Perdutamente tuo… mi firmo Macaluso Carmelo fu Giuseppe
Carmelo Macaluso ha trentacinque anni, quindici dei quali passati in Germania.
E’ un ex emigrante, figlio di un mezzadro siciliano che si suicidò per aver contratto un debito con l’affittuario delle terre su cui lavorava, debito non più restituito.
Dopo tanti anni è arrivata l’ora della rivincita, per Carmelo.
Ha lavorato duramente, ma ha risparmiato cento milioni e ora viaggia in Mercedes e al rientro nel paesino da quale è emigrato anni addietro ha la soddisfazione di vedere gli sguardi di invidia dei compaesani.
Il primo gesto plateale è l’apertura di un libretto di risparmio, contenente i cento milioni faticosamente guadagnati, seguito dalla restituzione del mezzo milione del debito contratto da suo padre, che il siciliano, sprezzante, raddoppia.
Stefano Satta Flores
Macha Meril
Sempre inseguendo il sogno di una rivincita, Carmelo accetta la corte interessata della baronessa Lamia, moglie del barone proprietario delle terre su cui lavorava suo padre.
La donna è anche disposta ad un matrimonio di interesse, ma per sua fortuna Carmelo è avvisato delle vere intenzioni della baronessa da Don Calogero, che a sua volta vuol far sposare il giovane con la figlia.
Carmelo inizia a capire che la realtà del suo paese non è quella che aveva lasciato tanti anni prima, che l’avidità, la grettezza e l’interesse sono molle potentissime, che fanno del suo denaro non certo un mezzo di rivalsa, ma un concreto rischio di essere avvicinato solo per motivi di interesse.

Finirà in malo modo,con Carmelo che, dopo varie peripezie, perderà tutti i soldi.
In un drammatico e amaro dialogo impossibile con suo padre morto, Carmelo racconterà il modo in cui ha guadagnato i suoi soldi e riprenderà il treno verso la Germania, povero in canna come era partito.
Commedia amara e con una garbata vena di satira sociale, Perdutamente Tuo,mi Firmo Macaluso Carmelo fu Giuseppe è un film piacevole ed interessante che narra una storia di emigrazione molto simile a quella narrata in Pane e cioccolata di Brusati, in cui però la storia è capovolta.
Carmelo ha fatto soldi con il duro lavoro.
Ha lavorato in una birreria, per poi prendere servizio in un garage e in ultimo ha affittato dieci materassi a compatrioti che come lui hanno cercato fortuna in una terra indifferente e se vogliamo ostile.

Il suo sogno di una rivincita sulla vita ma sopratutto sul paese e sul barone che ha costretto suo padre al suicidio si infrange malinconicamente davanti ad una serie di situazioni che Carmelo non è pronto ad affrontare.
Il paese che ha lasciato lo respinge, per invidia sopratutto ma anche perchè la mentalità meschina dei suoi abitanti è impossibile da scardinare.
Lo scopriamo attraverso i vari volti che si susseguono nel racconto, pieno di personaggi avidi, gretti; per Carmelo, più simile ad un agnello che al lupo calato per mostrare la sua forza a chi lo aveva costretto all’emigrazione, non c’è scampo.
Il finale amarissimo vede il siciliano dividere lo scompartimento di seconda classe con tre emigranti in Germania, ai quali racconta la storia di un emigrante partito tanti anni prima e tornato ricco “con cento milioni e una Mercedes 220 diesel che ha perso tutto per colpa di una ragazza minorenne“.

E’ l’ultima umiliazione, perchè i tre scoppiano a ridere di fronte a tanta ingenuità: “cento milioni per una fimmina?” sarà il loro commento beffardo e spietato.
Vittorio Sindoni, regista del film, realizza un ritratto grottesco e amaro della Sicilia della provincia, in cui con toni garbati e mai sopra le righe racconta una storia di un perdente diventato vincente che vuole stravincere e finisce viceversa per ritornare perdente.
Il regista siciliano, diventato in seguito fertile regista di fiction televisive utilizza al meglio l’ottimo cast di cui dispone, piegandolo al servizio di una commedia di costume che ha come difetto qualche pausa e qualche sbavatura ma anche al suo attivo una storia crudele quanto basta interpretrata magnificamente dal compianto Stefano Satta Flores, uno che con i perdenti aveva grande dimestichezza (come dimenticare lo splendido ritratto di Nicola Palumbo in C’eravamo tanto amati).
L’attore napoletano, prematuramente scomparso nel 1985 a soli 48 anni è interprete di classe: lo dimostra giganteggiando in un film che sembra essere al suo servizio, in cui l’identificazione con il personaggio triste e sconfitto di Carmelo è quasi assoluta.
Cinzia Monreale
Attorno a lui si muovono gli altri attori ingaggiati per il cast, nel quale ognuno fa la sua parte con diligenza:molto brava (ed affascinante) Macha Meril nel ruolo della baronessa Lamia, bravo anche Umberto Orsini in quello dell’avvocato amante della baronessa.
Bella e brava Cinzia Monreale, un’attrice che avrebbe meritato ben altro spazio nelle produzioni a cui ha partecipato, mentre ci sono camei preziosi per Luciano Salce e Marisa Laurito.
Perdutamente Tuo,mi Firmo Macaluso Carmelo fu Giuseppe è un film rimasto per tantissimi anni in un angolo, prima di essere riproposto dai canali Mediaset; oggi ci sono in rete copie di buon livello del film, che può anche essere visionato su You tube in versione completa.

Perdutamente tuo… mi firmo Macaluso Carmelo fu Giuseppe
Un film di Vittorio Sindoni. Con Leopoldo Trieste, Macha Méril, Stefano Satta Flores, Cinzia Monreale,Pino Ferrara, Luciano Salce, Giuliano Persico, Umberto Orsini, Renato Pinciroli, Vito Cipolla, Marisa Laurito, Deddi Savagnone Commedia, durata 100′ min. – Italia 1976.
Stefano Satta Flores: Carmelo Macaluso
Leopoldo Trieste: don Calogero Liotti
Macha Méril: Baronessa Valeria Lamia
Cinzia Monreale: Jessica
Umberto Orsini: avvocato Vito Orsini
Luciano Salce: Barone Alfonso Lamia
Marisa Laurito: Tindara Liotti
Roberto Della Casa: Impiegato di banca
Pino Ferrara: L’avvocato difensore
Renato Pinciroli: don Saverio
Deddi Savagnone: La moglie di don Calogero
Regia Vittorio Sindoni
Soggetto Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni
Sceneggiatura Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni
Produttore Luciano Giotti
Fotografia Safai Teherani
Montaggio Mariano Faggiani
Musiche Enrico Simonetti
Scenografia Vittorio Sindoni
Il paese di Stignano
Gerace
Caulonia
Villa Caristo a Stignano
La liceale seduce i professori
Il Prof. Pasquale La Recchiuta è preside di un liceo nella cittadina di Trani.
Vive con suo nipote Arturo, ha una relazione con la bella Fedora e ha la passione per gli strumenti musicali.
A casa sua arriva all’improvviso la nipote Angela, spedita lontano da casa per permetterle di studiare con più profitto.
Ma nella classe del liceo dove la ragazza finisce non tira aria adatta agli studiosi; i ragazzi della classe passano il loro tempo organizzando scherzi e facendo di tutto per non studiare.
Angela si adegua al clima, e individuato nel professore di storia l’unica arma per evitare i fastidiosi studi, riesce a sedurlo; nel finale i ragazzi della classe affronteranno gli esami di maturità con esiti catastrofici e la stessa Angela non sfuggirebbe all’identica sorte se …
Lino Banfi e Donatella Damiani
La liceale seduce i professori è l’ennesimo capitolo che il regista Mariano Laurenti dedica al sotto filone studentesco, appartenente al filone della commedia sexy e segue altre opere di identica ispirazione, come Classe mista (1975),La compagna di banco (1977),L’insegnante va in collegio (1978) e La liceale nella classe dei ripetenti (1978), tutti film di discreto successo al botteghino e caratterizzati da una trama esilissima e giocati sull’esposizione di scherzi da caserma, linguaggio scurrile e qualche nudità della protagonista di turno sparsa qua e là.
Anche questo film non sfugge quindi ai paletti fissati per costruire film di facile presa, prodotti a basso costo e destinati ad un pubblico eterogeneo alla ricerca di qualche risata facile in un clima di totale disimpegno mentale.

