Inferno
Rose Elliot, una graziosa scrittrice di poesie, acquista un libro da un antiquario ,Kazanian; il libro, scritto da un italiano, Emilio Varelli, parla delle Tre madri dell’inferno, Mater Suspiriorum, la madre dei sospiri, Mater Lacrimarum, la madre delle Lacrime e Mater Tenebrarum, la madre delle Tenebre, che l’uomo racconta di aver conosciuto personalmente.
Per loro Varelli ha costruito tre dimore, situate in tre punti geografici differenti: la prima casa è a Friburgo, la seconda a New York e la terza a Roma.
Rose leggendo il libro inizia a collegare alcuni oscuri presagi alla casa in cui abita, e alla fine si convince di abitare proprio nella casa della seconda madre, Mater Tenebrarum, casa costruita a New York, dove la ragazza vive.
Così la giovane donna inizia una pericolosa quanto movimentata esplorazione del sottosuolo; qui la donna scopre che le fondamenta dell’edificio sono completamente sommerse dall’acqua, oltre a rinvenire un cadavere ormai decomposto.

La bottega antiquaria di Kazanian

Rose nei sotterranei della casa
Sconvolta dall’esperienza, la ragazza scrive una lettera angosciata a suo fratello Mark, scongiurandolo di venire a trovarla; contemporaneamente chiede lumi a Kazanian, l’antiquario zoppo e ambiguo, che però la rassicura dicendole che ha costruito troppo con la fantasia.
Ma la ragazza sta per andare incontro a una terribile morte; dopo essere riuscita miracolosamente a scampare ad un agguato nel suo appartamento, la donna si rifugia nei sotterranei, entrando così in una stanza addobbata con strani oggetti. Mentre si guarda intorno, impaurita e stupefatta, viene afferrata da una mano con delle dita scheletriche e gettata sul pavimento, dove un istante dopo una pesante lastra la decapita orrendamente.

La misteriosa ragazza dell’università (l’attrice Ania Pieroni)
Mentre accadono questi tragici fatti, Mark riceve la lettera della sorella; durante una lezione di musica, il giovane prova a leggerla, ma non ci riesce, soggiogato dallo sguardo di una bellissima e inquietante ragazza che stringe tra le braccia un gatto.
Il giovane la insegue, dimenticando la lettera, che viene presa da Sara; la ragazza, incuriosita dalla storia raccontata nella missiva, si reca in biblioteca per cercare una copia del libro di Varelli, ma quà viene aggredita da un misterioso individuo.

Morte dell’incolpevole Sara (Eleonora Giorgi)….
Sara riesce a scappare e a tornare a casa; nell’ascensore incontra Carlo, un suo vicino, al quale la donna chiede di farle compagnia.
Sulla città si è scatenato un furibondo temporale, così l’uomo accetta di passare qualche ora in compagnia della ragazza.
Decisione fatale, perchè entrambi verranno orrendamente assassinati.
Quando Mark arriva è troppo tardi; c’è la polizia e i due giovani sono morti.
Della lettera giacciono per terra solo frammenti.
Così il giovane si reca a New York per indagare di persona, e giunge nell’ultimo domicilio di sua sorella Rose.
Nel palazzo abita gente molto ambigua, a cominciare dalla portiera Carol, passando per il professor George Arnold , un uomo che è costretto a vivere su una sedia a rotelle, che comunica con un piccolo amplificatore di suoni e che è portato in giro da un’infermiera assolutamente sinistra, la contessa Elise Stallone Van Adler, una donna dall’equilibrio fragile accompagnata da un maggiordomo equivoco.

La casa della Mater Tenebrarum di giorno
Elise è la prima a trovare la morte; assalita da un gruppo di gatti inferociti, viene pugnalata dalla solita figura nera.
Tocca poi all’antiquario Kazanian, straziato orrendamente dai topi a Central Park mentre tenta di liberarsi di un sacco contenente gatti da lui catturati all’interno della propria casa.
Le morti proseguono: muore il maggiordomo John, che vorrebbe impadronirsi dei gioielli della sua defunta padrona, muore la custode Carol, bruciata viva mentre scopre il cadavere del maggiordomo.
La donna, avvolta dalle fiamme, precipita da una delle finestre della casa maledetta.
Mentre avvengono questi fatti, Mark scopre casualmente una serie di cunicoli che portano all’appartamento del professor Arnold.
Qui il giovane apprende la vera identità dell’uomo: si tratta di Varelli, l’uomo schiavo delle tre madri che ha costruito per loro le tre case, inclusa ovviamente quella in cui si svolge l’azione.
Varelli tenta di uccidere Mark iniettandogli del veleno, ma muore strangolato dal filo del microfono che gli serve per parlare.

Mark incontra il professor Arnold
Mark fugge, per ritrovarsi nella famosa stanza in cui sua sorella ha perso la vita.
Qui trova la sinistra infermiera di Varelli e scopre la sua vera identità: si tratta di Mater Tenebrarum, la madre delle tenebre.
Ma è destino che il giovane debba salvarsi: il palazzo prende fuoco, e Mark riesce ad allontanarsi miracolosamente.
Mater Tenebrarum resta intrappolata nel sottosuolo della casa, che crolla seppellendola.

Inferno arriva dopo il buon successo di Suspiria, film decisamente innovatore del regista del brivido Dario Argento, che era passato dal giallo/thriller tradizionale ad una cinematografia in cui l’elemento thriller si amalgama indissolubilmente all’horror gotico.
Riprendendo gli elementi che avevano caratterizzato Suspiria, ovvero una trama in cui il sopranaturale è predominante rispetto al resto, Argento passa a raccontare la storia della seconda delle tre madri degli inferi, dopo che la prima ,Mater Suspiriorum, ha trovato la sua fine a Friburgo nell’incendio della prima delle tre case costruite da Varelli.

Daria Nicolodi, la contessa Elise Stallone Van Adler
Inferno quindi riprende la tematica del primo film, che Dario Argento amplifica e spiega meglio in questa seconda parte.
Lo fa con un linguaggio visivo molto forte, in cui predominano i colori accesi, quasi tutti saturati sul rosso, sul porpora e sul viola, tanto che le parti diurne, davvero poche, appaiono come delle isole remote in un linguaggio visivo forte e frastornante.
L’azione non è predominante, nel senso che il ritmo non incalza, quasi che Argento voglia seguire più un nesso descrittivo per tensione che affidato alla potenza del colpo di scena o allo splatter.
All’atto pratico il film regge, anche se con fatica.
Per lo spettatore che non ha visto Suspiria, i riferimenti alle vicende delle tre madri, di Varelli ecc. appaiono decisamente ostici.
Ma Inferno può reggere una trama a se stante, sopratutto dopo che il finale ha rivelato i retroscena del film stesso e del precedente.

Mark incontra l’antiquario Kazanian
Tant’è vero che tra Inferno, girato nel 1980 e La Terza madre, opera conclusiva della trilogia, passeranno ben 27 anni, a simboleggiare la difficoltà del regista di riproporre un thriller gotico fuori tempo massimo, ovvero dopo che il cinema si è evoluto su binari ben distinti.
Inferno lascia parecchi dubbi, legati in primis alla scellerata decisione di Argento di affidare la parte di Mark all’incredibile Leigh McCloskey, che massacra il personaggio di Mark Elliot, con un’interpretazione degna delle Pernacchie d’oro americane, riservate al peggior attore dell’anno.
Legnoso, inespressivo, monocorde, McCloskey rovina gran parte del film arrancando penosamente tra una scena e l’altra, togliendo tensione e forza al suo personaggio.
Viceversa Irene Miracle ovvero Rose Elliot nel film, mantiene alta la tensione mostrando espressività, come del resto fa la bella e brava Eleonora Giorgi (Sara), l’ottimo Sacha Pitoeff (Kazanian) e il resto del cast.
Due camei vanno segnalati su tutto: quello della bella e misteriosa Ania Pieroni, la ragazza dell’università, inquadtrata solo per poche sequenze, ma capace di bucare lo schermo con la sua bellezza e quello di Gabriele Lavia, che interpreta lo sventurato Carlo (una reminescienza di Profondo rosso, in cui l’attore aveva interpretato un personaggio con lo stesso nome).
Come in Suspiria, c’è la brava Alida Valli, mentre va segnalato Leopoldo Mastelloni nel ruolo dell’ambiguo maggiordomo John.
Sempre brava la Nicolodi, musa di Argento, questa volta destinata ad una orribile fine.
Per la colonna sonora Argento, orfano questa volta dei suoi Goblin, ci si affida a Keith Emerson, che compie un prodigio con il tema centrale del film, Mater Tenebrarum, assolutamente perfetto nella più bella sequenza del film.
Spazio anche a Verdi e al suo Nabucco, che ascoltiamo dalle cuffie del giovane Mark impegnato nelle lezioni all’università.
Se Inferno non può essere definita opera completamente riuscita, va tuttavia riabilitata rispetto alle critiche feroci di parte della critica.
Argento ha il coraggio di uscire dal clichè del “regista del brivido” capace di far sobbalzare lo spettatore sulla sedia con gli effettacci splatter o con il classico colpo a sorpresa.
Lo fa con un film diverso, coraggioso come era stato coraggioso Suspiria, con uso del colore innovativo anche se rischioso.
Una scommessa vinta con sufficienza, a mio giudizio.
Quando quasi 30 anni dopo il regista metterà mano al capitolo conclusivo della saga, lo farà realizzando davvero un’opera discutibile, in cui ritornerà a piene mani l’effetto splatter, senza più le cupe e livide atmosfere dei primi due capitoli.
Inferno è una buona opera, come Suspiria, del resto.
Sopratutto tenendo conto che siamo nel primo dei famigerati anni ottanta, anni in cui la crisi del cinema italiano appare davvero di portata colossale.
Inferno, un film di Dario Argento. Con Eleonora Giorgi, Alida Valli, Leopoldo Mastelloni, Gabriele Lavia, Feodor Chaliapin jr, Daria Nicolodi, Fulvio Mingozzi, Paolo Paoloni, Veronica Lazar, Irene Miracle, Sacha Pitoëff, Ania Pieroni
Horror, durata 107 min. – Italia 1980.
Leigh McCloskey: Mark Elliot
Eleonora Giorgi: Sara
Daria Nicolodi: Elise
Irene Miracle: Rose Elliot
Sacha Pitoeff: Kazanian
Alida Valli: Carol, la portinaia
Veronica Lazar: Infermiera/Mater Tenebrarum
Gabriele Lavia: Carlo
Feodor Chaliapin Jr.: Professor George Arnold /Dr. Varelli
Leopoldo Mastelloni: John, il Maggiordomo
Ania Pieroni: Studentessa di musica/Mater Lacrimarum
James Fleetwood: Cuoco
Rosario Rigutini: Uomo
Ryan Hilliard: Ombra
Paolo Paoloni: Insegnante di musica
Fulvio Mingozzi: Tassista
Luigi Lodoli: Rilegatore
Rodolfo Lodi: Uomo anziano
Dario Argento: Narratore
Soggetto Dario Argento
Sceneggiatura Dario Argento
Produttore Claudio Argento
Produttore esecutivo Salvatore Argento, William Garroni
Casa di produzione Produzioni Intersound
Fotografia Romano Albani
Montaggio Franco Fraticelli
Effetti speciali Germano Natali, Mario Bava (effetti visivi)
Musiche Keith Emerson, Giuseppe Verdi
Scenografia Giuseppe Bassan
Costumi Massimo Lentini
Trucco Pierantonio Mecacci

