Ria De Simone
Ria De Simone è stata fra le caratteriste più simpatiche del cinema minore italiano. Una carriera non di primo piano, ma dignitosa, spesa in pellicole appartenenti alla commedia erotica italiana, alle quali ha prestato il volto simpatico e il fisico prosperoso, che erano le sue due caratteristiche peculiari. Nata nel 1947, Ria ha esordito giovanissima in una particina nel film Tototruffa, diretto nel 1961 da Camillo Mastrocinque; una parte così piccola che l’attrice non viene nemmeno menzionata tra i protagonisti.

Ria De Simone in Alessia, un vulcano sotto la pelle
Dovranno passare ben 11 anni prima di rivedere Ria in una piccola parte, nel film di Pasquale Festa Campanile Jus primae noctis, uno dei primissimi decamerotici degli anni 70. Nel cast del film ci sono alcune bellezze italiane, come Marilu Tolo,Ely Galleani e la Bonaccorti.
La statuaria bellezza di Ria in Cuginetta, amore mio…….
La sua è una piccola parte, quella della donna sedotta dal signore del posto, Lando Buzzanca. E lei la interpreta bene, facendosi notare. Nel 1974 è nel cast del film Peccato veniale, di Samperi, ma è nel 1975, con il film La bolognese, una commediola erotica senza pretese, che la De Simone ottiene un buon risultato personale interpretando Lulu. I film successivi sono ancora commedie senza importanza, come Vieni,vieni amore mio, di Vittorio Caprioli, e Storie di arcieri,pugni e occhi neri, di Tonino Ricci, una sgangherata parodia di Robin Hood.

Ria De Simone in Jus primae noctis
Nel 1976 arriva finalmente una parte, anche se piccola, in un film discreto, Spogliamoci così senza pudor, di Sergio Martino, al fianco di star del genere con una certa fama come Barbara Bouchet e Ursula Andress. La prima, vera parte da protagonista la ottiene con un B-movie, al solito strutturato più che sulla trama, sulle bellezze esteriori delle protagoniste; il film è Sorbole, che romagnola, e accanto a Ria c’è un’altra protagonista di B movie, Maria Rosaria Riuzzi. Il ruolo di Orietta, una giovane fisioterapista che deve ripagare un debito e che troverà il successo curando le ricche e grasse matrone della città sembra cucito su misura per la simpatica attrice che, nello stesso anno, lavora in La professoressa di scienze naturali ,

Ria De Simone nel ruolo di Immacolata in La professoressa di scienze naturali
L’emigrante
accando alla coppia Carati-Alvaro Vitali; il ruolo di Immacolata, moglie di un farmacista, lo interpreta da par suo, con quel sorriso ammaliante e con quel corpo dalle grazie piene e voluttuose. Il 1976 è un anno peino, per la De Simone: tutte commedie erotiche, quelle che interpreta, ma che ottengono quanto meno un lusinghiero successo di pubblico. Così lavora in Cuginetta amore mio, film balordo e di bassa lega, nel Compromesso erotico di Bergonzelli, in La clinica dell’amore e successivamente in La cameriera nera.
Ria De Simone in La ripetente fa l’occhietto al preside, con Banfi
Il 1977 la vede interprete di altri 4 film, quasi tutti a smaccata ambientazione erotica: La vergine il toro e il capricorno, accanto alla Fenech,La presidentessa di Salce, Per amore di Poppea, accanto nuovamente a Vitali e a Maria Baxa e infine Kz9 lager di sterminio.
Se le ambizioni di Ria erano quelle di interpretare pellicole di buon livello, vengono frustrate dai copini che le sottopongono, e che regolarmente sono quelli di film di livello poco più che mediocre; non sfugge alla regola l’anno successivo, il 1978, in cui arrivano i film Napoli serenata calibro 9, al fianco di Merola, l’ambizioso ma deludente Gege Bellavita, di Pasquale Festa Campanile, lo squallido Alessia un vulcano sotto la pelle e, a chiudere un anno non esaltante, La liceale nella classe dei ripetenti. Nel frattempo la commedia erotica all’italiana sta pian piano morendo, senza grandi rmpianti, e le parti che offrono alla De Simone diminuiscono drasticamente. Dopo La liceale nella classe dei ripetenti, L’insegnante viene a casa, La ripetente fa l’occhietto al preside, in cui tuttavia ottiene successo grazie alla sua verve.
Due sequenze da Sorbole che romagnola
L’ultimo periodo della sua carriera è da dimenticare; a parte il suo ultimo film, Quando Alice ruppe lo specchio, di Fulci, 1988, venuto dopo un lungo oblio, intervallato da mediocri pellicole come I carabbimatti, Torna e Guapparia non si segnala più nulla. La De Simone, con la fine della commedia erotica, sembra scomparire dallo schermo.

Due fotogrammi del film Spogliamoci così senza pudor
Per la figlia dell’attrice Olga Romanelli, che sognava una carriera artistica ben diversa, sopratutto dopo aver frequentato l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’amico, è la fine delle ambizioni. E a chiudere il tutto, malinconicamente, arriva nel 1996 un male devastante, che la porta via in pochissimo tempo.
Una fine tragica per una attrice che se non ha segnato in maniera rilevante con la sua partecipazione i film in cui ha lavorato, è riuscita però a lasciare traccia di se, della sua simpatia e perchè no, della sua bellezza in film che probabilmente non passeranno alla storia.

Ria De Simone in La clinica dell’amore
Serenata calibro 9
Robin Hood
La presidentessa
La liceale nella classe dei ripetenti
La cameriera nera
Kz9 lager di sterminio
Gegè Bellavita
Uomini di parola
La ripetente fa l’occhietto al preside
La cameriera nera
Due fotogrammi tratti da La liceale nella classe dei ripetenti
La moglie in bianco,l’amante al pepe
La presidentessa
Alessia,un vulcano sotto la pelle
La vergine,il toro e il capricorno
L’insegnante viene a casa
Per amore di Poppea
* Tototruffa ’62 (1961)
* Jus primae noctis (1972)
* Peccato veniale (1973)
* La Bolognese (1975)
* Storia di arcieri, pugni e occhi neri (1976)
* Spogliamoci così senza pudor (1976)
* Sorbole… che romagnola! (1976)
* La professoressa di scienze naturali (1976)
* Cuginetta… amore mio! (1976)
* Il compromesso… erotico (1976)
* La clinica dell’amore (1976)
* La cameriera nera (1976)
* La vergine, il toro e il capricorno (1977)
* La presidentessa (1977)
* Per amore di Poppea (1977)
* KZ9 – Lager di Sterminio (1977)
* Napoli serenata calibro 9 (1978)
* Gegè Bellavita (1978)
* Alessia… un vulcano sotto la pelle (1978)
* La liceale nella classe dei ripetenti (1978)
* L’insegnante viene a casa (1979)
* La ripetente fa l’occhietto al preside (1980)
* La moglie in bianco… l’amante al pepe (1980)
* I carabbimatti (1981)
* Torna (1984)
* Guapparia (1984)
* Quando Alice ruppe lo specchio (1988)
L’ultimo treno della notte
L’uscita di questo film di Aldo Lado, nel 1975, fu accompagnata da violente polemiche per il contenuto giudicato troppo violento e per l’atmosfera dark, per i dialoghi e per le scene crude che conteneva. In effetti L’ultimo treno della notte è un film che in qualche caso può disturbare, sopratutto verso la parte finale, dopo una buona oretta molto descrittiva, in cui il regista si limita a creare un’ambientazione alla storia, che esplode in un finale gore, tipico dei film rape e revenge. Ma in effetti, a guardarlo bene, il film ha ambizioni ben diverse dal solito thriller con effettacci truculenti. E, nonostante quello che i critici dissero, o almeno parte di essi, il film centra le problematiche che vuole affrontare; la violenza fine a se stessa, tipica della prima metà degli anni settanta.