Laurenti gira il film nella cittadina pugliese di Trani e questo è un merito;una location di sicuro fascino che ha il pregio di mostrare le bellezze artistiche di una località all’epoca poco conosciuta ma ricchissima di storia e di bellezze architettoniche.
I meriti si fermano qua, perchè il film è un prodotto mediocre, in cui si ride poco e quel poco è suscitato più che altro dalle performance del solito Lino Banfi, autentico mattatore del film coadiuvato da un cast di caratteristi ormai collaudato.
Si va dalla bella Gloria Guida, ancora una volta nei panni di una liceale con poca voglia di studiare attratta più che altro dal fascino maschile ad Alvaro Vitali,per l’ennesima volta bidello con il pallino della musica.

Le altre due protagoniste femminili sono la procace Donatella Damiani e Lorraine De Selle; poichè a loro non è richiesta alcuna dote di recitazione, assolvono il loro compito con sufficienza, dovendosi limitare a poche scene in cui mostrano con generosità epidermide,seni e glutei.
Siamo nel 1979, in piena crisi cinematografica e le produzioni ormai risentono della mancanza di idee e sopratutto della mancanza di soldi; anche questo prodotto è ruvido e grossolano, privo di una trama che vada oltre gli stereotipi del genere e sopratutto fine a se stesso.
Ninetto Davoli, Lino Banfi e Gloria Guida
Eppure Laurenti continuerà a girare imperterrito film macchiettistici, insistendo su un genere (la commedia sexy) ormai agonizzante e privo di validità artistiche.
Ne sono la prova i successivi prodotti,L’infermiera nella corsia dei militari (1979),La ripetente fa l’occhietto al preside (1980),La settimana bianca (1980),La settimana al mare (1980),L’onorevole con l’amante sotto il letto (1981) in cui le trame sembrano malinconicamente ricalcate in copia carbone.
Questo film è passato diverse volte in Tv per cui è facile trovare delle copie ben digitalizzate; esiste anche in formato dvd ed è facilmente reperibile in rete.
La liceale seduce i professori
Un film di Mariano Laurenti. Con Gloria Guida, Lino Banfi, Ninetto Davoli, Fabrizio Moroni, Alvaro Vitali, Carletto Sposito, Dario Silvagni, Donatella Damiani Erotico, durata 102′ min. – Italia 1979.
Lino Banfi: Prof. Pasquale La Recchiuta
Gloria Guida: Angela, nipote di Pasquale
Alvaro Vitali: Salvatore
Donatella Damiani: Irma, compagna di banco di Angela
Ninetto Davoli: Arturo
Fabrizio Moroni: Prof. Carlo Casalotti
Carletto Sposito: Prof. Caccioppo sordo
Lorraine De Selle: Fedora
Jimmy il Fenomeno: Postino/Suonatore Banda
Fernando Paone (Nando Paone):
Paola Pieracci: Proprietaria di casa
Germana Dominici: Professoressa
Gianluca Manunza: Figlio professoressa
Ermelinda De Felice: Baby sitter del figlio prof.ssa
Regia Mariano Laurenti
Soggetto Mariano Laurenti, Francesco Milizia
Sceneggiatura Mariano Laurenti, Francesco Milizia
Casa di produzione Dania
Fotografia Federico Zanni
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Gianni Ferrio
Scenografia Elio Micheli
Peccati in famiglia
Il ricco e gaudente ingegner Carlo, in compagnia di sua moglie Piera e di sua figlia Francesca decide di prendersi un periodo di ferie, stressato dall’impegno di dover gestire le sue fabbriche e torna così nella sua residenza estiva nel piacentino.Ad attenderlo c’è una sorpresa: c’è una cuoca, una giovane vedova di nome Doris che ha sostituito la vecchia balia di Carlo.
A qualche giorno dall’inizio delle vacanze, ecco che arriva a casa di Carlo il giovane Milo, figlio di suo fratello, morto senza un centesimo.
Il giovane è uno studente all’apparenza timido, ma in realtà e’ mosso da un’ambizione senza limiti e da un arrivismo altrettanto forte.
Simonetta Stefanelli e Renzo Montagnani
Mentre Carlo inizia un’opera di seduzione serrata nei confronti di Doris, Milo tesse una trama sottile che si dimostrerà vincente.
Dapprima seduce la bella Francesca, che per lui abbandona la relazione torbida con Fedora, poi passa a sedurre anche Doris, nel segreto intento di poter meglio controllare lo zio.
L’unico ostacolo alle ambizioni del giovane è rappresentato dalla furba Piera, che ha intuito qualcosa e che ora vorrebbe mandarlo via.
Ma Milo seduce anche lei e da quel momento è padrone del campo.
Michele Placido e Simonetta Stefanelli
Con l’aiuto di Doris che sottopone Carlo ad un tour de force erotico, Milo procura allo zio un infarto e da quel momento si assicura definitivamente sia le grazie del gineceo famigliare sia il controllo dell’azienda del defunto Carlo.
Peccati in famiglia, diretto da Bruno Gaburro nel 1975 è una delle tradizionali commedie sexy degli anni settanta, poco attente ad una sceneggiatura accettabile e intente invece a mostrare le attrici di turno in abiti succinti.
Cosa che accade immancabilmente anche in questa commedia, che non si eleva come qualità dalla maggioranza dei film del filone, nonostante la presenza nel cast di alcuni validi attori.
Jenny Tamburi
Gaburro, regista di B movie (sue saranno le regie degli erotici Malombra,Maladonna e Penombra) non tenta nemmeno di dare qualsiasi giustificazione sociologica o di indagine al suo film, puntando tutto decisamente su una storia pruriginosa quanto basta per tener desta l’attenzione dello spettatore.
Vien fuori così un film totalmente piatto, a mala pena retto dalla verve del solito Renzo Montagnani, un professionista esemplare in qualsiasi situazione.
La storia è vista e rivista per cui nessun elemento di novità; questa volta però il furbetto di turno riesce a diventare il padrone e una volta tanto il film finisce in maniera anticonvenzionale.
Juliette Mayniel
Per quanto riguarda il cast, davvero sprecato, discrete le tre maggiori protagoniste, ovvero le sensuali Simonetta Stefanelli e Jenny Tamburi oltre che la solita sicurezza rappresentata da Juliette Mayniel mentre appena appena sufficiente un Michele Placido in evidente imbarazzo nei panni del seduttore bello e dannato.
Questo film non è facilmente rintracciabile, quelle che circolano sono generalmente copie ricavate o da vecchie VHS oppure registrate qualche anno addietro dai rari passaggi televisivi.
Peccati in famiglia
Un film di Bruno Gaburro. Con Michele Placido, Simonetta Stefanelli, Renzo Montagnani, Jenny Tamburi, Dino Curcio, Corrado Olmi, Gastone Pescucci, Juliette Mayniel, Lorenzo Piani, Rosita Torosh, Edy Williams Commedia, durata 97′ min. – Italia 1975.

