Byleth,il demone dell’incesto
Lionel e Barbara sono due fratelli, che hanno condiviso l’infanzia assieme, prima di separarsi.
Tornato a casa, trova sua sorella sposata ad un uomo molto più maturo di lei, Giordano; Lionel prova per la sorella un affetto morboso, ai limiti dell’incesto e non accetta il legame della stessa con il marito. La sua gelosia si spinge al punto di arrivare a spiarla, soffrendo quando la stessa è in intimità con il marito.
In paese intanto alcuni delitti sconvolgono la tranquilla e quieta vita dello stesso; alcune ragazze vengono uccise in maniera efferata.
Il legame tra Lionel e i delitti appare chiaro a Giordano, che indagando, grazie anche all’aiuto di un prete, identifica in Byleth, il demone che provoca l’incesto, il responsabile della possessione diabolica del giovane.
Giordano cercherà di affrontare il demone, che compare con il volto del cognato cavalcando un destriero bianco, ma soccomberà al demone.
Lionel consuma finalmente il tanto sospirato incesto, ma Byleth (una specie di doppio cattivo di Lionel) vuole in olocausto anche sua sorella…
Un gotico davvero poco memorabile, Byleth il demone dell’incesto, girato nel 1971 da Leopoldo Savona con lo pseudonimo Leo Colman ed uscito qualche anno dopo nelle sale con gran fanfara, visto il grandissimo successo riportato da L’Esorcista di Friedkin. Il regista, specializzato in western all’italiana fatica a dare un ritmo credibile al film, pur partendo da una buona intuizione e da un’idea apprezzabile.
Purtroppo, penalizzato dalla mancanza di ritmo e sopratutto da un finale a dir poco frettoloso, il film imbarca via via acqua naufragando proprio nel finale.
L’espediente di condire il film con molte scene di nudo finisce poi per rendere il film stesso poco credibile sia come horror (latitano e molto scene splatter o anche semplicemente forti) sia come gotico, visto che l’ambientazione rimane confinante più con il sexy che con il classico terrore o la suspence.
Purtroppo agli inizi degli anni settanta furono molti i registi a cedere ad un altro demone, quello della cassetta; non si spiega altrimenti la decisione di mostrare sequenze fuori contesto in cui le donne assassinate sono tutte svestite per convegni amorosi, quasi che nel paese teatro dei delitti ci fosse stato qualcuno a versare del viagra nell’acqua.
Mark Damon, che avevamo apprezzato in qualche modo in I tre volti della paura di Bava o in Nude si muore di Dawson/Margheriti è totalmente inespressivo; come Lionel è assolutamente monocorde, come demone anche.
Il cast femminile ovvero Caterina Chiani, Claudia Gravy, Silvana Pompili si segnala solo per avvenenza fisica e null’altro;siamo davanti davvero al nulla.
La Gravy fa quello che può (davvero poco) e alla fine l’unico ad avere guadagnato la pagnotta è Aldo Bufi Landi, ovvero il povero marito che cercherà in maniera improbabile di sconfiggere il demone Byleth.
Poca roba davvero, quindi, per un film che ultimamente è stato rieditato; il che è ovviamente un mistero, visto che restano nel cassetto film di ben altra importanza rispetto a questo.
Byleth – Il demone dell’incesto, un film di Leopoldo Savona. Con Mark Damon, Aldo Bufi Landi, Claudia Gravy, Franco Jamonte, Tony Denton, Fernando Cerulli, Carla Mancini
Horror, durata 92 min. – Italia 1971.
Mark Damon è Lionel Shandwell
Claudia Gravy è Barbara
Aldo Bufi Landi è Giordano
Fernando Cerulli è il dottore
Silvana Pomilli è Floriana
Marzia Damon è la cameriera
Antonio Anelli è Il prete
Regia: Leopoldo Savona
Sceneggiatura: Leopoldo Savona
Musiche: Vasil Kojukaroff
Editing: Otello Colangeli
L’uomo che cadde sulla terra
Un oggetto proveniente dallo spazio profondo entra nell’atmosfera terrestre e precipita in un lago; all’interno c’è un alieno, proveniente da un altro pianeta. Apprenderemo in seguito che l’alieno ha famiglia ed è arrivato sulla terra perchè una terribile siccità ha colpito la sua gente, ed è in cerca di aiuto.
L’operazione però è complessa, e l’alieno, assunte sembianze umane, decide di sfruttare le proprie conoscenze tecnologiche per impiantare un’azienda; nasce così la World Enterprise, che in breve tempo lo rende l’uomo più ricco del pianeta.
Assunto uno scienziato,Nathan Bryce, gli affida il compito di trovare una soluzione al problema del suo pianeta, costruendo una nave spaziale in grado di arrivarvi e di salvarlo.
Ma la vita sotto forma umana è molto difficile, e Thomas Jerome Newton (l’identità sotto la quale si nasconde l’alieno) ben presto cede alla tentazione dell’alcool, intrecciando anche una relazione con Mary-Lou.
Nel frattempo Nathan scopre la vera identità di Thomas, che viene seguito anche dalla Cia, perchè il suo impero economico minaccia aziende concorrenti.
Così Thomas….
Film tratto dall’omonimo romanzo di Walter Tevis, The man who fell to earth, ovvero L’uomo che cadde sulla terra, venne girato nel 1976 da Nicholas Roeg, uno dei registi più geniali dell’ultimo secolo, autore di splendidi film come Walkabout, A Venezia un dicembre rosso shocking, Sadismo.
Come nel romanzo, un amaro apologo della solitudine, della disillusione, della diversità, il film ricalca le linee guida del romanzo di Tevis, assumendo una potenza ancor più devastante grazie alla geniale intuizione di Roeg di portare sugli schermi, nei panni del malinconico alieno Thomas il cantante rock David Bowie, che con il suo aspetto androgino e il volto scavato, quasi allucinato, forma una simbiosi con il personaggio interpretato difficilmente riscontrabile in altri film.
Roeg riprende i temi tracciati da Tevis per tessere un film in cui la figura dell’alieno, costretto a celare la sua identità sotto un aspetto umano, diventa il paradigma stesso dell’esistenza degli umani; l’alieno vive le contraddizioni dell’umano con più sofferenza degli umani stessi, perchè si rende conto dell’assurdità delle loro vite, delle loro ambizioni.
Quel suo essere diverso lo porterà paradossalmente ad essere un emarginato per la sua ricchezza, e lo porterà fatalmente a soffrire di quegli stessi problemi che soffrono gli uomini.
Thomas non è l’andoride Roy di Blade runner, che rimpiange la vita perchè ha visto cose incredibili, è molto più vicino ad un essere umano perchè si è calato tra loro, ha sperimentato vizi e virtù degli umani stessi; ha provato l’amore e l’alcool, l’inferno e il paradiso, ha scoperto le miserie degli umani e si è reso conto, con tristezza e malinconia, di essersi caricato addosso un problema senza nessuna soluzione, ovvero qualcosa che possa salvare le poche unità superstiti del suo popolo dall’estinzione.
Così la parabola dell’alieno finisce per coincidere con il percorso di una vita umana, fatta di speranza e disillusione, di amarezze e di gioie, tutte mescolate senza soluzione di continuità.
Nel film molti passi testimoniano l’assoluta astrazione di Thomas dal contesto umano in cui vive; se il romanzo inizia con una frase importante «Non era un uomo, eppure era molto simile all’uomo» il film inizia con il classico impatto tra l’astronave e la terra.
Il primo impatto è proprio con l’elemento vitale che manca sul pianeta di Thomas, l’acqua; c’è una specie di stridente ironia tra il tragico destino che attende la gente di Thomas e l’abbondanza di quell’elemento vitale su un pianeta che lo sperpera in maniera allucinante.
Thomas imparerà ben presto che lo strano pianeta sul quale è arrivato vive di forti contraddizioni; il denaro, l’autentico dio venerato dalla gente umana si trasforma per lui dapprima in un mezzo per raggiungere i suoi fini, e in ultimo nella causa prima dei suoi problemi e infine del suo destino.
E’ inconciliabile Thomas con la gente alla quale si è mescolato; i suoi occhi da rettile, il suo corpo senza sesso lo rendono davvero un alieno.
Eppure sembrerebbe esserci un contatto possibile tra questi due universi paralleli; è l’amore, ma Thomas ha da svolgere una missione.
Tutto il film vive su questa atmosfera rarefatta, sulle violente contraddizioni che vive Thomas immerso in un ambiente alieno come e quanto lui.
La solitudine di Thomas si amplia e si confonde con quella di Mary Lou, ma in fondo sono soli anche gli altri umani; lo si capisce dalla mancanza di emozioni che trapela in molte sequenze del film, con l’alieno che attraversa un pianeta di gente sola anche se abituata a vivere in comunità.
Roeg conferisce al film un’aria malinconica e stranita, un’atmosfera lugubre e senza speranza, andando probabilmente oltre la stessa capacità di Tevis di rendere il senso di vuoto, di solitudine e di mancanza di speranze in cui si muove l’alieno del libro; ed è questo il gran merito di un regista capace come pochi di realizzare film in cui il senso di smarrimento dell’uomo arrivi quasi alla cosmicità delle esistenze rapportate all’infinito, ovvero quel senso di smarrimento e di paura che l’essere umano porta con se come una seconda pelle.
L’uomo che cadde sulla terra è un film tecnicamente perfetto, in cui è davvero difficile trovare difetti tali da incrinarne il giudizio finale; quando un regista riesce a pareggiare ( e forse anche a superare) quel calderone di peculiarità che distinguono sempre un’opera scritta da una visiva, che per forza di cose ha tempi molto meno dilatati ed è di difficile espressione attraverso le immagini, allora ci si rende conto di essere davanti ad un’opera che può essere definita davvero un capolavoro.
Un’opera metafisica, esistenzialista, definitela come volete.
Ma un’opera assolutamente fondamentale della cinematografia.
L’uomo che cadde sulla Terra, un film di Nicolas Roeg. Con Rip Torn, David Bowie, Buck Henry, Candy Clark, Bernie Casey, Jackson D. Kane, Rick Riccardo, Tony Mascia, Linda Hutton, Hitary Holland, Adrienne La Russa, Lilybelle Crawford, Richard Breeding, Albert Nelson, David Bowie, Peter Prouse, Jim Lovell
Titolo originale The Man Who Fell to Earth. Fantascienza, durata 118 (138) min. – Gran Bretagna 1976.
David Bowie … Thomas Jerome Newton
Rip Torn … Nathan Bryce
Candy Clark … Mary-Lou
Buck Henry … Oliver Farnsworth
Bernie Casey … Peters
Jackson D. Kane … Professor Canutti
Rick Riccardo … Trevor
Tony Mascia … Arthur
Linda Hutton … Elaine
Hilary Holland … Jill
Adrienne Larussa … Helen
Lilybelle Crawford … Jewelery Store Owner
Richard Breeding … Receptionist
Albert Nelson … Cameriere
Regia Nicolas Roeg
Soggetto Walter Tevis
Sceneggiatura Paul Mayersberg
Produttore Michael Deeley, Barry Spikings
Fotografia Anthony B. Richmond
Montaggio Graeme Clifford
Musiche John Phillips, Stomu Yamashta