Macha Meril, la misteriosa signora del treno
L’inizio del film è segnato da un episodio di violenza gratuito, perpetrato ai danni di un Santa Klaus, al quale due balordi rubano il misero incasso; i due scappano e li vediamo salire su un treno diretto in Italia. Sullo stesso treno viaggiano anche due ragazze, che devono tornare a casa, in Italia, per raggiungere i genitori di una di essa e festeggiare il Natale, e una enigmatica signora, molto raffinata. Elisa e Margareth, le due ragazze, non sanno che stanno andando incontro ad una spaventosa sorte.
All’interno del treno, infatti, i due balordi si muovono già con violenza, anche se limitata ad una aggressione ad un controllore. Uno dei due ha anche un rapporto sessuale con l’enigmatica signora ben vestita, una donna che sotto l’apparente rispettabilità nasconde un animo nero come la pece.
Il treno, durante il percorso, viene fermato in una stazione, e le due ragazze ne approfittano per scendere e telefonare ai genitori, senza però riuscire a contattarli. Salgono su un altro treno, ma purtroppo per loro anche i due balordi e la ricca signora hanno fatto altrettanto. E’ l’inizio di un incubo: le due ragazze vengono dapprima molestate, in seguito violentate, dapprima da un guardone costretto ad abusare di Elisa, poi da uno dei due balordi, che, incitato dalla signora, la violenta con la lama di un coltello, che farà morire l’altra ragazza, Margareth dissanguata.
Alla fine i due gettano Margareth dal treno, mentre Elisa, inseguita, preferirà gettarsi dal treno in corsa piottosto che continuare a subire la violenza cieca dei due; il treno prosegue la sua corsa, mentre i genitori di elisa attendono l’arrivo delle ragazze. E di quà la storia assume un’altra direzione, che culminerà con il violento finale.
Il film di Lado vive sul contrasto fortissimo che caratterizza le varie fasi della storia; alla violenza cieca seguono infatti scene di stacco con i preparativi dei genitori per accogliere le due ragazze: all’atmosfera serena del Natale, con una fotografia luminosa, si sussegue l’atmosfera cupa del treno, dove si consuma la storia, con ombre che sinistramente si proiettano sui vagoni dello scompartimento. Ombre e luci, così come ombre e luci appaiono rispettivamente i due balordi e la misteriosa signora e le due ragazze.
Un film cattivo al punto giusto, senza mediazioni, in cui la denuncia del sistema che produce questi guasti è appena accennata nei dialoghi che i genitori di Elisa hanno con i loro convitati. Il padre di Elisa, buonista e comprensivo, sceglierà viceversa la vendetta più crudele quando ad essere toccato nei suoi affetti sarà proprio lui.
Un film bello, cupo e dannato, che, come già detto, venne molto sottovalutato all’epoca e che viceversa ha alcuni punti di contatto con il capolavoro di Kubrick, Arancia meccanica, almeno nella parte che riguarda la violenza ome tematica. Bravi gli attori, fra i quali si segnalano la luciferina Macha Meril, un inedito Flavio Bucci, nel ruolo del meno perfido dei due balordi, e di Enrico Maria Salerno, il papà di Elisa. Brave le due attrici che interpretano rispettivamene Elisa e Margareth, ovvero Laura D’Angelo e Irene Miracle
L’ultimo treno della notte,un film di Aldo Lado. Con Enrico Maria Salerno, Macha Méril, Flavio Bucci, Marina Berti,Franco Fabrizi, Daniele Dublino, Irene Miracle
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1975.
Flavio Bucci: Primo balordo
Marina Berti: Laura Stradi
Macha Méril: Signora sul treno
Enrico Maria Salerno: Giulio Stradi
Gianfranco De Grassi: Secondo balordo
Franco Fabrizi: Il guardone
Irene Miracle: Margareth Hoffenbach
Laura D’Angelo: Lisa Stradi
Regia Aldo Lado
Soggetto Roberto Infascelli, Ettore Sanzò
Sceneggiatura Roberto Infascelli, Renato Izzo
Casa di produzione European Corporation
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Franco Bottari
Costumi Franco Bottari
Tesoromio

Prima di parlare di questa deliziosa commedia del 1979 di Giulio Paradisi, vorrei fare una piccola disgressione. Mi capita spesso di consultare, per rinfrescarmi la memoria o semplicemente per copiare il cast dei film, di andare su alcuni siti specializzati, come My movies, per esempio. Molti siti utilizzano, per le recensioni, i piccoli sunti del Morandini, che passa per essere l’opera omnia del cinema, una vera e propria enciclopedia, con tanto di recensione, cast regista e anno di produzione della stragrande maggioranza dei film usciti in Italia. Ebbene, spesso mi chiedo chi e sopratutto se abbia visto i film recensiti.
Enrico Maria Salerno
A parte gli errori grossolani nella trama, spesso alcuni film vengono stroncati di sana pianta, con aggettivi anche pesanti, come insulsa, sciocca, idiota ecc. Una cosa che depone sicuramente male per chi cura un’opera che in fondo vuol essere di divulgazione del cinema passato, una sorta di Bignami cinematografico dedicato al futuro, quando la memoria di alcune pellicole sarà decisamente perduta.
Zeudi Araya
Questo tipo di operazione di disinformazione riguardante alcune opere sopratutto datate è alquanto preoccupante: quando leggo di un film che sarebbe un’esposizione gratuita i nudi e violenza, e poi nel film non ci trovo ne l’una ne l’altra cosa, mi chiedo chi e perchè abbia voluto stroncare, in partenza, il film in questione. E’ il caso di Tesoro mio, la cui recensione recita testualmente così: “Un commediografo di irreparabile insuccesso è tradito dalla concubina con l’avvocato che gli finanzia le messinscena.Gli arriva in casa Tesoro, colf afro-orientale al primo servizio che, per soprammercato, è miliardaria e di sangue reale. Risolve la situazione. Derivata dalla pièce Chérie noire di François Campaux, riscritta dal trio Benvenuti, De Bernardi e Parenzo, la commedia è di una melensaggine sopportabile per merito di R. Pozzetto soltanto nella prima parte.” Un giudizio gratuito e forzato;
Renato Pozzetto
Tesoromio non è un capolavoro, ma si lascia guardare con piacere, in primis per la presenza di un ottimo cast (Sandra Milo, Enrico Maria Salerno, Renato Pozzetto, Zeudi Araya e Johnny Dorelli), poi per la simpatia che riescono a ispirare i vari personaggi, anche se, va riconosciuto, la trama è effettivamente un po debole.
Enrico (Johnny Dorelli) è uno scrittore di opere teatrali, che non riesce ad avere successo. L’ultimo fiasco è fatale, perchè oberato dai debiti, si vede arrivare in casa un ufficiale giudiziario (Renato Pozzetto) per un sequestro. In realtà Enrico non è assolutamente un pessimo scrittore, ma è sabotato da Roberto (Enrico Maria Salerno), un losco avvocato che lo finanzia per coprire con gli esborsi le somme che la sua società deve al fisco, truccando naturalmente i bilanci.
La coppia Dorelli-Pozzetto
Roberto è anche l’amante di Solange, compagna di Enrico, pessima attrice che quest’ultimo è costretto a far lavorare per ricevere i finanziamenti necessari alle sue opere. Ma i guai di Enrico stanno per terminare; nella villa in cui abita arriva una ragazza, Tesoro (Zeudi Araya), che si propone come colf alla coppia; naturalmente Enrico, a corto di denaro, vorrebbe mandarla via, ma la ragazza sceglie di restare anche senza paga. Tra i due inizia così, con il tempo, una storia d’amore, e Enrico trova finalmente lo spunto per scrivere un’opera di ottimo livello, grazie anche a Tesoro e alla sua collaborazione.
Non solo; la ragazza è una principessa, ricchissima, visto che nel suo paese i diamanti si trovano in qualsiasi posto. La ragazza paga tutti i debiti di Enrico, e lo mette in condizione di terminare il suo lavoro. La sera della presentazione dell’opera, Enrico registra il suo personale trionfo, ma Tesoro non c’è; è andata via, ma per fortuna dei due innamorati, la ragazza viene fermata all’aeroporto con un grosso quantitativo di diamanti.
Commedia semplice, fresca, divertente, Tesoromio si avvale di un ottimo cast, nel quale spicca la straordinaria bellezza di Zeudi Araya, futura signora Cristaldi. A suo agio Johnny Dorelli, in quell’epoca protagonista di molti film sopratutto a tematica brillante.
Tesoromio, un film di Giulio Paradisi. Con Enrico Maria Salerno, Johnny Dorelli, Sandra Milo, Zeudi Araya.Carlo Bagno, Vincenzo Crocitti, Paolo Paoloni, Renato Pozzetto, Angelo Pellegrino, Carlo Cartier
Commedia, durata 108 min. – Italia 1979.
Johnny Dorelli: Enrico Moroni
Renato Pozzetto: Ufficiale Giudiziario Pierluigi
Zeudi Araya: Tesoro Houaua
Sandra Milo: Solange
Enrico Maria Salerno: avv. Roberto Manetta
Carlo Bagno: il maggiordomo occhialuto con i baffi
Natale Tulli: uno dei traslocatori
Angelo Pellegrino: l’ufficiale dei carabinieri
Vincenzo Crocitti: un membro della commissione al teatro
Regia Giulio Paradisi
Soggetto Francois Campaux
Sceneggiatura Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Paolo Brigenti
Produttore Franco Cristaldi, Nicola Carraro
Fotografia Roberto D’Ettorre Piazzolli
Montaggio Mario Morra
Musiche Mariano Detto
Costumi Danda Ortona