Michele Placido: Milo
Simonetta Stefanelli: Doris
Jenny Tamburi: Francesca
Juliette Mayniel: Piera – moglie di Carlo
Gastone Pescucci: Armando – il dottore
Laura De Marchi: Vincenza – moglie di Armando
Corrado Olmi: don Erminio
Edy Williams: Zaira
Renzo Montagnani: Carlo
Rossella Pescatore: Fedora – figlia di Armando
Dino Curcio: Nando – amministratore della terra

Regia Bruno Gaburro
Soggetto Bruno Gaburro
Sceneggiatura Lianella Carell, Carlo Romano
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione Flaminia Produzioni Cinematografiche
Fotografia Joe D’Amato
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Scenografia Ennio Michettoni
Costumi Antonio Randaccio
La controfigura
Una Citroen con a bordo Giovanni, architetto fallito, attraversa la città e si dirige verso un garage sotterraneo.
Qui, seminascosto nell’oscurità, c’è un uomo visibilmente nervoso, che all’arrivo dell’auto estrae da una borsa una pistola automatica e inizia a sparare addosso a Giovanni. Il primo colpo infrange il parabrezza ma il secondo colpisce in pieno l’architetto che stramazza al suolo.
Si dice che in punto di morte si riveda ad altissima velocità tutta la vita e a Giovanni capita invece di rivedere gli avvenimenti, le facce e le persone che ha frequentato negli ultimi tempi, in un mix che si accavalla senza sosta.

E’ l’inizio di La controfigura, film del 1971 diretto da Romolo Guerrieri, che capovolge le regole del thriller mettendo in scena l’atto finale della storia, per poi riprendere attraverso l’alternarsi del flashback la vita di Giovanni.
Un architetto di bassa tacca, che vivacchia con i soldi che gli passa il padre; ha sposato la bellissima quanto superficiale Lucia e nutre anche sentimenti equivoci per la altrettanto affascinante suocera Nora.
E’ questa bruciante passione che porta Giovanni a equivocare sulla simpatia che Nora gli porta;l’uomo, durante un viaggio in Africa la prende con la forza.

Nello stesso viaggio sia la moglie che la suocera conoscono un giovane e affascinante hippy, Eddie, verso il quale le due donne mostrano apertamente simpatia.
A quel punto Giovanni costringe sua moglie a tornare a Roma, ma quando apprende che sua suocera ha fatto anch’essa ritorno con Eddie, decide di andarla a trovare.
Al rifiuto netto della donna, Giovanni decide di penetrare nell’appartamento di Nora dove fa un’inaspettata scoperta, quella del cadavere di Eddie.
Convinto che ad uccidere l’hippy sia stata sua suocera, Giovanni fa scomparire il cadavere del giovane, ignorando che l’assassino è un maniaco….

Pesante il debito o se preferite il tributo ai film lenziani; analogo tributo o se vogliamo ispirazione per il film di Lado La corta notte delle bambole di vetro, che sostanzialmente ripercorre in flashback la vita di Gregory Moore,il giornalista americano in stato catalettico che rivede in flashback le sue vicissitudini.
Ma La controfigura presenta comunque diversi elementi a suo favore, a cominciare da una trama abbastanza lineare e ben svolta fino alla fine così come ben giocata è la carta dei continui flashback che ci illustrano la vita di Giovanni, il vero protagonista della storia.
Elegante confezione quindi, per un film molto più vicino ad un noir che ad un thriller.

Mancano infatti del tutto l’elemento slasher e quello strettamente ad alta tensione tipico dei film strettamente appartenenti al genere thriller, a tutto vantaggio di una storia che sembra privilegiare le gesta in primis di Giovanni e in secondo luogo di quelle di sua moglie Lucia, frivola e viziata e della sua affascinante madre.
Il film di Guerrieri è tratto, o forse sarebbe meglio dire ispirato all’ omonimo romanzo di Libero Bigiaretti; da quello che ho letto nelle varie recensione, pare che il romanzo abbia un andamento molto più introspettivo e psicologico, ma la cosa ha un’importanza relativa.
Girolami consegna al pubblico un film molto ben confezionato che ha qualche punto debole nei dialoghi, valga per tutti nel flashback iniziale la solita domanda del padre di Lucia a Giovanni, quella ormai di prammatica negli anni settanta: “Ma lei è comunista?”.

Ma questo è voler davvero trovare il pelo nell’uovo.
Il film ha momenti felici e un cast di buon livello, con la splendida Bosè su tutti.
L’attrice italiana ha fascino da vendere e surclassa la pur bella e a tratti nuda Eva Aulin.
Discreta la prestazione dell’immancabile Jean Sorel,autentica presenza fissa di numerosi film a metà strada tra il thriller, il giallo e il noir; presenze assolutamente di contorno quelle di Marilu Tolo, scarificatissima nel ruolo di un’amica di Giovanni non tanto segretamente attratta da lui e di Silvano Tranquilli, qui nel ruolo di Roger, marito di Nora e padre di Lucia.
Quasi invisibile Giacomo Rossi-Stuart, mentre il ruolo del commissario è affidato a Pupo De Luca, un altro grande caratterista del cinema anni settanta.
La controfigura è un film che passa raramente in tv, ed è quindi difficilmente rintracciabile in rete. A tutti consiglio la versione ricavata dalla proiezione televisiva che ne ha fatto Rete 4, che è di gran lunga la migliore oggi esistente.
La controfigura
Un film di Romolo Guerrieri. Con Silvano Tranquilli, Lucia Bosè, Jean Sorel, Antonio Pierfederici, Ewa Aulin, Marilù Tolo, Bruno Boschetti, Pupo De Luca Drammatico, durata 90 min. – Italia 1971.
Jean Sorel … Giovanni
Lucia Bosé … Nora Tosatti – Madre di Lucia
Ewa Aulin … Lucia
Silvano Tranquilli … Roger
Sergio Doria … Eddie Kennan
Antonio Pierfederici … Professor Bergamo
Bruno Boschetti … Il poliziotto Balestra
Giacomo Rossi-Stuart …Fratello di Giovanni
Pupo De Luca … Commissario
Marilù Tolo … Marie, amica di Roger
Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Valentino Bompiani
Sceneggiatura Sandro Continenza, Sauro Scavolini
Produttore Gino Mordini
Fotografia Carlo Carlini
Musiche Armando Trovajoli

Il rubacuori
Vittorio Garibaldi è un figlio di emigrati che vive in Francia. Sogna di diventare una stella dello spettacolo, ma nel frattempo vivacchia interpretando personaggi storici come Hitler, De Gaulle e Churchill. Sogna di rilasciare interviste, in cui dichiara che il suo successo è frutto di “un pò di talento,di tanto duro lavoro, un sacco di fortuna e, soprattutto,il fisico adeguato.”
La grande occasione arriva con uno show televisivo, “Il re del cinema”, che lancia nuovi talenti.
Da quel momento iniziano per lui una serie di avventure grottesche che lo porteranno a contatto con persone e posti disparati, prima dell’immancabile finale in rosa.

Il rubacuori (Le bourreau des coeurs), datato 1983 è un film del regista francese Christian Gion, in Italia praticamente un illustre sconosciuto. E tale è rimasto anche dopo questa pellicola, che ha avuto una distribuzione e una visibilità limitatissima, e che da noi ha avuto un minimo di fama solo perchè rappresenta l’ultima apparizione cinematografica dell’attrice Anna Maria Rizzoli.
Un film che vorrebbe essere comico, vista la presenza di un attore di discreto talento come Aldo Maccione e sopratutto per il gran numero di sketch presenti, girati quasi come in un film muto, ma che alla fine si rivela solo di grana grossissima e anche abbastanza volgare.

L’inesistenza di una trama credibile penalizza il tutto, in modo tale che il film resta appeso penosamente alla verve di Maccione, che fa del suo meglio, ma che non può cavare sangue da una rapa.
Una delle tante scene, ovvero il risveglio di Vittorio dal sogno in cui si vede attore famoso che rilascia interviste, prevede per esempio una caduta dello stesso perchè involontariamente infila un piede su un pattino, con conseguente rumorosa caduta, un’altra lo vede vestito da Hitler, con i soliti baffetti di prammatica, salutare suo padre, eroe della resistenza, con il saluto nazista con logiche conseguenze.