Dopo due miglia di cammino arrivò a una città. Prima dell’abitato vi era un cartello: HANEYVILLE, e sotto: 1400 AB. Andava benissimo, gli occorreva proprio una cittadina di quella grandezza. Era di mattina e ancora molto presto, aveva scelto quell’ora per la sua camminata in modo da approfittare del fresco. Non c’era ancora nessuno per la strada. Oltrepassò ancora parecchi isolati nella luce incerta, sconcertato dall’ambiente estraneo. Si sentiva tutto teso e un po’ spaventato. Cercò di distrarre la sua mente da ciò che si accingeva a fare: ci aveva già pensato abbastanza.
Nel piccolo centro commerciale trovò quello che cercava: un negozietto con l’insegna: LO SCRIGNO. A un angolo di strada lì vicino vide una panchina e andò a sedersi, con tutto il corpo indolenzito per lo sforzo del gran camminare.
Fu di lì a qualche minuto che vide un essere umano.
Chilometrica pellicola, che alterna squarci di cospicuo interesse a lentezze soporifere, le cui motivazioni si stenta a comprendere. Il sentimento che emerge è quello della pietà, che nasce dalla situazione di partenza del protagonista e del fallimento della sua missione. Il messaggio politico, di critica alla nostra società, è spesso generico o stereotipato, per cui stenta ad andare a segno.
Alieno sulla Terra per salvare il proprio pianeta, ma è risucchiato dalla vita terrena e poi sequestrato. Da ricordare solo per la presenza di Bowie, carismatica popstar, e per qualche immagine ad effetto (per esempio, l’alieno lucertoloso senza ciglia). Ed è un peccato perché la storia sarebbe bella (Icaro come metafora dell’uomo, i cui ideali si infrangono facendolo cadere nell’alienazione), così come alcuni spunti visivi e una dinamica narrativa non convenzionale. Ma il film è noioso, sfilacciato, senza mordente: un’occasione sprecata.
Jerome Newton, imprenditore di origine aliena, scoprirà a sue spese le conseguenze della forza gravitazionale… Lo stile lisergico di Roeg, fatto di montaggi incrociati, ralenti e immagini subliminali, per quanto datato, fa faville su soggetti ad hoc. Qui restituisce le percezioni di un extraterrestre cui Bowie ha donato il suo corpo anodino e androgino. L’approccio alla fantascienza è adulto, con velleità sociali e psicologiche non proprio di prima mano. Il gioco delle allusioni invece è un po’ tirato per le lunghe: così torpore e stupore si alternano con discutibile perizia. Fascinoso.
Nichoals Roeg dirige un film di fantascienza originale ed interessante, purtroppo appesantito da lentezze esagerate. Non male la trama che vede David Bowie nei panni di un extraterrestre, perfettamente mescolato tra gli umani, che vuole tornare sul suo pianeta di origine. L’opera possiede un suo fascino innegabile e l’interpretazione di Bowie è da ricordare, ma il giudizio complessivo risente troppo della pesantezza del tutto. Comunque merita sicuramente una visione.
Un film di fantascienza con buoni spunti ma che appare quasi privo di post-produzione, essendo troppo, troppo lungo e sfilacciato nel suo evolversi. Idea di partenza buona e fedele al romanzo di Walter Tevis, con una grande interpretazione di David Bowie, ma il “mancato montaggio” ne fa una pellicola tediosa anche se lungimirante. Qui e lì spunti visivi interessanti.
Un film così-così, ed è un vero peccato perché l’occasione era ghiotta: David Bowie protagonista di un film che sembra uscito da una dalle sue canzoni. Ma la pellicola risulta lentissima, con una trama difficile da seguire e noiosa. Bene invece Bowie, che sembra interpretare se stesso nei panni dei suoi alter-ego più riusciti (Ziggy Stardust e thin White Duke): da ricordare solo per questo.
Tratto da un romanzo di Walter Tevis, pubblicato nel 1963, il film narra delle peripezie di un alieno umanoide che cerca in tutti i modi di permettere ai suoi (pochi) simili di raggiungere la Terra e la salvezza. La sottotrama ci riporta alla guerra fredda, alla necessità di segretezza da parte di diversi (alieni e non) all’interno della società americana che, con la scusa di “ricercare”, finirà sempre e immancabilmente per distruggerli. Il film, molto visionario, non riesce a rende completamente lo sensazione di oppressione presente nel libro.
Grazie a tutti!

Nel giorno in cui questo blog registra il massimo di visite giornaliere, con 4074 visitatori, in contemporanea registra il milionesimo visitatore. Desidero quindi ringraziare, con l’occasione, tutti quelli che giornalmente frequentano questo sito assicurandogli un costante successo, che premia in qualche modo lo sforzo che viene fatto per assicurare uno sguardo il più possibile completo sul cinema di genere degli anni che vanno dalla fine dei 60 agli inizi degli anni 90.
Grazie a tutti, quindi.
Amore e morte nel giardino degli dei
Due fratelli, Manfredi e Azzurra, uniti dallo stesso sangue ma divisi da un tormentato rapporto, vivono due esistenze fortemente condizionate dall’assenza dei genitori; mentre il padre dei due giovani è morto, la madre li ha abbandonati da tempo.
Così i due si abituano alla situazione, divisi però da rivalità, gelosie e in qualche modo da un latente disprezzo che affiora nei loro rapporti.
Al tempo stesso fa capolino un amore proibito, al limite dell’incestuoso, cosa che sembra essere una delle cause del loro tempestoso modo di comportarsi.