Una sull’altra (Perversion story)
Falcidiato dalla censura, e uscito in Italia nel 1969 in versione ridotta, questo ottimo lavoro di Lucio Fulci ha avuto vita travagliata; le scene di sesso, oggi molto caste, all’epoca suonarono come un’offesa ai costumi e alla morale, e il flm venne pesantemente tagliato. Le scene di sesso tra George e Susan/Monica vennero giudicate troppo ardite, così come la sequenza dell’amore saffico tra Susan/Monica e Jane, amante di George. Inoltre il tema del triangolo, con implicazioni saffiche, era davvero troppo per la morale corrente; così involontariamente, fu proprio la censura a decretare un’attesa e una curiosità enorme verso la pellicola, con la conseguenza che il film incassò quasi un miliardo delle vecchie lire. Per rendersi conto di cosa significasse un incasso del genere, basti pensare che un biglietto per un posto in cinema di prima visione costava 350 lire.
La storia parte con George Dumurrier, proprietario di una clinica ereditata assieme al fratello dal padre che lascia sua moglie Susan per recarsi dalla sua amante Jane, che sta per lasciarlo, a causa della situazione sentimentale dell’uomo. Susan, infatti, la moglie, è cattolica e non accetterebbe mai il divorzio; ma mentre è fuori casa, e Susan è affidata alle cure di un’infermiera, accade il miracolo.
Susan stessa, ammalata di asma, muore. Al rientro george apprende che la moglie aveva stipulato una polizza sulla vita, con beneficiario proprio George per una cifra altissima, un milione di dollari. Una sera accade che George, su segnalazione di un anonimo telefonista, si rechi in un night club; li incontra Monica, una splendida spogliarellista che assomiglia come una goccia d’acqua alla defunta Susan.
Tra i due nasce una rovente relazione momentanea; ma sulle tracce dell’uomo c’è anche la polizia, che non ha creduto alla versione della morte accidentale. Così l’incaricato del caso scopre in casa di Monica un foglietto su cui ci sono le prove che Monica si esercitava a copiare la calligrafia di Susan; la polizia scopre anche che Susan in realtà è morta avvelenata, così George viene arestato e condanato a morte. sarà durante un drammatico colloquio in carcere con il fratello che George apprenderà la terribile verità; Susan non è mai morta,
ma è Monica, che da tempo aveva una relazione con il fratello di George, e che si era costruita una vita parallela nei panni della bella e affascinante spogliarellista, con tanto di secondo amante, Benjamin, uno che spasima per la donna. Nonostante denunci tutto alla polizia, George non viene creduto e si apresta così ad entrare nella camera a gas. Ma il diavolo alle volte dimentica qualcosa……
La sceneggiatura di Fulci, pur essendo un tantino contorta, sembra ripresa da un film di Hithcock, ma fila via abbastanza credibile. Il vero punto di forza del film sta comunque nelle splendide interpretazioni di Marisa Mell nel doppio ruolo di Susan (imbruttita molto bene) e dell’affascinante e enigmatica Monica; di Elsa Martinelli, molto bella e sexy nel ruolo di Jane e di Jean Sorel in quello di George, nel quale appare spesso disorientato, confuso, quasi incredulo della situazione che si dipana attorno a lui. Il commento musicale, affidato a Riz Ortolani è appropriato e non è mai assillante. bene anche Riccardo Cucciolla nel ruolo di benjamin, l’amante tradito che risolverà la faccenda con il colpo di scena finale. Una sull’altra è un film godibile, uno dei migliori prodotti del genere negli anni sessanta. Qualche nudo davvero sontuoso della bellissima Marisa Mell arricchisce il film, senza mai essere ne volgare ne inappropriato.

Una sull’atra,un film di Lucio Fulci. Con Elsa Martinelli, Jean Sorel, Marisa Mell, Giuseppe Addobbati.
Franco Balducci, Faith Domergue, Riccardo Cucciolla, Jesus Puente, Georges Rigaud, John Ireland
Giallo, durata 99 min. – Italia 1969
Jean Sorel … Dr. Geroge Dumurrier
Marisa Mell … Susan Dumurrier / Monica Weston
Elsa Martinelli … Jane
Alberto de Mendoza … Henry Dumurrier
John Ireland … Ispettore Wald
Riccardo Cucciolla … Benjamin Wormser
Bill Vanders … Agente delle assicurazioni
Franco Balducci … Proprietario del Loveday
Giuseppe Addobbati … Brent
Félix Dafauce … Royal Insurance Official
Jesús Puente … Sergente Rodriguez
George Rigaud … Arthur Mitchell
Jean Sobieski … Larry
Faith Domergue … Martha

La colonna sonora

Le immagini che seguono provengono dal sito http://www.dbcult.com/
Lilli Carati
Lilli Carati oggi
La storia di Ileana Caravati, in arte Lilli Carati, attrice di culto nel periodo d’oro della commedia sexy all’italiana, può essere definita come un’insieme di tre tappe assolutamente sequenziali: ascesa, caduta all’inferno e rinascita. Una storia personale che ha portato la popolare attrice attraverso la notorietà prima, il buio del tunnel della droga in seguito, la brutta e umiliante parentesi dei film hard, girati per procurarsi il denaro necessario alla droga e infine la luce dopo il tunnel, vista dopo anni di comunità che oggi l’hanno portata ad essere di nuovo una donna con una speranza nel domani.