Il livello delle gag è questo.
Se agli inizi degli anni 80 il cinema italiano era in profonda crisi per i noti motivi, quello francese se la passava allo stesso modo.
La riprova l’abbiamo con questo film, che a fine anno era tra i primi venti tra gli incassi stagionali, segno inequivocabile di un trait d’union con il cinema italiano, che vivacchiava su commedie becere e volgari come i film del pestilenziale Pierino.

Assolutamente incommentabile il resto, l’unica nota di merito del film consiste nell’aver mostrato Tetiaroa, l’isola privata del celebre Marlon Brando, che mostrò il solito acume rifiutando di comparire nel film.
Il rubacuori (Le Bourreau des cœurs)
un film di Christian Gion, con Aldo Maccione,Annamaria Rizzoli,Jean Parédès,André Nader,Jole Silvani Commedia, Francia 1983
Aldo Maccione : Vittorio Garibaldi
Annamaria Rizzoli : Ginette
Jean Parédès : Max
André Nader : Pedro
Nico il Grande : Jésus
Jole Silvani : La madre
Max Desrau : Il padre
Hubert Lassiat : il nonno
Gillian Gill : La sorella
Jean David Junior : Bébert
Diego Ferrari : Jeannot
Claudio Viscomi : Vittorio bambino
Regia : Christian Gion
Sceneggiatura : Christian Gion
Romanzo Claudine Zidi
Musiche : Éric Demarsan
Fotografia : Lionel Legros
Montaggio : Nicole Saunier
L’evaso
Francia,anni 30
In un piccolo paese rurale della provincia francese arriva Jean Lavigne, un evaso dal carcere della Cayenna, dove è stato rinchiuso per aver assassinato due uomini politici.
L’uomo decide di stabilirsi in paese abitato da poche anime e trova lavoro presso la vedova Tati Couderc, una donna precocemente invecchiata dal duro lavoro, dalla vedovanza e sopratutto sfibrata dalla lotta con i parenti del defunto marito, decisi a sottrarle la proprietà ereditata.
Incurante dell’ostilità dei parenti e degli abitanti del paese, Tati Couderc assume Jean, dandogli un tetto e del vitto.
Dopo un periodo di diffidenza, Tati sembra legarsi a quell’uomo silenzioso e misterioso e Jean, forse per riconoscenza, forse per affetto sembra ricambiare il sentimento.
Alain Delon
Simone Signoret
Così tra i due nasce una relazione, ma Jean nel frattempo allaccia un’amicizia con coinvolgimento amoroso anche con Felicie, una giovane ragazza madre parente di Tati.
La vedova Couderc ben presto capisce che Jean nasconde qualcosa ma decide comunque di difenderlo dalla preoccupata e interessata attenzione dei parenti.
Jean commette l’errore di parlare troppo con Felicie che imprudentemente si sbottona con i genitori; è l’inizio della fine, perchè all’improvviso in paese arriva un esercito di gendarmi che circondano la fattoria di Tati.
Jean muore crivellato dai colpi dei gendarmi e ……
Ottavia Piccolo
Il regista francese Pierre Granier-Deferre dirige nel 1971 L’evaso, scrivendo la sceneggiatura con Pascal Jardin e adattando un romanzo di Simenon per il grande schermo. Non è un adattamento fedele alla lettera ma è una trasposizione in cui le atmosfere e una nostalgia palpabile pervadono un film che fa dell’ambientazione e della descrizione dei personaggi il suo punto di forza.
L’atmosfera gretta e meschina del piccolo borgo rurale nel quale si svolge la storia, le due vite lontanissime che finiscono per diventare complementari, quelle di Jean e Tati,la malinconica provincia francese fotografata come meglio non si potrebbe da Walter Wottitz contribuiscono a rendere L’evaso un film sicuramente da ricordare.
Se la storia in fondo è semplicissima, va apprezzato il tentativo di Granier-Deferre, autore di alcuni film di ottima fattura come Un battito d’ali dopo la strage, Le chat – l’implacabile uomo di Saint Germain e Il clan degli uomini violenti, di rendere il film visivamente potente, senza curarsi molto della velocità del film.

Che infatti scorre lentissimo, come il fiume del villaggio o come le vite dei suoi abitanti, meschinamente attaccati al possesso dei beni materiali proprio perchè isolati in una comunità assolutamente chiusa all’esterno, agli altri.
E’ un mondo piccolo e dalle vedute ristrette, quello in cui si trovano a vivere il loro personale dramma i due personaggi del film; il primo, Jean, è un evaso del quale praticamente non sappiamo nulla, se non che ha ucciso due politici e che vorrebbe tornare a casa sua, ma che vedrà il suo destino legarsi a quello di Tati Couderc.
Una donna sola, energica, invecchiata anzi tempo sia dalla solitudine che dal duro lavoro dei campi.
Ma anche dalla tensione, da quel doversi difendere quotidianamente dall’ostilità dei parenti del marito, che le contestano l’eredità ricevuta.

Tati è ancora una donna in grado di dare e ricevere amore; lo dimostrerà decidendo di non denunciare Jean, anzi, di stringerlo a se nonostante i pettegolezzi feroci dei paesani.
Il terzo personaggio del film è la giovane e selvaggia Felicie, una ragazza madre con un’indole libera ma anche con un cervello da uccellino: sarà proprio lei la causa del finale drammatico delle vite di Jean e Tati.
In tutto questo Deferre ci mette la mano con delicatezza, preferendo allungare smodatamente i tempi narrativi, lasciando quindi allo spettatore la libertà di gustarsi la placida indolenza di una parte di provincia francese assolata e sonnacchiosa in perfetta comunione con i suoi abitanti.
Che però hanno tutti i pregi e maggiormente tutti i difetti di coloro che vivono in una comunità chiusa ed ermeticamente riluttante a qualsiasi novità.

L’arrivo di Jean turberà quell’equilibrio stagnante fino al finale in cui l’arrivo di moltissimi gendarmi e il sibilo di centinaia di pallottole non squarcerà drammaticamente il silenzio di un piccolo microsmo in precario equilibrio, in nettissimo contrasto con la placida natura che circonda la scena del dramma.
Jean cade senza aver potuto nemmeno sparare un colpo, cade in un’aiuola brulla e desolantemente bruciata dal sole.
Un finale amaro ma se vogliamo ampiamente preventivabile; Jean paga il suo doppio omicidio, paga quel passato oscuro che si porta dietro, ma paga principalmente l’invidia e l’avidità di un pugno di paesani gretti e meschini, così come Tati paga la sua indipendenza, quell’essere ferocemente gelosa della sua indipendenza.
Il grande valore aggiunto del film è rappresentato dalla presenza di due tra i migliori attori francesi della seconda parte del novecento: Simone Signoret e Alain Delon, due volti perfetti per due personaggi dolenti e perdenti.

La Signoret è uno spettacolo da vedere, Delon è la classica canaglia dal volto umano, un ruolo che l’attore francese replicherà molte volte, sempre fedele al personaggio che si è costruito nel corso degli anni; a loro va aggiunta la bellissima e seducente Ottavia Piccolo che completa il cast di un film decisamente bello e affascinante.
Una nota finale; in Italia il film venne distribuito con il titolo L’evaso in luogo del titolo originale La veuve Couderc, spostando quindi l’attenzione dal personaggio principale di Tati Couderc a quello indubbiamente importante di Jean, un chiaro espediente per avvicinare alla visione del film i numerosi fan dell’attore francese.
L’evaso è un film di facile reperibilità, che nella versione originale ha un fascino ancora migliore, grazie alla musicalità del francese parlato in origine; trasmesso più volte dalle tv private, è disponibile anche in digitale.

