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Rimini Rimini

Rimini Rimini locandina

Rimini, capitale estiva godereccia e balneare è il teatro di alcuni episodi bizzarri che capitano ad un gruppo eterogeneo di persone.
Il pretore tutto d’un pezzo Ermenegildo Morelli fa chiudere il locale a luci rosse di Lola, che decide di vendicarsi del pretore bacchettone.
Organizza così una complicata opera di seduzione, nella quale il magistrato cade completamente.
Lola si vendicherà dell’uomo lasciandolo nudo per ore in acqua, fino a farlo vestire da donna e ballare il tango con un suo complice.

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Eleonora Brigliadori

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Serena Grandi

La giovane e bella Liliana è a Rimini per distrarsi, ma una sua amica tenta in tutti i modi di rifilarle un’avventura galante; le presenta perciò un culturista, che però è troppo preso da se stesso per interessarsi alla donna.
Liliana così finisce per accettare nel suo letto il figlio adolescente della sua amica, che al mattino le porta anche la colazione, per poi ricattarla brutalmente.
Don Andrea esce al largo con una piccola imbarcazione e si troverà a doversi difendere nientemeno che da una suora un pò troppo spigliata.
I tre macellai Bove hanno una sorella, Noce, che non fa altro che disperarsi per la scomparsa in mare del marito; riescono a convincere Pino, uno squattrinato don Giovanni da strapazzo, a tentare di sedurre la sorella.
L’uomo in qualche modo ci riesce, ma al momento di concludere si trova di fronte il redivivo marito di Noce.

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Sylvia Koscina

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Gianni Bozzi ha un disperato bisogno di convincere un imprenditore ha firmare un contratto che lo salvi dai problemi; ma l’imprenditore fa sottili allusioni sulla moglie di Gianni, che così decide di assoldare una prostituta che ne faccia le veci…..
Un cast di attori molto conosciuti, un regista come Corbucci, specializzato in film di discreta fattura a metà strada tra il comico e il grottesco, una serie di buoni sceneggiatori che lavorano al film, come Marco Risi, il fratello di Sergio Corbucci, Bruno oltre a Maurizio Micheli e Mario Amendola.
La miscela di questo film balneare è quella collaudata del cast all star impiegato in brevi sketch comici, spesso surreali, alle volte inverosimili.

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Sullo sfondo di una Rimini as usual meta preferita di vitelloni, vacanzieri e spiantati, ricconi e parvenue, si muovono personaggi quasi surreali, alle prese con vicende ai limiti del credibile.
L’episodio più riuscito è sicuramente quello che vede impegnata la coppia Villaggio-Grandi, rispettivamente il pretore Ermenegildo Morelli e la spogliarellista Lola; a parte il solito volto di Villaggio, replicato all’infinito nella stragrande maggioranza dei film da lui interpretati, l’episodio si segnala anche per la scena, divenuta ormai un cult, della bella Lola che scende in costume adamitico da un’amaca, provocando lo svenimento del pretore.
La prorompente sensualità della Grandi, anche se non accompagnata da elevate doti recitative, lascia il segno, ma il resto alla fine non sembra discostarsi molto da un prodotto nato dalle ceneri della commedia sexy, seppellita a fine anni settanta,.ma il cui spirito aleggia in molti prodotti del decennio successivo.

Rimini Rimini 17Elvire Audray e Andrea Roncato

Siamo infatti nel 1987, e guardando oggi il film, si vede eccome.
Sono gli anni dell’edonismo reganiano, della Milano da bere, degli Yuppies, gli anni delle cicale e dell’effimero, e il cinema segue la moda, la cavalca e inevitabilmente si sbraca.
Se negli anni settanta la commedia sexy aveva avuto una qualche ragione storica economica e sociale nelle sue motivazioni di affermazione, le commedie balneari come questa nascono dal bisogno quasi fisiologico di allentare la presa su problemi ben più importanti, che pure avrebbero meritato trattazione da parte di registi e produttori.
In realtà la crisi del cinema è ormai conclamata, e per fare un film occorre un cast di richiamo, un tema il più popolare possibile, una leggerezza quasi insostenibile nella trama, nella sceneggiatura, in una parola un film che sia visto senza pensieri, la caratteristica che assumeranno i famosi cinepanettoni.

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Al cinema ci si va soprattutto per ridere, e fa nulla se le risate siano provocate da battute di grana grossa.
Corbucci non va giù pesante con le volgarità (una delle caratteristiche della commedia sexy anni 70), ma non eleva certo il prodotto oltre un’aurea mediocrità.
Da Laura Antonelli a Jerry Calà, da Eleonora Brigliadori ad Andrea Roncato passando per  Paolo Villaggio.Serena Grandi, Paolo Bonacelli, Adriano Pappalardo, Elvire Audray, Maurizio Micheli, Gigi Sammarchi e tutti gli altri protagonisti, la parola d’ordine è leggerezza.
Il cast quindi si adegua, recitando la propria parte pedissequamente, senza particolari meriti, ma nemmeno demeriti.
Qualche forzatura di troppo c’è, come Andrea Roncato vestito da prete, credibile come un musulmano che si sbafi di carne di maiale, oppure il debole, fragilissimo episodio che vede protagonista la signorina buonasera della Mediaset, Eleonora Brigliadori, nei panni di una splendida donna sedotta da un dodicenne; una storia strampalata, sia come scelta dei soggetti sia come conclusione.

Rimini Rimini 8Jerry Calà

Ma siamo di fronte ad un prodotto tipicamente estivo, come l’anguria o il calippo, per cui la storia è sempre la stessa, prendere o lasciare.
Il divertimento è limitato, ma tutto ciò scende in secondo piano di fronte all’aspettativa dello spettatore; chi vede Rimini Rimini sa perfettamente cosa lo aspetta.
E allora, contento lo spettatore, contenti tutti.

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Rimini Rimini, un film di Sergio Corbucci. Con Laura Antonelli, Jerry Calà, Eleonora Brigliadori, Andrea Roncato, Paolo Villaggio, Serena Grandi, Paolo Bonacelli, Adriano Pappalardo, Elvire Audray, Maurizio Micheli, Gigi Sammarchi, Mario Pedone, Camillo Milli, Livia Romano, Sebastiano Somma, Alex Vitale, Arnaldo Ninchi, Giuliana Calandra, Monica Scattini, Sylva Koscina Italia 1987 genere Commedia

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Rimini Rimini banner protagonisti

Paolo Villaggio     …     Ermenegildo Morelli

Serena Grandi    …     Lola Sarti
Laura Antonelli    …     Noce Bove
Jerry Calà    …     Gianni Bozzi
Maurizio Micheli    …     Pino Tricarico
Andrea Roncato    …     don Andrea
Eleonora Brigliadori    Liliana Corsi
Elvire Audray    …     La suora
Livia Romano    …     Marisa
Paolo Bonacelli    …     Ing. Pedercini
Sylva Koscina    …     Contessa Pedercini
Adriano Pappalardo    …     Gustavo, marito di Noce
Monica Scattini    …     Simona
Gigi Sammarchi    …     Massimiliano Ponchielli
Arnaldo Ninchi    …     Arnaldo, fratello di don Andrea
Giuliana Calandra    …     Moglie di Jerry
Enrico Appetito    …     Fratello di Noce
Andrea Azzarito    …     Fratello di Noce

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Regia Sergio Corbucci
Soggetto Mario Amendola, Bruno Corbucci, Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Maurizio Micheli, Marco Risi, Gianni Romoli, Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Mario Amendola, Bruno Corbucci, Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Maurizio Micheli, Marco Risi, Gianni Romoli, Bernardino Zapponi
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Tatiana Casini Morigi
Scenografia Marco Dentici
Costumi Nicoletta Ercole

giugno 17, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

La coda dello scorpione

La coda dello scorpione locandina

Kurt Baumer, un uomo d’affari, muore in un incidente aereo; il velivolo su cui viaggia esplode mentre è in volo.
Sua moglie Lisa, mentre tutto ciò accade, è a letto con con il suo amante Philip; riceve una telefonata che la informa della triste notizia, così, qualche giorno dopo, viene convocata dalla compagnia di assicurazioni con la quale Kurt Baumer ha stipulato un’assicurazione sulla vita, con un premio di 1.000.000 di dollari.
La donna quindi si reca ad Atene, presso l’agenzia della capitale greca, nella quale è disponibile la somma che le spetta, tallonata da Peter Lync, un agente della compagnia incaricato di verificare l’estraneità della donna nella morte del marito.

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Evelyn Stewart è Lisa Blummer

Ad Atene, Lisa viene contattata da Lara Florakis, un’amante di suo marito, che le chiede di dividere la somma che la donna ha riscosso, ricevendone in cambio un fermo diniego.
Inspiegabilmente, Lisa chiede di riscuotere l’intera cifra in contanti, ma la cosa le diventerà fatale, perchè mentre è in albergo, viene barbaramente uccisa, mentre il denaro scompare.

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Anita Strindberg

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Janine Reynaud

Da quel momento gli avvenimenti prendono un ritmo incalzante: Peter viene avvicinato da Cleo Dupont, una bella e affascinante giornalista alla ricerca di scoop, e ben presto i due diventano amanti.
Nel frattempo muore assassinata Lara Florakis, mentre la polizia insegue il fantomatico assassino, che sembra un’ombra inafferrabile.
Anche l’Interpool si muove, e mette sulle tracce di Peter e più in generale, su quelle dell’assassino di Lisa un suo agente, che ben presto si convince che in realtà Baumer non è morto, ma ha simulato l’incidente per riscuotere l’assicurazione.

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George Hilton

L’agente Interpool e il commissario greco Stavros, però, seguono anche Peter, che a loro giudizio è coinvolto in qualche modo nei vari omicidi; così tra vari colpi di scena si arriva alla soluzione finale.
La coda dello scorpione, diretto da Sergio Martino nel 1971, è un buon thriller, caratterizzato da una trama ben congegnata e arricchita da colpi di scena, sopratutto nel finale quando la matassa si dipana.

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Se la storia non è propriamente originale, Martino supplisce a questa mancanza con tanto mestiere, avvalendosi anche di un buon cast, nel quale figurano George Hilton, l’investigatore della compagnia di assicurazioni ambiguo e dongiovanni, Evelyn Stewart, che interpreta Lisa Baumer con sufficiente bravura, la bella e affascinante Anita Strindberg,

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che interpreta Cleo, che alla fine sarà l’unica a salvarsi giustamente la pelle; bene anche gli attori di contorno, con la solita sicurezza di Luigi Pistilli, il commissario Stavros e di Janine Reynaud nella parte di Lara Florakis.
Ottimo anche Alberto de Mendoza nel ruolo di John Stanley.
Film scorrevole, nel quale Martino sceglie non a caso di puntare più sulla trama e sul suo sviluppo piuttosto che sui soliti elementi di contorno, come gli effetti splatter o le solite scene gratuite di sesso.