Il primo film di Lilli Carati, Di che segno sei

Lilli Carati nella divertente commedia C’è un fantasma nel mio letto
Lilli nasce a Varese nel settembre del 1956; bella,slanciata, affascinante, viene notata durante una sfilata di moda e invitata al concorso di Miss italia del 1974; qui la sua bellezza la fa notare dal produttore Franco Cristaldi, che la mette sotto contratto e la fa esordire nel cinema nel 1975, nel film comico Di che segno sei, diretto dal regista Bruno Corbucci, e nel quale Lilli si trova a lavorare con attori del calibro di Sordi,Pozzetto,Villaggio; nel film ci sono anche Celentano (con il quale la Carati lavorerà in altri due film), la Ralli,la Melato e la giovane e avvenente Carmen Russo.L’anno successivo Lilli esplode cinematograficamente con La professoressa di scienze naturali, mettendosi in mostra per quel candido erotismo che tanto la agevolò all’inizio della sua carriera. Il successo della pellicola, che si inseriva nel filone studentesco, tanto di moda a metà anni settanta, la porta a girare Candido erotico, per la regia di Claudio Giorgi; la pellicola, alquanto pruriginosa, ha successo, anche per la presenza nel cast di Ajita Wilson e di Maria Baxa, altra stellina specializzata in pellicole softcore .
Due sequenze del sottovalutato Il corpo della ragassa, con Enrico Maria Salerno
Sempre nel 1977 gira un’altra pellicola del genere studentesco, La compagna di banco, al fianco della collaudata coppia Banfi-D’Angelo; Lilli è ormai abbastanza nota ma, come ha raccontato nelle sue recenti interviste, che sono arrivate dopo vent’anni di oblio, i suoi guai hanno origine proprio in questo periodo. Lilli è insofferente agli obblighi derivanti dai contratti cinematografici; non ama le serate mondane, e in un certo senso si sente sola e sperduta a Roma, e rimpiange la tranquilla vita di provincia.

La professoressa di scienze naturali
Eppure, a livello cinematografico, è questo il periodo migliore; dopo L’avvocato della mala, film senza infamia e senza lode diretto da Marras, gira due poliziotteschi, film che dividevano con le commedie erotiche la parte più cospicua degli incassi. Entra nel cast di Poliziotto sprint, di Massi, al fianco di Maurizio Merli (“uno con cui non ho legato per nulla“, racconterà) e in Squadra antifurto, nuovamente diretta da Corbucci, al fianco di Milian (“un caciarone, simpatico e divertente“), per girare infine nel 1978 quella che è la sua prova di attrice drammatica più convincente, nel pluri sequestrato Avere vent’anni, di Fernando Di Leo, al fianco di un’altro idolo dei giovani, Gloria Guida;

Due scene tratte dal buon Avere 20 anni, con Lilli Carati al top della bellezza
è un film scabroso, non solo per le scene ardite che contiene, ma anche e sopratutto per il violentissimo finale, che venne tagliato dalla versione cinematografica. Il film le assicura una vastissima popolarità, e lei entra nei cast di La fine del mondo.(..) della Wertmuller e in quello di Le evase, di Brusadori, torbida storia in cui è Monica, un’evasa da un carcere femminile. Nel 1979 Lilli Carati gira un film molto nteresante, Il corpo della ragassa, diretto da Pasquale Festa Campanile, nel quale recita la parte di Teresa, una ingenua contadinotta che viene “adottata” da un maturo insegnante (Enrico Maria Salerno) e introdotta alla sottile arte della seduzione. Lei recita bene, ma per la critica non ha spessore. E’ un colpo, che va ad aggiungersi ad una situazione psicologica personale già difficile; Lilli inizia ad avere seri problemi con l’ambiente. All’attrice sta stretto anche il rapporto con Cristaldi, che decide in pratica della sua carriera, imponendole, secondo contratto, i film da fare.

