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Un apprezzato professionista di sicuro avvenire

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Un flashback iniziale: l’avvocato Vincenzo Artuni sta per andare a letto, dove lo attende la moglie Lucetta. In lontananza si ode il suono di una sirena e Vincenzo sembra scosso dalla cosa.
La scena cambia e ci troviamo all’interno di una chiesa, sul pavimento della quale giace il corpo di don Marco, giovane parroco della chiesa stessa. Accanto a lui la cassetta delle elemosina, derubata del suo contenuto.
La storia prosegue in presa diretta alternando flashback al presente; Vincenzo è un giovane professionista molto ambizioso, che ha sposato la bella e ricca figlia di uno speculatore edile.
Il giorno delle nozze, durante il quale il suocero ha fatto sfoggio di ricchezza in modo molto cafone, Vincenzo si appresta a consumare le nozze con Lucetta.

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Vincenzo e Lucetta, Lino Capolicchio e Femi Benussi

Ma l’uomo sembra avere evidenti problemi con il sesso.
Dopo due lunghi anni di matrimonio, durante i quali Vincenzo ha fatto strada, non è ancora arrivato il tanto sospirato erede, così l’avvocato si ritrova a dover rendere conto della cosa al suocero, che invece aspetta solo l’arrivo di un bebè.
Alle strette, Vincenzo decide di rivolgersi all’amico Don Marco, il quale, vincolato dalla tonaca, non potrà mai raccontare quello che ha appreso dall’amico. Il quale, però, gli chiede qualcosa che va oltre sia l’amicizia sia i doveri che Don Marco ha verso la sua fede, ovvero di mettere incinta Lucetta.

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Dopo un drammatico colloquio tra i due, Don Marco rompe gli indugi e accetta di avere rapporti con la stessa Lucetta, previa somministrazione di un narcotico che impedisca alla donna di vedere chi sarà il padre del bambino.
Così avviene, ma le cose sono destinate a prendere una strada tragica.
Don Marco, scoperti i piaceri della carne, entra in una profonda crisi di vocazione e decide di lasciare la tonaca, cosa che getta nello sconforto Vincenzo, che teme che un giorno Marco possa vantare diritti sul nascituro o peggio raccontare la storia come in realtà si è svolta.

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Durante un drammatico faccia a faccia in chiesa, Vincenzo colpisce con un candeliere l’amico, uccidendolo sul colpo.
Dopo di che, simulando una rapina, si allontana dalla scena del crimine.
Vincenzo poi ha un colpo di fortuna:un disoccupato, Nicola Parrella, lo sequestra mentre è in un autobus e lo trascina nella sua baracca, sperando che il gesto possa sollecitare le autorità ad un atto che risolva i suoi problemi.
L’avvocato decide così di seminare indizi a carico del  Parrella; arriva anche a gettare l’arma del delitto nel canale vicino la baracca nella quale l’uomo vive con la moglie e i suoi due figli.
Ma commette un errore, perchè inavvertitamente perde un fazzoletto insanguinato con le sue iniziali.
Nicola Parrella però non è uno stupido, tutt’altro: riesce a rendersi conto di come si siano svolti realmente i fatti e ottiene un colloquio sull’impalcatura di una casa in costruzione.

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Nicola propone a Vincenzo uno scambio; lui si assumerà la responsabilità dell’omicidio e in cambio l’avvocato assicurerà un futuro dignitoso alla sua famiglia.
Vincenzo accetta e Nicola finisce in galera, pagando per un delitto che non ha commesso.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, datato 1971, è l’ultimo film( il 13°) diretto da Giuseppe De Santis, il regista dei celebri Ossessione e Riso amaro ed arriva a sette anni di distanza da Italiani brava gente.
E’ un buon film, un giallo con forti connotazioni sociali, ma anche sfortunato perchè non incontrò un gran successo di pubblico, cosa che costrinse il regista laziale ad abbandonare i set cinematografici.
Eppure il film non è affatto malvagio, anche se risente di una sceneggiatura alle volte confusa e farraginosa.
Fatali, a mio giudizio, sono due componenti del film che non vennero apprezzati: l’uso del flashback, che porta avanti e indietro la storia creando anche parecchia confusione e la recitazione oltre le righe di Lino Capolicchio.
Due elementi determinanti a ben vedere; i momenti in cui Vincenzo ricorda gli episodi così come sono avvenuti sono corredati da una recitazione che porta Capolicchio a usare troppa energia nel tratteggiare il personaggio di Vincenzo, con il risultato di rendere tutto troppo artefatto.

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La drammatica sequenza del rapporto tra don Mario e una Lucetta inconsapevole

A contro bilanciare l’eccesso di zelo di Capolicchio c’è la recitazione misurata di Riccardo Cucciolla, che interpreta Nicola Parrella, l’emigrato meridionale con un gran cervello ma con ben poca fortuna.
Cucciolla, barese di nascita, usa fluidamente il dialetto pugliese riuscendo quindi a dare il massimo della credibilità al suo personaggio.
Bene anche Femi Benussi, che però ha oggettivamente un problema, quello cioè di essere terribilmente sexy e anche un tantino inadatta al ruolo della moglie ingenua “che non ha mai visto un uomo nudo”, come racconta il personaggio Lucetta durante uno dei primi incontri con Vincenzo.
La Benussi però avrebbe benissimo fatto dannare un santo, per cui è comprensibile la sua scelta quando la storia arriva nel suo punto culmine, il momento in cui Don Marco salta il fosso e si congiunge carnalmente con la moglie dell’amico, arrivando poi alla decisione fatale di abbandonare la tonaca dopo la scoperta della bellezza di quell’atto d’amore, pur consumato senza la collaborazione della donna.

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Massimo Serato

Se il film affronta marginalmente il problema dell’integrazione dei lavoratori del sud, affidando a Cucciolla/Nicola Parrella il compito di illustrare amaramente gli aspetti dell’emigrazione, lo si deve alla decisione del regista di mostrare la carriera, per certi versi sgradevole, di Vincenzo, un uomo senza grossi scrupoli, che per la carriera e per i soldi non esita a compiere una serie di misfatti che lo degraderanno moralmente sempre più.
Fino alla decisione finale di mandare in carcere un innocente pur di salvaguardare la propria onorabilità e la propria posizione, già ampiamente compromessa dal dubbio legame con il suocero, palazzinaro un tantino mafioso e dagli oscuri interessi.
Un film in chiaro scuro, ma con una sua drammaticità ben esaltata dalla fotografia di Carlo Carlini; curiosa la scelta di utilizzare la Carmina Burana di Orff nelle sequenze iniziali, che, unite al crepuscolo, danno un’idea abbastanza originale di un dramma che sta per compiersi. Tuttavia molto meglio la versione orchestrale che venne utilizzata dieci anni dopo nell’Excalibur di Boorman.

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Riccardo Cucciolla

Tra gli attori vanno segnalate vecchie glorie del cinema anni 40 e 50 come Yvonne Sanson, Andrea Checchi e Massimo Serato, protagonisti della stagione del cinema dei telefoni bianchi; bene inoltre un intenso Robert Hoffman nel ruolo di Don Marco.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire,un film di Giuseppe De Santis. Con Femi Benussi, Yvonne Sanson, Andrea Checchi, Robert Hoffman, Riccardo Cucciolla,Ivo Garrani, Lino Capolicchio, Nino Vingelli, Massimo Serato, Vittorio Duse, Sergio Serafini, Lina Alberti, Enrico Papa, Luisa De Santis
Drammatico, durata 129 min. – Italia 1972.

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Giuseppe De Santis

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Lino Capolicchio – Vincenzo Arduni
Femi Benussi – Lucetta
Riccardo Cucciolla – Nicola Perella
Robert Hoffmann – Don Marco
Andrea Checchi – Padre di Vincenzo
Ivo Garrani – Padre di Lucetta
Yvonne Sanson     – Madre di Lucetta
Nino Vingelli – Maresciallo
Pietro Zardini – Giacomo il sacrestano
Massimo Serato – Il cardinale
Vittorio Duse – Padre di Don Marco
Luisa De Santis – Moglie di Nicola

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Regia     Giuseppe De Santis
Soggetto     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Sceneggiatura     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Fotografia     Carlo Carlini
Montaggio     Adriano Tagliavia
Musiche     Maurizio Vandelli
Scenografia     Giuseppe Selmo, Enrico Checchi

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Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Alcuni snodi che definire romanzeschi è usare un eufemismo comprimono il livello della trama e, di conseguenza, del film, che resta però interessante in molte sue componenti, a partire da ambientazioni azzeccate e dalla scelta dei Carmina Burana come accompagnamento musicale. I personaggi principali sono tutti un po’ sopra le righe (ad eccezione di Hoffman, che è fin troppo composto), per cui la palma va alla splendida compostezza del grande Andrea Checchi. Medio, ma con un suo specifico perché: l’amore per i film italiani degli Anni Settanta.

Un avvocato (Lino Capolicchio), coniugato con donna benestante (Femi Benussi), non riesce a dare corso al rapporto intimo e per avere un figlio ricorre all’aiuto d’un prete. Ma quando quest’ultimo vuole abbandonare la veste, l’impotente lo uccide e tenta di invischiare, nel delitto, uno straccione innocente (Riccardo Cucciolla). Discreta prova (l’ultima purtroppo) di regia per Giuseppe De Santis che realizza un film decadente, tragico e dalle atmosfere talvolta deprimenti. Ottimo l’apporto dato da un cast convincente e calato nella parte.

Avvocato rampante uccide un prete, il suo migliore amico, e tenta di addossare la colpa a un poveraccio. Ma… Singolarissimo finale di carriera per il vecchio De Santis (curiosamente accreditato come “direttore artistico”), con un film giocato su più registri, dal grottesco al giallo al cinema di denuncia, e costruito su un complesso meccanismo di flashback a incastro. Magari poco verosimile, ma certamente audace, non stupisce che sia praticamente scomparso. Attori ben in parte, Capolicchio di rara laidezza (e sì che… ). Da vedere.

I continui rimbalzi tra presente e passato allacciano spunti delle pregresse esperienze neorealiste di De Santis – le miserie proletarie di Cucciolla – alle nuove tendenze del cinema dei primi Settanta, incline sia al discorso politico-civile-giudiziario su esempio di Petri  che a quello sessuale nelle sue componenti esibizionistiche (le rigogliose nudità della Benussi), patologiche (l’impotenza di Capolicchio) e religiose (i dubbi di Hoffmann): l’esito è torbido e disarmonico, ma non privo di ambizione e fascino. Nella scena del battesimo, apparizione lampo della polselliana Stefania Fassio.

Non mi è piaciuto per niente. Attori orrendi (salvo solo Cucciolla), in particolare Capolicchio qui è a livelli di rara incapacità, trama banale e dialoghi da far accapponare la pelle (la seduta comunale quando discutono degli alberi sembra un litigio da osteria…).

Scoprire di essere impotenti ed aver paura di perdere tutto, oltre la propria dignità, anche la posizione sociale acquisita con un matrimonio “alto” e cercare di far tutto per evitare che questo accada. Capolicchio, perfetto nel suo ruolo in grado di cogliere e trasmettere le sfaccettature del suo personaggio, in una trama romanzata in cui anche un prete viene descritto (antisegnanamente per i tempi) con le debolezze di un uomo. Il tessuto ideologico della pellicola è forte e inusuale per i tempi in cui è stato realizzato. Da vedere.

Può una trama degna di un fotoromanzo assurgere al livello di atto d’accusa nei confronti della morale cattolica borghese? Sì, se sviluppata con estro talmente visionario e grottesco da sembrare ambientata ai tempi del Fascismo pur senza esserlo! L’ultimo film di un regista da cui non ti aspetteresti niente del genere. Ha ragione chi vi ha visto un parallelo con Petri. La vena allucinata della riuscita struttura a flashback è ben valorizzata dalla colonna sonora psichedelica di Maurizio Vandelli (all’epoca ancora nelle fila dell’Equipe 84).

Film interessante, racconta la storia di un giovane avvocato di umili origini, che sposa la bella figlia di un costruttore molto “introdotto” e sfrutta la posizione sociale del suocero per fare carriera, professionale e politica. La sua vita sarebbe perfetta, se non si mettesse in mezzo la morte del suo migliore amico sacerdote… L’intreccio tra denuncia del malcostume politico e sociale, morbosità coniugali e segreti familiari è sviluppato in modo originale, anche se alcuni passaggi risultano un po’ forzati. Capolicchio è quasi apprezzabile.

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novembre 9, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | 1 commento

Hardcore

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La vicenda è ambientata nel Michigan.
In una piccola comunità in cui tutti si conoscono, retta da un perbenismo non solo di facciata ma elevato a sistema sociale, vive l’imprenditore Jake Van Dorn con la figlia adolescente Kristen.
La piccola comunità ha un senso religioso molto profondo, e infatti vediamo sin dall’inizio i vari componenti partecipare a funzioni religiose e a pranzi in comune.
La giovane Kristen non sembra avere particolari problemi così suo padre, quando la ragazza deve partire per un incontro religioso in California, non si oppone.
Ma dopo la partenza, Kristen smette di dare sue notizie e ben presto suo padre inizia ad allarmarsi.
Jake inizia quindi le sue ricerche, senza però approdare a nulla.

