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La professoressa di scienze naturali

La professoressa di scienze naturali locandina

In un liceo, un incidente avvenuto in laboratorio mette fuori causa per parecchio tempo la titolare della cattedra, prof.ssa Mastrilli.
In sua vece arriva una giovane insegnante, che ovviamente è molto più giovane e avvenente della sua collega, anzianotta e bruttina.
La bellezza e il fascino della giovane insegnante,Stefania, non mancano di ammaliare i ragazzi della scuola ma non solo.
A palpitare sono anche i cuori di alcuni genitori, ovviamente maschi, ma colui che riesce a rapire il cuore della ragazza ( e non solo) è Andrea figlio del farmacista del paese, sposato ad una specie di ninfomane.
A corteggiare la ragazza c’è anche il solito vitellone ricco, che alla fine impalma la giovane insegnante, che però altrettanto ovviamente non rinuncia all’amore clandestino con Andrea.

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Adriana Facchetti e Ria De Simone

Solita trama per il solito film appartenente al fertile filone ambientato nel mondo della scuola, comprendente insegnanti e supplenti, ripetenti e presidi, liceali e quant’altro.
La professoressa di scienze naturali è in pratica indistinguibile da tanti prodotti clone, che vertono sulle trite e ritrite beffe scolastiche, su amori sospirati di alunni nei confronti di insegnanti avvenenti o viceversa di splendide studentesse innamorate di insegnanti belli e improbabili.

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Lilli Carati (Stefania) spiata con un periscopio artigianale

A variare il tutto c’è il cast, che di volta in volta propone caratteristi e bellone di turno; in questo caso abbiamo Lilli Carati, assolutamente monocorde e inespressiva nel ruolo della professoressa Stefania.
Come ebbe a dire un salace critico, la Carati ha due espressioni; una con il vestito l’altra senza, parafrasando Sergio Leone.
L’altra bellezza è la sfortunata Ria De Simone; nel film è Immacolata (ma guarda un pò) Balsamo, moglie assolutamente poco fedele, incapricciata di Genesio, ovvero Gianfranco D’Angelo, che è il commesso della farmacia del marito.
Attorno ruota il solito cast di caratteristi, con in testa il solito inossidabile Mario Carotenuto, per una volta nel ruolo non usuale di un prete, Don Antonio, oltre ad Alvaro Vitali, il solito liceale scorretto, Adriana Facchetti, l’insegnante sostituita per la gioia dei suoi alunni dalla procace Stefania, eppoi Serena Bennato, Angela Doria e Gianfranco Barra, Giacomo Rizzo e il solito playboy da strapazzo Michele Gammino.

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Le gag sono sempre le stesse, e passano indifferentemente dal liceale allupato che sbircia le gambe generosamente esposte della professoressa sotto la cattedra alla partita di calcio, questa volta sostenuta tra una rappresentanza maschile e una femminile, con tanto di energumeno in gonnella di stazza poderosa e tette d’acciaio.
Scene d’amore acquatico tra Andrea e Stefania, scene da voyeur con Peppino (Alvaro Vitali) e Andrea (Marco Gelardini) impegnati a spiare la solita professoressa che fa il bagno nuda, questa volta con un periscopio di preparazione artigianale.

La professoressa di scienze naturali 10Ria De Simone (Immacolata)

Per una volta non trionfa l’amore ma le corna, ed è l’unica novità di un film assolutamente anonimo, come anonima è la regia di Michele Massimo Tarantini, regista a cui si devono altre perle come  La poliziotta fa carriera (1975) ,L’insegnante viene a casa (1978),  L’insegnante al mare con tutta la classe (1979) , La dottoressa preferisce i marinai e Giovani, belle… probabilmente ricche (1982).
Film in cui resta davvero poco da ricordare, visto che latitano anche le battute, quelle cioè che assieme ai nudi delle attricette di turno attiravano il pubblico degli affezionati.

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La professoressa di scienze naturali, un film di Michele Massimo Tarantini. Con Lilli Carati, Alvaro Vitali, Ria De Simone,Adriana Facchetti, Giacomo Rizzo,Michele Gammino, Mario Carotenuto, Gastone Pescucci, Gianfranco Barra, Gino Pagnani, Gianfranco D’Angelo, Serena Bennato
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.

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Lilli Carati     …     Stefania Marini
Michele Gammino    …     Barone Fifì Cacciapuopolo
Alvaro Vitali    …     Peppino Cariglia
Giacomo Rizzo    …     Professor Straziota
Ria De Simone    …     Immacolata Balsamo
Gianfranco Barra    …     Preside
Gastone Pescucci    …     Nicola Balsamo
Adriana Facchetti    …     Prof. Mastrilli
Serena Bennato    …     Ernesta
Angela Doria    …     Graziella
Gino Pagnani    …     Cliente della farmacia
Marco Gelardini    …     Andrea Balsamo
Gianfranco D’Angelo    …     Genesio
Mario Carotenuto    …     Don Antonio

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Regia: Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura: Francesco Milizia, Marino Onorati    e Franco Mercuri
Produzione: Luciano Martino
Musiche: Alessandro Alessandroni
Editing : Daniele Alabiso
Costumi : Rosalba Menichelli


Mediocre commedia scoreggiona, con una Carati molto statica. Qualche risatina la strappa, ma troppo spesso si cade nell’infimo (o giù di lì). Per gli affezionati del genere va sottolineato che Carotenuto NON fa il preside (è il prete) e che D’Angelo NON fa l’insegnante (è il commesso della farmacia)! Si arriva all’ora e mezzo inserendo cosucce banali (come Pagnani in farmacia) o tremende (come la partita di calcio). La domestica Ernesta è la Bennato, la Regina dell’atroce Biancaneve e Co.

Dopo averla vista in Di che segno sei?  dell’anno precedente, Tarantini ha il merito (intuitivo) di notare, nella genuina bellezza della Carati, che il suo fisico si presta bene a lanciare nel fervido panaroma delle sexy commedie una nuova “impiegata”: la Professoressa del titolo. Per il resto la pellicola soffre della mancanza di veri attori e si sorregge (poco) unicamente sulla presenza di caratteristi noti per le loro comparsate (Gianfranco Barra, Gino Pagnani, Adriana Facchetti). Su D’Angelo e Vitali meglio stendere un velo pietoso.

Grossolana commedia sexy apparentata al filone scolastico dal quale assume gli immancabili Vitali, D’Angelo, Carotenuto, Gammino, Barra. L’unico appeal è la presenza della Carati, la bellissima insegnante del titolo ovviamente concupita da alunni e colleghi. Il resto è insopportabile squallore, che raggiunge il punto più basso nella De Simone trasformata in… pastasciutta. Finale “cornuto”.

Il canovaccio è sempre lo stesso di tutti i film di questo genere, ovvero la solita bella (in questo caso la Carati) e poi tutta una serie di macchiette (Vitali, D’Angelo e così via). Però, a differenza di altri film dello stesso tipo, fa ridere molto meno e le grazie della Carati non bastano a risollevare il film. Le battute di Vitali e D’Angelo risultano essere delle discrete freddure. Per i fan della Carati e niente di più.

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settembre 10, 2010 Pubblicato da: | Commedia, Erotico | , , , , , , | 1 commento

The wicker man

The wicker man locandina

Il sergente Howie è il responsabile della legalità in una piccola località scozzese, uno di quei posti tranquilli dove generalmente non accade mai nulla, dove il massimo del pericolo è costituito da qualche lite fra coniugi o da qualche ubriacone o vagabondo di passaggio.
A rompere la monotonia e la tranquillità della vita di Howie arriva una segnalazione, rigorosamente anonima, che denuncia la scomparsa della giovane Rowan Morrison, avvenuta secondo l’anonimo informatore nell’isola di proprietà di Lord Summerisle.

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“Avete mai visto questa ragazza?”

Howie decide di indagare e si reca sull’isola, dove da subito l’uomo respira l’atmosfera di diffidenza e di scarsa collaborazione che caratterizza gli abitanti dell’isola.
Gli abitanti dell’isola creano subito un muro, contro il quale Howie si trova a cozzare ripetutamente: gli isolani sembrano avere leggi proprie, oltre a strani credo e convinzioni personali che sfuggono anche al rispetto delle leggi vigenti nella nazione scozzese.

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Britt Ekland

Nel corso delle indagini Howie si rende conto di diverse stranezze; Rowan non sembra morta, quanto piuttosto nascosta dagli isolani, che non vogliono possa avere contatto con il rappresentante della legge, ma non solo.
Sull’isola avvengono strani riti che sembrano arrivare direttamente dal passato, come un orgiastico rito della fertilità, legato intimamente al credo della reincarnazione e dell’appartenenza dell’uomo a rigide e intime leggi di comunione con la natura.
Il primo maggio Howie ha la prova che davvero nell’isola accade qualcosa di particolare: i riti che vi avvengono, le particolari convinzioni religiose sembrano implicare anche il ricorso a riti pagani ancestrali, incluso il sacrificio umano.

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Uno scherzo beffardo….

Il sergente arriverà in tempo per assistere alla rappresentazione finale di uno di questi riti, dopo che l’uomo ha cercato inutilmente di fuggire dall’isola per andare a chiamare rinforzi.
Scoprirà anche che la famosa lettera è stata semplicemente un’esca per chiamarlo sull’isola….
Perchè, e sopratutto, chi è la misteriosa vittima sacrificale?
The wicker man si ispira ad un fatto vero accaduto antecedentemente all’epoca in cui il regista
Robin Hardy (1973) girò questo affascinante e tirato dramma che avrà poi un deludentissimo remake nel 2006, distribuito con il titolo Il prescelto e interpretato malamente da un Nicholas Cage bolso e inespressivo.

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Il sensuale ballo di Willow

Film caratterizzato da una tensione latente sempre sul punto di esplodere, The wicker man sembra un giallo con forti connotazioni thriller: c’è il classico della persona scomparsa, c’è il poliziotto che indaga tra strane reticenze.
Ma, come innovazione, c’è una persona scomparsa che sembra più occultata che morta, c’è una comunità che sfugge alle regole di convivenza civile, che si è dotata di leggi proprie e che vive in apparente simbiosi con queste leggi, un miscuglio di credenze nel rito della madre terra mescolato ai riti pagani orgiastici della fertilità e al credo della reincarnazione, c’è una comunità omertosa che protegge i suoi segreti ma che sembra anche, al tempo stesso, stimolare il detective alla scoperta di questo strano mondo, quasi dietro le mosse degli isolani ci fosse un disegno apparentemente incomprensibile, ma al tempo stesso straordinariamente lucido e folle.