Con Thomas Milian in Squadra antifurto
Il successivo, Senza buccia, diretto da Aliprandi, è un commedia erotica ad uso e consumo di un pubblico attirato solo dalle tante scene di nudo di Lilli. Nel 1980 un ruolo comico, al fianco di Montagnani; il film è C’è un fantasma nel mio letto, ed è un buon successo di pubblico. L’attrice avrebbe voluto interpretare una commedia teatrale, ma Cristaldi si oppose e così Lilli decise di sciogliere il contratto. Arrivano anche Qua la mano, di Campanile, gran successo di pubblico per la presenza di Celentano e Il marito in vacanza, dei fratelli Lucidi e il film di Odorisio Magic Moment, che sarà anche l’ultimo film di livello girato dall’attrice. I problemi legati alla droga, dalla quale l’attrice ha iniziato a dipendere, la costringono a rallentare le sue partecipazioni a film di u certo livello; il dorato mondo del cinema accetta solo che certi comportamenti non siano di dominio pubblico,e Lilli ormai , non è un mistero per nessuno, è quasi sempre sotto l’effetto della droga. Inizia così il personale calvario di Lilli, che scivola anche professionalmente verso il settore delle pellicole che sono molto più pruriginose di quelle, tutto sommato ingenue e scanzonate, che ha interpretato sinora. Accade così che il cinema la mette in disparte, e le uniche pellicole che le vengono offerte siano solo ai limiti dell’ hard core.
Il momento magico
La chiama Joe D’Amato, che le propone L’alcova, che l’attrice gira, malvolentieri, al fianco di Laura Gemser e di Annie Belle, seguito l’anno successivo da Il piacere, ancora con la Gemser e Dagmar Lassander. La discesa è ormai iniziata, e le due pellicole successive, girate nel 1986, Lussuria e Voglia di guardare sono ormai l’anticamera della sua fine cinematografica. La dipendenza dalla droga la costringe a tentare di guadagnare più soldi in maniera veloce. Un film richiede mesi di lavorazione, e Lilli non ha più la necessaria lucidità per stare sul set. Così accetta di girare il suo primo film hard, Una moglie molto infedele, che, ovviamene, ha un gran successo nei cinema che proiettano pellicole a luci rosse. Seguono altri 4 film dello stesso genere, Una ragazza molto viziosa, Il vizio preferito di mia moglie, Una scatenate moglie insaziabile, tristi pagine di una parabola ormai conclusasi in peggio.
Nell’introvabile Habibi amore mio
Ma è anche il momento di svolta; Lilli, schiava della droga, perde anche la voglia di vivere, e si getta dal balcone di casa. Fortunatamente ne esce viva, anche se per tre mesi dovà restare immobile in un letto. In qesto periodo, aiutata anche dai genitori che non l’hanno mai abbandonata, Lilli matura la decisione di riprendersi la vita, ed entra in comunità. Inizia, dal quel momento, un lento eduro periodo di riabilitazione, di reinserimento nella vita, dalla quale si è praticamente esclusa vivendo di droga ed eccessi.
Le evase
Come ha raccontato nella sua prima intervista, dai toni drammatici, “Non mi sopportavo piu’ . Mi odiavo. Ero scesa a 40 chili e mi facevo cinque grammi al giorno. Non stavo in piedi. Non sapevo come uscirne. Alla fine mi buttai dalla finestra. Fu la mia fortuna: mi spaccai tre vertebre, restai bloccata a letto per mesi, pensai molto. Quando fui in grado di camminare entrai da Saman” E’ proprio il periodo passato nella comunità Saman, lungo un anno e mezzo, che la riportano alla vita. Dopo di che Lilli riesce a farsi dimenticare. E dopo vent’anni riemerge dall’oblio matura, serena, sempre bellissima, pronta a riprendersi quello spazio nella vita che si era brutalmente preclusa. In un’ intervista concessa a Stracult e a Giusti, Lilli ripercorre il suo personale cammino, fatto di illusioni, di successo, e poi il triste seguito della caduta negli inferi.
L’avvocato della mala
Voglia di guardare
Le tante pubblicazioni per adulti, lo stesso web, ne hanno mantenuta intatta la popolarità; forse è un pochino triste essere ricordata più per l’hard che per le buone prove date in precednza, ma c’è sempre un prezzo da pagare agli errori fatti. Lilli ha sbagliato, per sua stessa ammissione, e ha pagato un prezzo altissimo. Oggi è però rinata, mostra molto meno dei suoi 53 anni. Ha un sorriso malinconico, maturo, e la bellezza classica di una donna che ha riscoperto la voglia di vivere. in fondo è questo quello che realmente conta.
Lussuria
Le evase
L’avvocato della mala
Qua la mano
Squadra antifurto
C’è un fantasma nel mio letto
Voglia di guardare
Il momento magico
Avvoltoi sulla città
Senza buccia
La professoressa di scienze naturali
Il marito in vacanza
Di che segno sei?
Avere vent’anni
Il piacere
* Di che segno sei?, regia di Sergio Corbucci (1975)
* La professoressa di scienze naturali, regia di Michele Massimo Tarantini (1976)
* Candido erotico, regia di Claudio De Molinis (1977)
* La compagna di banco, regia di Mariano Laurenti (1977)
* L’avvocato della mala, regia di Alberto Marras (1977)
* Poliziotto sprint, regia di Stelvio Massi (1977)
* Squadra antifurto, regia di Bruno Corbucci (1977)
* Avere vent’anni, regia di Fernando Di Leo (1978)
* La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia, di Lina Wertmüller (1978)
* Le evase – Storie di sesso e di violenze, regia di Giovanni Brusadori (1978)
* Il corpo della ragassa, regia di Pasquale Festa Campanile (1979)
* Senza buccia, regia di Marcello Aliprandi (1979)
* Avvolti sulla città, regia di Gianni Siragusa (1980)
* C’è un fantasma nel mio letto, regia di Claudio De Molinis (1980)
* Qua la mano, regia di Pasquale Festa Campanile (1980)
* Habibi, amor mío, regia di Luis Gómez Valdivieso (1981)
* Il marito in vacanza, regia di Alessandro Lucidi e Maurizio Lucidi (1981)
* Il momento magico, regia di Luciano Odorisio (1984)
* L’alcova, regia di Joe D’Amato (1984)
* Il piacere, regia di Joe D’Amato(1985)
* Lussuria, regia di Joe D’Amato (1986)
* Voglia di guardare, regia di Joe D’Amato (1986)
* Lilli Carati’s Dreams (home video), regia di Giorgio Grand (1987) softcore
* Una moglie molto infedele, regia di Giorgio Grand (1987) hardcore
* Il vizio preferito di mia moglie, regia di Giorgio Grand (1987) hardcore
* Una ragazza molto viziosa, regia di Giorgio Grand (1988) hardcore
* Una scatenata moglie insaziabile, regia di Giorgio Grand (1988) hardcore
* Le superscatenate (The Whore), regia di Alex de Renzy e Henri Pachard (1989) hardcore
Nude si muore


Un titolo che ammicca a chissà quali nudità proibite, e che in realtà è solo un ottimo thriller diretto da Antonio Margheriti, che si firma Anthony Dawson, nel 1968, è che diverrà uno degli apripista dei thriller all’italiana, che tanta fortuna avranno poi nel decennio successivo. L’inizio del film vede un misterioso omicidio di una donna che viene strangolata mentre sta facendo il bagno;

Il primo misterioso omicidio….
il suo corpo viene riposto in un cassone, che successivamente vediamo diretto al Saint Hilda College, un esclusivo e raffinato college femminile per rampolle ricche. Nel bus che trasporta il baule ci sono anche Richard, un giovane istruttore di equitazione,Di Brazzi, istruttore di nuoto,la signora Clay, nuova insegnante dall’aspetto altero, vestita di nero e poco loquace. All’arrivo nel college il baule viene trasportato in una cantina, e subito dopo ecco che inizia a colpire un misterioso assassino, che chiaramente è lo stesso che ha ucciso la donna nella vasca da bagno;
Betty Ann, una delle ragazze del college, viene infatti uccisa perchè imprudentemente è scesa nella cantina nella quale giace la cassa. E’ Lucille a vedere il corpo della ragazza, ma quando avvisa la direttrice del college dell’accaduto, al ritorno nella cantina il corpo è misteriosamente sparito.
Da quel momento le cose prendono una piega inaspettata; Lucille, che è infatuata di Richard, scampa alla morte perchè il misterioso assassino uccide per errore, in una doccia, un’altra studentessa del college. L’obiettivo del killer è chiaramente Lucille, della quale apprendiamo che è sola al mondo, che è erede di un cospicuo patrimonio, gestito da un misterioso cugino.
Sul posto arriva l’ispettore Durand con i suoi uomini, ma l’assassino colpisce ancora, uccidendo il giardiniere voyeur dell’istituto, che aveva assistito al secondo omicidio mentre guadava la giovane che faceva la doccia. Lucille scampa ancora ad un altro tentativo di assassinio, nel corso del quale si salva miracolosamente una sua amica, che si era recata ad un appuntamento al posto di Lucille. Ma la soluzione del caso è ormai vicina……
Discreta trama e buone interpretazioni per un film che vede, tra i protagonisti, un solo attore di fama, Michael Rennie,( che molti ricorderanno nei panni dell’alieno in un classico della fantascienza, Ultimatum alla terra),nel ruolo del saggio e perspicace ispettore Durand. per il resto il film è una parata di giovanissime ragazze, spesso in bikini molto castigati, in un film che di pruriginoso, come già detto, non ha assolutamente nulla. Va segnalata la prova di Ludmilla Lvova, in un ruolo chiave, quello della signora Clay, attrice poi misteriosamente scomparsa dagli schermi. Nel cast ci sono anche tre giovani promesse del cinema, Lorenza Guerrieri,Malisa Longo e Silvia Dionisio, acerba e bellissima.
Da segnalare anche la prova di Eleonora Brown nei panni di Lucille, oltre alla splendida fotografia di fausto Zuccoli e alla location, incantevole, nella quale è ambientato il film. Non manca un po di suspence, con il classico colpo di scena finale, in un flm datato ma sicuramente godibile anche oggi. Niente splatter, solo tensione e qualche bellezza rigorosamente casta mostrata a piene mani. Una curiosità; oltre a Margheriti, molti altri attori scelsero nomi d’arte di ispirazione anglosassone, per dare l’illusione di un film di marca hollywoodiana.
Il film è disponibile su Youtube, in un’ottima versione all’indirizzo : http://www.youtube.com/watch?v=bW3ssy7KLb
Nude si muore,un film di Antonio Margheriti. Con Mark Damon, Eleonora Brown, Sally Smith, Patrizia Valturri.Michael Rennie, Valentino Macchi, Lorenza Guerrieri, Malisa Longo,Silvia Dionisio
Thriller, durata 91 min. – Italia 1968
La sequenza della doccia
Mark Damon: Richard Barrett
Eleonora Brown: Lucille
Michael Rennie: Ispettore Durand
Sally Smith: Jill
Patrizia Valturri: Denise
Ludmilla Lvova: Signora Clay
Luciano Pigozzi: La Floret
Franco De Rosa: Detective Gabon
Umberto Papiri: Simone
Vivian Stapleton: Signorina Transfield
Ester Masing: Signorina Martin
Aldo De Carellis: Professor Andre
Giovanni Di Benedetto: Di Brazzi
Caterina Trentini: Betty Ann
Malisa Longo: Cynthia
Silvia Dionisio: Margaret
Regia Antonio Margheriti
Soggetto Mario Bava, Giovanni Simonelli
Sceneggiatura Franco Bottari, Antonio Margheriti
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Otello Colangeli
Musiche Carlo Savina
Scenografia Antonio Visone
A tutte le auto della polizia


