precedenti, ha pubblicizzato uno sceneggiato televisivo che promette una storia piena di mistero con risvolti parapsicologici e sovrannaturali. Così, subito dopo il tradizionale Telegiornale della sera e l’ancor più tradizionale Carosello, parte la sigla iniziale sulle note di Cento campane di uno dei fenomeni televisivi più seguiti della storia della Tv italiana, quel Il segno del comando che per 5 domeniche, sino alla puntata finale del 13 giugno 1971, catalizzerà l’attenzione del pubblico italiano che seguirà con il fiato sospeso lo sceneggiato televisivo più bello mai trasmesso dall’ente tv italiano. “Nun me lo dì stanotte a chi hai stregato er core la verità fa male lasciame ’sta visione pe’ sperà din don din don amore cento campane stanno a dì de no...” canta Nico Tirone, e il pubblico è già ammaliato da quella voce suadente che introduce le immagini di un uomo che insegue una bellissima figura femminile tra le strade deserte di Roma.
Silvia Monelli (la Signora Giannelli) e Ugo Pagliai (Edward Foster)
Inizia in questo modo ammaliante, accattivante, lo sceneggiato diretto da Daniele D’Anza, regista e sceneggiatore quarantanovenne nato a Milano che il pubblico televisivo conosceva per il grande successo riscosso l’anno precedente con lo sceneggiato Coralba e sopratutto per Giocando a golf una mattina, diretto nel 1969. Uno sceneggiato che oggi sarebbe assolutamente improponibile sia come costruzione nei tempi di realizzazione dell’epoca sia nella struttura stessa; un’opera dilatata nei tempi, nei dialoghi e nelle situazioni, che sono lungamente descrittive e quasi sempre statiche. Una storia, però, che aveva tutte le carte in regola per catturare l’attenzione degli spettatori, perchè mescolava elementi da sempre catalizzatori dell’attenzione del pubblico, attraverso una sapiente miscela di storie intrecciate che coinvolgono il mondo della parapsicologia, dell’occulto e della magia, attraverso un lungo percorso che si snoda sulle tracce del misterioso segno del comando.
Carla Gravina (Lucia)
A sinistra Rossella Falk (Olivia)
Lo sceneggiato inizia mostrando l’arrivo a Roma del professor Lancelot Edward Forster, uno studioso di letteratura inglese che ha scritto una serie di articoli su Lord George Gordon Byron, poeta suo conterraneo; Edward Foster ha ricevuto dal pittore Marco Tagliaferri un invito che è una sfida, trovare una piazza citata da Byron nel suo diario che Edward ritiene immaginaria e che Tagliaferri dice di essere reale. Nello stesso tempo Foster riceve l’invito a tenere una conferenza su Byron all’interno del British Council di Roma, invito che arriva dal consulente inglese George Powell. Foster si reca a casa di Tagliaferri dove incontra la misteriosa Lucia, modella del pittore, che lo invita a incontrare Tagliaferri in una locanda di Trastevere. Lo studioso, in cerca di alloggio, si reca presso l’hotel Galba, su suggerimento di Lucia; qui conosce la direttrice dell’hotel, la bellissima signora Giannelli, che però nega di conoscere Lucia.
Angiola Baggi (Giuliana)
Nell’albergo Foster incontra anche una sua vecchia amica (forse una vecchia fiamma), Olivia, che alloggia nell’hotel con un tipo equivoco, Lester Sullivan, che scopriremo essere un trafficante di antichità e altre attività poco chiare. Dopo aver appreso che Tagliaferri in realtà è morto, Foster si reca al British Council dove incontra Powell e la sua segretaria Barbara;la sera poi si reca all’appuntamento con Lucia, che lo porta in un posto che sembra uscito da un quadro dell’ottocento,la Taverna dell’angelo, nella quale i due attendono inutilmente l’arrivo di Tagliaferri. Edward, forse drogato, inizia ad avere delle visioni prima di svenire. Al risveglio si ritrova all’interno della sua auto dalla quale è sparita la borsa con gli appunti e le micro fiches contenenti gli studi dello studioso;dopo un’inutile tappa al commissariato, Foster trova all’interno dell’auto il bellissimo e inquietante medaglione che Lucia indossava, raffigurante una civetta. Inutilmente Foster cerca di ritrovare la taverna dell’Angelo, e il giorno dopo fa un’altra incredibile scoperta:Marco Tagliaferri è morto esattamente cento anni prima.
La medium
L’uomo che Edward incontra nell’appartamento adiacente allo studio del pittore è infatti un suo discendente, il colonnello Tagliaferri, che racconta a Foster particolari sulla vita dell’antenato, morto giovane e in circostanze mai chiarite e del suicidio della sua modella Lucia. Naturalmente Foster è assolutamente certo di aver incontrato una donna vera, non un fantasma, tuttavia il dubbio inizia a serpeggiare nella sua mente.Un’altra sorpresa lo attende al caffè Greco, dove si reca su suggerimento del colonnello Tagliaferri; il ritratto li esposto del pittore Marco assomiglia tantissimo al volto di Foster. Recatosi in seguito ad una telefonata anonima al cimitero degli Inglesi, Foster trova anche la tomba del pittore, guidato anche in questo caso da una figura oscura che lo guida fino alla tomba. Che porta incisa la data della morte del pittore, il 28 marzo 1835, la stessa data, giorno e mese, della nascita del professore, avvenuta esattamente 100 anni dopo; Tagliaferri è morto 28 marzo del 1871 e cent’anni dopo quella data ecco che Foster dovrà tenere la sua conferenza su Byron. Intanto Foster riesce a far valutare il medaglione che Lucia gli a lasciato in auto.