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Difatti nel film mancano sia i primi che le seconde; di sangue non se ne vede, se non nei vari omicidi, e di sesso non c’è nemmeno l’ombra, fatti salvi due momenti in cui la Stewart e la Strindberg sono in intimità con i rispettivi compagni.
Ma sono davvero scene da educande.
Segnalo la bella sequenza in cui Janine Reynaud viene inseguita in casa e uccisa davanti alla finestra,carica di tensione; ricorda moltissimo quella successiva girata da Dario Argento nel suo Profondo rosso, in cui la sensitiva viene uccisa dal suo assassino e muore con la gola tagliata dai vetri della finestra.

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Qui manca l’elemento dei vetri in frantumi, ma in pratica la scena è presso che uguale.
Impeccabile il commento sonoro di Bruno Nicolai, impeccabile la fotografia, impreziosita dalla location greca.
Il finale, a sorpresa ma non più di tanto, è forse l’unica nota stonata del film; l’inseguimento tra le rocce appare poco coinvolgente, così come la soluzione dell’enigma.
Ma davvero era pretendere troppo da un prodotto senza ambizioni particolari e che invece si traduce in una lieta sorpresa.

Il film è disponibile in una splendida riduzione divx all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=wkT8WIEZnBw

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La coda dello scorpione, un film di Sergio Martino. Con Luigi Pistilli, George Hilton, Evelyn Stewart, Anita Strindberg Giallo, durata 92 min. – Italia 1971.

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George Hilton     …     Peter Lynch
Anita Strindberg    …     Cléo Dupont
Alberto de Mendoza    …     John Stanley
Ida Galli    …     Lisa Baumer (come Evelyn Stewart)
Janine Reynaud    …     Lara Florakis
Luigi Pistilli    …     Commissario Stavros
Tom Felleghy    …     Mr. Brenton
Luis Barboo    …     Sharif
Lisa Leonardi    …     Hostess (come Annalisa Nardi)
Tomás Picó    …     George Barnet

Piccolo gioiello del “giallo” italiano, girato con eleganza e stile, caratteristiche -queste- riscontrabili nel Martino “touch”. Il film, pur subendo l’influenza del giallo (come titolo allude) alla “Dario Argento”, si distingue per una narrazione ibrida: c’è il noir, c’è l’erotismo tipico del Lenzi “paranoico” e ci sono interpreti che offrono, con rara intensità, performance indimenticabili (Hilton, Strindberg, Pistilli e la Stewart). Né mancano una buona dose di cinema estremo (l’omicidio con bottiglia) e una bella soundtrack.

Altro buonissimo lavoro di Sergio Martino, che compensa l’incolmabile lacuna della defezione di Edwige (ma le signore presenti sono di gran classe) con la consueta accuratezza della messa in scena. L’ambientazione greca fa scattare nei veterani sceneggiatori (in anticipo sul Davinotti) il gioco delle associazioni, in particolare con i nostri thriller spionistici degli anni ’60 spesso ivi ambientati (tout se tient). La trama si incasina un po’, ma poco male. Ottimo Hilton. Eccellente riuscita

Discreto cast, discreta sceneggiatura, risultato, un discreto giallo, senza particolari pretese, con un considerevole numero di ammazzamenti (praticamente, una strage per un malloppo, giustificata solo in parte con la classica frase della vittima “Sei pazzo!”). Le uccisioni sono piuttosto cruente e anche realistiche (taglio della gola, coltellata nello stomaco, coccio di bottiglia nell’occhio…) e la colonna sonora è decente (la cosa più interessante e riuscita è la credo corda di violino pizzicata prima dell’uccisione). Un’occhiata la merita, ma non va al di là del prodotto ben presentato.

L’intricato plot gastaldiano si dispiega su una struttura narrativa simile a Psyco, nella quale l’abile mano registica di Martino inscena feroci omicidi di derivazione argentiana non estranei pure all’estetica di Bava; ad Argento si allude, quasi ironicamente, anche con il riferimento al famoso “particolare rivelatore”. Il cast è buono e Hilton, specie nel finale, riserva una delle sue prove migliori; Pistilli è un commissario amante dei puzzle e la Strindberg occupa degnamente il trono lasciato vacante della Fenech.

Martino dirige un ottimo giallo di stampo argentiano, con bravura innata. La confezione è ottima (basta citare solo la musica di Bruno Nicolai) e il regista può contare su un cast di eccelenti attori specialisti del genere (Strindberg, Hilton, De Mendoza, Pistilli, ma anche i bravi Janine Reynaud, Ida Galli e Luis Barboo). Una volta tanto la soluzione finale funziona alla perfezione con un movente solido (i soldi). Una vera e propria prova di regia l’omicidio della Reynaud. Tom Felleghy è un notaio.

Martino è forse colui che ha sfornato i gialli migliori negli Anni Settanta: storie semplici, comprensibili, girate divinamente, con un estremo gusto per l’inquadratura e sottili omaggi-citazioni. Prova ne è questo giallo esotico a metà strada tra Bava e Argento, ma che passa anche attraverso snodi narrativi colti, come l’ingrandimento fotografico preso da Blow Up  di Antonioni. È un giallo quasi spionistico (con echi di 007!) che pare un’avventura di Diabolik, iconicamente evocato nella figura dell’assassino.

Buonissimo giallo che parte leggermente in sordina per poi salire sempre più di ritmo, con una notevole mezz’ora finale. Interpretato piuttosto bene, vede la presenza di un cast di tutto riguardo, con un George Hilton veramente strepitoso. Locations suggestive.

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giugno 15, 2010 Pubblicato da: | Thriller | , , , , | Lascia un commento

Una donna come me

Una donna come me locandina

Cosa succede quando Don Giovanni non è il solito maschio seduttore e playboy, affascinante e impenitente, ma è una bella quanto amorale donna, disposta a tutto pur di soddisfare il proprio ego calpestando la dignità e l’affetto degli altri?
Lo racconta Roger Vadim, attraverso la storia di Jeanne, che si confida con Paul, un suo cugino che casualmente veste la tonaca talare.

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Jane Birkin

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Brigitte Bardot

Il racconto piccante della donna passa attraverso la rievocazione delle sue avventure sessuali con alcue persone conosciute nel tempo: si va dal magistrato Pierre, sedotto e abbandonato, al quale la donna ha dapprima sottratto l’affetto della famiglia, allontanandolo da essa per poi rovinarlo socialmente coinvolgendolo in uno scandalo, passando per la doppia avventura con una giovane coppia, formata da Louis, affarista egoista e senza scrupoli e da Clara, sua moglie, che Jeanne sedurrà per poi abbandonare distruggendo l’affetto che univa la coppia, infine con il sacrificio di una giovane e ingenuo chitarrista che disperato si toglierà la vita.

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Ma Jeanne ha in mente una seduzione ancora più ardita, quella di suo cugino Paul, oggetto proibito sia per il legame di sangue, sia per l’abito che riveste.
Naturalmente la diabolica seduttrice otterrà ciò che vuole, ma……….
Una donna come me, in francese Don Juan ou Si Don Juan était une femme.. (Don Giovanni, ovvero quando Don Giovanni è una donna), diretto da Roger Vadim nel 1973, è un’innocuo film basato sulle gesta di Jeanne, versione femminile del rubacuori amorale Don Giovanni, personaggio interpretato dalla ex moglie di Vadim, la star Brigitte Bardot qui alla penultima apparizione cinematografica prima del suo addio alle scene, avvenuto con il film Colinot l’alzasottane.

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Il duo Vadim-Bardot, che aveva esordito nel 1956 con il celebre E Dio creò la donna , che in pratica aveva lanciato la sfolgorante carica sexy della Bardot, giunge al capolinea con un film senza nessuna dote particolare, caratterizzato da una storia boccacesca in cui l’inversione del classico ruolo uomo seduttore donna -vitttima non sortisce gli effetti sperati, trasformandosi in una noiosa sequenza di storie in cui l’improvvisata Don Giovanni si trasforma in un’improbabile e implacabile vendicatrice delle donne costrette sempre a soffrire per colpa dell’egoismo degli uomini.

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A parte la banalità del tema centrale, il film non presenta elementi di interesse tali da giustificare una sua visione che non sia purtroppo un’ispirazione ad un sonno profondo; se ciò non accade è soltanto per qualche sussulto della pellicola, basato non di certo sulla trama ma su alcune situazioni pruriginose del film.
Il rapporto saffico tra la carnefice Jeanne e la vittima predestinata Clara, illustrato con furbizia da Vadim, che indugia sui corpi nudi di Jane Birkin e della stessa Bardot è forse la parte del film più convincente, proprio perchè questa volta la bella e amorale Jeanne punisce non gli eterni rivali, gli uomini, ma un’appartenente al suo stesso sesso, le donne, di cui Clara è esponente sacrificale, destinata a innamorarsi non ricambiata dalla furba e scaltra Jeanne.

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Anche il finale, degno di Delitto e castigo risente delle ambiguità di Vadim, che fa perire la sua protagonista in un rogo purificatore; almeno questo poteva risparmiarlo allo spettatore, lasciando allo stesso un messaggio del tipo ” anche le donne, se vogliono, possono essere molto cattive”
Viceversa, il finale politicamente corretto con il castigo della perfida Jeanne sa tanto di concessione alla platea.
Così il film, che si caratterizza per la staticità e per la noiosa sequela di seduzioni di Jeanne, che non esita a distruggere tutto ciò che incontra, giunge all’improbabile finale, senza guizzi.

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Guizzi che non hanno nemmeno gli attori, appiattiti in un grigio ripetersi di schemi e dialoghi senza interesse; così si perdono nella nebbia Maurice Ronet, il Pierre magistrato che pagherà a caro prezzo la sua relazione con la bella Jeanne, perdendo famiglia, lavoro e onore,  si perde Robert Hossein, il Louis Prévost affarista senza scrupoli, assolutamente anonimo come anonima rimane Jane Birkin, una Clara incapace di dare animo al suo personaggio.
Se lo conosci, lo eviti.