“Noto, celebrato, imperfetto, con un protagonista che riesce nell’impresa di essere presto scordato. Lo si può adorare “in toto”, ma mi pare logico ritenerlo un film dotato di momenti vigorosissimi (fantastico, pure in senso etimologico, il finale) alternati a momenti un po’ così, con il pur minimo barlume di logica che ricopre il ruolo del grande assente. Grande l’uso di note e di voci verdiane, ottime pure nella creazione di Keith Emerson, che qualcuno ha paragonato ai tonanti “Carmina Burana”.
Tra i vertici della filmografia di Dario Argento, Inferno va visto come un magnifico esercizio di stile. Il regista tralascia ogni pretesa di verosimiglianza e la sceneggiatura risulta in realtà piuttosto ingarbugliata (e a tratti francamente incoerente). Colpisce invece il sapiente gioco di luci e colori e l’efficacia di sequenze iperviolente che si sposano bene con le belle musiche di Emerson.

In questo grande horror gli attori passano quasi in secondo piano, rispetto alle scenografie, alle fantastiche riprese e all’utilizzo delle luci. Sono queste le tre forze dirompenti del film. Visivamente, è tutto da gustare (colori pazzeschi: predominano il rosso e il blu). Dà l’idea di un esercizio di stile (c’è un certo compiacimento nel colpire lo spettattore con bellezza e efferata violenza: la coltellata al collo). Unici nei: una sceneggiatura un po’ incasinata e un finale, piuttosto grossolano, non all’altezza di una simile pellicola.
Personalmente, dopo lo stupendo Suspiria, giudico questo film l’inizio della fine di Dario Argento. Di positivo rimane una fotografia splendida con colori superbi e la buona orchestrazione delle singole scene, manca però la coesione del tutto e la trama è praticamente inesistente. Alla fine rimane un po’ di amaro in bocca per quella che sembrava un’occasione sprecata ma che poi si rivelerà come il primo passo verso prodotti sempre meno pregiati
Un buon horror (secondo capitolo della trilogia cominciata con Suspiria), che però non raggiunge la bellezza del primo capitolo. Certo, nel cast vi sono bravi attori (anche se quasi tutti fanno brevi partecipazioni): Alida Valli, Daria Nicolodi, la Giorgi, Michele Soavi (!) e un discreto McCloskey. Belli i giochi di luce e le scenografie; inquadratura finale evitabile. Buono, ma non un capolavoro.
Capolavoro visionario, più radicale e irrazionale del precedente Suspiria. Lontano dagli stereotipi dell’horror, un’insieme di sensazioni visive e sonore, potente e fascinoso, dove trama e recitazione passano volutamente in secondo piano. Regia, fotografia e musiche spesso al limite del sublime. Peccato per qualche evitabile difetttuccio (l’effetto speciale del teschio ad esempio) ma il livello rimane altissimo. Imprescindibile.”
Addio fratello crudele
Storia di una passione proibita, aldilà della morale comune, storia d’amore e di morte, di passione, di inganni.
Siamo nei primi anni del 1500, l’azione si svolge a Mantova.
Il bel Giovanni rientra nella sua città dopo aver completato gli studi; ad attenderlo c’è la sorella Annabella, che lui ha lasciato quando era poco più di una bambina.
Tra i due c’era già una forte attrazione, nonostante il vincolo di parentela, e ora che i due sono diventati una coppia di splendidi giovani, ecco scoppiare, irrefrenabile, la passione.
I due si amano totalmente, senza pudori ancestrali, mentre attorno a loro la vita sembra avere un altro ritmo, scandito dalla violenza quotidiana, dal sangue versato in cento battaglie.
Ma arriva il giorno in cui Annabella scopre di essere incinta; il che è già un problema gravissimo, per la morale contemporanea.
Ma l’aggravante è l’incesto, un peccato mortale, condannato dalla società e dalla chiesa, entrambe pronte a decretare la morte sul rogo per quello che è considerato un peccato contro Dio e contro gli uomini.
La ragazza, per sfuggire al suo destino, accetta di sposare uno dei suoi corteggiatori, il ricco e affascinante Soranzo.
Per un po le cose fra i due sembrano andare bene, ma una notte, mentre finalmente l’uomo è riuscito a vincere le resistenze della moglie, che finora ha rifiutato i contatti fisici, Annabella sviene.
Soranzo chiama un dottore, che fatalmente gli comunica che la moglie è incinta.
Pazzo d’ira, Soranzo picchi la moglie cercando di sapere chi è il padre del bambino, inutilmente.
Così l’uomo organizza la sua vendetta; convoca i famigliari della moglie a pranzo.
Nel frattempo Giovanni, che non vuol lasciare la sua amata nelle mani dell’odiato cognato, uccide Annabella e le strappa il cuore; con il macabro trofeo in mano si reca nella sala dov’è ancora in corso il banchetto.
Il gesto scatena l’ira di Soranzo, che da ordine di massacrare tutti i presenti.
Sarà lui ad uccidere personalmente Giovanni, che così si troverà riunito alla sua amata nella morte.
Giuseppe Patroni Griffi, regista di questo Addio fratello crudele, adatta per lo schermo il dramma Tis Pity She’s A Whore (Peccato che sia una puttana) di John Ford, scritto agli inizi del 1600.
Lo fa girando un film molto cupo, ambientato in una Mantova quasi immersa nella nebbia, a simboleggiare la nemesi del cupo drammone che i protagonisti della storia si apprestano a vivere.
Il clima è quello della tragedia incombente, e lo si respira da subito; i due amanti, assolutamente lontani dalla preoccupazione che la loro unione dovrebbe loro comportare, si amano follemente, incuranti di convenzioni e leggi sia civili che religiose.
Il vecchio adagio “al cuor non si comanda” però mal si sposa con uno dei tabu assoluti della società, in qualsiasi tempo recente lo si voglia collocare.
Così la storia avanza verso il suo tragico finale, con i due amanti separati dall’imprevista gravidanza di lei, che la costringe a nozze riparatrici con l’uomo che poi annienterà la sua famiglia, in un bagno di sangue purificatore che, alla luce della storia, appare ancora più stridente in rapporto al peccato consumato.
Ma il 1500 è un secolo denso di violenza, testimoniata dalle carneficine che intuiamo avvenire collateralmente alle storie che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi.
Così come intuiamo la pesante cappa repressiva della religione, testimoniata dalla presenza dell’umile fraticello, preoccupato più dalla severità della chiesa a cui appartiene che dai peccati dei mortali.
Un film dignitoso, questo di Patroni Griffi, assecondato dal cast che svolge egregiamente il proprio compito; a Charlotte Rampling, intrigante, sensuale e misteriosa, è affidato il compito di interpretare la peccatrice Annabella, mentre Fabio Testi è il terribile e vendicativo Soranzo. Oliver Tobias, un altro belloccio degli anni settanta se la cava con dignità nel ruolo dell’amante/fratello di Annabella, Giovanni.
Il tema dell’incesto è trattato tutto sommato con sobrietà; nel film non c’è erotismo, quanto piuttosto una ricerca visiva, dialogata e percettiva di un tabù fra i più radicati nella morale comune.
Il regista si limita a raccontare la storia, eccedendo solo nella parte finale, quando il film si anima all’improvviso, dopo aver vissuto lunghe pause languide; la scena del massacro finale è cruenta, sopratutto nella parte in cui Giovanni entra nella sala da pranzo con il cuore della sorella in mano.
Il film è disponibile in un’ottima versione in italiano su You tube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=ciUS9tc4KAg
Addio fratello crudele,un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Fabio Testi, Charlotte Rampling, Oliver Tobias, Rik Battaglia.
Antonio Falsi, Angela Luce,Drammatico, durata 111 min. – Italia 1971.
Charlotte Rampling: Annabella
Fabio Testi: Soranzo
Oliver Tobias: Giovanni
Antonio Falsi: Bonaventura
Rik Battaglia: Mercante
Angela Luce: governante
Rino Imperio: cameriere di Soranzo
Regia Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto John Ford
Sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi
Produttore Silvio Clementelli
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Mario Ceroli
Costumi Gabriella Pescucci

Poche le regie prettamente cinematografiche (più numerose e riuscite quelle teatrali) Patroni Griffi ha però lasciato un segno importante del suo passaggio: da Metti, una sera a cena a Divina creatura, passando per La gabbia. Addio fratello crudele – ispirato da una tragedia scritta da John Ford (Peccato che sia una sgualdrina) – si avvale di un cast d’eccellenza, sul quale predomina Charlotte Rampling. La storia, ambientata in epoca rinascimentale, è torbida ed avvicendata su un rapporto incestuoso tra fratello e sorella, segnati da un destino tragico e impietoso. Formalmente elegante.
Tragedia senza lacrime brividi né emozioni sclerotizzata da un ossequio prosaico al testo e all’edulcorazione linguistica, quasi si mirasse a epitomare tutto Shakespeare, Donne e Marlowe. Il risultato è barboso e schernibile, dato che a mettersi in bocca certe ariosità c’è Fabio Testi. Tuttavia certi barocchismi e certi svolazzi rimandano da un lato a Visconti e dall’altro fanno ricordare il Caligola brassiano.Incomprensibile divieto ai 18 per un’opera blablablata in cui l’esposizione non mantiene quella morbosità e graficità che il tema promette.
Ammazzare il tempo
Sara fa la giornalista per un importante quotidiano; è una donna all’apparenza sicura di se, anche narcisista, secondo il ritratto che ne fa l’ex marito.
In realtà è una donna con molti problemi, preda di segrete angosce e in bilico tra una giovinezza ormai svanita e un’età adulta che mal riesce ad affrontare.
Ha una relazione abbastanza tempestosa con il suo analista, ricavandone in cambio più dubbi di quelli che la perseguitano.
Sara sta indagando sulla morte per overdose di un giovane; attraverso l’indagine, non svolge solo il suo lavoro, ma cerca un’identità perduta, un qualcosa che raffronti ciò che era, e che ora non è più con quel mondo che ovviamente stenta a capire, così distante da lei.
Il mondo giovanile è un universo parallelo, ma a Sara viene offerta un’occasione unica per avvicinarlo, più di quanto stia facendo con la sua indagine.
Un giorno investe una ragazza che le attraversa la strada.
La porta a casa e scopre così che è una minorenne sbandata, di nome Baby Anna.
Tra le due donne, così diverse tra loro, separate da cultura, modo di vivere, posizione sociale, si stabilisce un contatto.
Attraverso baby Anna, Sara ha modo di rivedere quella che è la sua filosofia di vita, analizzandola anche nei numerosi errori che ha fatto e che fa.
Quello che Sara non sa è che Baby Anna ha una relazione proprio con il suo analista; lo scoprirà, mandando ancora più in crisi il suo precario equilibrio.
Ad un certo punto la convivenza tra le due donne, stabilitasi dopo l’incidente, diventa impossibile, aggravata dalle strane abitudini di Baby Anna, una delle quali è quella di assumere droga.
Così Baby Anna va via, ma Sara decide di seguirla; è l’occasione per lasciarsi alle spalle quel mondo che si attende da lei cose che lei stessa non può dare, confusa e incerta com’è sulla propria identità.
Ammazzare il tempo, diretto da Mimmo Rafele nel 1979, è un film in cui predomina il dialogo; Sara parla, parla, parla, quasi cercasse attraverso la parola un rifugio alle sue insicurezze, alle sue ansie, come se andasse alla ricerca di un equilibrio sottile, al quale ambisce ma che non riesce a trovare.
Dialoghi che portano a inquadrare una figura femminile con troppi problemi, rapportata alla figura di baby Anna, che invece sembra non porsi nemmeno uno dei quesiti che sconvolgono Sara.
Baby Anna non cerca risposte, perchè è presa dal quotidiano, da quel vivere alla giornata senza meta e senza perchè che sembra essere la costante dei giovani delle generazioni successive al 68.
Se Sara appare vulnerabile nel suo passato, in quel suo rifugiarsi in ciò che era e che inevitabilmente ora non è più, come testimoniato dalle parole dell’analista, che le dice “tu hai paura di essere lasciata sola, di non essere amata; sorridi per paura, non per generosità“, a maggior ragione appare evidente la fragilità stessa del personaggio, costretto dalle circostanze, dalle convenzioni, a mostrarsi forte, sorridente, quindi incapace di lasciar libera la propria personalità.
Che così appare ingabbiata, contribuendo in maniera determinante all’insicurezza della donna.
Questa ricerca dell’equilibrio di Sara, paragonata a quello della giovanissima Baby Anna è uno dei punti base del film, sul quale il regista costruisce la storia.
Che, va detto, barcolla parecchie volte, proprio per l’eccesso di dialogo che caratterizza la pellicola.
Molto lunghi sono, per esempio, il dialogo tra l’analista e l’ex marito di Sara; appesantiti anche dalla scarsa mobilità della pellicola stessa, avvolta in un’aura di problematiche individuali esplicitate si, ma anche scarsamente affascinanti.
Manca una storia del passato di Sara, quello che era prima di ciò che è ora, mentre il personaggio di Baby Anna è rozzo, tagliato con l’accetta.
Forse perchè la ragazza non si pone problemi, ma accetta ciò che è senza curarsi del passato o del futuro.
Ciò che conta per lei è il presente.
Così la pellicola scivola attraverso 95 minuti in cui non accade davvero nulla, se non la visione delle personali storie di Baby Anna e sopratutto quella di Sara, che comunque uscirà molto cambiata alla fine.
Nel finale Sara racconta a Baby Anna che il suo problema è proprio quello di poter scappare, senza dover dire o dovere qualcosa a qualcuno; e sarà proprio la giovane Baby Anna a dare una lezione di vita alla sua matura amica.
Due parole sui protagonisti; bene Stefania Casini, che interpreta la tormentata Sara, discreta la prova di Paola Morra nei panni della giovane Baby Anna e bene anche Flavio Bucci, nel ruolo inconsueto dell’analista.
Un film decoroso, Ammazzare il tempo, ben girato, ma che ebbe scarsissima fortuna: colpa dell’eccesso di dialoghi, ovviamente, colpa anche della crisi profondissima del cinema italiano alla fine degli anni settanta.
Una pellicola con un suo valore, che andrebbe riscoperta e valorizzata, proprio per la sua capacità di raccontare il disagio personale di una donna in fuga dal presente, ma non ancora slegata dal suo passato.
Ammazzare il tempo, un film di Mimmo Rafele. Con Angelo Infanti, Stefania Casini, Fabio Garriba, Flavio Bucci,Paola Morra
Commedia, durata 95 min. – Italia 1979.
Stefania Casini-Sara
Paola Morra-baby Anna
Regia: Domenico Rafele
Sceneggiatura: Domenico Rafele
Musiche: Enrico Rava
Rosemary’s baby-Fiocco rosso a New York
La vicenda si svolge a New York, sul finire degli anni sessanta.
Rosemary, una giovane donna appena uscita dal college e suo marito, Guy Woodhouse, attore di teatro alla ricerca di successo, consultano un agente immobiliare per cercare un appartamento in cui vivere.
L’uomo li porta in uno stabile elegante, in cui c’è un bel appartamento vuoto,lasciato libero dalla proprietaria che nel frattempo è morta.
I due attratti dal’insolito prezzo basso della casa accettano la proposta dell’agente e lo affittano.
Conoscono così Roman e Minnie Castevet, una coppia di anziani coniugi all’apparenza cordiali e disponibili verso di loro.
Nasce così un’amicizia che diventa, da parte dei coniugi Castevet, abbastanza invadente; ma Rosemary accetta la situazione, mentre Guy mostra segni di insofferenza.
Una sera Minnie regala a Rosemary uno strano amuleto, dicendole che le porterà fortuna, e la ragazza accetta, nonostante dallo stesso esca un’aria assolutamente sgradevole.
La carriera di Guy all’improvviso decolla, grazie anche alla sfortuna che si accanisce sull’attore che era stato scelto per l’opera teatrale che deve interpretare Guy; l’uomo, infatti, all’improvviso ha perso la vista.
Preso dall’euforia, chiede alla moglie di avere un bambino, così una sera, dopo una cena romantica, tutto sembra pronto per il fatidico passo; ma dopo cena Rosemary all’improvviso sviene, e durante il dormiveglia in cui è immersa, si vede trasportata su uno yacht, all’interno del quale c’è suo marito e ci sono i coniugi Castevet; Rosemary, scesa sotto coperta, diventa partecipe di un sabba infernale, in cui viene segnata con dei numeri simbolici.
Quando la donna all’indomani si sveglia, stordita, si rende conto di avere dei segni lungo la schiena, e suo marito la informa che hanno avuto, nonostante lei fosse in stato di incoscienza, un rapporto sessuale.

Rosemary sogna di essere su uno yacht
E in effetti sembra che la notte d”amore abbia avuto esito; gli esami che Rosemary fa confermano che è incinta e che suo figlio nascerà a giugno.
Appresa la notizia, sia Guy che i Castevet esultano e la coprono di premure, consigliandole anche il cambio del ginecologo.
Sapirstein, il dottore deputato al controllo della gravidanza di Rosemary, invita la donna a seguire una strana alimentazione, a cui da corda anche la signora Castevet, che ogni giorno propina alla giovane donna uno strano intruglio.
Con il passare del tempo la gravidanza di Rosemary si rivela molto difficile; la donna deperisce a tal punto da insospettire le sue amiche, che la consigliano di rivolgersi al suo vecchio dottore.
Un altro fatto arriva a turbare la serenità di Rosemary; un suo amico scrittore, preoccupato dall’aspetto terribilmente patito di Rosemary, indaga sia sui Castevet che sugli strani eventi che stanno capitando alla ragazza.
Edward Hutchins, lo scrittore, chiama la ragazza e la invita ad un incontro urgente; ma quando Rosemary si reca all’appuntamento, scopre che l’uomo è inspiegabilmente entrato in coma.
A questo punto i sospetti di Rosemary sullo strano comportamento dei Castevet, sul distacco che suo marito ormai ha messo tra loro, sulla inspiegabile morte di una sua amica cresciuta proprio dai Castevet e le varie stranezze legate al comportamento di quelli che la circondano la convincono che forze oscure stanno tramando contro di lei.
Edward muore, ma riesce a consegnarle un libro tramite la sua vedova; grazie al libro stesso, Rosemary apprende l’esistenza di associazioni satanistiche e sui loro strani rituali.
A qel punto la donna indaga personalmente, si reca dall’attore rimasto cieco, collega il suo strano amuleto a quello identico che il dottor Sapirstein porta al collo, mette assieme i fatti e si convince definitivamente di essere caduta nelle grinfie di una congregazione satanica.
Fugge e si reca dal suo vecchio ginecologo, ma mentre crede di essere al sicuro, si vede arrivare il marito, gli immancabili Castevet e il dottor Sapirstein,che la riportano a casa.
Ormai prigioniera, Rosemary arriva alla fine della gravidanza, e da alla luce un bambino; ma suo marito Guy la convince che è nato morto.
La ragazza non crede alle parole del marito, e grazie ad un ripostiglio situato nell’appartamento, arriva a scoprire l’atroce verità: al centro della stanza, circondata da molte persone, fra cui suo marito e i Castevet, c’è una culla coperta da un drappo nero sulla quale campeggia un crocefisso rovesciato.
Suo marito le rivela la verità; in cambio del successo e dl denaro, ha fatto un patto con il diavolo, complici i soli Castevet.
Rosemary si avvicina alla culla e solleva il drappo, colta da un improvviso senso di orrore.
E’ solo un attimo; quando Roman Castevet le ricorda che lei è pur sempre sua madre, lei si avvicina alla culla nella quale il diabolico bambino sta piangendo, e inizia a cullarla con dolcezza.
Girato da Roman Polanskj nel 1968, Rosemary’s baby è un film straordinario sotto tutti i punti di vista.
Nel film non accade praticamente nulla, non ci sono scene splatter, horror o che fanno sobbalzare sulla sedia, tuttavia è presente una tensione assolutamente ineguagliabile, frutto di una regia attenta, con i fiocchi.
Il regista riprende il romanzo di Ira Levin e lo trasporta sullo schermo mantenendo la tensione latente del romanzo, e scrivendo una delle pagine più importanti della storia della cinematografia; la capacità di lasciare con il fiato sospeso lo spettatore in attesa di un’esplosione di qualcosa, violenza o furia omicida, del diavolo o di una sua apparizione, ha del sorprendente.
Polanskj veniva dall’ottima prova di Per favore non mordermi sul collo!, e decise di cimentarsi con l’horror, adattando quindi il romanzo di Irvin e puntando tutto sull’aspetto psicologico del film, piuttosto che sull’effetto scenico di facile presa.
Una scommessa difficile, ma vinta alla grande, grazie anche al contributo fondamentale del cast; addirittura superba è Mia Farrow, aria candida e innocente da collegiale, assolutamente insuperabile nel tratteggiare la igura fragile di Rosemary, una ragazza alle prese con una sfida da spezzare le braccia.
Altrettanto bravo è John Cassavetes, che delinea alla perfezione la figura del viscido, infido Guy, l’uomo che per vanità a brama di denaro, distrugge il suo matrimonio consegnando al demonio il suo primogenito; una figura che sin dall’inizio appare allo spettatore antipatica in modo estremo, prima ancora di sapere dove andrà a parare il film.
Merito di questo attore eclettico, cosi come eclettici sono Ruth Gordon, ovvero la Minnie Castevet del film e Sidney Blackmer, suo marito Roman, entrambi viscidi al punto giusto, sin dai primi fotogrammi del film.
Un’opera che convince, affascina, turba.
E che si conclude in maniera degna, con quel dolce cullare di Rosemary davanti alla culla con dentro il figlio del male.
Figlio del demonio, è vero, ma pur sempre figlio di una donna che lo ha portato in grembo per nove mesi.
Un telo nero, una culla, un crocefisso rovesciato: è tutto quello che Polanskj concede alla platea, lasciando per sempre il dubbio sulle reali fattezze del bambino nella culla.
Sarà un mostro, avrà le classiche corna a punta come per secoli immaginato dalla gente, avrà gli occhi di un gatto, secondo larga parte dell’iconografia classica, o cosa?
Chi può saperlo?
La bravura di Polanskj sta anche in questi dettagli, così come da antologia è la scena onirica, sospesa tra reale e sogno, del sabba in cui Rosemary scende nuda nella cabina, mentre fuori si è alzato il vento, e va incontro al suo destino.
Rosemary’s baby è un capolavoro assoluto, uno dei cento film che non possono assolutamente mancare nella cineteca degli amanti del cinema.
Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, un film di Roman Polanski. Con Mia Farrow, John Cassavetes, Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Maurice Evans,Ralph Bellamy, Victoria Vetri, Patsy Kelly, Elisha Cook Jr., Emmaline Henry, Hanna Landy, Phil Leeds, D’Urville Martin, Hope Summers, Charles Grodin
Titolo originale Rosemary’s Baby. Horror/fantasy, durata 137 min. – USA 1968.
* Mia Farrow: Rosemary Woodhouse
* John Cassavetes: Guy Woodhouse
* Ruth Gordon: Minnie Castevet
* Sidney Blackmer: Roman Castevet
* Maurice Evans: Edward “Hutch” Hutchins
* Ralph Bellamy: Dott. Abraham Sapirstein
* Angela Dorian: Terry Gionoffrio
* Patsy Kelly: Laura-Louise McBirney
* Elisha Cook Jr.: Sig. Nicklas
* Emmaline Henry: Elise Dunstan
* Charles Grodin: Dott. C. C. Hill
* Hanna Landy: Grace Cardiff
* Phil Leeds: Dott. Shand
* D’Urville Martin: Diego
* Hope Summers: Sig.ra Gilmore
* Marianne Gordon: Joan Jellico, amica di Rosemary
* Wende Wagner: Tiger, amica di Rosemary
* Bill Baldwin: venditore della casa
* Walter Baldwin: Sig. Wees
* Patricia O’Neal: Sig.ra Wees
* Roy Barcroft: uomo abbronzato
* Charlotte Boerner: Sig.ra Fountain
* Gail Bonney: Babysitter (voce)
* Carol Brewster: Claudia Comfort
* Jean Inness: Suor Agnes
* Lynn Brinker: Suor Veronica
* Sebastian Brook: Argyron Stavropoulos
* William Castle: Uomo vicino al telefono pubblico
* Gordon Connell: Allen Stone
* Patricia Ann Conway: Sig.ra John F. Kennedy
* Tony Curtis: Donald Baumgart (voce)
* Joyce Davis: Dee Bertillon
* Paul Denton: Skipper
* Duke Fishman: uomo
* Janet Garland: infermiera
* Michel Gomez: Pedro
* John Halloran: meccanico
* Ernest Harada: giovane giapponese
* Marilyn Harvey: segretaria Dott. Sapirstein
* Mona Knox: Sig.ra Byron
* Mary Louise Lawson: Portia Haynes
* Natalie Masters: Giovane donna
* Elmer Modling: Giovane uomo
* Floyd Mutrux: Invitato al party
* Robert Osterloh: Sig. Fountain
* Josh Peine: Invitato al party
* Gale Peters: Rain Morgan
* Jack Ramage: Patron
* Joan T. Reilly: donna incinta
* George R. Robertson: Lou Comfort
* George Savalas: operaio
* Almira Sessions: Sig.ra Sabatini
* Michael Shillo: Papa Paolo VI
* Bruno Sidar: Sig. Gilmore
* Tom Signorelli: Invitato al party
* Al Szathmary: Tassista
* Clay Tanner: il diavolo
* Viki Vigen: Lisa
* Frank White: Hugh Dunstan
Regia Roman Polanski
Soggetto Ira Levin (romanzo)
Sceneggiatura Roman Polanski
Fotografia William Fraker
Montaggio Sam O’Steen, Bob Wyman
Musiche Krzysztof Komeda
Scenografia Richard Sylbert
“Uno dei capolavori di Polanski e in generale del cinema, non solo horror. Praticamente perfetto in ogni aspetto: la storia congegnata in modo impeccabile, la recitazione degli attori, la fotografia e la musica e, ovviamente, la regia del grande maestro polacco. A quasi 40 anni di distanza riesce ancora a trasmettere tutta l’angoscia che generò all’epoca della sua uscita, un classico esempio di come la tensione e la paura non nascano necessariamente (anzi…) da effetti grandguignoleschi.
Capolavoro in cui l’inquietudine nasce da uno scarto, all’inizio quasi impercettibile, fra l’essere e l’apparire, una crepa che sgretola il guscio di banalità di una coppietta borghese. Come spesso accade per i capolavori, si presta a molteplici letture: donna/bambina, la Farrow rifiuta la maternità, salvo riconciliarsi con il frutto del suo ventre in un finale beffardo che pur mette in brividi, considerato che l’anno successivo il regista dovrà fare davvero i conti con uno che riteneva d’essere una incarnazione di Satana.
Sceneggiando con assoluta fedeltà lo splendido romanzo di Ira Lewin, Polanski, gira uno splendido ed insolito film demoniaco che rinuncia completamente agli effettacci tipici di film del genere e che tuttavia riesce a creare, con insuperata maestria, un clima crescente di tensione e paranoia davvero notevole e coinvolgente e che ancora oggi, a quarant’anni di distanza, continua a inquietare non poco. Ottima la prova della Farrow. A tutt’oggi il miglior film del regista polacco. Sconsigliato alle donne in dolce attesa.
Se c’è una singola parola che può andar bene per definire questo film è senz’altro “inquietante”. La costruzione della tensione è semplicemente perfetta, rimane un’ambiguità di fondo che fa guadagnare altri punti ad una pellicola già splendida; in più il cast -formato perlopiù da vecchi leoni e leonesse hollywoodiane- è azzeccatissimo. 130 minuti che passano in un batter d’occhio: se gli horror fossero questi e non le sciocchezze sanguinolente per cui sbavano in troppi, vivremmo senz’altro in un mondo migliore.
Capolavoro di Polanski, che vanta numerosi tentativi di imitazione, in gran parte poco riusciti. Un horror senza una goccia di sangue, tutto costruito su atmosfere surreali e allusive, personaggi ambigui e perversamente simpatici e continui rimbalzi tra realtà e fantasia, che garantiscono un risultato eccellente in termini di inquietudine e angoscia, complici anche l’ambientazione nel vecchio, sinistro palazzo e i riferimenti all’occulto. Tra gli ottimi attori spiccano la Farrow e la Gordon.
Ottimo film, in cui Polanski fa Polanski, cioè scolpisce i suoi burattini in un àmbito spaziale ristretto, crea un’atmosfera magica (qui diabolica) che scaturisce dalla vita di tutti i giorni, prepara lentamente, mattone su mattone, sospetti ed eventi che poi scatenano l’apocalisse. Meravigliosa la Farrow. Non centratissimo, invece, Cassavetes, talora un poco anonimo. Opera ottima, ma non da massimo assoluto (però, forse, è questione di lana caprina…).
Film maledetto, se non altro per le implicazioni (susseguenti) cui è andato incontro Roman Polanski. È stato un punto di riferimento per tanto cinema a seguire (e che verrà) sviluppato attorno al tema della cospirazione (basterà citare il nostrano e riuscito, Il Profumo della Signora in Nero). Le interpretazioni sono da Oscar, come la scenografia e la sceneggiatura. Nel finale qualcuno ha visto (e ancora vede) cose che non ci sono: potere della suggestione e di una buona regia…
Magistrale e copiato fino alla consunzione, il film ha beneficiato della tragica concatenazione di eventi, almeno quanto Polanski ne ha risentito. Ma al di là delle implicazioni sulfuree, la pellicola è perfetta, compatta, concisa, senza via di scampo. Effettivamente Cassavetes è un po’ impiegatizio, ma forse è un bene, perchè alimenta l’ambiguità. Farrow mai più così brava: però Woody Allen, che pure il film l’avrà visto, avrebbe dovuto capire..
Capolavoro di Polanski. Il demoniaco (o meglio: ciò che di inquietante non appartiene alla nostra quotidiana esperienza sensoriale) è nella realtà e la minaccia attraverso i suoi fantasmi più rassicuranti. Il film è un crescendo mozzafiato di tensione costruita sull’impercettibile e sul casalingo: l’anormalità sulla normalità. L’orrore che sconvolge, senza che si vedano effetti da grandguignol. L’angoscia che sale senza effettacci o musicacce: magistrale. Eccellente Mia Farrow. Finale da brivido.
Bellissimo e angoscioso con classe. Polanski ha saputo partire da un’atmosfera idilliaca, tipica dei film hollywoodiani passati, trasformandola piano piano in qualcosa di inaspettato e terrorizzante. Senza concedersi a scene sanguinolente, ambientando anzi il tutto in una normale abitazione. Bravissime la Farrow e la cerchia dei vicini. Su questo film si basa L’avvocato del diavolo.”

Emmanuelle 2 l’antivergine
La bella Emmanuelle langue d’amore per suo marito, costretto alla lontananza dalla sua appassionata moglie dal lavoro che svolge nel lontano oriente, ad Hong Kong; così la donna, senza avvisarlo, si imbarca per raggiungerlo.
Naturalmente durante il viaggio si concede il solito trastullo lesbico con una archeologa, poi raggiunge suo marito, con il quale ha un patto di massima libertà; entrambi vivono infatti una vita sessuale indipendente e scevra dalla gelosia.
Così mentre Emmanuelle si concede avventure di vario genere, come quella con un giovane e muscoloso uomo di colore, un tatuato su tutto il corpo, lui fa altrettanto, naturalmente accoppiandosi con la legittima consorte durante le pause. Alla fine i due rivolgono le loro attenzioni sulla giovanissima Anne Marie, che iniziano, con tanta soddisfazione di tutti, alle esperienze erotiche.
Il successo del primo Emmanuelle, diretto da Just Jaeckin su soggetto della scrittrice Emmanuelle Arsan spinge il regista Francis Giacobetti nel 1975 a girare il seguito ideale intitolato Emmanuelle 2 l’antivergine, con esiti assolutamente nefasti.
Lungi da rappresentare un film con un qualsivoglia motivo di interesse, Emmanuelle 2 è un soporifero, noioso ensemble di scontate esibizioni erotiche delle protagoniste, in qualche caso portate fino all’estremo del possibile senza sconfinare nell’hard e di conseguenza sfuggire alle forbici della censura.
Dialoghi imbarazzanti, recitazioni da avanspettacolo di terza lega, noia mortale si assemblano alla perfezione, riuscendo nell’epica impresa di ritrovarsi in un amalgama di totale non sense, che costringe il povero spettatore a star sveglio solo per osservare le grazie delle protagoniste.
Che sicuramente sono l’unica ragione per sopportare la visione di questo film; la Kristel molto bella e sexy, pur non dotata di particolare talento, esprime se stessa nel ruolo che l’ha resa celebre, girando con disinvoltura e sospetta partecipazione le scene erotiche che la vedono protagonista, sia che appartengono alla sfera saffica che a quella etero sessuale.
Il suo compagno di vita, ovviamente nel film, è un imbarazzatissimo e anche lui imbarazzante Umberto Orsini, attore di talento qui costretto a mostrare prodezze amatorie, glutei e un fisico apprezzabile, quanto meno dalle donne che hanno assistito alla proiezione del film.
Il resto è noia mortale, fatta salva la breve comparsa di un’altra Emmanuelle, anzi Emanuelle, ovvero Laura Gemser, che diede corpo (in tutti i sensi) alla figura della reporter di colore dai costumi altrettanto disinibiti dell’eroina della Arsan.
Erotismo nemmeno patinato, quello del film, che finisce per muovere lo sbadiglio piuttosto che l’interesse; la sciagura aumenta quando ci si prende la briga di provare a seguire i surreali dialoghi che costellano il film, volti a dimostrare il teorema che in amore le corna sono una salvezza, una panacea per il rapporto di coppia.
Aldila della strampalata teoria, usata per motivi abiettamente e prettamente commerciali, Emmanuelle 2 l’antivergine andrebbe scansato come la peste; nei film con protagonista la Gemser spesso si assiste ad una sfilata di località esotiche e di paesaggi da fiaba, qui si vede solo una Hong Kong degna di un girone dell’inferno, con gente per strada ammassata come le formiche.
Emmanuelle 2 l’antivergine, un film di Francis Giacobetti. Con Sylvia Kristel, Umberto Orsini, Frédéric Lagache, Laura Gemser, Catherine Rivet, Claire Richard-Erotico 1975
Sylvia Kristel … Emmanuelle
Umberto Orsini … Jean
Frédéric Lagache … Christopher
Catherine Rivet … Anna-Maria
Henry Czarniak … Igor
Tom Clark … Peter
Marion Womble
Florence L. Afuma … Laura
Claire Richard … Wong
Laura Gemser … Massaggiatrice
Jacqueline May Line
Eva Hamel … Massaggiatrice
Christiane Gibeline Massaggiatrice
Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37)
Western atipico girato nel 1978 da Monte Hellman, Tony Brandt, Amore piombo e furore (distribuito con il titolo China 9 Liberty 37) racconta la storia parallela di due uomini, accomunati dal fatto di essere stati due bounty killer; il primo, Clayton, un professionista al soldo del miglior offerente, il secondo, Matthew,alle dipendenze di una grossa compagnia ferroviaria.
Clayton, che sta per essere impiccato, si vede salva la vita all’ultimo istante.
A farlo liberare sono proprio i dirigenti della compagnia ferroviaria, che gli propongono anche un buon compenso in denaro a patto che l’uomo trovi e uccida Matthew, che si è ritirato in un ranch che sorge su un terreno che fa gola alla compagnia stessa.
Così Clayton raggiunge la casa di Matthew, con l’obiettivo di conquistarne la fiducia fingendosi un uomo alla ricerca della terra promessa, la California.
Ben presto Clayton scopre che Matthew non ha affatto le caratteristiche dell’assassino di professione, ma è piuttosto un uomo simpatico, che vive la sua vita lontano da tutto in compagnia della bella e insoddisfatta moglie Catherine.
Sarà proprio quest’ultima a far precipitare gli eventi; la donna seduce Clayton, che ovviamente non si fa pregare, e tra i due c’è una rovente nottata d’amore.
Ma Matthew in qualche modo intuisce il tutto, e affronta la moglie, che lo accoltella alla schiena.
Nel frattempo Clayton, che si è allontanato decidendo di non portare a termine la sua missione, si vede raggiunto proprio dalla donna, in fuga dal ranch.
Così i due si avviano verso una meta comune, decisi però a separarsi al momento opportuno.
Ma Mathhew non è morto; soccorso dai fratelli, decide di andare a riprendersi la sua donna.
Scoppia così una guerra privata tra Matthew e i suoi fratelli da un lato e Clayton dall’altra; muoiono due dei fratelli dell’uomo, mentre il bounty killer resta ferito ad una gamba e viene arrestato.
Ma riesce a fuggire, e raggiunge il ranch di Mathew, dove nel frattempo sono arrivati dei pistoleros al soldo della compagnia ferroviaria.
Grazie all’aiuto di Clayton, Matthew riesce a sconfiggere gli uomini e decide di affrontare in duello il suo avversario.
Clayton mostra la sua abilità con le armi disarmando Matthew; potrebbe ucciderlo, ma ancora una volta lo risparmia.
Mentre Matthew gli rimprovera il suo comportamento (“un killer con il cuore tenero non va molto lontano”, dice), Clayton si allontana sul suo cavallo.
Matthew, raccolta Caherine e caricate le sue cose su un carro, da fuoco al ranch e si allontana, verso un incerto futuro.
Girato con bravura e con sobrietà, Amore piombo e furore è un buon film, sorretto da una valida sceneggiatura; la storia ha una sua coerenza, e anche se girata su ritmi piuttosto blandi, punta più sui dialoghi, sul confronto tra i due personaggi principali, sulle loro motivazioni che sulle sparatorie e sui morti ammazzati.
Difatti per oltre tre quarti del film assistiamo a dialoghi, silenzi, sguardi e descrizione abbastanza analitiche e sopratutto inusali per un’ opera western.
Sembra, fatte le debite proporzioni, di assistere ad un film di Leone; la colonna sonora, di Pino Donaggio, è discreta, e asseconda il film nei suoi passaggi cruciali.
Un discorso a parte meritano gli attori; molto bene Warren Oates, nella parte di Matthew, che da al suo personaggio un’aria sorniona e di bonomia stridente con il passato dell’uomo stesso, ma proprio per questo più credibile.
Bene anche Fabio Testi, un killer dal cuore tenero, in tutti i sensi; prima risparmia per simpatia l’uomo che dovrebbe uccidere, poi viene sedotto dalla moglie, ma riesce a staccarsene, anche se poi sarà irrimediabilmente invischiato negli sviluppi successivi.
Bene anche la brava e affascinante Jenny Agutter ( La fuga di Logan, Walkabout, Equus), che lascia al suo personaggio quell’aria di indecisione, enigmatica e fragile allo stesso tempo, volubile e indecisa, caratterizzandone così l’ambigua presenza.
Siamo di fronte, quindi, ad un buon prodotto, arrivato sul mercato fuori tempo massimo, quando cioè il western era ormai diventato un genere in abbandono; pure, il successo del film a livello internazionale fu lusinghiero, segno della validità dell’opera.
Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37), un film di Monte Hellman, Antonio Brandt. Con Fabio Testi, Warren Oates, Franco Interlenghi, Jenny Agutter, Sam Peckinpah, Luis Prendes, Helga Liné, Isabel Mestres, Romano Puppo
Titolo originale China 9, Liberty 37. Western, durata 98 min. – Italia 1978.
Warren Oates … Matthew Sebanek
Fabio Testi … Clayton Drumm
Jenny Agutter … Catherine Sebanek
Sam Peckinpah … Wilbur Olsen, Dime Novelist
Isabel Mestres … Barbara, moglie di Virgil
Gianrico Tondinelli … Johnny Sebanek
Franco Interlenghi … Hank Sebanek
Charly Bravo … Duke, fratello di Barbara
Paco Benlloch … Virgil Sebanek
Sydney Lassick … Amico dello sceriffo
Richard C. Adams … Sceriffo
Natalia Kim … Cassie
Ivonne Sentis … Prostituta
Romano Puppo … Zeb
Luis Prendes … Williams
Regia: Monte Hellman, Tony Brandt
Sceneggiatura: Jerry Harvey, Douglas Venturelli
Produzione: Gianni Bozzacchi, Valerio De Paolis, Monte Hellman,Rolf M. Degener
Musiche: Pino Donaggio ,John Rubinstein
Editing: Cesare D’Amico
Costumi: Franco Carretti
Fotografando Patrizia
Emilio è un giovane strano ed asociale, affetto da problemi fisici, che vive in una splendida casa sul Canal Grande a Venezia; alla morte della sua governante, vede arrivare in casa sua sorella Patrizia, una donna molto bella proprietaria di una casa di moda.
La donna ha intenzione di prendersi cura di quello strano fratello, e ben presto si rende conto della situazione.
Emilio passa tutto il suo tempo rintanato in casa, con il televisore acceso a guardare spesso film a luci rosse, a leggere riviste dello stesso genere senza comunicare con nessuno, senza fare cioè nulla di quello che dovrebbe fare un ragazzo della sua età.
Monica Guerritore
La convivenza tra i due diventa da subito problematica; la donna cerca di tirar fuori Emilio dal suo guscio, che reagisce in malo modo.
Però ben presto c’è un argomento che sembra unire i due fratelli; Patrizia, resasi conto del debole che ha il fratello per la sfera sessuale, inizia uno strano gioco in cui racconta al fratello tutta la sua vita sessuale, senza risparmiare nessun dettaglio.
Il ragazzo, ovviamente eccitato, accetta il gioco che diventa via via sempre più morboso.
Il giovane inizia ad uscire con la sorella, ma nonostante i tentativi della donna di farlo avvicinare all’universo femminile, cooptando una sua mannequin per tentare di sedurlo, Patrizia è costretta a recedere.
Il gioco però rischia di farsi troppo pericoloso, così la donna alla fine decide di sposare un’antica fiamma.
Ma la sera delle nozze Patrizia, inspiegabilmente, consuma l’incesto con il fratello, promettendogli che in futuro la cosa accadrà ancora.
In una splendida Venezia, ben fotografata, Salvatore Samperi ambienta questo suo Fotografando Patrizia, un film assolutamente inutile, privo di nerbo, assolutamente freddo e poco coinvolgente.
La storia ha si per se già diverse lacune, amplificate sopratutto nella parte finale, quando cioè assistiamo all’atto finale dell’incesto tante volte sfiorato e mai consumato tra i due fratelli.
E il tutto avviene nel momento meno atteso, quasi un colpo di scena che però appare teatralmente fuori contesto.
Ad appesantire il tutto, la recitazione approssimativa (ed è ancora un aggettivo qualificante rispetto alla resa) di Lorenzo Lena, privo di espressioni che non siano quella lubrica quando ascolta sua sorella raccontare le proprie vicissitudini erotiche o quella monocorde che ha per tutto il resto del film. La Guerritore, ottima attrice di teatro, mostra i gravi limiti evidenziati in altre pellicole da lei girate ad ambientazione squisitamente erotica; bella, sensuale, con un corpo perfetto, rende però i suoi personaggi alteri e distaccati, mai coinvolgenti.
Così il film si barcamena tra qualche scena erotica, una Venezia ripresa perfettamente, una volta tanto senza nebbia e en plein air e poco altro.
La noia serpeggia dopo 15 minuti e non abbandona più lo spettatore, rassegnato all’andazzo della pellicola fino alla sua stravagante conclusione.
Samperi, regista furbetto e sopravvalutato, utilizza il suo mestiere ma non ottiene nessun risultato apprezzabile; incredibile la decisione di far lavorare attori di scarso livello come Lena in un ruolo principale, oppure quella di utilizzare un altro bamboccione bello e senz’anima come Saverio Vallone nel ruolo del futuro marito della Guerritore.
Ancora peggio fa il regista con i dialoghi, spesso farraginosi quando non ridicoli.
Risultato finale?
Una pellicola da dimenticare in fretta, presuntuosa, spocchiosa, priva di anima e di contenuto.
Un disastro annunciato e mantenuto con pervicacia degna di miglior causa.
Fotografando Patrizia, nn film di Salvatore Samperi. Con Monica Guerritore, Lorenzo Lena, Gianfranco Manfredi, Tinì Cansino, Saverio Vallone, Gilla Novak
Commedia, durata 91 min. – Italia 1984
Monica Guerritore: Patrizia
Lorenzo Lena: Emilio
Gianfranco Manfredi: spasimante di Patrizia
Gilla Novak: Modella amica di Patrizia
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi, Riccardo Ghino, Massimo Di Luzio, Saverio Vallone
Sceneggiatura Edith Bruck, Salvatore Samperi, Riccardo Ghione
Fotografia Dante Spinotti
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto
La mala ordina
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Luca Canali è un magnaccia di piccolo cabotaggio, che vive ai margini della malavita organizzata.
Ha una moglie e una figlia, e vive separato dalla moglie che lavora come parrucchiera.
Gli accade di venir individuato, dal potente capo di una cosca mafiosa americana, come l’autore di un audace colpo ai danni della cosca stessa, depredata dei proventi di un traffico di droga per il valore di svariati miliardi di lire.
L’uomo viene quindi braccato dai killer mandatigli contro dalla cosca, ma con abilità riesce a cavarsela, tanto che la cosca americana si affida ad una cosca locale quella comandata da don Vito Tresoldi per tentare di punire l’uomo.
Così inizia un’altra dura battaglia, senza esclusione di colpi; il mafioso fa uccidere la moglie e la figlia di Luca, che da quel momento giura vendetta.
E la compie, sterminando la gang del mafioso e uccidendo i due killer americani mandati dalla cosca statunitense.
Fernando Di Leo, dopo il capolavoro Milano calibro 9, prova a rinverdire i fasti del primo capitolo della trilogia del milieu, a cui appartiene questo La mala ordina ,
diretto dal regista pugliese nel 1972, comprendente anche la parte finale, ovvero Il boss e affidando la parte del protagonista a Mario Adorf, già presente nel film precedente.
Lo fa imbastendo un noir ben dosato, in cui azione e ritmo non mancano; memorabile, ad esempio, la lunga sequenza dell’inseguimento di Luca Canali, appeso ad uno sportello di un furgone al guidatore del furgone stesso, chiuso dalla violenta scena in cui Luca sfonda a testate il parabrezza del mezzo.
Forse, rispetto a Milano calibro 9, in La mala ordina c’è meno tensione, la sceneggiatura non è brillantissima e manca il personaggio di spicco di Ugo Piazza, sostituito questa volta da un malvivente di mezza tacca, Luca Canali, piccolo magnaccia che saprà districarsi dai guai in cui involontariamente finirà per cacciarsi; pur tuttavia il mestiere di Di Leo c’è tutto, e si materializza in scene davvero ben congegnate, come il citato inseguimento e sopratutto la parte finale, in cui Luca ha la sua vendetta in un cimitero di auto demolite, in cui uccide i due sicari americani.
Punto debole del film sono le interpretazioni; se da un lato c’è un ottimo Adorf, abilissimo nel tratteggiare la figura un pò guascona di Luca Canali, all’opposto troviamo un Henry Silva, nella parte di uno dei due gangster americani, impegnato a mostrare un quantomai inopportuno sorriso smagliante, assolutamente non indicato in un film che ha una forte vocazione noir.
Più aderente al personaggio invece è Woody Strode, legnoso e rigido ma quantomeno più credibile.
Le parti femminili sono affidate alle bellssime Luciana Paluzzi, Femi Benussi e Sylva Koscina; la prima se la cava dignitosamente nei panni dell’interprete dei due gangster, che troverà la morte nel convulso finale; Femi Benussi, un’autentica sicurezza, è al solito perfetta nel suo ruolo, che questa volta è quello di una prostituta amica e protetta di Luca.

Adolfo Celi è Don Vito Tressoldi
Infine c’è Sylva Koscina, brava ma troppo elegante e fine per interpretare la moglie di Luca, il piccolo pappone che non ha certo una laurea o una cultura; la Koscina pur professionale, sembra davvero un elemento estraneo al film, con quella sua aria aristocratica inadatta al ruolo di parrucchiera e moglie di Luca.
Qualche errore di troppo, quindi, mascherato comunque dalla solita professionalità di Di Leo, un vero marchio di fabbrica.
Un film comunque tra i migliori, nel suo genere; non a caso Tarantino lo cita spesso, assieme al resto della trilogia, tra i film che lo hanno impressionato e influenzato maggiormente.
Buone le musiche di Armando Trovajoli; tra le curiosità, la presenza di lara wendel nei panni della figlia di Luca Canali e il doppiaggio di Mario Adorf, affidato al compianto Stefano Satta Flores.
La mala ordina, un film di Fernando Di Leo, con Mario Adorf, Henry Silva, Woody Strode, Adolfo Celi, Luciana Paluzzi, Franco Fabrizi, Femi Benussi, Gianni Macchia, Peter Berling, Francesca Romana Coluzzi, Cyril Cusack, Sylva Koscina, Jessica Dublin, Omero Capanna, Giuseppe Castellano, Giulio Baraghini, Andrea Scotti, Imelde Marani, Gilberto Galimberti, Franca Sciutto, Ulli Lommel, Vittorio Fanfoni, Giuliano Petrelli, Pietro Ceccarelli, Pasquale Fasciano, Alberto Fogliani, Giovanni Cianfriglia, Guerrino,Lina Franchi,Lara Wendel
Mario Adorf … Luca Canali
Henry Silva … Dave Catania
Woody Strode … Frank Webster
Adolfo Celi … Don Vito Tressoldi
Luciana Paluzzi … Eva Lalli
Franco Fabrizi … Enrico Moroni
Femi Benussi … Nana
Gianni Macchia … Nicolo
Peter Berling … Damiano
Francesca Romana Coluzzi … Trini
Cyril Cusack … Corso
Sylva Koscina … Lucia Canali
Jessica Dublin … Miss Kenneth
Omero Capanna … Vito’s Goon
Giuseppe Castellano … Garagaz
Giulio Baraghini … Gustovino
Andrea Scotti … Garo
Gilberto Galimberti … Vito’s Goon
Franca Sciutto … Ballerina
Ulli Lommel … Ballerina
Vittorio Fanfoni … Uomo di don Vito
Giuliano Petrelli … Uomo di don Vito
Pietro Ceccarelli … Uomo di don Vito
Pasquale Fasciano … Uomo di don Vito
Regia: Fernando Di Leo
Sceneggiatura: Fernando Di Leo, Augusto Finocchi
Prodotto da: Armando Novelli .
Musiche: Armando Trovajoli
Effetti speciali: Basilio Patrizi
“Adorfiano ed alterno. Adorf supera se stesso di Milano Calibro 9. Il film no, per snodi di trama assai meno logici rispetto a MC9, che si perdonano perché Adorf è fantastico, la fotografia è un gioiello etc. Si trovano temi presenti nell’opera di Di Leo: le cose che altrove funzionano, pure qui lo fanno egregiamente, mentre ciò che altrove non convince, non convince neppure qui (il mondo giovanile poi ripreso in Avere vent’anni). Inoltre la Dublin non strappa manco un sorriso, analogo risultato del tremendo Colpo in canna.
Tra i migliori esempi di film di genere italiano, ed ottimo esempio di noir, è anche una delle opere migliori di Fernando Di Leo. Girato con grande ritmo non appare mai patinato e artefatto, ma sempre efficacemente realista e spietato, con sequenze d’azione che, sebbene a volte siano un po’ “forzate”, appaiono sempre efficacissime. Ottima la prova del cast (specie del bravo Mario Adorf), così come la colonna sonora.
Il modesto macrò Luca Canali (Adorf) viene utilizzato come capro espiatorio dal padrino Don Vito Tressoldi (Adolfo Celi): a lui è attribuita la mancata consegna di un carico di droga pari a 3 miliardi delle vecchie lire. L’americano Corso (Cyril Cusack), che ha subìto il contraccolpo economico, invia due killer con lo scopo di dare una vistosa lezione al protettore, in colpa di defezione. Eccezionale noir, ispirato alla larga da Scerbanenco, ma frutto d’una sceneggiatura puramente ascrivibile al grande Di Leo (Ingo Hermes è imposto dalla co-produzione tedesca). Adorf domina e buca lo schermo.
Molto convincente Mario Adorf, nel ruolo di un pappone milanese un po’ sbruffone, che viene incastrato dal boss locale. Il film si trasforma quasi subito in una caccia all’uomo, soprattutto quando arrivano i due sicari per eliminare Canali (Adorf). Bravo il protagonista a costruire il personaggio, che da omuncolo dalla lingua lunga si trasforma in vendicatore, quando viene attaccato negli affetti più cari. Nessuna morale. Il boss difenderà nome e credibilità a tutti i costi. Da vedere.
Altro potente capitolo del noir italiano, che rispetto a MC9 appare meno cupo e tragico e più essenziale, lineare ed immediato. L’immenso Adorf tratteggia un macrò leale con gli amici, tenero con la sua famiglia, ma spietato con gli avversari, che vengono abbattuti dalla furia delle sue testate vendicatrici. Silva è insolitamente plastico, esuberante e parolaio e cede la sua granitica impassibilità al collega Strode. Scelta ottimale di volti (Cusack. Celi, Paluzzi, Coluzzi, Fabrizi, Berling…) e attori-stuntmen (Capanna, Galimberti).
Storia di un piccolo macrò della mala milanese che si ritrova braccato da due spietati killer americani senza un motivo apparente… Di Leo, autore anche del soggetto, è bravo nel descrivere con cura la disperata deriva di un uomo finito in un ingranaggio più grosso di lui, gira scene d’azione di tutto rispetto e tratteggia con cura anche i personaggi secondari. Se aggiungiamo l’interpretazione di un eccellente Mario Adorf, credo di aver reso l’idea di un grande film, senz’altro tra i migliori del regista pugliese.
Grandissimo film di Di Leo che ci regala uno dei più straordinari noir italiani di sempre. Livido, violento e spietato come pochi altri e per questo degno di autori più quotati come Don Siegl e Melville. Sceneggiatura tesa e vibrante. Musiche di Trovatoli che si fondono efficacemente con le immagini. Maestosa la prova di Adorf che ci regala uno splendido personaggio ed un finale assolutamente memorabile.
Una partita di eroina rubata, un pesce piccolo a cui addossare la colpa, una vendetta cieca e rabbiosa. Tutti elementi noti al genere noir, che Di Leo usa con mestiere confezionando un altro film “scerbanenchiano” dopo Milano Calibro 9 (curiosamente, quello è il titolo del racconto da cui viene l’idea di partenza del film). Meno intenso e più fiammeggiante, mette in prima linea un grande Mario Adorf, pappone con una sua dignità che non accetta compromessi e si fa giustizia da solo. Qualche tributo al gusto pop dell’epoca. Il finale è eccessivo “
Nel buio non ti vedo ma ti sento (Je suis une nymphomane)
Carole e Eric sono due giovani di buona famiglia, con in comune un’educazione molto rigida e l’appartenenza a famiglie di pari ceto sociale; il padre di Carole è un capitano su una nave, mentre Eric viene da una famiglia benestante.
I due lavorano insieme, sono una coppia affiatata anche se decisamente poco spregiudicata.
A cambiare le carte in tavola è un incidente, che vedrà coinvolta la ragazza e che avrà conseguenze imprevedibili.
Un giono Carole cade nella tromba dell’ascensore per causa del dottor Michele; la colpa del medico è assolutamente casuale, e il medico stesso la soccorre.
La caduta sembra provocare un profondo trauma nella ragazza; se da un lato non ha subito apparenti danni fisici, da un altro sembra che la sua psiche abbia riportato alterazioni profonde.
Difatti la timida e inibita Carole all’improvviso muta il suo atteggiamento verso gli uomini, trasformandosi da timida e inibita e aggressiva e disinibita accalappiatrice di uomini.
La prima cavia del nuovo corso sessuale della ragazza è il figlio del datore di lavoro di carole e Eric, sedotto proprio sotto gli occhi increduli di quest’ultimo.
Quando la famiglia apprende della vita spregiudicata della ragazza, per mettere a tacere le numerose malelingue e i pettegolezzi che ormai circolano sul suo conto in città, la invia a Parigi.
Errore fatale, perchè Carole, ormai in preda a quello che sembra un raptus irrefrenabile, finisce per diventare una marionetta nelle mani di due loschi figuri, Muriel e Bruno.
Ormai destinata ad una vita di abiezione, Carole si decide a incontrare uno psicanalista, convinta di essere ormai diventata una ninfomane.
Il tentativo non sortisce gli effetti sperati, e dopo aver anche consultato un sacerdote inutilmente, la ragazza verrà salvata dalla sua triste sorte proprio dall’affetto del dottor Michele, che lei ha provvidenzialmente reincontrato, dimostrando di essere sulla via della guarigione quando fugge a gambe levate da un’orgia organizzata da Muriel e Bruno.
Lanciato in Italia con il titolo abbastanza ambiguo di Nel buio non ti vedo, ma ti sento, in origine Je suis une nymphomane, il film diretto nel 1971 da Max Pecas è un ardito pseudo dramma a forti tinte erotiche, giocato tutto sulla fresca bellezza di sandra Julien, attrice di scarse doti cinematografiche ma assolutamente adatta a livello visivo per la sua bellezza e la sua sensualità.
Un film che ovviamente basa tutta la sua trama, presso che inesistente, sulle avventure erotiche della protagonista, alle prese con dilemmi esistenziali tipo ” sono una ninfomane?”, oppure ” amo davvero Michele?” e via discorrendo, sul piano di una banalità assoluta, mimetizzata dietro una patina di sesso soft, il massimo mostrabile agli inizi degli anni settanta.
Inutile poi parlare di recitazione o altro, visto sia il tema, sia le scarse capacità della Julien; forse l’unica a metterci un po d’impegno è Janine Reynaud, attrice abbastanza conosciuta in Francia, un po meno da noi.
Falcidiato dalla censura italiana, il film perde anche quel poco di senso che ha, trasformandosi in una sarabanda di esposizioni di nudo della bella Julien.
Insomma, un film da vedere solo se davvero non si ha nessuna alternativa valida; in questo caso lo spettatore è avvisato, la noia lo sorprenderà a meno di metà film.
Nel buio non ti vedo (Je suis une nymphomane), un film di Max Pecals, con Sandra Julien, Patrik Verde, Janine Reynaud, Yves Vincent, Michel Lemoine, Alan Hitier, France Noel, Erotico, Francia 1971
Sandra Julien … Carole
Janine Reynaud … Murielle
Yves Vincent … Le prêtre
Patrick Verde … Michel
Michel Lemoine … Hugo
Alain Hitier … Eric
Bob Ingarao … Zingaro
Michel Charrel … Zingaro
Michel Vocoret … Olivier
Regia Max Pécas
Sceneggiatura Max Pécas,Claude Mulot
Produzione Paul Cayatte
Musiche Derry Hall
Fotografia Robert Lefebvre
Makeup Serge Stern
Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile
Una serie di assassini, un ispettore chiamato a risolvere l’enigma.
Un plot classico, che più classico non si può; si inizia con la morte di alcune belle donne, sposate ai notabili della città, accanto ai cadaveri delle quali vengono rinvenute delle foto.
Sono immagini ovviamente di amanti delle donne, ma presentano una particolarità: i volti degli uomini sono stati rimossi, ovviamente per nascondere la loro identità.
L’ispettore Capuano è incaricato delle indagini, che si presentano subito difficili per i nomi coinvolti; a lui si affianca l’anatomo patologo Casali , che si rivela una preziosa fonte di informazioni per capire come sono morte le donne e la maniera in cui ha operato l’assassino.
Cercando di non pestare i piedi a nessuno, Capuano indaga, prendendo anche delle cantonate, come quella che lo vede sospettare dell’addetto alla ricucitura dei cadaveri.
Ma poco alla volta il caso si sbroglia, fino ad un finale assolutamente a sorpresa.
Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile, film del 1972 diretto da Roberto Bianchi Montero rivela da subito la scarsa attitudine del regista per il genere thriller;
Sylva Koscina è Barbara Capuana
la trama è abbastanza intricata ma anche maldestramente svolta, tanto che in alcuni punti si fa fatica a seguire i guizzi del regista, che sembra privilegiare più l’aspetto prettamente estetico che quello cinematografico.
Si assiste, difatti, ad una parata di morte assassinate generalmente in desabillè, cosa che la dice lunga sulle intenzioni del regista.
La trama resta abbastanza nell’oscurità, spiazzando lo spettatore, che si riavrà solo sul finale, quando il tutto giungerà alla conclusione, in maniera peraltro ben congegnata.

Susan Scott (Nieves Navarro) è Lilly
Debitore as usual del solito Argento, Bianchi Montero punta tutto su una certa latente tensione, sul cast di starlette che popola il film e su un robusto contributo sonoro del grande Gaslini; se la ricetta non funziona appieno è perchè manca uno degli ingredienti fondamentali, ovvero una suspence tirata, di quelle che inchiodano lo spettatore alla poltrona.
Manca anche nerbo nella recitazione, sopratutto da parte di Farley Granger, imperturbabile e azzimato nei panni dell’ispettore Capuano; Chris Avram se la cava meglio, così come una sicurezza è Luciano rossi, questa volta delegato nella parte decisamente antipatica di un becchino addetto all’estetica dei cadaveri, che ovviamente diventa il sospettato numero uno.
Ma lo spettatore scafato, quello che ama il genere thriller, non si lascia depistare da un si facile indizio, e cerca ovviamente altre soluzioni; la troverà in un finale un tantino tirato per i capelli, ma tutto sommato abbastanza originale.
Se il modus operandi dell’assassino sembra schematicamente compresso, con le morti che avvengono tutte nello stesso modo e che sembrano ricalcare il clichè della punizione delle adultere, la solita immancabile eliminazione del vizio, a salvare la braca pericolosamente inclinata arriva proprio il finale e sopratutto la curiosità di vedere la parata di belle attrici alle prese con il misterioso maniaco.
Il cast, come accennatto, presenta una parata di bellezze di primo piano; Annabella Incontrera, Sylva Koscina, Krista Nell, Femi Benussi, Susan Scott, Angela Covello sono decisamente tutte belle, sexy e affascinanti.
E sono anche abbastanza spogliate, il che induce a qualche malizioso pensierino sulle finalità del film di Montero.
Ma, in definitiva, è un film che può essere visto senza annoiarsi troppo, con qualche bel colpo a patto però di non aspettarsi un thriller mozzafiato
Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile, un film di Roberto Bianchi Montero. Con Annabella Incontrera, Sylva Koscina, Silvano Tranquilli, Farley Granger, Susan Scott, Philippe Hersent, Andrea Scotti, Ivano Staccioli, Sandro Pizzorro, Benito Stefanelli, Krista Nell, Femi Benussi, Bruno Boschetti, Jessica Dublin, Chris Avram, Fabrizio Moresco, Angela Covello, Luciano Rossi
Poliziesco/Thriller, durata 91 min. – Italia 1972.
Farley Granger … Ispettore Capuana
Sylva Koscina … Barbara Capuana
Silvano Tranquilli … Paolo Santangeli
Annabella Incontrera … Franca Santangeli
Chris Avram … Professor Casali
Femi Benussi … Serena
Krista Nell … Renata
Angela Covello … Bettina Santangeli
Fabrizio Moresco … Piero
Irene Pollmer … Giannina
Luciano Rossi … Gastone
Jessica Dublin … Rossella
Philippe Hersent … Questore
Nieves Navarro … Lilly
Bruno Boschetti … Poliziotto
Regia: Roberto Bianchi Montero
Sceneggiatura: Luigi Angelo
Produzione: Angelo Faccenna, Eugenio Florimonte,Mario Pellegrino
Musiche: Giorgio Gaslini
Costumi: Oscar Capponi
Editing: Rolando Salvatori
Effetti: Vitantonio Ricci
Costumi: Lidia Maniero
“Giallino italico con trama quasi inesistente e qualche trovatina (mega-citazione dal baviano Sei donne…, il sangue dalla scala a chiocciola, l’inanità del testimone del delitto finale…). Povero il contorno (risibili l’omicidio della Benussi e la lentezza del commissario nel far partire il registratore) e recitazioni appena sufficienti (il regista amava il “buona la prima”). L’amore per il genere, per il decennio e per il superbo gineceo spingerebbero almeno verso la risicata sufficienza: la razionalità, invece, dice uno e mezzo.
La trama è scritta un tanto al chilo, ma quello che rende interessante il film di Montero è – oltre all’impatto scenico cagionato dalla presenza (inusuale) di un elevato numero di fascinose attrici (in ruolo di apòstate) – la solida mano di un regista abituato a realizzare, con professionalità (ed accortezza scenica, con riguardo per la buona fotografia) pellicole di svariati generi. Se l’influenza di Argento si fa sentire, bisogna però segnalare che Montero anticipa l’utilizzo di un grande compositore musicale (Giorgio Gaslini) indòtto a comporre un tema à la Morricone.
Tipico giallo anni Settanta, unisce l’estetica di Bava e la meccanica di Argento (modalità degli omicidi e particolare rivelatore) a un sottotesto maschilista e moralista. La suspense scarseggia, essendo schiacciata dall’incontenibile pressione erotica delle attrici più in voga del momento nel cinema di genere (Koscina, Benussi, Scott, Nell, Incontrera), tutte artisticamente spogliate; c’è anche la giovanissima Covello, unica donna dal ruolo innocente e pudico. Reminescenze hitchcokiane nel beffardo finale.
Giallo girato in economia ma non disprezzabile. Si accumulano omicidi ed ovviamente si pensa bene di fornire al pubblico qualche facile sospettato su un piatto d’argento (un cinico avvocato, un medico pazzo col ghigno del grande Luciano Rossi…) solo per arrivare alla sorpresa finale. Da gustarsi più con la pancia che non col cervello, in ogni caso. Notevole il cast femminile, con nudi a ripetizione.
Risibile thrillerino all’italiana in cui un feroce assassino si diverte ad uccidere donne fedifraghe. Perché? Pare che neanche gli sceneggiatori avessero le idee chiare in proposito, tanto che hanno dato vita ad un plot piuttosto confuso e farraginoso che non coinvolge quasi mai lo spettatore e che si fa notare solo per il finale beffardo ed intriso di umorismo. Per il resto c’è davvero poco da stare allegri.
Ottimo giallo italiano con un cast femminile strepitoso. In quale film possiamo trovare la Koscina, la Scott, la Neill, la Benussi, la Incontrera… Anche il cast maschile è ottimo: Granger, Avram e soci (una gioia per gli occhi del fan degli Anni Settanta). Buone le musiche, i delitti molto sanguinosi, il finale beffardo (un pochino traballante nella soluzione, ma ottimo). Irresistibile, almeno dal mio punto di vista.
Piacevole thriller argentiano con qualche venatura poliziesca. Discreta la regia e curiosamente insistiti i dettagli gore (mai splatter però) e le scene di nudo (integrale quello di Susan Scott). La storia non è nulla di eccezionale, con qualche lentezza e un po’ troppi riferimenti ad Argento, ma bene o male regge fino alla fine. Ottimo il protagonista Farley Granger, bravo Silvano Tranquilli, notevole il cast femminile. Nulla di eccezionale le musiche di Gaslini. Sorprendente l’omicidio sulla spiaggia.
Tra i vari spin-off italici dell’Argento prima maniera, spicca questo giallo dal titolo assai bizzarro (e logorroico). In realtà, a parte un cast rispettabile che mette insieme molte starlette dell’epoca, il film non presenta grandi motivi d’interesse: la sceneggiatura è appena sufficiente, il ritmo latita, la tensione è pari a zero, le scene cruente sono poche e mal realizzate. Tra i pro invece segnalo le belle musiche di Gaslini e il finale spietato, che mette sullo stesso piano buoni e cattivi. Si denota un fondo misogino e anti-borghese.
Il commissario col baffetto azzimato che risolve il caso senza scomporsi: c’è. Alcune sequenze importanti come l’omicidio sulla spiaggia o il finale con fotogrammi sovraimposti: ci sono. Bellezze discinte: non mancano, anzi abbondano. Il sospettato numero uno, un platinatissimo necrofilo che alla fine è innocente: presente. La colonna sonora evocativa e stucchevole: non poteva mancare. Insomma, gli ingredienti che hanno fatto grande il giallo italiano ci sono tutti, ma da metà pellicola causa inedia diffusa, è la voglia di arrivare alla fine, che mi mancava.”












































































































































































































































