Alla ricerca dello spartito di Vitali
Prospero Barengo, un esperto d’arte,conferma che si tratta di un’opera di altissimo valore, creata da un orafo del settecento, Ilario Brandani, morto in odore di negromanzia; la sempre più spaventata Olivia cerca di convincere, inutilmente, Edward sulla necessità di andar via da Roma, mentre sarà proprio Sullivan a squarciare un altro velo di mistero raccontando a Foster che Ilario Brandani è nato il 29 marzo 1735 e morto il 28 marzo 1771, quindi cento anni prima di Tagliaferri e 200 anni prima di Edward Foster. A questo punto le sinistre coincidenze iniziano ad essere davvero tante e arriva un altro colpo di scena: Barbara, la segretaria di Powell ha scoperto che la piazza descritta da Byron e raffigurata nel quadro visto da Foster in realtà è una foto ritoccata.Il quadro vero è di proprietà del principe Anchisi, che Foster ha conosciuto da poco e che si è presentato come un esperto della vita di Byron, del quale possiede tutte le opere. Recatosi di notte nel palazzo del nobile, Foster incontra nuovamente Lucia, con la quale tuttavia non riesce a parlare. Nonostante gli avvertimenti di Barbara che gli racconta una leggenda secondo la quale il palazzo Anchisi è un luogo sfortunato, Foster si reca dal principe, nel palazzo del quale incontra anche una sua vecchia conoscenza, Sullivan, impegnato inutilmente nel tentativo di far vendere la collezione di quadri che Anchisi possiede.Il principe caccia in malo modo il trafficante e subito dopo informa Foster che il quadro andrà all’asta quel giorno stesso. Subito dopo aver avuto la notizia della morte del colonnello Tagliaferri, Edward si reca all’asta con l’intenzione di acquistare il quadro che però viene ceduto ad un anonimo acquirente.L’ennesima telefonata anonima avvisa Foster che il quadro sta per essere nuovamente venduto e il professore si reca nel posto dove dovrebbe essere effettuata la vendita.Qui però trova l’enigmatica proprietaria dell’hotel Galba, la signora Giannelli, seduta ad un tavolo per una seduta spiritica. Foster viene accolto nel cerchio e durante l’evocazione ecco che la medium parla con voce roca del quadro che si trova in una “barca a remi”. Foster scopre che la medium altri non è che la sfuggente Lucia;Foster è preda delle allucinazioni, vaga in quella che è una sartoria e si accorge che è rimasto solo.
Lucia, donna reale o fantasma?
Recatosi nella casa di Tagliaferri, accolto dalla affranta Giuliana, nipote di Tagliaferri, Foster scopre che il colonnello è morto nell’ora esatta in cui si è fermato un orologio di gran valore in possesso del colonnello, opera ancora una volta dell’oscuro Brandani. Poichè nella cassa dell’orologio c’è un’incisione recante un effigie e il nome Sant’Onorio, Foster si reca nella chiesa romana del santo per scoprire che in realtà il sacerdote della chiesa stessa non ha mai sentito parlare di Brandani o Tagliaferri. Ma sembra esserci una svolta; in albergo Foster riceve una telefonata di Sullivan che promette importanti rivelazioni. La telefonata però è interrotta da due spri; Foster corre da Powell per raccontare l’accaduto quando all’improvviso ricorda che nella hall dell’hotel Galba, quando ha incontrato Olivia la tv stava trasmettendo un’opera di Baldassarre Vitali. E’ uno dei pezzi mancanti del puzzle, perchè proprio nella chiesa di sant’Onorio sono conservate composizione di questo artista. Recatosi nuovamente nella chiesa, Foster scopre che nella collezione di spartiti manca il salmo numero XVII, che un direttore d’orchestra li presente considera importantissimo, in quanto contenente secondo la leggenda un codice cifrato. Le rivelazioni continuano, perchè Anchisi parla a Foster di un misterioso Segno del comando,un potentissimo amuleto custodito da un messaggero di pietra che può essere trovato solo da un eletto, un talismano in grado di poter allontanare anche la morte. Foster si immerge in uno strano dormiveglia, nel quale vede funesti presagi, fra i quali la propria morte e quella dell’amica Olivia.Che in realtà è accaduta, cosa che sconvolge ancor più l’ormai confuso professore; ma la voglia, il desiderio di conoscere il bandolo di quella storia cosi complicata portano Foster a seguire l’indizio principale ancora in suo possesso, quello contenuto nel diario di Byron che rimanda ancora una volta alla piazza descritta dal poeta inglese, che contiene anche la frase oscura “Che io sia dannato se accetto ancora un invito di O.“
Grazie a Barbara, viene individuata l’abitazione in cui Byron aveva soggiornato a Roma, in Via delle Tre Spade 119 e il suo misterioso proprietario nonchè amico di Byron,Sir Percy O. Delaney; sarà un signore anziano e non vedente a dipanare ancor più il mistero, raccontando a Foster che quella casa si affacciava tempo addietro su una piazza del tutto simile a quella descritta da Byron e che il famoso salmo XVI di Baldassarre Vitali è custodito nella casa stessa. Finalmente Foster puà leggere il salmo, ma ecco il colpo di scena:passa Lucia per strada e il professore si precipita al suo inseguimento. La ragazza lo porta in un palazzo, sede della sartoria in cui Foster aveva assistito alla seduta spiritica dove c’è Powell e il redivivo Sullivan che si affrontano a pistole spianate. Sullivan nel tentativo di sfuggire a Powell precipita e muore; Powell può finalmente gettare la maschera e raccontare il suo vero ruolo nella storia, quello di un agente dei servizi segreti britannici (sulle tracce del carteggio Von Hassel, un misterioso scambio di documenti della cui esistenza sono al corrente solo 4 capi di stato, ma questo Powell non lo racconta a Foster). E’ arrivata nel frattempo la fatidica data del 28 marzo 1971,quella in cui Edward Foster deve tenere la famosa conferenza su Byron; in una sala colma di persone attentissime, fra le quali spiccano alcuni protagonisti della storia, ovvero Powell,Barbara, Anchisi; Foster rivela tutto quello che ha scoperto, giungendo infine alla parte più importante, ovvero l’assassinio di Ilario Brandani da parte del compositore Baldassarre Vitali, che aveva ucciso l’orafo per impadronirsi del Segno del comando per poi lasciare nel salmo XVII le indicazioni sul posto dove l’aveva nascosto. Ma le sorprese sono appena iniziate…
Edward Foster nel momento del suo compleanno, un avvenimento molto pericoloso….