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Una donna come me, Don Juan ou Si Don Juan était une femme.. , un film di Roger Vadim, con Brigitte Bardot, Maurice Ronet, Mathieu Carriere, Robert Hossein, Jane Birkin, Francia 1973

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Brigitte Bardot     …     Jeanne
Robert Hossein    …     Louis Prévost
Mathieu Carrière    …     Paul
Michèle Sand    …     Léporella
Robert Walker Jr.    …     Il chitarrista
Jane Birkin    …     Clara
Maurice Ronet    …     Pierre Gonzague

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Production Design:Jean André
Costume Design:Michèle Richeregia: Roger Vadim
Sceneggiatura:Jean Cau ,Roger Vadim,Jean-Pierre Petrolacci
Musiche:Michel Magne
Fotografia:Henri Decaë,Andréas Winding
Montaggio:Victoria Mercanton

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giugno 14, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento

Un tipo con una faccia strana ti cerca per ucciderti

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Due bande rivali, un omicidio; ad affrontarsi sono le gang di Gaspare Aversi e quella capitanata da Don Vito.
La peggio tocca proprio a Gaspare, che vien fatto uccidere dal rivale.
Il defunto ha però un figlio, in carcere per un reato, che proprio in quei giorni scontata la pena torna a casa, accolto dalla madre che ovviamente lo istiga alla vendetta.
Rico, questo il nome del giovane, decide di usare un cavallo di Troia per vendicarsi; si allea con Cirano, ex amico del padre passato ora ai servizi di Don Vito, e con l’aiuto di una ragazza si impossessa di un prezioso carico di diamanti, di proprietà di Don Vito e del Marsigliese.

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Paola Senatore è Concetta

Un tipo con una faccia strana 14Christopher Mitchum è Rico Aversi

Ma il tradimento è dietro l’angolo, e Cirano tenta di far suo tutto il bottino.
Il Marsigiese, nel frattempo, si vendica a sua volta facendo sterminare tutta la famiglia di Rico, che così si trova ad affrontare, su un terreno avverso, una vendetta diventata ormai irrinunciabile.
Un tipo con una faccia strana ti cerca per ucciderti , film del 1973 diretto da Tullio Demicheli, è un thriller che avrebbe meritato ben altra sorte rispetto al modesto risultato ottenuto ai botteghini; colpa dell’assoluta inespressività dell’attore protagonista, Christopher Mitchum, figlio decisamente degenere del grande Robert.

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Il talento non è ereditario, è questo assioma è confermato proprio dall’interprete di Rico Aversi, il personaggio principale, che avrebbe bisogno di un’interpretazione di ben altro livello rispetto a quella fornita da Mitchum, che si segnala per l’assoluta legnosità che caratterizza la sua recitazione.
A parte questo grosso handicap, che è in pratica una vera partenza in salita, il film presena momenti interessanti alternati a cadute di una sceneggiatura quantomeno approssimativa, rappresentata per esempio dalla famosa scena che tanto piace a Tarantino in cui Rico e la sua alleata Scilla (una sempre affascinante Barbara Bouchet) rapinano i due corrieri di Gaspare e del marsigliese con un espediente degno di un decamerotico.

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Barbara Bouchet è Scilla

Mentre Scilla fa uno spogliarello (decisamente sexy) in mezzo alla strada, i due allupati corrieri del boss si fermano ovviamente per caricarla u, con la logica conseguenza di lasciare incustodito il malloppo, che altrettanto ovviamente viene recuperato da Rico.
Rico, o anche Ricco, come chiamato nella versione americana, paga con lo sterminio della sua famiglia la sua sete di vendetta; anche sfigato, il povero protagonista perchè all’uscita dal carcere trova la sua donna, Rosa (un’altra sexy interprete, Malisa Longo) passata sotto le lenzuola del suo vizioso nemico.
Che ovviamente pesca a mani basse nell’entourage del povero Rico; anche Cirano (Eduardo Faiardo) ha tradito suo padre, così come tradirà lui.

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Il mefistofelico Arthur Kennedy che interpreta Don Vito è ovviamente la cosa migliore del film; il personaggio, caratterizzato dalla mancanza assoluta di scrupoli, perverso e violento, è nelle corde dell’attore americano (scomparso nel 1990), che ne tira fuori una interpretazione da attore consumato.
Il cast femminile, composto dalle citate Bouchet e Longo è completato da Paola Senatore: a ben vedere i loro nudi sono una parziale consolazione ad un film scoordinato, violento ma con una carica di tensione tutto sommato non svilita dalle sue pecche.

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Qualche scena gore in verità c’è, sopratutto quella in cui Rosa è a letto con l’amante, uno degli uomini di Gaspare; sguardi smarriti, punizione.
Una vasca colma d’acido vendica il boss dall’affronto.
Insomma un andirivieni di scene violente, pestaggi (Rico che stende quattro uomini a colpi di karate), sesso, con una morale di fondo; nella mala il più pulito ha la rogna.
Inclusi familiari, amanti e amici.

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Malisa Longo è Rosa

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Un tipo con una faccia strana ti cerca per ucciderti, un film di Tullio Demicheli, con Christopher Mitchum, Barbara Bouchet, Malisa Longo, Eduardo Fajardo, Paola Senatore, Arthur Kennedy,Thriller, produzione Italia/Spagna 1973 Titolo internazionale Ricco the mean machine

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Christopher Mitchum -Rico Aversi
Barbara Bouchet- Scilla
Malisa Longo -Rosa
Eduardo Fajardo -Cyrano
Manuel Zarzo -Tony
José María Caffarel -Il Marsigliese
Ángel Álvarez -Giuseppe Calogero
Arthur Kennedy-Don Vito
Paola Senatore -Concetta
Luis Induni- Gaspare Aversi

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Regia: Tulio Demicheli
Soggetto e sceneggiatura: Mario Di Nardo, Sebastiano Moncada, José G. Maesso
Fotografia: Francisco Fraile
Musica: Nando De Luca
Montaggio: Angel Serrano
Produzione: B.R.C. Produzioni, Tecisa Film

giugno 12, 2010 Pubblicato da: | Thriller | , , , , | 1 commento

Orgasmo

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Catherine è una ricca e piacente vedova, che giunge a Roma per distrarsi; la cura del suo ingente patrimonio è affidata ad un procuratore amico, Bryan.
La donna si gode il suo relax nella magnifica villa che la ospita, fino a quando un giorno, a guastare il tutto arriva un giovane affascinante, Peter.
L’uomo inizia a corteggiare la donna, che ben presto cede al fascino del giovane; i due quindi vivono assieme qualche giorno di intensa passione, fino a quando  arriva nella villa l’enigmatica Eva, a suo dire sorellastra di Peter.

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Carrol Baker e Lou Castel

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Le cose ovviamente non stanno così: difatti tra i due giovani, Peter e Eva, c’è una evidente relazione, che crea seri problemi di gelosia in Catherine, palesemente in difficoltà davanti al fascino della ragazza.
Tra i tre ben presto nasce un innaturale triangolo amoroso, nel quale è evidente l’interesse dei due giovani verso il patrimonio della ereditiera, che è costretta a subire anche umiliazioni da parte della coppia, che si comporta da padrona di casa, costringendo Catherine a liberarsi della sua severa governante Teresa, per poi spingere la donna verso il consumo e abuso di alcool.

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Peter e Eva decidono così di eliminare Catherine, simulando una disgrazia; a venire loro incontro è anche la tendenza di Catherine all’autodistruzione, quasi la donna sentisse dei sensi di colpa per la morte dell’anziano marito, che la donna stessa tende a coprire abusando di alcool.
I due diabolici amanti decidono così di portare Catherine sull’orlo di un esaurimento nervoso, dopo aver brigato affinchè lo stesso Peter venisse nominato erede universale dei beni di Catherine.

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Il caso vuole che Catherine, semi drogata e in preda ai fumi dell’alcool, salga sul tetto della casa, dove si materializza all’improvviso la figura dell’amico procuratore Bryan, che la solleva e la getta di sotto.
I tre quindi hanno agito di comune accordo, e difatti diventano beneficiari delle fortune di Catherine, ma al solito il diavolo fa le pentole e non i coperchi.
Infatti Peter ed Eva trovano la morte in un incidente d’auto e Bryan scopre che i parenti di Catherine, che hanno sempre sospettato di lei e sono riusciti ad avere le prove che la stessa ha ucciso il suo maturo marito, hanno ottenuto la gestione dei beni della defunta, che spettano loro di diritto.

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Come se non bastasse, la polizia decide di aprire un’inchiesta sulle vere cause del presunto suicidi di Catherine…….
Penalizzato da un titolo morboso e ambiguo, Orgasmo, che in origine doveva chiamarsi Paranoia, e che venne invece distribuito in Italia con il titolo palesemente ammiccante di Orgasmo, è un thriller del 1969 diretto da Umberto Lenzi, che segna l’inizio della fruttuosa collaborazione tra il regista di Massa Marittima e la bionda attrice americana Carrol Baker, famosa in America per l’accostamento a Marilyn Monroe e sopratutto per il film di Elia Kazan Baby Doll – La bambola viva.

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Siamo di fronte ad un film di buona fattura, che centra tutta la sceneggiatura sul complesso rapporto esistente tra Eva, Peter e Catherine, personaggi ambigui le cui personalità sono appena accennate, lasciando allo spettatore la scelta sul come interpretare le loro azioni, che spesso sono motivate da motivi abietti, come l’interesse ecc.
Anche se sceneggiato in maniera incerta, il film ha una notevole tensione, pur presentando passaggi molto lenti, che a tratti spezzano la tensione del film; il mestiere di Lenzi tuttavia è indubbio, e lo si nota sopratutto nella capacità del regista di rendere impenetrabili i tre protagonisti, le cui gesta e le cui motivazioni appaiono sempre pervase da un’ambiguità di fondo, vera forza del film.

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Lenzi considerava questo come uno dei suoi film migliori, ma per il solito caso fortuito, il film ebbe molto più successo all’estero, dove venne distribuito con il titolo Paranoia, cosa che poi generò parecchia confusione allor quando il regista diresse l’opera italiana Paranoia, utilizzando sempre la Baker come sua musa.
Con ParanoiaCosì dolce… così perversa, Orgasmo fa parte della trilogia thriller di Lenzi, probabilmente il migliore dei tre film, anche se va detto che i successivi ebbero maggior successo in Italia; un film pre Argento, che diventerà con L’uccello dalle piume di cristallo il regista italiano di thriller più celebrato.

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Orgasmo resta opera godibile, mantenendo alto lo standard di riferimento delle pellicole di genere, appoggiato al commento sonoro di Piero Umilani, ben interpretato dagli attori protagonisti, ovvero Catherine-Carrol Baker, che da anche un tocco di erotismo molto soft al film ( le scene di nudo più importanti furono montate solo nella versione internazionale), come Lou Castel che interpreta molto bene l’ambiguo Peter Donovan, che si destreggia tra due donne molto diverse ma a loro modo molto seducenti, da  Colette Descombes, una sensuale e diabolica Eva, che però non ebbe una carriera luminosa, e dai due co-protagonisti Tino Carraro, che interpreta il finto amico di Catherine, Bryan e infine Lilla Brignone, l’arcigna governante Teresa.
Qualche cenno sull’abitudine, tutta italiana, di proporre titoli ambigui e ammiccanti per suscitar interesse negli spettatori.