Fiorella Icardi ( Adriana Falco) , figlia sedicenne di un barone della medicina, il professor Icardi (Gabriele Ferzetti) ammanigliato con politici e affarista senza scrupoli, scompare di casa misteriosamente. Il padre,il professor Icardi, coinvolge immediatamente le sue conoscenze, e alla polizia arriva l’ordine di impegnare tutte le forze nella ricerca della ragazza. Carraro (Enrico Maria Salerno), il capo della squadra mobile, delega alle stesse il commissario Solmi (Antonio Sabato), uomo burbero ma ligio al dovere e l’ispettrice Giovanna Nunziante (Luciana Paluzzi);
seguendo la flebile pista lasciata dalla ragazza, che è andata via di casa senza soldi e con il motorino, con l’aiuto di cani addestrati, i due riescono a individuare il posto in cui giace il cadavere della povera Fiorella; è a pochi metri dalla riva, nel lago, legata al suo motorino. L’assassino le ha sparato un colpo alla nuca.
Il motivo diventa chiaro durante l’autopsia; la ragazza infatti era incinta di tre mesi. Grazie ad una soffiata involontaria, Solmi rintraccia Tummolo, un guardone che si apposta tra gli alberi nel bosco che circonda il lago per spiare le coppiette e apprende così, nonostante l’evidente reticenza dell’uomo, che la ragazza una volta a settimana si recava sul posto per amoreggiare con un uomo in possesso di un auto bianca con targa straniera.
Ma è l’ispettrice Giovanna a determinare la svolta nelle indagini: seguendo Carla (Gloria Piedimonte), un’amica di Fiorella, arriva a scoprire un giro di prostituzione minorile capeggiato da Franz Hekker, un losco individuo già implicato in precedenza in traffici del genere. Durante l’irruzione alla villa di Hekker, la polizia trova foto compromettenti delle ragazze e una lunga lista di nomi di personaggi in vista, fa cui un ex ministro. La polizia sospetta sia di Hekker che di Tummolo, ma quest’ultimo vine ucciso dal misterioso assassino.
La stessa fine fa dapprima il ginecologo che aveva visitato Fiorella, poi Carla, che si era rifugiata in casa di Hekker. Il misterioso killer sta eliminando una ad una tutte le tracce che potrebbero portare alla sua identificazione, ma una brillante trappola, preparata da Solmi, porterà alla scoperta della sua identità, con colpo di scena finale.
A tutte le auto della polizia, diretto da Mario Caiano nel 1975, è un ibrido che potrebbe tranquillamente appartenere alla categoria thriller così come a quella, di gran fortuna in quegli anni, del poliziesco all’italiana. La trama è ben congegnata, e non manca la suspence per tutta la durata del film, grazie anche allo stuolo di bravi attori che fanno parte del cast, a partire da Gabriele Ferzetti, nei panni dell’arrogante professor Icardi, del sempre bravo Enrico Maria Salerno, il capo della mobile Carraro, di Antonio Sabato, un cinico e disincantato ispettore Solmi e della sempre bella Luciana Paluzzi. Bene anche Gloria Piedimonte, che ha una buona parte nel film; l’attrice avrà il suo momento di celebrità ballando nella sigla della trasmissione musicale televisiva Discoring.
Nel film compare, per pochi istanti, e nuda come suo solito il futuro onorevole Ilona Staller, nel ruolo di una prostituta che lavorava nella villa. Tutto sommato un buon lavoro, come al solito stroncato dai critici poco propensi a riconoscere una qualche dignità ai film di produzione italiana, definiti sprezzantemente B movie. Solo qua in patria, però, visto che negli Usa furono molti i registi che si ispirarono al cinema italiano per prendere idee.
A tutte le auto della polizia.Un film di Mario Caiano. Con Gabriele Ferzetti, Enrico Maria Salerno, Antonio Sabato, Luciana Paluzzi,Elio Zamuto, Ettore Manni, Marino Masé, Bedy Moratti, Benedetto Benedetti, Ida Di Benedetto, Leila Ducci, Ilona Staller, Attilio Dottesio, Tino Bianchi, Fernando Cerulli, Andrea Scotti, Valentino Macchi, Franco Ressel, Fulvio Mingozzi, Gloria Piedimonte Poliziesco, durata 100 min. – Italia 1975
* Antonio Sabàto: Fernando Solmi
* Enrico Maria Salerno: Capo della squadra mobile Carraro
* Gabriele Ferzetti: Professor Icardi
* Elio Zamuto: Professor Giacometti
* Ettore Manni: Enrico Tummoli
* Luciana Paluzzi: Ispettore Giovanna Nunziante
* Bedy Moratti: Signora Icardi
* Gloria Piedimonte:Carla
* Margherita Horowitz: Antonietta
* Franco Ressel: Ginecologo
Regia Mario Caiano
Soggetto Fabio Pittorru, Massimo Felisatti
Sceneggiatura Fabio Pittorru, Massimo Felisatti
Casa di produzione Capitol Jarama
Distribuzione (Italia) Capitol
Fotografia Pier Luigi Santi
Montaggio Romeo Ciatti
Musiche Coriolano Gori
Scenografia Renato Postiglione
Una farfalla con le ali insanguinate

Il titolo, come al solito, riecheggia il classico di Argento L’uccello dalle piume di cristallo; in realtà questo film non è da annoverare tra i thriller, e difficilmente lo si può inserire in una categoria ben definita. Anche se ci sono tre omicidi, anche se c’è l’assassino, siamo di fronte ad un’opera non schematizzabile. L’impianto è più quello del giallo, con tempi lunghi, dialoghi spesso dilatati con conseguente dilatazione anche dei tempi d’azione.
Siamo di fronte ad una curiosa mescolanza di più generi, incluso il tentativo da parte del regista, Duccio Tessari, di mescolare la denuncia del basso livello morale della alta borghesia con una storia che porti lo spettatore, attraverso la visione di questo degrado, ad un finale tipico del giallo, che però sia in linea con quanto denunciato nel film. Non c’è sangue, o almeno è limitato al massimo; c’è qualche fugace nudo, peraltro molto casto. Ci sono invece dialoghi, primi piani, atmosfera quasi grigia, e una colonna sonora che spazia nel classico, dall’iniziale Ciaikovskj a Beethoven.