Ometto, per ovvi motivi, la descrizione del finale dello sceneggiato, che va gustato per intero perchè porta finalmente alla scoperta di tutti i tasselli mancanti del puzzle; la storia di fantasmi, di maledizioni,l’intrigo storico tra il poeta Byron e l’orafo maledetto Brandani, il pittore Tagliaferri e la sua bellissima modella Lucia, tra il misterioso talismano e persino una serie di documenti scottanti risalenti alla guerra è all’epilogo, un epilogo che ha del sorprendente e anche del sovrannaturale, con quella conclusione che può lasciare delusi ma che in realtà è il degno finale di una storia assolutamente lineare. E’ difficile, per chi non abbia avuto dai 15 anni in su nel 1971 capire il fascino che questo sceneggiato suscitò; per la prima volta in una edizione televisiva si vedeva una storia che mescolava con sapienza tanti elementi generalmente appartenenti al mondo della cinematografia horror o thriller, quella delle spy story o del fantastico. Questi elementi confluiscono tutti in un’unica storia che trasporta lo spettatore attraverso il tempo e una città Roma, che appare magica, fatata. La presenza di un cast assolutamente omogeneo come qualità recitativa, tutti professionisti impeccabili aggiunge valore allo sceneggiato; da Pagliai alla splendida Carla Gravina, da Checchi a Hintermann attraverso le figure degli altri caratteristi dell’opera si arriva ad un’integrazione assolutamente perfetta tra la storia e i suoi interpreti. Sono passati più di quarant’anni dal ciak si gira di Il segno del comando; molti degli attori che parteciparono a quell’esperienza sono ormai scomparsi.
La conferenza di Foster
Non ci sono più Massimo Girotti, il bravissimo e ambiguo Powell dello sceneggiato e non c’è più Carlo Hintermann, scomparso ormai 25 anni fa, è morto Franco Volpi, grandissimo nel ruolo del principe Anchisi ed è morto Andrea Checci, il bonario commissario Bonsanti. Sono scomparsi personaggi minori del film come Serena Michelotti, la zingara e Augusto Mastrantoni, il colonnello Tagliaferri, Leopoldo Valentini (il custode del cimitero) e Roberto Bruni (Barengo),Amedeo Girardi ( il sarto Paselli) e Franco Angrisano (l’intermediario)….
Resta lo sceneggiato, un’opera così affascinante da essere ormai diventata, nell’immaginario collettivo, la summa di quello che uno spettatore pò chiedere ad un’opera di finzione, uno sceneggiato che ancora oggi conserva quasi del tutto intatto il fascino che emanava in un tempo ormai tanto distante da noi. Un tempo in cui la tv era in bianco e nero e in cui ci si sedeva davanti alla tv in massa, in attesa spasmodica del proseguimento dell’opera, della famosa “puntata successiva” Vent’anni dopo l’uscita dello sceneggiato,sull’onda del mito che ormai aleggiava attorno al leggendario Segno del comando, il regista D’Anza rielaborò la sceneggiatura dell’opera ricavandone un romanzo che nelle intenzioni doveva chiarire i punti rimasti oscuri dello sceneggiato. Quell’opera, che ebbe un ottimo successo, venne distribuita dalla Newton Compton Editore, specializzata in opere vendute a basso costo.