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Così, convinto anche da suo cognato assume Andy Mast, uno scafato investigatore privato per trovare sua figlia.
Dopo alcuni giorni Jake riceve una telefonata di Andy, che lo convoca a Los Angeles;  l’uomo ha trovato tracce della ragazza.
Andy porta Jake in una saletta dove si proiettano film a luci rosse e dopo averne vinto le resistenze iniziali, proietta un film in super 8 nel quale la giovane Kristen è protagonista di un rapporto sessuale con due uomini.
Lo choc per Jake è fortissimo; decide quindi di mettersi alla ricerca della ragazza aiutato da Andy, ma ben presto scoppia un profondo diverbio tra i due.

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Andy infatti ha i suoi metodi di investigazione e al puritano Jake la cosa non và giù.
Così Van Dorn si trasferisce in California di persona e inizia una lunga ricerca in un mondo squallido, quello composto da tutto il mercato del sesso, che lo porterà a scoprire la degradazione dell’essere umano attraverso il mercimonio dei corpi, della dignità stessa di coloro che ne fanno parte.
Dopo alcune vicende, Jake conosce la giovane prostituta Niki, che in qualche modo riesce ad aiutarlo nelle ricerche.
Jake, che si è finto un produttore di film a luci rosse, alla fine riesce a trovare la giovane Kristen, che non è stata rapita come l’uomo credeva, ma che si è allontanata dal padre stanca del suo bigottismo, del rapporto troppo freddo che esisteva tra i due e sopratutto perchè priva di una propria identità personale.
Nel drammatico finale, dopo un colloquio chiarificatore con sua figlia durante il quale l’uomo ammette i suoi sbagli, i due vanno via assieme.

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Ma Jake farebbe una brutta fine non fosse per Andy, che nonostante non sia più alle dipendenze di Jake, lo segue salvandogli la vita  uccidendo un losco pappone che gestiva la vita di Kristen e di altre sfortunate ragazze.
Hardcore, diretto nel 1978 da Paul Schrader, è un’avvincente film in stile quasi documentaristico.
La vicenda di Jake e di sua figlia Kristen infatti ben presto diventano quasi un pretesto per mostrare lo squallido sottobosco del mondo del porno, del mercato del sesso in tutte le sue numerose manifestazioni.

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Il viaggio che fa  Jake Van Dorn, un’anima quasi candida in un mondo in cui la perversione morale fa da sfondo alla mercificazione del corpo, al baratto di qualsiasi tipo di dignità per un piccolo mucchio di dollari, è un viaggio diretto verso l’inferno.
Un inferno popolato da giovani allettate dai guadagni facili, da ragazzi che si vendono per pochi soldi, da ragazze costrette a mostrarsi nude e in posizioni sconce all’interno di piccolo locali mal illuminati, nei quali i voyeur di turno infilano gettoni per far assumere alle ragazze all’interno posizioni erotiche particolari.
Hardcore è anche una galleria di volti, di locali, di miseria.

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Lo stesso Andy, lo scaltro investigatore che Jake assume, approfitta senza scrupolo delle ragazze che contatta alla ricerca di Kristen, entrando a far parte anche lui di quel miserabile mondo che ruota attorno al mondo della prostituzione.
Si, perchè in realtà proprio di prostituzione si tratta.
La vendita del corpo non avviene solo nel contatto diretto tra chi vende il proprio corpo e chi lo affitta ma anche tra chi assiste alla proiezione di un film porno e la pellicola stessa, perchè dietro quel film porno c’è un mondo privo di scrupoli e di una morale di riferimento, in cui la dignità della persona viene totalmente cancellata, in cui solo il corpo diventa protagonista.
Un qualcosa da vendere, da affittare.
Memorabile la scena in cui Jake, sempre alla ricerca di Kristen, è costretto ad assistere ad uno snuff-movie, uno di quei film in cui la donna protagonista viene seviziata e poi uccisa, il tutto sotto l’occhio freddo di una telecamera.
Jake, che rappresenta il cittadino qualunque, quello che vive e lavora in un’esistenza forse grigia, ma dignitosa, è di fatto una figura estremizzata volutamente da Schrader.

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Che preferisce un’anima totalmente candida, rinchiusa in un mondo che ignora totalmente le insidie e i pericoli della vita al di fuori della propria comunità.
Un mondo puritano che arriva a scontrarsi frontalmente con una realtà fatta di squallore ad un livello assolutamente inimagginabile per chi vive protetto nel proprio mondo fatto di cose semplici, di valori condivisi come la famiglia, le riunioni durante le feste, le preghiere.
Un mondo bigotto, sicuramente, ma dai fortissimi valori morali.
Il viaggio all’inferno di Jake si conclude positivamente, ed è questo il messaggio del film.
Si può uscire dall’inferno, ma per una ragazza strappata al quotidiano degrado morale ce ne sono tante che consumano la loro vita e la bruciano dietro il miraggio del denaro facile.
Come Niki, la giovane prostituta che si illuderà di poter uscire da quel tunnel quando conoscerà Jake; un’illusione, davvero, perchè lei è ormai fuori dal mondo “civile” e Jake è un universo totalmente alieno per lei.
Davvero un bel film, quindi, aiutato anche dalla maiuscola prova di George C. Scott, che sembra essere nato per intepretare l’uomo della middle class immerso all’improvviso in una realtà assolutamente sconosciuta, inimmaginabile.
Scott quindi si muove per tutto il film con un’aria smarrita assolutamente consona al personaggio che interpreta; bene anche Peter Boyle nel ruolo di Andy, il navigato e opportunista investigatore privato.
Il ruolo marginale in assoluto lo interpreta Ilah Davis, ovvero quello di Kristen.
La ragazza è una meta, che sembra irragiungibile e come tale rimane nell’ombra fino alla fine, quando ha anch’essa il suo momento di gloria nel corso del drammatico colloquio con il padre.
Il ruolo lo interpreta bene così come brava è Season Hubley, la giovane prostituta Niki.
Un film davvero interessante, dalle tematiche forti.
Tutto il viaggio nel perverso e osceno mondo dell’hardcore, del sesso, è illustrato senza alcuna malizia. Sono davvero poche le scene di nudo, perchè il tutto è lasciato all’immaginazione dello spettatore.

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Hardcore, un film di Paul Schrader, con George C. Scott, Peter Boyle, Season Hubley, Dick Sargent,Leonard Gaines, Dave Nichols,  Gary Graham,Larry Block, Ilah Davis. Drammatico, Usa 1978

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George C. Scott: Jake Van Dorn
Peter Boyle: Andy Mast
Season Hubley: Niki
Dick Sargent: Wes DeJong
Leonard Gaines: Ramada
Dave Nichols: Kurt
Gary Graham: Tod
Larry Block: Det. Burrows
Marc Alamo: Ratan
Ilah Davis: Kristen Van Dorn

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Regia     Paul Schrader
Soggetto     Paul Schrader
Sceneggiatura     Paul Schrader
Fotografia     Michael Chapman
Montaggio     Tom Rolf
Musiche     Jack Nitzsche
Scenografia     Paul Sylbert

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“Cosa succede se un rispettabile padre di famiglia è costretto per motivi familiari a confrontarsi con il sordido mondo del cinema pornografico? A questa domanda risponde il film di Paul Schrader, in cui si rappresenta una vera e propria discesa agli inferi del protagonista. Ma in tutto il film la contrapposizione tra moralità e depravazione permea la vicenda, inserita peraltro in un’efficace contesto ambientale.

Dramma a “forti tinte” al quale – in seguito – parecchie altre pellicole faranno riferimento (in maniera più o meno velata). Il regista di Taxi Driver (altro titolo indimenticabile) prima di rimanere coinvolto in blandi remake di horror psicologici (Il Bacio della Pantera, 1982 e Exorcist: The Beginning, 2005) ha girato film estremamente interessanti, avvalendosi – come in tal caso – d’attori di classe (George C. Scott) in grado di conferire (umana) sofferenza ai personaggi, spaventosamente simili ai nostri vicini di casa…

Forse il miglior lavoro di Paul Schrader, autore di tormentata religiosità, questa discesa agli inferi di uno straordinario, intensissimo George C. Scott è un film che non si dimentica. Nel suo crescendo (o meglio, sprofondando) in atmosfere di sempre maggior squallore, solitudine, disperazione, ben rese dalla fotografia aderente, non centra forse tutti i bersagli prefissati, ma scuote, disturba, interroga.

A partire da un certo momento della storia, la pellicola sembra essere una sorta di Taxy driver in tono minore e, fatte le dovute proporzioni, l’efficacia nel descrivere una società malata che affoga nel vizio e nella perversione è molto simile. Otima la regia di Schroeder così come pure buona la sceneggiatura. Bravo come sempre ma soprattutto credibilissimo George C. Scott nell’incarnare un padre che scopre gradualmente e sempre più inorridito la spirale perversa di cui la figlia è caduta vittima. Da riscoprire e rivalutare.

Decisamente un bel film. Ottimo il contrasto tra l’atmosfera invernale e rassicurante della prima mezz’ora e il clima morboso (alla Taxi driver, anch’esso sceneggiato da Schrader) che si respira nel resto del film. La storia è intensa e appassionante, peccato solo per il finale non all’altezza. Ottimo il personaggio di Van Dorn, perfettamente impersonato da un bravissimo George C. Scott che offre una recitazione alla stesso tempo intensa e misurata. Buono anche il resto del cast. Abbastanza efficace la colonna sonora. Consigliatissimo.

Per raccogliere un fiore caduto nel fango, bisogna sporcarsi le mani. Jake, padre di famiglia, onesto nel suo rigore integralista, deve confrontarsi non tanto con il male, quanto con l’ambiguità di un certo mondo, o del mondo in genere, tanto più grande della sua cittadina del Michigan. In una California luminosa e feroce, nell’underground del porno, Jake si scopre sia vincitore che sconfitto quando si volta ancora a guardarli, tutti gli altri fiori nel fango. Film molto datato ma ancora suggestivo, peccato per il finale affrettato e forzato.

Un film che affronta il problema degli adolescenti che, per una sorta di ribellione (in questo caso dovuta alle abitudini religiose, calviniste per la precisione) sono portati a compiere scelte estreme. La pellicola rende alla perfezione, grazie alla bravura degli attori, l’idea del genitore prostrato davanti alla piega degli eventi ma con una voglia di chiarezza e riscatto che George C. Scott trasmette magistralmente. Tutto fa riflettere sull’educazione trasmessa ai figli e le conseguenze negative che possono derivarne sotto forma di “sorprese”.”

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novembre 3, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Io Emmanuelle

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“Acquistate tre saponette per cento lire”
E’ lo slogan che ascolta una bellissima e annoiatissima donna da una radio che le ronza affianco, mentre dorme completamente nuda coperta solo da un lenzuolo verde.
Si vede anche sul balcone del suo elegante appartamento mentre giace sull’asfalto, coperta anche li dal lenzuolo verde.
Inizia così Io Emmanuelle, con dialoghi scarni , anzi, monologhi irritanti, di Ginette, amica di Emmanuelle, la protagonista annoiata. Proviamo a descrivere il film in presa diretta, da spettatore che fa la radiocronaca scritta (un non sense, lo so) di quello che scorre sotto i suoi occhi.

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La splendida Erika Blanc

La donna gira nervosamente la manopola di sintonizzazione della radio, che trasmette, con monotonia, la notizia di un bonzo che si è dato alle fiamme, le ultime dal Vietnam, dove infuria la guerra, mentre ossessivamente una voce ripete lo slogan delle tre saponette.
La macchina da presa indugia sugli splendidi occhi di Emmanuelle (Erika Blanc), sul corpo, la segue mentre nuda sale una scala (senza ovviamente inquadrarla mai per intero, siamo nel 1969).
Sono passati circa 10 minuti dall’inizio del film, e un senso di noia mortale sembra pervadere già lo spettatore.
Ed è solo il prologo, perchè la sensazione si trasformerà ben presto in una certezza assoluta.
Altri 5 minuti in cui seguiamo la protagonista andare a spasso per la città, e finalmente dopo 18 minuti! di film ascoltiamo la sua voce dire:”Mio caro cretino professore,ascoltami: sono stufa di sapere che ho bisogno di te”.
Il che è una liberazione, perchè la terribile sensazione di aver perso il senso dell’udito si sta accompagnando a quella più grave di vivere un incubo.

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Mentre la solita voce fuori campo continua a proporre le maledette “tre saponette”, Emmanuelle si reca a trovare un tizio, che la accoglie come una vecchia amica.
E’ un logorroico e snob signore di mezz’età, che però resta senza parole quando Emmanuelle gli dice, brutalmente “Ti prego, fammi fare l’amore”
Ora, qualsiasi essere normale che si senta chiedere da un pezzo di donna come la Blanc una cosa del genere come minimo avrebbe dapprima una sincope, e in seguito si lancerebbe lancia in resta (scusate la similitudine da trivio); difatti l’uomo, dopo l’iniziale imbarazzo e dopo un “non ti credo”, impalma in senso biblico la donna, che comunque non sembra apprezzare più di tanto.