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Orgasmo, nello specifico del film, è inteso come frenesia, non di certo nell’eccezione sessuale della parola; difatti le scene sexy, almeno per quanto riguarda la versione italiana, non va oltre qualche nudità della Baker e qualche scena molto casta sul rapporto saffico tra Eva e Catherine; tuttavia il titolo può ingenerare equivoci, come più volte accaduto in seguito, cosa alla quale lo stesso Lenzi si rifece, girando sempre con la Baker Così dolce così perversa, altro titolo ammiccante con quel “perversa” che stimola più i sensi che la curiosità.
Anche in quel caso si trattò di un thriller, molto lontano dal filone erotico che poi imperversò per tutti gli anni settanta.
Piccoli trucchetti per attirare pubblico, considerando anche l’epoca in cui vennero proposti al pubblico, un periodo storico in cui la censura la faceva da padrone.
Furono tanti, infatti, i film sottoposti a sequestro, spesso con la benedizione dei produttori, che vedevano in questo un formidabile veicolo pubblicitario.

Il film è disponibile in versione completa su Youtube in una versione accettabile all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=u89kGjN5Idc

Orgasmo, un film di Umberto Lenzi. Con Colette Descombes, Tino Carraro, Carroll Baker, Tina Lattanzi, Lou Castel, Franco Pesce, Lilla Brignone, Calisto Calisti, Gaetano Imbrò, Jacques Stany
Giallo, durata 91 min. – Italia 1969.

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Carroll Baker    …     Catherine West
Lou Castel    …     Peter Donovan
Colette Descombes    …     Eva
Tino Carraro    …     Bryan Sanders
Lilla Brignone    …     Teresa
Franco Pesce    …     Martino
Tina Lattanzi    …     Zia di Catherine
Jacques Stany    …     Ispettore

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Regia: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Umberto Lenzi, Ugo Moretti, Marie Claire Solleville
Produzione: Salvatore Alabiso
Musiche: Piero Umiliani
Art Direction :Giorgio Bertolini



Morboso (per l’epoca) e lentuccio. Lo trovo inferiore a Paranoia (il migliore) e a Il coltello di ghiaccio. Certo: la Baker è bella e intensa, Castel è bravo, il colpo di scena finale è notevolissimo (ma forse il film doveva chiudersi lì), però ci si arriva stavolta con lentezze e ripetitività che, specialmente a causa dell’abitudine ai più convulsi ritmi odierni, lo rendono meno gustoso delle pellicole prima citate. Fra le cose gradevoli i riferimenti a situazioni pressoché identiche presenti nel leggendario Che fine ha Fatto Baby Jane?

Primo esemplare (diretto da Lenzi, che già la Baker presenzia – lo stesso anno – nel film di Romoli, sceneggiato dal grande Gastaldi: Il Dolce Corpo di Deborah) di un trittico morboso (per l’epoca del girato) per l’insistenza di nudi associati a questioni ereditarie (qua fratello e sorella tentano di indurre una ricca vedova al suicidio per impossessarsi dei suoi beni). Leggermente farraginoso, per via d’una lentezza indotta dal tema narrativo e per dialoghi eccessivamente dilungati, resta esemplare di rilievo nel contesto pre-Dario Argento.

Archetipo e vertice del giallo complottista lenziano, garantisce una tensione senza cedimenti, grazie alla morbosa crudeltà che si insinua nei soffocanti rapporti tra la vittima e i due amanti-aguzzini. La Baker, vedova ricca e fragile e la coppia di giovinastri-seduttori Castel e Descombes costituiscono un bel trio di protagonisti, appoggiati dal sempre ottimo Carraro e dalla scontrosa Brignone. La regia adotta uno stile eclettico e dinamico, con montaggi caleidoscopici e addirittura una parentesi che si richiama al gotico.

Fa parte di una sorta di trilogia (insieme a Paranoia e a Così dolce… così perversa) ed è il migliore dei sexy-thriller lenziani. Pur non essendo particolarmente originale (gli spettatori più smaliziati non dovrebbero metterci molto a capire il “gioco”) il meccanismo funziona ed intrattiene piacevolmente, fino ad arrivare al bel colpo di scena finale. Si è mantenuto molto bene nel tempo. Musiche, tartassanti, di Umiliani. Bravi i protagonisti. Una piccola chicca da recuperare.

Bel thriller erotico di Lenzi, piacevole ed intrigante per tutta la durata. La sceneggiatura è ben struttutata e scorre senza intoppi fino ad un colpo di scena svelato magistralmente, a cui segue un’inutile postilla. Buona la regia e bravi gli attori. Bella colonna sonora di Piero Umiliani. Alcune idee (come la cena servita alla protagonista: là c’era un topo, qui un ranocchio) sono riprese da Che fine ha fatto baby Jane?. La versione americana contiene scene più spinte, ma è tagliata di gran parte del finale.

Lenzi si dedica ad un’opera alquanto insolita. Una donna ereditata una profonda ricchezza dal defunto marito, fa la conoscenza di due baldi giovani che la tenteranno e la usano per i loro giochi. Tutto per un semplice interesse… Il cast è buono e ricorda lontanamente alcuni film di oggi. Salvabile e da vedere.

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giugno 10, 2010 Pubblicato da: | Thriller | , , | Lascia un commento

Il tamburo di latta

Il tamburo di latta locandina

Polonia, anni venti.
Oskar nasce dal matrimonio infelice tra sua madre Agnes Koljaiczek e il com
merciante Anselmo Matzerath.
La donna ha una relazione anche con suo cugino Jan Bronski, che potrebbe essere in teoria il padre del bambino.
Il giorno del suo terzo compleanno, Oskar scopre la relazione tra sua madre e Jan, mentre si china sotto un tavolo; disgustato dalla cosa, si avvia verso la cantina e si lascia cadere per le scale.
Da quel momento il piccolo smette di crescere, tra la costernazione dei suoi; la caduta sembra avergli dato anche dei poteri particolari, come la capacità di emettere suoni ad alta frequenza in grado di rompere vetri nel raggio di centinaia di metri.

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Oskar così cresce in un corpo da bambino, rifiutandosi di far parte di quel mondo degli adulti che trova ipocrita e bestiale.
Diventa amico di un discreto corteggiatore di sua madre, l’ebreo Markus, che gli regala un tamburo di latta, dal quale Oskar non si separerà più.
Gli anni passano, con Oskar che è rimasto un bambino, anche se soltanto nel corpo, accettato in quella sua strana situazione da tutti.
E’ il momento delle leggi razziali, così il ragazzino assiste al montare della cieca bestialità nazista, che si materializza nelle odiose leggi anti ebraiche e con la morte del suo amico Markus, che si uccide prima di poter essere deportato in un lager.

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Muore anche sua madre, suicida per non dover mettere al mondo un altro figlio, muore Jan, che viene fucilato a Danzica mentre cerca di resistere all’annessione della Polonia; il mondo degli adulti sta mettendo in mostra il peggio di se, così Oskar, che ha conosciuto il nano Bebra, medita di lasciare casa e girare l’Europa con la compagnia circense dello stesso; nel frattempo suo padre Anselmo prende in casa la giovane Marie, che ha più o meno la stessa età del figlio.
Oskar scopre così le prime pulsioni sessuali, anche se più che turbato ne resta preoccupato.
La ragazza diviene l’amante del padre, e grazie all’involontaria complicità di Oskar, resterà incinta.

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Oskar lascia la casa e si avvia con Bebra verso una lunga tournee europea, durante la quale conosce la nana Roswitha, della quale diventa l’amante; la gioia dei due dura poco, perchè la ragazza morirà durante un bombardamento.
La strana catena di lutti che sembra accompagnare Oskar continua al suo ritorno a casa, proprio mentre la città è liberata dai russi; suo padre viene ucciso da un soldato ancora una volta con la complicità involontaria di Oskar.
Il giorno della sepoltura di Anselmo, getta il suo inseparabile tamburo nella fossa in cui giace la bara del padre, e subito dopo vi si getta dentro, quasi a simboleggiare il suo passaggio all’età adulta.

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La guerra sta finendo e Marie, con Oskar bendato e trasportato in una carriola, si avvia verso il treno, alla ricerca di un difficile futuro.
Il tamburo di latta, del regista tedesco Volker Schlöndorff, adattato per cinema dal romanzo omonimo di Günter Grass è uno straordinario e unico film sull’infanzia, sui traumi della stessa, sul parallelo con il mondo cattivo, malvagio e ipocrita degli adulti.
Un film molto cattivo, in cui affiora la vena intrisa di malinconia del regista, che tratteggia tutta una serie di figure guardate nei loro peggiori difetti; è un mondo da non imitare, quello degli adulti, ed è per questo che Oskar si rifiuta di crescere, di appartenere a quell’universo alieno fatto di tradimenti e bugie, di sesso e violenza.

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Un mondo dal quale il piccolo si isola, proprio mentre sta montando in Germania e in Europa la folla nazista.
Così, accanto alle storie popolari dell’amore tra Jan e Agnes, il loro adulterio al quale Anselmo guarda di straforo, quasi senza interesse, assistiamo al montare della violenza nazista, tra l’avallo acritico della borghesia tedesca e quello del popolo tedesco stesso, irretito ma anche sciaguratamente consapevole degli orrori ai quali stava partecipando.
Il film ha un percorso abbastanza lineare, con scene che sembrano incastrarsi come in un gioco di scatole cinesi; memorabile la sequenza della nascita di Oskar, tratteggiata dalle parole che il piccolo protagonista recita “”Ho visto la luce del mondo sotto forma di due lampadine da 60 watt“, quasi a sottolineare la sofferenza fisica di appartenere ad un mondo che lui percepisce già negativo, quasi in una specie di legame extra uterino.

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Le sequenze a cui assistiamo mettono in luce da subito le debolezze dei protagonisti, visti più nel loro ordinario squallore che nel meglio delle loro inesistenti virtù; il padre infingardo la madre adultera e libertina, il suo amante in copia carbone, anche lui adultero e libertino e via via in un campionario di umanità che sembra quasi assolvere il piccolo Oskar dal suo peccato originale, quello di non voler far parte di quel mondo incomprensibile.
C’è un evidente parallelo tra il piccolo Oskar e la storia della Germania nel ventennio prima della guerra e quella che comunque rialzerà la testa arrivando fino al boom economico.