L’evaso
Un film di Pierre Granier-Deferre. Con Alain Delon, Jean Tissier, Simone Signoret, Ottavia Piccolo Titolo originale La veuve Couderc. Drammatico, durata 88′ min. – Francia 1971.
Regia Pierre Granier-Deferre
Soggetto Georges Simenon – romanzo
Produttore Raymond Danon
Fotografia Walter Wottitz
Montaggio Jean Ravel
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Jacques Saulnier
Costumi Jacques Cottin
Trucco Maud Begon
Simone Signoret: Tati Couderc
Alain Delon: Jean Lavigne
Ottavia Piccolo: Félicie
Jean Tissier: Henri Couderc
Pierre Collet: commissario Mallet
François Valorbe: colonnello Luc de Mortemont
Jean-Pierre Castaldi: ispettore
Schulmädchen Report, il sesso tra le studentesse tedesche

Nel 1970 esce in Germania un libro destinato ad avere un grande successo popolare; a scriverlo è Günther Hunold, un sessuologo autore di molti libri aventi come argomento principale la sferra della sessualità.
Schulmädchen-Report o anche Schoolgirl report o Rapporto sulle studentesse è il titolo di questo libro, un vero e proprio rapporto stilato in base ad alcune interviste che Hunold svolse nell’ambito scolastico o universitario.
Attraverso una serie di domande basate su argomenti decisamente scottanti inerenti la sessualità, come il sesso adolescenziale e i rapporti sessuali protetti e no, le deviazioni sessuali come l’incesto ecc. oppure temi scabrosi come lo stupro, Hunold, ispirandosi a opere precedenti molto famose come il rapporto Kinsey o il famosissimo rapporto Masters/Johnson, raccolse un’ampia documentazione proprio sulle abitudini sessuali delle tedesche.
Schulmädchen-Report: Was Eltern nicht für möglich halten
Der neue Schulmädchen-Report. 2. Teil: Was Eltern den Schlaf raubt
Controllo delle nascite e contraccezione, masturbazione e altro finiscono quindi per diventare il cuore del rapporto, che parte con principi abbastanza nobili, quindi di divulgazione dei desideri e delle paure delle adolescenti o delle ragazze tedesche finendo però per diventare, almeno non nelle intenzioni dello scrittore tedesco, la cassa di amplificazione di quello che diverrà un fenomeno di costume prima ancora di un fenomeno cinematografico, ovvero quello dei film Schulmädchen.
Dei film all’apparenza in puro stile inchiesta, che in realtà punteranno e vireranno verso l’aspetto più lubrico e voyeuristico attraverso una documentazione visiva che privilegeranno l’aspetto scabroso delle vicende che i film della serie andranno a sviluppare.
Schulmädchen-Report. 3. Teil: Was Eltern nicht mal ahnen
Schulmädchen-Report. 4. Teil: Was Eltern oft verzweifeln läßt
Nello stesso 1970 il produttore cinematografico Lupo C. Hartwig si assicura per soli 20000 marchi (circa 20.000 euro) i diritti cinematografici del libro e affida al regista Ernst Hofbauer la direzione del film Schulmädchen-Report:Eltern nicht für möglich halten, che in Italia viene distribuito con il titolo ammiccante di Rapporto sul comportamento sessuale delle studentesse.
E’ il capostipite della serie Schulmädchen-Report, che conterà 13 film ufficiali più una serie di film ad essi ispirati, serie iniziata con il titolo citato uscito nel 1970 e terminata nel 1980 con il film Schulmädchen-Report. 13. Teil: Vergiß beim Sex die Liebe nicht, film non distribuito in Italia.

Schulmädchen-Report. 5. Teil: Was Eltern wirklich wissen sollten
Rapporto sul comportamento sessuale delle studentesse ha una trama essenziale, che parte da un fatto di cronaca realmente avvenuto; una studentessa viene sorpresa mentre fa l’amore con l’autista dello scuola bus dell’istituto in cui studia la ragazza.
La direzione scolastica, scandalizzata, decide di convocare uno psicologo che davanti ai docenti dimostra come questi episodi non siano da vedersi in un’ottica puritana, ma come semplici espressioni di una normale sessualità dei giovani, ormai ben lontani dai comportamenti timorati dei loro genitori.
Schulmädchen-Report. 6. Teil: Was Eltern gern vertuschen möchten
Attraverso una serie di interviste lo psicologo dimostra come questi episodi siano da considerarsi condivisi da larga parte dei giovani e siano ormai l’espressione di una società più moderna e meno moralista.
Il film in Germania riscuote un successo enorme, arrivando a fine anno ad essere la sesta pellicola più vista in tutta la stagione.
In Italia il film non riscuote lo stesso successo, complice anche la pesante censura che si abbatteva su tutti i prodotti a sfondo prevalemente sessuale; inoltre il genere documentario era poco amato dal pubblico italiano con la conseguenza che l’intero genere non venne particolarmente apprezzato da noi.
Schulmädchen-Report. 7. Teil: Doch das Herz muß dabei sein
Schulmädchen-Report. 8. Teil: Was Eltern nie erfahren dürfen
Nel 1971 esce il secondo capitolo della serie, chiamato Der neue Schulmädchen-Report. 2. Teil: Was Eltern den Schlaf raubt; a dirigerlo è nuovamente Ernst Hofbauer che in pratica riprende sia le tematiche che la struttura del film precedente; sette episodi che indagano sul comportamento sessuale delle studentesse tedesche. Questo film non venne distribuito in Italia, ma qualche anno dopo usci in Vhs nella versione inglese, Schoolgirl report 2.
Visto il buon successo di questo secondo episodio, ne viene girato un terzo, ancora affidato a Hofbauer questa volta aiutato da Walter Boos intitolato Schulmädchen-Report. 3. Teil: Was Eltern nicht mal ahnen.
Ancora una volta, film con struttura a episodi nei quali vengono raccontate le storie di una Lolita che seduce il padre di un compagno di scuola e quella di un dottore accusato di stupro,con Hofbauer che sostiene la tesi che in Germania una larga parte di coloro che vengono condannati per questo reato sono in realtà innocenti.
Schulmädchen-Report. 9. Teil: Reifeprüfung vor dem Abitur
Questi tre capitoli della serie raggiungono ben presto i dieci milioni di spettatori, una cifra enorme per un cinema che da noi è etichettato come B movie; ma il lusinghiero successo tedesco non è considerato in Italia degno di attenzione con il risultato che anche questo film non viene distribuito nel nostro paese.
Arriviamo così al 1972, quando ancora una volta viene affidata a Hofbauer la direzione del quarto capitolo della serie, che in Germania prenderà il titolo di Schulmädchen-Report. 4. Teil: Was Eltern oft verzweifeln läßt ;inutile dire che ancora una volta siamo di fronte a storie che parlano di sessualità fra le studentesse, che mostrano tanta voglia di spogliarsi e di manifestare le loro disinibizioni.
Visto che il genere tira ancora, nel 1973 si arriva al quinto capitolo della serie,Schulmädchen-Report. 5. Teil: Was Eltern wirklich wissen sollten che in Italia venne distribuito con il titolo Il comportamento sessuale delle studentesse.La regia del film è nuovamente del duo Walter Boos e Ernst Hofbauer e questa volta si parla di ragazze che nonostante la loro età hanno esperienze più avanzate della loro età stessa.
L’unica novità è rappresentata dalla storia d’amore e sesso tra una studentessa e un ragazzo destinato a diventare prete.
In Italia il film passa praticamente inosservato.
Schulmädchen-Report. 10. Teil: Irgendwann fängt jede an
Di gran carriera, nel 1973, arriva sugli schermi Schulmädchen-Report. 6. Teil: Was Eltern gern vertuschen möchten, titolo ammiccante ed esplicito; ancora una volta la regia è di Ernst Hofbauer mentre nel 1974 arrivano sugli schermi Schulmädchen-Report. 7. Teil: Doch das Herz muß dabei sein e Schulmädchen-Report. 8. Teil: Was Eltern nie erfahren dürfen entrambi diretti per l’ennesima volta da Hofbauer; in questo film l’unico elemento di novità è l’ambientazione, un autobus nel quale gli studenti si confidano tra loro le proprie abitudini sessuali.
In quest’anno il fenomeno della serie mostra ormai la corda; se i primi episodi avevano suscitato clamore e curiosità, la ripetitività delle storie unita all’evoluzione dei costumi sessuali in un paese come la Germania sempre pronto ad andare al passo con i tempi segna la fine del fenomeno Schulmädchen. Verranno girati altri 5 sequel, che però non avranno praticamente visibilità.
E’ Walter Boos a girare il nono episodio, Schulmädchen-Report 9: Reifeprüfung vor dem Abitur ,nel quale la variante è rappresentata da un gruppo di studenti che viene trattenuto in una stazione di polizia con conseguenti racconti piccanti fra di loro, in puro stile decamerotico.
Schulmädchen-Report. 11. Teil: Probieren geht über Studieren
Sempre Boos dirige il decimo episodio,Schulmädchen-Report. 10. Teil: Irgendwann fängt jede an, in cui l’immancabile professore fa l’immancabile pistolotto su morale e diritto e naturalmente su temi a sfondo sessuale.In Italia il film esce con un titolo sfacciatamente allusivo, Le svedesi lo vogliono così; è chiaramente un tentativo di strizzare l’occhio al nascente e in seguito floridissimo cinema a luci rosse.
Nel 1977 nel tentativo di ridare fiato alla serie, che ormai langue sempre più penosamente viene richiamato dietro la macchina da presa Hofbauer, che gira Schulmädchen-Report. 11. Teil: Probieren geht über Studieren.
Sette episodi a sfondo sessuale nascosti as usual dalla veste inchiesta; questa volta l’azione si svolge in uno studio radiofonico, nel quale sono convocati uno psicologo, una casalinga, un giovane e il preside di un istituto che dibattono apertamente su temi sessuali.
Il dodicesimo e penultimo episodio viene girato nel 1978, con la regia di Boos.
Schulmädchen-Report. 12. Teil: Junge Mädchen brauchen Liebe (distribuito anche con il titolo Schulmädchen-Report. 12. Teil: Wenn das die Mammi wüßte) narra stancamente cinque storie, fra le quali quella di un amore incestuoso e quella di una tossicodipendente.