Orchidea De Santis è Viola

Erika Blanc è Azzurra
Azzurra altera la situazione sposandosi con un famoso musicista, mentre Manfredi ha una relazione amorosa con la bella Viola.
Ma Azzurra resta comunque legata a quel rapporto proibito con il fratello, mentre il suo rapporto coniugale con il marito musicista si rivela un fallimento, costellato com’è da continue liti.
La situazione esplode drammaticamente quando Azzurra racconta a Manfredi che in realtà lei non è sua sorella, essendo stato l’uomo adottato da piccolo da una famiglia di contadini solo perchè nel nucleo familiare di Azzurra non c’era un erede maschio.


La sequenza introduttiva del film: Viola trova il corpo esanime di Azzurra (prima dei titoli di testa)
Dopo una violenta lite, la donna assume una dose massiccia di barbiturici; Manfredi, entrato di nascosto in casa, la sposta in una vasca da bagno, simulando così un tentativo di suicidio.
Ma il provvidenziale arrivo di Viola salva Azzurra dalla morte (scena introduttiva del film); tra le due nasce un rapporto che sfocia in un legame proibito.
Manfredi decide così di proseguire la sua opera e……
Amore e morte nel giardino degli dei, diretto da Sauro Scavolini nel 1972, è un film low budget che mescola con eleganza elementi tipici del film giallo/thriller a elementi drammatici, che formano poi l’ossatura vera del film.
Un film ingiustamente sottovalutato, per motivi assolutamente incomprensibili; la sceneggiatura, ad esempio, è di prim’ordine, stesa dallo stesso regista e da Anna Maria Gelli, ed è ben bilanciata, visto che presenta dialoghi mai banali e situazioni intricate impreziosite dal rapporto torbido che si stabilisce tra i protagonisti del film, ovvero tra Azzurra e suo fratello Manfredi, tra Azzurra e Viola, tra Azzurra e suo marito.
Se il film è incentrato proprio sulla figura da mantide della donna che vive una vita affettiva disordinata, divisa com’è tra le persone che la circondano, larga parte del film stesso è centrato su quel mondo chiuso, quel giardino degli dei che diventa il fulcro delle esistenze dei protagonisti, alle prese con quella che diverrà inevitabilmente una tragedia causata da un rapporto ossessivo tra i fratelli che da morboso diverrà tragico, passando attraverso la lucida dapprima, poi folle senza più freni esistenza di Manfredi.

Il tutto sarà esplicato dal ritrovamento, da parte di un ornitologo, di un registratore a nastro contenente delle bobine nelle quali uno psicologo raccoglieva le confidenze di azzurra.
Se il film ha un andamento lentissimo, lo si deve alla decisione, da parte del regista, di fare un film prettamente psicologico, quasi psicanalitico, attraverso la descrizione dettagliata delle cose, delle situazioni e delle motivazioni.
Il che non è necessariamente un limite, come paventato da alcuni critici, quanto piuttosto una nota di merito.
Per una volta non c’è l’effetto splatter a catalizzare l’attenzione, non c’è l’erotismo spiattellato in ogni fotogramma, quanto piuttosto una ricerca metodica della psiche dei personaggi.
Il che permette a Erika Blanc, che interpreta Azzurra, a Orchidea De Santis che interpreta Viola e a Peter Lee Lawrence, che interpreta Manfredi, di mostrare finalmente la loro capacità recitativa; non più imbrigliati nei classici copioni alla mordi e fuggi, quindi infarciti di scene girate ad alta velocità in stile sketch, i tre attori hanno tempo e modo di mostrare che sanno calarsi nei panni dei vari personaggi, dando loro un’aura di drammaticità che sarà fondamentale per l’economia e il risultato finale del film stesso.

Così appare assolutamente immotivata, gratuita e da incompetenti la sintesi finale del film che offre il solito ineffabile Morandini, pseudo enciclopedia cinematografica infarcita di luoghi comuni.
L’”autorevole” fonte scrive testualmente: “Più che di amore e morte, è meglio parlare di erotismo e sadismo da fotoromanzo porno”
Nel film l’erotismo è una componente assolutamente marginale, e si manifesta solo in un’occasione, con Viola che abbraccia teneramente il suo amante.

La scena del rapporto tra Azzurra e Viola stessa non è assolutamente esplicitata e si risolve solo in un primo piano di Viola nuda, di spalle; roba da educande se paragonata alla scena del burro in Ultimo tango a Parigi o ad alcune scene al limite del blasfemo contenute nel Decameron di Pasolini.
Il discorso resta desolatamente il solito; se si esclude qualche critico, che i film li vedeva davvero, senza paraocchi e con obiettività, gli altri scrivevano recensioni dettate evidentemente da rancori o peggio da rapporti innominabili con altre produzioni o registi, che tendevano a mettere in cattiva luce film in realtà degni di attenzione.
Il film di Scavolini non è un capolavoro.

Qualche smagliatura c’è, ma va tenuto conto che il budget del film era evidentemente ridotto all’osso, pure il regista pesarese mostra qualità e talento.
Le due protagoniste, per una volta, sono assolutamente alla pari in termini di qualità e resa; la Blanc da vita ad un personaggio torbido, inquieto mentre la De Santis fa da contraltare, con un personaggio quasi candido.
Stridente il contrasto tra le due, essenzialmente fisico però; la bellezza bruna della Blanc contrasta nettamente con la figura bionda e morbida, mediterranea, della De Santis.

Una scelta vincente, quella di Scavolini, che sembra quasi voler distaccare i due personaggi nel modo più netto possibile.
Un film da rivalutare in tutti i sensi, insomma.
Purtroppo è anche un film che non è mai stato editato in dvd, per cui chi lo volesse vedere dovrà accontentarsi del modesto risultato ottenuto con le VHS; per inciso a ciò è dovuta anche la bassa qualità dei fotogrammi che presento in questa recensione.

Amore e morte nel giardino degli dei, un film di Sauro Scavolini. Con Peter Lee Lawrence,Orchidea De Santis, Erika Blanc, Ezio Marano, Vittorio Duse, Bruno Boschetti, Carla Mancini
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1972.






Peter Lee Lawrence è Manfredi
Erika Blanc è Azzurra
Orchidea de Santis è Viola
Rosario Borelli è Timothy
Sceneggiatura: Sauro Scavolini, Anna Maria Gelli
Produzione: Armando Bertuccioli , Romano Scavolini
Musiche: Giancarlo Chiaramello
Editing: Francesco Bertuccioli

Le cose prendono piede solo dopo un’ora, quando si capisce che il finale meriterà d’essere visto (notevole, in effetti). L’idea di base (i nastri) era molto interessante. Poteva senz’altro essere condotta meglio, ma è chiaro che l’autore, più che un thriller, voleva un storia psicologica.
La pochezza del budget impone a Sauro Scavolini di curare una sceneggiatura di tipo impopolare, composta da una struttura ad “incastro” (eventi che si svolgono avanti-indietro nel tempo, mentre un ornitologo, rinchiuso all’interno di una villa con ampio parco, ha rinvenuto un nastro magnetico, sul quale sono incise tracce che potrebbero fare risalire ad una strage). Lo sfortunato Peter Lee Lawrence (non è morto suicida, pur se lo si legge su imdb: si è spento a causa di un tumore al cervello) resta impresso, come il tragico finale…
Uno di quegli strani frutti borderline di cui è disseminato il giardino del nostro cinema: grondante enfatiche ambizioni autoriali sin dal pomposo titolo, ma poi con un cast da tardo spaghetti-western col truce Rosario Borelli (accreditato come Richard Melville!). Di quelli per cui ti resta sempre il dubbio se si si tratti di un potenziale filmone tarpato dalla penuria di svanziche o di un lambiccato pasticcio con momenti di inconsapevole genialità. Il povero Hirenback/Lawrence anche senza la sua Colt 45 non era male…
Notevole drammone che nel finale diventa un thriller che si lascia andare ad inaspettati effetti sanguinolenti. Il cast è davvero ottimo: la bellissima Blanc che si mostra desnuda fronte e retro, Lawrence, la De Santis (anche lei nudissima). Simili attori con le loro interpretazioni nobilitano il film, che non ho trovato eccessivamente lento. Funzionale la struttura a flashback. Ingiustamente sottovalutato, a mio avviso.
Scavolini, a differenza delle omonime cucine, non è stato certo il “preferito dagli italiani”, almeno come regista; tuttavia con questo film ha lasciato una discreta prova. Se non fosse per l’eccessiva lentezza della prima ora, dagli indubbi effetti soporiferi, il film avrebbe potuto essere molto meglio; infatti tutto il lungo “spiegone” finale merita la visione, riservando anche qualche buona trovata. Pure il cast non è niente male, a parte l’attore che impersona il professore, dalla dizione improponibile; bravi la Blanc e Lawrence. Singolare.
Una pellicola fascinosa caratterizzata da location suggestive e misteriose e da inquadrature mirate che contribuiscono ad evidenziarne il dramma dell’animo del protagonista. Il film si basa su una sceneggiatura particolare e può contare su ottime interpretazioni, specialmente quelle dei protagonisti. Il regista, nonostante il budget limitato, realizza un film altamente professionale ed introspettivo. Geniale il finale, che chiude perfettamente il film.