L’omicidio di Francoise (Carole Andrè)
Il film inizia con il brutale assassinio di una diciassettenne studentessa francese, Francoise Pigault (Carole Andrè), accoltellata in un parco. La ragazza aveva appuntamento con qualcuno, che la accoltella; il suo corpo rotola giù per un pendio e l’assassino, visto di sfuggita da una donna che amoreggia in auto, riesce a sfuggire, complice un furibondo temporale che si scatena sul parco.
La testimonianza della donna è decisiva; viene arrestato Alessandro Marchi (Giancarlo Sbragia), un noto cronista sportivo televisivo, che è il padre di un’amica di Francoise, Sarah (Wendy D’Olive). Le impronte dell’uomo vengono trovate sul coltello a serramanico che ha ucciso la ragazza, in casa sua viene ritrovata una camicia con una macchia di sangue, il suo cappotto, sporco di fango è finito in lavanderia.
L’uomo viene arrestato e mandato sotto processo, e viene difeso dall’avvocato Cordaro, che è anche l’amante della moglie di Alessandro, Maria (Evelyn Stewart). Alessandro non si difende, così viene condannato all’ergastolo, nonostante la deposizione di Giorgio (Helmut Berger), che ha dichiarato di aver visto scavalcare il muro del parco un giovane, e non il Marchi. La situazione però muta quando viene uccisa, con le stesse modalità, una giovane prostituta e subito dopo una donna che passaggiava nel parco. Marchi viene rilasciato, e a questo punto la storia si avvia verso un finale a sorpresa.
La trama c’è, indubbiamente; anche una certa atmosfera. In realtà appare debole solo il finale, troppo tirato per i capelli. Di buono ci sono anche le interpretazioni, misurate, degli attori, fra i quali spiccano anche Silvano Tranquilli nel ruolo dell’ispettore, di Helmut Berger e di Sbragia, oltre che della Stewart. Una nota a margine: alle volte c’è da chiedersi se i recensori vedano o no i film che stroncano; nel Morandini questa è la critica al film : “Come giallo zoppica. D. Tessari punta tutto sugli effettacci di erotismo e violenza e ha mano pesante nella critica della corruzione borghese.
Dove il recensore abbia visto effettacci di violenza resta un mistero, visto che l’unico sangue appare su una camicia, e i delitti non vengono mostrati; in quanto all’erotismo, si intravedono dei nudi di spalle, e in confronto ai decamerotici che iniziavano a popolare gli schermi, questo è un film per educande. Un’opera comunque non totalmente riuscita, anche se tutto sommato, si può vedere.
Un film di Duccio Tessari. Con Helmut Berger, Evelyn Stewart, Giancarlo Sbragia, Silvano Tranquilli.
Wolfgang Preiss, Stefano Oppedisano, Dana Ghia, Carole André, Günther Stoll
Giallo, durata 105 min. – Italia 1971.
Helmut Berger -Giorgio
Giancarlo Sbragia -Alessandro Marchi
Evelyn Stewart -Maria Marchi
Wendy D’Olive-Sarah Marchi
Silvano Tranquilli-Commissario Berardi
Carole André -Françoise Pigaut
Lorella De Luca -Marta Clerici
Günther Stoll -Avv. Giulio Cordaro
Wolfgang Preiss-La pubblica accusa
Dana Ghia-Diamante
Anna Zinnemann-Commessa al negozio di vestiti
Regia Duccio Tessari
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Duccio Tessari, Edgar Wallace (non accreditato)
Fotografia Carlo Carlini
Musiche Gianni Ferrio
Costumi Paola Comencini
La Califfa
Irene Corsini e Annibale Doberdò sono due personaggi agli antipodi, sia per livello sociale, sia per il posto che occupano nella società; la prima è la vedova di un operaio ucciso dalla polizia mentre manifestava a Parma, il secondo è dall’altro lato della barricata.
Romy Schneider è Irene Corsini, la Califfa
E’ un padrone, un industriale, il nemico di classe di irene, soprannominata la Califfa per la sua autorità, per la sua determinazione e per il suo coraggio. Tutto divide i due protagonisti della storia; lei è un’operaia, umile e coraggiosa, lui è ricco, ha cultura; ma è anche un industriale fuori dagli schemi, uno che conosce le problematiche del mondo del lavoro, e che vorrebbe riconoscere agli operai i loro diritti.
Ovviamente è osteggiato proprio da quel mondo gretto e chiuso che annovera fra se capitani d’industria rinchiusi dietro i loro meschini interessi di bottega. Sembrerebbe che tra i due mondi, quello di Doberdò e quello di irene non ci sia spazio per il dialogo; e in effetti il primo atteggiamento di Irene nei confronti di Annibale è di completa chiusura, composto com’è da un insieme di pregiudizi antichi.
Ugo Tognazzi è Annibale Doberdò
Ma un giorno l’atteggiamento della donna cambia, quando, durante un acceso dibattito, vede Doberdò tenere testa, con spavalderia, ai suoi stessi amici di lavoro, difendendo posizioni assolutamente impopolari. L’uomo contesta agli altri industriali l’atteggiamento tenuto verso un imprenditore, costretto a fallire e quindi a porre termine alla sua vita suicidandosi. Irene inizia a interessarsi all’uomo, e cminia con lui un dialogo quasi impossibile, burrascoso. Tuttavia, con il tempo, la donna capisce che Doberdò ha davvero degli ideali, anche se non applicabile, e poco alla volta se ne innamora e ne diventa l’amante.
E’ un amore impossibile, tra due mondi inconciliabili. Eppure Doberdò fa u esto eclatante, che però segnerà la sua fine; rileva la fabbrica dell’industriale suicida, e la affida in gestione agli operai. E’ una mossa che il mondo imprenditoriale non può accettare, in alcun modo, perchè segnerebbe un pericoloso precedente e l’inizio di qualcosa dalla portata incalcolabile. Così il potere costituito corre ai ripari e un giorno, all’uscita da un convegno, Doberdò, che è in compagnia della sua amata Califfa, viene ucciso.
La Califfa, diretto da Alberto Bevilacqua , scrittore e girnalista, nel 1971, affronta tematiche molto attuali all’epoca; il conflitto tra calssi sociali, aprticolarmente aspro dopo l’autunno caldo, le rivendicazioni operaie, sposando la causa di questi ultimi, la grezza e miope visione del mondo che ta cambiando irreversibilmente da parte di una classe industriale che non vuol vedere oltre l’uscio della porta.
Ma questo film è anche una storia d’amore impossibile, quell’amore che però può anche vincere distanze siderali, avvicinando due mondi molto distanti grazie alla forza di sentimenti, in grado di abbattere barriere e pregiudizi. Il film è una straordinaria prova di bravura di due grandi artisti,Romy Schneider, bellissima e dolene, e Ugo Tognazzi, assolutamente credibile nei panni dell’onesto industriale. Il commento sono è di quelli da ricordare; il tema del film, di ennio Morricone, è struggente e appropriato.
Un film di Alberto Bevilacqua. Con Ugo Tognazzi, Enzo Fiermonte, Romy Schneider, Marina Berti.
Roberto Bisacco, Massimo Serato, Gianni Rizzo, Gigi Reder, Guido Alberti, Franco Ressel, Nerina Montagnani, Ernesto Colli, Luigi Casellato, Massimo Farinelli, Giancarlo Prete, Gigi Ballista
Drammatico, durata 99 min. – Italia 1970.
* Romy Schneider: Irene Corsini, La “Califfa”
* Ugo Tognazzi: Annibale Doberdò
* Marina Berti: Clementine, moglie di Doberdò