Howie si trova a muoversi quindi in un mondo con leggi proprie, che sfuggono a quella legge che lui rappresenta.
L’isola sembra fuori dalla Scozia, regolata da proprie leggi che non includono il rispetto della giurisdizione di quella della nazione d’appartenenza, anzi.
Lord Summerisle, il proprietario dell’isola, sembra un’antica divinità, con diritto di vita e di morte su tutto e tutti, e contemporaneamente sembra l’ispiratore dei misteriosi riti che avvengono sull’isola.
Per una volta non centra il demonio, non centra la solita setta satanica.
C’è qualcosa però di altrettanto letale e altrettanto pericoloso, nell’atmosfera che si respira tra la popolazione locale.
C’è un’omertà contro la quale Howie combatterà uscendone sconfitto; chi lo aiuta lo fa in nome di un disegno che sarà chiaro solo alla fine, quando l’intrigo sarà delineato in ogni particolare.
Robin Hardy riesce a ricostruire in maniera assolutamente straordinaria un’atmosfera di intrigo e di sospetti, di suspense e di magia sospesa tale da attrarre lo spettatore come una calamita.
Man mano che seguiamo le indagini di Howie, riusciamo a calarci nella realtà dell’isola, pur rimanendo estranei alle motivazioni che spingono gli isolani ai loro strani comportamenti.
Prendiamo le parti di Howie, perchè nel nostro DNA c’è il rispetto per le leggi e per le istituzioni, così degnamente rappresentate dall’integerrimo poliziotto.
Eppure, alla fine, quando il quadro viene finalmente svelato, proviamo anche un moto nascosto di simpatia per quella gente capace di ordire una trama così fine, così splendidamente recitata tale da attrarre l’uomo della legge in una tela di ragno in cui la preda non ha alcuna possibilità di uscita.
Un film bello e intelligente, splendidamente recitato.
A cominciare da Edward Woodward, che interpreta il tutore della legge, l’uomo della legalità, quel sergente Howie profondamente cattolico che non accetta trasgressioni a quelli che sono i suoi punti fermi, il suo codice morale.
La legge va rispettata, il credo religioso è uno, non sono ammesse deroghe.
Eppure Howie scoprirà che in quel mondo isolato tutto questo non ha alcun valore; e tutto ciò in cui crede viene messo pesantemente in discussione.

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Una processione rituale

Quando, troppo tardi, capirà la verità, sarà lui lo sconfitto, lui che rappresenta il mondo ordinato e regolato di fuori.
Edward Woodward riesce a rappresentare alla perfezione il suo personaggio, che appare un tantino bigotto, irrigimentato da regole.
E queste contraddizioni, che alla fine esploderanno in maniera devastante, si vedono sul volto dell’attore, che recita davvero da grande.

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Riti pagani?

Accanto a lui c’è Christopher Lee, un Lord Summerisle difficilmente replicabile da altri attori.
Un signore padrone che è contemporaneamente anche un dio, rappresentante di tutto ciò in cui credono gli isolani, un uomo con diritto di vita e di morte, in tutti i sensi.
E’ lui a gestire i riti, è lui a orchestrare tutto ciò che accade sotto i nostri occhi.
Lee recita da grande, qual’è sempre stato.

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Osservatori attenti seguono il sergente Howie

Vanno segnalate altre prove maiuscole, come quella di Diane Cilento nel ruolo di Miss Rose, quella della bellissima Britt Ekland nel ruolo di Willow, e ancora Ingrid Pitt ecc.
Tutto il cast è da elogiare, in effetti.
Quando, 4 anni fa, il regista Neil LaBute decise di affrontare il remake del film, lo fece sbagliando clamorosamente sia la sceneggiatura che il cast. Due errori fatali che porteranno a un impossibile confronto tra l’originale,

assolutamente unico e il remake, in cui la carica trasgressiva del discorso religioso, quella dell’isolamento degli abitanti dell’isola, retti da proprie leggi in comunione con le forze della natura viene ridicolizzata e banalizzata, trasformata in una rappresentazione commerciale senza alcun valore cinematografico.

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Ingrid Pitt

Colpa di un pessimo Nicholas Cage, colpa di una sceneggiatura scandalosa, colpa al solito dell’industria cinematografica che privilegia l’aspetto in rapporto al contenuto.
Poco male, a consolarci resta sempre The wicker man, film tra i più intelligenti, intriganti dell’intero decennio settanta.

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Quale sarà la vittima dell’altare sacrificale?

The wicker man, un film di Robin Hardy,con Edwin Woodward,Christopher Lee ,Diane Cilento,Britt Ekland ,Ingrid Pitt Inghilterra 1973, Drammatico/thriller

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Edwin Woodward     …     Sergente Howie
Christopher Lee    …     Lord Summerisle
Diane Cilento    …     Miss Rose
Britt Ekland    …     Willow
Ingrid Pitt    …     Libraio
Lindsay Kemp    …     Alder MacGreagor
Russell Waters    …     Harbour Master
Aubrey Morris    …     Vecchio giardiniere
Irene Sunters    …     May Morrison
Walter Carr    …     Preside della scuola
Ian Campbell    …     Oak
Leslie Blackater    …     Parrucchiere
Roy Boyd    …     Broome
Peter Brewis    …     Musicista
Barbara Rafferty    …     Donna con il bambino
Juliet Cadzow    …     Un’abitante di  Summerisle
Penny Cluer    …     Gillie
Michael John Cole    …     Musicista
Kevin Collins    …     Vecchio pescatore
Gerry Cowper    …     Rowan Morrison
Ian Cutler    …     Musicista
Donald Eccles    …     T.H. Lennox
Myra Forsyth    …     Signora. Grimmond
John Hallam    …     P.C. McTaggert
Alison Hughes    …     Fidanzato di Howie
Charles Kearney    Macellaio
Fiona Kennedy    …     Holly
John MacGregor    …     Baker
Jimmy MacKenzie    …     Briar
Lesley Mackie    …     Daisy
Jennifer Martin    …     Myrtle Morrison
Helen Norman    …     Abitante di Summerisle
Lorraine Peters    …     Ragazza sulla tomba
Tony Roper    …     Postino
John Sharp    …     Dottor Ewan
Elizabeth Sinclair    …     Abitante di Summerisle
Andrew Tompkins    …     Musicista
Richard Wren    …     Ash Buchanan

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Regia di Robin Hardy
Sceneggiatura di Anthony Shaffer
Tratto da un racconto di David Pinner
Prodotto da Peter Snell
Musiche di Paul Giovanni
Film Editing ;Eric Boyd-Perkins
Casting ;Maggie Cartier
Direttore artistico Seamus Flannery
Casa di produzione     British Lion Films
Fotografia     Harry Waxman
Montaggio     Eric Boyd-Perkins
Scenografia     Seamus Flannery

Un sergente cristiano a tu per tu con una comunità di pagani. Potrebbe trattarsi solo di uno scontro tra ideologie diverse, ma c’è dell’altro; e il povero sergente se ne accorgerà…Si tratta di una pellicola assolutamente unica (capita raramente). Il tutto è velato da un’atmosfera sinistra, ma allo stesso tempo piacevole (come gli isolani sembrano vivere in perfetta simbiosi con la natura e con leggi che la regolano). Fin dall’inizio, si avverte il pericolo, ma resta una sensazione. Bravi gli attori: Lee (sua Signoria), la ragazza della locanda (la canzone su di lei: la danza nuda). Grande!

Dramma pagano, campestre e folkloristico, avvolto in un crescendo di tensione e in una spirale di mistero che esplode in un finale inquietante e terribile, degno dei migliori horror. Arcane religioni naturalistiche si scontrano contro i dogmi del cattolicesimo, così come l’austero e “verginale” Woodward – futuro agente McCall in “Un giustiziere a New York” – si scontra contro la politeista comunità locale.

Straordinario thriller di marca britannica, poco conosciuto ma con meritata fama di cult fra i suoi fan, all’interno del quale il regista esordiente Hardy, riesce con consumata maestria a creare delle atmosfere davvero inquietanti ed angoscianti nonché a dar vita ad un crescendo di tensione davvero coinvolgente ed efficace fino al crudele finale. Splendida la sceneggiatura che è molto originale così come pure notevoli le soluzioni visive che si vedono copiose nella pellicola. Visti i contenuti non meraviglia che abbia avuto problemi di censura.

Vedendo l’originale di Robin Hardy, si capisce ancor meglio quanto abbia “toppato” il remake un Neil Labute ormai in caduta libera (vedi anche il successivo La terrazza sul lago). La dialettica monoteismo/paganesimo politeistico che contrappone il rigido ufficiale Howie all’epicureo Lord Summerisle viene rappresentata, per immagini, attraverso il costante raccordo di sguardo tra il panico del protagonista e le paniche manifestazioni sessuali, rituali, musicali (le canzoni sembrano scritte da un Benigni, prima maniera, in vena) degli abitanti dell’isola. Epilogo indimenticabile.

Un thriller/horror decisamente interessante. L’ottima sceneggiatura accumula lentamente particolari macabri o bizzarri culminando in un finale di inaspettata cattiveria. La regia non è perfetta ma riesce ad orchestrare degnamente il crescendo di tensione. Un po’ troppi gli intermezzi musicali, ma non stonano più di tanto. Bravino il protagonista, ottimo Christopher Lee. Discreta colonna sonora. Da vedere.

Fama meritata di piccolo cult per questo lavoro di Hardy che combina atmosfera horror (tra il polanskiano e la fiaba), eros anni 70 ad alta gradazione, gusto del surreale e una trama avvincente. Il tutto condito da buona musica folk e facce (degli abitanti del villaggio) che sono tutto un programma. Si presta a più di una lettura del rapporto uomo-religione e affronta con stile lo scontro tra verità contrapposte. 4 pallini.

In questo innovativo thriller (era il 1972!), non sapevo per chi tifare, se per il poliziotto bacchettone e pedante o l’allegro paesino dedito al paganesimo spinto (culto del pene, donzelle che ballano nude sul fuoco, oscenità varie). Detto che il film scorre alla grande e che il finale è inatteso, restano però alcuni momenti imbarazzanti come le improvvise canzoni intonate in gruppo dagli abitanti del paesino celtico (memorabile quella con la figlia dell’oste che danza nuda). Horror-Musicarello!

Splendido e unico (tralasciamo l’osceno remake), questo piccolo gioiello all british ha lasciato un segno nella storia del cinema. Dall’arrivo dell’impettito poliziotto nel piccolo villaggio scozzese a seguire con un’atmosfera pesante di congiura che sfocia nell’allucinante finale. Momenti carichi di emozioni e anche di erotismo (ricordiamo il ballo nudo della vicina di stanza del poliziotto) che non risparmiano però un fondo di analisi del rapporto tormentato tra la madre inghilterra e le libere (nell’animo) terre celtiche. Cult assoluto!

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Affascinante pellicola che trasporta lo spettatore in una realtà quasi onirica. È interessante il contrapposto cristianesimo/paganesimo, così come si evince l’ottusità nelle proprie credenze di ciascuna fazione. Non spiace ma anzi è adorabile tutta la parte musicale, ed è un ben riuscito escamotage per condurre al duplice inganno finale che include anche lo spettatore stesso. Woodward nella sua quasi mono espressività piace così come, ovviamente, Lee. Il finale è decisamente eccellente. Gustosissimo.

Splendido horror made in England scritto e diretto magistralmente. Un opera potente e suggestiva, ambientata in paesaggi incantevoli e sottolineata da una colonna sonora di inarrivabile bellezza. Lo scontro tra paganesimo (guidato da un Christopher Lee che mai più raggiungerà simili vette) e cristianesimo (che ha il volto di Edward “Giustiziere di New York” Woodward) è assolutamente indimenticabile. Consigliata la versione Director’s Cut di 102 minuti.

Cosa si può dire di nuovo, di un cult-movie come questo? Originalissimo per l’epoca, ben diretto e sceneggiato, “pagano” quanto poche altre pellicole, infinitamente superiore al suo pleonastico e insignificante remake  inutilmente filo-femminista (politically correct…?). Purtroppo incompreso da molti critici, o tutt’al più ricordato quasi esclusivamente per una radiosa Britt Ekland nuda in una famosa sequenza fin troppo riprodotta da riviste e siti Internet. Un vero gioiellino misconosciuto.

Molto originale. La descrizione di un mondo lontano ed antico nel quale è interessante entrare. Un serio e bigotto ispettore di polizia viene spedito su una piccola isola scozzese alla ricerca di una ragazzina scomparsa. Scoprirà a sue spese un’intera comunità pagana, dedita a primitivi riti propiziatori d’origine celtica, che vive in simbiosi con la natura e pratica l’amore libero. Non è la sola rappresentazione del contrasto tra religioni o tra il Bene e il Male, vi è molto di più. Finale infuocato, visionario e apocalittico. Musiche stupende.

Esempio classico di horror-thriller mentale più che visivo. Un’atmosfera torbida ed inquitante s’annida in questo luogo in cui si praticano vecchi riti pagani. L’ingenua indagine di un poliziotto porterà a delle conseguenze estreme. Valida pellicola inglese che ha al suo attivo pure un remake.

Non per tutti, “The wicker man” è un film irripetibile, originale e genuino. I paesaggi molto suggestivi fanno venire la voglia di visitarli, la cultura celtica che ne traspare è così naturale da sembrare spontanea e quasi carpita, la recitazione di Lee e Woodward eccellente. La regìa merita dei complimenti a parte tanti sonogli spunti che suscitano la mia attenzione. In alcuni momenti mi ricorda un film di Olmi, in altri la coralità di un “Hair”, i “Carmina Burana” un documentario della National geographic, un’esperienza psichedelica alla fine. The best.

Ottimo esordio per Hardy, che orchestra mirabilmente questo giallo/grottesco con simbologie erotiche e religiose, riprese con abilità e rispetto delle tradizioni, dagli antichi riti pagani britannici. Il sergente Howie è il simbolo del cattolicesimo bigotto e borghese, che verrà risucchiato suo malgrado nel turbine sinuoso, solare, apparentemente tranquillo ma terribilmente ostinato degli abitanti di Summerisle. Cast all’altezza.

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A police sergeant (Edward Woodward) goes to a remote island near Scotland hearing that a young girl is missing. When he gets there it seems no one has ever heard of her…and most say she never existed. He continues to search and the mystery gets deeper and deeper leading up to a very disturbing conclusion.
I saw this during it’s theatrical reissue in 1980–it was the cut 88 minute version. I was disappointed. It was advertised as a horror film and the edited version leaves gaping plot holes. I just saw the extended version on the DVD and loved it!
For one thing, as I said, it is NOT a horror film. I went in expecting that and didn’t get it. It’s actually a thriller with strong religious and sexual overtures. There’s WAY too much to get into about the religious views in this film, and the sexual element is STRONG! There’s a whole circle of nude young women dancing around a fire, and an exceptional sequence in which a very erotic song is sung by a nude Britt Ekland. The mystery itself is fascinating but I really got caught up in the religious and social aspects presented in this film. Credit writer Anthony Shaffer for his script.
Also the acting is great on all counts. Woodward deserves credit for playing such an unlikable character–and STILL getting you to sympathize with him! Also Hammer stars Christopher Lee and Ingrid Pitt (whose part is brutally reduced in the short version) are just great! For one thing it’s interesting to see them playing fairly “normal” people (instead of vampires) and they give out excellent performances. Lee especially is enjoying himself–he did the film for free! To this day he said it’s his best movie–he’s right.
An excellent, haunting thriller but it might be too much for some people. There’s next to no blood or violence, but I do know some people who just found the ending a bit too much to handle. Still, it’s a definite must-see.
A deserved cult classic.

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settembre 8, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Inquisicion

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Francia, nei pressi di Carcassonne
Mentre infuria la peste, il flagello più temuto del medioevo, arriva nella regione il nuovo inquisitore, mandato dalla chiesa per reprimere il fenomeno della stregoneria, ritenuto una delle cause scatenanti della peste stessa.
Il primo caso che si trova a dover affrontare il nuovo inquisitore è quello di due ragazze colpite dalla peste; convinto che si tratti di una prova dell’esistenza del maligno, l’inquisitore decide di svolgere delle indagini.

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Paul Naschy è Bernard de Fossey, l’inquisitore

Nel frattempo si incrociano le storie di Catherine, che vede il suo giovane spasimante abbandonarla temporaneamente per un lavoro fuori città e quella del servitore deforme che spia e ruba i vestiti a quattro innocenti ragazze che fanno il bagno nude nel fiume del paese.
L’uomo le denuncia al magistrato inquirente come sospette streghe, e le donne vengono quindi sottoposte a tortura proprio dall’implacabile inquisitore.
La devastante tortura costringe le donne a confessare l’adorazione del demonio, cosa naturalmente non vera; vengono così allestiti i roghi che, nelle intenzioni dell’inquisitore,dovranno purificare i loro corpi e le loro anime dalla presenza del maligno.
Nel frattempo Jean, lo spasimante di Catherine, viene ucciso a scopo di rapina mentre è in viaggio; Catherine, appresa la notizia, cade in una profonda depressione.

Inquisicion 2

Una notte sogna il suo amante che le rivela di essere stato assassinato su commissione; Catherine, al risveglio, decide di scoprire chi sia il misterioso mandante e per far ciò non esita a contattare la potente strega Mabille, che in cambio di un patto con il diavolo, le promette potere e sopratutto vendetta.
Nel corso di un rito satanico, Catherine viene così iniziata al Maligno, non prima di aver steso un regolare patto scritto con lo stesso.
Il maligno le rivela l’identità del misterioso mandante della morte di Jean: si tratta nientemeno che del grande inquisitore in persona.
Catherine giura vendetta, e bella com’è ben presto entra nelle grazie dell’inquisitore, che seduce dannandolo in eterno.
I due diventano amanti, ma verranno scoperti e condannati al rogo; mentre Catherine morirà poco dignitosamente sul rogo urlano quando si renderà conto che il maligno non interviene per salvarla, l’inquisitore accetterà con serenità il suo destino, affrontando la morte con rassegnazione e con forte senso di espiazione.

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Inquisicion, diretto e interpretato da Paul Naschy nel 1976 è un buon film, a cui manca veramente poco per essere definito ottimo.
Manca un senso del ritmo più serrato, per esempio, tipico del regista esperto che Naschy non è, manca in qualche modo la linearità del racconto, che a volte si attorciglia su se stesso.

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 Daniela Giordano è Catherine

Particolari di poco conto, però, perchè dietro il film si vede lo sforzo dell’attore regista di essere quanto più possibile fedele alla realtà storica; così assistiamo ad una rappresentazione abbastanza veritiera dei barbari usi dell’Inquisizione di utilizzare la tortura per estorcere improbabili confessioni di adorazione del demonio a gente che spesso aveva l’unica colpa di avere delle malattie mentali, o più semplicemente accusate e calunniate ingiustamente e perciò denunciate come streghe.
Denunce che finivano, nella stragrande maggioranza dei casi, con una confessione estorta al malcapitato di turno; era impossibile resistere ai tremendi sistemi e mezzi dell’Inquisizione, che si avvaleva anche del micidiale Malleus maleficarum, il martello delle streghe, scritto attorno al 1486 da due padri domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer.In esso si alternavano stravaganti metodi per individuare le streghe,si indicavano rimedi contro le fatture,si parlava della natura della stregoneria,del suo rapporto con il maligno.In realtà i due autori puntarono il dito,con sospetta malizia,sulla sfera sessuale dei presunti adepti streghe o negromanti che fossero.

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La Chiesa,ufficialmente,non adottò mai questo testo,ma ufficiosamente la sua rilevanza fu decisiva.
Naschy quindi utilizza la realtà storica, il Malleus maleficarum, il processo alle streghe, la tortura, per denunciare il clima di intolleranza e persecuzione che fu tipico del periodo in cui agì la Santa Inquisizione, che di santo aveva in verità ben poco.
La tortura è mostrata nella sua brutalità, anche se va detto che maliziosamente l’attore spagnolo non esita a utilizzare qualche bella ragazza nuda per sollecitare ancor più l’interesse dello spettatore.

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Il discorso inquisizione si fa ancor più interessante nei dialoghi tra lo stesso inquisitore, interpretato da Naschy e i vari notabili, discorsi nei quali si vede come la commistione fra realtà, superstizione,un malinteso senso della fede fossero una miscela altamente pericolosa per tutti coloro che deviavano dal cammino mostrato dalla Chiesa.
Il cast è adeguato al film, che resta drammatico per una buona parte, pur nella lentezza scelta e calcolata da Naschy per dare un senso di oppressione ancor più rilevante al tutto; eppure se la sua è una buona prova, riesce in questo caso ad essere più convincente come regista che come attore.

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Il personaggio di Bernard de Fossey, l’inquisitore intransigente è reso con buona perizia, ma risulta un po stereotipato, quasi Naschy scegliesse di darne una visione tormentata interiormente da conflitti irrisolti.
Il risultato è che il suo personaggio appare statico e monocorde.
Molto meglio la bellissima Daniela Giordano, che interpreta Catherine, la donna che dannerà se stessa e l’inquisitore per vendetta ma non solo.
Il suo personaggio appare quello di una donna che agisce in preda a motivi abietti, come la sete di vendetta unita anche al desiderio di diventare potente.

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Memorabile la sequenza della consacrazione al demonio, con lei rinchiusa in un pentacolo, completamente nuda mentre offre al signore degli inferi il teschio del suo amante, che ha staccato dal corpo appeso ad un albero, così come memorabile è il congresso satanico in cui satana stesso le appare con il volto dell’Inquisitore.
Bene anche Monica Randall, attrice di buon livello, catalana puro sangue nonostante il cognome inglese, così come lavora con buona professionalità il resto del cast.
Come dicevo prima, in questo film, a modesto parere, prevale più il regista Naschy invece che l’attore; è il primo film che dirige, e lo fa da consumato professionista utilizzando il nome Jacinto Molina.

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Due modi diversi di affrontare la morte: la dignità di Bernard…..

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…la paura di Catherine, consapevole che il diavolo non l’aiuterà

Da regista girerà altri 13 film, senza più raggiungere la freschezza e la fluidità di questo primo lavoro.
In ultimo, bella la location, così come di buon livello la fotografia, che rende decisamente realistico il film attraverso l’utilizzo di un’immagine vivida.

Inquisicion, un film di Paul Naschy (Jacinto Molina), con  Paul Naschy, Daniela Giordano, Mónica Randall, Ricardo Merino, Tony Isbert, Julia Saly, Antonio Iranzo, Juan Luis Galiardo, Eduardo Calvo, Tota Alba, E. Maria Salerno,  Eva León, Loli Tovar, Jenny O’Neil, Isabel Luque, Belén Cristino, Antonio Casas. Spagna 1976, Drammatico

 

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“Le ferite non sanguinano: è una strega!”

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Una relazione blasfema

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Confessioni estorte con la tortura

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Paul Naschy… Bernard de Fossey / Satana
Daniela Giordano …Catherine
Mónica Randall… Madeleine
Ricardo Merino… Nicolas Rodier
Tony Isbert… Pierre Burgot
Julia Saly… Elvire
Antonio Iranzo… Rénover
Juan Luis Galiardo… Jean Duprat
Eduardo Calvo… Émile
Tota Alba… Mabille
Eva León… Pierril Fillé

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Regia soggetto e sceneggiatura: Jacinto Molina
Produzione: Ancla Century Films, Anubis Films
Distribuzione: Manga Films S.L., Sinister Cinema, Video City
Fotografia: Miguel Fernández Mila
Montaggio: Soledad López
Effetti speciali: Francisco García San José, Pablo Pérez
Scenografia: Gumersindo Andrés,  Augusto Fenollar
Musiche: Máximo Barratas

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«…Paul Naschy’s take on witch-hunting, and the period of the Inquisition that gave witch-hunters their greatest resources and rationale, is different, however. With his sympathies for villains made evident by the films he has scripted and starred in, Naschy makes his witch-hunting inquisitor, Bernard de Fossey, a more complex figure. Indeed, Naschy’s inquisitor emerges a sympathetic soul toward the end of the film, a victim of love and the machinations of a woman, a person of stubborn dedication unimpressed by feminine charms except for the one special woman who vanquishes his will and subverts his duty. Inquisition marked the first time that Paul Naschy directed a film, more out of necessity than anything else. Of course, he scripted and starred in the film as well. As usual, Naschy spent time researching his subject matter. The story is based on a factual occurrence in medieval France, in the region of Carcassone, where a magistrate fell in love with a suspected witch; the lovers wound up being burned at the stake. Naschy’s research doesn’t end here. As the film evolves we get an educational primer on the witchery and witch-hunters and Satanism through the characters’ dialogue. Exposition is buttressed by dimensional authenticity…».

settembre 7, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 2 commenti

Passi di morte perduti nel buio

Passi di morte perduti nel buio locandina

 

Alcune persone sono sedute nello scompartimento di un treno che porta da Salonicco ad Atene.
All’improvviso, durante l’attraversamento di una galleria, una ragazza viene pugnalata a morte con uno stiletto di proprietà di un fotoreporter italiano, Luciano Morelli.
Quando il treno arriva in stazione, tutti gli occupanti vengono interrogati dalla polizia, mentre i sospetti si accentrano proprio su Luciano.
Poco dopo però ad essere ucciso è un giovane, Raul, che ha tentato un ricatto al misterioso assassino del treno, che evidentemente conosce. Raul, in possesso di un guanto del killer, viene però ucciso proprio durante la consegna del denaro chiesto come contropartita. Poi è la volta di una ragazza, amante di Ulla, una splendida ballerina di colore che era anche l’amante di Raul, poi è la volta della stessa Ulla, che viene sbudellata dal killer.

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Mentre le morti si susseguono, Luciano tenta dapprima di travestirsi da donna, poi, con l’aiuto di una fotomodella tanto bella quanto svampita, che è la sua amante, Ingrid e con l’aiuto di una coppia di svitati personaggi tenta di investigare da solo. Sarà una sua brillante intuizione a far cadere in trappola il misterioso killer, dopo che quest’ultimo ha assassinato anche un antiquario.
Dopo un inizio abbastanza interessante (la ragazza pugnala nel treno, in stile Assassinio sull’Orient Express), Passi di morte perduti nel buio, diretto da Maurizio Pradeaux nel 1976 si perde clamorosamente non tanto nella trama del giallo, che mescola confusamente una storia di droga (l’assassino ama la bella vita e uccide per denaro e per droga) con battute comiche assolutamente risibili e fuori contesto.

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Se Leonard Mann (Luciano Morelli) mostra da subito pecche recitative notevoli, culminate nel travestimento da donna che lo rende ancora più inverosimile, Vera Krouska, che interpreta la fotomodella Ingrid è assolutamente insopportabile con una voce stridula, affetta da idiozia allo stato puro e svampita in maniera semplicemente totale.
Si aggiunga poi che il ruolo dell’ispettore è affidato ad un Robert Webber supponente e antipatico, affetto da problemi di stomaco e assurdamente cocciuto e che il resto del cast sembra raccattato più per evidenti problemi di budget che per necessità narrative e si avrà il quadro completo di questo sciagurato film di Pradeaux,

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che pure veniva dalla lusinghiera prova di Passi di danza su una lama di rasoio (1973), dove aveva avuto a disposizione una coppia di ben altro spessore, ovvero Nieves Navarro (Susan Scott) e Robert Hoffmann.
A irritare ancor più è il maldestro tentativo di allegerire la tensione con sprazzi di comicità demenziale: basti pensare all’ultimissima battuta del film, una parolaccia (il celebre vaffa) rivolta da Morelli all’altra svampita ragazza che collabora alle indagini.

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Il film, girato ad Atene, ha almeno il pregio di mostrare il Partenone e qualche altro monumento, che a ben vedere sono l’unica cosa guardabile del film. Le bellezze discinte che costellano il film, dall’attrice di colore Susy Jennings che interpreta Ulla, passando per Vera Krouska, Albertina Capuani, Imelde Marani e Barbara Seidel, oltre a mostrare parti anatomiche come seni e glutei altro non fanno.

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E poichè va anche detto che non sono nemmeno fisicamente attraenti, il quadro si compie con somma costernazione degli spettatori.
Qualche scena splatter, un primo piano quasi totale del pube della Jennings, che viene sbudellata in primo piano.

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Passi di morte perduti nel buio, di Maurizio Pradeaux, con Vera Krouska, Antonio Maimone, Leonard Mann, Barbara Seidel, Robert Webber,Albertina Capuani,Susy Jennings Imelde Marani e Barbara Seidel Thriller, Italia 1976

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Leonard Mann     …     Luciano Morelli
Robert Webber    …     Ispettore
Vera Krouska    …     Ingrid Stelmosson
Antonio Maimone    Omar Effendi
Susy Jennings…            Ulla

Regia: Maurizio Pradeaux
Sceneggiatura: Arpad De Riso, Maurizio Pradeaux
Prodotto dalla Salaria film     ….
Produttore associato: Dimitri Dimitriadis
Musiche: Riz Ortolani
Editing: Eugenio Alabiso
Costumi: Duilia Travenzoli
Art Direction:Giovanni Fratalocchi


Sulla linea ferroviaria Istanbul-Atene, qualcuno manomette l’impianto elettrico. Nei pressi d’una galleria, al buio, su una carrozza avviene un delitto: una giovane donna è accoltellata a morte. I sospetti ricadono tra i 5 compagni dello scompartimento, ma ci sono due testimoni, in possesso di prove schiaccianti: inizia, così, una catena, inarrestabile di delitti. Pradeaux torna al giallo dopo 5 anni, e stavolta predilige un impianto “leggero” e quasi da commedia (la scena conclusiva della cassaforte) vanificando l’intera (interessante) sceneggiatura. Poco thriller e parecchia ironia, insomma.

Terribile giallaccio di Pradeaux distrutto (deliberatamente?) dallo stesso regista, che fin dall’inizio infarcisce il copione di desolanti battute che avrebbero provocato linciaggi all’Ambra Jovinelli, per di più recitate in romanesco posticcio (con l’ebete Manzella doppiato da Claudio Capone), oltre tutto completamente fuori contesto dato che dovremmo essere ad Atene, non a Trastevere. Peccato, perchè quando decide di fare sul serio (vedi il bellissimo omicidio sul tetto) Pradeaux dimostra di non essere totalmente digiuno del mestiere.

Dopo il già piuttosto modesto Passi di danza su una lama di rasoio, Pradeaux torna al thriller con risultati ancor più deludenti. Eh sì, perché stavolta, oltre ad un plot narrativo piuttosto debole, si aggiungono incredibili inserti ironici che c’entrano come il cavolo a merenda e che danno il colpo di grazia alle pretese di creare tensione (qualora ve ne fosse una). Le scene erotiche sono molto spinte (più della media) e certamente gustose. Ma questo non basta per “sbarcare il lunario” della critica.

L’idea di Pradeaux è agghiacciante: cucire la parte thriller degli omicidi (nulla di che, ma discretamente realizzate) con scene che vorrebbero essere comiche ma che tali non riescono ad essere. Il risultato finale è imbarazzante, ben al di sotto del già non eccelso esordio del regista nel giallo all’italiana. La cosa migliore del film risulta essere l’interpretazione di Webber (l’ispettore) mentre è meglio tacere su quella di tutti gli altri. Gli amanti del genere possono anche provare a buttarci un occhio, gli altri ne rimangano alla larga.

Uno dei peggiori gialli italiani da me mai visti: in confronto La sorella di Ursula  è un capolavoro! Si alternano suggestivi momenti gialli (con ottimi e sanguinosi delitti) a scadenti siparietti comici dei protagonisti che cercano di scovare l’assassino. E pensare che il regista aveva sfornato l’ottimo Passi di danza… peccato. Cast al di sotto della media, soluzione finale frettolosa e che fa acqua da tutte le parti.

Un guazzabuglio giallesco e comico allo stesso tempo, girato curiosamente ad Atene e in cui il regista Pradeaux ci mostra di conoscere il mestiere (le scene di omicidio sono efficaci): purtroppo si tira la zappa sui piedi infarcendo la pellicola di inutili siparietti comici che tolgono suspance allo spettatore; insomma, un film riuscito a metà, anche se non disprezzabile. Forse questo “fritto misto” di generi potrebbe essere sdoganato come cult-trash… io l’ho già fatto!

Pradeaux resta fedele ai suoi “passi” e, dopo quelli di danza qui si concentra su ben altri, smarriti nel buio. Chi ha ucciso la donna del treno Istanbul-Atene? L’ingegno registico resta modesto come nell’altro suo film di cui in premessa e le commistioni con toni da commedia di second’ordine non aiutano di certo. Gli omicidi sono abbastanza cruenti ma si annusa sempre l’ombra di tagli censori, più o meno grandi a seconda delle versioni visionate.

Tolto l’omicidio sul tetto (e la conseguente scena della vasca) assistiamo ad una palese presa in giro di Pradeaux nei nostri confronti. Non càpita tutti i giorni di avere una coppia di protagonisti che si spera muoiano dolorosamente sotto le mani dell’assassino per la quantità di cazzate che sparano a getto continuo (la voce della modella potrebbe turbare i nostri sonni). Se era un esperimento atto a fondere il thriller con il comico, possiamo dire che è perfettamente fallito. Sconsigliato.

Raschiando il fondo del barile, Pradeaux osa ciò che nessuno aveva (fortunatamente) mai osato prima: contaminare un giallo abbastanza tradizionale (neppure malvagio, come trama) con una comicità pecoreccia greve come le cotiche, e di allarmante squallore. Aggiunge (ma qui, niente di nuovo), siparietti di sesso (lesbico e non), di inaudita tristezza. Gettati a caso nell’impasto, alcuni interessanti omicidi, come chicchi d’uvetta che non ingentiliscono un rozzo (pan) giallo!

Che dire di un giallo misto commediaccia anni 70 che tenta sia di trasmettere tensione che di far occasionalmente ridere? Niente, se non che ha fallito in entrambi i campi. Le riprese degli omicidi non sono malaccio, ma è l’unica cosa un minimo decente in un film pieno di incongruenze e facilonerie miste a patetici siparietti che vorrebbero far ridere (specie con la figura di Vera Krouska) e a personaggi che più stereotipati non si può. Peccato, perché l’idea di base non era nemmeno male.

 

settembre 6, 2010 Pubblicato da: | Thriller | , , , | 3 commenti

L’ultima orgia del Terzo Reich

L'ultima orgia del terzo Reich locandina

Lisa è una splendida ragazza ebrea, che durante le persecuzioni razziali operate dai nazisti, sopravvive allo sterminio della propria famiglia in virtù della sua avvenenza.
Imprigionata, viene destinata ad uno dei campi di piacere per la soldataglia tedesca, comandato da Konrad Stalker con l’aiuto di una bieca kapò, Wagma.

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Daniela Poggi è Lisa

Qui la ragazza è costretta a subire e ad assistere ad una serie interminabile di orrori.
Ma lo fa quasi fosse indifferente alla sua sorte, tanto da suscitare le ire sia del comandante che della diabolica kapò.
Lisa viene torturata, appesa a testa in giù con sotto un secchio di topi, oppressa psicologicamente eppure resiste.
A darle la forza è anche l’amore che prova per un ufficiale medico del campo.
Ben presto Lisa decide di sopravvivere a dispetto di tutti e accetta la corte del comandante, che ammira in quella splendida donna il coraggio e la determinazione.

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I due diventano amanti, e Lisa dopo qualche mese da alla luce un figlio, che però verrà ucciso.
Alla fine della guerra, dopo un periodo di detenzione, Konrad viene liberato; Lisa lo contatta e gli da appuntamento in una fabbrica abbandonata.
Qui, la donna, dopo aver fatto credere al maturo ex amante di essere ancora sessualmente attratta da lui, durante l’amplesso lo uccide con un colpo di pistola.

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Il comandante Stalker tenta di piegare la volontà di Lisa

L’ultima orgia del Terzo Reich, diretto da Cesare Canevari nel 1977 è un nazisploitation fra i più forti (naturalmente solo nel senso delle immagini) dell’intera serie, mutuata sul precursore del filone, quell’Ilsa la belva delle SS che si rivelò essere un ottimo affare a fronte dei pochi soldi investiti.
Anche in questo film, girato in stretta economia, siamo di fronte all’ormai consueto uso ed abuso di situazioni choc, con i cattivi nazisti che torturano, umiliano e uccidono solo per gusto sadico.

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Il che è sicuramente vero anche a livello storico, ma francamente situazioni come quella descritta nel film in cui il comandante, assieme ad alcuni ospiti, assiste alla morte di una prigioniera, coperta da brandy infiammabile e data alle fiamme per fornire un pasto da cannibali ai feroci nazi, è decisamente aldilà di tutto.
Una sequela di torture e umiliazioni, marchio di fabbrica dei nazisploitation, è ovviamente la caratteristica anche di questo film; si vedono prigioniere costrette a nutrirsi di escrementi, violenze carnali ( un classico immancabile), amplessi davanti al cadavere carbonizzato della prigioniera bruciata mentre un nazi più pervertito degli altri tocca in maniera oscena il cadavere, donne immerse nella calce viva e quindi dilaniate dall’effetto corrosivo della stessa, i soliti cani sadici come i loro padroni che addentano glutei e gambe delle prigioniere, amplessi e visite ginecologiche assolutamente incongruenti.

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La selezione

Il campionario è quindi il solito; quello che distingue questo film, al limite, è la violenza feroce e cieca che agita la pellicola stessa.
Al solito, per il cast vengono scelte attrici presso che sconosciute; Antiniska Nemour, Maristella Greco, Caterina Barbero dicono davvero poco se non allo spettatore dei b movie.
L’unica a mostrare qualcosa in più è Daniela Poggi, futura attrice di buone qualità e di discrete pellicole oltre che conduttrice televisiva ed attrice teatrale.
La Poggi, anche se davvero poco espressiva in questo caso, mette in mostra un fisico degno di una pin up.
All’attrice viene chiesto di mostrare indifferenza alle torture; lei lo fa, mostrando però più un’aria di imbambolamento che di estraneazione dal contesto in cui vive il suo dramma.

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Ancora torture

Poco male; costretta ad una parte anche abbastanza osè, come quando deve avere un amplesso con il tenente tedesco, nudo e visibilmente interessato (sic!) oppure quando deve praticare una fellatio alla pistola del comandante (sic!)
Messa a testa in giù, costretta a girare nuda per buona parte della pellicola, la Poggi si districa alla meno peggio; tutto il resto del film, come già detto, verte sulle torture o sulla solita schiera di belle fanciulle nude e costrette a subire le solite immancabili umiliazioni dai cattivi tedeschi.
Detto ciò, usando come metro di paragone le altre pellicole appartenenti al genere nazisploitation, si può dire che questo film non sia nemmeno il peggiore.
C’è una certa cura formale nella fotografia, anche se i dialoghi restano impresentabili.
Il finale è il solito tipico del “morte al cattivo” e “giustizia è fatta”

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L’ultima orgia del Terzo reich, di Cesare Canevari con Marc Loud, Daniela Levy (Daniela Poggi), Antiniska Nemour, Maristella Greco, Caterina Barbero, Renato Paracchi, Fulvio Ricciardi, Tino Polenghi, Grazia Cisera, Nazisploitation/Erotico, Italia 1977

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Regia: Cesare Canevari
Sceneggiatura: Cesare Canevari, Antonio Lucarella
Produzione: Cesare Canevari
Musiche: Alberto Baldan Bembo
Editing: Enzo Monachesi
Direzione del set: Ettore Lurà
Costumi: Alberto Giromella
Trucco:      Franca Verdirosi
Produttori esecutivi: Ruggero Gorgoglione, Maria Grazia Grossi

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Regia Cesare Canevari
Soggetto Antonio Lucarella
Sceneggiatura Cesare Canevari, Antonio Lucarella
Produttore Cesare Canevari
Casa di produzione Cine Lu.Ce.
Fotografia Claudio Catozzo
Musiche Alberto Baldan Bembo
Scenografia Alberto Giromella
Costumi Alberto Giromella
Trucco Franca Verdirosi

Della manciata di pellicole “innominabili”, sineddoche dei contenuti Nazi-Erotico (aka Eros-Svastica, aka Nazi-Porno) questo è quello meno impressionante e, vuoi per un manto presunto (ma non concreto) di autorialità (molto meglio Le Lunghe notti della Gestapo), quasi svilente. Inserti forzati (su bombardamenti e altro) che mal si incastrano col girato. Girato che assume valenza nel momento emblematico (ed iconografico del film) della violenza sulla giovane (e bellissima) Poggi, legata a gambe in aria, con la testa in un secchio di sorci…

Nazi-erotico di Canevari, che tenta però (con insperato successo) la carta del sottotesto “autoriale”. La storia vede una donna e un uomo tornare sulle macerie di quello che fu un lager. Lui lo dirigeva, lei ne era prigioniera. In flashback la coppia rivive il morboso legame creatosi. Ovviamente, mentre esplora questo amour fou, Canevari snocciola un bel po’ di sevizie trucissime e clamorose scene exploitation. La Poggi si vergogna del film e ha fatto di tutto per farlo sparire, ma inutilmente. Da vedere, astenersi sensibili.

Messinscena squallida, recitazione isterica, dialoghi ridicoli, regìa anonima… è davvero difficile salvare qualcosa in questo nazi di Canevari, se non il reparto femminile, che è di un certo livello (Poggi, Nemour, Barbero). Si parte con una folle voce off che dà subito l’idea del livello di delirio cui assisteremo, peraltro tratto comune di tutto il sottogenere. Molte le scene violente, grazie alle quali il film tutto sommato non annoia più di tanto. Certo i nazisti cannibali non li avevo mai visti…

Non male. Parecchio violento, con alcune scene che rimangono impresse nella memoria (il pranzo cannibale). Cito anche la calce nella quale le prigioniere vengono gettate. Bella e brava la Poggi, più che discreto Marc Loud. Il film riesce a salvarsi dal ridicolo involontario il più delle volte. Per i fan del genere sicuramente da vedere, ma anche i non addetti al lavoro potrebbero dare un occhiata.

Naziploitation tutto sommato non malvagio. Gran quantità di sesso e violenza a buon mercato (violenza soprattutto psicologica e verbale), ma la regia è più curata del solito, la fotografia è passabile e le musiche sono efficaci nell’accentuare l’effetto delle immagini. Anche gli attori (tra cui Daniela Poggi nei panni della protagonista) bene o male se la cavano. Il ridicolo spesso è dietro l’angolo, ma il film ha una sua dignità. La scena del banchetto, così folle e delirante da scadere nel grottesco, ricorda il Salò di Pasolini.

Comincia male, con un tocco registico assolutamente di serie b, ma migliora sulla distanza. Non si raggiungono i livelli esploitativi e malati di Beast in Heat  ma il film offre comunque abbondanti sequenze tipiche del (sotto) genere, di cui alcune da non sottovalutare. Interessante l’analisi, piuttosto approfondita, del personaggio Conrad, che mostra un ufficiale ora tanto devoto alla causa e calato nel suo ruolo, ora vittima di debolezze e complessi. I fans dell’erosvastika apprezzeranno.

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settembre 3, 2010 Pubblicato da: | Erotico | , , , , | Lascia un commento

L’età del consenso-Age of consent

L'età del consenso locandina

Bradley Morahan, un pittore che vive a New York, ma che è di origini australiane, stanco della vita della grande mela decide di tornare in patria; a scatenare il desiderio latente e’ una visita alla  galleria che espone  suoi lavori recenti. Qui osserva una coppia che discute se acquistare o meno uno dei suoi oggetti d’arte multicolore. Bradley, ascoltando di nascosto, sente i due  basar la loro decisione in merito al fatto che l’oggetto possa più o meno stare bene sul loro camino, piuttosto che sull’ estetica dello stesso  o sul suo valore artistico.

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Ritornato a casa, sceglie di sistemarsi in una baracca che ha una vista mozzafiato sull’oceano, a due passi dalla grande barriera corallina.
In quel posto fuori mano, Bradley spera di ritrovare l’ispirazione perduta, di tornare a vivere contemporaneamente una vita a misura d’uomo.

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Qui il pittore conosce la giovane e disinibita Cora, una ragazza dal carattere ribelle e selvaggio, che è stata cresciuta da sua nonna.
Cora ha sempre bisogno di soldi, sopratutto per aiutare la sua avida nonna, così vende al pittore il pesce che cattura durante le sue immersioni; quando non ha pesce, non si fa scrupoli nel rubare.
Così depreda un pollo dalla vicina di Bradley, una zitella che sospetta Bradley di essere il ladro.

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L’uomo costringe Cora a confessare il furto; la ragazza, come motivazione, adduce il desiderio di fuggire da quel posto che trova troppo noioso per poter andare a Brisbane, dove sogna di aprire una bottega da parrucchiere.
Bradley, per permettere alla ragazza di guadagnare del denaro, le propone di diventare la sua modella, e la ragazza accetta.

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Da quel momento l’uomo sembra ri acquisire l’entusiasmo perduto, trova nuova linfa e sopratutto ispirazione; ma la situazione è destinata a cambiare quando a casa di Bradley arriva Nat, un suo vecchio conoscente.
L’uomo, che deve nascondersi dalla legge, dopo un rifiuto da parte del pittore di concedergli un prestito, si installa, non invitato, nella dimora del pittore.

James Mason è Bradley

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Helen Mirren è Cora

Dopo una serie di avventure, Bradley, che fino a quel momento ha visto la giovane Cora solo come una modella, quando si accorgerà che la ragazza sta per sfuggirgli di mano, la vedrà in un’altra ottica, quindi finalmente come una donna.
Cora, dal canto suo, dopo che la nonna ha tentato di rubarle il denaro e la successiva morte della stessa che ruzzola giù per una collina, ha davanti a se due strade…..
L’età del consenso, Age of consent, diretto da Michael Powell nel 1969, è un film calligrafico, giocato sull’attrazione che la gioventù ha da sempre sull’uomo maturo.

Nulla di nuovo, quindi; pure questo film ha dalla sua alcune particolarità che lo rendono interessante.
La prima è la stupenda ambientazione, l’Australia; è uno dei primi film ad essere ambientato quasi integralmente nel continente australiano, con una location da sogno.
Per gli occhi, è una gioia infinita vedere i vividi colori dell’oceano australiano, seguire le immersioni di Cora sotto la barriera corallina, tra pesci multicolori e piante da sogno.
L’altro motivo è l’ottimo affiatamento tra il maturo James Mason, che interpreta con garbo e bravura il ruolo del tormentato Bradley e la giovanissima Hellen Mirren, che interpreta splendidamente la selvaggia Cora.
La Mirren mostra anche un fisico mozzafiato, generosamente esposto quando si immerge nelle acque cristalline dell’oceano o quando si presenta a quello che diverrà il suo pigmalione.
Un film sui sentimenti, sulla differenza di età che potrebbe essere ostacolo alla relazione tra Bradley e Cora, con intervallate le difficoltà della giovane nel trovare un punto di equilibrio, stretta tra i suoi sogni, che contemplano una fuga da quello che agli occhi dello spettatore appare come il paradiso terrestre e le difficoltà della ragazza con l’anziana nonna, perennemente sbronza e con tendenze al ladrocinio piuttosto spiccate.
L’eterno tema dell’artista demotivato è trattato con sobrietà così com’è trattata con sobrietà tutta la storia.
Non siamo in presenza di una riedizione di Lolita, ma di fronte ad un film che cerca, garbatamente, di mostrare i destini dei due protagonisti, che alla fine si intrecceranno con il più classico degli happy end.
Un film non precisamente lineare, e questa è una delle sue pecche; tuttavia un film che ha un suo fascino.
Age of consent ebbe grossi problemi di censura, sopratutto in Inghilterra, ma anche da noi.

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Passato quasi inosservato, per i pesanti tagli apportati, ha avuto una circolazione maggiore molti anni dopo la sua uscita.
Per fortuna non è un film con un tema datato, quindi è ancora oggi di gran fascino.

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L’età del consenso (Age of consent), un film di Michael Powell, con  James Mason, Helen Mirren, Jack MacGowran, Neva Carr Glyn, Antonia Katsaros, Michael Boddy, Harold Hopkins, Slim De Grey Drammatico Usa 1969

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James Mason     …     Bradley Morahan
Helen Mirren    …     Cora Ryan
Jack MacGowran    …     Nat Kelly
Neva Carr-Glynn    …     Ma Ryan
Andonia Katsaros    …     Isabel Marley
Michael Boddy    …     Hendricks
Harold Hopkins    …     Ted Farrell
Slim DeGrey    …     Cooley
Max Meldrum    …     Intervistatore TV
Frank Thring    …     Godfrey
Clarissa Kaye-Mason    …     Meg
Judith McGrath    …     Grace
Lenore Caton    …     Edna
Diane Strachan    …     Susie
Roberta Grant    …     Ivy


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Regia: Michael Powell
Produttore: James Mason, Michael Pate, Michael Powell
Sceneggiatura: Peter Yeldham, Norman Lindsay (romanzo)
Fotografia: Hannes Staudinger
Montaggio: Buckley Anthony
Direzione Artistica: Dennis Gentle
Musica: Peter Sculthorpe

settembre 2, 2010 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

I diabolici amori di Nosferatu (El gran amor del Conde Drácula)

Un’antica clinica abbandonata.
Due uomini, visibilmente terrorizzati, devono consegnare una cassa.
Ma cedono alla tentazione di aprirla.
all’interno non ci sono tesori o ricchezze ma qualcosa di terrificante, e i due, assaliti da una figura avvolta nell’ombra, muoiono entrambi.

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La scena cambia completamente.
Una carrozza percorre un bosco ad andatura elevata.
All’interno di essa c’è un uomo con quattro donne, che terrorizza con racconti sinistri.
Durante il percorso, la carrozza subisce danni ad una ruota e i cinque sono quindi costretti a scendere e a proseguire a piedi in cerca di un riparo per la notte.
Siamo in Transilvania; poco lontano il gruppetto si imbatte in una costruzione.
Vengono ricevuti dal dottor Wendell, che si offre di ospitarli per la notte.
E’ l’inizio di un incubo, per i cinque, perchè sotto le mentite spoglie del presunto Wendell, si nasconde nientemeno che il conte Dracula, un vampiro che si nutre di sangue umano per poi nascondersi di giorno in attesa che torni la notte.
Dracula vampirizza tutti, rendendo le donne sue schiave ad eccezione della bella Karen;

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Paul Naschy, il conte Dracula

lei sola riuscirà a rubare il cuore del vampiro, che per amore ucciderà le sue complici perendo proprio in virtù della debolezza d’amore.
Uscito nel 1972 con il titolo originale spagnolo di El gran amor del Conde Drácula, I diabolici amori di Nosferatu (titolo italiano) diretto da Javier Aguirre è un horror tradizionale basato sulla figura del conte Dracula, per una volta incline al sentimento dell’amore.

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E’ questo che differenzia il film di Aguirre dai numerosi cloni del primo Dracula, oltre 160 che seguirono al primo leggendario film datato 1931, con protagonista il principe delle tenebre all’epoca interpretato dal grande Bela Lugosi.

Un film che ha una sua dignità, ben girato e sopratutto equilibrato, una miscela molto difficile da trovare in altri prodotti similari; gran merito va, oltre alla sceneggiatura ben congegnata, alle atmosfere che Aguirre ricrea.
E che si avvale della gran professionalità di Paul Naschy,

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che elabora la figura del conte Dracula a modo suo, conferendogli una dolente caratterizzazione, rendendo il conte Dracula più schiavo di un destino tragico del quale è tristemente consapevole che simile ad una sinistra entità malefica.
Come già detto, il film è ben congegnato; l’idea di creare un’atmosfera lugubre sin dall’inizio, con Imre Polvi (l’attore Vic Winner) che terrorizza le ragazze in sua compagnia con lugubri racconti proprio mentre la carrozza viaggia tra i sinistri boschi della Transilvania, non è originale ma è ben diretta.

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Rosanna Yanni

L’abbandono della carrozza, con le quattro ragazze che sembrano quasi presagire la sorte alla quale andranno incontro fatalmente, l’incontro stesso con il rassicurante Wendell/Dracula, l’atmosfera cupa eppure non opprimente della casa che ospita il gruppo sono le parti migliori del film.
Ben congegnato è anche il sistema adottato da Aguirre per illustrare gli attacchi di Dracula alle sue ospiti, con le stesse che sembrano quasi sognare in bianco e nero, emblema di una sorte che per loro sarà terribile.

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Le attrici del film ovvero la splendida Haydee Politoff che interpreta Karen, Rosanna Yanni che interpreta Senta, Ingrid Garbo che interpreta Marlene e infine Mirta Miller nella parte di Elke sono ben assortite anche fisicamente e risultano alla fine credibili.
Riuscito anche il tentativo di Aguirre di non rendere il film banalmente erotico, ma di lasciare all’immaginazione le varie seduzioni che il conte opererà sulle sue vittime, fino alla fatale decisione di risparmiare la donna della quale è ormai innamorato, Karen.

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L’atmosfera gotica è quindi ben resa, così come sono ben rappresentati i tormenti del conte Dracula, una volta tanto visto non come un’essere assetato di sangue, ma tormentato da quello che è il suo essere anche umano, in una specie di dicotomia tra la rappresentazione dell’eterno dualismo in lotta del bene e del male, con un finale una volta tanto rassicurante.
Il bene trionfa sul male, Dracula vince la sua battaglia contro il destino e sceglie la morte alla vita eterna fatta però di morte e distruzione.

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Haydée Politoff , Karen

Uno dei migliori prodotti di sempre dedicati al principe delle tenebre.
I diabolici amori di Nosferatu, di Javier Aguirre, con Paul Naschy, Haydee Politoff, Rosanna Yanni, Mirta Miller, Victor Alcazar, Ingrid Garbo, Julia Pena, Susana Latour Horror, Spagna 1972

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Paul Naschy     …     Conte Dracula / Dr. Wendell Marlow
Haydée Politoff    …     Karen
Rosanna Yanni    …     Senta
Ingrid Garbo    …     Marlene
Mirta Miller    …     Elke
Víctor Alcázar    …     Imre Polvi
Álvaro de Luna    …     Conducente
Susana Latour    …     Vittima del sogno di Karen – Immagine in negativo
Julia Peña    …     Paesana
Loreta Tovar    …     Vittima bionda

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agosto 31, 2010 Pubblicato da: | Horror | , , , | 9 commenti

Il commissario Lo Gatto

Il commissario Lo Gatto locandina

Natale Lo Gatto è un commissario delegato al posto di polizia all’interno della città del Vaticano; dopo un misterioso delitto avvenuto ai danni di un sacerdote, il commissario indaga all’interno dell’ambiente ecclesiale, ma spinge il proprio zelo troppo in là, finendo per chiedere un alibi niente meno che al Santo Padre.
Questa leggerezza gli costa il trasferimento in Sicilia, nell’isola della Favignana.

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“Mi scusi la domanda, ma lei dov’era ieri sera?”

Il commissario Lo Gatto 7Isabel Russinova è Maria Papetti / Wilma Cerulli

Qui non accade assolutamente nulla, e Lo Gatto, affiancato dal fido agente Gridelli deve solo guardarsi dalla più grande di tre sorelle che gestisce la pensione dove il commissario alloggia, mentre l’agente Gridelli ha una relazione con la sorella più giovane.
L’arrivo dell’estate porta naturalmente un grosso flusso turistico e con esso ecco arrivare uno strano caso.
L’agente Gridelli trova in casa di una bella donna, Wilma, delle lenzuola sporche di sangue e un coltellaccio anch’esso con tracce di sangue.
Natale Lo Gatto fiuta finalmente la sua occasione, e si dedica a indagini a tutto campo.

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L’agente Gridelli e la bella turista Brigitte

Scopre così che nell’isola, a dispetto della quiete apparente, quasi tutti hanno un segreto da nascondere; c’è il bagnino che presta servizi particolari sia a uomini che a donne, c’è il professionista con annessa bella moglie, che ha una relazione con un altro uomo, c’è la ragazzina di casa che ama farsi vedere nuda la sera e via dicendo.
sul posto arriva anche uno scalcinato giornalista dell'”Eco di Trapani”, che inutilmente cerca di carpire informazioni al poliziotto.

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Licinia Lentini è la signora Bellugi

Alla fine Lo Gatto, anche se involontariamente, arriva alla soluzione del caso.

Wilma ricompare, viva; non è stata uccisa, ma si è concessa una scappatella con, nientemeno, il Presidente del consiglio.
La notizia scoppia come una bomba, grazie anche a Vito Ragusa, che carpisce il segreto di Lo Gatto con uno stratagemma.
Lo scandalo però aiuta il commissario, che così viene promosso dal nuovo Presidente del consiglio, succeduto al precedente in virtù dello scandalo.

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Lo Gatto viene inviato quindi ad una conferenza internazionale, dove è incaricato di vigilare sulla sicurezza dei sette più grandi uomini della terra.
Qui, vista spuntare da una tenda quella che sembra la canna di u  fucile, fa tuffare i sette in una piscina; in realtà la canna del fucile è solo il tubo di un aspiratore, e questa volta Lo Gatto viene inviato in una località sperduta della Sicilia, in mano alla mafia.
Li, infatti, qualche giorno prima il vice questore è stato ucciso da una bomba.
Dino Risi dirige, nel 1986, Il commissario Lo Gatto usando la sua ironia garbata e tranquilla, girando un film gradevole tutto incentrato sulle epripezie di Natale Lo Gatto, commissario maldestro e anche un tantino sfigato alle prese con vicende più grandi di lui.Ad interpretare il funzionario di polizia viene chiamato Lino Banfi, reduce da una serie interminabile di commedie sexy; qui, per una volta, abbandona il caratteristico accento pugliese e assume un ruolo diverso, anche se chiaramente orientato sul comico.
Aiutato da una valida spalla, quel Maurizio Ferrini lanciato da Arbore nel suo fortunato programma Quelli della notte, Banfi sfoggia di un discreto repertorio, mostrando di sapersela cavare anche in ruoli diversi dai soliti.

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Il film, ambientato per la massima parte nella splendida Favignana, è anche un occasione per alcune belle caratteriste del cinema italiano; si va dalla bella e sexy Isabella Russinova (Wilma) a Licinia Lentini, che interpreta il ruolo della signora Bellugi, moglie cornificata di uno stimato professionista, passando per  Renata Attivissimo e Nicoletta Boris, le sorelle Patanè che gestiscono la pensione in cui alloggia il commissario.
Nel ruolo del giornalista Ragusa, che farà la sua fortuna proprio grazie all’imperizia di Lo Gatto c’è Maurizio Micheli.
Ironia, un sottile sarcasmo caratterizzano il film: Risi capovolge i canoni del classico giallo trasformandolo in una gradevole farsa, puntando bonariamente il dito sui tanti vizietti italici.

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Il giallo non è più giallo, quanto una commedia degli equivoci; i vari personaggi sembrano ritratti sfocati dell’italietta provinciale, in bilico tra bigottismo e un’ardita e improbabile immoralità.
Film discreto, quindi, con qualche sprazzo divertente, qualche spunto di riflessione e, cosa che non guasta, una discreta presenza di belle donne.

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Maurizio Micheli, il giornalista Ragusa

Il commissario Lo Gatto, un film di Dino Risi. Con Lino Banfi, Maurizio Micheli, Maurizio Ferrini, Galeazzo Benti, Licinia Lentini,Armando Marra, Andrea Montuschi, Isabel Russinova, Valeria Milillo, Nicoletta Boris
Commedia, durata 100 min. – Italia 1986.

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Lino Banfi commissario Natale Lo Gatto
Maurizio Ferrini agente Gino Gridelli
Licinia Lentini signora Bellugi
Isabel Russinova Maria Papetti / Wilma Cerulli
Maurizio Micheli il giornalista Vito Ragusa
Galeazzo Benti Barone Fricò
Renata Attivissimo Addolorata Patanè
Nicoletta Boris Annunziata Patanè
Albano Bufalini il farmacista
Armando Marra il barbiere
Andrea Montuschi il prete don Giacomo
Valeria Milillo Manuela Bellugi
Roberto Della Casa architetto Arcuri

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Regia     Dino Risi
Sceneggiatura     Dino Risi, Enrico Vanzina, Carlo Vanzina
Produttore     International Dean Film per Medusa (Pepite) – Pentavideo
Fotografia     Sandro D’Eva
Montaggio     Alberto Gallitti, Claudio Risi
Musiche     Manuel De Sica
Costumi     Silvio Laurenzi
Gianluigi Pizzetti ingegner Bellugi

Davinotti

Non è certo gran cosa, ma l’incipit è straordinario. Incaricato di indagare su un omicidio avvenuto nel Vaticano, Lo Gatto viene ricevuto da Papa Woityla, cui si presenta come “cattolico praticante”. Il Sommo Pontefice lo esorta ad andare ad indagare, ma Lo Gatto, imperterrito, chiede: “Dove si trovava Sua Santità la notte in cui fu commesso il delitto?”. E l’altro: “Sbaglio, figliolo, o tu vuoi sapere se Sua Santità ha un alibi?”. Fosse rimasto a questo livello, sarebbe stato un capolavoro.

Tentativo ad opera di un regista “nobile” di sdoganare l’umorismo a forte connotazione regionale del comico Lino Banfi che interpreta il personaggio del titolo in modo piuttosto misurato ma che in questo modo snatura la propria comicità e risulta meno efficace del solito. Il film è comunque vedibile anche per la bella ed insolita ambientazione (le isole Egadi).

Non è il film per cui ricorderemo il comico pugliese, e di certo nemmeno quello per cui ricorderemo Dino Risi; insomma è stato un tentativo onesto ma solo parzialmente riuscito di nobilitare la straordinaria maschera comica di Lino Banfi costruendoci sopra un film un po’ più ragionato dei suoi soliti. Il problema è che già dopo 20 minuti della sottotrama gialla non frega più niente a nessuno, e il fatto che il protagonista contenga la sua esuberanza contribuisce ad annacquare il tutto. Formalmente è un’opera discreta, ma non c’è il vero Banfi.

Non così male. A partire da un inizio culto, con Banfi commissario che chiede l’alibi al Papa, riesce a mantenersi in modo più che sufficiente anche nella seconda parte della pellicola, con Banfi che indaga su un omicidio in una località isolana. Bravi Ferrini brigadiere e il cast di contorno (c’è pure l’imitazione di Andreotti). Buona prova registica di Risi.

Commedia banfiana isospettabilmente diretta da un regista di classe quale Dino Risi, solitamente non avvezzo a prodotti di questo genere. Risi riesce però a dare un taglio alla pellicola diverso dai soliti standard della commediaccia all’italiana dei primi ’80, creando un discreto incrocio tra la trama poliziesca (all’acqua di rose) e i momenti di comicità slapstick di un Banfi ispirato. Buono il cast di contorno, con un Ferrini divertente e un rodato Micheli, così come l’interessante location siciliana. Si ride moderatamente, ma è gradevole.

Riuscita commedia sperimentale di Risi. Buona la prova di Lino Banfi, a partire dal clamoroso incipit, in cui il commissario Lo Gatto mette sotto torchio addirittura il santo padre (da qui l’esilio nella strepitosa ma angusta Favignana). Il contrasto comico nasce proprio dalla discrasia Banfi-“ferreo tutore della legge”. Le parti comiche ci sono e funzionano bene (con acide puntate satiriche contro l’arrapata borghesia vacanziera). Il tocco è al contempo sofisticato e demenziale (ha un che di Zucker e Abrahams, vedi i flashback parigini). Da rivalutare!

Ultimi fuochi per Dino Risi, costretto a fare da mestierante al servizio di Banfi (l’anno dopo dovrà addirittura occuparsi di Serena Grandi). Un (finto) giallo-rosa-brillante i cui momenti migliori sono nell’incipit e nel finale. Nel mezzo (ovvero il film) qualcosa di riuscito c’è, ma la sceneggiatura è troppo indecisa su che registro addottare, così come Banfi che alterna momenti misurati ad altri slapstick fuori contesto. Colonna sonora nazional-popolare che sciorina innumerevoli hits estive. Al di là delle sue imperfezioni, è comunque un film gradevole.

Uno dei più brutti di Banfi. La partenza non sarebbe stata male, cosi come il finale, ma è la parte centrale che delude. Una commedia gialla dagli sviluppi prevedibili, dialoghi risibili e personaggi figurine che non riescono a strappare che una debole e ben poco convinta risata. Banfi è bravo ma non salva la baracca. Cosi come Ferrini e sopratutto Micheli.

Sottovalutato, forse perché Banfi nel 1987 non era più onnipresente come ai tempi di Vieni avanti cretino. In realtà il film è tutt’altro che anacronistico, la location siciliana (tra bigottismo manifesto e tragressione serpeggiante) fornisce un bel contrasto con l’avvento di una politica contaminata da triangoli amorosi, tradimenti e quant’altro. In tutto questo, la coppia LoGatto/Gridelli funziona e ricorda palesemente Auricchio/DeSimone di Fracchia la Belva Umana. Da non sottovalutare.

Ottima prova di Banfi, misurato ed elegante in questa commedia che ha il suo punto di forza nella splendida location. La storia parte benissimo e si sviluppa in modo interessante anche quando l’azione si sposta sull’isola. Ottimi Ferrini e Micheli, che regalano due caratterizzazioni credibili e divertenti. Bellissima la Russinova, strepitose le tre sorelle Patané e riuscite le musiche. Da rivalutare. Un Banfi diverso, maturo e memorabile.

Dirige Dino Risi e si vede. Meno volgarità gratuita, meno battute folgoranti a doppio senso, meno parolacce… e questo alla fine nuoce al film perché Banfi sembra avere sempre il freno a mano tirato. Se avesse avuto più spinta e l’antica verve dei vecchi personaggi banfeschi (pensiamo al commissario Auricchio di Fracchia la belva umana) il Commissario Lo Gatto sarebbe stato un capolavoro. È comunque una buona commedia, misurata e ricca di ottime caratterizzazioni (Micheli, Ferrini, Marra e le strepitose sorelle Patanè). Non male.

Commedia comica gradevolissima, con un Banfi che regge benissimo il ruolo da protagonista, aiutato anche da ottimi comprimari. A riguardarlo oggi non possiamo non notare l’attualità di questo film: o Risi è un indovino o le cose non sono affatto cambiate… battute e situazioni sempre molto divertenti; da notare l’uso molto disinibito del nudo femminile (praticamente non ne manca mai).

 

agosto 30, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

Ecco noi per esempio

Ecco noi per esempio locandina

Un incontro tra due personaggi svagati, spaesati e in qualche modo complementari, anche se fondamentalmente diversi.
Il primo, un fotografo sempre a caccia si scoop, scanzonato e un tantino cinico, si chiama Click;  l’altro, Palmambrogio, è convinto di essere un poeta.
E’ un provinciale, quindi ha in se valori e comportamenti tipici della persona di provincia, che a cospetto della grande città si ritrova come un bimbo in un mondo di adulti.

Ecco noi per esempio 1
Adriano Celentano è Click

Ecco noi per esempio 2
B
arbara Bach è Ludovica

Siamo a Milano, città tentacolare, siamo nel 1977, anno drammatico per il nostro paese, drammaticamente in rpeda allo scontro politico armato e attanagliato dalla crisi economica.
Click, approfittando dell’ingenuità di  Palmambrogio, lo deruba, salvo poi in qualche modo pentirsene e invitarlo a casa.
Così tra i due nasce una strana amicizia; un’amicizia tra due sconfitti, verrebbe da pensare, assistendo alle loro gesta.
Clcik non riesce a fare lo scoop che darebbe una sterzata alla sua vita; prima fotografa un gruppo di malviventi che sta rubando un cavallo da corsa e viene quindi picchiato, poi è inseguito per lo stesso motivo da un gruppo di femministe decisamente arrabbiate.

Ecco noi per esempio 4
Renato Pozzetto è Palmambrogio

Ecco noi per esempio 3

Palmambrogio non se la cava meglio; conosciuto un poeta famoso, viene in pratica raggirato.
I due si muovono sullo scenario di una Milano arrabbiata, cupa, cinica: e loro due non riescono ad adattarsi a quel mondo alieno.
Difatti Click, che finalmente ha il colpo della vita, fotografa un sequestro di persona, ma i sequestratori gli sparano sul volto rendendolo cieco.
A questo punto Click decide di lasciare l’incarico a Palmambrogio di vegliare sulla sua famiglia; l’amico possiede quella saggezza popolare che permette alla gente semplice di mimetizzarsi nella società, e rappresenta l’unica persona pulita che Click conosca.

Ecco noi per esempio 5

Ecco noi per esempio 6

Così, armato solo di un bastone, il fotografo parte per girare il mondo, deciso a non lasciarsi abbattere.
Ecco noi per esempio non è un gran film, pur possedendo delle qualità: in bilico tra la commedia amara e la commedia comica, Sergio Corbucci che è anche lo sceneggiatore del film assieme a Giuseppe Catalano e Sabatino Ciuffini non riesce ad imprimere personalità alla pellicola, lasciandola in un limbo che non permette di apprezzarne appieno alcune indubbie peculiarità.
Colpa anche di una sceneggiatura imperfetta, troppo basata sulle differenze tra i due protagonisti e poco attenta a dare un ritratto più forte della situazione in cui viveva Milano, e di riflesso quella dell’intero paese.

Ecco noi per esempio 8

Ecco noi per esempio 9

Non mancano le buone idee, ma il film è troppo costruito su Adriano Celentano, il fotografo Click e su Renato Pozzetto, il poeta Palmambrogio che ovviamente caratterizzano, secondo le loro corde professionali i due personaggi.
Che poi alla fine possono sembrare la cosa migliore del film, che vive momenti di stanca molto lunghi.
Al solito, c’è il Celentano di cui non si sente il bisogno, quello che si muove a passo di danza oppure il solito Pozzetto troppo imbambolato.
Il discorso socio politico quindi è appena sfiorato;nonostante il regista mostri uno spaccato della città preda dell’eterno conflitto tra la classe borghese e quella operaia, rimane sospeso il grande equivoco di quegli anni, quello di una città non ancora pronta a diventate la Milano da bere tuttavia abitata da losche figure preda di quelle chimere che fatalmente la traghetteranno verso gli anni del craxismo, gli anni della grande illusione, quando tutti pensarono che un nuovo boom economico, che sarebbe durato per sempre, era alle porte.

Ecco noi per esempio 10

La storia ci dice com’è andata, ma questo è un discorso che con il film centra poco.
Se Corbucci ha inteso coniugare la commedia ironica con l’umorismo nero, ha ottenuto un risultato solo a tratti evidente.
Mescolare i drammi famigliari con la contestazione femminista, i conflitti di classe con il terrorismo, il crollo dei valori e la profonda trasformazione di una società in divenire non è cosa semplice e sopratutto mal si coniuga con i voli dei due protagonisti.

Ecco noi per esempio 11

Tuttavia Corbucci ci mette l’impegno, Celentano e Pozzetto la loro professionalità quindi il risultato alla fine è sufficiente.
Nulla di più, intendiamoci.
Una scena su tutte avrebbe meritato di essere tagliata; l’auto ispezione alle parti intime di una femminista arrabbiata.
Scena che non aggiunge nulla, anzi, volgarizza un momento che poteva essere raccontato in ben altro modo.
Un’occhiata al cast.
C’è la Bond girl Barbara Bach, protagonista di una sequenza mozzafiato con Renato Pozzetto, sequenza in cui si mostra nuda in tutta la sua avvenenza;c’è la diva francese Capucine, il solito Felice Andreasi, la bravissima Giuliana Calandra.
Le musiche, adeguate, sono di Vince Tempera, mentre la bella fotografia è di Giuseppe Rotunno.

Ecco noi per esempio 12

Ecco noi per esempio…un film di Sergio Corbucci. Con Renato Pozzetto, Barbara Bach, Adriano Celentano, Antonio Casagrande, Giuliana Calandra, Guido Lazzarini, Franca Marzi, Elio Crovetto, Ester Carloni, Georges Wilson, Walter Valdi, Ugo Bologna, Imma Piro, Felice Andreasi
Commedia, durata 120 min. – Italia 1977.

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Adriano Celentano-Click
Renato Pozzetto-Palmambrogio
Giuliana Calandra- Beatrix
Imma Piro- Vincenzina
Antonio Casagrande- Il commissario Potenza
Ugo Bologna- Gianni, il negoziante dischi
Franca Marzi- Carmen, la padrona della pensione
Barbara Bach- Ludovica
Georges Wilson- Melano Melani
Ester Carloni- La suocera di Vincenzina
Felice Andreasi- Cesare Capriotti

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Regia     Sergio Corbucci
Soggetto     Giuseppe Catalano, Sabatino Ciuffini, Sergio Corbucci
Sceneggiatura     Giuseppe Catalano, Sabatino Ciuffini, Sergio Corbucci
Produttore     Achille Manzotti
Fotografia     Giuseppe Rotunno
Montaggio     Sergio Montanari
Musiche     Vince Tempera


“Mediocre commedia a base di luoghi comuni: quelli dei personaggi (lo sprovveduto iellato e il furbastro) e della società italiana di quegli anni, alle prese con femminismo, contestazioni, omosessualità e tentazioni reazionarie. Bene la coppia Celentano-Pozzetto, sebbene non aggiunga nulla alle tipiche caratterizzazioni dei due; la Bach si mostra in uno splendido nudo integrale. Decisamente audace la riunione femminista, con tanto di ispezione ginecologica.

Grande incontro tra due icone assolute del nostro cinema comico, che rivedremo insieme solo nel successivo Lui è peggio di me, costruito peggio ma forse persino più divertente. Pozzetto fa il suo solito personaggio stralunato (un poeta alla ricerca di un editore), mentre Celentano è un fotografo a caccia di scoop. Tutto funziona egregiamente, anche se forse il film è un po’ troppo lungo ed alcuni passaggi si sarebbero potuti alleggerire. Appare anche il cantante da osteria Rodolfo Magnaghi, nella parte di un improbabile boss della malavita.

Il 1977 italiano è stato un anno decisamente drammatico: la nostra cinematografia ne ha dovuto tener conto, dunque anche in questo caso, con il bel “Ecco noi per esempio…”, il regista Sergio Corbucci ci regala una commedia brillante contestualizzata in un periodo grigio. I due protagonisti (Celentano & Pozzetto) sono perfettamente calati nelle parti e, forse senza saperlo, recitano in uno dei loro film più belli di sempre… Sicuramente tra i più significativi degli anni settanta! Offuscato dal successivo (1984) Lui è peggio di me, ma in realtà quest’ultimo è inferiore.

Modesto tentativo di illustrare gli anni settanta usando come virgili i campioni d’incasso del momento. Corbucci ha detto la sua nel western e bene ma qui è solo mestierante. Curioso col senno di poi come portfolio di modernariato ma con sponsorizzazioni così poco occulte da far gridar vendetta. L’approccio di Wilson a Pozzetto è copia del Majeroni-Trieste de I vitelloni. I protagonisti vivono di rendita, l’idea sull’Italia degli anni caldi è approssimativa e qualunquista.

L’ho guardato due volte di fila per tentare di farmelo piacere, purtroppo senza riuscirci. Il grande difetto è una storia scritta coi piedi, in cui compaiono a intermittenza troppi caratteri secondari senza un vero motivo, spesso calati in scene inutili o comunque alla fine della fiera incomprensibili. Bisognava tagliare almeno 20 minuti di riempitivi. Adriano e Renato bravi come sempre, sono gli unici personaggi positivi in una Milano cinica, stritolata dalla tensione sociale. Il clima di fondo però è molto amaro, così come il bel finale.

L’aspirante poeta (Pozzetto) che arriva, carico di velleità e goffaggine, nella turbolenta Milano di fine anni 70, dove incontra lo smaliziato fotografo (Celentano), è un po’ lo specchio di chiunque di noi entri in una nuova realtà sentendosi spaesato. I due attraversano letteralmente i vari milieu di quel periodo, dagli ambienti (finto) intellettuali alla proletaria periferia, dai cortei femministi al nevrotico centro città (pre-Milano da bere). Risate e qualche riflessione, e non è poco!”

 

agosto 28, 2010 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

Zombie lake

Zombie lake locandina

Un anonimo paesino della Francia.
Una ragazza dopo essersi spogliata, fa il bagno in uno stagno; quello che non sa è sul fondo dello stesso si agita minacciosa la sagoma di un soldato trasformato in uno zombie, che la afferra e la trascina sul fondo.
E’ l’inizio di una serie di tragiche morti, che vedranno coinvolte bagnanti incosapevoli.
All’interno del lago, sul suo fondale, ci sono zombie che una volta erano soldati.
Tedeschi, per la precisione, trucidati dai partigiani del paese e gettati sul fondo.
Uno di loro aveva avuto una relazione con una ragazza del posto, dal quale era nata una figlia.
Sarà grazie a lei che l’incubo finirà.

Zombie lake 2

Parlare male di Zombie lake, regia di Jean Rollin con la collaborazione nientemeno che di Jesus Franco è molto più facile che sparare sulla Croce rossa; un film che vorrebbe essere un horror e invece è comico, un film pretenzioso e senza senso, con una sceneggiatura tagliata con una sega da alberi, recitazioni parrocchiali ed effetti speciali un tanto al chilo.

Zombie lake 1

Tutto appare chiaro dopo qualche minuto; Rollin indugia con sguardo lubrico sul bel corpo di una ragazza completamente nuda. La scena dura alcuni minuti, vediamo infatti la ragazza sguazzare in uno stagno dove una persona sana di mente non entrerebbe nemmeno per una grossa somma.
Lo zombie che afferra la ragazza e la trascina sottacqua sembra preso di petto dai fumetti di Hulk; è verde come un ramarro o come un pisello in piena fioritura.
A questo punto lo spettatore, dopo aver visto un altro zombie uscire dall’acqua, azzannare una povera donzella e lasciarla morta si rassegna.
Ma non ha visto il peggio; gli abitanti del paese prendono la ragazza morta e la depositano davanti alla casa del sindaco, che sconsolato scuote la testa.

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C’è spazio ovviamente per il racconto della nascita dell’allegra combriccola di crucchi zombie; vediamo con dovizia di articolari, l’amplesso tra il teutonico e biondo soldato e la bellezza locale, unione dalla quale uscirà una bimba che qualche anno dopo sarà la soluzione del caso.
Dopo di che vediamo un nutrito gruppo di ragazze spogliarsi (ovviamente), farsi il bagno (molto meno ovviamente) ed essere tirate sul fondo dai cattivissimi zombie; che essendo tedeschi, sono ancora più incazzati del solito (ovviamente)
Taccio, per carità di patria,sul finale, che assomiglia tanto ad una presa per i fondelli; come del resto assomiglia ad una presa per i fondelli tutto il film, costruito attorno ad un folto gruppo di ragazze completamente nude e a poco altro.

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Davvero nulla da salvare in un film sconclusionato come pochi, capace di far apprezzare altre porcate come La bestia in calore o qualche z movie dedicato ai soliti zombie; su Rollin ho già espresso, in passato, ampie riserve, confortate da questa sciagurata prova.

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Recitazione prossima o uguale allo zero, location poco meno che dignitosa;ma davvero non c’era un lago meno schifoso e pieno di vegetazione in cui ambientare una storia di per se balzana?
Quale cervello malato può scegliere di bagnarsi in un laghetto cosparso di ninfee e di radici?
Nel paese dove è ambientato il film la percentuale di belle figlile è talmente elevato da chiedersi se non sia il paradiso degli islamici con le famose 36 vergini.
Il resto è noia assoluta, totale.

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Un film assolutamente, totalmente e irrimediabilmente inguardabile.
Zombie lake, un film di  Jean Rollin. Con Howard Vernon, Pierre-Marie Escourrou, Anouchka. Horror, Francia 1981

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Zombie lake banner protagonisti

Howard Vernon     …     Il maggiore
Pierre-Marie Escourrou    …     Soldato tedesco
Anouchka    …     Helena
Antonio Mayans    …     Morane
Nadine Pascal    …     Madre di Helena
Youri Radionow    …     Chanac
Burt Altman
Gilda Arancio    …     Ragazza bionda del lago
Marcia Sharif    …     Katya


La storia, a base di zombi nazisti, è leggermente più lineare del solito ma ad ogni modo bizzarra così come la sceneggiatura, che serve allo spettatore dialoghi leggermente più “corposi” del solito e meno deliranti. Recitazione sotto il livello di guardia. Noia, un po’ di divertimento. Insomma è Rollin!

Nonostante fosse un film su commissione, si può comunque parlare di una tipica “rollinade”. Infatti permangono alcuni elementi tipici del cineasta, tipo i nudi del tutto superflui e la lentezza del narrato; mancano invece gli effetti psichedelici. Il film è una storia di ex-soldati “ritornanti” (resi come uomini pitturati di verde, sic!), che richiama alla mente La morte dietro la porta  di Clark (lo zombi succhiasangue che vuole ricongiungersi con la famiglia), ma con risultati nemmeno paragonabili. Noiosetto, anche se nel finale si risolleva.

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agosto 26, 2010 Pubblicato da: | Horror | , | Lascia un commento