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La mamma di Oskar, interpretata dalla bravissima Angela Winkler

Anche Oskar, a fine guerra, ritornerà nel mondo degli adulti dal quale è fuggito, ora che tutti i legami di sangue sono scomparsi, quasi a significare una nuova nascita, una verginità intonsa e assoluta.
Un passaggio all’età adulta simboleggiata dalla rinuncia al suo amato tamburo, che lascerà nella fossa con il padre, non prima però di averne regalato uno al suo fratellastro (o figlio?), un chiaro avvertimento su ciò che il bambino dovrà affrontare nel corso della vita.
Non ho letto il libro di Grass, per cui non o quanto differisca dal film; di certo il film ha una sua valenza molto forte;

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Schlöndorff è aiutato, oltre che dal suo eccellente mestiere, da un cast davvero notevole, in cui ogni attore recita la parte della vita.
E’ il caso di Angela Winkler, una Agnes Matzerath libertina, sofferente e gaudente al tempo stesso, donna alle prese con le sue pulsioni carnali e sconvolta da un figlio con il quale ha un legame fortissimo, ma che non riesce a capire fino in fondo; altra perla di bravura quella di Mario Adorf nei panni di Anselmo Matzerath, marito becco anche per scelta, fannullone e opportunista, così come di gran livello la parte interpretata da Charles Aznavour, quella del commerciante di giocattoli ebreo Markus, l’uomo che sceglierà la morte all’ignominia e all’infamia dei campi di concentramento.

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Bene anche Daniel Olbrychski che interpreta Jan, mentre un discorso a parte merita David Bennent,praticamente perfetto nel ruolo di Oskar ; il suo volto mobile esprime di volta in volta innocenze e perfidia, semplicità e stupore.
Un bambino che percorre un mondo che non ama, che impara ad approfittare degli adulti diventando un camaleonte che segue le opportunità che si presentano, comportandosi così come quei grandi che detesta.
Un cenno alla fotografia davvero perfetta e ai costumi, che sembrano tirare di peso lo spettatore immergendolo in quelle atmosfere tristi del periodo pre seconda guerra mondiale.
Un film da non perdere, capace di emozionare e commuovere, un film sull’infanzia vista da un’angolazione davvero speciale.

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Il tamburo di latta,un film di Volker Schlöndorff. Con Mario Adorf, Angela Winkler, David Bennent, Charles Aznavour, Andréa Ferréol, Tina Engel, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Wojciech Pszoniak, Joachim Hackethal, Gerda Blisse, Berta Drews, Heinz Bennent, Marek Walczewski, Katharina Thalbach, Mieczyslaw Czechowicz, Fritz Hakl, Mariella Oliveri, Roland Teubner, Ernst Jacobi, Werner Rehm, Ilse Page, Kate Jaenicke, Wigand Witting, Karl-Heinz Tittelbach, Emil Feist, Herbert Behrent, Brunc Thost, Zygmunt Huebner
Titolo originale Die Blechtrommel. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 142 min. – Germania, Francia 1979.

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Mario Adorf     …     Alfred Matzerath
Angela Winkler    …     Agnes Matzerath
David Bennent    …     Oskar Matzerath
Katharina Thalbach    …     Maria Matzerath
Daniel Olbrychski    …     Jan Bronski
Tina Engel    …     Anna Koljaiczek (jung)
Berta Drews    …     Anna Koljaiczek
Roland Teubner    …     Joseph Koljaiczek
Tadeusz Kunikowski    …     Onkel Vinzenz
Andréa Ferréol    …     Lina Greff
Heinz Bennent    …     Greff
Ilse Pagé    …     Gretchen Scheffler
Werner Rehm    …     Scheffler
Käte Jaenicke    …     Mutter Truczinski

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Regia Volker Schlöndorff
Soggetto Günter Grass
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Franz Seitz, Volker Schlöndorff, Günter Grass
Produttore Franz Seitz
Casa di produzione Franz Seitz Film, Bioskop Film, Artémis Film, Hallelujah Film, GGB-14, Argos Films, Jadran Film, Film Polski
Fotografia Igor Luther
Montaggio Suzanne Baron
Effetti speciali Georges Jaconelli
Musiche Maurice Jarre
Costumi Dagmar Niefind, Inge Heer, Yoshy Yabara
Trucco Rino Carboni, Alfredo Tiberi

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giugno 9, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 1 commento

Nero veneziano

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Mark, un ragazzo di quattordici anni, cieco e sua sorella Christine rimangono orfani dei genitori, e vanno a vivere con gli zii che gestiscono una pensione nell’isola della Giudecca a Venezia.
Mark è un ragazzo molto sensibile, dotato di particolari poteri; spesso ha delle visioni in cui anticipa il futuro, nelle quali vede chiaramente un uomo che lui è convinto essere il demonio.
All’interno della pensione infatti alcuni sinistri presagi di Mark si avverano; muore impiccato lo zio, poi è la volta della zia, poi ancora di un amico di Mark.

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Rena Niehaus è Christine

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Il ragazzo ha una sola persona che in qualche modo crede in lui; è Giorgio, il fidanzato di sua sorella, l’unico che gli mostra amicizia e che sembra prestar fede ai racconti del ragazzo.
Sua sorella intanto inizia a diventare sempre più strana, ma si avvia comunque all’altare con il suo fidanzato.
La morte improvvisa di Giorgio lascia Mark completamente solo, mentre Christine, che ha ereditato la pensione inizia a circondarsi di strani personaggi, fra i quali spicca un pensionante fascinoso, Dan, che altri non è che l’uomo visto nelle visioni da Mark.

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Ely Galleani, una delle adepte di Christine

Nella pensione arrivano anche alcune ragazze equivoche, che sembrano girare attorno a Christine con gran devozione; la ragazza intanto ha scoperto di essere incinta, pur non avendo avuto rapporti con nessuno se non in una sorta di dormiveglia, in cui appare al suo fianco il sinistro Dan.
Mark trova consolazione e credito presso padre Stefani, l’unico che sembra avvertire l’aria sinistra che gira attorno a Christine; ma anche il religioso morirà, subito dopo aver tentato di battezzare il figlio di Christine, Alex.

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Lorraine De Selle

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Ely Galleani

In un drammatico finale, Mark ha il sopravvento sul neonato, e mentre è nel cimitero dove è sepolto il cognato Giorgio, vede proprio l’amico scomparso che gli racconta e conferma la natura diabolica di Alex.
Le ultime immagini che Mark vede, dopo che ha riacquistato miracolosamente la vista bagnandosi gli occhi con l’acqua del pozzo che è nella pensione, è quella di Alex tra le braccia di Christine.
Il demonio non può morire……
Ultimo film diretto da Ugo Liberatore nel 1978, Nero veneziano è un anomalo horror con venature thriller, massacrato all’epoca della sua uscita sia dalla critica che da buona parte del pubblico.
In realtà il film non è affatto malvagio, pur essendo evidenti i tributi ai caposaldo del genere, con più di un occhio strizzato al celebre film di Roeg “A Venezia un dicembre rosso shocking”; il tributo è assolutamente chiaro, sopratutto nella scelta di ambientare il film a Venezia, nella particolare esposizione fotografica usata e nell’aria di sovra naturale che pervade la pellicola.

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Un film troppo sottovalutato, che ha delle pecche solo in fase di sceneggiatura: il soggetto di Ottavio Alessi è spesso confuso, lasciando troppa libertà di immaginazione allo spettatore.
Va aggiunta anche la scellerata decisione di Liberatore di affidare il ruolo del demonio all’insulso Yorho Voyagis, che sembra un bamboccione in vacanza premio nella sua città preferita.
Il volto dell’attore rimane quasi sempre impenetrabile, con un sorrisino che vorrebbe sembrare enigmatico e invece assomiglia ad uno spocchioso sorriso di sufficienza.
Però il film ha una sua dignità, sopratutto grazie all’ambientazione, con una Venezia misteriosa e cupa, come raccontata nel titolo; il nero veneziano è rappresentato dalla vicenda, dai luoghi misteriosi come il cimitero della Giudecca, dalla pensione in cui si svolgono i fatti.

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Un film a tratti blasfemo, come nella sequenza in cui le prostitute che circondano Christine inscenano una parodia dell’Ultima cena che è una delle cose da dimenticare del film.
Se Renato Cestiè se la cava egregiamente, anzi, bene nel ruolo di Mark, il giovane veggente cieco, molto algida e fredda appare Rena Niehaus nel ruolo dell’ambigua Christine, che sin dall’inizio appare visceralmente antipatica allo spettatore, mentre bravo è Fabio Gamma ad interpretare Giorgio, lo sfortunato fidanzato/marito della diabolica Christine.
Tra le co-protagoniste vanno citate tre attrici comprimarie come Ely Galleani, l’ex diva dei fotoromanzi Angela Covello e Lorraine De Selle, tutte interpreti di ruoli di prostitute, le stesse che diverranno la corte dei miracoli di Christine.
La migliore interpretazione di questi ruoli secondari è quella di Olga Karlatos, che interpreta Madeleine Winters.
Come già detto, la segnalazione più importante va alla fotografia e alla direzione artistica di Canevari, Ugo Liberatore dirige bene il film, che risulta alla fine il migliore dei sette girati fino al 1978, di gran lunga superiore ai mediocri Incontro d’amore e Noa Noa.

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Angela Covello

Nero veneziano, un film di Ugo Liberatore. Con Renato Cestié, José Quaglio, Rena Niehaus, Yorgo Voyagis, Fabio Gamma, Olga Karlatos, Ely Galleani, Angela Covello,Lorraine De Selle
Horror, durata 93 min. – Italia 1978

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Renato Cestiè     …     Mark
Rena Niehaus    …     Christine
Yorgo Voyagis    …     Dan
Fabio Gamma    …     Giorgio
José Quaglio    …     Padre Stefani
Ely Galleani    …     Christine
Angela Covello    …     Christine’s Friend
Lorraine De Selle    …     Christine’s Friend
Florence Barnes    …     Christine’s Friend
Olga Karlatos    …     Madeleine Winters / Vicky’s Mother / The Midwife on the ferry
Bettine Milne    …     Grandmother
Tom Felleghy    …     Martin Winters

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giugno 5, 2010 Pubblicato da: | Thriller | , , , , , , , , , | Lascia un commento

La ragazza dal pigiama giallo

La ragazza dal pigiama giallo locandina

La vicenda inizia in Australia, sulla spiaggia cittadina di Sidney.
Sul bagnasciuga viene rinvenuto il cadavere di una ragazza, spaventosamente sfigurato dal fuoco.
Il corpo è quasi irriconoscibile, fatto salvo il particolare che indossa un pigiama giallo.
Le indagini di rito vengono affidate agli ispettori Ramsey e Morris, i quali devono accettare, loro malgrado, l’interesse dell’ispettore Thompson, ormai in pensione che si affianca ai due non richiesto.
Mentre Ramsey sceglie una pista sbagliata, facendo arrestare un ubriacone innocente, Thompson indaga su alcuni immigrati, fra i quali Antonio, un cameriere italiano.