A sinistra: Massimo Girotti (Powell)
La prima edizione costava 2000 lire, un euro odierno e si faceva leggere con piacere e scorrevolezza. Il segno del comando è opera di facile visione; esistono i dvd della Elleu multimedia, casa di distribuzione che noi appassionati non dovremmo mai smettere di ringraziare e che ha permesso a tantissime persone di rivedere l’opera così come su Youtube ci sono diverse versioni, tutte complete, dell’opera televisiva. Quella qualitativamente migliore, ricavata proprio dai dvd Elleu è disponibile a questo indirizzo: http://youtu.be/6lcFAI4zHp4. All’utente Nino, autore del caricamento online va il mio personale ringraziamento anche per l’opera meritoria di aver messo a disposizione di tutti autentiche perle passate in tv in un’epoca ormai preistorica come la fine degli anni sessanta e gli inizi dei settanta, ovvero Donna d’onore e Il dipinto, Philo Vance e Nero Wolfe, Vita di Leonardo Da Vinci e Joe Petrosino, L’enigma delle due sorelle,Ho incontrato un’ombra, La traccia verde. In ultimo, non posso non accennare al remake dello sceneggiato diretto nel 1992 da Giulio Onesti;ambientato a Parigi invece che a Roma, con Powell e Elena Sofia Ricci nei ruoli rispettivi di Foster e Lucia, il remake è assolutamente da dimenticare e non ha nemmeno un briciolo della suspence, dell’ambientazione di tutte quelle componenti insomma che fecero la fortuna della prima edizione.
Ugo Pagliai: Edward Forster
Zuma Spinelli: la portinaia
Carla Gravina: Lucia
Gino Maringola: il portiere dell’albergo
Silvia Monelli: la signora Giannelli
Rossella Falk: Olivia
Carlo Hintermann: Lester Sullivan
Giovanni Attanasio: lo sconosciuto
Luciano Luisi: il telecronista
Massimo Girotti: George Powell
Laura Belli: amica di Edwar
Luciana Negrini: amica di Edwar
Paola Tedesco: Barbara
Serena Michelotti: la zingara
Giorgio Onorato: il posteggiatore
Lucia Modugno: una donna
Adriano Micantoni: maresciallo
Augusto Mastrantoni: col. Tagliaferri
Angiola Baggi: Giuliana
Leopoldo Valentini: custode del cimitero
Franco Volpi: Raimondo Anchisi
Luisa Aluigi: una bibliotecaria
Franco Odoardi: banditore
Roberto Bruni: Prospero Barengo
Giancarlo Palermo: cameriere
Amedeo Girardi: il sarto Paselli
Anna Segnini: suora
Franco Angrisano: l’intermediario
Pietro Villani: spiritista
Armando Brancia: portiere di notte
Vittoria Di Silverio: la donna con la spesa
Andrea Checchi: comm. Bonsanti
Giorgio Gusso: il prete
Jolanda Modio: una ragazza
Paola Arduini: la telefonista
Ferruccio Scaglia: il direttore d’orchestra
Evar Maran: il rigattiere
Enrico Lazzareschi: un muratore
Vittorio Duse: primo operaio
Aleardo Ward: secondo operaio
Attilio Fernandez: il maggiordomo
Silvana Buzzo: la cameriera
Armando Anselmo: un cieco
Gualtiero Isnenghi: un bibliotecario
Bianca Manenti: una bibliotecaria
Ideatore Flaminio Bollini e Dante Guardamagna
Regia Daniele D’Anza
Sceneggiatura Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà
Nun me lo dì stanotte
a chi hai stregato er core
la verità fa male
lasciame ’sta visione pe’ sperà
din don din don amore
cento campane stanno a dì de no
ma tu ma tu amore mio
se m’hai lasciato ancora nun lo dì
no nun lo di’ nun parlà
sei una donna o una strega chissà?
Me resta ‘na speranza, la speranza di quer sì…
din don, din don amore
cento campane stanno a dì de no
ma tu ma tu amore mio
se m’hai stregato dimmelo de sì
Franco Volpi (il principe Anchisi)
Incipit del romanzo “Una berlina targata Gran Bretagna si arrestò davanti a un austero portone di via Margutta, all’altezza dello stabile contrassegnato dal numero 53/B. L’auto – una Jaguar un po’ vecchiotta – era molto impolverata, come se avesse compiuto un lungo viaggio. Era una tarda mattinata di primavera, una classica giornata del marzo romano, quando l’aria frizzante sa di verde anche se non si scorgono né alberi né giardini. Dalla Jaguar scese un uomo vestito con sobria eleganza, biondo e con gli occhi azzurri, sui trentacinque-quarant’anni; un tipo disinvolto e piuttosto sicuro di sé, dall’aria inconfondibilmente britannica. Pareva compiaciuto di trovarsi nella lunga e stretta strada tradizionalmente abitata dagli artisti, sulla quale si affacciavano numerose le botteghe degli antiquari, dei falegnami e dei corniciai. Prese dall’auto una borsa di pelle e si soffermò ad osservare una targa che spiccava accanto al portone, scritta in caratteri neoclassici: «Studi di pittura e di scultura». Poi, con passo deciso, varcò la soglia del 53/B.” Finale del romanzo Non c’era nessuno, ad eccezione di una donna che era seduta ad un tavolo e volgeva le spalle all’entrata. La capigliatura chiara, lo scialle antico… Edward si portò davanti alla donna. Non era Lucia. Aveva capelli grigi con striature bionde e indossava un costume zingaresco. La faccia, che certamente un tempo era stata bella, era solcata da una infinità di rughe. Appariva molto vecchia, ma non era possibile definirne l’età. La donna sorrise a Edward. “Perchè mi guardi così? Siediti” Edward si calò lentamente su una sedia, dall’altra parte del tavolo. “Cercavo un’altra persona…” “Non cercavi di certo me”, disse ridendo la donna. Come ipnotizzato, Edward non smetteva di fissarla. “Sai chi sono io?” Edward non rispose. Lei continuò a ridere. “Io sono una