L’ultimo episodio, il tredicesimo è diretto ancora una volta da Boos: Schulmädchen-Report. 13. Teil: Vergiß beim Sex die Liebe nicht conclude la serie delle inchieste sul sesso tra gli studenti.
Siamo nel 1980 e questo tipo di pellicole ormai non interessa più lo spettatore medio, tant’è che meno di un milione di tedeschi accorre nelle sale per vederlo, una bella differenza dai sei milioni del primo episodio.
Per quanto riguarda gli attori e le attrici presenti negli episodi, uno dei più noti è Friedrich von Thun, che molti ricorderanno anche in Schindler list.
L’attore austriaco gira le prime tre serie degli Schulmädchen-Report, mentre un altro attore più o meno noto che partecipa alle serie è Rinaldo Talamonti.Tra le donne le uniche ad avere avuto una certa notorietà sono Ingrid Steeger (presente nell’ottimo Sesso a domicilio, in Il gorilla di Soho e in Morte sul Tamigi) e Christina Lindbergh.
E’ meglio non avventurarsi oltre i tredici titoli della serie ufficiale, perchè signfica infilarsi in un guazzabuglio di titoli clone o di pellicole girate in pochi giorni con l’unco scopo di racimolare due lire mostrando chilometri di epidermide a buon mercato.
Se la serie Schulmädchen-Report ebbe quindi un buon successo in Germania, rimase un fenomeno molto circoscritto; nel nostro paese arrivarono solo le pellicole citate che ebbero una visibilità davvero limitata.

Per quanto mi risulta di questi film non si registrano passaggi televisivi, per cui chiunque volesse documentarsi sulla cosa dovrà necessariamente visionare riversaggi da VHS o divx provenienti dal doppiaggio inglese.
Trattandosi di film davvero noiosi sconsiglio i lettori del blog dal farlo se non nell’ottica di conoscenza della stagione effimera dei rapporti segreti sulle studentesse tedesche; molto, ma molto meglio gli epigoni italiani della commedia sexy dell’ambito liceale/studentesco, capaci quanto meno di smuovere quattro risate.
1970 Schulmädchen-Report: Was Eltern nicht für möglich halten
1971 Der neue Schulmädchen-Report. 2. Teil: Was Eltern den Schlaf raubt
1971 Schulmädchen-Report. 3. Teil: Was Eltern nicht mal ahnen
1972 Schulmädchen-Report. 4. Teil: Was Eltern oft verzweifeln läßt
1973 Schulmädchen-Report. 5. Teil: Was Eltern wirklich wissen sollten
1973 Schulmädchen-Report. 6. Teil: Was Eltern gern vertuschen möchten
1974 Schulmädchen-Report. 7. Teil: Doch das Herz muß dabei sein
1974 Schulmädchen-Report. 8. Teil: Was Eltern nie erfahren dürfen
1975 Schulmädchen-Report. 9. Teil: Reifeprüfung vor dem Abitur
1976 Schulmädchen-Report. 10. Teil: Irgendwann fängt jede an
1977 Schulmädchen-Report. 11. Teil: Probieren geht über Studieren
1978 Schulmädchen-Report. 12. Teil: Junge Mädchen brauchen Liebe (altro titolo): Schulmädchen-Report. 12. Teil: Wenn das die Mammi wüßte)
1980 Schulmädchen-Report. 13. Teil: Vergiß beim Sex die Liebe nicht

Rapporto sul comportamento sessuale delle studentesse (1970)
Il comportamento sessuale delle studentesse (1973)
Lolite supersexy (1973)
Super sexy show (1974)
Le svedesi lo vogliono così (1977)
Trio infernale
Marsiglia (Francia),1939
L’avvocato George Sarret, molto conosciuto, stimato e rispettato è stato insignito di riconoscimenti per il ruolo prestato nella grande guerra appena conclusa.
L’uomo si trova un’amante; è la giovane Philomena Schmidt, che è stata appena licenziata e ha anche perso la casa.
Per consentirle di restare in Francia, George architetta un piano: trova un marito alla ragazza, che dopo appena un mese muore.

L’avvocato naturalmente non è estraneo alla cosa e visto l’esito positivo della vicenda, decide di replicare l’azione coinvolgendo Catherine Schmidt, sorella di Philomena in una ben organizzata truffa.
Fa sposare la ragazza ad un anziano signore, non prima di aver stipulato una conveniente assicurazione sulla vita dell’uomo.
Naturalmente anche costui muore; i tre quindi prendono a convivere dissipando il ricavato dei loro omicidi fino a quando qualcosa non interviene a cambiare i destini dei tre…
Trio infernale, traduzione letterale del titolo francese Le trio infernale, è un noir macabro e a tratti raccapricciante diretto dal regista francese Francis Girod nel 1974, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa.
Un film davvero particolare, intriso di un macabro senso dello humour ma sopratutto pervaso da un’atmosfera malata e perversa che si respira per tutta la durata della pellicola, peraltro raffinata e diretta con grande maestria.
Alcune parti sono davvero da cinema del Grand Guignol, come la sequenza in cui il diabolico trio si sbarazza del complice Marcel Chambon e della sua amante Noemi; particolarmente efferato l’omicidio di quest’ultima che viene fatta a pezzi nella vasca da bagno e sciolta con l’acido solforico da un George Sarret luciferino.
Molto curata l’ambientazione, con una fotografia luminosissima che contrasta splendidamente con la storia truce a cui assistiamo.
Gran merito della riuscita del film va attibuita alla performance del cast; davvero gigantesco Michel Piccoli, un Satana in carne ed ossa nei panni del bieco e cinico avvocato George, benissimo le due protagoniste femminili del film, Romy Schneider e Mascha Gonska.
L’ex principessa Sissi, alla ricerca di un personaggio estremo che la spogli finalmente dallo scomodo ricordo della virginea imperatrice d’Austria che ormai le si era impresso addosso impedendole di mostrare il suo talento al di fuori dello stesso personaggio che le aveva dato fama e celebrità, sceglie un personaggio da girone infernale dantesco.
Priva di ogni morale o scrupolo, Philomena è l’immagine capovolta della Sissi inappuntabile che la Schneider aveva interpretato fino a 18 anni prima.