Le guerriere dal seno nudo (Le Amazzoni di Terence Young)

Tra la combattiva gente delle Amazzoni è tempo di scegliere la nuova regina; tutte le aspiranti al trono scendono in campo.
Le migliori atlete Amazzoni si sfidano in gare molto dure, e alla fine la vincitrice è la bella e biondissima Antiope, che sconfigge in gara anche sua sorella Oreteia.
Antiope ripristina l’antica regola che vigeva tra le Amazzoni, ovvero un misto di disciplina militare con una castità assoluta.

Alena Johnston è la regina Antiope
Instaura infatti il divieto di avere rapporti con uomini, salvo una volta all’anno per motivi di procreazione.
Così, per il rituale accoppiamento, vengono scelti dei greci, ai quali viene promesso in cambio del rame, materiale molto prezioso per i greci stessi.
Ma Teseo, re dei greci, decide di tendere una trappola alle Amazzoni, facendole attaccare dagli Sciti, salvo poi attaccare gli stessi Sciti per presentarsi alla guerriere come il loro salvatore.
Luciana Paluzzi
Antiope, che ha scoperto il trucco, dopo aver sventato anche una congiura di palazzo ai suoi danni ordita dalla sorella Oreteia, decide di uccidere i greci durante l’ultima delle notti d’amore tra greci e Amazzoni.
Dopo una serie di alterne vicende, Antiope accetterà di far convivere pacificamente greci e Amazzoni, rinunciando cosi ai retaggi del passato.
Rosanna Yanni
Le guerriere dal seno nudo, film del 1974 diretto dal regista Terence Young è un sorprendente prodotto che mescola vari generi, usando come spunto il peplum per diventare, durante lo svolgimento, dapprima una parodia in chiave moderatamente sexy e infine un film quasi drammatico.
La storia è ben congegnata, e mescola elementi tipici di più generi; se la base è essenzialmente peplum,visto che il film narra la vicenda del conflitto tra due antichi popoli, le semi leggendarie amazzoni e i greci guidati da Teseo, si nota nella pellicola una affiorante vis comica che rende alcuni passaggi abbastanza buffi.
Ma il film resta comunque drammatico, almeno nel suo svolgimento e nel suo finale, con più di un accenno ad un femminismo ante litteram, testimoniato da una società, quella delle Amazzoni, retta e governata esclusivamente al femminile, in cui il ruolo del maschio è decisamente marginale se non addirittura riduttivo, visto che i greci, nel film, sono ridotti al ruolo di stalloni.
Young strizza anche l’occhio al cinema sexy, spogliando le sue belle interpreti senza però usare una malizia eccessiva; se è vero che nel film ci sono molti nudi, è anche vero che l’erotismo è molto limitato se non addirittura inesistente.
Il regista, infatti, punta molto sull’avvenenza delle protagoniste non inserendole però nel solito contesto godereccio; le scene in cui le Amazzoni sono in tenero colloquio con i greci infatti costituiscono più un supporto alla storia (intrighi, vendette, tentativi di avvelenamento ecc)
che un mero tentativo di strizzare l’occhio al solito spettatore guardone.
Il cast è ben assortito, includendo attrici davvero avvenenti come Helga Linè, Malisa Longo e Rosanna Yanni oltre alla vera protagonista Alena Johnston che interpreta la regina Antiope e alla splendida Luciana Paluzzi, qui in un ruolo da comprimaria.
Un buon prodotto, insomma, di un regista capace, autore fra l’altro del primo leggendario 007 e di Sole rosso, un western atipico girato negli anni 70 con un gran bel cast.
Da notare che l’anno dopo venne immesso sul mercato cinematografico Le Amazzoni-Donne d’amore e di guerra di Alfonso Brescia, discreto prodotto ma nulla più.
Le guerriere dal seno nudo – Le amazzoni di Terence Young,un film di Terence Young. Con Luciana Paluzzi, Fausto Tozzi, Angelo Infanti, Alena Johnston, Sabine Sun, Helga Liné, Malisa Longo
Avventura, durata 92 min. – Italia 1974.
Alena Johnston … Antiope
Sabine Sun … Oretheia
Rosanna Yanni … Penthesilea
Helga Liné … Grande sacerdotessa
Rebecca Potok … Melanippe
Malisa Longo … Leuthera
Lucy Tiller … Alana
Almut Berg … Cynara
Luciana Paluzzi … Phaedra
Angelo Infanti … Theseus
Fausto Tozzi … Generale
Ángel del Pozo … Capitano
Franco Borelli … Perithous
Benito Stefanelli … Comandante
Regia: Terence Young
Sceneggiatura: Richard Aubrey, Massimo De Rita
Prodotto da: Nino Crisma, José García Moreno,Gregorio Sacristán
Musiche: Riz Ortolani
Editing: Roger Dwyre
Production Design: Mario Garbuglia

Le starlette e il cinema sexy, il cinema di genere-Terza parte

Rada Rassimov, sorella di Ivan Rassimov, uno degli attori più presenti nel cinema di genere anni 70, è stata attrice specializzata in ruoli di contorno ; indubbiamente una delle più brave, l’attrice triestina, nata nel 1938, ha lavorato in vari film di genere, nel periodo tra il 1963, quindi dal suo esordio nel film Sfida al re di Castiglia fino al 1974, epoca del suo film più importante, Grandezza naturale , dopo il quale ha deciso di seguire principalmente la tv, specializzandosi in fiction.
La Rassimov in Gli orrori del castello di Norimberga
Attrice dal volto spigoloso, molto espressiva, la Rassimov è comparsa in Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone, in una piccola parte che però ricordano in molti; è la prostituta che viene picchiata dal malefico Sentenza.
E’ apparsa anche in Il gatto a 9 code di Dario Argento, nel film di culto praticamente introvabile Necropolis (1970), in La grande scrofa nera (1971) e nel film di Bava Gli orrori del castello di Norimberga.
Rada Rassimov in Un caso d’incoscienza
Margaret Rose Keil è una simpatica starlette comparsa in numerosi film di genere, a cavallo tra il 1961 e il 1981; anche nel suo caso possiamo parlare di una brava comprimaria, capace di mettersi in mostra anche in ruoli secondari. Passata attraverso la fucina formativa dei fotoromanzi (lavorava per la Lancio), è poi approdata alle pubblicità televisive; molto famosa quella della Punt e Mes.

Margaret Rose Keil, Le prigioniere dell’isola del diavolo

Margaret Rose Keil protagonista di Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno
Bionda, fisico non esplosivo, la Keil ha lavorato principalmente in peplum, in decamerotici come Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno (1972),Decameroticus (1972), Il decamerone proibito – le altre novelle del Boccaccio (1972), Novelle licenziose di vergini vogliose (1973), Fra’ Tazio da Velletri (1973)
Sandra Julien, francese di Tolone, dov’è nata nel 1950 ha avuto una carriera brevissima, anche se intensa, nel periodo tra il 1971 e il 1975; dotata di una bellezza straordinaria, con un fisico molto bello,la Julien tuttavia non aveva a supporto adeguate doti recitative.