strega…Vuoi bere?” Protese una brocca di vino nero verso il bicchiere che era davanti a Edward, il quale fece segno di no e coprì il bicchiere con le mani. “E’ genuino. Io bevo solo questo” “Anche…anche lei viene qui tutte le sere?”, riuscì a dire Edward. “Come Lucia?” “Sì. La conosce?” “Tutti qui la conoscono” Con gli occhi sbarrati, Edward deglutì per poter parlare. “La supplico, mi dica qualcosa di Lucia” “Posso raccontarti qualcosa del suo passato. Te l’ho detto che sono una strega” Edward annuì. La donna spostò altrove il suo sguardo. “Lucia era figlia illegittima di uno dei principi Anchisi. Aveva un carattere libero e ribelle. Fece la modella di Marco Tagliaferri e poichè l’amava si unì a lui…” “Continui, la prego” “Tagliaferri sapeva di essere Ilario Brandani reincarnato e passò la sua breve vita a dipingere e a cercare, con ogni pratica magica, ciò che avrebbe potuto salvarlo” “Che cosa lo avrebbe salvato?” L’interesse di Edward si era fatto spasmodico. “Ancora non sai che cos’è il Segno del Comando?”, disse ridendo la donna. “Eppure, da quando sei a Roma lo porti conte…” Edward rimase interdetto, sconvolto. “Il medaglione!” La donna fece segno di sì, poi assunse un’espressione seria. “Brandani lo incise il 31/03/1771, ma non potè goderne il potere perchè proprio quel giorno…” “Quale potere?” “Quello di prolungare la vita se è troppo breve, rispose con semplicità la donna”. Quindi riprese: “Proprio quello stesso giorno Vitali, l’organista, lo uccise e glielo rubò”. I lineamenti della donna si indurirono. “Poi, quando Vitali si sentì vicino a morire, perchè per il delitto che aveva commesso non poteva che morire, lo nascose” “E Tagliaferri lo cercò inutilmente…” “Sapeva che non poteva essere lontano da un certo luogo, la piazza che addirittura dipense, ma non riuscì a trovarlo. Morì prima dell’alba del 31/03. Cento anni fa.” “Come morì Tagliaferri?” “Lo trovarono annegato nel Tevere. Dissero che era stato il vino. Questo vino.” La donna bevve. Edward restò a guardarla. “E…Lucia?” “Si lasciò morire nello studio di via Margutta. Ma le fu concesso di continuare a cercare il medaglione.” “Le fu concesso…? Da chi?” Lo sguardo della donna si fece serio e penetrante. “Tu vivi in un mondo di certezze. Non varcare questo limite, non ti è consentito. Lucia voleva trovare il Segno del Comando per interrompere la catena maledetta delle reincarnazioni…” “Quando lo ha trovato?” “Tu non eri ancora nato, e neppure questo secolo” Le domande che assillavano Edward gli davano un’aria eccitata, febbrile. “Altri lo cercavano…e Lucia era…stava con loro…” La donna sorrise. Aveva un sorriso piacevole, giovanile. “Lucia era rimasta legata al vincolo di sangue con Anchisi. Il principe e i suoi amici se ne servivano per cercare contatti con l’aldilà. Ma Lucia doveva dare a te il medaglione, perchè tu eri il predestinato” Edward si versò un pò di vino. Aveva bisogno di bere qualcosa. “Ma dov’è Lucia? Poichè le devo la vita, vorrei…” “Non verrà”, disse la donna scuotendo il capo. “Non verrà mai più”. Edward si alzò e si portò la mano a una tasca. “Vai. Torna al tuo paese e ai tuoi studi.” “Volevo almeno restituirle il medaglione”, disse Edward mostrandolo alla donna. Lei lo prese, lo rigirò nel palmo della mano e glielo restituì. “Il Segno del Comando…Ora non è che un bel medaglione. Puoi tenerlo. Conservalo come un ricordo di Lucia.” Edward retrocedette lentamente, poi voltò le spalle alla donna e raggiunse le scale. In quel momento stava scendendo un uomo che portava una chitarra. Edward se lo ricordò: sembrava gemello del servitore (o era il padrone?) che si occupava della mescita. Edward incrociò l’uomo dalla chitarra e uscì. Il nuovo venuto si avvicinò alla donna: le parlò con estrema dolcezza. “E’ tardi, Lucia” “Sì, si è fatto tardi” Mentre le luci si facevano ancora più fioche, l’uomo si appoggiò a una parete, e si mise a cantare accompagnandosi con la chitarra. “Nun me lo dì stanotte a chi hai stregato er core. La verità fa male, lasciame ‘sta visione per sperà.”

L’orologio in possesso del colonnello tagliaferri, opera dell’orafo Brandani
Il pugnale con la lama che scatta ogni 13 colpi, opera dell’orafo Brandani
Il messaggero di pietra che custodisce due segreti…
La tela di Marco Tagliaferri
Particolare della piazza con rudere romano
Il medaglione magico di Lucia
La tomba di Marco Tagliaferri
Ugo Pagliai, Edward Foster
Carla Gravina, Lucia
Andrea Checchi, il commissario Bonsanti
Angiola Baggi, Giuliana nipote del colonnello Tagliaferri
Augusto Mastrantoni, il colonnello Tagliaferri
Carlo Hintermann,Sullivan
Silvia Monelli, la signora Giannelli
Paola Tedesco, Barbara
Rossella Falk, Olivia
Massimo Girotti, Powell
Franco Volpi, il principe Anchisi
L’edizione Newton Compton del romanzo di D’Anza
L’ultima scena dello sceneggiato
Il nascondiglio
Nel cimitero degli Acattolici
Uno degli incubi di Edward Foster
Edward, Lucia e … Il segno del comando
La bella segretaria di Powell,Barbara
Via Margutta 33, la casa di Marco Tagliaferri
Lucia
Il ritratto di Tagliaferri
Il giorno fatidico
Di seguito il finale del romanzo di D’Anza,differente dallo sceneggiato televisivo;era quello che il regista avrebbe voluto ma che per varie ragioni rimase solo nella stesura del romanzo.
Edward camminava lentamente senza guardarsi intorno, come se conoscesse perfettamente la strada. Infatti riuscì a trovare ciò che cercava. O forse ciò che cercava si fece trovare. Ad un certo punto si trovò davanti ad un vecchio e basso edificio sul quale spiccava, bianca su nero, l’antica insegna ottocentesca: «TAVERNA DELL’ANGELO». Il cuore gli batteva forte quando, oltrepassato lo stretto ingresso, discese la breve scala curva e si trovò nel vasto scantinato dal soffitto a botte. Le lampade a petrolio e alcune torce infisse alle pareti illuminavano a malapena l’ambiente, permettendo di distinguere i due servitori che parevano usciti da una stampa del Pinelli. Edward riconobbe quello che stava al banco della mescita: allampanato, coi capelli lunghi, la faccia più che mai spettrale. Non c’era nessuno, ad eccezione di una donna che era seduta ad un tavolo e volgeva le spalle all’entrata. La capigliatura chiara, lo scialle antico… Edward si portò davanti alla donna. Non era Lucia. Aveva capelli grigi con striature bionde e indossava un costume zingaresco. La faccia, che certamente un tempo era stata bella, era solcata da una infinità di rughe. Appariva molto vecchia, ma non era possibile definirne l’età. La donna sorrise a Edward. «Perché mi guardi così? Siediti.» Edward si calò lentamente su una sedia, dall’altra parte del tavolo. «Cercavo un’altra persona…» «Non cercavi di certo me», disse ridendo la donna. Come ipnotizzato, Edward non smetteva di fissarla. «Sai chi sono io?» Edward non rispose. Lei continuò a ridere. «Io sono una strega… Vuoi bere?» Protese una brocca di vino nero verso il bicchiere che era davanti a Edward, il quale fece segno di no e coprì il bicchiere con le mani. «È genuino. Io bevo solo questo.» «Anche… anche lei viene qui tutte le sere?», riuscì a dire Edward. «Come Lucia?» «Sì. La conosce?» «Tutti qui la conoscono.» Con gli occhi sbarrati, Edward deglutì per poter parlare. «La supplico, mi dica qualcosa di Lucia.» «Posso raccontarti qualcosa del suo passato. Te l’ho detto che sono una strega.» Edward annuì. La donna spostò altrove il suo sguardo. «Lucia era figlia illegittima di uno dei principi Anchisi. Aveva un carattere libero e ribelle. Fece la modella di Marco Tagliaferri e poiché l’amava si unì a lui…» «Continui, la prego.» «Tagliaferri sapeva di essere Ilario Brandani reincarnato e passò la sua breve vita a dipingere e a cercare, con ogni pratica magica, ciò che avrebbe potuto salvarlo.» «Che cosa lo avrebbe salvato?»
L’interesse di Edward si era fatto spasmodico. «Ancora non sai che cos’è il Segno del comando?», disse ridendo la donna. «Eppure, da quando sei a Roma lo porti con te.» Edward rimase interdetto, sconvolto. «Il medaglione!» La donna fece segno di sì, poi assunse un’espressione seria. «Brandani lo incise il 31 marzo 1771, ma non poté goderne il potere perché proprio quel giorno…» «Quale potere?» «Quello di prolungare la vita se è troppo breve», rispose con semplicità la donna. Quindi riprese: «Proprio quello stesso giorno Vitali, l’organista, lo uccise e glielo rubò». I lineamenti della donna si indurirono. «Poi, quando Vitali si sentì vicino a morire, perché per il delitto che aveva commesso non poteva che morire, lo nascose.» «E Tagliaferri lo cercò inutilmente…» «Sapeva che non poteva essere lontano da un certo luogo, la piazza che addirittura dipinse, ma non riuscì a trovarlo. Morì prima dell’alba del 31 marzo. Cento anni fa.» «Come morì Tagliaferri?». «Lo trovarono annegato nel Tevere. Dissero che era stato il vino. Questo vino.» La donna bevve. Edward restò a guardarla. «E… Lucia?» «Si lasciò morire nello studio di via Margutta. Ma le fu concesso di continuare a cercare il medaglione.» «Le fu concesso…? Da chi?» Lo sguardo della donna si fece serio e penetrante. «Tu vivi in un mondo di certezze. Non varcare questo limite, non ti è consentito. Lucia voleva trovare il Segno del comando per interrompere la catena maledetta delle reincarnazioni…» «Quando lo ha trovato?» «Tu non eri ancora nato, e neppure questo secolo.» Le domande che assillavano Edward gli davano un’aria eccitata, febbrile. «Altri lo cercavano… e Lucia era… stava con loro…» La donna sorrise. Aveva un sorriso piacevole, giovanile. «Lucia era rimasta legata al vincolo di sangue con Anchisi. Il principe e i suoi amici se ne servivano per cercare di avere contatti con l’aldilà. Ma Lucia doveva dare a te il medaglione, perché eri tu il predestinato.» Edward si versò un po’ di vino. Aveva bisogno di bere qualcosa. «Ma dov’è Lucia? Poiché le devo la vita, vorrei…» «Non verrà», disse la donna scuotendo il capo. «Non verrà mai più.» Edward si alzò e si portò la mano a una tasca. «Vai. Torna al tuo paese e ai tuoi studi.» «Volevo almeno restituirle il medaglione», disse Edward mostrandolo alla donna. Lei lo prese, lo rigirò nel palmo della mano e glielo restituì. «Il Segno del comando… Ora non è che un bel medaglione. Puoi tenerlo. Conservalo come un ricordo di Lucia.» Edward retrocedette lentamente, poi voltò le spalle alla donna e raggiunse le scale. In quel momento stava scendendo un uomo che portava una chitarra. Edward se lo ricordò: sembrava gemello del servitore – o era il padrone? – che si occupava della mescita. Edward incrociò l’uomo dalla chitarra e uscì. Il nuovo venuto si avvicinò alla donna: le parlò con estrema dolcezza. «È tardi, Lucia.» «Sì, si è fatto tardi.» Mentre le luci si facevano ancora più fioche, l’uomo si appoggiò a una parete, e si mise a cantare accompagnandosi con la chitarra.
«Nun me lo di’ stanotte a chi hai stregato er core. La verità fa male, lasciame ‘sta visione per sperà. Din don, din don, amore, cento campane stanno a di’ de no, ma tu, ma tu, amore mio, se m’hai lasciato, ancora nun lo di’. No, nun lo di’, nun parlà, sei una donna o una strega, chi sa. Me resta la speranza, la speranza de quer sì. Din don, din don, amore, pure le streghe m’hanno detto no, ma tu, ma tu, amore mio, se m’hai stregato dimmelo de sì.»
FINE
I ragazzi del massacro
In una scuola milanese, durante il corso serale, un gruppo di giovani stupra e uccide la bella insegnante del corso.
Le indagini sono condotte dal commissario Duca Lamberti, che ha la certezza che il delitto è avvenuto in seno al branco; la causa scatenante la furia omicida è da ricercarsi in una bevanda drogata che ha eccitato i ragazzi fino a trasformarli in belve sanguinarie.
Ma non è stato comunque un delitto di gruppo, bensi ascrivibile ad una mano sola.
Lamberti usa il pugno di ferro per cercare la verità:così dall’interno del branco iniziano a circolare le voci sul presunto colpevole, un ragazzo che in realtà è impotente.
Duca Lamberti non va per il sottile, e per questo è malvisto dai superiori.

Anche perchè lui decide di cercare le vere motivazioni della morte della giovane insegnante al di fuori della cerchia dei ragazzi, aiutato in questo dalla bella assistente sociale Livia Ussaro.
Mentre ormai Duca Lamberti sembra sulla strada giusta per risolvere il caso, il giovane impotente si uccide: a questo punto l’ultimo tentativo che il commissario può fare è quello di trovare tra i giovani uno che possa essere in qualche modo riabilitato e che sia disposto a collaborare.
Sarà in questo modo che Lamberti arriverà alla soluzione del caso…
Tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Scerbanenco, I ragazzi del massacro è opera di Fernando Di Leo,che dirige il primo dei suoi film noir, inaugurando la straordinaria collaborazione con lo scrittore di origine ucraina che porterà al capolavoro di Di Leo Milano calibro 9.

Lo scrittore ucraino, vero specialista in noir d’atmosfera presterà in seguito la sua penna ad altri film del cinema di genere, come Il caso ‘Venere privata’ (1970) di Yves Boisset e La morte risale a ieri sera (tratto dal romanzo I milanesi ammazzano al sabato) diretto da Duccio Tessari dove ritroviamo Duca Lamberti già presente in Il caso Venere privata.
Di Leo riduce per lo schermo il romanzo di Scerbanenco mantenendo intata solo la struttura del racconto e portando avanti quella che sarà la linea guida della celebre trilogia del milieu; la Milano del regista pugliese appare già nella sua versione cupa e moralmente decadente, violenta e inafferrabile nella sua struttura criminale che agisce sotto la facciata di rispettabilità e operosità della capitale economica d’Italia.
Fernando Di Leo è al bivio della sua carriera; alle spalle ha il successo di Brucia ragazzo brucia e quello meno evidente di Amarsi male; il suo cinema è sicuramente avveniristico, è un regista che non ha alcuna paura di rappresentare visivamente la violenza in una forma nuova, diretta.

Ed è quello che fa con questo film, nel quale vediamo in azione un Duca Lamberti decisamente diverso da quello che verrà ripreso da Boisset o da Tessari.
E’ un uomo dai modi spicci, a tratti brutale.
Un uomo che crede nella giustizia ma che sa anche che per andare in guerra bisogna usare il cannone e non certo un mazzo di rose.
Ecco perchè usa metodi anticonvenzionali e brutali, metodi che lo rendono inviso ai suoi superiori.
Poichè però giunge sistematicamente ai risultati, Lamberti è tollerato anche se non incoraggiato.
Non è nato poliziotto, Lamberti, ma questo non l sappiamo dal film, bensi dai romanzi di Scerbanenco; è figlio di un poliziotto, è un ex medico che ha scontato tre anni di galera per aver somministrato un’iniezione letale ad un’anziana paziente. E’ diventato poliziotto dopo aver risolto brillantemente alcuni casi a lui sottoposti da un amico del padre.
Lamberti si muove quindi un una metropoli ormai lontana dal boom economico; nella scuola dove avviene l’omicidio non ci sono i ragazzi “normali”, quelli che in qualche modo sono figli del boom economico e si sono integrati nella realtà del lavoro e nella realtà sociale di Milano.

Ci sono invece i ragazzi che dal boom non hanno ricavato nulla, se non abitazioni ai limiti del decoro e che vanno a scuola mentre gli altri, dopo una giornata di lavoro o di studio vanno a divertirsi.
Sono la parte nascosta di Milano, quella che la città ignora e che nasconde alla vista di chi guarda alla città stessa come ad un modello esemplare di efficienza e integrazione.
Questo è un territorio inesplorato dalla persona qualunque ed è in questo ambito che il disilluso commissario si muove, usando i suoi metodi la dove non possono funzionarne altri.
Di Leo mostra la sua capacità di analisi e di descrizione di un fenomeno poco conosciuto come il background che sta dietro la facciata rispettabile della città e che diverrà poi il suo punto di forza con la celebrata trilogia del milieu, composta da tre opere distinte ma in qualche modo unite fra loro come Milano calibro 9, La mala ordina e Il boss.

I ragazzi del massacro è un ottimo film, accolto con diffidenza da parte della critica, incapace di vedere oltre la superficie le potenzialità di un regista a suo modo scomodo.
Un di quelli che pesca nel torbido, che mostra una realtà che evidentemente è preferibile ignorare.
Lo fa con un linguaggio scarno ed essenziale, con sangue e violenza stagliate sullo sfondo della nebbia e dell’omertà di un mondo con delle regole ferree e crudeli.
A leggere alcune recensioni (molte delle quali di pochi anni fa) non c’è che da rabbrividire; quella degli anni sessanta è una stagione irripetibile e se non si è capaci di cogliere in film come questi la capacità innovativa di raccontare senza fronzoli anche vicende marginali e squallide come quella mostrata nel film, allora si è di palato troppo aristocratico e ben abituato.
Se si paragona questo film ad opere degli ultimi 25 anni apparse in Italia, ci si rende conto come si vivesse in un’età dell’oro a livello visivo.Anni in cui la fertilità e il genio andavano di pari passo, anni in cui anche con pochi soldi si riusciva a costruire belle e affascinanti opere.

Tornando alla pellicola, va segnalata la positiva presenza nei panni di Duca Lamberti di Pier Paolo Capponi, attore di ottime qualità che a cavallo tra il 1967 e il 1974 comparve in circa una trentina di produzioni molte delle quali di buon livello per poi passare in pianta stabile a produzioni tv di ottima fama.
L’attore di Subiaco è espressivo e duro al punto giusto, quindi Lamberti è il suo personaggio, costruito con una recitazione asciutta e senza sbavature.
Accanto a lui, defilata, c’è la bellissima Susan Scott che fa il suo con grazia e garbo, mentre il resto del cast è composto da onesti comprimari.
Discrete le musiche di Silvano Spadaccino.
I ragazzi del massacro è un film che passa molto raramente in tv, tuttavia è editato in digitale anche se è di difficilissima reperibilità sul web.
I ragazzi del massacro
Un film di Fernando Di Leo. Con Pier Paolo Capponi, Susan Scott, Marzio Margine, Enzo Liberti, Ettore Geri, Sergio Serafini, Michel Bardinet, Renato Lupi Noir/Thriller, durata 91 min. – Italia 1969.
Pier Paolo Capponi: commissario Duca Lamberti
Susan Scott: Livia Ussaro
Enzo Liberti: questore Luigi Càrrua
Marzio Margine: Carolino Marassi
Michel Bardinet: Stelvio Sampero
Renato Lupi: Mascaranti
Danika La Loggia: Beatrice Romani
Giuliano Manetti: Fiorello Grassi
Jean Rougeul: Federico Dell’Angeletto
Regia Fernando Di Leo
Soggetto Giorgio Scerbanenco (romanzo)
Sceneggiatura Fernando Di Leo, Nino Latino, Andrea Maggiore
Produttore Tiziano Longo
Fotografia Franco Villa
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Silvano Spadaccino
Scenografia Franco Bottari











































































































































































































































































































































































































