L’attrice non ha più i sedici anni del periodo in cui interpretava lo scomodo ruolo dell’imperatrice austriaca; è una donna matura che da alcuni anni ha pressochè ripudiato quel personaggio, interpretando ruoli scomodi ma decisamente più impegnativi come quelli della Marina di Il cadavere dagli artigli d’acciaio, quello bellissimo di Irene Corsini detta ‘La Califfa’ nell’omonimo film di Alberto Bevilacqua o ancora quello di Marianne nell’ambiguo La piscina di Jaques Deray.
Il film scorre via con naturalezza, mentre sullo schermo scorrono immagini a tratti anche comiche, una comicità però nerissima incupita proprio dalle efferatezze commesse dal diabolico trio.

C’è anche da dire che Girod in pratica non si inventa quasi nulla, visto che non fa altro che raccontare in versione cinematografica le drammatiche gesta di Georges-Alexandre Sarrejani (nel film George Sarret), personaggio realmente esistito e famoso avvocato di Marsiglia, che ideò una incredibile serie di truffe legate ad assicurazioni sulla vita di persone che poi morivano in maniera sospetta.
Aiutato dalle sorelle Catherine e Philomena Schmidt, Georges-Alexandre Sarrejani con l’aiuto dello spretato Chambon-Duverger e della sua amante Noémie Ballandraux si arricchì smodatamente ma venne tradito proprio dalla sua avidità e dall’uccisione della coppia di complici che aveva tentato di ricattarlo.
L’uomo venne arrestato con le sue due complici, che se la cavarono con 10 anni di galera a testa mentre Sarrejani venne condannato a morte.
Romy Schneider
Mascha Gonska
Salì sulla ghigliottina nel 1934 e fu l’ultimo ad essere giustiziato nella città, Aix en Provence.
Tornando al film, credo di potervelo consigliare ad occhi chiusi; i francesi sono maestri da sempre nel genere noir e questo film si fa apprezzare per il contorno nerissimo in cui si muove, tra personaggi da incubo eppure allo stesso tempo quasi patetici nella loro avidità.
Segnalo anche la presenza nel film di Andrea Ferreol, reduce dallo straordinario successo ottenuto l’anno precedente con La grande abbuffata di Ferreri; nel film è Noemi, l’amante del complice di Sarret, Chambon, personaggio destinato ad una tragica fine e ad un ancor più tragico destino.Post mortem verrà smembrata e sciolta nell’acido dal diabolico Sarret.
Un film difficile da trovare, anche se in rete esistono alcune versioni digitali; pressochè impossibile invece una visione televisiva, visto che il film non risulta esser mai passato in video.
Andrea Ferreol
Il trio infernale
Un film di Francis Girod. Con Michel Piccoli, Andréa Ferréol, Mascha Gomska, Monica Fiorentini,Romy Schneider, Renata Zamengo Titolo originale Le trio infernal. Noir, durata 106′ min. – Francia 1974.


Michel Piccoli … Georges Sarret
Romy Schneider … Philomena Schmidt
Mascha Gonska … Catherine Schmidt
Philippe Brizard … Chambon
Jean Rigaux … Villette
Monica Fiorentini … Magali
Hubert Deschamps … Detreuil
Monique Tarbès … Assistente
Andréa Ferréol … Noemi
Francis Claude … Dottore
Pierre Dac …Dottore assicurazioni

Regia: Francis Girod
Sceneggiatura: Francis Girod, Solange Fasquelle
Produzione: Raymond Danon,Jacques Dorfmann,Wolfdieter von Stein .
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Andréas Winding
Montaggio: Claude Barrois
Top sensation
Uno yacht solca le acque calme in un punto geografico imprecisato ; a bordo del natante c’è la ricca vedova Mudy, suo figlio Tony, una coppia formata da Aldo e Paula, una bellissima giovane di nome Ulla .
Aldo è anche il capitano dello yacht.
Mudy è una donna ambigua e viziosa, amante di giochi erotici sadomaso e tendenzialmente lesbica.
Maud Belleroche
Ha con se suo figlio Tony, timido e affetto da qualche turba psichica oltre che da una patologica timidezza verso l’altro sesso, mentre il resto dell’equipaggio è decisamente eterogeneo e mosso da motivazioni personali diverse.
C’è la coppia Aldo e Paula, sessualmente aperta e disponibile a giochi erotici da scambisti,con Tony che funge da capitano dello yacht e che spera di ricevere da Mudy stessa una concessione petrolifera con la bella Ulla che è stata assoldata da Mudy con lo specifico scopo di svezzare sessualmente Tony .

Il gruppo ruota attorno alla perversa Mudy, che non si fa scrupolo di sedurre Paula che ovviamente ricambia senza problemi le avance della matura vedova, mentre suo marito si intrattiene piacevolmente sia con Ulla sia con quest’ultima e la moglie contemporaneamente.
Durante il viaggio lo yacht incrocia un’isola, sulla quale vivono unicamente il pastore Andro e sua moglie Beba.
Paula e Ulla, in un perverso gioco di seduzione, accortesi che l’uomo le spia da un cespuglio sull’isola improvvisano un ardito gioco lesbo; subito dopo scendono a terra con Mudy e Aldo e invitano la timida e ingenua coppia sullo yacht.
Qui i due verranno fatti ubriacare dal quartetto senza scrupoli mentre Beba viene spinta da sua madre tra le braccia di Tony.

Che non ha tutte le rotelle a posto e difatti strangola la donna durante un rapporto sessuale appena accennato.
A questo punto il resto dell’equipaggio decide di far sparire anche lo sventurato Andro che viene assassinato e messo in una barca accanto al corpo esanime di sua moglie; la barca viene fatta esplodere con la dinamite e lo yacht si allontana dal luogo del delitto.
Ma Tony ormai è fuori controllo, strangola sua madre e ….
Top sensation, secondo e ultimo film diretto da Ottavio Alessi esce nelle sale italiane nel 1969, preceduto da un battage pubblicitario che lo descrive come un film ad alto contenuto erotico; il che è vero solo in parte perchè lo spettatore italiano assisterà alla proiezione di un film ampiamente mutilato dalla censura.

Spariscono dal film stesso le scene lesbo tra Ulla e Paula, quelle tra Mudy e Ulla e infine quella principale tra le perverse Ulla e Paula e la ingenua Beba, oltre alla sequenza in cui una capretta slinguazza Ulla probabilmente nelle parti intime.
Dico probabilmente perchè come la stragrande maggioranza degli spettatori ho visionato la versione purgata del film, che è stato distribuito solo all’estero in versione integrale.
Il film è lento, noiosissimo e senza suspence, caratterizzato come dicevo in origine dalla presenza delle due bellissime protagoniste del film, la statuaria ed acerba Edwige Fenech e la conturbante Rosalba Neri che nelle intenzioni di Alessi dovevano creare il clima torbido e morboso che è poi la base su cui si fonda il film. In aggiunta c’è, anche se solo accennato e per giunta svolto malissimo, un accostamento tra i due mondi antitetici rappresentati dai due gruppi di protagonisti, ovvero il gruppo dello yacht e i due ingenui isolani.
Rosalba Neri
Tanto appaiono corrotti e depravati i primi tanto sono all’opposto i secondi; i due mondi contrapposti finiscono per scontrarsi con Beba e Andro che soccombono ovviamente nell’impari lotta.
Un mondo borghese afflitto da tutti i vizi contrapposto ad un mondo candido e ingenuo, in definitiva, nel quale il secondo non può che essere divorato dal primo.
Questa la tesi di fondo di Top sensation, esplicitata però attraverso un andamento filmico di una noia assoluta; manca ritmo e vivacità nella pellicola, i personaggi sembrano agire in base ad istinti primordiali che però non trovano riscontro poi nelle azioni che vediamo.
Colpa della censura, certo, ma anche colpa di un’ambientazione “nautica” che generalmente non riesce mai a creare quell’atmosfera claustrofobica che inchiodi lo spettatore alla poltrona.

Lo dimostrano film come Interrabang di Giuliano Biagetti che perlomeno ha una trama e uno svolgimento da thriller canonico e sopratutto il bruttissimo Il sesso degli angeli di Ugo Liberatore, uscito nel 1968 e caratterizzato da una trama pretenziosa e noiosisima; a questi due classici film di fine anni sessanta che hanno in comune con Top sensation l’ambientazione “nautica”, ovvero tutta girata su uno yacht potremmo aggiungere il più recente Ore 10: Calma piatta (Dead calm), con protagonisti Nicole Kidman e Sam Neill ostaggi di uno psicopatico proprio sul loro yacht.
Top sensation è quindi un film decisamente brutto, aldilà poi del discorso sulle scene tagliate; la mancanza di dialoghi frizzanti, di un pathos che tenga sveglio lo spettatore, quantomeno di qualche scena splatter o comunque di scene d’azione penalizzano in partenza un prodotto scialbo e senza nerbo.
Il cast fa il minimo indispensabile; appena passabili la Fenech e la Neri, decisamente inguardabile Maud de Belleroche, prestata al cinema dalla letteratura erotica e che non lavorerà più come attrice, dura e legnosa e assolutamente inespressiva così come Eva Thulin, anch’essa autentica meteora del cinema che l’anno successivo finirà nel cast del film di Franciosa La stagione dei sensi.

Un tantino meglio i due protagonisti maschili, Salvatore Puntillo,Ruggero Miti e Maurizio Bonuglia ma siamo davvero al minimo sindacale.
Questo film è stato trasmesso recentemente da Iris; poichè Mediaset detiene i suoi diritti, è assolutamente improbabile che ne venga trasmessa un’edizione meno sforbiciata di quella recentemente approdata in tv.
Nella versione televisiva mancano le sequenze indicate all’inizio e manca qualsiasi accenno ai nudi delle protagoniste; nella sequenza sullo yacht in cui la Fenech e la Neri si spogliano per eccitare il povero Andro le due attrici appaiono coperte da un bikini, mentre come potrete vedere dalla gallery in origine erano completamente nude anche se riprese di spalle.

Ovviamente neanche a parlarne di sequenze osè come quelle saffiche su descritte, alla versione televisiva mancano probabilmente sei o sette minuti di sequenze che se non avrebbero aggiunto nulla all’economia avrebbero almeno solleticato gli istinti più bassi di noi spettatori.
In ultimo, lasciate perdere le versioni che circolano in rete del film; a parte che sono censurate anch’esse, risultano rippate da vecchie VHS e sono talmente brutte da togliere ogni residua voglia di visionare la pellicola. Nel marzo 2013 verrà venduto un doppio dvd del film al prezzo (assolutamente fuori mercato) di 27,90 euro.
Top Sensation
Un film di Ottavio Alessi. Con Rosalba Neri, Edwige Fenech, Eva Thulin, Maurizio Bonuglia, Ruggero Miti, Salvatore Puntillo Erotico, durata 90 min. – Italia 1969.

Rosalba Neri … Paola
Edwige Fenech … Ulla
Eva Thulin … Beba
Maud Belleroche …Mudy
Maurizio Bonuglia … Aldo
Ruggero Miti … Tony
Salvatore Puntillo … Andro
Regia: Ottavio Alessi
Sceneggiatura: Ottavio Alessi,Nelda Minucci
Produzione: Franco Cancellieri .
Musiche :Sante Maria Romitelli
Fotografia:Alessandro D’Eva
Montaggio:Luciano Anconetani
La famosa sequenza della “capretta”, protagonista la Fenech ,censurata

Sequenze tratta da un cineromanzo
Lobby card del film
Morte sul Tamigi
Danny Fergusson, una bella ragazza australiana, decide di andare a Londra per trovare sua sorella Mirna che da tempo vive nella capitale londinese. Una terribile notizia la attende: sua sorella è stata assassinata.
Ma Danny ben presto si rende conto che sua sorella non è morta ma è scomparsa per qualche oscuro motivo.
Decide quindi di ritrovare sua sorella e si stabilisce nella capitale inglese, in un albergo gestito da Gordon Stont.
La scelta non è delle migliori, perchè l’uomo è in combutta con Tony Whyman ( un antiquario) e con William Baxer (un industriale) nella gestione di un traffico internazionale di droga.

I tre conoscevano Mirna, che aveva lavorato con loro prima di tradirli, così si mettono alle calcagna di Danny sperando che in qualche modo la scomparsa si faccia viva con sua sorella.
Intanto però un misterioso killer elimina uno dopo l’altro sia Stont che Whyman, oltre che un tipo che era implicato nel finto assassinio di Mirna.
Danny riesce a trovare appoggio nell’ispettore di Scotland Yard Craig, che riuscirà a liberarla quando la ragazza viene rapita da Baxter, sempre più convinto che la scomparsa Mirna sia responsabile oltre che del tradimento anche della morte dei suoi complici.

Dopo la liberazione, Danny riceve la tanto sospirata telefonata da sua sorella, mentre nel frattempo anche Baxter finisce assassinato.
Chi è il misterioso assassino che ha eliminato tutte le persone implicate nel traffico di droga? perchè Mirna è scomparsa e ora riappare repentinamente?
Morte sul Tamigi è un modesto thriller di produzione tedesca tratto dal romanzo The Angel of Terror del fertilissimo Edgar Wallace, autore di gialli saccheggiato sopratutto tra gli anni 40 e gli inizi degli anni 70.
Il romanziere inglese, morto agli inizi degli anni 30, era famoso per la sua capacità di imbastire trame gialle abbastanza intricate e questo film, basato proprio su una delle sue tantissime opere mostra una trama intricata con il classico colpo di scena finale.

Purtroppo questa riduzione cinematografica, operata da Harald Philipp, risulta piatta e con poco mordente.
Il regista inglese, poco conosciuto da noi, dirige il film con quel poco che la produzione gli mette tra le mani, discorso che riguarda non solo le location e tutto l’armamentario classico dei film ma anche e sopratutto il cast.
Nel quale figurano attori e attrici con passati da comprimari, fatta eccezione per Uschi Glas (che interpreta Danny) e una giovane Ingrid Steeger oltre a Brigitte Skay.
Pressochè scomparso da anni da tutti i passaggi televisivi, è uno dei film più difficili da recuperare in visione domestica.

Morte sul Tamigi
Un film di Harald Philipp. Con Brigitte Skay,Günther Stoll, Uschi Glas, Werner Peters Titolo originale Die Tote aus der Themse. Poliziesco durata 91 min. – Germania 1971.

Uschi Glas … Danny Fergusson
Hansjörg Felmy … Ispettore Craig
Werner Peters … William Baxter
Harry Riebauer … Milton S. Farnborough
Vadim Glowna … David Armstrong
Siegfried Schürenberg … Sir John
Günther Stoll … Dottor Ellis
Petra Schürmann … Susan
Friedrich Schoenfelder … Anthony Wyman
Lyvia Bauer … Myrna Fergusson
Peter Neusser … Sergente Simpson
Ingrid Steeger … Kitty
Brigitte Skay … Maggy McConnor
Regia di Harald Philipp
Scritto da Horst Wendlandt & Harald Philipp
Dal romanzo The Angel of Terror di E.Wallace
Prodotto da Preben Philipsen e Horst Wendlandt
Musiche originali di Peter Thomas
Fotografia di Karl Löb
Montaggio di Alfred Srp
Scenografie di Johannes Ott


















































































































































































































































