* Roberto Bisacco: Bisacco
* Gigi Ballista: Il Principe Industriale
* Guido Alberti: Il monsignore
* Massimo Serato: L’industriale fallito
* Franco Ressel: Un industriale
* Massimo Farinelli: Giampiero Doberdò
* Giancarlo Prete: Amante di Irene
* Stefano Satta Flores: Un operaio
* Gigi Reder: Cameriere
* Gianni Rizzo: Un industriale
* Nerina Montagnani: Domestica dei Doberdò
* Eva Brun: Moglie dell’industriale fallito
* Luigi Casellato: Questore
* Enzo Fiermonte: Operaio sindacalista
Fotografia: Roberto Gerardi
Montaggio: Sergio Montanari
Effetti speciali:
Musiche: Ennio Morricone
Tema musicale:
Scenografia: Giantito Burchiellaro
Costumi: Luciana Marinucci
Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna di rifiuti. Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo. Insomma, non ti ripulisci più perché, l’onestà di andare in fondo alle cose, chi ce l’ha in questa Italia lazzarona, dove tutti, i loro peccati, li nascondono come beni di contrabbando, solo per puntare il dito contro le debolezze degli altri? Questa è la cristiana carità che io conosco, questo il volersi bene dei fratelli…
Io, invece, una di quelle che badano all’apparenza e poi fanno i comodi allo scuro, non lo sono stata mai: l’Irene Corsini, detta Califfa, quello che ha dentro ce l’ha in faccia e costi quel che costi!
Per questo, chi m’incontrava in quei giorni amari, evitava persino di guardarmi, tanto mi si leggeva in faccia quanto mi accanivo sulla tragedia della mia vita:
“Califfa mia,” mi dicevo “sei proprio arrivata in fondo, peggio di così, solo la galera e la morte!…” E pensare, invece, che ancora tanto dovevo aspettarmi dalla vita.
Mio caro assassino
Nelle vicinanze di uno stagno si consuma un orribile delitto; un uomo viene agganciato da una benna per la testa, e viene orribilmente decapitato. Sul posto, per indagare su quella che sembra una sciagura colposa, ad opera del manovratore della benna stessa, arriva l’ispettore Luca Peretti (George Hilton) , che sin dall’inizio sembra titubante.
Quando viene rintracciato il corpo del manovratore, trovato impiccato ad una trave, Peretti ha la conferma che si tratta di un duplice omicidio; la messa in scena del finto suicidio viene immediatamente svelata dall’intuizione dell’inquirente. Indagando sul passato della prima vittima, Paradisi, un ex investigatore di assicurazioni, Peretti si imbatte nella compagna dell’uomo ( una bellissima Helga Linè), che trova, all’interno di una giacca, delle chiavi di una cassetta postale. La donna si reca, dietro consiglio dell’ispettore, a controllarne il contenuto, ma all’interno dell’ufficio postale viene assassinata dal misterioso killer.
Monica Randall
Che però commette un errore fatale; riesce a strappare solo un brandello della busta che la povera donna stringeva tra le mani. Grazie all’analisi della busta, che contiene un foglio di quaderno con un disegno, Pieretti arriva a collegare i delitti ad una brutta storia avvenuta anni prima, quella del rapimento di Stefania, figlia di un facoltoso industriale, scomparsa con il padre dopo il pagamento del riscatto e rinvenuta morta con lo stesso in un bunker su una collina. Con l’aiuto della signorina Rossi ( Patty Shepard), insegnante della bambina, Luca Pieretti ricostruisce il ruolo del Paradisi nella vicenda; ma il misterioso kller torna in azione e la povera signorina Rossi viene brutalmente fatta a pezzi con una fresatrice, unica scena splatter del film.
Marilu Tolo e George Hilton
Pieretti, che ha un legame tormentato con la dottoressa Borgese ( una splendida e affascinante Marilu Tolo), sacrifica anche la sua vita privata pur di assicurare il killer alla giustizia; si dedica anima e corpo alle indagini, coadiuvato al fido maresciallo Marò (Salvo Randone); scopre così che il Paradisi aveva scoperto qualcosa sul rapimento, e che ricattava i componenti della famiglia di Alessandra, i Moroni, della quale fanno parte la moglie del defunto, Eleonora ( Diana Ghia), la cognata Carla (Monica Randall), Oliviero, il fratello (Tullio Valli), Giorgio Canavese (William Berger). A poco a poco l’ispettore, nonostante il kller elimini ogni volta tutte le tracce dell’accaduto, riesce a ricostruire l’accaduto, e durante un drammatico interrogatorio collettivo, a smascherare l’insospettabile colpevole.
Lara Wendel
Più che un thriller, il film di Tonino Valerii, girato nel 1972, è un noir, con i tempi tipici del film di genere; grande attenzione viene data ai dettagli, e la trama sembra reggere bene, congegnata com’è attorno al rapimento di Alessandra ,una giovanissima Lara Wendel; niente sangue a profusione, se non nella scena gore dell’assassinio della maestra Rossi, fatta a pezzi con una fresatrice; il resto è solo atmosfera, con l’inseguimento implacabile di Pieretti, sulle tracce dell’inafferrabile killer. C’è nel film una scena assolutamente fuori luogo, e che oggi sarebbe impensabile; durante l’interrogatorio di uno dei componenti della famiglia, c’è un nudo di una bambina di dieci- undici anni, spacciato per quello di una modella in erba. Una scena e una scelta assolutamente discutibile.
Helga Linè
Un film bello, intenso, tutta atmosfera, ben diretto da Valerii, e assolutamente ben recitato da tutti i protagonisti. Bella la Tolo, intensa, nel breve ruolo della compagna di Pieretti. Credo che Mio caro assassino possa essere considerato come una delle produzioni migliori dell’intero decennio settanta e che ancora oggi possa essere visto con interesse.
Un film di Tonino Valerii. Con George Hilton, Marilù Tolo, Dante Maggio, William Berger.
Salvo Randone, Enzo Fiermonte, Piero Lulli, Andrea Scotti, Elisa Mainardi, Alfredo Mayo, Helga Liné, Corrado Gaipa, Monica Randall, Dana Ghia, Pietro Ceccarelli, Patty Shepard
Giallo, durata 92 min. – Italia 1972.
George Hilton: Ispettore Peretti
Salvo Randone: Marò
William Berger: Giorgio Canavese
Manuel Zarzo (aka Manolo Zarzo): Brigadier Bozzi
Patty Shepard: la mestra Paola Rossi
Piero Lulli: Alessandro Moroni
Helga Linè: compagna di Paradisi
Dante Maggio: Mattia Guardapelle
Alfredo Mayo: Beniamino
Corrado Gaipa: capo dell’agenzia assicurativa
* Marilù Tolo: Dottoressa Anna Borgese
Tullio Valli: Oliviero Moroni
Dana Ghia: Eleonora Moroni
Monica Randall: Carla Moroni
Lara Wendel (aka Daniela Rachele Barnes): Stefania Moroni
Lola Gaos: Adele
Regia Tonino Valerii
Soggetto Franco Bucceri, Roberto Leoni
Sceneggiatura Franco Bucceri, Roberto Leoni, José Gutiérrez Maesso, Tonino Valerii
Produttore Roberto Cocco
Fotografia Manuel Rojas
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Claudio Cinini, Francesco Canet
Costumi Fiorenzo Senese
Trucco Vittorio Biseo














































































































































































































































































