Sandra Julien, Les frissons des vampires
La Julien in Sterminate gruppo zero
I film interpretati, pur dal buon successo come Les frissons des vampires di Rollin (1971) oppure Nel buio non ti vedo ma ti sento di Pecas dello stesso anno, la lanciano come attrice sexy; ma non basta e dopo qualche film decisamente mediocre tipo Je suis frigide… pourquoi? (1973), Sandra Julien scompare dagli schermi, senza particolari rimpianti da parte dei cinefili.
Una soubrette lanciata dalla Tv, Paola Tedesco, mostra un talento eclettico, tanto da essere utilizzata nei varietà televisivi, negli sceneggiati sempre tv e nel cinema;nata a Roma nel 1952, la Tedesco compare per la prima volta in un’opera cinematografica a soli 12 anni.
Si tratta di Il Vangelo secondo Matteo di Pierpaolo Pasolini (1964); in tv partecipa al fortunato Un colpo di fortuna, interpreta il più bel sceneggiato di sempre, Il segno del comando, mentre al cinema si specializza in ruoli di contorno, recitando in musicarelli come Lady Barbara, in film comici come I due maghi del pallone regia di Mariano Laurenti (1971),I due assi del guantone sempre per la regia di Mariano Laurenti (1971) con il duo comico Franchi-Ingrassia,

Una bellissima Paola Tedesco nel musicarello Lady Barbara
passando per il poliziottesco I familiari delle vittime non saranno avvertiti regia di Alberto De Martino (1972), La polizia accusa: il servizio segreto uccide regia di Sergio Martino (1975), il thriller come Il gatto dagli occhi di giada regia di Antonio Bido (1977) nel quale è la protagonista e infine nella commedia sexy, tra le quali vanno citate Le seminariste regia di Guido Leoni e Nerone regia di Mario Castellacci (1977), in cui compare in un nudo frontale che ne esalta la splendida figura fisica.
Dopo l’abbandono della carriera cinematografica, seguita da quella televisiva, la bella e brava Paola Tedesco si dedica con successo al teatro, nel quale lavora ancora oggi.
Autentica meteora, Paola Morra, nata a Roma nel 1960, fisicamente prosperosa anche se non statuaria, gira 7 film nell’arco di meno di due anni, tra i quali segnalo Suor Omicidi (1978), un thriller di buon livello accanto ad Anita Ekberg, L’insegnante balla… con tutta la classe (1978) commedia sexy poco interessante, Interno di un convento (1978) ottimo film di Borowczyck.

Paola Morra, L’insegnante balla con tutta la classe

La Morra in Amazzare il tempo
A questo punto la carriera della Morra invece di decollare si conclude malinconicamente con il buon Ammazzare il tempo (1979), nel quale lavora egregiamente mostrando una discreta maturità artistica.
Difficile capire il perchè del suo abbandono delle scene; come molte altre protagoniste minori, la Morra probabilmente ha scelto di cambiare vita o forse più semplicemente è stata dimenticata durante la grossa cirsi che il cinema italiano attraversò proprio nel periodo del suo ultimo film.
Una lunghissima e per certi versi fortunata carriera contraddistingue Monica Randall, nome anglofono della spagnola Aurora Juliá Sarasa, nata a Barcellona nel 1942; attrice, produttrice, la Randall ha interpretato oltre 100 lavori, equamente divisi tra cinema e tv.
Eppure in Italia l’attrice non è propriamente famosa; il suo ruolo più famoso, da noi, è quello della signora Moroni in Mio caro assassino (1972)
Lontana mille miglia dalla vamp o dal prototipo della starlette, Maria Rohm di nascita austriaca essendo nata a Vienna nel 1945 ha partecipato a diverse produzioni, quasi tutte finanziate da suo marito Harry Alan Towers.
Molto bella, di quelle bellezze diafane e fragili, la Rohm è stata una buona comprimaria;
da segnalare tra i film interpretati 99 donne (99 Women) di Jesús Franco (1968), Il Dio chiamato Dorian (Dorian Gray) di Massimo Dallamano (1970),Il conte Dracula e Justine ovvero le disavventure della virtù sempre di Jesús Franco.
Abbandonato senza rimpianti il cinema in veste di attrice, ha viceversa deciso di impegnarsi nella produzione, cosa che ancora segue.
Margaret Lee, ovvero Margaret Gwendolyn Box deve la sua fortuna in Italia principalmente al suo buffo accento italiano e alle trasmissioni televisive accanto a Johnny Dorelli, con il quale ha poi lavorato anche in ambito cinematografico.

Margaret Lee in La bestia uccide a sangue freddo
Molto bella, la Lee ha girato tra il 1962 e il 1975 oltre 70 film, specializzandosi in ruoli secondari, tutti interpretati con la sua garbata ironia e con quell’accento che la rendeva irresistibile.
Tra le opere meritevoli di attenzione, citerei La bestia uccide a sangue freddo (1971), Appuntamento col disonore (1970),Venus in Furs (1969) e La sensualità è un attimo di vita (1975); il grosso della sua produzione tuttavia è concentrata nel decennio sessanta, con ben 50 film interpretati in soli 7 anni.
C’è un’attrice che ha legato il proprio nome indissolubilmente a quello del regista che l’ha lanciata, diventandone dapprima la musa ispiratrice,poi la compagna e infine l’attrice preferita: si tratta di Lina Romay, lanciata da Jesus Franco.

Lina Romay in Rolls Royce baby
Rosa Maria Almirall, nata a Barcellona nel 1954 ha girato oltre 100 film, la stragrande maggioranza dei quali per suo marito, e buona parte dei quali caratterizzati da contenuti spesso hard.
I film più importanti di Lina Romay sono Sospiri (La noche de los asesinos) (1973),La mansion de los muertos vivientes, regia di Jesús Franco (1982).
La Romay, che all’inizio della carriera era caratterizzata da un personale davvero sexy, sormontato da un volto imbronciato, avrebbe potuto tranquillamente scegliere strade diverse; viceversa l’incontro fatale con Franco la legò indissolubilmente al cinema del regista spagnolo, dal quale poi non si staccò più, scegliendo di interpretare larga parte della sua produzione.
Anche la carriera di Maria Rosaria Omaggio assomiglia per molti versi a quella di Paola Tedesco e a quella di attrici del piccolo schermo lanciate da trasmissioni televisive in cui si esibivano con ruoli di contorno.

Maria Rosaria Omaggio in La segretaria di mio padre
La Omaggio deve molta della sua popolarità a Canzonissima 1973, trasmissione nella quale era valletta di Pippo Baudo; passata al cinema, grazie alla sua fresca bellezza e ad un fisico armonico, interpretò come sua prima parte il ruolo di Lozana nel film La lozana andalusa (1976) di Vicente Escrivá, che in Spagna ebbe un discreto successo. Dopo la commedia sexy La segretaria privata di mio padre (1976), passò al poliziottesco, genere in gran voga a metà anni settanta, interpretando film come Squadra antiscippo (1976),Roma a mano armata (1976), La malavita attacca… la polizia risponde! (1977).

La Omaggio con Renato Pozzetto in Culo e camicia
In seguito scelse di dedicarsi alle fiction tv e al teatro, nel quale è ancora oggi molto attiva.
Una triste sorte caratterizza la vita di Krista Nell, bella e simpatica attrice di origini austriache, classe 1946.
Dopo alcuni film girati in Francia, arriva in Italia sulla fine degli anni 60, comparendo in diversi western all’italiana.
Riscuote buon successo e discreta fama con alcuni decamerotici scanzonati, come Fratello homo sorella bona (1972), Decameron proibitissimo – Boccaccio mio statte zitto… (1972), Le calde notti del Decameron (1972) , Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio (1972).

Krista Nell in La rossa dalla pelle che scotta

La Nell in Fratello homo sorella bona
Tra il 1970 e il 1975 gira oltre 25 pellicole, tutte come comprimaria; subito dopo aver ultimato il film La sanguisuga conduce la danza (1975), viene stroncata da una leucemia fulminante, nel pieno della maturità e nel momento in cui erano molti quelli che la apprezzavano per la simpatia e la discreta caratura artistica.
Era il 19 giugno 1975, l’attrice non aveva compiuto nemmeno 30 anni.
Identica, tragica sorte è quella di Soledad Miranda, altra attrice lanciata da Jesus Franco; nata nel 1943 a Siviglia, debutta a soli 17 anni nel film La regina del Tabarin di Franco.
Dopo aver interpretato in pochi anni molti film di successo come Vampyros lesbos e Il conte Dracula, Soledad trova la morte ad agosto del 1970 in un incidente stradale.
Aveva solo 27 anni e una carriera promettente davanti.

Soledad Miranda in Vampiros lesbos

La sfortunata Soledad Miranda in Les cauchemars naissent la nuit
Dalla ex Jugoslavia proveniva Olga Bisera, classe 1949, attrice di discrete qualità ancora una volta persasi alla fine degli anni settanta con la grande crisi del cinema. Vicenda anche strana la sua, visto che il film più famoso e che le valse ottime critiche lo girò nel 1977. Si trattava di uno dei film dedicati all’agente segreto James Bond; il film, 007 la spia che mia amava la vide imeprsonare Felicca una delle tante Bond girl che l’agente con licenza di uccidere seduce nel corso delle sue missioni.