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Difatti prima di andar via Emmanuelle brucia alcune pagine del libro che l’uomo stava scrivendo, segno inequivocabile che il rapporto è stato scadente.
Dopo di che la insoddisfatta Emmanuelle si reca da un altro amico, un venditore di reggiseni alle prese con una cliente elefantiaca e incontentabile;anche in questo caso, la donna ha un rapporto veloce e inconcludente.
Uscita dall’atelier dell’amico, Emmanuelle sale sulla moto di un giovane cappellone, che si rivelerà essere una specie di hippy pazzoide e cannato all’ennesima potenza;dopo aver fumato un maxi spinello, la donna fugge ancora.
Incontrerà poi un maturo signore in cerca di avventure,una lesbica con la quale avrà un muto scambio di segnali e un incontro ravvicinato in un cesso con tanto di rifiuto da parte della nostra eroina,un giornalista preoccupato più della madonnina che porta al collo che dall’atto sessuale con la sua compagna, nuovamente il cappellone hippy….
Insomma, un tour de force erotico che la lascerà ancor più annoiata di prima.

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Io Emmanuelle, diretto da Cesare Canevari nel 1969 è un film mortalmente noioso; non fosse per la splendida protagonista, Erika Blanc, sarebbe da piantare in asso dopo venti minuti di visione.
A parte la raffinata fotografia, si salva pochissimo o niente; la trama in pratica è inesistente o quasi, giocata tutta sull’insoddisfazione della protagonista, una donna che cerca nel sesso un appiglio ad una vita che le appare vuota.
Il che verrà replicato all’infinito negli anni successivi, quando l’erotismo diverrà fatalmente valvola di sfogo, modo per realizzarsi,soddisfazione di istinti primari al confine con la bestialità per passare a fonte di vita o oggetto proibito e via dicendo.
Canevari ha l’unico merito di aver anticipato i tempi proponendo un soggetto molto scabroso per l’epoca.
Siamo a fine anni sessanta, non dimentichiamolo, e le forbici della censura agivano con una forza e una velocità degne di miglior causa.
Ma resta l’unico merito del regista, che tenta inutilmente di abbellire il quadro donandogli una patina di intellettualismo che alla fine riesce solo a indispettire lo spettatore.

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Sprecato oltre ogni ragionevole necessità il cast, che include la citata Blanc, che fa il suo con inappuntabile professionalità, la Sannoner, validissima attrice di teatro finita per chissà quale motivo in questa pochade, Adolfo Celi e Paolo Ferrari, entrambi attori di indiscusso pregio che mostrano tutta la loro perplessità per un soggetto in cui evidentemente non credevano mantenendo il minimo sindacale della recitazione.
Un film davvero brutto, quindi, appesantito da situazioni surreali o tragicomiche, come il momento di intimità di Emmanuelle con Sandri in cui quest’ultimo è preoccupato più che dal rapporto con la splendida donna che ha nel letto dall’aver smarrito una catenina.
Il livello è quindi questo, e quello che da più fastidio è la pretenziosità con cui il film cerca di prendersi sul serio.
Il tema sonoro centrale è di Mina,ed anche questo era evitabilissimo.

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Io Emmanuelle, un film di Cesare Canevari. Con Erika Blanc, Adolfo Celi, Paolo Ferrari, Milla Sannoner, Sandro Luporini, Lia Rho Barbieri
Drammatico, durata 96 min. – Italia 1969.

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Erika Blanc – Emmanuelle
Adolfo Celi – Sandri
Paolo Ferrari – Raffaello
Sandro Korso – Il capellone
Lia Rho-Barbieri – Anita
Ben Salvador – Phil
Milla Sannoner – Ginette

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Regia: Cesare Canevari
Soggetto: Cesare Canevari
Romanzo: Emmanuelle Arsan
Musiche:Gianni Ferrio

L’eroina eponima, sempre in cerca di nuove esperienze sentimental-sessuali, è qui affidata alla rossa Erika Blanc, che si concede generosamente in eleganti nudi. Meritevoli soprattutto lo stile registico di Canevari, a base di zoom e primi piani, il montaggio di Messeri e la fotografia di Catozzo. I dialoghi sono pressochè superflui…

Pura tecnica fine a sé stessa. Rappresentare la noia di vivere senza diventare noiosi è molto difficile, ed infatti tolte poche sequenze si assiste ad un’inerte rappresentazione dell’andirivieni di Erika Blanc per Milano mentre si abbandona più volte alle braccia del primo venuto. Di sostanza, insomma, neanche a parlarne… ed i dialoghi sono spesso irritanti. Un film che dimostra ampiamente i suoi 40 anni, purtroppo.

Film noiosissimo che di erotico ha davvero poco. Salvo solo le atmosfere e le ambientazioni tipicamente anni sessanta. Discreta colonna sonora, pessimo tutto il resto; pare che questo film anticipi la fortunata serie con la Crystal, senza ovviamente raggiungerla né sfiorarla in quanto a qualità. Mediocre.

Pellicola per certi versi paradigmatica del cinema erotico anni ’60: sesso castigatissimo di cui fatichiamo a comprendere lo scandalo, dialoghi inascoltabili che tradiscono una attaccamento di fondo agli antichi “valori” che si pretende di sovvertire; ma d’altre parte anche velleità semiautoriali, intellettualismi alienati (o manierismi psichedelici travestiti da tali) nell’uso del montaggio e della musica. La Blank, raramente protagonista, si segue volentieri. Bel quadretto d’epoca, benché immaginario, anzi: sull’immaginario di un’epoca.


novembre 2, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 1 commento

Mogliamante

Mogliamante locandina

Luigi ed Antonia sono una coppia sposata da qualche tempo.
Lui è uno stimato commerciante di vini, lei è una donna ricca, che però vive confinata in una camera da letto afflitta da una paralisi che è soltanto provocata da problemi psicologici.
I due vivono una relazione complicata; lui accusa la donna di essere frigida, lei gli rimprovera di lasciarla sempre sola.
Luigi in realtà ha una doppia vita; oltre ad essere un commerciante di vini, quindi sempre in giro per lavoro, è anche uno scrittore dagli ideali anarchici. Si cela dietro lo pseudonimo di Ulisse, con il quale pubblica saggi clandestini. Oltre a questo, tradisce a tutto spiano la moglie, per rifarsi di quella mancanza di affetto e di vita coniugale che non trova più con Antonia.

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Laura Antonelli è Antonia

Una sera Luigi si trova ad assistere ad un omicidio, senza vedere chi l’abbia compiuto; avvicinatosi al cadavere dell’uomo viene visto da una ragazzina.
Certo di essere incolpato dell’omicidio, Liigi scappa con il suo calesse, che abbandona poco lontano da casa e si rifugia da suo cugino ( e vecchio amico) Vincenzo, che ha una merceria proprio di fronte casa sua.
Qui Luigi, che è ferito, si nasconde ma ha anche la possibilità di vedere quel che accade in casa sua.
Antonia, che ha visto ritornare il calesse senza il marito, decide di prendere in mano le redini dell’attività dell’uomo, e parte per visitare i suoi clienti.

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Poco alla volta scoprirà che in fondo ha sposato un perfetto sconosciuto; il marito aveva in pratica una doppia vita, perchè manteneva una stanza in una locanda nella quale si rifugiava per scrivere, aveva una stanza anche al circolo cittadino, nella quale si incontrava con una sua amante, la dottoressa Paola e a volte anche con la segretaria, Clara, una ragazza in procinto di sposarsi e che vive con loro.
Non solo.

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Luigi ha avuto anche un rapporto a tre con Clara e Paola.
Per Antonia è troppo.
Decide quindi di vendicarsi del marito, allacciando dapprima una relazione con un carabiniere, poi, insoddisfatta, con un medico idealista ingiustamente accusato di essere omosessuale e infine andando a letto sia con Paola che con il conte Brandini, allacciando così un triangolo proprio come aveva fatto suo marito.
Luigi, dalla sua stanza sulla merceria, assiste alla metamorfosi della moglie, impotente.
La vede tradirlo con il medico, trasformarsi in una donna completamente diversa da quella che lui ha conosciuto.
Un giorno Antonia capisce che il marito è vivo e si nasconde di fronte casa sua; incontra infatti Vincenzo, che non fuma, in una tabaccheria mentre fa scorta delle sigarette che fuma suo marito.

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Marcello Mastroianni

Così, accompagnandolo a casa, vede socchiudersi le finestre di fronte e capisce che il marito è vivo.
La scoperta della vera identità dell’assassino, Enrico, adesso marito di Clara, pone fine alla necessità da parte di Luigi di nascondersi.
L’uomo torna a casa, dove Antonia lo attende, ancora innamorata di lui.
La coppia può riprendere a vivere insieme, ma su basi completamente diverse.

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A quattro anni di distanza dal lusinghiero successo di Paolo il caldo, Marco Vicario, dopo l’esperienza non propriamente felice del film L’erotomane, torna sul set con un film ambientato ancora agli inizi degli anni venti, ancora una volta con un soggetto riguardante la middle class.
Questa volta non c’è un soggetto letterario a vincolare il regista, che scrive una sceneggiatura a due mani con Rodolfo Sonego; il risultato è più che accettabile, perchè la trama è intrigante e ben costruita.

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Annie Belle è Clara

Il cast è di ottimo livello, costruito attorno alla coppia Mastroianni-Laura Antonelli, con attori come Elsa Vazzoler, Gastone Moschin, Olga Karlatos, Annie Belle, William Berger,Hélène Chanel a fare da contorno.
Inaspettatamente, Mastroianni sembra un tantino in difficoltà con un personaggio tutto sommato non complesso, mentre la Antonelli, al culmine della sua bellezza, per una volta non si spoglia per nulla e recita più che dignitosamente.

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Molto bene le altre due protagoniste femminili, ovvero Annie Belle, amante di Luigi e poi giovane vedova e Olga Karlatos, intensa nel ruolo della dottoressa Paola; Gastone Moschin è la solita sicurezza.
Il film ha qualche punto debole sul piano del ritmo e nell’eccesso di primi piani, quasi tutti riservati a Laura Antonelli e al suo personaggio che all’inizio appare davvero ambiguo.
Bella la fotografia, curata da Ennio Guarnieri, le musiche sono di Armando Trovaioli

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Mogliamante, un film di Marco Vicario. Con William Berger, Marcello Mastroianni, Olga Karlatos, Laura Antonelli, Leonard Mann, Stefano Patrizi, Attilio Dottesio, Gastone Moschin, Elsa Vazzoler, Enzo Robutti, Luigi Diberti, Armando Brancia, Annie Belle
Drammatico, durata 107 min. – Italia 1977.

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William Berger, Laura Antonelli e Olga Karkatos

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Laura Antonelli  – Antonia De Angelis
Marcello Mastroianni – Luigi De Angelis
Leonard Mann – Dr. Dario Favella
William Berger – Conte Brandini
Gastone Moschin – Vincenzo
Olga Karlatos – Dr. Paola Pagano
Stefano Patrizi – Enrico, fidanzato di Clara
Enzo Robutti – Il prete
Daniele Gabbai – IL carabiniere
Hélène Chanel – La locandiera
Paul Muller – Hotel concierge
Elsa Vazzoler – Teresa la cameriera
Annie Belle – Clara

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Regia: Marco Vicario
Sceneggiatura: Marco Vicario, Rodolfo Sonego
Produzione: Franco Cristaldi, Alberto Pugliese
Musiche: Armando Trovajoli
Editing: Nino Baragli
Costumi:Luca Sabatelli

ottobre 12, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | 2 commenti

Peccati di gioventù

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La bella Angela, figlia di un industriale rimasto vedovo, apprende con sgomento che il padre intende risposarsi con Irene; preoccupata dall’idea di ritrovarsi in casa una matrigna e contemporaneamente di dover rinunciare alla libertà di cui gode, inizia delle indagini sul passato della donna. Scopre così che Irene ha avuto una relazione saffica con una donna, che, travolta dallo scandalo seguito alla vicenda, scelse di suicidarsi.

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Dagmar Lassander è Irene

Nonostante Irene le mostri simpatia e voglia di comunicare con lei, Angela ricorre ad un meschino espediente per allontanare la donna da suo padre. Organizza con l’amico/amante Sandro un tranello in cui far cadere la fragile Irene. La circuisce; forte del suo indiscutibile fascino. Ha con lei un incontro saffico su una spiaggia, ripreso fedelmente da Sandro, esperto di fotografia, con una potente macchina fotografica.

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Gloria Guida è Angela

Nel frattempo l’atteggiamento di Angela cambia, ma è troppo tardi; Sandro, in difficoltà economiche, tenta un ricatto ai danni della sventurata Irene, che per la vergogna fugge in auto sulla costa.
L’evento avrà una conclusione tragica; l’auto sulla quale è Irene finisce giù per una scarpata, schiantandosi sugli scogli. Ad Angela, che ha tentato disperatamente di raggiungerla, non resta altro che osservare, con il volto pieno di lacrime, la terribile scena, proprio mentre si scatena un temporale estivo.

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Silvio Amadio, regista del film datato 1975, torna a dirigere Gloria Guida in questo film che chiude un trittico dedicato alla “minorenne” attrice, protagonista del discreto Quell’età maliziosa (anch’esso contraddistinto da un finale tragico) girato nel 1974 e seguito da La minorenne del 1975.
La trama, venata di drammaticità, è ovviamente condita dagli immancabili nudi dell’attrice di Merano, che per una volta tenta la strada del film drammatico; il risultato è un prodotto passabile, un film in cui c’è un minimo di tensione e c’è una trama quasi convincente.

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Girato in uno splendido scenario naturale, quello della Sardegna, il film mostra una buona fotografia, un cast tutto sommato all’altezza, in cui spicca la bella e malinconica Dagmar Lassander, la Irene che finirà tragicamente i suoi giorni dopo la scoperta che la figliastra ha partecipato ad un tentativo per ricattarla e anche per la vergogna di essere pubblicamente additata come lesbica.