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Il corpo della sconosciuta

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Attraverso alcuni sbalzi temporali, apprendiamo la storia della sua relazione con la splendida e conturbante Glenda, una donna dal passato turbolento.
Antonio sposa la ragazza, che però mantiene relazioni proibite con il professor Douglas, un eminente e ricco uomo d’affari di Sidney e contemporaneamente con Roy che è un operaio irlandese amico proprio di Antonio.
Le cose sono destinate a diventare ancor più complicate quando Glenda scopre di essere rimasta incinta.

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Dalila Di Lazzaro è Glenda

Dopo aver tentato un impossibile riavvicinamento con Antonio e sopratutto dopo aver perso il bambino che aspettava, Glenda entra in crisi.
Tenta di riconquistare il ricco Douglas che però deluso dalla donna la respinge.
Nel frattempo Thompson, con le sue indagini, è arrivato ad un passo dalla verità; ma è destino che non possa godersi il frutto del suo lavoro, perchè viene ucciso.

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L’uomo però ha lasciato scritto tutto ciò che ha scoperto, così la polizia risolve comunque il caso.
Glenda era fuggita da casa di Douglas decisa a lasciare tutti, ma nella sua fuga era stata raggiunta da suo marito Antonio e dall’altro suo amante, Roy, che durante un furibondo litigio l’aveva ferita mortalmente colpendola con un crick.Appartiene dunque a lei il corpo rinvenuto sulla spiaggia, ed è stato proprio Roy a bruciarlo.
Antonio, deciso a piegare la genesi dell’omicidio, si rivolge all’ispettore Ramsey, ma spaventato dall’arrivo delle auto della polizia, scappa per finire tragicamente investito e ucciso.

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La ragazza dal pigiama giallo, film del 1977 diretto da Flavio Mogherini è un buon prodotto che si eleva di parecchio su molti film simili girati negli anni settanta.
Anche perchè non è propriamente un thriller, quanto un film che mescola diversi generi, caratterizzandosi anche per il buon uso degli sfalsamenti temporali.
Buona l’idea, per esempio, di raccontare la storia dalla fine, senza arrivare a palesare da subito l’identità della misteriosa ragazza dal pigiama giallo.
Certo, appare chiaro che l’identità della donna coincide con quella della turbolenta Glenda, ma per lo spettatore il tutto resta un’ipotesi.
Mentre il film si dipana con una certa eleganza, assistiamo alle indagini di Thompson, vediamo la vita disordinata di Glenda, conosciamo suo marito e i suoi amanti.
Il ritmo non è frenetico, c’è molta attenzione ai dialoghi, per una volta.
E se manca la tensione, ci si consola con la sapiente scelta di mescolare passato e presente.
Il film ha diversi difetti, consistenti sopratutto nella lentezza del film stesso e in una recitazione non sempre convincente, ma tutto sommato riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, intriso com’è di una malinconia di fondo che generalmente non è presente nei film gialli.

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Tra le scene da segnalare, quella curiosa in cui il corpo di Glenda viene esposto nudo per permettere alla gente di vederlo e identificarlo.
Anche se La ragazza dal pigiama giallo non è un noir vero e proprio, ha dalla sua una location finalmente lontana dalle sponde italiche e un cast che assicura al film una certa dignità.
Discrete le prove di Ray Milland che interpreta il caparbio ispettore Thompson, che pagherà con la vita la sua ostinazione, così come una garanzia è Michele Placido  a suo agio nel ruolo di Antonio Attolini; anche Howard Ross, che interpreta Roy è una garanzia, mentre la Di Lazzaro, pur affascinante come sempre, risulta alla fine la meno convincente del gruppo, con una recitazione che spesso eccede la drammaticità del suo ruolo, che andava interpretato con più malizia e mistero.

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Michele Placido è Antonio

Nel cast compare anche Mel Ferrer, il maturo prof. Henry Douglas, amante di Glenda.
Un film che non piacque moltissimo quando uscì, forse perchè dopo la metà degli anni settanta il giallo non aveva molti seguaci; colpa anche della realtà quotidiana, che presentava storie e vicende sociali drammatiche, degne davvero di un film thriller.

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La ragazza dal pigiama giallo, un film di Flavio Mogherini. Con Michele Placido, Dalila Di Lazzaro, Ray Milland, Mel Ferrer, Howard Ross, Eugene Walter, Rod Mullinar
Giallo, durata 105 min. – Italia 1977.

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Ray Milland     …     Ispettore Thompson
Dalila Di Lazzaro    …     Glenda Blythe
Michele Placido    …     Antonio Attolini
Mel Ferrer    …     Professor Henry Douglas
Howard Ross    …     Roy Conner
Ramiro Oliveros    …     Ispettore Ramsey
Rod Mullinar    …     Ispettore Morris
Giacomo Assandri    …     Quint
Eugene Walter    …     Dorsey
Fernando Fernán Gómez
Antonio Ferrandis    …     Nottingham
Vanessa Vitale    …     Evelina
Mónica Rey    …     Patricia Clark Dorsey


“Già scopritore sullo schermo di Renato Pozzetto e iniziatore di una vena calligrafica della commedia all’italiana, l’architetto Flavio Moghemi cambia genere e continente. Sfruttando in Australia un’insolita cornice ambientale e i servizi di una cinematografia in ascesa, si affida a un thrilling articolato con abilità su due binari: l’inchiesta della polizia intorno a una ragazza dal pigiama giallo trovata semicarbonizzata sulla spiaggia, e le disavventure di una bella emigrata olandese mal maritata con un cameriere italiano e divisa fra molti uomini. I due motivi si fondono, sulla dirittura finale, in maniera da riservare al pubblico una piccola sorpresa. Ma se Mogherini sa inquadrare e tagliare come i registi americani, scegliendo fra l’altro interni ed esterni con gusto avvertito, anche stavolta non riesce a scandire la qualità formale su autentici ritmi di racconto. Se all’autore interessava rappresentare l’ambiente degli emigranti, come la drammatica scena finale di Placido nel cimitero marino farebbe supporre, bisogna constatare che se n’è dimenticato per la strada; e anche l’approccio ai personaggi rimane freddo, distaccato e spesso decorativo. Con tanto nitore contrasta la deliberata volgarità di certe battute e situazioni, che attestano un cinico proposito dl mercificare il film. Perfino un gentiluomo come Ray Milland si abbassa al livello delle parolacce e dei gesti osceni.
Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori”


Non male questo lavoro, più noir che giallo, di un regista più a suo agio con la commedia. L’ambientazione estera e la tematica della solitudine e lo spaesamento ricorda Blue nude (molto piu bello). Il montaggio alternato tra la vicenda e le indagini della polizia crea un po’ di confusione e la sceneggiatura ha diversi buchi, ma l’atmosfera molto triste è resa con efficacia. La Di Lazzaro è stupenda e anche piuttosto brava.

Se fosse solo un giallo, come recita il genere scritto nella locandina, probabilmente sarebbe un ottimo giallo e basta. Invece c’è molto altro. In primo luogo una tragedia umana di forte impatto sociale, fatta di povertà e di stenti, in secondo un’impostazione dei tempi narrativi che, ancora prima di incidere positivamente sul versante tecnico, risulta essere emotivamente coinvolgente. Complici sono indubbiamente le atmosfere, i silenzi usati per sconfinare nell’indicibile, un cast a prima vista quasi inconciliabile, ma in verità di gran lunga indovinato.

La bravura di Ray Milland e i concetti investigativi da lui rappresentati sono veramente sopra le righe e il vero piatto forte del film. Geniale il regista nel parallelismo dell’antefatto con la diretta. Io lo vidi quando uscì e ne rimasi molto toccato. Oggi gli riconosco anche il merito di aver saputo estrarre le migliori qualità di allora della Di Lazzaro e di Amanda Lear nella colonna sonora, allora al massimo del successo. Quasi odioso Michele Placido, che rappresenta gli emigrati italiani come una massa di zoticoni, analfabeti e terroni…

Terribile esempio di cinema, nel senso peggiore del termine: mal diretto, mal interpretato, mal montato, sceneggiatura inesistente, più o meno siamo ai livelli di Rose rosse per una squillo. Squallido nel suo presunto erotismo. Resta solo la bellezza della Di Lazzaro, che da sola non risolleva minimamente le sorti del film. Penoso.

Bizzarro melodramma erotico tinto di giallo: operazione curiosa ma dai risultati mediocri. C’è un colpo di scena che per quanto leggermente prevedibile possiede una certa originalità, ma la storia, per quanto ben strutturata, scorre un po’ troppo lentamente. Non manca qualche scena di sesso (di cui una piuttosto squallida) ma non viene mostrato nulla di che. Ottimo il cast ma mediocri le musiche di Ortolani, fatta eccezione per l’azzeccatissima canzone (cantata da Amanda Lear) che accompagna molte scene del film (come quella iniziale).

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giugno 3, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 1 commento

La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone

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A Bagnacavallo in Romagna, nel 720, arrivano i longobardi; conquistato il paese, si accingono a compiere violenze sulle donne del paese, quando Girolama Pellacani offre la sua verginità in cambio della salvezza delle sue compaesane.
Sottoposta a violenza da trenta guerrieri, la donna dopo l’esperienza, si rifugia su un fico fiorone, nutrendosi da allora solo dei frutti della pianta e di acqua piovana. Poi, un giorno, miracolosamente le nasce un figlio.

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La santa Girolama Pellacani dopo la violenza

Da quel momento il fico diviene oggetto di venerazione, anche perchè chi prega vicino ad esso ne ricava delle grazie.
Secoli dopo ecco accadere invece un miracolo al contrario; Anteo Pellacani, giovane e valente atleta, sale sull’albero per ringraziare la santa di averlo fatto vincere in una competizione e cade, riportando una menomazione che lo renderà zoppo per sempre.
Reso cattivo dall’esperienza, Anteo cresce con l’animo gonfio di risentimento, diventando col passare del tempo meschino e anti clericalista, tanto da essere soprannominato “La gambina maledetta”.

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Ugo Tognazzi è Anteo Pellecani, la gambina maledetta

Alla morte dei suoi Anteo eredita le loro proprietà, che includono anche il giardino con il fico fiorone miracoloso; l’uomo però decide di distruggere il fico, sollevando l’indignazione popolare.
Ma tutti i suoi tentativi finiscono, per un modo o per l’altro per essere vanificati da una serie di imprevisti.
Nel frattempo il giovane parroco del paese con l’aiuto di una cugina di Anteo cerca in tutti i modi di contrastare la decisione di gambina maledetta, ma è destino che sia un fatto assolutamente casuale a cambiare le carte in tavola.

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Un giorno a Bagnacavallo arriva un trio, i Sadomasosex, composto da una specie di pappone, Checco “Biancone” Coniglio e da due prostitute con le quali vive, una delle quali di colore.

La più giovane delle due, incinta, si reca nell’orto del fico e spinta dalla fame sale sull’albero; li viene vista da Anteo, che la scambia per la reincarnazione della santa.
Da quel momento Anteo cambia completamente; si trasforma in un seguace della santa e arriva, dietro istigazione della prostituta, manipolata dal suo pappone Checco, vende tutti i suoi averi.

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Patrizia De Clara è   Eugenia Pellacani Bompani

La prostituta però decide di rivelare alla polizia la truffa e subito dopo si reca nell’orto per salutare Anteo; ma qui viene colta dalle doglie, proprio mentre è in corso una copiosa nevicata.
La donna muore nel dare alla luce il bambino, e mentre attorno a lei si stringono il parroco, le cugine di Anteo e altri paesani, Anteo, afferrato il bambino si allontana verso la statale, mentre le auto gli passano accanto.
La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone è un film diretto nel 1975 da Pupi Avati su sceneggiatura dello stesso regista e di suo fratello Antonio Avati coadiuvato da Gianni Cavina; è un film intriso di malinconia e di bonaria ironia, anche se a volte sembra tingersi di sarcasmo feroce.

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La prostituta Silvana e il cameo di Lucio Dalla

Un film che scorre piacevolmente dall’inizio alla fine, mettendo alla berlina convenzioni, sorridendo con amarezza ma con grande intelligenza alle piccole ignavie di paese, alle superstizioni e alla bonarietà ingenua ma anche ferocemente cattiva dei paesani, capaci di credere nei miracoli e al tempo stesso di restarne prudentemente lontani, grazie a quella saggezza che il popolo comunque possiede.
Avati disegna un affresco completo della vita di provincia, sbeffeggiando un pò tutti i capisaldi che reggono la vita sociale, ma sempre con grazia e senza mai sbracarsi; così la storia di Anteo finisce per somigliare ad una storia boccaccesca.

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Delia Boccardo e Paolo Villaggio

Sembra quasi di vedere illustrato il racconto di Bertoldo Bertoldino e Cacasenno, tipico esempio dell’arguzia popolare, trasportato di peso ai giorni nostri.
Così assistiamo al credibile percorso di Anteo, dapprima promessa dell’atletica, poi, dopo l’incidente, feroce nemico del clericalismo e delle sue rappresentazioni esteriori.
Il “miracolo al contrario” che lo ha visto penalizzato con la caduta dall’albero avviene nuovamente quando il feroce mangiapreti si trasforma nel più devoto dei fedeli, beffato da un’apparizione che crede essere soprannaturale e che invece nasconde solo una beffa clamorosa e atroce.

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L’esilarante sequenza della fuga del parroco e di Eugenia

Avati quindi prende in giro un po tutto, con bonarietà, cedendo alla fine all’happy end, ovvero la conversione dell’eretico Anteo in seguace della santa Girolama. Un happy end però venato di malinconia, con quella scena finale di Anteo che stringe tra le braccia il figlio della prostituta, morta anch’essa sotto il fico fiorone, che però miracolosamente riesce a dare alla luce la sua creatura, così com’era accaduto tanti secoli addietro.
Alcune situazioni del film sono davvero spassose; a cominciare dalle scene iniziali, che raccontano la storia della santa ( resa visiva in una proiezione privata a beneficio di notabili del posto) in cui si alternano anche graffianti battute come quella dell’uomo che si avvicina alla santa e le chiede “Non vi sarete mica intrattenuta con tutti quegli uomini?” ricevendone in cambio una secca risposta in romagnolo “Si, con tot (con tutti)”, mentre attorno si fanno i conti dei violentatori, 32 in tutto compreso il capitano.

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Bellissima la scena in cui la cugina di Anteo fugge nuda dalla casa dell’uomo e sale sulla moro del parroco, che corre a tutta velocità per il paese, prima di essere fermata da un poliziotto esterrefatto.
Il film è pieno di arguzie, boutade, assecondate da un cast in gran spolvero; inutile citare il solito Tognazzi, uno dei grandi del cinema italiano, accompagnato da Paolo Villaggio, inusualmente cattivo e senza scrupoli.
Bravissima Delia Boccardo, la prostituta che Anteo scambierà per la santa Girolama, bene Cavina nel ruolo del factotum di Anteo.

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Piccolo cameo per il cantautore Lucio Dalla, che nel film interpreta un falegname che rifiuta di segare l’albero della santa, perchè miracolato egli stesso da piccolo.
Un film che a distanza di 35 anni conserva immutato il suo fascino candido e ironico, un film che precederà un altro capolavoro di Avati, quel La casa dalle finestre che ridono diventato oggi un esempio del cinema del maestro emiliano

La mazurka del barone della santa e del fico fiorone, un film di Pupi Avati. Con Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, Gianni Cavina, Delia Boccardo, Alberto Plebani, Lucio Dalla, Giorgio Celli, Bob Tonelli, Giulio Pizzirani, Pina Borione, Gianfranco Barra, Carla Mancini
Commedia, durata 110 min. – Italia 1975.

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Ugo Tognazzi     …     Barone Anteo Pellacani
Paolo Villaggio    …     Checco ‘Biancone’ Coniglio
Delia Boccardo    …     La prostituta dai capelli rossi
Gianni Cavina    …     Petazzoni
Giulio Pizzirani    …     Padre Arioso
Gianfranco Barra    …     Sergente Caputo
Lucienne Camille    …     Silvana la prostituta di colore
Andrea Matteuzzi    …     Marchese
Bob Tonelli    …     Notaio
Pina Borione    …     Parente di Anteo
Ines Ciaschetti    …     Parente di Anteo
Ferdinando Orlandi    Presentatore del     Festival
Adolfo Caruso    …     Maggiore
Lucio Dalla    …     Fava il falegname
Patrizia De Clara    Eugenia Pellacani Bompani

Ci son voluti ad Avati due film difficili e forse falliti (Balsamus e Thomas) per arrivare a questo di oggi. Ma c’è arrivato. E con matura, intelligente pienezza. Da autore. Uno degli autori da cui non potrà più prescindere il cinema italiano di oggi, quello che può rinnovarsi, che vuole inventare, cercare. Il gusto naif l’amore per il grottesco di campagna e la follia di provincia son presenti, con stile meditato, anche in tutti gli altri elementi del film. Primo, la fotografia di Luigi Kuveiller che si vieta gli impasti, le sfumature, le mezze tinte, per giostrare volutamente solo con rossi decisi, con verdi, con viola, con blu, sprezzantemente adoprati a volte anche in funzione psicologica (tipica, in questo senso, la lezione di sesso con i dischi che le zie in vestaglie anni Venti impartiscono alla mugolante nipote). E così le musiche (di Medeo Tommasi) in cui le ghiotte mazurke con echi perfino bavaresi si alternano, nell’altalena del grottesco, ai violini strappacuore. E quindi, naturalmente, l’interpretazione, a cominciare da quella di Ugo Tognazzi nel personaggio del Barone. Inutile lodare le sue legnose asprezze iniziali, la sua truce irruenza, i suoi grassi e turpi furori o, dopo, il segretissimo strazio di quella fede riscoperta che non sa mai, soggettivamente, di vera conversione; bastano, per ammirarlo, quattro parole soltanto, i quattro modi diversi con cui dice, grida, soffia, sospira “Girolama!” quando, vedendo per la prima volta la prostituta sul fico, pensa che sia la “Santa”.
Con lui, con il suo talento, con la sua scuola, “legano” senza fatica –per merito di regia – anche i quasi anonimi che gli fanno da coro: Gianni Cavina, il servo, Giulio Pizzirani, il curato, Patrizia de Clara, la cugina, Pina Borione e Ines Ciaschetti, le zie, Gianfranco Barra, il brigadiere. Tutti una o più note sopra, tutti travolti in un giro di gesti bizzarri, di urlacci sfrenati, ma tutti al loro posto, nell’ordine dovuto e voluto. Maschere in commedia, giova ripeterlo, mai macchiette di farsa.
Gian Luigi Rondi

“Insolita pellicola animata da due registri: il comico (sconfinante nel grottesco) e il sacro (spesso approcciato al contrario). Pur nello sviluppo volutamente irreale, il film manifesta una genesi “territoriale” fortemente voluta dai suoi autori (oltre ai fratelli Avati sceneggia anche Cavina) e rappresentata dall’uso costante di termini dialettali. Ottima la performance di Tognazzi, costretto a sostenere un ruolo “felliniano” ed in grado di passare dal ruolo di “miracolato” au contraire – e pertanto avverso alla Chiesa – a quello (quasi strappalacrime) di credulone beffato.

Il titolo spiega già tutto: sia la trama che racconta del barone ateo che si converte sotto il fico della santa cedendo a un inganno, sia il registro che è quello della mazurka. Un film ballabile, dunque, ma nel segno del grottesco e del ridanciano fino al fiabesco, che Avati sa orchestrare divinamente (con ottimi attori) da una parte attingendo alla tradizione delle sua terra (da Bertoldo a Fellini) e dall’altra riecheggiando antichi sapori iberici di avventure malsane e irriverenti. Quasi un unicum.

Goliardica, spassosa, anticlericale al limite del blasfemo la prima parte; smorta e prevedibile la seconda, con la conversione del protagonista. Plauso per i grandissimi Tognazzi, Villaggio e Cavina, ma anche tutti gli altri attori (specie quelli provenienti dal teatro bolognese) non sono da meno. Comicità romagnola doc.

La campagna emiliana secondo Avati: un ubertoso purgatorio senza pace e senza pietas infestato da una corte dei miracoli di avida e cialtronesca giocondità… A discapito della ricchezza figurativa ovattata ad arte dalle luci di Kuveiller, la dissacrazione avviene a colpi di barzellette e goliardia, e dietro alla teratologia dei comprimari si celano solo macchiette e puro bozzettismo. La fiaba del fico però ha una sua qualità magica e Tognazzi regge bene il personaggio, specie negli affondi iconoclasti. Neopagano?”

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Maggio 29, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , , | 4 commenti

Nenè

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Il piccolo Ju è un bambino di età indefinibile, tra gli otto e i dieci anni; vive con la sua famiglia in una casa malmessa in campagna, afflitto da una sorellina impicciona e traditrice, da un padre frustrato nelle sue ambizioni e nel lavoro, e da una madre ancor più frustrata, che non smette mai di rinfacciare al marito i suoi fallimenti.
Ju è in un’età delicata.

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Leonora Fani è Nenè

Avverte i primi fremiti della carne, confusamente, che diventeranno ancor più confusi quando a casa dei suoi arriva Nenè, un’adolescente che i suoi genitori accolgono perchè rimasta orfana.

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Ju spia il mondo dei grandi, i suoi genitori

Tra Nenè, confusa e smarrita dalla nuova situazione, anche lei presa da fremiti ormonali e il piccolo Ju si stabilisce subito una buona intesa.
I due diventano confidenti, così Ju si trova a vivere una situazione differente da quella in cui dovrebbe vivere alla sua età.
E’ circondato da donne, ognuna differente quanto possono esserlo fra loro persone appartenenti a età diverse e situazioni diverse; la madre accetta rapporti al limite del masochismo con il tanto disprezzato marito, la maestra di ripetizioni di Ju, che vede sfiorire la sua bellezza, parla al ragazzino delle disillusioni della sua vita, mentre Nenè è l’unica che lo tratta quasi come un compagno di giochi.
Siamo nel 1948, qualche giorno prima delle elezioni politiche che avrebbero dovuto significare lo spostamento a sinistra del paese, con l’avanzata del fronte popolare.
Una speranza di tanti italiani, venuti fuori dalle rovine della guerra, ansiosi di vedere un paese nuovo e una classe politica vicina alle esigenze della classe lavoratrice.

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Compagni di gioco….

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… e compagni di confidenze

Su questo sfondo si muovono i vari personaggi, quasi tutti perdenti, dai due coniugi, frustrati nelle loro ambizioni al barbiere del paese, comunista sfegatato che per il giorno delle elezioni organizza un banchetto con musica, salvo rimanere crudelmente deluso dall’esito delle elezioni.
Anche Nenè è una perdente, perchè oltre ad aver perso i riferimenti abituali di un’adolescente, il padre e la madre, si innamorerà di un giovane mulatto, Rodi, che lega subito anche con Ju, salvo essere sorpresa dal padre del bambino mentre è in atteggiamenti affettuosi con il giovane.

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Ju osserva con curiosità Nenè

La ragazza verrà frustata a sangue dall’uomo, che in qualche modo sfoga le sue delusioni (la vita provvisoria senza soddisfazioni, la sconfitta politica, un matrimonio noioso e cupo) su Nenè, provocando la reazione del piccolo Ju, che griderà verso il nulla “non voglio crescere più”, deluso da quel mondo adulto così incomprensibile per lui, assolutamente in sintonia con i suoi problemi, perchè anche il paese stesso non riesce a crescere.
Nenè girato nel 1977 da Salvatore Samperi è il film che non ti aspetti dal regista padovano.

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Reduce dai fasti principalmente commerciali di Malizia, rinverditi da film di cassetta come Peccato veniale, Scandalo e Strumtruppen, Samperi adatta per lo schermo il romanzo omonimo di Cesare Lanza, con risultati sorprendenti.
Lungi dall’accentuare la parte erotica del romanzo, che in qualche modo tende a mostare i primi pruriginosi problemi del giovane protagonista Ju, Samperi guarda con sguardo sapiente e intelligente alle storie che circondano proprio il protagonista principale, raccontando con tono dimesso i fallimenti dei vari componenti del film, in parallelo con i fallimenti degli ideali di quanti speravano in un esito politico diverso delle elezioni del 48.

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Lezioni di vita della maestra di Ju

La storia si muove quindi sui binari paralleli dell’iniziazione sessuale di Ju, che rimane comunque abbastanza estraneo a turbamenti che percepisce ma dei quali non sembra preoccupato, su quelli di Nenè, ben più importanti perchè presenti in una adolescente in piena tempesta ormonale e affettiva, fino al binario meno illustrato con le immagini, ovvero quello politico/sociale.
Facendo attenzione a non andare mai sul terreno minato dello scabroso e del sensazionalismo, il regista riesce a dare una visione lucida e pulita del delicato tema della sessualità nei bambini e negli adolescenti, attraverso una storia che regge bene dall’inizio, ben fotografata e sopratutto ben recitata, grazie al cast che fa miracoli.
Bene il piccolo e sdentato Sven Valsecchi, che interpreta Ju, il bambino curioso, ma non più di tanto, alle prese con l’affascinante e inesplorato mondo femminile, che esprime candore e malizia in maniera perfetta; bene Leonora Fani, forse nella sua interpretazione migliore, anche lei alle prese con un personaggio difficile.
Sorprendente Paola Senatore, in un ruolo non principale, ma importante come quello della madre di Ju; una donna dalle ambizioni frustrate, che sfoga sul marito le sue voglie inespresse e incompiute di una vita diversa.

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Molto bravo Tito Schirinzi, il papà di Ju, uomo nel guado, uscito a pezzi dalla guerra, mortificato nell’animo dall’impossibilità di dare decoro alla sua famiglia e sopratutto asfissiato da una moglie nevrotica, che gli imputa i fallimenti di cui lui ha colpa molto relativa.
E infine da segnalare il personaggio dell’insegnante di Ju, interpretata benissimo da Rita Savagnone, anch’essa una donna avviata sul viale del tramonto malinconicamente, senza soddisfazioni e il personaggio del barbiere, piccolo cameo del solito eccezionale Tognazzi.

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Un film da gustare, privo di volgarità; basti pensare alla delicatezza di una delle scene cruciali del film, quando Nenè e Ju sono nello stesso letto.
Alla richiesta del bambino di praticargli una fellatio, Nenè acconsente e subito dopo chiede al bimbo ” ma ti è piaciuto?” . E lui, seraficamente risponde “insomma”; il tutto chiaramente senza alcuna immagine disturbante, come accade invece nel film Maladolescenza, dove il tema della sessualità adolescenziale è esplicitato con immagini di dubbio gusto.
Un Samperi ad alto livello, in un film che personalmente ritengo il suo migliore.
In ultimo segnalazioni per la sceneggiatura di Alessandro Parenzo , la fotografia davvero sontuosa di Pasqualino De Santis e le musiche di Francesco Guccini.

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Nené, un film di Salvatore Samperi. Con Leonora Fani, Paola Senatore, Rita Savagnone, Tino Schirinzi, Ugo Tognazzi, Sven Valsecchi
Drammatico, durata 97 min. – Italia 1977.

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Il barbiere, Ugo Tognazzi, festeggia una vittoria che non ci sarà

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Sven Valsecchi: Ju
Leonora Fani: Nené
Alberto Cancemi: Rodi, il mulatto
Rita Savagnone: maestra di Ju
Vittoria Valsecchi: Pa
Tino Schirinzi: padre di Ju e Pa
Paola Senatore: madre di Ju e Pa
Ugo Tognazzi: “Baffo”, il barbiere


Regia:     Salvatore Samperi
Soggetto:     Cesare Lanza (romanzo)
Sceneggiatura:     Salvatore Samperi e Alessandro Parenzo
Produttore:     Giovanni Bertolucci
Casa di produzione:     San Francisco Film
Fotografia:     Pasqualino De Santis
Montaggio:     Sergio Montanari
Musiche:     Francesco Guccini
Scenografia:     Ezio Altieri
Costumi:     Ezio Altieri

 

 

“Tutti sono delusi, in Nenè. E Samperi ce ne dà conto con un narrare tranquillo, senza improvvidi slanci, quasi una cronaca sommessa venata di pulsioni che sboccano nella violenza finale e subito rientrano nell’ombra triste dell’epilogo. Giovandosi della fotografia suggestiva di Pasqualino De Santis, delle musiche di Francesco Guccini, d’una interpretazione almeno in un caso sorprendente. Pensiamo a Tino Schirinzi, che accanto a Paola Senatore e a Rita Savagnone (la maestra) dà al film una forte impennata: bravissimo nei panni d’un padre che forse la guerra ha reso cattivo, e ormai spera soltanto di vincere alla Sisal, ma continua a proibire. Se Schirinzi, all’esordio sul grande schermo dopo teatro e Tv, è un apporto prezioso per il nostro cinema, forse per la prima volta non s’ha da dir male nemmeno di Leonora Fani: a lungo usata come lolita dei cinema di serie C (a ventitré anni ha già fatto quattordici film), e qui finalmente redenta in una Nenè graziosa e fresca. Il piccolo Ju è Sven Valsecchi, per niente lezioso. È il barbiere chi è? Sorpresa, è Tognazzi, che dà un tocco sanguigno e un rintocco accorato a un film di sconfitti: qualcosa di molto diverso dal racconto morboso promesso ai voyeurs.”
Giovanni Grazzini

“Interessante. Samperi dirige con proprietà pure i bambini (Sven e Vittoria Valsecchi), che non cadono quasi mai nel lezio. È aiutato da attori notevoli, perché Schirinzi e la Savagnone sono bravissimi, la Fani è perfettissima per la parte, la Senatore se la cava bene in un ruolo nel quale prevale il dramma. Inoltre ci presenta (non accreditato!) Ugo Tognazzi (barbiere “rosso” nel marzo-aprile del 1948), il cui figlio è aiuto-regista. Un filino sotto il “buono”, ma decisamente è da vedere.

Drammatico e distorto avvio alla scoperta delle prime “tensioni” sessuali per il piccolo Ju (il bravissimo Sven Valsecchi). A fare da guida, verso l’iniziazione delle pulsioni erotiche, dei primi turbamenti e della gelosia, nientemeno che la cuginetta (di poco più grande) Nenè (Leonora Fani). Ambientato in un dopoguerra quasi glaciale, tormentato da estremismi politici e false rivoluzioni (eccezionale il breve, ma pregnante, ruolo di Tognazzi, comunista incallito e deluso) il film di Samperi affronta con spregiudicata naturalezza un tema ostico, pur divertente ma anche doloroso e sconveniente.

L’iniziazione al sesso è sempre stata nelle corde di Samperi, ma in questo caso è sviluppata in un modo assai interessante, più giocoso che morboso e più attento ai risvolti psicologici ed esistenziali. La fotografia è molto curata e gli attori bravissimi: il candore infantile di Valsecchi, l’irrequietezza della Fani, il violento isterismo del padre-padrone Schirinzi. Sullo sfondo, l’Italia post-bellica e il rovente clima pre-elettorale del 1948, vissuto dalla figura del barbiere comunista Tognazzi, in un indimenticabile cameo.

Buon film di Samperi, perfettamente a suo agio nel raccontare con notevole delicatezza la storia di questi ragazzini di provincia nel dopoguerra, tra problemi di tutti i giorni e curiosità sessuali. Meno riuscita è la parte con Tognazzi, molto “teorica” e che non si integra a dovere col resto del film… In ogni caso nel complesso è un’opera interessante e la Fani è a dir poco spettacolare.”

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Maggio 28, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti