Un dolce viaggio
Due amiche poco più che trentenni, un viaggio alla riscoperta del loro rapporto di se stesse, delle loro vite. Lucie e Helene, due donne diverse ma in fondo complementari. La prima dopo una lite furibonda con il marito, decide di andare a trovare la sua amica sposata e madre di due figli, alla ricerca di un un po di affetto e comprensione, quelle cose che ormai le mancano.
Troverà l’una e l’altra cosa proprio in Helene, grazie anche ad un viaggio dolce (quello che ispira il titolo) attraverso la pigra e sonnolenta, luminosa e affascinante campagna francese, che finirà per alimentare le confidenze tra le due amiche, attraverso il ricordo dei bei giorni dell’infanzia.
Dominique Sanda
Un’atmosfera galeotta, che favorirà anche una strana atmosfera tra le due; un viaggio che porterà proprio Helene a decidere di tornare a casa, salvo poi tornare sui suoi passi di fronte ad una atmosfera familiare apatica e noiosa. Ora è Helene ad avere bisogno di Lucie, ed è anche l’occasione per tentare di rifare il dolce viaggio.
Film particolare, intriso di malinconia, di esasperante lentezza descrittiva, di fascino leggermente morboso e di erotismo sottile, di commozione sull’onda dei ricordi e molto altro.
Principalmente un film in soggettiva, dove il dialogo, i silenzi, sostituiscono movimenti, dove gli sguardi prevalgono sui discorsi, in cui le due protagoniste, le intense Geraldine Chaplin che interpreta Lucie e Dominique Sanda che interpreta Helene sono impegnate a confrontarsi con se stesse, con i loro ricordi e con le loro sensazioni.
Michel Delville struttura il film in un continuum sequenziale: l’incontro, il viaggio, le parole, l’amicizia e un pizzico di sensualità, poi l’addio e il nuovo incontro sono un’unica tappa di un percorso che porta le due donne a concepire la vita con una scala di valori e di emozioni che escludono i rispettivi partner, a tutto vantaggio di una relazione amichevole che diventa anche amorosa. Le due donne si comprendono a meraviglia, molto più di quello che possono e fanno i coniugi.
Geraldine Chaplin
Lo stesso Delville ha molti pregi, nella direzione del film; il principale, è quello di non aver mai calcato la mano sull’erotismo che permea sottilmente la pellicola, rendendo il film memorabile per sensualità.
Il tratteggio delle due figure assume contorni che variano senza soluzione di continuità tra ricordi veri e inventati, così come i giochi sottilmente maliziosi (memorabile la sequenza in cui la Sanda fotografa la Chaplin in campagna) restano sospesi come sogni, contornati da ricordi che si mescolano di continuo.
In definitiva, un film morbido, sensuale, delizioso.
Da assaporare, come la dolce campagna francese, come la morbida fotografia, come le intense interpretazioni di due ottime attrici.
Un dolce viaggio, un film di Michel Deville. Con Geraldine Chaplin, Dominique Sanda, Jacques Zabor Titolo originale Le voyage en douce. Commedia, durata 98 min. – Francia 1979.
Dominique Sanda Hélène
Geraldine Chaplin Lucie
Jacques Zabor Denis
Jean Crubelier L’uomo della casa
Valerie Masterson La cantante
Cécile Le Bailly Marie
Jacqueline Parent Mathilde
Jacques Pieiller Pinson
Françoise Morhange La nonna
Frédéric Andréi Il giovane dell’hotel
Christophe Malavoy L’uomo del treno
André Marcon … L’uomo del concerto
Robin Camus … Lucas
Regia:Michel Deville
Sceneggiatura:Michel Deville
Produzione:Maurice Bernart
Musiche:Catherine Ardouin
Fotografia:Claude Lecomte
Montaggio:Raymonde Guyot
Mimsy Farmer

Mimsy Farmer, americana di Chicago, dov’è nata nel febbraio del 1945, è stata una delle attrici più capaci arrivate in italia agli inizi degli anni settanta, quando venne chiamata da Dario Argento per interpretare il ruolo di Nina nel suo Quattro mosche di velluto girigio. Mimsy aveva 26 anni, ma alle spalle già una carriera consolidata, avendo esordito all’età di 17 anni in alcune produzioni americane per la Tv, come “My Three Sons” ,”The Adventures of Ozzie & Harriet” e sopratutto in due grandi successi arrivati anche in Italia, Perry Mason e Lassie.
In Italia arriva dopo aver girato Riot of sunset strip, Devil angels al fianco di Cassavetes, in The wild racers e sopratutto More, film in cui interpreta la giovane Estelle, memorabile sopratutto per la celebre colonna sonora dei Pink Floyd. Gli spettatori italiani la apprezzano anche in due fortunate produzioni, Michele Strogoff, corriere dello zar e Quando il sole scotta, in inglese Road to Salina, scabrosa storia in cui interpreta Billy, una ragazza che in passato aveva avuto una relazione incestuosa con il fratello che poi aveva ucciso.
Il ruolo che le consegna la fama anche da noi è il citato Quattro mosche di velluto grigio, diretto da Dario Argento nel 1971, in cui Mimsy Farmer interpreta Nina, la psicotica moglie di Roberto, che alla fine risulterà essere la vera e insospettabile assassina di una serie di delitti. Non è particolarmente bella, Mimsy, ma ha fascino e un carisma magnetico; corpo esile, anzi minuto, è lontana anni luce dal prototipo della vamp. Ma riesce a supplire con doti recitative eccezionali a quanto le manca sul piano fisico.
In poco tempo gira alcuni ottimi lavori, come Corpo d’amore di Fabio Carpi, La vita in gioco di Mingozzi accanto al sex symbol Helmut Berger, l’ottimo Il maestro e Margherita, di Petrovic, tratto dal famoso romanzo di Bulgakov, nel quale interpreta splendidamente Margaretha, la moglie di un poliziotto innamorata dello scrittore Maksudov.
Mimsy in 4 mosche di velluto grigio
L’opera successiva ,Il camino, film del 1973 diretto da Jorge Darnell passa quasi inosservata,pur vantando nel cast Fernando Rey e Luigi Pistilli; tuttavia ottiene un altro buon successo personale lavorando con Delon e Jean Gabin in Due contro la città, opera discontinua di Josè Giovanni, in cui è la donna di Gino, un ex carcerato che finirà per essere ghigliottinato solo per aver ucciso un poliziotto che lo tormentava sadicamente.La Farmer dimostra di essere un’attrice completa, assolutamente adatta ai ruoli drammatici, in possesso di una mimica facciale che le permette di rendere al meglio i personaggi più complessi.

Mimsy Farmer in Spencer mountain
E’ il caso di Silvia Hacherman , personaggio principale di Il profumo della signora in nero di Barilli, uno dei film più originali del cinema italiano; il complesso personaggio di Silvia, dottoressa ossessionata dal ricordo della propria madre vista in un incontro sessuale molto crudo, dal quale esce con problemi piscologici che la porteranno sull’orlo della pazzia, mostra la maturità raggiunta. Confermata da Allonsanfant, film dei fratelli Taviani, in un altro ruolo drammatico, quello di Francesca, che riporta il nobile Fulvio sulla strada degli alti ideali rivoluzionari della carboneria, che rinnegherà tradendo i suoi compagni.

Il profumo della signora in nero
Siamo nel 1974, e l’attrice continua a interpretare parti drammatiche: la successiva è nel film La polizia indaga: siamo tutti sospettati di Michel Wyn, in cui interpreta Candice, una giovane uccisa casualmente in Francia. Il 1975 segna il ritorno della Farmer ai film di ambientazione thriller; è il caso del film di Crispino Macchie solari, opera molto discussa in cui è ancora una volta una dottoressa, Simona, coinvolta in una brutta storia di omicidi in una città in cui si abbatte un’improvvisa serie di allucinanti delitti, che le autorità attribuiscono alle macchie solari del titolo.

Uno dei suoi primi lavori, il geniale More
Nei successivi due anni la Farmer lavora in Morire a Roma (La vita in gioco) di Giuseppe Mingozzi, pressochè ignorato dal pubblico e in Il sapore della paura di Leroy, un insolito film in cui interpreta Helen, una ragazza che finirà per diventare la preda di un gruppo di rispettabili notabili del posto, che dopo averla violentata la faranno morire tra le sabbie mobili.
Per rivedere sul grande schermo la Farmer, bisognerà attendere il 1977, quando interpreterà il ruolo di Giulia in Antonio Gramsci: i giorni del carcere, diretto da Lino Del Fra; nel 1978 lavora in L’amant de poche di Bernard Queysanne, film mai distribuito in Italia, in Ciao maschio di Ferreri e in Concorde affaire, diretta da Deodato.
E’ proprio nel 1979 che la Farmer decide di accettare nuovamente ruoli televisivi, per cui la troviamo in Martin Eden, di Giacomo Battiato, ripreso dal famoso romanzo di Jack London, nel quale è Lizzie, al fianco di Delia Boccardo e Capucine e subito dopo in un’altra fiction (oppure sceneggiato Tv, com’erano chiamate all’epoca le produzioni di telefilm televisive), Il treno per Istambul, regia di Mingozzi, al fianco di William Berger e Stefano Satta Flores.
Mimsy Farmer in due fotogrammi tratti da Macchie solari
Ovviamente non dimentica il cinema, e ancora una volta lavora in un thriller, Gatto nero, di Lucio Fulci, tratto da un romanzo di Poe in cui interpreta Jill, una fotografa che rischierà di morire sepolta viva, e che sarà salvata proprio da un gatto nero. Alternando lavori in tv e al cinema, la Farmer mostra un eclettismo che ha pochi riscontri nel mondo del cinema; cosi alle produzioni tv alterna lavori selezionati, come La ragazza di trieste, il dramma di Pasquale Festa Campanile nel quale è al fianco, anche se in una parte secondaria, di ben Gazzarra e Ornella Muti, per poi passare a Don Camillo, nel quale per la prima volta si trova sul set di un film con risvolti comici, un remake del vecchio successo interpretato dagli indimenticabili Gino Cervi e Fernandel;

Con Lee Van Cleef in Arcobaleno selvaggio
in questo caso ci sono Terence Hill e Colin Blakely, e il risultato è davvero modesto. Torna in Tv, nel 1984, per La bella Otero, di José María Sánchez, che schiera attori di gran livello, come Ángela Molina, Harvey Keitel, Aurore Clément, Luciano Salce, Vittorio Caprioli,Gigi Proietti,Gianni Cavina,Lina Sastri, mentre al cinema la vediamo in La mort de Mario Ricci , Il quartetto Basileus , Arcobaleno selvaggio.
Pian piano l’attrice inizia a diradare gli impegni cinematografici e televisivi; trasferitasi in Francia, si appassiona alla scultura e alla pittura, anche per merito di Francis Poirier,lo scultore che diventerà suo marito. Interpreta qualche altro film, come La ragazza dei lilla, di Flavio Mogherini, nel 1985, Un foro nel parabrezza di Sauro Scavolini e Sensi, lavoro brutto e scoordinato di Gabriele Lavia.
Nel 1987 lavora in Camping del terrore di Deodato, brutto e pasticciato thriller, in Poisons, di Pierre Maillard, in Il segreto dell’uomo solitario, di Ernesto Guida e nei lavori Tv Sei delitti per padre Brown, prima di chiudere definitivamente con il cinema e la stessa tv nel 1991, con la fiction Safari diretta da Roger Vadim. Da quel momento in poi Mimsy Farmer si dedicherà anima e corpo alla scenografia, lavorando principalmente in Francia, ma non solo: Troy, Marie Antoinette, La fabbrica di cioccolato sono soltanto alcuni dei film ai quali ha partecipato come realizzatrice di sculture utilizzate poi in scena.
Un’attività che la bravissima attrice svolge a tempo pieno, avendo ormai accantonato da tempo i set cinematografici che l’avevano vista protagonista di tanti film importanti.
Sensi
La traque
Antonio Gramsci: i giorni del carcere
Three sons
Michele Strogoff corriere dello zar
Les suspect
La ragazza di Trieste
La polizia indaga,siamo tutti sospettati
Hot road to hell
Questa nostra estate
Riot on Sunset strip
Hot roads to hell
Due fotogrammi tratti dallo sceneggiato Martin Eden
Les pieds poussent en novembre
La vita in gioco
La ragazza dei lilla
La polizia indaga
La morte di Carlo Ricci
Killico il pilota nero
Il segreto dell’uomo solitario
Facce senza dio
Don Camillo
Die wolfin
Ciao maschio
Camping del terrore
Arcobaleno selvaggio
Quando arriva il giudice
Morire a Roma
Camino-La faccia violenta di New York
Devils angels
Il segreto dell’uomo solitario 1988
Poisons (1987)
Camping del terrore (1987)
Her Fragrant Emulsion (1987)
Sensi (1986)
Un foro nel parabrezza (1985)
La ragazza dei lilla (1985)
Fratelli (1985)
Arcobaleno selvaggio 1984
La mort de Mario Ricci (1983)
Il quartetto Basileus (1983)
Don Camillo (1983)
La ragazza di Trieste (1982)
Black Cat (Gatto nero) (1981)
Même les mômes ont du vague à l’âme (1980)
La légion saute sur Kolwezi (1980)
Concorde Affaire ’79
Ciao maschio 1978
L’amant de poche 1978
Antonio Gramsci: i giorni del carcere (1977)
Il sapore della paura 1975
Morire a Roma (1975)
Macchie solari (1975)
La polizia indaga: siamo tutti sospettati (1975)
Allonsanfàn (1974)
Il profumo della signora in nero (1974)
Les mille et une mains (1974)
Due contro la città 1973
Camino-La faccia violenta di New York (1973)
Il maestro e Margherita (1972)
La vita in gioco (1972)
Corpo d’amore (1972)
4 mosche di velluto grigio (1971)
Quando il sole scotta 1970
Strogoff (1970)
More (1969)
The Wild Racers (1968)
Devil’s Angels (1967)
Riot on Sunset Strip (1967)
Hot Rods to Hell (1967)
Bus Riley’s Back in Town (1965)
Una bella governante di colore
Simone Sallusti, figlio di Nicola, un industriale donnaiolo, ha, come il padre, la fissa delle donne. Per cui si getta su tutte le gonnelle che capitano in famiglia, rappresentate da colf molto disponibili, che alla fine restano incinte. Intanto il padre, che ha una relazione appassionata e intensa con Santina, un’affascinante ricercatrice, assistente di un mezzo pazzo scienziato, il professor Klipper,
decide di cercare una colf che possa sfuggire alle lubriche mire del figlio. la individua in Myriam, una bella ragazza di colore. L’espediente sarà perfettamente inutile, perchè il giovane metterà incinta anche quest’ultima, con il risultato di vedersi costretto, dal padre, a mettere la testa a partito e sposarla.
Ma Simone sarà capace di tenere a freno i suoi appetiti? Film del 1976, diretto da Luigi Russo, esperto in regia di decamerotici (sono suoi parti I racconti di Canterbury N. 2 ,Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio,Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio e futuro regista di Pensione amore servizio completo e Quando l’amore è sensualità) non smentisce la fama di regista dedito a pruderie erotico/comiche, confermando la prima delle sue attitudini e smentendo clamorosamente la seconda.

Due attrici a confronto: Orchidea De Santis e Ines Pellegrini
In questo Una bella governante di colore, infatti, aldilà della preziosa presenza di Orchidea De Santis, all’apice della sua bellezza, latita tutto, dal divertimento all’interesse. A parte le trivialità tipiche dei film di questo genere, le battute comiche sono limitate agli incontri tra Nicola, interpretato dal solito simpaticissimo Montagnani e Santina, il personaggio interpretato dall’affascinante attrice pugliese.
Il resto del film, escludendo il ruolo della Merlini, che inutilmente si sforza di dare dignità alla storia, è di una noia abissale, vista anche l’assoluta inconsistenza della trama. Ad aggravare le cose si aggiungono la surreale partecipazione di D’Angelo, costretto ad interpretare un ruolo francamente tremendo, quello dello scienziato fuori di zucca, la partecipazione di Ines Pellegrini, espressiva come una lapide tombale e del giovane Jean Claude Vernè, assolutamente insipido in un ruolo già di per se deprimente, quello del galletto Simone.
Alla fine i titoli di coda scorrono liberatori; così ci si ricorda di questa bruttissima pellicola solo per la già citata Orchidea De Santis, che da sola vale il prezzo del biglietto ( o del noleggio), questa volta più che per l’interpretazione, peraltro dignitosa, pe la quantità di epidermide mostrata. Poichè è sempre un gran bel vedere, alla fine le si perdona tutto, anche in virtù dei suoi duetti con Montagnani, l’altro motivo per cui si potrebbe vedere questo film. Si potrebbe, appunto; è meglio evitarlo, comunque, ameno che una sera non si abbia bisogno di farsi una dormita anticipata.
Una bella governante di colore, un film di Luigi Russo, con Orchidea de Santis,Renzo Montagnani, Ines Pellegrini, Jean-Claude Vernè, Carlo Delle Piane, Marisa Merlini, Gianfranco D’Angelo, Gaia Russo Italia 1976

La solita splendida Orchidea De Santis
Renzo Montagnani è Nicola Sallusti
Ines Pellegrini è Myriam
Jean-Claude Vernè è Simone Sallusti
Orchidea de Santis è Santina
Carlo Delle Piane è Pasquale – Il fratello di Aspasia
Marisa Merlini è Aspasia – moglie di Nicola
Gianfranco D’Angelo è il Professor Klipper
Regia Luigi Russo
Soggetto Paolo Belloni, Luigi Russo
Sceneggiatura Marino Onorati, Luigi Russo
Produttore Luigi Mondello
Casa di produzione Daino Film
Fotografia Mario Capriotti
Musiche Gianfranco Plenizio
Scenografia Giorgio Desideri
Costumi Alberto Tosto
Trucco Andrea Riva
Grazie nonna
Prima di morire, il signor Persichetti sposa la bella e procace Marijuana; a lei lascia una cospicua eredità. Un giorno la bella e piacente vedova arriva in Italia per conoscere la famiglia del marito, composta dall’ingegner Pino (Enrico Simonetti), dal figlio Giorgio e dall’altro rampollo dell’uomo, Carletto (un giovane Giusva Fioravanti).
Convinto di trovarsi di fronte una vecchia e poco interessante signora, l’ingegnere manda il giovane carletto ad accogliere la donna, proveniente dal Venezuela. Carletto, con sorpresa, si trova davanti la splendida Marijuana, Decide di nascondere la cosa ai famigliari, che però ben presto scoprono l’identità della donna, che da quel momento diventa la preda ambita dei maschi di casa.
Ma Marijuana, un osso duro, tiene a bada tutti e alla fine si concede solo al giovane Carletto, per poi riprendere la strada di casa, lasciando il giovane, ora erudito ai piaceri della carne, alla sua fidanzatina. Commedia scollacciata e becera, Grazie nonna si ricorda solamente per la presenza della bella Fenech, specializzata in commedie sexy; è anche l’ultimo film interpretato da Valerio Fioravanti, noto più in là per cronache giudiziarie.
Nel cast ci sono anche il maestro Simonetti, assolutamente sprecato e Gianfranco D’Angelo. Film soporifero, decisamente da evitare.
Grazie nonna, un film di Franco Martinelli, con Fabrizio Cardinali, Gianfranco D’angelo, Valeria Fabrizi, Edwige Fenech, Giusva Fioravanti, Graziella Mossini, Enrico Simonetti, Italia 1975
Enrico Simonetti: Ing. Pino Persichetti
Edwige Fenech: Marijuana Persichetti
Graziella Mossini: Marinella
Giusva Fioravanti: Carletto
Valeria Fabrizi: Celeste, la governante
Gianfranco D’Angelo: Fra’ Domenico
Fabrizio Cardinali: Giorgio, il figlio più grande
Regia Franco Martinelli
Soggetto Marino Girolami
Sceneggiatura Romano Scandariato, Marino Girolami
Produttore CPM Cinematografica S.r.L.
Casa di produzione Panoramica Eastmancolor
Distribuzione (Italia) Fida
Fotografia Salvatore Caruso
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Enrico Simonetti
Quante volte…quella notte

La giovane e bella Tina conosce il playboy Gianni mentre è al parco con il suo cane; l’uomo la invita a casa sua e la ragazza accetta. Una volta a casa del giovane, Tina vede lo stesso uscire dalla sua stanza con addosso solo un paio di slip; l’uomo tenta di abusare della ragazza, che però scappa e si rifugia dalla madre, che sembra però più preoccupata del vestito rovinato che della disavventura della ragazza.
Gianni, invece, si reca in un night, dove ci sono gli amici Duccio,Sergio e pino, ai quali racconta una diversa versione dei fatti; Gianni è riuscito a sedurre la bella Tina, che ha accettato volentieri le sue avance. All’incontro tra i due giovani ha assistito il portiere di uno stabile vicino, che racconta all’amico lattaio un’altra versione ancora, ovvero che i due hanno condotto in casa con loro Esmeralda e Giorgio, avendo poi con gli stessi un incontro erotico con scambio delle coppie.
Uno psicanalista, ultimo in ordine cronologico, da a sua volta una versione dei fatti differenti. Ma le cose come sono andate davvero, quella notte?
Mario Bava trasforma, nel 1969, una visione un tantino allucinata e pirandelliana e la imprime su celluloide, spiazzando lo spettatore che alla fine non sa bene cosa sia accaduto realmente ai protagonisti della storia. Qual’è la vera versione dei fatti? Chi ha sedotto chi e come sono andate le cose? Ha ragione Tina a sostenere di essere stata violentata oppure ha ragione Gianni nel dipingere la donna come una mantide ninfomane? Oppure ha ragione il portiere, testimonio estraneo ai fatti? O ancora la versione effettiva è quella dello psicanalista?
Bava ovviamente lascia tutto in sospeso; e il film, alla fine, diventa un autentico quiz per lo spettatore, che non ha capito in realtà cosa ha visto, se delle versioni differenti della stessa storia, quindi soggette a interpretazioni psicoanalitiche oppure a un divertissement del regista, che sembra giocare con le atmosfere torbide del film, introducendo personaggi sfuggenti, in un film che alla fine appare confuso e privo di forza, a tratti anche scombinato.
Quante volte, quella notte ebbe grossi problemi di censura, con la conseguenza di uscire nelle sale qualche anno più tardi; il motivo è da ricercare nelle immagini di nudo della bella Daniela Giordano, che interpreta Tina in maniera lodevole. E alla fine è proprio la Giordano l’unico elemento positivo di un film con poco fascino, nel quale però la mano di Bava si sente, quantomeno nelle immagini che a tratti sembrano surrealistiche.
Se l’atmosfera latita, la storia non incanta, quantomeno ci si consola con le sequenza di nudo (molto, ma molto castigate) della giovane e bella Daniela Giordano.Assolutamente incolore la prova di Brett Hasley; in una sequenza compare la giovane Brigitte Skay, interprete del film Isabella duchessa dei diavoli. E anche lei, va detto, è un bel vedere.
Brigitte Skay
Quante volte quella notte, un film di Mario Bava. Con Daniela Giordano , Pascale Petit, Brett Halsey, Dick Randall. Brigitte Skay, Calisto Calisti, Valeria Sabel, Rainer Basedow, Michael Hinz
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976 (1969).
Daniela Giordano: Tina
Brett Halsey: Gianni
Valeria Sabel: Sofia
Michael Hinz: Sergio
Rainer Basedow: Pino
Dick Randall: Duccio
Pascale Petit: Esmeralda

Regia Mario Bava
Soggetto Charles Ross
Mario Moroni
Sceneggiatura Charles Ross
Mario Moroni
Produttore Alfred Leone
Casa di produzione Delfino Film (Roma)
Fotografia Antonio RInaldi
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Coriolano Gori
A.A.A. massaggiatrice bella presenza offresi

Cristina, una bella e disinibita ragazza, in rotta per motivi economici con la sua famiglia, va a stabilirsi a casa dell’amica Paola, una studentessa. Mentre sua madre accetta con rassegnazione la cosa, suo padre, amareggiato, si interroga sulle motivazioni che hanno spinto Cristina a tale decisione.
In realtà Cristina agisce senza motivazioni precise: o meglio, una motivazione è quella del denaro, difatti appena arrivata a casa di Paola, decide di mettere un annuncio su un giornale. AAA massaggiatrice bela presenza, esperta, offresi; è questo il testo dell’annuncio, a cui risponde un giovane culturista, che però equivoca sulla cosa.
Offre infatti alla ragazza un posto come massaggiatrice per sua madre. Sarà Oskar, una specie di piccolo bullo di periferia a offrire a Cristina la possibilità di incontri remunerativi. da quel momento la ragazza inizia a lavorare sul serio, ma ben presto, uno dietro l’altro, i suoi clienti finiscono ammazzati. Sarà un solerte commissario a venire a capo della catena di omicidi.
Diretto da Demofilo Fidani nel 1972, AAA massaggiatrice bella presenza offresi è stato per anni un titolo di culto, passato solo sporadicamente, agli inizi degli anni ottanta, sui canali privati regionali.E , a guardare bene, per validi motivi. Il film è brutto in maniera tale da essere difficilmente recuperabile in una qualsiasi delle sue peculiarità; la recitazione è approssimativa, le scene dei crimini sono totalmente senza pathos, la storia è sgangherata e senza un filo conduttore.
Ad aggravare le cose, la protagonista principale, una giovanissima Paola Senatore, appare quasi spaurita, così come il cast che compone il film, nel quale, inspiegabilmente, anche i buoni caratteristi Manni, Prete e Ross recitano con tale approssimazione da far credere che l’effetto squallore generale fosse studiato a tavolino. Sicchè la scena finale, girata sul ponte Flaminio, con la Senatore che passeggia affranta in pelliccia bianco e nera, arriva come la manna dal cielo, a chiudere un film francamente impresentabile. Incredibilmente, nel cast c’è spazio per la diva anni 50 e sessanta Yvonne Sanson, che ci mette la sua professionalità e buona volontà per rendere credibile il personaggio della madre di Cristina, Impresa inutile, ovviamente. Da segnalare la presenza della splendida Simonetta Vitelli nel ruolo di Paola e null’altro.
AAA massaggiatrice bela presenza offresi,di Demofilo Fidani con Paola Senatore, Simonetta Vitelli, Yvonne Sanson, Hunt Powers (Jack Betts), Howard Ross (Renato Rossini), Giancarlo Prete, Franco Ressel, Jerry Colman, Mario Valdemarin, Raffaele Curi, Enzo Pulcrano, Carlo Gentili, Ettore Manni, Armando Bottin, Giorgio Gravina, Luciano Conte 1972


Paola Senatore … Cristina Graziani
Simonetta Vitelli … Paola
Jerry Colman … Franco – amico di Paola
Raffaele Curi … Marco – amico diCristina
Carlo Gentili … Santino
Ettore Manni … Commissario
Jack Betts … Enrico Graziani
Giancarlo Prete … Cliente di Cristina
Franco Ressel … D’Angelo
Mario Valdemarin … Fabretto
Howard Ross … Oskar

Regia Demofilo Fidani
Soggetto Demofilo Fidani
Sceneggiatura Mila Vitelli, Demofilo Fidani
Casa di produzione Tarquinia Internazionale Cinematografica
Fotografia Aldo Giordani, Roberto Bruni
Montaggio Piera Bruni, Gianfranco Simoncelli
Musiche Lallo Gori
Tema musicale il brano Circus mind è eseguita dal complesso Mack Sigis Porter Ensemble
Trucco Corrado Blengini
Me Me Lai
Me Me Lai, figlia di un inglese e di madre birmana, è nata a Burma nel 1952. Trasferitasi in Inghilterra, ha iniziato a lavorare per la Tv e contemporaneamente a lavorare per il cinema, in pellicole caratterizzate dal basso budget. L’esordio avvenne con un piccolo ruolo, quello della hostess, nel telefilm The golden shot, girato nel 1967; subito dopo lavorò in un altro serial televisivo, Paul Temple, prima di approdare al cinema con il mediocre Prendi il sesso e fuggi, del 1971, film diretto da David Rea,
nel quale la affascinante attrice birmana interpretava iil ruolo di Bride. Sempre nel 1971 lavorò in due produzioni televisive inglesi di discreto successo, Hine e Jason King, mentre contemporaneamente entrò nel cast di La fabbrica del terrore di Ted Hooker. Il primo lavoro come protagonista risale al 1972; si tratta di Au pair girl, film costruito attorno alla figura di Gabriella Drake, la bellissima protagonista di Ufo; nel film Me Me Lai interpretava Nan Lee, una delle quattro disinibite ragazze che metteranno a soqquadro Londra.

Me Me Lai in Ultimo mondo cannibale
La sua bellezza, il fascino esotico richiamarono l’ attenzione di Umberto Lenzi, che nel 1972 la chiamò per Il paese del sesso selvaggio, uno dei primi cannibal movie; il ruolo di Maraya, che finisce per diventare la compagna di John Bradley, il solito europeo rifugiatosi nella giungla che occupa gran parte del territorio compreso tra la Thailandia e la Birmania.
Nel film, interpretato egregiamente, Me Me Lai si innamora di John (Ivan Rassimov), lo sposa e lo rende padre, morendo subito dopo per il trauma post parto. Per 5 anni della giovane e bella Me Me Lai nessuno sa nulla; ricompare in un altro cannibal movie, quel Ultimo mondo cannibale di Deodato che suscitò enorme scalpore per le scene violente contenute; in questo film Me Me Lai era Palun, una nativa che verrà catturata e mangiata viva dai componenti della sua tribu.
La fabbrica dell’orrore
Nel 1978 le viene affidata una piccola parte in La vendetta della Pantera Rosa, quella di una improbabile ragazza cinese, naturalmente truccata in maniera tale da nascondere i suoi veri lineamenti. Altro film dello stesso anno è Licensed to Love and Kill diretto da Lindsay Shonteff, nel quale è ancora una cinese, Madame Wang; ma è ancora Lenzi a ricordarsi di lei, per uno degli ultimi cannibal movie, Mangiati vivi, girato nel 1980.
Film confuso, Mangiati vivi non è di certo una delle pellicole da ricordare di Lenzi; Me Me Lai interpreta la nativa Mowara, in competizione con le bellissime europee Paola Senatore e Janet Agren. L’ultimo lavoro cinematografico di Me Me Lai è L’elemento del crimine, film del 1984 diretto da Lars Von Trier; di lei, dopo un paio di partecipazioni a serial Tv, non si hanno più notizie. Famosa più per la bellezza e per il fascino particolare, la bella birmana è ricordata oggi solo da alcuni aficionados; del resto, a parte la bellezza , le occasioni in cui ha parlato si contano sulla punta delle dita di una sola mano.

Due fotogrammi da Au pair girl
Tre fotogrammi tratti dal film L’elemento del crimine
Mangiati vivi
Me Me Lai in Ultimo mondo cannibale
1984 L’elemento del crimine
1983 The Optimist (TV Serie)
1982 On the Line (TV Serie)
1981 Spearhead (TV Serie)
1980 Mangiati vivi!
1979 Licensed to Love and Kill
1978 La vendetta della pantera rosa
1977 Ultimo mondo cannibale
1972 Il paese del sesso selvaggio
1972 Le femmine sono nate per fare l’amore
1971 La fabbrica dell’orrore
1971 Jason King (TV Serie)
1971 Hine (TV Serie)
1971 Prendi il sesso e fuggi
1970 Paul Temple (TV Serie)
Il giudice e la minorenne
Mentre sta per recarsi in tribunale dove svolge il suo quotidiano lavoro di giudice, il dottor Serra si trova coinvolto in una rapina con conseguente incidente dei ladri in fuga; è quasi un segno del destino, visto cosa gli succederà nel finale del film. Al giudice viene affibbiato un caso scottante, anche se all’apparenza semplice: una ragazza ha subito quella che sembra una violenza carnale da parte di un idraulico di mezza età.

Susan Scott, la moglie del giudice
Durante gli interrogatori il giudice si trova di fronte alle testimonianze sia dell’uomo, che accusa la ragazza di averlo adescato, sia a quella della ragazza che invece conferma l’accusa di violenza. L’idraulico, durante gli interrogatori, ricorda al giudice che le ragazze,anche le più giovani, hanno ormai assunto le vesti di moderne Circe, abdicando anche in tenera età alle abitudini tipiche delle adolescenti e passando subito al mondo delle adulte.
Il giudice vede confermate le teorie dell’uomo proprio da una delle giovanissime amiche della figlia, che lo seduce. Cosa che fa anche la presunta vittima dello stupro. A colmare la misura, arriva la scoperta che la giovane figlia, Mirella, appartiene ad un’organizzazione terroristica. Nonostante una sua ex sottoposta, ora giudice anche lei si offra di insabbiare la faccenda, il giudice decide di andare avanti. Ma è destino che le sorprese non debbano mai finire: l’uomo scopre che la moglie ha una relazione adulterina con un pilota civile, e dopo averli seguiti, decide di togliersi la vita lanciandosi con la sua auto contro quella in cui i due amanti si stanno intrattenendo.
Film con qualche scoperta ambizione moralistica, Il giudice e la minorenne potrebbe anche raggiungere la sufficienza, non fosse per alcune cose francamente inspiegabili del film, come la decisione del magistrato donna amica del giudice che si propone per insabbiare l’inchiesta sulla figlia del giudice. Tuttavia, il tentativo di denuncia della corruzione dilagante del costume funziona, anche se solo a tratti,
Un po troppo smaccata infatti, è l’atmosfera erotica in cui si immerge volutamente il film. Le attrici, a parte la solita splendida Susan Scott o Nieves Navarro, se preferite, sono delle sconosciute, a cominciare da Antiniska Nemour, ex centralinista del programma televisivo di Tortora, Portobello. Ci sono anche Flora Saggese e Ketty Berbero. Curioso il ruolo affidato a Teo Teocoli,quello del pilota amante della bella signora Serra. Le musiche del film sono di Mino Reitano.
Il giudice e la minorenne
un film di Franco Nucci. Con Susan Scott, Chris Avram, Romy Schell, Flora Saggese, Giuliana Rivera, Piero Mazzarella, Romy Shell
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1974.
Chris Avram: Marco Serra, il giudice
Nieves Navarro: Laura, moglie di Serra
Antiniska Nemour: Mirella, figlia di Serra
Piero Mazzarella: Mariani, l’idraulico
Flora Saggese: Cinzia, compagna scolastica di Mirella
Caterina Barbero: Annetta Rossi, la vittima di Mariani
Giuliana Rivera: la madre di Annetta
Annibale Papetti: il padre di Mariani
Romy Schell: la donna al cimitero

Regia Franco Nucci
Soggetto Franco Nucci
Sceneggiatura Franco Nucci, Gianni Martucci
Produttore Oscar
Distribuzione (Italia) Alpherat
Fotografia Enzo Oddone
Montaggio Enzo Monachesi
Musiche Mino Reitano, Franco Reitano
L’opinione del sito http://www.bmoviezone.com
La trama appare in realtà molto poco verosimile per non dire letteralmente esagerata, e così pure il finale catartico che il regista propone. La duplicità del contenuto del film poi potrebbe spiazzare più di uno spettatore (come detto Nucci infarcisce la pellicola di discorsi e ragionamenti moralisti, ma poi basa le scene clou del suo prodotto su spogliarelli e maliziose allusioni messe in bocca a ragazzine minorenni). Sembra quasi che Nucci sia addirittura maschilista nello sviluppo dell’idea cardine che c’è alla base del film (che si potrebbe riassumere in qualcosa del tipo “le femmine sono tutte puttane”).
Tra gli attori, il protagonista Chris Avram appare un po’ monoespressivo, ma tutto sommato regge con decenza il ruolo. Susan Scott/Nieves Navarro, nei panni della moglie, non è al top della sua carriera. Meglio le giovani e sconosciute attrici che interpretano le tre maliziose ragazzine del film (Flora Saggese, Caterina Barbero, Antiniska Nemour), che con i loro ammiccamenti rendono interessanti le scene su cui Nucci punta maggiormente per dare un senso al suo prodotto. Forse il migliore del cast è però Piero Mazzarella nella parte dell’idraulico accusato di stupro. Da sottolineare la colonna sonora dei fratelli Reitano, che si fa più martellante nelle scene più drammatiche, e soprattutto quando le certezze del protagonista sembrano frantumarsi da un momento all’altro. In totale: non un brutto film, ma sicuramente più particolare per la commistione di generi così diversi che ben realizzato.
L’opinione del sito http://www.robydickfilms.blogspot.it
Il film non è brutto solo non completamente riuscito, ma è apprezzabile soprattutto per la curiosa singolarità con cui commistiona i vari generi e filoni, una certa amarezza e disincanto di fondo, assieme all’azione (come nell’abbastanza bello e ben girato inseguimento iniziale) e all’intento di denuncia moralistica del malaffare, la quale però funziona a corrente alternata, anche perchè sono troppo scoperte certe assurdità della trama quali la magistrato donna collega ed innamorata del giudice, che vorrebbe nascondere l’inchiesta sul gruppo eversivo perchè coinvolge sua figlia, e la forte componente cochòn del film.
In fondo, alla fine l’unica cosa che rimane del film a cui appigliarsi, peraltro irrisolto in molte altre cose, è che semplicisticamente le donne di oggi sarebbero tutte propositive ed offerenti sé stesse, fin dall’età nella quale dovrebbero essere ancora e soltanto delle bambine, come dirà difendendosi nell’interrogatorio, l’idraulico di mezza età, paccianesco-meneghino, Mariani/Piero Mazzarella.
E soprattutto dietro la promessa di soldi come le 100’000£ a lui chieste, che queste adolescenti solo di età e per bene solo di nomea, donne adulte di fatto, perlopiù di buona famiglia, non fanno altro che provocare gli uomini per delle sane trombate no-stop. Ma dove? Nella Milano anni ’70 in cui è ambientato -anche bene- il film. Ma che appunto, è solo un film, per di più infarcito di approssimativi luoghi comuni maschilisti, da sempre molto in voga, in Italia.
Magari ‘ste lolite fossero tutte “maiale”, ma purtroppo non è mai stato proprio così. O forse si profetizzava senza saperlo le ben più spregiudicate Papi-girl delle “notti di Arcore”,in cerca addirittura di un posto in Parlamento, o ne L’Isola dei famosi?











































































































































































































































