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Nel cast c’è anche Silvano Tranquilli, che fa il suo per i pochi minuti in cui è in scena; la parte del cattivo è affidata a Fred Robsham, più famoso per essere stato il marito dell’attrice Agostina Belli (conosciuta sul set della Sepolta viva) che per effettive doti artistiche personali.
L’attore è davvero la nota stonata del film; legnoso, inespressivo, toglie parte del fascino morboso del suo personaggio non sapendo esprimere altro che un volto sempre monocorde per tutta la durata del film.
Per quanto riguarda la Guida, va detto che il cinema drammatico non era nelle sue corde, nonostante la buona volontà che l’attrice mette nel dare consistenza al suo personaggio.

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Tuttavia non scende sotto la sufficienza, e tanto basta.
Bene invece la Lassander, che da spessore al personaggio di Irene, la donna già provata tragicamente in passato e che si ritrova a scontare quel peccato di gioventù solo per aver accettato di sposare l’uomo che ama.
Il volto dell’attrice mostra mobilità, capacità di passare dal sorriso all’espressione triste, dalla “normalità” alla “straordinarietà”

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Per quanto riguarda il resto, il film regge discretamente; il regista escogita anche un buon espediente per illustrare il rapporto saffico tra Irene e Angela, ricorrendo all’utilizzo di una serie di foto (in bianco e nero rigoroso) che saranno poi utilizzate dal viscido Sandro per il ricatto ai danni di Irene.

Un film dignitoso, che raggiunge la sufficienza; generalmente viene catalogato e liquidato sbrigativamente come classico esempio di commedia sexy, ma in realtà il film ha dei toni di drammaticità che con la commedia sexy hanno ben poco a che fare.

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Peccati di gioventù, un film di Silvio Amadio. Con Dagmar Lassander, Gloria Guida, Silvano Tranquilli, Fred Robsham Drammatico, durata 90 min. – Italia 1975.

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Gloria Guida  è Angela Batrucchi
Dagmar Lassander è rene
Fred Robsahm è Sandro Romagnoli
Silvano Tranquilli Il Dottor Batrucchi , padre di Angela

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Regia: Silvio Amadio
Sceneggiatura: Silvio Amadio,Roberto Natale
Prodotto da Marco Kusterman e Adriano Merkel
Musiche:Roberto Pregadio
Editing: Silvio Amadio
Art Direction Demofilo Fidani
Trucco: Pasqualina Bianchin, Teodora BrunoAngelo Roncaioli
Costumi: Mila Vitelli Valenza

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ottobre 7, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Paolo il caldo

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Siamo in Sicilia;
nella nobile famiglia dei Castorino è presente, quasi fosse un imprinting genetico, una sensualità che sconfina nella lussuria ai limiti del patologico, unitamente anche alla classica arroganza dei nobili.
Il barone Castorini, patriarca della famiglia, offeso dal farmacista del paese (Salvatore), si vendica raccontando tutto a suo figlio Edmondo, che per tutta risposta distrugge la farmacia dell’uomo e lo umilia pubblicamente, vendicando così l’offesa ricevuta.

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Lionel Stander, il Barone Castorino

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Il barone ha anche un altro figlio, un uomo completamente diverso da lui, timido e di idee progressiste che a sua volta ha un figlio, Paolo, che ha ereditato il marchio di famiglia della lussuria.
Quest’ultimo mostra subito di volersi adeguare al nonno, intrecciando sin dall’adolescenza, una prima relazione sessuale con la servetta Giovanna, che non si fa scrupoli di essere contemporaneamente l’amante dell’anziano barone.
In questo clima morboso, il giovane Paolo cresce senza regole morali, trattando le donne con disprezzo, come del resto ha visto fare a suo nonno e suo zio.
Le cose cambiano quando il padre del giovane muore per suicidio; Paolo farà in tempo a raccogliere le ultime parole del genitore, che lo esorta ad abbandonare quel luogo prima che sia troppo tardi e che influisca in maniera definitiva sulla sua psiche.
Il giovane così si trasferisce a Roma, dove però, dopo essersi illuso di poter cambiare vita, si adegua ben presto al clima ozioso (e anche vizioso) dei salotti buoni, intrecciando relazioni principalmente sessuali con Lilia, una donna dalla morale elastica e spregiudicata, che diverrà la sua amante prima di sposare un carabiniere,

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Ornella Muti, Giovanna la servetta

Paolo il caldo 2Marianne Comtell, la madre di Paolo e Riccardo Cucciolla,il padre

poi con una nobildonna, ancora con una sarta e infine con una ragazza appassionata di politica, di idee comuniste, la bella Ester. Alla lunga questo tipo di vita da gaudente trasforma Paolo in un essere sempre più lascivo e schiavo della lussuria, tanto da portarlo ad accompagnarsi con occasionali prostitute raccolte sui marciapiede.
Quella che ormai è divenuta una malattia sembra sul punto di poter essere fermata quando Paolo ritorna al suo paese in occasione della morte della madre. Qui incontra la nipote del farmacista Salvatore, una bella ragazza con sani principi e una vita morigerata.

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Giancarlo Giannini e Barbara Bach

Paolo la sposa, convinto che la donna possa rappresentare un’ancora di salvezza, illudendosi:ben presto il forte contrasto tra quella che è ormai una malattia per Paolo, la sua sensuale e incontrollabile lussuria e la morigerata morale della moglie esplode in un contrasto insanabile.
Caterina, la giovane sposa, lo abbandona; sul treno che la riporta in Sicilia legge una lettera del marito, con la quale quest’ultimo confessa di aver provato a cambiare vita accanto a lei, senza riuscirci.
Subito dopo aver accompagnato la moglie alla stazione, Paolo riprende il suo solitario giro in cerca di prostitute, conscio di essere ormai destinato ad una vita di solitudine, schiavo dei sensi e della lussuria.
Tratto da un romanzo incompiuto di Vitaliano Brancati, Paolo il caldo, diretto da Marco Vicario nel 1973, riprende nella maniera più fedele possibile le gesta del dissoluto nobile siciliano Paolo, ossessionato come la sua famiglia da una sensualità eccessiva e incontrollabile, che era poi uno dei temi di fondo del romanzo di Brancati.
Purtroppo ancora una volta la differenza tra un libro e la trasposizione cinematografica dà luogo ad un ibrido in cui gran parte delle atmosfere del romanzo stesso finiscono per perdersi; colpa della sintesi, quindi della necessità di condensare in due ore quello che un libro racconta in maniera molto più esaustiva.
Il solito problema quindi esistente tra la parola scritta e l’immagine, che riesce ad essere immediata, la dove però sarebbe necessaria maggiore profondità per dare spessore e comprensibilità ai personaggi.

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Intendiamoci, il film di Vicario è un buon prodotto, senza alcun dubbio; merito della grande prova di Giannini assolutamente superbo nel rendere il conflitto interiore che agita il giovane Paolo, quella necessità fisiologica e un po animale costituita da una sensualità incontrollabile e la ragione, spesso annichilita e asservita proprio ai sensi, che riescono ogni volta ad avere la meglio sulle buone intenzioni dell’uomo.
Il film di Vicario avrebbe avuto bisogno di illustrare meglio le vite e le psicologie dei personaggi, inquadrandoli nell’ottica di una Sicilia indolente e lussuriosa, pigra e sensuale proprio nella sua componente di maggior prestigio, quella nobiltà che Tomasi Di Lampedusa descrisse così bene nel Gattopardo.

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Gastone Moschin interpreta Edmondo Castorino, zio di Paolo

Viceversa, nel film, i tempi sono troppo stretti, con la fatale conseguenza che tutto risulta compresso, anche se alla fine qualcosa si riesce ad afferrarla; le atmosfere oziose e viziose di catania e di Roma appaiono in sottofondo, ma non in maniera tale da non poter essere percepite.
Il discorso qui si farebbe troppo complesso; Vicario punta principalmente sul personaggio Paolo, illustrandone il comportamento patologico e schizofrenico, condizionato da quell’istinto animale che porta il protagonista ad un satirismo malato, in cui ogni donna viene vista nell’esclusiva ottica del piacere che può produrre.
Non dimentichiamo che siamo nella prima metà del secolo scorso, con tutte le logiche storiche del periodo; sullo sfondo del racconto e quindi anche del film appaiono filtrate le prime lotte contadine e il declino della nobiltà, le rivendicazioni operaie e la miseria e via discorrendo.

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I personaggi che si avvicendano sullo schermo ben presto diventano un caleidoscopio; si va dal barone Castorni, un vecchio vizioso e prepotente allo zio Edmondo, che sembra quasi un clone del padre, arrogante, sessista e puttaniere, che non si farà scrupolo di sedurre ( o di essere sedotto) la vedova di suo fratello, anche lei donna preda dei sensi (memorabile la scena in cui Paolo vede suo zio e sua madre a letto assieme, quasi una conferma al ruolo fondamentale che assume nella sua famiglia la lussuria).

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C’è il padre di Paolo, unico contraltare “pulito” alla malattia di casa Castorino, un uomo che sceglie la morte ad un’esistenza oziosa e di mollezze a cui si sente condannato, e che cerca disperatamente in punto di morte di trasmettere al figlio un’idea diversa, quella di vivere una vita fuori dai condizionamenti dei sensi.
E ci sono poi tutti i personaggi di contorno che compariranno nella vita di Paolo; c’è Lilia, all’apparenza spregiudicata e moderna, che sceglierà poi un avvenire borghese e rassicurante, c’è Giovanna, serva opportunista che inizierà Paolo ai piaceri della carne, c’è Ester, comunista e femminista, che però alla fine si comporta come tutte le altre cedendo al richiamo dei sensi.

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Pilar Velasquez, Ester la comunista

In mezzo tante prostitute, tanti volti anonimi, compagne di un’ora o di una notte.
E c’è Caterina, la donna pulita, quella dai sani principi: la speranza, per Paolo, di poter sfuggire ad una logica spietata e ad una vita di mollezze.
Una speranza frustrata dall’abbandono della donna proprio nel momento in cui Paolo sta cercando disperatamente una via d’uscita alla vita vuota e desolante che conduce.
Un ritratto, in definitiva, abbastanza ben riuscito sia di un’epoca, sia di una società e maggiormente di un uomo che fa parte di entrambe, anche se vive una vita da fantasma.

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Angela Covello

Il romanzo di Brancati è ben più esaustivo, della cosa, ma bisogna accontentarsi; Vicario sfrutta molto bene il cast che organizza, un cast ricchissimo.
Nel film compaiono, oltre a Giannini, ottimi attori come Lionel Stander (forse il meno convincente) nel ruolo del patriarca Castorino, Gastone Moschin, bravissimo in quello del vizioso Edmondo, Vittorio Caprioli nel ruolo del farmacista, un intenso Riccardo Cucciolla in quello del padre di Paolo, Oreste Lionello (il pittore).

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Assolutamente irripetibile quello femminile, con una sfilza di brave attrici e sopratutto belle donne; si va da Rossanna Podestà (Lilia) a Marianne Comtell (la madre di Paolo), da una splendida Ornella Muti (la servetta Giovanna) a  Adriana Asti (Beatrice), da Pilar Velasquez (Ester) a Barbara Bach (la moglie di Salvatore il farmacista), per finire con Neda Arneric e con le bellissime e brave Orchidea De Santis, Femi Benussi e Angela Covello, alcune delle prostitute incontrate da Paolo nel suo cammino sulla strada della lussuria.

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Un buon film quindi, misteriosamente mai editato in dvd, ragione per la quale troverete i fotogrammi del film stesso di mediocre qualità.
Siamo alle solite, il discorso lo abbiamo già fatto:resta un mistero il perchè si siano editate autentiche porcherie e non film come questo che meriterebbero sicuramente una visione.

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Paolo il caldo, un film di Marco Vicario. Con Giancarlo Giannini, Adriana Asti, Riccardo Cucciolla, Rossana Podestà, Vittorio Caprioli, Ornella Muti, Gastone Moschin, Marianne Comtell, Mario Pisu, Attilio Dottesio, Andrea Aureli, Oreste Lionello, Bruno Scipioni, Umberto D’Orsi, Lionel Stander, Ugo Fangareggi, Femi Benussi, Eugene Walter, Pilar Velasquez, Angela Covello, Anna Melita, Roberta Paladini, Barbara Bach, Orchidea De Santis Commedia, durata 124 min. – Italia 1973.

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Giancarlo Giannini     …     Paolo Castorini
Rossana Podestà    …     Lilia
Riccardo Cucciolla    …     Padre Paolo
Lionel Stander    …                 Barone Castorini
Gastone Moschin    …      Edmondo Castorini
Adriana Asti    …     Beatrice
Marianne Comtell    …     Madre di Paolo
Vittorio Caprioli    …     Salvatore, il farmacista
Ornella Muti    …     Giovanna
Bruno Scipioni    …     Vincenzo Torrisi
Pilar Velázquez    …     Ester
Neda Arneric    …     Caterina moglie di Paolo
Barbara Bach    …     Moglie di Salvatore
Femi Benussi    …     Prostituta vestita di rosso
Enrica Bonaccorti    …     Mariella, l’amante di Vincenzo
Angela Covello    …     La ragazza dell’ultimo incontro
Orchidea de Santis    …     Prostituta
Dori Dorika    …     Sorella di  Paolo
Umberto D’Orsi    …     Il Marchese
Attilio Dottesio    …     Dottor Mondella
Jessica Dublin    …     Prostituta sulla strada
Ugo Fangareggi    …     Luigi Castorini
Oreste Lionello    …         Pittore
Mario Pisu    …     Lorenzo Banchieri
Eugene Walter    …     Jacomini

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Regia: Marco Vicario
Sceneggiatura: Marco Vicario dal romanzo di Vitaliano Brancati
Produzione:Alfonso Vicario
Musiche: Armando Trovajoli
Fotografia: Tonino Delli Colli
Scenografie: Flavio Mogherini
Costumi: Gabriella Pescucci

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“Seduto su questa terrazza, a due, a tre, o a dieci metri dalle donne che vedo,mi par di sentire, per un’allucinazione uditiva, il pulsare leggero della stupidità
in quelle fronti bianche delicatamente poggiate sugli archi dei sopraccigli;se spingo le cose più a fondo con un altro bicchiere di vino, posso assicurare
il mio lettore di aver percepito distintamente il rumore delle dieci sconclusionate parole che la vita fiacca e convenzionale fa dentro quei cervelli intanto che
le bocche sono mirabilmente immobili in un sorriso enigmatico”.

“Maiali! delinquenti!… sotto casa mia?… Andatelo a fare dalla troia di vostra madre… Li sparo, per quanto è vero Dio, li sparo…”

* Ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa.
* L’anima è eterna, e quello che non fa oggi, può farlo domani.


* L’avvenire non è un probabile dono del ciclo, ma è reale, legato al presente come una sbarra di ferro, immersa nel buio, alla sua punta illuminata.


* La felicità è la ragione.


* Un uomo può avere due volte vent’anni, senz’averne quaranta.

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Vittorio Caprioli

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Ornella Muti

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Marianne Comtell 

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Rossana Podestà

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Pilar Velasquez

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Angela Covello

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Neda Arneric  

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Femi Benussi

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Orchidea De Santis

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ottobre 5, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Immacolata e Concetta, l’altra gelosia

Immacolata e Concetta l'altra gelosia locandina

Storie parallele di due donne, che finiranno per incrociare e condividere i destini delle loro vite.
La prima, Immacolata, sposata ad un uomo rozzo e madre di una ragazzina, ha una macelleria ma se la passa male. Per fronteggiare la difficile situazione economica, accetta le avance e la corte di un camorrista di piccolo taglio, Ciro Pappalardo, a cui un giorno porta una ragazzina orfana adottata da una vicina. Immacolata cerca di spingere la ragazza tra le braccia di Ciro, ma viene sorpresa proprio nel momento in cui la ragazza sta per avere un rapporto orale con l’uomo. Immacolata finisce così in prigione. Parallelamente, si svolge la vicenda di Concetta, una bracciante omosessuale, legata alla moglie di un contadino.
L’uomo affronta Concetta intimandole di porre fine alla relazione, ma la donna reagisce sparando e ferendo l’uomo ad un braccio. Anche lei finisce in prigione.

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Tempo dopo vediamo Immacolata in una squallida camera di una pensione; è in attesa di Concetta, che ha conosciuto in carcere e con la quale ha intrecciato un’amicizia particolare.
Tra le donne sboccia un amore passionale, che ben presto finisce sotto gli occhi di tutti; siamo in un piccolo centro dell’entroterra napoletano e la relazione scandalosa non può certo passare inosservata.
Ma Immacolata, sfidando i pregiudizi di tutti, porta Concetta a vivere con se, allontando nel contempo il marito, forte del fatto di essere l’intestataria sia della casa in cui vive sia della macelleria.
La vicenda diventa ancor più drammatica il giorno in cui la figlia di Immacolata, in seguito ad un incidente, rimane menomata.

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Marcella Michelangeli è Concetta

La donna, per far fronte alla malattia della figlia, accetta nuovamente la corte di Ciro, che le promette in cambio di intestarle una macelleria a Napoli dividendo i guadagni al 50%; ciò provoca la gelosia di Concetta, che però per qualche tempo sembra disposta a dividere la sua amante con l’uomo.
Ma Immacolata, che ama Concetta ma che ha anche una sessualtà “normale” in cui sente il bisogno di un uomo, resta incinta durante uno degli incontri con Ciro.
Concetta a questo punto, sicura che prima o poi la donna la abbandonerà, uccide a colpi di bastone Immacolata.
Film drammaticamente incentrato sul tema della diversità, ma non solo, Immacolata e Concetta l’altra gelosia affronta con coraggio tematiche scottanti, come l’amore lesbico tra le due protagoniste inserito in un ambiente apparentemente degradato, almeno a livello culturale.

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Le due donne protagoniste del dramma vivono in piccoli centri, quelli in cui le vite degli altri sono espsote ad una specie di effetto “lente di ingrandimento”, dove tutti i fatti, le esperienze, dove la stessa vita è controllata e giudicata dalla morale comune.
Così la relazione “scandalosa” tra le protagoniste finisce per diventare argomento di discussione; Immacolata cerca di sottrarsi a questa consuetudine portando la sua amante in casa, scacciando il marito rozzo e brutale, ma finisce per soccombere ad una sorta di nemesi che si accanisce sulla sua vita e su quella di Concetta, di per se abbastanza tribolate sia per l’umiltà dei mestieri che svolgono sia per le condizioni in cui vivono.

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Le due personalità delle protagoniste sembrano essere al tempo stesso complementari ma estremamente divergenti; a cominciare dalla loro diversità sessuale.
Mentre Concetta è manifestamente lesbica, tanto da aver interrotto la sua relazione precedente sparando al marito della sua amante, Immacolata scopre di essere attratta dall’amica/amante anche sessualmente, non rinunciando però alla sessualità tradizionale.
C’è un passo fondamentale del film in cui Immacolata è a letto con Concetta e le dice” quando sono a letto con te, non posso fare a meno di pensare ad un uomo, ma quando sto con un uomo penso sempre a te: è come un fuoco che comincia nello stomaco e finisce nel cervello…”
Ma tra le due la più passionale è proprio Concetta, che vive l’amore, il sesso, in maniera totale e completa; Immacolata sembra invece vivere il tutto anche in funzione della sua vita privata, fatta di un matrimonio fallito e da una maternità che le ha procurato il grande dispiacere dell’incidente occorso a quella figlia che tanto ama.
Proprio in nome di quella maternità Immacolata riallaccia la relazione con Ciro, spinta però anche dal desiderio di vivere una vita all’apparenza normale, testimoniata proprio da quella frase rivolta all’amante nel letto che condividono.

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Il film affronta questa realtà immergendola in un contesto sociale che è più deprimente che degradato; le vite al sole dei paesani, di Immacolata, di Concetta e di Ciro, della moglie di quest’ultimo e del marito di Immacolata sono vite a metà, vissute in un contesto in cui il diritto alla riservatezza, alla propria vita intesa come coacervo di tutte le libertà individuali, è annichilito dalla convenzione sociale, dal moralmente inaccettabile.
Così le due esistenze si consumano fino al drammatico e tragico epilogo, quando Concetta decide di uccidere l’amante, quasi consapevole di non poter avere, nè al presente tantomeno nel futuro, un punto fermo nella sua relazione con l’amante.
Dentro di se sa che dovrà sempre dividerla con un uomo, che sia il Ciro del momento o un altro.
Il film di Salvatore Piscitelli, che è un’opera prima, si rivela un’autentica sorpresa; principalmente perchè il regista mostra una capacità davvero rilevante di cogliere i vari aspetti della vicenda prediligendo l’aspetto umano prima che quello morboso.

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Ida Di Benedetto è Immacolata

Le scene di erotismo, alcune davvero ardite, sembrano immerse però in un lago ghiacciato, quasi a voler sottolineare l’estraneamento delle due donne dal contesto che le circonda.
La stessa camera d’albergo è quanto di più squallido si pssa immaginare, ta le due donne ci sono pochissime parole, ma tanta tenerezza, quella tenerezza di cui sono affamate, che la vita ha loro negato.
La macchina da presa indugia sui volti delle protagoniste alla ricerca delle loro anime, che ad un certo punto sembrano perse dietro sogni assolutamente irraggiungibili; eppure le due donne altro non chiedono che vivere una vita normale, assaporare un po di tenerezza.

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Il destino però ha in serbo il solito colpo di coda, crudele.
Il film è anche una grande prova delle due attrici, ovvero Ida Di Benedetto (Immacolata) e Marcella Michelangeli (Concetta); la prima interpreta alla perfezione la maschera quasi tragica di Immacolata, con piglio severo, senza nessuna concessione a cadute di tono o di tensione.

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La seconda è quasi straziante nei panni di un personaggio da tragedia greca; le due attrici finiscono così per integrarsi alla perfezione, raggiunta proprio nei momenti topici del film, come l’unione carnale nel loro primo incontro.
La sequenza saffica, che ripeto, non ha nulla di erotico o di morboso, è resa con stupefacente realismo.
Una grande prova, quindi, cosi come eccellente è la regia di Piscitelli.
Girato in presa diretta, il film è una testimonianza della capacità di raccontare una storia difficile senza eccedere i personalismi o in critiche più o meno velate alla società.
E’ privilegiata la realtà, la stessa che porterà le due protagoniste a dividersi definitivamente nel tragico finale.

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Immacolata e Concetta, l’altra gelosia, un film di Salvatore Piscicelli. Con Ida Di Benedetto, Marcella Michelangeli, Tommaso Bianco, Lucio Allocca,Lucia Ragni
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1980

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Immacolata e Concetta l'altra gelosia banner personaggi

Ida Di Benedetto     …     Immacolata
Marcella Michelangeli    …     Concetta
Tommaso Bianco    …     Ciro

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Regia     Salvatore Piscicelli
Soggetto     Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Sceneggiatura     Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Fotografia     Emilio Bestetti
Montaggio     Roberto Schiavone
Musiche     Rudy Beytelman

Film di esordio del regista partenopeo Salvatore Piscicelli (che lo ha scritto con la moglie Carla Apuzzo), Immacolata e Concetta è un melodramma sull’amore lesbico, realizzato senza concessioni alle facili morali ma in modo duro e contrario al politically correct (finale compreso). Ne deriva un aumento della credibilità della storia a cui contribuisce l’ottima interpretazione di tutto il cast (composto anche da attori non professionisti).

Esordio alla regia per il napoletano Salvatore Piscicelli, autore eccentrico e ingiustamente poco noto a dispetto d’una manciata di pellicole erotiche di certo interesse. Erotico (ma con valenze sociali non indifferenti) è, infatti, anche questo film -come traspare dal titolo- che analizza l’insolita relazione tra Immacolata (Ida Di Benedetto) e Concetta (Marcella Michelangeli), sviluppata dietro una permanenza carceraria e destinata a chiudersi in tragedia. Scritto dal regista in collaborazione con la moglie (Carla Apuzzo), il film tratta con coraggio l’amore diverso in un contesto reticente.

Piscicelli affronta coraggiosamente e con serietà i temi dell’emancipazione, del lesbismo e della famiglia omosessuale in un microcosmo partenopeo dove ancora vigono non solo oppressive leggi maschiliste e patriarcali, ma anche rigide norme sul delitto d’onore e il tradimento che finiscono con il contagiare anche una delle due “diverse”. Stile scarno, quasi documentaristico con rapide incursioni ai limiti del porno ed accenni fassbinderiani (i crudeli rapporti di potere). Intense le interpretazioni delle due protagoniste.

Dramma a tinte forti, ottimamente tenuto da un regista esordiente. Lo stile delle riprese è molto naturale, e la storia viene raccontata con qualche ellisse ma tutto sommato in modo tradizionale. La Di Benedetto mi ha sinceramente colpito con un’interpretazione coi fiocchi, di quelle che si ricordano; mentre la Michelangeli (doppiata) attraversa tutto il film con l’aria di una tossica in crisi di astinenza. Notevole.

Bella storia d’amore al femminile diretta da un regista napoletano che non ha avuto nel corso degli anni il credito che meritava. Un film crudo e coraggioso, compreso il finale, che affronta tematiche inusuali e scabrose ma lo fa con grande sobrietà narrativa senza dare spazio a pruriti lascivi e gratuiti e con un rigore visivo che non presenta alcun compiacimento stilistico e che è perciò degno di nota. Davvero bravissime le due interpreti principali.

Piscicelli esordisce alla regia con questo melodramma a tinte fosche incentrato su un amore saffico ambientato nel Meridione proletario in cui si cerca un’introspezione psicologica dei personaggi. Cast egregio e narrazione torbida che non può non portare ad un finale crudo.

settembre 28, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

L’uomo che cadde sulla terra

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Un oggetto proveniente dallo spazio profondo entra nell’atmosfera terrestre e precipita in un lago; all’interno c’è un alieno, proveniente da un altro pianeta. Apprenderemo in seguito che l’alieno ha famiglia ed è arrivato sulla terra perchè una terribile siccità ha colpito la sua gente, ed è in cerca di aiuto.
L’operazione però è complessa, e l’alieno, assunte sembianze umane, decide di sfruttare le proprie conoscenze tecnologiche per impiantare un’azienda; nasce così la World Enterprise, che in breve tempo lo rende l’uomo più ricco del pianeta.

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Assunto uno scienziato,Nathan Bryce, gli affida il compito di trovare una soluzione al problema del suo pianeta, costruendo una nave spaziale in grado di arrivarvi e di salvarlo.
Ma la vita sotto forma umana è molto difficile, e Thomas Jerome Newton (l’identità sotto la quale si nasconde l’alieno) ben presto cede alla tentazione dell’alcool, intrecciando anche una relazione con Mary-Lou.
Nel frattempo Nathan scopre la vera identità di Thomas, che viene seguito anche dalla Cia, perchè il suo impero economico minaccia aziende concorrenti.
Così Thomas….

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Film tratto  dall’omonimo romanzo di Walter Tevis, The man who fell to earth, ovvero L’uomo che cadde sulla terra, venne girato nel 1976 da Nicholas Roeg, uno dei registi più geniali dell’ultimo secolo, autore di splendidi film come Walkabout, A Venezia un dicembre rosso shocking, Sadismo.
Come nel romanzo, un amaro apologo della solitudine, della disillusione, della diversità, il film ricalca le linee guida del romanzo di Tevis, assumendo una potenza ancor più devastante grazie alla geniale intuizione di Roeg di portare sugli schermi, nei panni del malinconico alieno Thomas il cantante rock David Bowie, che con il suo aspetto androgino e il volto scavato, quasi allucinato, forma una simbiosi con il personaggio interpretato difficilmente riscontrabile in altri film.

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Roeg riprende i temi tracciati da Tevis per tessere un film in cui la figura dell’alieno, costretto a celare la sua identità sotto un aspetto umano, diventa il paradigma stesso dell’esistenza degli umani; l’alieno vive le contraddizioni dell’umano con più sofferenza degli umani stessi, perchè si rende conto dell’assurdità delle loro vite, delle loro ambizioni.
Quel suo essere diverso lo porterà paradossalmente ad essere un emarginato per la sua ricchezza, e lo porterà fatalmente a soffrire di quegli stessi problemi che soffrono gli uomini.

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Thomas non è l’andoride Roy di Blade runner, che rimpiange la vita perchè ha visto cose incredibili, è molto più vicino ad un essere umano perchè si è calato tra loro, ha sperimentato vizi e virtù degli umani stessi; ha provato l’amore e l’alcool, l’inferno e il paradiso, ha scoperto le miserie degli umani e si è reso conto, con tristezza e malinconia, di essersi caricato addosso un problema senza nessuna soluzione, ovvero qualcosa che possa salvare le poche unità superstiti del suo popolo dall’estinzione.

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Così la parabola dell’alieno finisce per coincidere con il percorso di una vita umana, fatta di speranza e disillusione, di amarezze e di gioie, tutte mescolate senza soluzione di continuità.
Nel film molti passi testimoniano l’assoluta astrazione di Thomas dal contesto umano in cui vive; se il romanzo inizia con una frase importante «Non era un uomo, eppure era molto simile all’uomo» il film inizia con il classico impatto tra l’astronave e la terra.
Il primo impatto è proprio con l’elemento vitale che manca sul pianeta di Thomas, l’acqua; c’è una specie di stridente ironia tra il tragico destino che attende la gente di Thomas e l’abbondanza di quell’elemento vitale su un pianeta che lo sperpera in maniera allucinante.

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Thomas imparerà ben presto che lo strano pianeta sul quale è arrivato vive di forti contraddizioni; il denaro, l’autentico dio venerato dalla gente umana si trasforma per lui dapprima in un mezzo per raggiungere i suoi fini, e in ultimo nella causa prima dei suoi problemi e infine del suo destino.
E’ inconciliabile Thomas con la gente alla quale si è mescolato; i suoi occhi da rettile, il suo corpo senza sesso lo rendono davvero un alieno.
Eppure sembrerebbe esserci un contatto possibile tra questi due universi paralleli; è l’amore, ma Thomas ha da svolgere una missione.

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Tutto il film vive su questa atmosfera rarefatta, sulle violente contraddizioni che vive Thomas immerso in un ambiente alieno come e quanto lui.
La solitudine di Thomas si amplia e si confonde con quella di Mary Lou, ma in fondo sono soli anche gli altri umani; lo si capisce dalla mancanza di emozioni che trapela in molte sequenze del film, con l’alieno che attraversa un pianeta di gente sola anche se abituata a vivere in comunità.
Roeg conferisce al film un’aria malinconica e stranita, un’atmosfera lugubre e senza speranza, andando probabilmente oltre la stessa capacità di Tevis di rendere il senso di vuoto, di solitudine e di mancanza di speranze in cui si muove l’alieno del libro; ed è questo il gran merito di un regista capace come pochi di realizzare film in cui il senso di smarrimento dell’uomo arrivi quasi alla cosmicità delle esistenze rapportate all’infinito, ovvero quel senso di smarrimento e di paura che l’essere umano porta con se come una seconda pelle.

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L’uomo che cadde sulla terra è un film tecnicamente perfetto, in cui è davvero difficile trovare difetti tali da incrinarne il giudizio finale; quando un regista riesce a pareggiare ( e forse anche a superare) quel calderone di peculiarità che distinguono sempre un’opera scritta da una visiva, che per forza di cose ha tempi molto meno dilatati ed è di difficile espressione attraverso le immagini, allora ci si rende conto di essere davanti ad un’opera che può essere definita davvero un capolavoro.
Un’opera metafisica, esistenzialista, definitela come volete.
Ma un’opera assolutamente fondamentale della cinematografia.

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L’uomo che cadde sulla Terra, un film di Nicolas Roeg. Con Rip Torn, David Bowie, Buck Henry, Candy Clark, Bernie Casey, Jackson D. Kane, Rick Riccardo, Tony Mascia, Linda Hutton, Hitary Holland, Adrienne La Russa, Lilybelle Crawford, Richard Breeding, Albert Nelson, David Bowie, Peter Prouse, Jim Lovell
Titolo originale The Man Who Fell to Earth. Fantascienza, durata 118 (138) min. – Gran Bretagna 1976.

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L'uomo che cadde sulla terra banner protagonisti

David Bowie     …     Thomas Jerome Newton
Rip Torn    …     Nathan Bryce
Candy Clark    …     Mary-Lou
Buck Henry    …     Oliver Farnsworth
Bernie Casey    …     Peters
Jackson D. Kane    …     Professor Canutti
Rick Riccardo    …     Trevor
Tony Mascia    …     Arthur
Linda Hutton    …     Elaine
Hilary Holland    …     Jill
Adrienne Larussa    …     Helen
Lilybelle Crawford    …     Jewelery Store Owner
Richard Breeding    …     Receptionist
Albert Nelson    …     Cameriere

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Regia     Nicolas Roeg
Soggetto     Walter Tevis
Sceneggiatura     Paul Mayersberg
Produttore     Michael Deeley, Barry Spikings
Fotografia     Anthony B. Richmond
Montaggio     Graeme Clifford
Musiche     John Phillips, Stomu Yamashta

Dopo due miglia di cammino arrivò a una città. Prima dell’abitato vi era un cartello: HANEYVILLE, e sotto: 1400 AB. Andava benissimo, gli occorreva proprio una cittadina di quella grandezza. Era di mattina e ancora molto presto, aveva scelto quell’ora per la sua camminata in modo da approfittare del fresco. Non c’era ancora nessuno per la strada. Oltrepassò ancora parecchi isolati nella luce incerta, sconcertato dall’ambiente estraneo. Si sentiva tutto teso e un po’ spaventato. Cercò di distrarre la sua mente da ciò che si accingeva a fare: ci aveva già pensato abbastanza.
Nel piccolo centro commerciale trovò quello che cercava: un negozietto con l’insegna: LO SCRIGNO. A un angolo di strada lì vicino vide una panchina e andò a sedersi, con tutto il corpo indolenzito per lo sforzo del gran camminare.
Fu di lì a qualche minuto che vide un essere umano.


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Chilometrica pellicola, che alterna squarci di cospicuo interesse a lentezze soporifere, le cui motivazioni si stenta a comprendere. Il sentimento che emerge è quello della pietà, che nasce dalla situazione di partenza del protagonista e del fallimento della sua missione. Il messaggio politico, di critica alla nostra società, è spesso generico o stereotipato, per cui stenta ad andare a segno.

Alieno sulla Terra per salvare il proprio pianeta, ma è risucchiato dalla vita terrena e poi sequestrato. Da ricordare solo per la presenza di Bowie, carismatica popstar, e per qualche immagine ad effetto (per esempio, l’alieno lucertoloso senza ciglia). Ed è un peccato perché la storia sarebbe bella (Icaro come metafora dell’uomo, i cui ideali si infrangono facendolo cadere nell’alienazione), così come alcuni spunti visivi e una dinamica narrativa non convenzionale. Ma il film è noioso, sfilacciato, senza mordente: un’occasione sprecata.

Jerome Newton, imprenditore di origine aliena, scoprirà a sue spese le conseguenze della forza gravitazionale… Lo stile lisergico di Roeg, fatto di montaggi incrociati, ralenti e immagini subliminali, per quanto datato, fa faville su soggetti ad hoc. Qui restituisce le percezioni di un extraterrestre cui Bowie ha donato il suo corpo anodino e androgino. L’approccio alla fantascienza è adulto, con velleità sociali e psicologiche non proprio di prima mano. Il gioco delle allusioni invece è un po’ tirato per le lunghe: così torpore e stupore si alternano con discutibile perizia. Fascinoso.

Nichoals Roeg dirige un film di fantascienza originale ed interessante, purtroppo appesantito da lentezze esagerate. Non male la trama che vede David Bowie nei panni di un extraterrestre, perfettamente mescolato tra gli umani, che vuole tornare sul suo pianeta di origine. L’opera possiede un suo fascino innegabile e l’interpretazione di Bowie è da ricordare, ma il giudizio complessivo risente troppo della pesantezza del tutto. Comunque merita sicuramente una visione.

Un film di fantascienza con buoni spunti ma che appare quasi privo di post-produzione, essendo troppo, troppo lungo e sfilacciato nel suo evolversi. Idea di partenza buona e fedele al romanzo di Walter Tevis, con una grande interpretazione di David Bowie, ma il “mancato montaggio” ne fa una pellicola tediosa anche se lungimirante. Qui e lì spunti visivi interessanti.

Un film così-così, ed è un vero peccato perché l’occasione era ghiotta: David Bowie protagonista di un film che sembra uscito da una dalle sue canzoni. Ma la pellicola risulta lentissima, con una trama difficile da seguire e noiosa. Bene invece Bowie, che sembra interpretare se stesso nei panni dei suoi alter-ego più riusciti (Ziggy Stardust e thin White Duke): da ricordare solo per questo.

Tratto da un romanzo di Walter Tevis, pubblicato nel 1963, il film narra delle peripezie di un alieno umanoide che cerca in tutti i modi di permettere ai suoi (pochi) simili di raggiungere la Terra e la salvezza. La sottotrama ci riporta alla guerra fredda, alla necessità di segretezza da parte di diversi (alieni e non) all’interno della società americana che, con la scusa di “ricercare”, finirà sempre e immancabilmente per distruggerli. Il film, molto visionario, non riesce a rende completamente lo sensazione di oppressione presente nel libro.


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settembre 20, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Amore e morte nel giardino degli dei

Amore e morte nel giardino degli dei locandina

Due fratelli, Manfredi e Azzurra, uniti dallo stesso sangue ma divisi da un tormentato rapporto, vivono due esistenze fortemente condizionate dall’assenza dei genitori; mentre il padre dei due giovani è morto, la madre li ha abbandonati da tempo.
Così i due si abituano alla situazione, divisi però da rivalità, gelosie e in qualche modo da un latente disprezzo che affiora nei loro rapporti.
Al tempo stesso fa capolino un amore proibito, al limite dell’incestuoso, cosa che sembra essere una delle cause del loro tempestoso modo di comportarsi.


Orchidea De Santis è Viola


Erika Blanc è Azzurra

Azzurra altera la situazione sposandosi con un famoso musicista, mentre Manfredi ha una relazione amorosa con la bella Viola.
Ma Azzurra resta comunque legata a quel rapporto proibito con il fratello, mentre il suo rapporto coniugale con il marito musicista si rivela un fallimento, costellato com’è da continue liti.
La situazione esplode drammaticamente quando Azzurra racconta a Manfredi che in realtà lei non è sua sorella, essendo stato l’uomo adottato da piccolo da una famiglia di contadini solo perchè nel nucleo familiare di Azzurra non c’era un erede maschio.


La sequenza introduttiva del film: Viola trova il corpo esanime di Azzurra (prima dei titoli di testa)

Dopo una violenta lite, la donna assume una dose massiccia di barbiturici; Manfredi, entrato di nascosto in casa, la sposta in una vasca da bagno, simulando così un tentativo di suicidio.
Ma il provvidenziale arrivo di Viola salva Azzurra dalla morte (scena introduttiva del film); tra le due nasce un rapporto che sfocia in un legame proibito.
Manfredi decide così di proseguire la sua opera e……
Amore e morte nel giardino degli dei, diretto da Sauro Scavolini nel 1972, è un film low budget che mescola con eleganza elementi tipici del film giallo/thriller a elementi drammatici, che formano poi l’ossatura vera del film.
Un film ingiustamente sottovalutato, per motivi assolutamente incomprensibili; la sceneggiatura, ad esempio, è di prim’ordine, stesa dallo stesso regista e da Anna Maria Gelli, ed è ben bilanciata, visto che presenta dialoghi mai banali e situazioni intricate impreziosite dal rapporto torbido che si stabilisce tra i protagonisti del film, ovvero tra Azzurra e suo fratello Manfredi, tra Azzurra e Viola, tra Azzurra e suo marito.
Se il film è incentrato proprio sulla figura da mantide della donna che vive una vita affettiva disordinata, divisa com’è tra le persone che la circondano, larga parte del film stesso è centrato su quel mondo chiuso, quel giardino degli dei che diventa il fulcro delle esistenze dei protagonisti, alle prese con quella che diverrà inevitabilmente una tragedia causata da un rapporto ossessivo tra i fratelli che da morboso diverrà tragico, passando attraverso la lucida dapprima, poi folle senza più freni esistenza di Manfredi.

Il tutto sarà esplicato dal ritrovamento, da parte di un ornitologo, di un registratore a nastro contenente delle bobine nelle quali uno psicologo raccoglieva le confidenze di azzurra.
Se il film ha un andamento lentissimo, lo si deve alla decisione, da parte del regista, di fare un film prettamente psicologico, quasi psicanalitico, attraverso la descrizione dettagliata delle cose, delle situazioni e delle motivazioni.
Il che non è necessariamente un limite, come paventato da alcuni critici, quanto piuttosto una nota di merito.
Per una volta non c’è l’effetto splatter a catalizzare l’attenzione, non c’è l’erotismo spiattellato in ogni fotogramma, quanto piuttosto una ricerca metodica della psiche dei personaggi.
Il che permette a Erika Blanc, che interpreta Azzurra, a Orchidea De Santis che interpreta Viola e a Peter Lee Lawrence, che interpreta Manfredi, di mostrare finalmente la loro capacità recitativa; non più imbrigliati nei classici copioni alla mordi e fuggi, quindi infarciti di scene girate ad alta velocità in stile sketch, i tre attori hanno tempo e modo di mostrare che sanno calarsi nei panni dei vari personaggi, dando loro un’aura di drammaticità che sarà fondamentale per l’economia e il risultato finale del film stesso.

Così appare assolutamente immotivata, gratuita e da incompetenti la sintesi finale del film che offre il solito ineffabile Morandini, pseudo enciclopedia cinematografica infarcita di luoghi comuni.
L’”autorevole” fonte scrive testualmente: “Più che di amore e morte, è meglio parlare di erotismo e sadismo da fotoromanzo porno”
Nel film l’erotismo è una componente assolutamente marginale, e si manifesta solo in un’occasione, con Viola che abbraccia teneramente il suo amante.

La scena del rapporto tra Azzurra e Viola stessa non è assolutamente esplicitata e si risolve solo in un primo piano di Viola nuda, di spalle; roba da educande se paragonata alla scena del burro in Ultimo tango a Parigi o ad alcune scene al limite del blasfemo contenute nel Decameron di Pasolini.
Il discorso resta desolatamente il solito; se si esclude qualche critico, che i film li vedeva davvero, senza paraocchi e con obiettività, gli altri scrivevano recensioni dettate evidentemente da rancori o peggio da rapporti innominabili con altre produzioni o registi, che tendevano a mettere in cattiva luce film in realtà degni di attenzione.
Il film di Scavolini non è un capolavoro.

Qualche smagliatura c’è, ma va tenuto conto che il budget del film era evidentemente ridotto all’osso, pure il regista pesarese mostra qualità e talento.
Le due protagoniste, per una volta, sono assolutamente alla pari in termini di qualità e resa; la Blanc da vita ad un personaggio torbido, inquieto mentre la De Santis fa da contraltare, con un personaggio quasi candido.
Stridente il contrasto tra le due, essenzialmente fisico però; la bellezza bruna della Blanc contrasta nettamente con la figura bionda e morbida, mediterranea, della De Santis.

Una scelta vincente, quella di Scavolini, che sembra quasi voler distaccare i due personaggi nel modo più netto possibile.
Un film da rivalutare in tutti i sensi, insomma.
Purtroppo è anche un film che non è mai stato editato in dvd, per cui chi lo volesse vedere dovrà accontentarsi del modesto risultato ottenuto con le VHS; per inciso a ciò è dovuta anche la bassa qualità dei fotogrammi che presento in questa recensione.

Amore e morte nel giardino degli dei, un film di Sauro Scavolini. Con Peter Lee Lawrence,Orchidea De Santis, Erika Blanc, Ezio Marano, Vittorio Duse, Bruno Boschetti, Carla Mancini
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1972.

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Peter Lee Lawrence è Manfredi
Erika Blanc è Azzurra
Orchidea de Santis  è Viola
Rosario Borelli è Timothy

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Regia: Sauro Scavolini

Sceneggiatura: Sauro Scavolini, Anna Maria Gelli

Produzione: Armando Bertuccioli    , Romano Scavolini
Musiche: Giancarlo Chiaramello
Editing: Francesco Bertuccioli

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Le cose prendono piede solo dopo un’ora, quando si capisce che il finale meriterà d’essere visto (notevole, in effetti). L’idea di base (i nastri) era molto interessante. Poteva senz’altro essere condotta meglio, ma è chiaro che l’autore, più che un thriller, voleva un storia psicologica.

La pochezza del budget impone a Sauro Scavolini di curare una sceneggiatura di tipo impopolare, composta da una struttura ad “incastro” (eventi che si svolgono avanti-indietro nel tempo, mentre un ornitologo, rinchiuso all’interno di una villa con ampio parco, ha rinvenuto un nastro magnetico, sul quale sono incise tracce che potrebbero fare risalire ad una strage). Lo sfortunato Peter Lee Lawrence (non è morto suicida, pur se lo si legge su imdb: si è spento a causa di un tumore al cervello) resta impresso, come il tragico finale…

Uno di quegli strani frutti borderline di cui è disseminato il giardino del nostro cinema: grondante enfatiche ambizioni autoriali sin dal pomposo titolo, ma poi con un cast da tardo spaghetti-western col truce Rosario Borelli (accreditato come Richard Melville!). Di quelli per cui ti resta sempre il dubbio se si si tratti di un potenziale filmone tarpato dalla penuria di svanziche o di un lambiccato pasticcio con momenti di inconsapevole genialità. Il povero Hirenback/Lawrence anche senza la sua Colt 45 non era male…

Notevole drammone che nel finale diventa un thriller che si lascia andare ad inaspettati effetti sanguinolenti. Il cast è davvero ottimo: la bellissima Blanc che si mostra desnuda fronte e retro, Lawrence, la De Santis (anche lei nudissima). Simili attori con le loro interpretazioni nobilitano il film, che non ho trovato eccessivamente lento. Funzionale la struttura a flashback. Ingiustamente sottovalutato, a mio avviso.

Scavolini, a differenza delle omonime cucine, non è stato certo il “preferito dagli italiani”, almeno come regista; tuttavia con questo film ha lasciato una discreta prova. Se non fosse per l’eccessiva lentezza della prima ora, dagli indubbi effetti soporiferi, il film avrebbe potuto essere molto meglio; infatti tutto il lungo “spiegone” finale merita la visione, riservando anche qualche buona trovata. Pure il cast non è niente male, a parte l’attore che impersona il professore, dalla dizione improponibile; bravi la Blanc e Lawrence. Singolare.

Una pellicola fascinosa caratterizzata da location suggestive e misteriose e da inquadrature mirate che contribuiscono ad evidenziarne il dramma dell’animo del protagonista. Il film si basa su una sceneggiatura particolare e può contare su ottime interpretazioni, specialmente quelle dei protagonisti. Il regista, nonostante il budget limitato, realizza un film altamente professionale ed introspettivo. Geniale il finale, che chiude perfettamente il film.

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settembre 18, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

The wicker man

The wicker man locandina

Il sergente Howie è il responsabile della legalità in una piccola località scozzese, uno di quei posti tranquilli dove generalmente non accade mai nulla, dove il massimo del pericolo è costituito da qualche lite fra coniugi o da qualche ubriacone o vagabondo di passaggio.
A rompere la monotonia e la tranquillità della vita di Howie arriva una segnalazione, rigorosamente anonima, che denuncia la scomparsa della giovane Rowan Morrison, avvenuta secondo l’anonimo informatore nell’isola di proprietà di Lord Summerisle.

The wicker man 1
“Avete mai visto questa ragazza?”

Howie decide di indagare e si reca sull’isola, dove da subito l’uomo respira l’atmosfera di diffidenza e di scarsa collaborazione che caratterizza gli abitanti dell’isola.
Gli abitanti dell’isola creano subito un muro, contro il quale Howie si trova a cozzare ripetutamente: gli isolani sembrano avere leggi proprie, oltre a strani credo e convinzioni personali che sfuggono anche al rispetto delle leggi vigenti nella nazione scozzese.

The wicker man 2
Britt Ekland

Nel corso delle indagini Howie si rende conto di diverse stranezze; Rowan non sembra morta, quanto piuttosto nascosta dagli isolani, che non vogliono possa avere contatto con il rappresentante della legge, ma non solo.
Sull’isola avvengono strani riti che sembrano arrivare direttamente dal passato, come un orgiastico rito della fertilità, legato intimamente al credo della reincarnazione e dell’appartenenza dell’uomo a rigide e intime leggi di comunione con la natura.
Il primo maggio Howie ha la prova che davvero nell’isola accade qualcosa di particolare: i riti che vi avvengono, le particolari convinzioni religiose sembrano implicare anche il ricorso a riti pagani ancestrali, incluso il sacrificio umano.

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Uno scherzo beffardo….

Il sergente arriverà in tempo per assistere alla rappresentazione finale di uno di questi riti, dopo che l’uomo ha cercato inutilmente di fuggire dall’isola per andare a chiamare rinforzi.
Scoprirà anche che la famosa lettera è stata semplicemente un’esca per chiamarlo sull’isola….
Perchè, e sopratutto, chi è la misteriosa vittima sacrificale?
The wicker man si ispira ad un fatto vero accaduto antecedentemente all’epoca in cui il regista
Robin Hardy (1973) girò questo affascinante e tirato dramma che avrà poi un deludentissimo remake nel 2006, distribuito con il titolo Il prescelto e interpretato malamente da un Nicholas Cage bolso e inespressivo.

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Il sensuale ballo di Willow

Film caratterizzato da una tensione latente sempre sul punto di esplodere, The wicker man sembra un giallo con forti connotazioni thriller: c’è il classico della persona scomparsa, c’è il poliziotto che indaga tra strane reticenze.
Ma, come innovazione, c’è una persona scomparsa che sembra più occultata che morta, c’è una comunità che sfugge alle regole di convivenza civile, che si è dotata di leggi proprie e che vive in apparente simbiosi con queste leggi, un miscuglio di credenze nel rito della madre terra mescolato ai riti pagani orgiastici della fertilità e al credo della reincarnazione, c’è una comunità omertosa che protegge i suoi segreti ma che sembra anche, al tempo stesso, stimolare il detective alla scoperta di questo strano mondo, quasi dietro le mosse degli isolani ci fosse un disegno apparentemente incomprensibile, ma al tempo stesso straordinariamente lucido e folle.

Howie si trova a muoversi quindi in un mondo con leggi proprie, che sfuggono a quella legge che lui rappresenta.
L’isola sembra fuori dalla Scozia, regolata da proprie leggi che non includono il rispetto della giurisdizione di quella della nazione d’appartenenza, anzi.
Lord Summerisle, il proprietario dell’isola, sembra un’antica divinità, con diritto di vita e di morte su tutto e tutti, e contemporaneamente sembra l’ispiratore dei misteriosi riti che avvengono sull’isola.
Per una volta non centra il demonio, non centra la solita setta satanica.
C’è qualcosa però di altrettanto letale e altrettanto pericoloso, nell’atmosfera che si respira tra la popolazione locale.
C’è un’omertà contro la quale Howie combatterà uscendone sconfitto; chi lo aiuta lo fa in nome di un disegno che sarà chiaro solo alla fine, quando l’intrigo sarà delineato in ogni particolare.
Robin Hardy riesce a ricostruire in maniera assolutamente straordinaria un’atmosfera di intrigo e di sospetti, di suspense e di magia sospesa tale da attrarre lo spettatore come una calamita.
Man mano che seguiamo le indagini di Howie, riusciamo a calarci nella realtà dell’isola, pur rimanendo estranei alle motivazioni che spingono gli isolani ai loro strani comportamenti.
Prendiamo le parti di Howie, perchè nel nostro DNA c’è il rispetto per le leggi e per le istituzioni, così degnamente rappresentate dall’integerrimo poliziotto.
Eppure, alla fine, quando il quadro viene finalmente svelato, proviamo anche un moto nascosto di simpatia per quella gente capace di ordire una trama così fine, così splendidamente recitata tale da attrarre l’uomo della legge in una tela di ragno in cui la preda non ha alcuna possibilità di uscita.
Un film bello e intelligente, splendidamente recitato.
A cominciare da Edward Woodward, che interpreta il tutore della legge, l’uomo della legalità, quel sergente Howie profondamente cattolico che non accetta trasgressioni a quelli che sono i suoi punti fermi, il suo codice morale.
La legge va rispettata, il credo religioso è uno, non sono ammesse deroghe.
Eppure Howie scoprirà che in quel mondo isolato tutto questo non ha alcun valore; e tutto ciò in cui crede viene messo pesantemente in discussione.

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Una processione rituale

Quando, troppo tardi, capirà la verità, sarà lui lo sconfitto, lui che rappresenta il mondo ordinato e regolato di fuori.
Edward Woodward riesce a rappresentare alla perfezione il suo personaggio, che appare un tantino bigotto, irrigimentato da regole.
E queste contraddizioni, che alla fine esploderanno in maniera devastante, si vedono sul volto dell’attore, che recita davvero da grande.

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Riti pagani?

Accanto a lui c’è Christopher Lee, un Lord Summerisle difficilmente replicabile da altri attori.
Un signore padrone che è contemporaneamente anche un dio, rappresentante di tutto ciò in cui credono gli isolani, un uomo con diritto di vita e di morte, in tutti i sensi.
E’ lui a gestire i riti, è lui a orchestrare tutto ciò che accade sotto i nostri occhi.
Lee recita da grande, qual’è sempre stato.

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Osservatori attenti seguono il sergente Howie

Vanno segnalate altre prove maiuscole, come quella di Diane Cilento nel ruolo di Miss Rose, quella della bellissima Britt Ekland nel ruolo di Willow, e ancora Ingrid Pitt ecc.
Tutto il cast è da elogiare, in effetti.
Quando, 4 anni fa, il regista Neil LaBute decise di affrontare il remake del film, lo fece sbagliando clamorosamente sia la sceneggiatura che il cast. Due errori fatali che porteranno a un impossibile confronto tra l’originale,

assolutamente unico e il remake, in cui la carica trasgressiva del discorso religioso, quella dell’isolamento degli abitanti dell’isola, retti da proprie leggi in comunione con le forze della natura viene ridicolizzata e banalizzata, trasformata in una rappresentazione commerciale senza alcun valore cinematografico.

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Ingrid Pitt

Colpa di un pessimo Nicholas Cage, colpa di una sceneggiatura scandalosa, colpa al solito dell’industria cinematografica che privilegia l’aspetto in rapporto al contenuto.
Poco male, a consolarci resta sempre The wicker man, film tra i più intelligenti, intriganti dell’intero decennio settanta.

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Quale sarà la vittima dell’altare sacrificale?

The wicker man, un film di Robin Hardy,con Edwin Woodward,Christopher Lee ,Diane Cilento,Britt Ekland ,Ingrid Pitt Inghilterra 1973, Drammatico/thriller

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The wicker man banner personaggi

Edwin Woodward     …     Sergente Howie
Christopher Lee    …     Lord Summerisle
Diane Cilento    …     Miss Rose
Britt Ekland    …     Willow
Ingrid Pitt    …     Libraio
Lindsay Kemp    …     Alder MacGreagor
Russell Waters    …     Harbour Master
Aubrey Morris    …     Vecchio giardiniere
Irene Sunters    …     May Morrison
Walter Carr    …     Preside della scuola
Ian Campbell    …     Oak
Leslie Blackater    …     Parrucchiere
Roy Boyd    …     Broome
Peter Brewis    …     Musicista
Barbara Rafferty    …     Donna con il bambino
Juliet Cadzow    …     Un’abitante di  Summerisle
Penny Cluer    …     Gillie
Michael John Cole    …     Musicista
Kevin Collins    …     Vecchio pescatore
Gerry Cowper    …     Rowan Morrison
Ian Cutler    …     Musicista
Donald Eccles    …     T.H. Lennox
Myra Forsyth    …     Signora. Grimmond
John Hallam    …     P.C. McTaggert
Alison Hughes    …     Fidanzato di Howie
Charles Kearney    Macellaio
Fiona Kennedy    …     Holly
John MacGregor    …     Baker
Jimmy MacKenzie    …     Briar
Lesley Mackie    …     Daisy
Jennifer Martin    …     Myrtle Morrison
Helen Norman    …     Abitante di Summerisle
Lorraine Peters    …     Ragazza sulla tomba
Tony Roper    …     Postino
John Sharp    …     Dottor Ewan
Elizabeth Sinclair    …     Abitante di Summerisle
Andrew Tompkins    …     Musicista
Richard Wren    …     Ash Buchanan

The wicker man banner cast


Regia di Robin Hardy
Sceneggiatura di Anthony Shaffer
Tratto da un racconto di David Pinner
Prodotto da Peter Snell
Musiche di Paul Giovanni
Film Editing ;Eric Boyd-Perkins
Casting ;Maggie Cartier
Direttore artistico Seamus Flannery
Casa di produzione     British Lion Films
Fotografia     Harry Waxman
Montaggio     Eric Boyd-Perkins
Scenografia     Seamus Flannery

Un sergente cristiano a tu per tu con una comunità di pagani. Potrebbe trattarsi solo di uno scontro tra ideologie diverse, ma c’è dell’altro; e il povero sergente se ne accorgerà…Si tratta di una pellicola assolutamente unica (capita raramente). Il tutto è velato da un’atmosfera sinistra, ma allo stesso tempo piacevole (come gli isolani sembrano vivere in perfetta simbiosi con la natura e con leggi che la regolano). Fin dall’inizio, si avverte il pericolo, ma resta una sensazione. Bravi gli attori: Lee (sua Signoria), la ragazza della locanda (la canzone su di lei: la danza nuda). Grande!

Dramma pagano, campestre e folkloristico, avvolto in un crescendo di tensione e in una spirale di mistero che esplode in un finale inquietante e terribile, degno dei migliori horror. Arcane religioni naturalistiche si scontrano contro i dogmi del cattolicesimo, così come l’austero e “verginale” Woodward – futuro agente McCall in “Un giustiziere a New York” – si scontra contro la politeista comunità locale.

Straordinario thriller di marca britannica, poco conosciuto ma con meritata fama di cult fra i suoi fan, all’interno del quale il regista esordiente Hardy, riesce con consumata maestria a creare delle atmosfere davvero inquietanti ed angoscianti nonché a dar vita ad un crescendo di tensione davvero coinvolgente ed efficace fino al crudele finale. Splendida la sceneggiatura che è molto originale così come pure notevoli le soluzioni visive che si vedono copiose nella pellicola. Visti i contenuti non meraviglia che abbia avuto problemi di censura.

Vedendo l’originale di Robin Hardy, si capisce ancor meglio quanto abbia “toppato” il remake un Neil Labute ormai in caduta libera (vedi anche il successivo La terrazza sul lago). La dialettica monoteismo/paganesimo politeistico che contrappone il rigido ufficiale Howie all’epicureo Lord Summerisle viene rappresentata, per immagini, attraverso il costante raccordo di sguardo tra il panico del protagonista e le paniche manifestazioni sessuali, rituali, musicali (le canzoni sembrano scritte da un Benigni, prima maniera, in vena) degli abitanti dell’isola. Epilogo indimenticabile.

Un thriller/horror decisamente interessante. L’ottima sceneggiatura accumula lentamente particolari macabri o bizzarri culminando in un finale di inaspettata cattiveria. La regia non è perfetta ma riesce ad orchestrare degnamente il crescendo di tensione. Un po’ troppi gli intermezzi musicali, ma non stonano più di tanto. Bravino il protagonista, ottimo Christopher Lee. Discreta colonna sonora. Da vedere.

Fama meritata di piccolo cult per questo lavoro di Hardy che combina atmosfera horror (tra il polanskiano e la fiaba), eros anni 70 ad alta gradazione, gusto del surreale e una trama avvincente. Il tutto condito da buona musica folk e facce (degli abitanti del villaggio) che sono tutto un programma. Si presta a più di una lettura del rapporto uomo-religione e affronta con stile lo scontro tra verità contrapposte. 4 pallini.

In questo innovativo thriller (era il 1972!), non sapevo per chi tifare, se per il poliziotto bacchettone e pedante o l’allegro paesino dedito al paganesimo spinto (culto del pene, donzelle che ballano nude sul fuoco, oscenità varie). Detto che il film scorre alla grande e che il finale è inatteso, restano però alcuni momenti imbarazzanti come le improvvise canzoni intonate in gruppo dagli abitanti del paesino celtico (memorabile quella con la figlia dell’oste che danza nuda). Horror-Musicarello!

Splendido e unico (tralasciamo l’osceno remake), questo piccolo gioiello all british ha lasciato un segno nella storia del cinema. Dall’arrivo dell’impettito poliziotto nel piccolo villaggio scozzese a seguire con un’atmosfera pesante di congiura che sfocia nell’allucinante finale. Momenti carichi di emozioni e anche di erotismo (ricordiamo il ballo nudo della vicina di stanza del poliziotto) che non risparmiano però un fondo di analisi del rapporto tormentato tra la madre inghilterra e le libere (nell’animo) terre celtiche. Cult assoluto!

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Affascinante pellicola che trasporta lo spettatore in una realtà quasi onirica. È interessante il contrapposto cristianesimo/paganesimo, così come si evince l’ottusità nelle proprie credenze di ciascuna fazione. Non spiace ma anzi è adorabile tutta la parte musicale, ed è un ben riuscito escamotage per condurre al duplice inganno finale che include anche lo spettatore stesso. Woodward nella sua quasi mono espressività piace così come, ovviamente, Lee. Il finale è decisamente eccellente. Gustosissimo.

Splendido horror made in England scritto e diretto magistralmente. Un opera potente e suggestiva, ambientata in paesaggi incantevoli e sottolineata da una colonna sonora di inarrivabile bellezza. Lo scontro tra paganesimo (guidato da un Christopher Lee che mai più raggiungerà simili vette) e cristianesimo (che ha il volto di Edward “Giustiziere di New York” Woodward) è assolutamente indimenticabile. Consigliata la versione Director’s Cut di 102 minuti.

Cosa si può dire di nuovo, di un cult-movie come questo? Originalissimo per l’epoca, ben diretto e sceneggiato, “pagano” quanto poche altre pellicole, infinitamente superiore al suo pleonastico e insignificante remake  inutilmente filo-femminista (politically correct…?). Purtroppo incompreso da molti critici, o tutt’al più ricordato quasi esclusivamente per una radiosa Britt Ekland nuda in una famosa sequenza fin troppo riprodotta da riviste e siti Internet. Un vero gioiellino misconosciuto.

Molto originale. La descrizione di un mondo lontano ed antico nel quale è interessante entrare. Un serio e bigotto ispettore di polizia viene spedito su una piccola isola scozzese alla ricerca di una ragazzina scomparsa. Scoprirà a sue spese un’intera comunità pagana, dedita a primitivi riti propiziatori d’origine celtica, che vive in simbiosi con la natura e pratica l’amore libero. Non è la sola rappresentazione del contrasto tra religioni o tra il Bene e il Male, vi è molto di più. Finale infuocato, visionario e apocalittico. Musiche stupende.

Esempio classico di horror-thriller mentale più che visivo. Un’atmosfera torbida ed inquitante s’annida in questo luogo in cui si praticano vecchi riti pagani. L’ingenua indagine di un poliziotto porterà a delle conseguenze estreme. Valida pellicola inglese che ha al suo attivo pure un remake.

Non per tutti, “The wicker man” è un film irripetibile, originale e genuino. I paesaggi molto suggestivi fanno venire la voglia di visitarli, la cultura celtica che ne traspare è così naturale da sembrare spontanea e quasi carpita, la recitazione di Lee e Woodward eccellente. La regìa merita dei complimenti a parte tanti sonogli spunti che suscitano la mia attenzione. In alcuni momenti mi ricorda un film di Olmi, in altri la coralità di un “Hair”, i “Carmina Burana” un documentario della National geographic, un’esperienza psichedelica alla fine. The best.

Ottimo esordio per Hardy, che orchestra mirabilmente questo giallo/grottesco con simbologie erotiche e religiose, riprese con abilità e rispetto delle tradizioni, dagli antichi riti pagani britannici. Il sergente Howie è il simbolo del cattolicesimo bigotto e borghese, che verrà risucchiato suo malgrado nel turbine sinuoso, solare, apparentemente tranquillo ma terribilmente ostinato degli abitanti di Summerisle. Cast all’altezza.

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A police sergeant (Edward Woodward) goes to a remote island near Scotland hearing that a young girl is missing. When he gets there it seems no one has ever heard of her…and most say she never existed. He continues to search and the mystery gets deeper and deeper leading up to a very disturbing conclusion.
I saw this during it’s theatrical reissue in 1980–it was the cut 88 minute version. I was disappointed. It was advertised as a horror film and the edited version leaves gaping plot holes. I just saw the extended version on the DVD and loved it!
For one thing, as I said, it is NOT a horror film. I went in expecting that and didn’t get it. It’s actually a thriller with strong religious and sexual overtures. There’s WAY too much to get into about the religious views in this film, and the sexual element is STRONG! There’s a whole circle of nude young women dancing around a fire, and an exceptional sequence in which a very erotic song is sung by a nude Britt Ekland. The mystery itself is fascinating but I really got caught up in the religious and social aspects presented in this film. Credit writer Anthony Shaffer for his script.
Also the acting is great on all counts. Woodward deserves credit for playing such an unlikable character–and STILL getting you to sympathize with him! Also Hammer stars Christopher Lee and Ingrid Pitt (whose part is brutally reduced in the short version) are just great! For one thing it’s interesting to see them playing fairly “normal” people (instead of vampires) and they give out excellent performances. Lee especially is enjoying himself–he did the film for free! To this day he said it’s his best movie–he’s right.
An excellent, haunting thriller but it might be too much for some people. There’s next to no blood or violence, but I do know some people who just found the ending a bit too much to handle. Still, it’s a definite must-see.
A deserved cult classic.

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settembre 8, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento