Novelle licenziose di vergini vogliose

Messer Giovanni Boccaccio, alla ricerca di ispirazione letteraria si addormenta e sogna di varcare le porte dell’inferno, dove viene accolto da messer Belzebu che gli fa fare un tour di un girone speciale dell’inferno ovvero quello degli zozzoni (lussuriosi). Con l’aiuto di altri due grandi scrittori, Petrarca e Caucher (l’autore dei racconti di Canterbury), Boccaccio apprende cosi alcune storie di peccatori che popolano gli antri infernali, tutti ovviamente avvolti dalle fiamme.

Margaret Rose Keil
Incontra il frate che ha preso in giro una moglie stanca di dover soddisfare un marito sessualmente insaziabile costringendola ad avere rapporti con lui e che per punizione finirà in una botte piena di feci, quella di un mercante che costretto dal lavoro ad andare via di casa lascia suo nipote, un giovane studente, alla mercè di sua moglie, donna dagli insaziabili appetiti sessuali che inizierà il giovane agli amori sensuali anche grazie all’ausilio di un libro erotico.

Seguono quindi le storie di due coppie che, stanche della routine matrimoniale, scelgono di scambiarsi i rispettivi partner all’insaputa gli uni degli altri, con risultati paradossali, poi la storia di un padrone che approfitta del suo lavorante per soddisfare le sue inclinazioni particolari e quella di un insegnante di musica che oltre che istruire la rampolla di una nobil signora dovrà soddisfarle entrambe sessualmente…
Diretto da Aristide Massaccesi con lo speudonimo di Michael Wotruba (che avrebbe utilizzato ancora due volte l’anno successivo nei film Pugni, pupe e karatè e Eroi all’inferno ), Novelle licenziose di vergini vogliose uscito nelle sale nel 1973 è un decamerotico dalla struttura tradizionale, imbastito cioè su alcune novelle più o meno scollacciate ma girato con un economia di risorse davvero francescana.
Il budget risicatissimo, l’impossibilità di scritturare attrici e attori di qualche fama (fatta eccezione per la Giorgelli e la Keil) porta Massaccesi a girare un prodotto che in mano a qualsiasi altro regista sarebbe risultato un trash senza speranze.



Tre fotogrammi con la bellissima Gabriella Giorgelli
Pur non potendo annoverare la pellicola tra le cose migliori del regista laziale, si può essere indulgenti con un prodotto ben curato ad onta della povertà di mezzi anche se irrimediabilmente confinato nel limbo dei B movies.
Massaccesi, che l’anno precedente aveva diretto un altro decamerotico dall’eloquente titolo Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti – Decameron nº 69 era in un periodo in cui girava film a ripetizione: si pensi che tra il 1972 e il 1974 il suo nome figura, anche se a volte uncredited in ben 11 pellicole appartenenti al western all’italiana, al thriller o al decamerotico.
Se ovviamente è inutile dilungarsi sulla sceneggiatura, visto il filone al quale il film stesso appartiene, val la pena ricordare la presenza nel film di una splendida Gabriella Giorgelli, all’apice della sua bellezza e quella dell’avvenente Margareth Rose Keil, una veterana dei decamerotici.


Sorprendentemente, Novelle licenziose è uno dei decamerotici più pudichi e non presenta situazioni ad alto tenore erotico o scene particolarmente spinte. Il che è un’autentica eccezione nella sterminata produzione del futuro Joe D’Amato e fortunatamente lo stesso regista cura fotografia e montaggio, sollevando nettamente la qualità del prodotto finale.
Da segnalare la presenza di Stefano Oppedisano nei panni di messer Boccaccio e quella di Massimo Pirri nel ruolo di Dante Alighieri, poco più che una piccola comparsata e di quella di due starlette come Enza Sbordone e Ewelin Melcherich.
Di questo film esiste in circolazione una copia ricavata dal digitale tv che finalmente sostituisce la versione logora che circolava fino a poco fa ricavata dal riversaggio di una VHS.
Un film senza pretese che può valere una visione nell’esclusiva ottica della documentazione sui decamerotici anni 70.


Novelle licenziose di vergini vogliose
Un film di Michael Wotruba (Aristide Massaccesi). Con Gabriella Giorgelli, Enza Sbordone, Margaret Rose Keil, Paolo Casella, Attilio Dottesio, Mimmo Poli, Marco Mariani, Lucia Modugno, Stefano Oppedisano, Enzo Pulcrano Erotico, durata 92 min. – Italia 1974.









Tony Askin: Buricchio
Paolo Casella: Giovanni Boccaccio
Rino Cassano: Troilo
Claudio Andreoli: Messer Ruberto
Attilio Dottesio: dottore
Gabriella Giorgelli: Alessandra
Margaret Rose Keil: Fioretta
Marco Mariani: Ser Giannetto
Ewelyn Melcherich: Lisa
Mimmo Poli: frate grasso
Enza Sbordone: Tarsia
Antonio Spaccatini: Messer Duccio
Lucia Modugno: madre di Lisa
Fausto Di Bella: Geoffrey Chaucer
Enzo Pulcrano: un marito/ il garzone
Stefano Oppedisano:
Massimo Pirri: Dante Alighieri

Regia Michael Wotruba (Aristide Massaccesi)
Soggetto Diego Spataro, Michael Wotruba
Sceneggiatura Diego Spataro, Michael Wotruba
Casa di produzione Elektra Film
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Aristide Massaccesi
Musiche Franco Salina

Michele Gammino: Buricchio
Michele Gammino: Messer Ruberto
Michele Gammino: Ser Giannetto
Flaminia Jandolo: Lisa
Ferruccio Amendola: frate grasso
Vittoria Febbi: Tarsia
Gianfranco Bellini: Messer Duccio
Daniele Tedeschi: Dante Alighieri



Lobby card del film

Margaret Rose Keil nel film
1974, un anno di cinema


Siamo nel 1974, un’altra annata decisamente eccezionale per il cinema anche se i primi segnali di crisi ci sono, ma non preoccupano più di tanto i produttori che continuano a investire in una marea di prodotti che raggiungeranno le sale in un anno che si concluderà in modo lusinghiero.
L’Oscar per il miglior film va a La stangata, di George Roy Hill che batte sul filo del rasoio lo splendido American Graffiti; Hill vince anche come migliore regista mentre il miglior attore protagonista è Jack Lemmon per Salvate la tigre. In campo femminile vince Glenda Jackson per Un tocco di classe mentre il miglior film straniero è lo stupendo Effetto notte (La nuit américaine), regia di François Truffaut.
A Cannes sbanca La conversazione (The Conversation), regia di Francis Ford Coppola mentre Pasolini vince il Grand Prix Speciale della Giuria con Il fiore delle Mille e una notte che chiude la trilogia composta da Il Decameron e da I racconti di Canterbury.

Momo e la Antonelli in Peccato veniale
Il film italiano più visto (ed anche quello più visto in assoluto) è Altrimenti ci arrabbiamo, di Marcello Fondato con protagonisti il duo Spencer-Hill; il film che vede i due amici battersi per vendicare la distruzione della loro Dune buggy realizza un incasso di oltre 6 miliardi al botteghino e conferma la validità dell’inseparabile coppia sullo schermo.
Dagli Usa arriva un film che diverrà leggenda, travagante e stralunato, dalla comicità a tratti demenziale ma assolutamente irresistibile: è Frankenstein Junior, diretto da Mel Brooks, che vede Gene Wilder interpretare Frederick Frankenstein (discendente del famose barone), suo malgrado costretto a ripercorrerere la strada dell’illustre antenato.
L’Italia risponde con Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, diretto da Lina Wertmuller, storia stravagante di un’impossibile coppia che si crea e si disfa in seguito al naufragio della barca sulla quale viaggiavano. La storia della ricca e snob milanese e del marinaio siciliano comunista e arrabbiato diverte il pubblico e il film diventa un successo grazie anche alle interpretazioni di Mariangela Melato e Giancarlo Giannini.

La conversazione
Un altro straordinario successo mondiale è Il padrino – Parte II regia di Francis Ford Coppola, seguito del fortunato primo episodio della saga della famiglia Corleone. Nel 1974 arriva sugli schermi Profumo di donna di Dino Risi, uno splendido spaccato sulla solitudine umana che vede tre grandi protagonisti tra gli interpreti, ovvero Vittorio Gassman, Agostina Belli e lo sfortunato Alessandro Momo così come arriva sugli schermi un prodotto low budget di un giovane regista, Tobe Hooper, destinato a diventare non solo un cult ma un apripista per una valanga di prodotti clone :Non aprite quella porta.
La storia della famiglia di macellai che sterminerà un gruppo di persone prima di essere fermati dall’unico superstite della loro follia.

Una calibro 20 per lo specialista

Travolti da un insolito destino…
Grande successo anche per Sidney Lumet che propone Assassinio sull’Orient Express, tratto da un romanzo di Agatha Christie con protagonista il detective dalla testa ad uovo, Hercule Poirot. Il film, molto ben diretto, si avvale di un cast stellare nel quale compaiono Sean Connery, Jacqueline Bisset, Lauren Bacall, Anthony Perkins, Albert Finney, Ingrid Bergman, Richard Widmark, Jean-Pierre Cassel, Martin Balsam,Vanessa Redgrave e Michael York.
Ma il film probabilmente più importante dell’anno, uno dei più belli della storia del cinema lo propone Roman Polanski; si tratta di Chinatown, ispirato ai romanzi di Raymond Chandler e interpretato da tre grandi artisti, ovvero Jack Nicholson, Faye Dunaway e John Houston. La sceneggiatura Robert Towne tesa e vibrante, la storia nera che più nera non si può, l’intrigo fatto di incesto e prepotenza si fondono mirabilmente in un film che farà storia.
Liliana Cavani presenta un film difficile, duro, che suscita polemiche a non finire e che diverrà bersaglio della censura: si tratta di Il portiere di notte, storia drammatica dell’incontro dopo 12 anni dalla fine della guerra della moglie ebrea d’un direttore d’orchestra con il suo ex aguzzino delle SS con il quale riprenderà la tragica relazione sado masochistica che li aveva legati.
Vanno citati, per il loro successo di pubblico e ovviamente di cassetta, due blockbuster della stagione; il primo è L’inferno di cristallo di John Guillermin, film del filone catastrofico che narra le drammatiche vicende seguite all’incendio di un palazzo di 140 piani e all’evacuazione dei presenti. Nel cast figurano stelle hollywoodiane come William Holden, Fred Astaire, Faye Dunaway, Paul Newman, Steve McQueen, Jennifer Jones, Robert Vaughn e Robert Wagner mentre il secondo è Il grande Gatsby, di Jack Clayton, preso di sana pianta dal romanzo omonimo di Francis Scott Fitzgerald che narra le vicende di un giovane divenuto miliardario e che tenterà invano di riconquistare la fidanzata, che non ha voluto aspettarlo mentre era in guerra.

Ornella Muti in Romanzo popolare di Comencini
La Belli e Gassman in Profumo di donna
Il film italiano più importante è C’eravamo tanto amati, di Ettore Scola, straordinario affresco di un paese visto attraverso decenni di storia con lo sguardo e le vicende tristi e melanconiche, felici e spensierate di un gruppo di amici che la vita avvicinerà e dividerà irreparabilmente.
Gassman e la Sandrelli, Satta Flores e Manfredi, la Ralli e gli altri protagonisti del film rendono lo stesso un capolavoro indimenticabile, che anni dopo avrà un eponimo in La meglio gioventù, altro eccellente affresco della storia d’Italia, storia d’amore e amicizia, di vite che si fonderanno in un affresco anche qui assolutamente indimenticabile.
Ancora grande cinema, nel 1974, rappresentato per esempio dal citato vincitore di Cannes, La conversazione di Coppola, storia di un intercettatore che scoprirà di essere colpevole, vittima e complice in un gioco più grande di lui e che in qualche modo ripercorre la vicenda del Watergate. e dall’ultimo film del maestro Bunuel che propone Il fantasma della libertà che resterà l’ultima sua fatica cinematografica, l’apoteosi di un grandissimo che ha scritto la storia del cinema.

Il portiere di notte
Da segnalare ancora Il fantasma del palcoscenico, di Brian De Palma e Prima pagina di Billy Wilder con protagonisti assoluti Jack Lemmon, David Wayne, Susan Sarandon mentre tra i prodotti italiani vanno citati Romanzo popolare di Mario Monicelli, che racconta dell’unione impossibile tra un maturo operaio settentrionale e la sua giovane sposa meridionale, che si innamorerà di un poliziotto, costringendo l’operaio a cacciarla salvo farsi vivo anni dopo quando, anziano, si renderà conto che la giovane moglie gli manca.
Il film di Monicelli conferma la bravura (e la bellezza) di Ornella Muti mentre Peccato veniale di Samperi ripropone il duo Laura Antonelli-Alessandro Momo; il film, brutto e noioso, si rivela un fiasco mentre un lusinghiero successo lo riscuote il film drammatico ispirato alle vicende di Mussolini diretto da Carlo Lizzani Mussolini ultimo atto interpretato da un ottimo Rod Steiger e da una bravissima Lisa Gastoni.

Il Padrino parte II

Il grande Gatsby
Gran film è Cani arrabbiati del maestro Mario Bava, un film duro, crudele e sporco come i suoi protagonisti, nessuno escluso compreso l’uomo che tutti immaginano vittima dei banditi in fuga su un auto, così come ottimo film è L’enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog, che racconta la storia vera di un ragazzo spuntato dal nulla e che finirà male creando un enigma storico che resiste ancora oggi.
Michael Winner porta sugli schermi la figura di un giustiziere metropolitano a cui hanno ucciso la moglie e violentato la figlia; il film è Il giustiziere della notte, molto violento, che avrà un successo mondiale scatenando ancora una volta polemiche sulla facilità con cui lo schermo esalta la figura del cittadino che si fa vendetta da solo.
Buoni risultati anche per Michael Cimino e il suo Una calibro 20 per lo specialista, con protagonisti Jeff Bridges e Clint Eastwood mentre il maestro Antonioni presenta Gruppo di famiglia in un interno, storia drammatica di un professore e di alcuni suoi giovani coinquilini che rischiano di turbare il suo faticosamente raggiunto equilibrio.
Lo 007 dell’anno è L’uomo dalla pistola d’oro, diretto da Guy Hamilton interpretato da Roger Moore; è un film tra i meno riusciti della storia dell’agente segreto creato da Fleming, mentre di ben altro livello è Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson, classica vicenda ispirata alle gesta di Artù vista però in un’ottica assolutamente particolare.
Segnalo tra i film “minori” dell’anno La nipote, di Nello Rossati con la bellissima Orchidea De Santis, l’ottimo

Il giustiziere della notte

Il fantasma della libertà
L’anticristo di De Martino con protagonista una bravissima Carla Gravina, Fatti di gente perbene di Mauro Bolognini, Mio Dio, come sono caduta in basso! di Comencini portagonista ancora una volta Laura Antonelli, Finché c’è guerra c’è speranza, commedia di discreto livello di Alberto Sordi, generalmente poco a suo agio dietro la macchina da presa, Porgi l’altra guancia di Franco Rossi ancora con il duo Terence Hill e Bud Spencer.
Un altro kolossal di grande successo è Airport 75, che diviene uno dei cinepanettoni hollywoodiani riproposto praticamente ogni anno, mentre vorrei segnalare uno dei migliori film della stagione, Lenny di Bob Fosse basato sulla storia vera di Lenny Bruce, il dissacrante comico americano qui interpretato benissimo da Dustin Hoffman.
Ancora: il discreto Milano odia: la polizia non può sparare di Lenzi, il discontinuo Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri,l’altro kolossal hollywoodiano Terremoto e il capolavoro di Louis Malle, Nome e cognome:Lacombe Lucien la cui recensione potete leggere sul mio blog.
Scorrendo quà e là i titoli dell’anno, segnalerei ancora Per amare Ofelia di Flavio Mogherini mentre sottotono è Pasquale Festa Campanile con il modestissimo La sculacciata, il discreto Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete!!! di Margeriti e l’ottimo Voglio la testa di Garcia di Peckinpah.

Il fantasma del palcoscenico

Frankenstein Junior
Chiudono l’annata film come La cugina di Aldo Lado, Le farò da padre di Lattuada, La svergognata di Biagetti, Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno di Salce, Il trafficone di Corbucci, Non si deve profanare il sonno dei morti di Grau.

La nipote
Come abbiamo visto, un’annata di ottimo livello, la penultima come qualità dei film in rapporto alla quantità degli stessi; l’anno successivo, il 1975, sarà l’ultimo anno del boom cinematografico prima della grande crisi che travolgerà principalmente il cinema italiano.
Dall’Europa, dagli usa e dal resto del mondo arriveranno altri capolavori ma il cinema italiano entrerà in una crisi dalla quale non si riprenderà più se non con singoli episodi e con film realizzati da grandi registi.


C’eravamo tanto amati

Cani arrabbiati

Assassinio sull’Orient express

Altrimenti ci arrabbiamo

Alla mia cara mamma…
Non aprite quella porta

Rod Steiger in Mussolini, ultimo atto

L’inferno di cristallo

Voglio la testa di Garcia

Lancillotto e Ginevra

La svergognata
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Il trafficone

Miglior film : La stangata (The Sting), regia di George Roy Hill
Miglior regia: George Roy Hill – La stangata (The Sting)
Miglior attore protagonista: Jack Lemmon – Salvate la tigre (Save the Tiger)
Migliore attrice protagonista:Glenda Jackson – Un tocco di classe (A Touch of Class)
Miglior attore non protagonista: John Houseman – The Paper Chase
Migliore attrice non protagonista:Tatum O’Neal – Paper Moon – Luna di carta (Paper Moon)
Miglior sceneggiatura originale: David S. Ward – La stangata (The Sting)
Miglior sceneggiatura non originale: William Peter Blatty – L’esorcista (The Exorcist)
Miglior film straniero:Effetto notte (La nuit américaine), regia di François Truffaut (Francia)
Miglior fotografia:Sven Nykvist – Sussurri e grida (Viskningar och rop)
Miglior montaggio:William Reynolds – La stangata (The Sting)

Grand Prix: La conversazione (The Conversation), regia di Francis Ford Coppola (USA)
Grand Prix Speciale della Giuria: Il fiore delle Mille e una notte, regia di Pier Paolo Pasolini (Italia/Francia)
Premio della giuria: La cugina Angelica , regia di Carlos Saura (Spagna)
Prix d’interprétation féminine: Marie-José Nat – I violini del ballo , regia di Michel Drach (Francia)
Prix d’interprétation masculine: Jack Nicholson – L’ultima corvè , regia di Hal Ashby (USA)
Prix du scénario: Hal Barwood, Matthew Robbins e Steven Spielberg – Sugarland Express regia di Steven Spielberg (USA)
Grand Prix tecnico: La perdizione (Mahler), regia di Ken Russell (Gran Bretagna)
Premio FIPRESCI: La paura mangia l’anima regia di Rainer Werner Fassbinder (Germania)
Premio della giuria ecumenica: La paura mangia l’anima regia di Rainer Werner Fassbinder (Germania)

Soldi ad ogni costo (The Apprenticeship of Duddy Kravitz) Ted Kotcheff

Migliore film Amarcord, regia di Federico Fellini (ex aequo)
Pane e cioccolata, regia di Franco Brusati (ex aequo)
Miglior regista Federico Fellini – Amarcord
Migliore attrice protagonista Sophia Loren – Il viaggio,Monica Vitti – Polvere di stelle
Migliore attore protagonista Nino Manfredi – Pane e cioccolata
Miglior regista straniero Ingmar Bergman – Sussurri e grida
Migliore attrice straniera Barbra Streisand – Come eravamo (The Way We Were) (ex aequo)
Tatum O’Neal – Paper Moon – Luna di carta (Paper Moon) (ex aequo)
Migliore attore straniero Robert Redford – La stangata (The Sting) (ex aequo)
Al Pacino – Serpico (Serpico) (ex aequo)
Miglior film straniero Jesus Christ Superstar (Jesus Christ Superstar), regia di Norman Jewison

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Greta,la donna bestia


Quello di Las Palomas è un penitenziario speciale.
In esso infatti sono detenute donne che hanno commesso reati a sfondo sessuale o che hanno devianze relative alla stessa sfera; ci sono ninfomani mescolate a prostitute, lesbiche e un campionario di masochiste molto vario.
La direzione dello stesso è affidata alla perversa e sadica Greta, che tiranneggia le detenute umiliandole in vario modo.
Ma all’interno del penitenziario ci sono anche alcune prigioniere politiche, inviate dalla dittatura che imperversa nel paese dove avvengono i fatti a subire la dura sferza di Greta ; le prigioniere politiche sono trattate se possibile anche peggio, spesso vegnono eliminate fisicamente.

Abbie Phillips, alla ricerca di sua sorella detenuta all’interno di Las Palomas riesce a farsi mandare nel penitenziario con la complicità del Dr. Milton Arcos; qui la ragazza apprenderà la verità sulla sorte di sua sorella, non prima di essere passata attraverso un campionario di umiliazioni da brivido.
Vessata dalla compagne e in particolare da Juana, una delle detenute più violente, amante della direttrice Greta, Abbie riuscirà con coraggio a sopportare tutto, insegnando proprio ad Juana la strada per ribellarsi al dispotismo di Greta.
Sarà infatti l’ex aguzzina di Abbie a dare il via alla rivolta, che si concluderà dramaticamente con la morte di Greta mangiata viva dalla detenute, mentre qualcuno riprende di nascosto tutto l’accaduto….


Nelle due foto: Dyanne Thorne (Greta) e Lina Romay (Juana)
Greta la donna bestia, più conosciuto come Ilsa, The Wicked Warden è un film del 1977 diretto dal regista spagnolo Jesus Franco, che in passato aveva già girato un film con le stesse tematiche, quel 99 donne in cui c’era un cast di grande spessore formato dalle nostre Luciana Paluzzi e Rosalba Neri, da una delle muse di Jess Franco, ovvero Maria Rohm e da Maria Schell, Herbert Lom oltre a Mercedes McCambridge.

Greta è un WIP, ovvero un Women in prison, quel particolare genere cinematografico ambientato dietro le sbarre di carceri spesso violente e annichilenti; ed è un wip particolare, che sfrutta il successo dei due film Ilsa la belva delle SS e Ilsa la tigre del deserto per riproporre Dyanne Thorne, l’attrice che aveva interpretato la kapo nazista in un ruolo che però non ha nulla a che vedere con i due precedenti.
Infatti come gli appassionati del genere ricorderanno, in Ilsa la belva delle SS c’era una conclusione altrettanto feroce di quella ripresa da Franco, con la morte della sanguinaria nazista; qui non siamo durante la seconda guerra mondiale, l’utilizzo del nome Ilsa per il titolo internazionale appare chiaramente come un espediente commerciale.
Questo film è un prodotto in linea con la media dei film del regista spagnolo; nudi a volontà, fotografia curata, ritmo di narrazione lentissimo in una cornice accurata.
Quindi il meglio e il peggio di Franco, dove il meglio è rappresentato dall’indubbia abilità formale del regista e il peggio dalla sciatteria generale, ovvero una sceneggiatura abbastanza prevedibile con un corollario rappresentato da perversioni e sadismo a gogo.

Il film non presenta particolari novità in relazione agli altri prodotti riconducibili al genere WIP; torture, docce, carcerieri sadici sono i veri protagonisti del film, che inizia seguendo la fuga di una detenuta che dopo una lunga caccia viene catturata in casa del dottor Arcos. Sono i primi dieci minuti del film, interminabili perchè girati con i tempi di Franco, estremamente dilatati ma curati nei dettagli.
Di là in poi il film si snoda attraverso la descrizione delle sevizie sia morali che fisiche subite da Abbie, che iniziano con la consueta doccia gelata e terminano con la scena in cui Abbie è costretta da Juana a leccarle il sedere dopo che quest’ultima ha defecato (scena lasciata fortunatamente all’immaginazione dello spettatore).


A parte questa scena abbastanza disgustosa, l’ultima parte del film è quella che mostra un minimo d’azione dopo quasi un’ora e venti film e mostra la vendetta delle detenute che mangiano viva la crudele Greta.
La scena, che vorrebbe essere splatter, in realtà è ammorbidita dagli effetti speciali, nel senso che siamo al minimo sindacale anche per un z movie horror. Il sangue non è nemmeno rosso e per dare un minimo di pathos alla lunga sequenza, Jess Franco intervalla le scene di cannibalismo con quelle in cui mostra una tigre impegnata nel divorare un pezzo di preda catturata.
In quanto al cast, da segnalare la presenza di Tania Busselier che assolve discretamente il suo compito interpretando la coraggiosa Abbie, quella della ipertrofica Dyanne Thorne ai suoi soliti standard nella parte della crudele Greta e la presenza della musa di Jess Franco nonchè sua moglie Lina Romay. Da rimarcare la presenza dello stesso regista nel ruolo del dottor Milton Arcos.

La Romay, scomparsa nel febbraio del 2012 a soli 57 anni è in scena con un insolito taglio di capelli alla maschiaccio; la sua magnetica presenza è una delle cose rilevanti del film che per il resto può essere definito come un prodotto in linea con la sterminata filmografia di Franco, quindi senza infamia e senza lode.
Il film è disponibile in digitale ed è presente in versione italiana e presumo anche integrale su Youtube a questo indirizzo: http://youtu.be/Op1rVIoDXAg

Greta la donna bestia
Un film di Jesus Franco. Con Dyanne Thorne, Tanya Busselier,Lina Romay, Erik Falk,Jesus Franco. Titolo originale Hans dime Mämmer – Erotico, durata 91 min. – Svizzera, Francia 1976.










Dyanne Thorne: Greta del Pino
Erik Falk: Dottor Rego
Tania Busselier: Abigail Philips (Aby)
Lina Romay: Juana, detenuta n. 10
Jesús Franco: Dottor Milton Arcos
Peggy Markoff: Carla, detenuta n. 14
Aida Vargas: Detenuta n. 20

Regia Jesús Franco
Soggetto Erwin Dietrich, Jesús Franco
Sceneggiatura Erwin Dietrich, Jesús Franco
Produttore Erwin Dietrich (Elite Film, Zurigo e Monaco)
Fotografia Ruedl Küttel
Musiche Walter Baumgartner






Lina Romay

Dyanne Thorne

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I prosseneti
Il conte Davide e sua moglie, la contessa Gilda, a corto di soldi, trasformano la loro lussuosa villa in un postribolo usando come esca giovani ragazze per una clientela speciale.
Si tratta infatti di professionisti preda di perversioni particolari o comunque alla ricerca di cose proibite.
Così nel corso del film vediamo sfilare la giovane Odile, figlia di una donna stuprata e torturata dai mercenari che si prostituisce per rivivere sul proprio corpo (e nella propria mente) le sofferenze della madre e che guarda caso verrà accontentata incontrando un mercenario ancora alla ricerca di sfogo alle sue perversioni sessuali; l’uomo utilizzerà la ragazza come campo di battaglia per una macabra messa in scena di un attacco militare oltre che ovviamente per sfogare le proprie perversioni sessuali.
Juliette Mayniel
Altro personaggio incredibile è Giorgio, un regista teatrale che crea un’allucinante messinscena utilizzando una ragazza, Silvia, pronta a tutto pur di soddisfare il suo maturo cliente così come aberrante è la figura di un ambasciatore che viene lasciato dalla sua donna ed è alla ricerca di una donna che possa in qualche modo incarnarla visivamente.
Tra questi squallidi personaggi ci sono loro, le ragazze, prostitute per scelta, come la diciottenne che partecipa all’orgia finale con un entusiasmo degno di miglior causa e Linda, una ragazza attirata nella villa con la promessa di un lavoro in tv e che verrà invece drogata e indotta a prostituirsi con il ricatto.
Nel finale, un’orgia santifica l’assurda riunione di pervertiti che hanno tentato di acquistare un pezzo dei loro osceni desideri per renderli reali, mentre i due coniugi pensano al domani.
Due fotogrammi con Ilona Staller
I prosseneti, di Brunello Rondi, è un ‘opera profondamente disprezzata dai critici sin dalla sua uscita, nel 1976.
E direi con tutte le ragioni possibili e immaginabili.
Insopportabilmente spocchioso, snob come gran parte del cinema di questo regista, I prosseneti nasconde dietro citazioni colte e un’aria da piece teatrale il vuoto più assoluto, colmato dal regista con una quantità abnorme di scene di nudo e di situazioni scabrose, anche se va detto che nelle versioni televisive del film (probabilmente sforbiciate) la resa delle stesse è attenuata.
Se nella logica cinematografica di Rondi c’era l’intenzione di mostrare il vuoto della classe sociale presa di mira, una specie di borghesia/aristocrazia arricchita e viscida oltre l’immaginabile e di mostrare come contraltare la condizione delle donne, costrette a ruoli di subalternità in nome del dio denaro, quello che vien fuori alla fine è un pasticcio pesantissimo e noioso in modo patologico.
Silvia Dionisio con Luciano Salce
L’eccessiva verbosità, i dialoghi presunti colti, la mancanza totale di sentimenti dei personaggi tutti negativi, inclusi anche le presunte vittime ovvero le ragazze che si prostituiscono vanno a creare una situazione di disagio perenne che è talmente visibile nel film da tramutarsi in un qualcosa di amorfo, privo di forma in tutti i sensi.
Non siamo di fronte ad un film di denuncia, perchè i personaggi sono talmente esasperati nei loro difetti da risultare fuori dal mondo, il tutto condito dall’insopportabile musica di Bacalov che ondeggia tra il barocco veneziano e la musichetta di un film hardcore.
Difficilissimo salvare qualcosa di questo film; nonostante un parterre di attori di ottimo livello.
Purtroppo quando un film inizia con frasi tipo ” e tutto aumenta, mi domando e dico dove andremo a finire” difficilmente uno può aspettarsi elementi di novità eclatanti.
Stefania Casini
Non che usare monologhi di questo genere sia gravissimo, per carità: è il contesto generale, quindi la storia legata alla velatissima critica sociale del film a rendere insopportabile il tutto.
Anche nei vari rapporti tra le prostitute e gli occasionali clienti le cose non cambiano.
Nell’incontro tra Odile e il mercenario ci sono frasi come “per me il prossimo è solo oggetto di tortura” oppure “nessuno sa che sono così, perchè in tutti questi anni di amore occasionale nessuno è riuscito a scoprirmi sono riuscito a mimetizzarmi bene“, frasi dicevo che danno l’idea della banalità assoluta del tutto perchè mescolate spesso a citazioni o situazioni paradossali.
Dispiace anche vedere il bel cast assemblato per il film annaspare attorno ad una trama che si avvita attorno a se stessa sempre più; Alain Cuny, Juliette Mayniel, le sorelle Silvia e Sofia Dionisio, Stefania Casini fanno il loro dovere ma sembrano anche spaesati, quasi increduli mentre è davvero una cosa triste vedere un grande come Luciano Salce alle prese con un ruolo ridicolo come quello che interpreta nel film.
L’unica davvero a suo agio è Ilona Staller; la futura pornostar recita (recita?) sempre nuda quindi appare nel suo ruolo naturale.
Leggendo quà e là le recensioni di molti spettatori, ho trovato giudizi molto contrastati sulla pellicola, giudizi divisi tra “a favore” e “decisamente contro”; personalmente ho sempre detestato Rondi, come del resto Samperi e Mogherini, autori di un cinema da furbetti del quartierino, spesso sopravvalutato per vari motivi.
In quanto alla reperibilità del film, circolano versioni abbastanza decenti della stessa per cui non dovrebbe essere difficile trovarne una in formato dvx che soddisfi o spettatore; in quanto al valerne la pena, è un altro discorso.
I prosseneti
Un film di Brunello Rondi. Con Luciano Salce, Alain Cuny, Stefania Casini, Silvia Dionisio,Juliette Meyniel, Ilona Staller, Jean Valmont, José Quaglio, Gabriella Lepori, Juliette Mayniel, Consuelo Ferrara Erotico, durata 100′ min. – Italia 1976.
Stefania Casini: Odile
Alain Cuny: Il conte Davide
Silvia Dionisio: Silvia
Sofia Dionisio: Carla
Consuelo Ferrara: Linda
Sonja Jeannine: Jule
Gabriella Lepori: Giusi
Juliette Mayniel: La contessa Gilda
José Quaglio: José
Luciano Salce: Giorgio
Ilona Staller: Lyl
Jean Valmont: Aldobrando
Vittorio Ripamonti: il Commendatore, Direttore Generale della TV
Maria Tedeschi: Consuelo
Regia Brunello Rondi
Sceneggiatura Brunello Rondi
Produttore Anselmo Parrinello
Casa di produzione Helvetia Films
Fotografia Gastone Di Giovanni
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Luis Enríquez Bacalov
Scenografia Elio Micheli
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Zenabel

Nel 1627 vive nel borgo di San Omobono di Sotto la bella Zenabel, intrepida spadaccina, bravissima lottatrice e femminista anti litteram.
La ragazza, che è sempre vissuta libera e selvaggia, apprende un giorno dall’uomo che l’ha allevata come fosse sua figlia di essere in realtà la figlia di un duca, a cui il barone spagnolo Alonso Imolne ha tolto il regno e la vita.
La ragazza è stata affidata all’uomo che l’ha cresciuta, lontana dai pericoli rappresentati dal barone Alonso , convinto di non avere nessun rivale legittimo che possa richiedere i possedimenti del defunto duca.
Zenabel riunisce attorno a se altre ragazze che, come lei, vogliono maggiore libertà e che sono disposte a seguirla nella sua lotta per rivendicare i possedimenti del padre.
Con l’aiuto delle compagne, libera alla sagra delle vergini un gruppo di ragazze destinate a fare da compagnia agli amici del barone; ritornata sulle montagne, Zenabel conosce il bandito Gennaro, soprannominato il ribelle, che si innamora di lei e decide di seguirla nella sua battaglia contro il barone Alonso.
Dopo varie peripezie, Zenabel verrà catturata dai soldati del barone, ma grazie a Gennaro riuscirà all’ultimo momento a scampare alla morte; sconfitto il barone e riottenuti i suoi possedimenti la bella Zenabel rinuncerà al titolo e alle terre per vivere libera tra le sue montagne con Gennaro.
Zenabel, diretto da Ruggero Deodato nel 1969 è un film cappa e spada con venature leggermente erotiche che rieccheggia in qualche modo le avventure di Isabella duchessa dei diavoli, film tratto dall’omonimo fumetto e portato sullo schermo da Sergio Corbucci nello stesso anno in cui esce Zenabel.
A differenza del film di Corbucci,ambientato in Francia mentre Zenabel è ambientato in Italia, il film di Deodato si segnala per qualche scena umoristica in più e per una certa cura nei dettagli e nella fotografia, pur risultando alla fine sostanzialmente di buon livello come il film di Corbucci.
La protagonista principale è Lucretia Love, attrice che si era fatta le ossa con alcune comparsate in mezza dozzina di film; qui è alla sua prima parte da attrice principale e se la cava molto bene, nei limiti di un film avventuroso che non richiede particolari doti espressive. In possesso di un fisico asciutto e scattante, aiutata da una bellezza notevole e da una certa dose di humour, la Love fa il suo inserendosi in un racconto che Deodato gira con indubbia mano felice.
Il gran merito di Deodato è quello di inserire, in questo film, una certa dose di ironia che nel film di Corbucci era praticamente assente.
Certo, alcuni discorsi proto femministi (siamo nel 1969), appaiono più una concessione alla platea che una reale necessità della pellicola, virata tutta all’avventura e condita da un erotismo mal celato ma tenuto sotto controllo in maniera ossessiva.
Siamo in un periodo in cui le maglie della censura sono strettissime e Deodato concede quanta epidermide può senza eccedere, ben sapendo che il film avrebbe corso il rischio di essere falcidiato dalla commissione atta a giudicare la morale pubblica, istituzione altamente ipocrita che si arrogava il diritto di decidere quali cose potevano essere viste dai poveri spettatori e quali no.

Ma tant’è, il film passa la commissione e arriva nelle sale, dove riscuote un discreto successo anche se ovviamente limitato al solo pubblico, visto che i critici arricciarono il naso e snobbarono qualsiasi recensione verso il film
Anche se ormai pesantemente datato, Zenabel è un film gradevole con un cast di buon livello, in cui figurano John Ireland, Lionel Stander, Fiorenzo Fiorentini e Fiammetta Baralla; buona come già detto la fotografia e buona la regia di Deodato, che l’ anno prima si era distinto con Gungala la pantera nuda, uno dei tanti film ambientati nella giungla.
Purtroppo di questo film girano solo riduzioni da VHS assolutamente inguardabili; gli stessi fotogrammi illustrativi che ho racimolato per illustrare il film provengono da logore versioni riversate da analogico.
2 gennaio 2015
Oggi il film è disponibile su You Tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=-yd1Sdd9klw in una discreta versione
Zenabel
Un film di Ruggero Deodato. Con Lionel Stander, Lucretia Love, Mauro Nicola Parenti, Fiorenzo Fiorentini, Beatrice Bensi, Carlo Pisacane, Nello Pazzafini, Ignazio Leone, Andrea Scotti, Elisa Mainardi, Dada Gallotti, Mario Cecchi, Margherita Simoni, John Ireland, Geneviève Audrey, Adriana Alben, Anna Recchimuzzi, Christine Davray, Luigi Leoni Avventura-durata 93 min. – Italia 1969.


Lucretia Love … Zenabel
John Ireland … Don Alonso Imolne
Lionel Stander … Pancrazio
Mauro Parenti … Gennaro
Fiorenzo Fiorentini … Cecco
Elisa Mainardi … Amica di Zenabel
Luigi Leoni … Baldassarre
Ignazio Leone … Guardia
Fiammetta Baralla … L’altra amica di Zenabel
Carlo Pisacane … Mendicante
Andrea Scotti … Don Carlos

Regia:Ruggero Deodato
Sceneggiatori:Gino Capone (sceneggiatura,storia),Ruggero Deodato,Antonio Racioppi
Produzione: Andrea Fantasia,Mauro Parenti
Musiche: Bruno Nicolai, Ennio Morricone
Fotografia: Roberto Reale
Montaggio:Antonietta Zita
Costumi: Angela Passalacqua
















La morte risale a ieri sera

Donatella Berzaghi, figlia di Amanzio, una giovane minorata psichica che ha circa 20 anni ma i comportamenti di una bambina sparisce misteriosamente di casa.
Suo padre disperato si rivolge alla polizia; è l’investigatore Duca Lamberti con il collega Mascaranti ad occuparsi delle indagini.
Aiutato marginalmente da una prostituta e indagando nello squallido mercato del sesso, Lamberti scoprirà la terribile fine della ragazza, che però verrà vendicata dal padre…
La morte risale a ieri sera, tratto dal romanzo I milanesi ammazzano il sabato di Giorgio Scerbanenco esce nelle sale nel 1970, un anno dopo in discreto successo del libro dello scrittore di origine ucraina, morto prematuramente a Milano subito dopo l’uscita del romanzo.


Il romanzo, quarto ed ultimo della serie dedicata all’investigatore Lamberti (il personaggio di Lamberti era già stato interpretato da Bruno Crémer in Il caso “Venere privata” di Boisset) è anche l’ultima fatica dello scrittore, che scomparve come già detto nello stesso anno; il regista Duccio Tessari firma la sceneggiatura con l’aiuto di Artur Brauner e Biagio Proietti , saltando piè pari la parte introduttiva dedicata alla storia personale di Lamberti e introducendo il film con il tenero rapporto esistente tra la bellissima e sfortunata Donatella e suo padre Amanzi, mentre sparisce dal film anche la ninfomania della ragazza, costretta a vivere come una reclusa per evidenti motivi.


Beryl Cunningham
Di qui si snoda la vicenda, attraverso un’attenta descrizione del mondo sotterraneo della delinquenza milanese, quella che viveva ai margini della metropoli occupando le zone d’ombra dell’operosa città; un’indagine che parte da un’intuizione di Lamberti, uomo profondamente cinico ma anche umano, che capisce da subito che la ragazza è stata circuita da una banda che sfrutta ragazze a fini sessuali e che dopo alcuni tentennamenti si getterà anima e corpo alla ricerca di Donatella.


Gillian Bray
Tessari, regista specializzato in western ( suoi Una pistola per Ringo,Il ritorno di Ringo,Vivi o, preferibilmente, morti) mostra di avere confidenza con il genere thriller/poliziesco, anche se in questo caso è improprio parlare di appartenenza del film a questi generi.
La morte risale a ieri sera è più un noir, con i tempi classici del genere e una cura verso i dettagli davvero maniacale: si respira l’atmosfera dei noir francesi, nel film, che pur incedendo lentamente, avvolge lo spettatore in un’atmosfera opprimente e cupa.
Costretti a seguire una caccia che intuiamo da subito essere destinata a finire male, noi spettatori siamo trasportati attraverso una Milano che non è quella da bere, bensi quella polverosa e anziana come una nobile decaduta, quella dai palazzi a volte anonimi dietro i quali si nascondono storie turpi, con le vite di anonimi cittadini sospese su fili da equilibristi, come quella della sfortunata Donatella che non ha nemmeno le capacità per reagire ed opporsi a qualcosa che non può capire a causa del suo handicap.

Il film oltre che essere una descrizione accurata dei metodi investigativi di Lamberti, è anche una descrizione dell’ostinazione di un padre, Amanzio, che nella vita ha ormai solo quella ragazza affidata a lui come unico motivo di vita.
Così, dopo aver seguito la caccia alle ombre di Lamberti e dopo aver toccato con mano la disperazione di un padre privato dell’ultimo amore della vita, siamo trasportati verso un finale cattivo: la legge non può punire oltre un certo limite gli autori di un gesto particolarmente odioso come quello perpetrato ai danni di Donatella, così è Amanzio a fare giustizia.

Frank Wolff

Gabriele Tinti
Una giustizia che elimina solo una parte del problema, non certo il problema stesso ma che è indicativo di uno stato d’animo che era molto diffuso tra gli italiani, spesso preda di una delinquenza arrogante e sprezzante a cui la legge non riusciva a porre argine.
Tessari restituisce con molta fedeltà le atmosfere plumbee di Scerbanenco, creando un film in cui non c’è sangue, non c’è splatter o pistolettate ma solo una tensione latente e una grande precisione nella descrizione di ambienti e atmosfere.
Paradossalmente, sceglie per un film ambientato a Milano e descritto cosi minuziosamente nelle sue atmosfere da Scerbanenco attori protagonisti che milanesi non sono: a cominciare dall’americano Frank Wolff, che interpreta con misura e abilità il ruolo del principale protagonista, il poliziotto Duca Lamberti proseguendo poi con l’altro protagonista del film, Amanzio Berzaghi interpretato da Raf Vallone che di origine era calabrese.
E non sono milanesi Gabriele Tinti, Eva Renzi, Gillian Bray e Beryl Cunningham oltre a Gigi Rizzi.
Ma la “milanesità” del film c’è tutta, a cominciare dalla sigla introduttiva I giorni che ci appartengono cantata da Mina che scorre malinconica mentre vediamo i titoli di testa scorrere con sullo sfondo un tram che attraversa la città; così come milanese è la sequenza in cui vediamo Amanzio raggiungere casa sua, attraversando una città quasi indifferente se non ostile.

La parte iniziale del film è davvero un piccolo gioiello, con la sequenza che mostra Amanzio mentre si prende cura di quella che è la sua bambina, la splendida Donatella donna nel corpo ma bambina nel cuore e nel cervello, aiutandola a indossare un reggiseno, attrezzo infernale con cui la ragazza è palesemente in difficoltà.
Un film quindi assolutamente ben congegnato, fedele al romanzo e questa è una rarità, viste le numerose pessime trasposizioni dalla parola scritta al mondo della celluloide e sopratutto ben interpretato.
Per quanto riguarda la sua reperibilità, non dovrebbero esserci in giro versioni digitali ma non ci metto la mano sul fuoco; tra l’altro La morte risale a ieri sera è un film che non passa da una vita in tv per cui è sicuramente un’impresa trovare una versione del film che sia decente da vedere.
Il film è ora disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=SoMHUU-_4Ow in una buona versione audio/video.

La morte risale a ieri sera
Un film di Duccio Tessari. Con Frank Wolff, Raf Vallone, Eva Renzi, Beryl Cunningham, Checco Rissone, Gigi Rizzi, Gabriele Tinti, Marco Mariani, Stefano Oppedisano, Giorgio Dolfin, Gillian Bray Poliziesco, durata 102′ min. – Italia 1970.






Raf Vallone: Amanzio Berzaghi
Frank Wolff: Commissario Duca Lamberti
Gabriele Tinti: Mascaranti
Gillian Bray: Donatella Berzaghi
Eva Renzi: moglie di Lamberti
Gigi Rizzi: Salvatore
Beryl Cunningham: Herrero
Wilma Casagrande: Concetta
Checco Rissone: Ing – Salvarsanti
Marco Mariani: Franco Baronia
Jack La Cayenne: Franco Baronia – l’altro
Stefano Oppedisano: collega di Salvatore
Regia Duccio Tessari
Soggetto dal libro I milanesi ammazzano al sabato di Giorgio Scerbanenco
Sceneggiatura Artur Brauner, Biagio Proietti, Duccio Tessari
Produttore Artur Brauner, Giuseppe Tortorella
Casa di produzione Central Cinema Company Film, Filmes Cinematografica, La Lombard Filmes Cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Lamberto Morra
Musiche Gianni Ferrio
Incipit del romanzo
Duca Lamberti disse: “Si”. Non era un’interrogazione, era un’approvazione.
L’uomo anziano ma robusto, solido, largo, muscoloso, velloso alle orecchie e alle sopracciglia, dall’altra parte del tavolo, riprese a parlare.


Les aventuriers du Rio Verde (TV mini-serie)
– Manana (1993)
– Le barrage (1992)
1992 Beyond Justice
1991 Il principe del deserto (TV mini-serie)
1990 Il gorilla (TV series)
– Le gorille et l’amazone (1990)
1990 C’era un castello con 40 cani
1988 Una grande storia d’amore (TV movie)
1988 Guerra di spie (TV mini-serie)
1986 Bitte laßt die Blumen leben
1985 Baciami strega (TV movie)
1985 Caccia al ladro d’autore (TV serie)
– Il ratto di Proserpina (1985)
1985 Tex e il signore degli abissi
1984 Nata d’amore (TV mini-serie)
1981 Un centesimo di secondo
1978 L’alba dei falsi dei
1976 La madama
1976 Safari Express
1975/I El Zorro la belva del Colorado
1974 L’uomo senza memoria
1974 Uomini duri
1973 Tony Arzenta – Big Guns
1973 Gli eroi
1972 Forza ‘G’
1971 Viva la muerte… tua!
1971 Una farfalla con le ali insanguinate
1970 La morte risale a ieri sera
1970 Quella piccola differenza
1969 Vivi o, preferibilmente, morti
1968 I bastardi
1968 Meglio vedova
1967 Per amore… per magia…
1966 Bacia e spara
1965 Il ritorno di Ringo
1965 Una pistola per Ringo
1965 Una voglia da morire
1964 La sfinge sorride prima di morire – stop – Londra
1963 Il fornaretto di Venezia
1962 Arrivano i titani

Soundtrack del film




Due flani del film

Giorgio Scerbanenco
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Cinema: appunti e ricordi (Parte seconda)

Scrivere su un blog che parla di cinema significa, personalmente, trasmettere la passione per una forma d’arte che si è imparato a conoscere ed amare da molto più tempo che la memoria ricordi.
Significa anche che non avendo vincoli editoriali o laccetti di nessun genere, visto che un blog non ha nessun padrone ed è la forma di manifestazione del pensiero più libera in assoluto, significa dicevo potersi prendere d’autorità il lusso di non parlare per una volta del tale film o della tale biografia, ma abbandonarsi ai ricordi.
Con la speranza che a qualcuno la cosa interessi e che non abbandoni dopo due righe quello che colui che scrive cerca di raccontare.
Certo succederà, forse in maniera anche vistosa.
Ma oggi questo blog conta su una frequenza di visitatori superiore alle 4500 unità.
Il che può significare che a qualcuno piace anche scartabellare tra gli aneddoti, le storie e gli avvenimenti di un periodo più o meno remoto; ed è proprio a questa fascia di lettori che mi rivolgo usando la parola scritta per far riemergere dai miei ricordi fatti, aneddoti e storie di cinema appartenenti ad un passato che ai più non dirà nulla perchè non c’erano e ai meno porterà invece alla mente storie vissute nell’infanzia e nell’adolescenza accanto alla musa cinema, che per tanti anni è stato lo svago primario di diverse generazioni.
Nel precedente post riguardante il cinema e i ricordi accennavo alla fatidica data dell’anno di grazia 1970 come anno fondamentale per il consolidamento della mia passione per il cinema.
L’occasione mi si presentò quando, finito il primo anno delle superiori, per guadagnarmi due lire (per l’esattezza mille e cinquecento al giorno) accettai di lavorare per un’agenzia di distribuzione cinematografica con l’inquietante qualifica di “verificatore di pellicole”.
In realtà si trattava di un lavoro estremamente semplice, che consisteva nel fare passare una bobina (pizza) sotto le dita attraverso un apparecchietto molto semplice che era composto da due piatti paralleli su cui si appoggiava da un lato la bobina intera e dall’altro l’inizio della pellicola.

La sempre bellissima Silvia Dionisio in Il marito in collegio

Nino Manfredi e Delia Boccardo nell’ottimo Per grazia ricevuta
Prima di andare oltre va detto che un film era composto generalmente da 5 o 6 bobine, che l’operatore cinematografico montava su due ruore che inseriva poi nel proiettore (i famosi due tempi); ovviamente c’erano casi sporadici in cui il film durava tre ore o anche oltre (come Waterloo, Ben Hur, I 10 comandamenti) e che avevano un numero di bobine superiori e che dividevano il film in tre tempi.
Tutto questo può apparire una specie di deja vu qualora si sia visto lo splendido Nuovo cinema Paradiso, in cui appare chiara la dinamica della proiezione di un film, dalla fase di montaggio fino alla parola fine.
Come dicevo prima, la pellicola scorreva così tra le dita e se il film era in condizioni passabili molto difficilmente si agiva sui fotogrammi e il lavoro consisteva principalmente nel sistemare con del comunissimo scotch i denti della pellicola, scotch poi bucato da un geniale apparecchietto che tagliava eventualmente il fotogramma rovinato e risistemava i fori della pellicola.

Orchidea De Santis nell’introvabile Nel labirinto del sesso
Ma le cose non erano quasi mai così semplici; l’agenzia nella quale lavoravo aveva una gran quantità di film di visione successiva e che quindi necessitavano di riparazioni continue.Spesso alcune parti di pellicola erano così malridotte da necessitare di tagli di pellicola più o meno robusti.

Gabriella Giorgelli nel decamerotico Novelle licenziose
Alle volte i tagli si ripetevano in maniera così massiccia che nelle visioni parrocchiali arrivavano pellicole che dalla durata originale di un’ora e trenta a mala pena superavano l’ora con conseguenze facilmente immaginabili.
Accanto alle pellicole tradizionali c’erano i cosidetti provini, chiamati anche presentazioni; in pratica erano dei “prossimamente” spesso falsi come Giuda, in quanto anticipavano la pellicola e sfuggivano alle maglie della censura presentando scene che poi spesso non comparivano nel film.

Un grande successo del decennio settanta: Mimi Metallurgico, con Giannini e la Melato
Grazie a questo lavoro, che era anche abbastanza noioso e ripetitivo, disponevo di una tessera Agis che mi permetteva di entrare in tutti i cinema e non solo; potevo vedere anche i film vietati ai minori, grazie anche alla mia statura (1metro e 75 a 15 anni), cosa che mi ha permesso di vedere film come Arancia meccanica, La montagna sacra o Ultimo tango a Parigi.
La conseguenza pratica è stata una overdose di film, visto che andavo a cinema una sera si e l’altra pure, tanto da esaurire le prime e le seconde visioni e dovermi accontentare alle volte di visioni successive.

Un grande film anti militarista: Mattatoio 5
Cosa che mi ha permesso però di vedere tanti film passati inosservati, sopratutto nei giorni con meno affluenza, quando i cinema mettevano in cartellone pellicole assolutamente sconosciute.
Il 1970, il 1971 e il 1972 sono stati anni assolutamente straordinari per il cinema italiano; una fase di creatività unica e irripetibile, con una mole enorme di film distribuiti accompagnati da un’affluenza di spettatori nei cinema mai più registrata.
Il vero cruccio di un’intera generazione di ragazzi era il fatidico “Vietato ai minori di anni 18”, un divieto che in pratica allontanava dalla visione di molti film una mole consistente di giovani appassionati. I controlli all’ingresso (sia al botteghino che allo “straccia-biglietti) erano molto severi, sopratutto sul finire dei 60 e per i primi 3-4 anni dei 70; era richiesta, implacabilmente,la carta d’identità, che gli under 18 ovviamente non possedevano e che spesso non possedevano nemmeno i 18 enni. Non dimentichiamo infatti che la legge della maggiore età a 18 anni fu promulgata nel 1975 e che prima di allora l’uso di possedere dei documenti era decisamente poco diffusa.

Una splendida Marilu Tolo in Assassinio al cimitero etrusco
Si usavano tutti i sotterfugi possibili e immaginabili, spesso con esiti comici: si inventavano le storie più inverosimili per dichiarare la propria età e solo raramente le maschere abboccavano ( o facevano finta di farlo) alle fantasiose storie raccontate. In alcuni casi sporadici erano presenti anche i carabinieri, quasi la visione di un film corrispondesse ad un’azione sovversiva.
Un caso emblematico, nella mia città, avvenne nel cinema Palazzo in concomitanza con la proiezione di La ragazza dalla pelle di luna; due implacabili carabinieri bloccarono l’ingresso del pubblico controllando minuziosamente i documenti di persone anche di età ben superiore a quella posseduta.

Leonora Fani in un film rarissimo, pressochè introvabile: Eden no sono (Il giardino dell’Eden)
Per avere un’idea della situazione, si guardi Romanzo popolare di Monicelli, ovvero la gustosa scena in cui un’implacabile maschera ( interpretata dal grande giornalista sportivo Beppe Viola) rifiuta di fare accedere Ornella Muti, visibilmente incinta perchè sprovvista di documenti.
Per un ragazzo vedere un decamerotico, il genere più tartassato dai divieti, era un’impresa titanica; tuttavia spesso le maschere, sopratutto in settimana, chiudevano un occhio o anche tutti e due.
Nell’immaginario collettivo Edwige Fenech e Femi Benussi, Malisa Longo e Orchidea De Santis, Gabriella Giorgelli e tutte le altre protagoniste di questo specifico genere erano considerate pressochè delle dee, da venerare e sbirciare con un pò di lubrica curiosità.

Laura Antonelli nello sconosciuto Sledge
C’è ovviamente da sorridere della cosa; alla luce di quanto sarebbe accaduto più tardi sugli schermi, con la triste stagione degli hardcore, quei film in cui le attrici citate e altre mostravano semplicemente i loro splendidi corpi senza scivolare quasi mai nel volgare (almeno le attrici citate) pensare a quella stagione muove i lucciconi agli occhi, segno di un paese ancora ingenuo, nonostante tutto, che si scandalizzava per delle tette in primo piano e osservava con stupore passivo quella che sarebbe stata la triste litania degli anni di piombo, ovvero la stagione delle stragi e del terrorismo.
Per quanto riguarda il cinema nello specifico, siamo nel periodo di massima fioritura di generi, di affermazioni di attori e attrici, di biglietti venduti; le sale agli inizi dei settanta diventano sempre più confortevoli, gli spettatori fanno spesso la fila. Leggendaria quella provocata da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che bloccò per ore le strade attorno al cinema romano dove veniva proiettato il film di Rosi.

Jessica Lange nel polpettone (indigesto) King Kong
In effetti gli anni che vanno dal 1968 al 1973 sono i più importanti sia dal punto di vista quantitativo dei film prodotti sia dal punto di vista commerciale; spesso gli attori giravano tre film contemporaneamente, altri riuscivano nell’impresa di comparire in una quindicina di pellicole interpretate nel corso di un solo anno solare.
Tutto sembrava non dover finire mai, il cinema era la gallina dalle uova d’oro e anche film di nessun valore avevano un minimo di spettatori con conseguente rientro dei soldi spesi per produrre i film stessi. Un grosso errore di prospettiva, probabilmente non preventivabile; chi, del resto, poteva immaginare il peso preponderante che avrebbe avuto la televisione con la nascita delle televisioni commerciali?

La mini diva Elmi in Il medaglione insanguinato

Gloria Guida nell’introvabile Scandalo in famiglia
Nella prossima parte dedicata ai miei ricordi cinematograici, parlerò del periodo che va dal 1974 al 1979, anno in cui vengono consegnati alla storia i favolosi anni settanta del cinema italiano. E’ ovviamente una data indicativa, visto che gli ultimi tre anni del decennio apparterranno solo anagraficamente al decennio, ma cinematograficamente saranno di bassissimo spessore.


Stefania Sandrelli in Delitto d’amore

Michela Miti in I ragazzi di celluloide

Karin Schubert in Tutti per uno, botte per tutti

La compianta Romy Schneider in Gli innocenti dalle mani sporche

L’ultimo film del grande Hitchcok, Frenzy

Femi Benussi in La ragazza di via Condotti

Evelyn Stewart in Quel maledetto giorno di fuoco

Eva Czemerys in Il figlio della sepolta viva

Erika Blanc in La portiera nuda

Dagmar Lassander in Emanuelle nera n.2

Catherine Spaak, Con quale amore, con quanto amore
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Cose molto cattive

Kyle Fisher e Laura Garrety stanno per coronare il loro sogno.
I due infatti preparano le nozze con Laura impegnatissima a disegnare ogni minimo dettaglio della cerimonia, che per lei si presenta indimenticabile.
Ma Kyle com’è abitudine deve anche celebrare l’ultima notte da scapolo, il famoso addio al celibato e con gli amici Robert Boyd, i fratelli Adam e Michael Berkov e Charles Moore parte per Las Vegas.
Qui festeggiano in modo trasgressivo l’ultima notte da scapolo di Kyle con droga e alcool e in compagnia di una spogliarellista che non disdegna prestazioni extra.
Ma Michael, che ha un rapporto sessuale con la ragazza in un bagno incappa in un drammatico incidente; la ragazza urta la testa contro una sporgenza vicino ad uno specchio e muore sul colpo.


Sopraggiungono gli amici e preso atto della situazione, iniziano a discutere animatamente, decidendo così di non chiamare la polizia.
Ma un sorvegliante dell’albergo arriva per chiedere spiegazioni e il gruppo è costretto ad uccidere anche lui.
Il bagno è un lago di sangue, così Kyle e gli altri decidono dapprima di disfarsi dei due corpi e in seguito di armarsi di secchi e mazze per lavare per terra e ripulire il tutto.
Dopo di che, fatti a pezzi i corpi, partono per il deserto del Nevada dove seppelliscono i resti dei due sventurati.
Tornati a casa, ognuno riprende come se nulla fosse la propria vita, incluso Kyle che naturalmente nasconde l’accaduto a Laura.

L’unico ad essere in disaccordo è Adam, il fratello di Michael che litiga con quest’ultimo in maniera violenta; Adam muore incidentalmente così il gruppo rimanente ha ora due problemi.
Il primo, liberarsi del corpo di Adam, il secondo quello di sapere se lo stesso Adam ha o no rivelato qualcosa a Lois Barlow, moglie dello stesso Adam.
Boyd decide di tagliare la testa al toro e uccidere la donna, rimediando nella collutazione con Lois un terribile colpo ai genitali.
Così i corpi seppelliti diventano 4, mentre c’è anche il problema dei due figli della coppia Adam-Lois, uno dei quali ha problemi fisici.
A questo punto Kyle non può più tacere la verità e informa piangendo Laura della situazione.
La donna, inaspettatamente, prende in mano la situazione e uccide Kyle colpendolo con un pesante posacenere.
Ora sono rimasti in tre, e finalmente Kyle e Laura convolano a nozze.

L’unico testimone dell’accaduto è Charles, che così è condannato a morte da Laura.
Ma quando ormai tutto sembra deciso per la sorte di Charles, Kyle ha un soprassalto di coscienza e decide di lasciare in vita l’amico.
Sulla strada del ritorno dal deserto, Kyle e Charles hanno un terribile incidente, durante il quale rimangono feriti gravemente; a Kyle vengono amputate le gambe mentre Charles resta paralizzato e in stato quasi neuro vegetativo.
Laura, che si ritrova a dover badare ai due uomini ormai ridotti a larve umane e ai due figli di Adam e Lois affidati a loro dopo la morte dei genitori, esce per strada e urla….

Cose molto cattive (Very bad things nell’originale americano, tradotto letteralmente nell’edizione italiana) è un noir diretto da Peter Berg nel 1998; un film nero, duro e cattivo oltre che impregnato di un sottile humour cattivo assolutamente atipico nella cinematografia proveniente dagli States.
Il regista americano crea un’opera solida sia dal punto di vista della sceneggiatura sia nel suo svolgimento; i personaggi, dopo l’ubriacatura iniziale a base di sesso, alcool e droga si trovano di fronte a situazioni che per essere gestite richiedono solo onestà e lucidità, ma reagiscono nel peggiore dei modi.

Reagiscono con il crimine, laddove sarebbe bastata semplicemente una autodenuncia alle autorità, visto che la vittima iniziale è tale solo per un malaugurato incidente.
La paura dello scandalo, una considerazione della vita umana molto ma molto bassa e sopratutto una dose massiccia di opportunismo portano dei potenziali onesti cittadini a trasformarsi in belve assetate di sangue.
Così il percorso del gruppo di amici, che poi tale non è alla luce degli accadimenti seguenti si trasforma in un bagno di sangue, con i tre colpevoli superstiti che in qualche modo vengono puniti duramente.
Laura è costretta a fare da balia ad un gruppo di persone ormai menomate, Kyle finisce senza gambe su una sedia a rotelle mentre Charlse paga il fratricidio con una paralisi che lo relega su una sedia a rotelle per giunta privo di movimenti alle articolazioni superiori.


Il fio delle colpe dei tre è quindi pagato; non c’è un tribunale civile e una condanna scontata alla galera, ma una condanna peggiore, quella ad una vita da infermo o da badante degli infermi come nel caso di Laura.
Ecco perchè parlavo di humour nero, all’inizio.
Berg castiga tutti i protagonisti in varie maniere; tutti infatti sono responsabili della morte del sorvegliante, barbaramente ucciso solo per evitare lo scandalo.
Tutti pagano, a partire da Adam, ucciso proprio da suo fratello Michael anche se involontariamente, colpito da una Nemesi che si abbatterà sull’intero gruppo.


E si abbatte anche sulla sventurata Lois, privata prima del marito e poi della vita in maniera crudele.
Berg quindi mette in scena un dramma cattivo e sporco, dove tutti sono colpevoli e dove tutti sono in fondo figli della società dell’apparire, che mostra fino in fondo le sue carenze morali e la deriva di valori fondanti di riferimento; a riprova dello humour nero di Berg anche il cane di Charles finisce per restare senza una zampa e quindi campare nel gruppo di portatori di handicap che si raduna in casa di Laura.
Se questa tematica appare suggerita, è solo perchè Berg privilegia l’atmosfera e il dettaglio del patto di sangue che poco alla volta lega i vari amici del gruppo.


Che, come abbiamo visto, finiranno per pagare un prezzo altissimo alla loro viltà.
Il regista è anche aiutato da un ottimo cast, nel quale spiccano Christian Slater (Robert Boyd), Cameron Diaz (Laura) e Jeanne Tripplehorn (Lois), sempre bella e affascinante, anche quando è sacrificata in un ruolo secondario. Bene anche gli altri, a partire da Orser finendo con Favreau, forse l’unico un tantino al di sotto dell’ottimo standard imposto al gruppo.
C’è tensione nel film, così come c’è ritmo e pathos.
Un film bello e affascinante, che si segue davvero con piacere e che non delude affatto.
Cose molto cattive
Un film di Peter Berg. Con Daniel Stern, Cameron Diaz, Christian Slater, Jeanne Tripplehorn, Jon Favreau,Jeremy Piven.
Titolo originale Very Bad Things. Drammatico, durata 100 min. – USA 1998.







Jon Favreau … Kyle Fisher
Leland Orser … Charles Moore
Cameron Diaz … Laura Garrety
Christian Slater … Robert Boyd
Jeremy Piven … Michael Berkow
Daniel Stern … Adam Berkow
Jeanne Tripplehorn … Lois Berkow
Joey Zimmerman … Adam Berkow Jr.

Regia Peter Berg
Soggetto Peter Berg
Sceneggiatura Peter Berg
Fotografia David Hennings
Montaggio Dan Lebental
Effetti speciali Jason Collins, Larry Fioritto
Musiche Peter Berg, Stewart Copeland, Christina Schlieske, Willie Bobo, Donald Byrd, Steve Jeffries, Peter Lea-Cox, Daniel May, George Michael, Daniel J. Moore, Robin Parry, Jesus Perez
Scenografia Katherine Lucas



Breezy
Storia d’amore tra un maturo immobiliarista e una ragazzina hippy; lui più che cinquantenne, lei diciottenne, si incontrano, si amano, si lasciano per gl apparenti inconciliabili problemi derivanti dalla grande differenza di età e poi decidono comunque di affrontare assieme un pezzo di vita, lasciando al destino la durata del loro amore.
In sintesi è questa la trama di Breezy, diretto nel 1973 da Clint Eastwood, seconda prova del grande attore e regista americano venuta subito dopo l’ottimo esordio sugli schermi di Lo straniero senza nome, girato nello stesso anno.
Una storia vista altre volte sullo schermo, ma che Eastwood porta in scena con un’abilità da consumato regista e con una sensibilità incredibile, in netto contrasto con la sua apparente rudezza e con i ruoli da macho interpretati precedentemente.
William Holden
Kay Lenz
La storia di Frank Harmon, maturo e disilluso over cinquanta, divorziato e solitario incrocia casualmente l’esistenza di Edith Alice “Breezy” Breezerman, una ragazzina dall’aspetto hippy, che ha perso entrambi i genitori in un incidente e che vive la sua vita con la spensieratezza della sua età.
La incrocia nell’attimo esatto in cui concede un passaggio alla ragazza, la porta a casa sua per ospitarla una notte e si fa convincere dalla stessa ad accompagnarla a vedere l’oceano.
La dolcezza, il romanticismo e la ingenua fiducia che Breezy ha nella vita e nella gente fa breccia nel cuore del cinico Frank, che è appena uscito da una storia con una donna che ha scelto di sposare un altro in virtù dell’indecisione di Frank nell’abbandonare lo stile di vita da lupo solitario che lo caratterizza.
Breezy irrompe nella vita di Frank come un vento selvaggio, portando la freschezza dei suoi anni e dei suoi ideali, avvolgendo il maturo Frank in un sogno fatto di nuove pulsioni e di nuovi palpiti di un cuore che sembrava aver smesso di battere, inaridito da tanti anni di vita solitaria.

Breezy si innamora davvero di quell’uomo così differente da lei, lui la ricambia dapprima con titubanza, poi senza remore.
I due scoprono così le varie fasi dell’innamoramento: la scoperta delle cose in comune, del desiderarsi, dell’amore tout court, ma hanno ovviamente il problema legato alla grande differenza d’età che indubbiamente esiste.
“Hai più del doppio della mia età“, dice amaramente Frank alla sua giovane amante e la cosa diverrà evidente quando in un negozio d’abbigliamento una commessa scambierà Breezy per la figlia di Frank.
Ma alla ragazza questo non importa; per lui lascia gli amici e si accontenta di vivere al suo fianco nei ritagli di tempo che Frank riuscirà a trovare.
Poi, un giorno, proprio mentre la relazione sembra essersi stabilizzata, ecco che Frank è costretto a fare i conti con l’anagrafe e la realtà, o almeno con la parte più sgradevole di essa: un suo amico, a cui si è rivolto per confidargli la novità della sua storia d’amore con Breeze, gli racconta la sua vita privata, tutta l’invidia provata per Frank che ha il coraggio di avere una relazione con una ragazzina, il suo fallimento nel matrimonio e tutte le delusioni derivanti dall’età, dagli acciacchi ecc.
Per Frank è un colpo, che lo costringe a rivedere le sue scelte, inclusa ovviamente quella di frequentare una ragazza tanto più piccola; entrano in ballo le convenzioni sociali, l’impossibilità di immaginare un futuro nel quale lui, ormai avviato sul viale del tramonto possa decidere di dividere la sua vita con una ragazzina.
Così, tornato a casa, lascia Breezy.
Ma qualche tempo dopo, al capezzale della donna con cui aveva avuto una relazione e che ha avuto un incidente durante il viaggio di nozze, nel quale è morto il neo marito, Frank riceve un prezioso consiglio che lo fa riflettere: “Vivi ogni attimo come fosse l’ultimo, non lasciare che la vita ti scivoli addosso”
Così Frank va a trovare Breezy; i due si avviano assieme, consapevoli che probabilmente la loro storia non potrà durare ma che comunque andrà vissuta giorno per giorno.
Breeze è un film tenero e malinconico, un apologo sull’amore e sulla differenza d’età, sui mille problemi che questa condizione può portare, sia a livello psicologico che negli aspetti del quotidiano.
Ed è anche una lezione di speranza e di vita. L’amore può abbattere i pregiudizi e le barriere a condizione che lo si accetti per quello che è senza porre date di scadenza ma vivendolo come un’avventura in cui il finale e tutt’altro che scritto.
Se all’apparenza la cosa può sembrare banale e la storia già vista altre volte, il merito di Eastwood è quello di aver proposto una storia che se non contiene elementi di novità, si lascia guardare con piacere per la freschezza e la tenerezza delle situazioni, dei dialoghi che caratterizzano il film.
Basta una passeggiata in riva al mare, bastano le attenzioni di Breezy, quel suo affidarsi totalmente al suo uomo, quella sua incrollabile fiducia nella vita per gettare un ponte sull’ampio fossato che li divide.
In fondo l’età anagrafica esiste solo come numeri, Breezy ne è consapevole e in questo si mostra addirittura più matura di Frank, accettando dalla vita quello spiraglio di luce che la stessa le ha offerto.
E quando Frank capirà questa semplice verità sarà pronto a camminare con lei, verso un futuro incerto ma che li vedrà percorrere la strada assieme, consapevoli che vivere giorno per giorno è già un gran vivere, sapendo di avere una persona accanto.
La malinconia presente nel film, legata alla personalità di Frank, uomo disilluso e cinico si mescola quindi alla freschezza di Breezy, ragazza maturata attraverso il dolore della perdita dei genitori, che ha imparato da quella tragedia a vivere senza programmi, girovagando qua e la e prendendo dalla vita quello che offre, senza guardare agli aspetti più negativi che la stessa offre.
Tra i due alla fine quella che ha da insegnare è proprio lei, Breezy; la ragazzina hippy e allegra finisce per impartire al maturo Frank una lezione di vita, che l’uomo apprenderà e farà sua, lasciando finalmente da parte le remore e le convenzioni e vivendo quella storia d’amore come uno straordinario dono della vita stessa.
Se il film è bello e misurato, malinconico e tenero lo si deve anche alla sapiente alchimia che Eastwood riesce a creare attraverso un uso eccellente della fotografia, degli scenari e sopratutto grazie anche all’abilità dei due protagonisti.

Frank è interpretato da un grande William Holden, misurato e dolente anche se palesemente invecchiato rispetto al personaggio di Frank che ha cinquant’anni; l’attore americano durante la lavorazione del film aveva 53 anni, ma appare palesemente invecchiato sopratutto a causa dell’abuso di alcool dal quale l’attore stesso era dipendente.
La vera sorpresa è Kay Lenz, fresca, bella e simpatica; la sua caratterizzazione del personaggio di Breezy è impeccabile e gran merito della riuscita del film va ascritto a lei e alla sua interpretazione.
Un gran bel film, Breezy.
Editato in digitale, è facilmente rintracciabile in qualsiasi versione.
Breezy
Un film di Clint Eastwood. Con William Holden, Kay Lenz, Roger C. Carmel Commedia drammatica, durata 105′ min. – USA 1973.
William Holden: Frank Harmon
Kay Lenz: Edith Alice Breezerman (‘Breezy’)
Roger C. Carmel: Bob Henderson
Marj Dusay: Betty Tobin
Joan Hotchkis: Paula Harmon
Jamie Smith-Jackson: Marcy
Norman Bartold: L’uomo nell’auto
Shelley Morrison: Nancy Henderson
Dennis Olivieri: Bruno
Eugene Peterson: Charlie
Lew Brown: Ufficiale di polizia
Richard Bull: Dottore
Johnnie Collins III: Norman
Don Diamond: Maitre
Scott Holden: Veterinario
Sandy Kenyon: Agente
Jack Kosslyn: Tassista
Mary Munday: Cameriera
Frances Stevenson: Commessa
Regia Clint Eastwood
Soggetto Jo Heims
Sceneggiatura Jo Heims
Produttore Robert Daley
Fotografia Frank Stanley
Montaggio Ferris Webster
Musiche Michel Legrand
Scenografia Alexander Golitzen
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Sentinel

La giovane e bellissima modella Alison Parker, fidanzata con Michael Learman, un giovane vedovo, riceve da quest’ultimo una proposta di matrimonio con conseguente coabitazione. La ragazza però, molto indipendente, decide di trasferirsi in un appartamento a Manhattan. A farla propendere per questa scelta è la morte dell’anziano padre e i dolorosi ricordi legati alla sua figura. Alison infatti anni prima ha tentato il suicidio, sconvolta dall’aver sorpreso suo padre (già molto avanti negli anni), in un’orgia casalinga con due giovani prostitute.
La scelta dell’appartamento, caldeggiata dall’immobiliarista Logan, si orienta su una vecchia casa dall’aspetto rassicurante, coperta d’edera e silenziosa.
Dopo essersi trasferita, Alison fa conoscenza con gli inquilini della casa, aiutata in questo da un simpatico e invadente vecchietto, Charles Chazen che le fa conoscere gente all’apparenza stramba, come una coppia di lesbiche composta da una donna matura, Gerde Engstrom e la sua giovane e silenziosa amante, Sandra e che le parla dell’inquietante figura di un prete cieco che guarda ossessivamente fuori dalla finestra dell’ultimo piano.

L’incontro con Gerde e Sandra si rivelerà quantomeno sconvolgente, perchè proprio Sandra non esiterà a masturbarsi impudicamente davanti all’allibita Alison, che così in qualche modo avrà un primo approccio davvero poco ortodosso con la sua nuova casa e i suoi co inquilini.
I problemi sono solo all’inizio, per Alison.
Già durante la prima notte vede oscillare il lampadario della casa, sente dei passi provenire dall’appartamento superiore, l’unico che, stando ai discorsi di Chazen, dovrebbe essere disabitato.
Anche degli incubi terribili si affacciano alla mente di Alison, incubi durante i quali vede scene di un’orgia alla quale partecipa anche il suo fidanzato Michael.
L’equilibrio di Alison, già duramente provato dal tentativo di suicidio, sembra vacillare, sopratutto dopo un’esperienza terribile che le capita una notte; la ragazza infatti, sempre più insospettita dai rumori provenienti dal piano superiore, sarà costretta a pugnalare un vecchio ripugnante che la assale.


Cristina Raines
Nel frattempo Michael scopre alcune cose sugli abitanti della casa e scopre che Alison non è andata casualmente ad abitare in quel posto…
Sentinel (The sentinel nell’edizione originale), è un horror quasi dimenticato diretto da Michael Winner nel 1977, tre anni dopo il successo mondiale di Il giustiziere della notte; Sentinel è un film che mescola abilmente il plot di Rosemary’s baby con quello di L’inquilino del terzo piano.
Sono quindi i due film di Polanski a fare da incubatrice per un film davvero particolare, che pur girato su un ritmo non altissimo riesce a coinvolgere lo spettatore in una caccia all’indizio per quella che si rivelerà una storia assolutamente particolare, con tanto di finale a sorpresa.
La storia della giovane e bellissima Alison si snoda quindi su un percorso lineare, attraverso la descrizione del suo rapporto con Michael (che come scopriremo ha qualcosa da nascondere), del suo doloroso passato con quel tentativo di suicidio che le condizionerà pesantemente la vita fino all’arrivo (assolutamente non casuale) in una casa in cui gli strambi inquilini nascondono qualcosa che Alison purtroppo scoprirà a sue spese.
Winner introduce da subito l’elemento sovrannaturale presentando nelle primissime immagini un consesso a cui partecipano alti prelati, che appaiono preoccupati da qualcosa di estremamente pericoloso, simboleggiato dalla frase “La minaccia esiste“, pronunciata dal prelato di Brotherhood.


Quando vediamo Alison arrivare nella sua nuova casa e notare da subito l’inquietante presenza del prete immobile alla finestra, sappiamo che nella casa c’è non solo qualcosa di arcano e misterioso, ma anche qualcosa di diabolico.
E attraverso il dipanarsi della storia, che diventerà convulsa nel finale dopo una lunga parte descrittiva, apprenderemo della vera natura degli abitanti del condominio, del perchè dell’arrivo di Alison in quella casa e del perchè della presenza inquietante del prete alla finestra.
Sarà un finale sorprendente e ben studiato a dipanare tutti i misteri seminati qua e la dal regista, a portare a compimento la missione di Alison, assolutamente incosapevole della stessa.

Sentinel è un ottimo horror, giocato principalmente sulle atmosfere in luogo degli effettacci e del gore; a parte la splendida scena dello scontro tra Alison e il vecchio, tutto si gioca sul piano psicologico piuttosto che su quello dell’azione e quindi degli effetti speciali.
Per quasi un’ora assistiamo alla preparazione di un finale sorprendente, uno dei più felici del cinema horror; lascia allibiti quindi il leggere critiche anche abbastanza pesanti al film, da parte principalmente di appassionati di cinema, mentre per una volta la critica ufficiale è abbastanza equilibrata nei suoi giudizi.

“Lasciate ogni speranza voi che entrate…”
Quà e la in rete ho letto recensioni che parlano di filmaccio o di boiata, con poco senso del cinema in assoluto: riporto questo giudizio che mi sembra emblematico del modo di concepire il cinema da parte di alcuni spettatori.
“FIlm terribile: non capisco i giudizi positivi che ho letto qui, e mi sento di raccomandarne la visione esclusivamente ai cultori più devoti del genere. Il fatto è che sin dall’inizio si respira un’aria di deja vu davvero stantia. In partenza ricorda l’Esorcista, poi passa a Rosemary’s Baby, quindi aggiunge spruzzi di Romero e del Presagio, il tutto senza mai diventare qualcosa di originale. Winner è un regista che usa la macchina da presa come un gorilla manovra una mazza: la finezza non è il suo forte“.
Un genere di critica irrispettoso e poco obiettivo; il film di Winner è ben congegnato, la sua regia asciutta ed equilibrata e la recitazione del cast assolutamente adeguata.


Basti pensare che in questo film ci sono attori del calibro di Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken oltre a camei di Beverly D’Angelo, Tom Berenger e Jeff Goldblum.
In realtà Sentinel è un ottimo prodotto che si avvale di una sceneggiatura con i fiocchi, tratta di peso dal romanzo di Jeffrey Konvitz che qui collabora alla sceneggiatura stessa, ben diretto dallo stesso Winner e ottimamente interpretato, con su tutte la splendida prova dell’attrice Cristina Raines (che rivedremo nello stesso anno nel grandissimo I duellanti) e che è più nota al pubblico come attrice televisiva.
La sua performance è convincente e affascinante; il personaggio di Alison, nella sua recitazione, acquista spessore ed è caratterizzato in modo tale da surclassare il pur stellare cast.


Inutile citare le prove degli altri attori anche perchè alcuni compaiono solo per alcune sequenze o in ruoli secondari.
Purtroppo Sentinel è un film quasi dimenticato, che però è rintracciabile in formato digitale; ho recuperato una splendida versione in dvx e ho potuto quindi rivedere questo film dopo oltre trent’anni.
Sentinel
Un film di Michael Winner, con Cristina Raines,Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken, Beverly D’Angelo, Tom Berenger, Jeff Goldblum Horror, Usa 1977


Ava Gardner

Martin Balsam

Eli Wallach

Christopher Walken

Burgess Meredith

Jeff Goldblum




Cristina Raines: Alison Parker
Chris Sarandon: Michael Lerman
Eli Wallach: Detective Gatz
Christopher Walken Detective Rizzo
Martin Balsam: Prof. Ruzinsky
John Carradine: Fr. Francis Matthew Halloran
José Ferrer: Prelato di Brotherhood
Ava Gardner: Miss Logan
Arthur Kennedy: Monsignor Franchino
Burgess Meredith: Charles Chazen
Sylvia Miles: Gerde Engstrom
Deborah Raffin: Jennifer
Jerry Orbach: Michael Dayton
Beverly D’Angelo: Sandra
Hank Garrett: James Brenner
Jeff Goldblum: Jack

Regia Michael Winner
Soggetto Jeffrey Konvitz
Sceneggiatura Jeffrey Konvitz, Michael Winner
Fotografia Richard C. Kratina
Montaggio Bernard Gribble, Terry Rawlings
Effetti speciali Robert Laden, Dick Smith
Musiche Gil Melle
Scenografia Edward Stewart








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