La Bisera in La vergine, il toro e il capricorno
Prima di allora la Bisera aveva interpretato film come L’uccello migratore (1972), Beati i ricchi (1972), il women in prison Diario segreto da un carcere femminile (1973) e fornito una buona prova nel discreto thriller paranormale Un sussurro nel buio (1976)
Presentatrice televisiva, compositrice, attrice cinematografica, Enrica Bonaccorti ha mostrato da subito un talento davvero poliedrico; nata a Savona nel 1949, ha iniziato facendo la gavetta in teatro, per poi passare alla composizione di canzoni, alcune delle quali di ottimo livello, come La lontananza e Amara terra mia, portate al successo da Domenico Modugno.
Ha partecipato ad alcune pellicole di buon successo, come Jus primae noctis, regia di Pasquale Festa Campanile (1972),Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, regia di Sergio Martino (1972),Paolo il caldo, regia di Marco Vicario (1973),

Un primo piano di Enrica Bonaccorti tratto dal film Rag.Arturo De Fanti, bancario precario

La Bonaccorti in Jus primae noctis
Rag. Arturo De Fanti, bancario precario, regia di Luciano Salce (1980), per poi dedicarsi all’intrattenimento in tv, dove ha contribuito in maniera determinante al successo del talent show Non è la Rai.
Ottimo anche il successo riscosso per la radio, con lo storico programma Chiamate Roma 3131; sicuramente uno dei personaggi più completi, a cui però è mancato il guizzo finale, quello che ti porta ad essere davvero una star.
Laura Belli, napoletana purosangue, è una delle poche ad aver frequentato una scuola di sperimentazione cinematografica; nata nel 1947, esordisce nel film La monaca di Monza, regia di Eriprando Visconti (1969).
Altri suoi lavori di un certo interesse sono La polizia ringrazia, per la regia di Steno (1972),Da Corleone a Brooklin, di Umberto Lenzi (1979)

Laura Belli in Milano odia la polizia non può sparare
La Belli con Aldo Reggiani in La porta sul buio
Molta della sua popolarita arriva però dagli sceneggiati tv; quelli cui la brava attrice ha partecipato sono tra i migliori di sempre prodotti dalla Rai, ovvero Il segno del comando, per la regia di Daniele D’Anza (1971),Lungo il fiume e sull’acqua, di Alberto Negrin (1973) e Gamma di Salvatore Nocita (1975).
Attrice espressiva, la Belli ha lavorato comunque molto poco , il suo curriculum presenta solo una dozzina di titoli cinematografici, distribuiti tra il 1969 e il 1979.
Ha provato anche la regia cinematografica, con scarso successo.
L’ultima attrice di questa tornata, Janine Reynaud, oggi ottantenne, esordì molto tardi, a 35 anni nel film La bugiarda di Luigi Comencini.
La grande occasione le capitò quando il regista spagnolo Jesus Franco la volle come protagonista del film Succubus (Necronomicon), il film visionario che l’eclettico regista spagnolo girò nel 1969.

… e in Succubus, di Jesus Franco
In seguito l’attrice girò numerosi film; in Italia la ricordiamo nel ruolo di vittima nel film La coda dello scorpione (1971), nel torbido Nel buio non ti vedo ma ti sento di Max Pécas del 1971 e in L’uomo più velenoso del cobra (1971). Volto marcato, quasi mascolino, la Reynuad ha interpretato una trentina di film nel periodo tra il 1966 e il 1978, quando all’età di 58 si è ritirata dalle scene.
Per amare Ofelia
Orlando è un giovane imprenditore, ricco ma imbranato.
I suoi problemi, sopratutto con l’altro sesso, nascono principalmente dal forte complesso edipico che l’uomo prova nei confronti della matrigna,la splendida Federica.
L’uomo arriva anche a spiarla, a registrarla, mentre il suo complesso poco alla volta gli impedisce qualsiasi contatto con le donne.
Casualmente, Orlando incontra una prostituta, Ofelia, ignorando però la professione della stessa.
La quale finisce per essere attratta da quel giovane timido e così distante dal mondo in cui vive.
Dopo aver tentato inutilmente di sedurlo in una roulotte presa in prestito e circondata dalle sue colleghe, Ofelia chiede aiuto ad una suora, che come unico consiglio la invita a comportarsi naturalmente, quindi da prostituta;Ofelia accetterà anche di ricalcare i panni di Federica, arrivando a vestirsi come lei, in un assurdo gioco di trasformazione che lascerà entrambi inappagati.
Renato Pozzetto e Francoise Fabian
La situazione si sbloccherà quando Orlando scoprirà che in realtà Federica non è sua madre, il che avviene durante un suo tentativo di cuicidio.Inavvertitamente ascolterà due servitori accennare al passato burrascoso del padre . Dopo un rapporto con quest’ultima, Orlando guarirà e sarà libero di amare Ofelia.
Girato da Flavio Mogherini nel 1974, Per amare Ofelia rappresenta l’esordio cinematografico di Renato Pozzetto, lanciato dalla Tv con il programma Il poeta e il contadino, uno dei primi esperimenti di comicità surreale proposta dalla tv di stato.
Un esordio decisamente interessante, quello di Pozzetto, che in seguito avrebbe replicato all’infinito il ruolo del milanese un pò bamba e un tantino imbranato, trasformandosi in una macchietta salvo rare eccezioni rappresentate da film particolari come Oh Serafina o Paolo Barca maestro elementare.
Il film di Mogherini è discreto, ma nulla più; la storia, incentrata sul rapporto al limite dell’incestuoso tra la affascinante Federica e il succube Orlando è molto fragile per poter reggere tutto il film.
Che difatti vive sul difficile rapporto che si stabilirà tra l’uomo e la prostituta Ofelia, interpretata dalla bella Giovanna Ralli, protagonista anche di una breve ma memorabile sequenza di nudo in cui mette in mostra un profilo mozzafiato, nonostante in questo film l’attrice abbia quasi 40 anni.
Tenendo conto che la Fabian nel 1974 aveva solo 4 anni in più della Ralli, appare chiaro come Mogherini abbia lavorato sul cast più con i nomi che con la logica.
La Ralli appare molto più matura dell’imberbe Pozzetto, il che crea problemi di credibilità alla pellicola stessa.
Che vive anche molti momenti di stanca, sopratutto nella parte centrale.
Il cast è assortito, è include anche l’ex povero ma bello Maurizio Arena nel ruolo di Spartaco Cesaroni, strana figura a metà strada tra il pappone e l’opportunista, la splendida Orchidea De Santis in versione assolutamente non credibile di mignottone da 10.000 lire, come chiesto ad un casuale cliente incontrato nella zona i cui esercita.

Renato Pozzetto e Francoise Fabian
Piccolo ruolo anche per Didi Perego, la saggia suora che consiglia Ofelia; ma il ruolo principale, quello della conturbante Federica, sogno proibito di Orlando è affidato ad una splendida e sexy Francoise Fabian, al massimo dello splendore.
Con una matrigna così, il complesso d’ Edipo è quasi obbligatorio…
Un film senza grossi spunti, che pure riscosse un lusinghiero successo di critica all’epoca della sua uscita.
A piacere fu sopratutto la mancanza della tipica trivialità che infestava le sceneggiature della commedia all’italiana, così come nel film manca essenzialmente la componente erotica.
Difatti, a parte la brevissima sequenza del nudo della Ralli, il film mantiene una sua sobrietà cercando di attrarre l’attenzione più con i dialoghi che con l’espediente abusato del nudo femminile.
Se il risultato, a mio parere, non è completamente convincente, è per il tentativo, abbastanza velleitario da parte di Mogherini, di ammantare il film di una velata critica al mondo romano dell’alta imprenditoria e quindi della borghesia dei parvenue.
Manca lo spirito corrosivo, o forse è una scelta, chissà; in questo caso però la trama scade ancor più di qualità, limitandosi ad un banale rapporto al limite dell’incesto fra madre e figlio.
Un film non particolarmente interessante,, tuttavia apprezzabile per la sua discreta eleganza.
Per amare Ofelia, un film di Flavio Mogherini. Con Renato Pozzetto, Françoise Fabian, Orchidea De Santis, Maurizio Arena,Didi Perego, Giovanna Ralli, Georges Rigaud, Lorenzo Piani, Carla Mancini, Jean Rougeul, Francisco Pierra, Luciano Bonanni
Commedia, durata 110 min. – Italia 1974.
Giovanna Ralli … Ofelia Ceciaretti
Renato Pozzetto … Orlando Aliverti Mannetti
Françoise Fabian … Federica, la sua matrigna
Maurizio Arena … Spartaco Cesaroni
Didi Perego … Suora
Alberto de Mendoza … Piero Criscione
Orchidea de Santis … Trieste, la prostituta
George Rigaud … Nane, il domestico
Rossana Di Lorenzo … Iris, la prostitua grassa
Jean Rougeul … Santini
Luciano Bonanni … Cliente di Iris
Carla Mancini … Celeste
Regia: Flavio Mogherini
Soggetto: Tito Carpi, Gianfranco Clerici, Tulio Demicheli, Jorge Krimer, Flavio Mogherini
Sceneggiatura Laure Bonin, Tulio Demicheli, Flavio Mogherini, Giorgio Salvioni
Produttore Giorgio Salvioni
Fotografia Carlo Carlini, Manuel Merino
Montaggio Adriano Tagliavia
Musiche Jacopo Fiastri, Riz Ortolani, German Weiss
Scenografia Adolfo Cofino, Daniele Mogherini
Sotto “il buon film”, a causa di lentezze narrative che ho trovato anche in altri di Mogherini e di un finale piuttosto sbrigativo (a livello di soluzioni, se non a livello temporale, a conferma di quanto detto pocanzi), ma di importanza fondamentale per l’immissione di una vena umoristica rivoluzionaria per il cinema italiano, “ventata di novità (…) di un personaggio nuovo agli autori in cerca di idee” (Kezich). Pozzetto spesso adorabile, Ralli splendida, Arena (ben doppiato da Amendola) efficace, sobrio De Mendoza, fastidiosa la Perego.
L’esordio di Pozzetto probabilmente è invecchiato male; o forse era già irrisolto all’epoca della sua uscita, chissà. Resta il fatto che il tema del complesso di Edipo non è certo il più adatto per valorizzare il suo umorismo, e tolte un paio di scene non si ride né si sorride mai. Anche il montaggio mi è sembrato mal realizzato, con vari stacchi un po’ troppo bruschi… insomma dimenticabile.
La professoressa di scienze naturali
In un liceo, un incidente avvenuto in laboratorio mette fuori causa per parecchio tempo la titolare della cattedra, prof.ssa Mastrilli.
In sua vece arriva una giovane insegnante, che ovviamente è molto più giovane e avvenente della sua collega, anzianotta e bruttina.
La bellezza e il fascino della giovane insegnante,Stefania, non mancano di ammaliare i ragazzi della scuola ma non solo.
A palpitare sono anche i cuori di alcuni genitori, ovviamente maschi, ma colui che riesce a rapire il cuore della ragazza ( e non solo) è Andrea figlio del farmacista del paese, sposato ad una specie di ninfomane.
A corteggiare la ragazza c’è anche il solito vitellone ricco, che alla fine impalma la giovane insegnante, che però altrettanto ovviamente non rinuncia all’amore clandestino con Andrea.
Adriana Facchetti e Ria De Simone
Solita trama per il solito film appartenente al fertile filone ambientato nel mondo della scuola, comprendente insegnanti e supplenti, ripetenti e presidi, liceali e quant’altro.
La professoressa di scienze naturali è in pratica indistinguibile da tanti prodotti clone, che vertono sulle trite e ritrite beffe scolastiche, su amori sospirati di alunni nei confronti di insegnanti avvenenti o viceversa di splendide studentesse innamorate di insegnanti belli e improbabili.
Lilli Carati (Stefania) spiata con un periscopio artigianale
A variare il tutto c’è il cast, che di volta in volta propone caratteristi e bellone di turno; in questo caso abbiamo Lilli Carati, assolutamente monocorde e inespressiva nel ruolo della professoressa Stefania.
Come ebbe a dire un salace critico, la Carati ha due espressioni; una con il vestito l’altra senza, parafrasando Sergio Leone.
L’altra bellezza è la sfortunata Ria De Simone; nel film è Immacolata (ma guarda un pò) Balsamo, moglie assolutamente poco fedele, incapricciata di Genesio, ovvero Gianfranco D’Angelo, che è il commesso della farmacia del marito.
Attorno ruota il solito cast di caratteristi, con in testa il solito inossidabile Mario Carotenuto, per una volta nel ruolo non usuale di un prete, Don Antonio, oltre ad Alvaro Vitali, il solito liceale scorretto, Adriana Facchetti, l’insegnante sostituita per la gioia dei suoi alunni dalla procace Stefania, eppoi Serena Bennato, Angela Doria e Gianfranco Barra, Giacomo Rizzo e il solito playboy da strapazzo Michele Gammino.
Le gag sono sempre le stesse, e passano indifferentemente dal liceale allupato che sbircia le gambe generosamente esposte della professoressa sotto la cattedra alla partita di calcio, questa volta sostenuta tra una rappresentanza maschile e una femminile, con tanto di energumeno in gonnella di stazza poderosa e tette d’acciaio.
Scene d’amore acquatico tra Andrea e Stefania, scene da voyeur con Peppino (Alvaro Vitali) e Andrea (Marco Gelardini) impegnati a spiare la solita professoressa che fa il bagno nuda, questa volta con un periscopio di preparazione artigianale.
Per una volta non trionfa l’amore ma le corna, ed è l’unica novità di un film assolutamente anonimo, come anonima è la regia di Michele Massimo Tarantini, regista a cui si devono altre perle come La poliziotta fa carriera (1975) ,L’insegnante viene a casa (1978), L’insegnante al mare con tutta la classe (1979) , La dottoressa preferisce i marinai e Giovani, belle… probabilmente ricche (1982).
Film in cui resta davvero poco da ricordare, visto che latitano anche le battute, quelle cioè che assieme ai nudi delle attricette di turno attiravano il pubblico degli affezionati.
La professoressa di scienze naturali, un film di Michele Massimo Tarantini. Con Lilli Carati, Alvaro Vitali, Ria De Simone,Adriana Facchetti, Giacomo Rizzo,Michele Gammino, Mario Carotenuto, Gastone Pescucci, Gianfranco Barra, Gino Pagnani, Gianfranco D’Angelo, Serena Bennato
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.
Lilli Carati … Stefania Marini
Michele Gammino … Barone Fifì Cacciapuopolo
Alvaro Vitali … Peppino Cariglia
Giacomo Rizzo … Professor Straziota
Ria De Simone … Immacolata Balsamo
Gianfranco Barra … Preside
Gastone Pescucci … Nicola Balsamo
Adriana Facchetti … Prof. Mastrilli
Serena Bennato … Ernesta
Angela Doria … Graziella
Gino Pagnani … Cliente della farmacia
Marco Gelardini … Andrea Balsamo
Gianfranco D’Angelo … Genesio
Mario Carotenuto … Don Antonio
Regia: Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura: Francesco Milizia, Marino Onorati e Franco Mercuri
Produzione: Luciano Martino
Musiche: Alessandro Alessandroni
Editing : Daniele Alabiso
Costumi : Rosalba Menichelli

Mediocre commedia scoreggiona, con una Carati molto statica. Qualche risatina la strappa, ma troppo spesso si cade nell’infimo (o giù di lì). Per gli affezionati del genere va sottolineato che Carotenuto NON fa il preside (è il prete) e che D’Angelo NON fa l’insegnante (è il commesso della farmacia)! Si arriva all’ora e mezzo inserendo cosucce banali (come Pagnani in farmacia) o tremende (come la partita di calcio). La domestica Ernesta è la Bennato, la Regina dell’atroce Biancaneve e Co.
Dopo averla vista in Di che segno sei? dell’anno precedente, Tarantini ha il merito (intuitivo) di notare, nella genuina bellezza della Carati, che il suo fisico si presta bene a lanciare nel fervido panaroma delle sexy commedie una nuova “impiegata”: la Professoressa del titolo. Per il resto la pellicola soffre della mancanza di veri attori e si sorregge (poco) unicamente sulla presenza di caratteristi noti per le loro comparsate (Gianfranco Barra, Gino Pagnani, Adriana Facchetti). Su D’Angelo e Vitali meglio stendere un velo pietoso.
Grossolana commedia sexy apparentata al filone scolastico dal quale assume gli immancabili Vitali, D’Angelo, Carotenuto, Gammino, Barra. L’unico appeal è la presenza della Carati, la bellissima insegnante del titolo ovviamente concupita da alunni e colleghi. Il resto è insopportabile squallore, che raggiunge il punto più basso nella De Simone trasformata in… pastasciutta. Finale “cornuto”.
Il canovaccio è sempre lo stesso di tutti i film di questo genere, ovvero la solita bella (in questo caso la Carati) e poi tutta una serie di macchiette (Vitali, D’Angelo e così via). Però, a differenza di altri film dello stesso tipo, fa ridere molto meno e le grazie della Carati non bastano a risollevare il film. Le battute di Vitali e D’Angelo risultano essere delle discrete freddure. Per i fan della Carati e niente di più.
The wicker man
Il sergente Howie è il responsabile della legalità in una piccola località scozzese, uno di quei posti tranquilli dove generalmente non accade mai nulla, dove il massimo del pericolo è costituito da qualche lite fra coniugi o da qualche ubriacone o vagabondo di passaggio.
A rompere la monotonia e la tranquillità della vita di Howie arriva una segnalazione, rigorosamente anonima, che denuncia la scomparsa della giovane Rowan Morrison, avvenuta secondo l’anonimo informatore nell’isola di proprietà di Lord Summerisle.

“Avete mai visto questa ragazza?”
Howie decide di indagare e si reca sull’isola, dove da subito l’uomo respira l’atmosfera di diffidenza e di scarsa collaborazione che caratterizza gli abitanti dell’isola.
Gli abitanti dell’isola creano subito un muro, contro il quale Howie si trova a cozzare ripetutamente: gli isolani sembrano avere leggi proprie, oltre a strani credo e convinzioni personali che sfuggono anche al rispetto delle leggi vigenti nella nazione scozzese.
Nel corso delle indagini Howie si rende conto di diverse stranezze; Rowan non sembra morta, quanto piuttosto nascosta dagli isolani, che non vogliono possa avere contatto con il rappresentante della legge, ma non solo.
Sull’isola avvengono strani riti che sembrano arrivare direttamente dal passato, come un orgiastico rito della fertilità, legato intimamente al credo della reincarnazione e dell’appartenenza dell’uomo a rigide e intime leggi di comunione con la natura.
Il primo maggio Howie ha la prova che davvero nell’isola accade qualcosa di particolare: i riti che vi avvengono, le particolari convinzioni religiose sembrano implicare anche il ricorso a riti pagani ancestrali, incluso il sacrificio umano.
Il sergente arriverà in tempo per assistere alla rappresentazione finale di uno di questi riti, dopo che l’uomo ha cercato inutilmente di fuggire dall’isola per andare a chiamare rinforzi.
Scoprirà anche che la famosa lettera è stata semplicemente un’esca per chiamarlo sull’isola….
Perchè, e sopratutto, chi è la misteriosa vittima sacrificale?
The wicker man si ispira ad un fatto vero accaduto antecedentemente all’epoca in cui il regista
Robin Hardy (1973) girò questo affascinante e tirato dramma che avrà poi un deludentissimo remake nel 2006, distribuito con il titolo Il prescelto e interpretato malamente da un Nicholas Cage bolso e inespressivo.
Film caratterizzato da una tensione latente sempre sul punto di esplodere, The wicker man sembra un giallo con forti connotazioni thriller: c’è il classico della persona scomparsa, c’è il poliziotto che indaga tra strane reticenze.
Ma, come innovazione, c’è una persona scomparsa che sembra più occultata che morta, c’è una comunità che sfugge alle regole di convivenza civile, che si è dotata di leggi proprie e che vive in apparente simbiosi con queste leggi, un miscuglio di credenze nel rito della madre terra mescolato ai riti pagani orgiastici della fertilità e al credo della reincarnazione, c’è una comunità omertosa che protegge i suoi segreti ma che sembra anche, al tempo stesso, stimolare il detective alla scoperta di questo strano mondo, quasi dietro le mosse degli isolani ci fosse un disegno apparentemente incomprensibile, ma al tempo stesso straordinariamente lucido e folle.

Howie si trova a muoversi quindi in un mondo con leggi proprie, che sfuggono a quella legge che lui rappresenta.
L’isola sembra fuori dalla Scozia, regolata da proprie leggi che non includono il rispetto della giurisdizione di quella della nazione d’appartenenza, anzi.
Lord Summerisle, il proprietario dell’isola, sembra un’antica divinità, con diritto di vita e di morte su tutto e tutti, e contemporaneamente sembra l’ispiratore dei misteriosi riti che avvengono sull’isola.
Per una volta non centra il demonio, non centra la solita setta satanica.
C’è qualcosa però di altrettanto letale e altrettanto pericoloso, nell’atmosfera che si respira tra la popolazione locale.
C’è un’omertà contro la quale Howie combatterà uscendone sconfitto; chi lo aiuta lo fa in nome di un disegno che sarà chiaro solo alla fine, quando l’intrigo sarà delineato in ogni particolare.
Robin Hardy riesce a ricostruire in maniera assolutamente straordinaria un’atmosfera di intrigo e di sospetti, di suspense e di magia sospesa tale da attrarre lo spettatore come una calamita.
Man mano che seguiamo le indagini di Howie, riusciamo a calarci nella realtà dell’isola, pur rimanendo estranei alle motivazioni che spingono gli isolani ai loro strani comportamenti.
Prendiamo le parti di Howie, perchè nel nostro DNA c’è il rispetto per le leggi e per le istituzioni, così degnamente rappresentate dall’integerrimo poliziotto.
Eppure, alla fine, quando il quadro viene finalmente svelato, proviamo anche un moto nascosto di simpatia per quella gente capace di ordire una trama così fine, così splendidamente recitata tale da attrarre l’uomo della legge in una tela di ragno in cui la preda non ha alcuna possibilità di uscita.
Un film bello e intelligente, splendidamente recitato.
A cominciare da Edward Woodward, che interpreta il tutore della legge, l’uomo della legalità, quel sergente Howie profondamente cattolico che non accetta trasgressioni a quelli che sono i suoi punti fermi, il suo codice morale.
La legge va rispettata, il credo religioso è uno, non sono ammesse deroghe.
Eppure Howie scoprirà che in quel mondo isolato tutto questo non ha alcun valore; e tutto ciò in cui crede viene messo pesantemente in discussione.
Quando, troppo tardi, capirà la verità, sarà lui lo sconfitto, lui che rappresenta il mondo ordinato e regolato di fuori.
Edward Woodward riesce a rappresentare alla perfezione il suo personaggio, che appare un tantino bigotto, irrigimentato da regole.
E queste contraddizioni, che alla fine esploderanno in maniera devastante, si vedono sul volto dell’attore, che recita davvero da grande.
Accanto a lui c’è Christopher Lee, un Lord Summerisle difficilmente replicabile da altri attori.
Un signore padrone che è contemporaneamente anche un dio, rappresentante di tutto ciò in cui credono gli isolani, un uomo con diritto di vita e di morte, in tutti i sensi.
E’ lui a gestire i riti, è lui a orchestrare tutto ciò che accade sotto i nostri occhi.
Lee recita da grande, qual’è sempre stato.

Osservatori attenti seguono il sergente Howie
Vanno segnalate altre prove maiuscole, come quella di Diane Cilento nel ruolo di Miss Rose, quella della bellissima Britt Ekland nel ruolo di Willow, e ancora Ingrid Pitt ecc.
Tutto il cast è da elogiare, in effetti.
Quando, 4 anni fa, il regista Neil LaBute decise di affrontare il remake del film, lo fece sbagliando clamorosamente sia la sceneggiatura che il cast. Due errori fatali che porteranno a un impossibile confronto tra l’originale,
assolutamente unico e il remake, in cui la carica trasgressiva del discorso religioso, quella dell’isolamento degli abitanti dell’isola, retti da proprie leggi in comunione con le forze della natura viene ridicolizzata e banalizzata, trasformata in una rappresentazione commerciale senza alcun valore cinematografico.
Colpa di un pessimo Nicholas Cage, colpa di una sceneggiatura scandalosa, colpa al solito dell’industria cinematografica che privilegia l’aspetto in rapporto al contenuto.
Poco male, a consolarci resta sempre The wicker man, film tra i più intelligenti, intriganti dell’intero decennio settanta.

Quale sarà la vittima dell’altare sacrificale?
The wicker man, un film di Robin Hardy,con Edwin Woodward,Christopher Lee ,Diane Cilento,Britt Ekland ,Ingrid Pitt Inghilterra 1973, Drammatico/thriller
Edwin Woodward … Sergente Howie
Christopher Lee … Lord Summerisle
Diane Cilento … Miss Rose
Britt Ekland … Willow
Ingrid Pitt … Libraio
Lindsay Kemp … Alder MacGreagor
Russell Waters … Harbour Master
Aubrey Morris … Vecchio giardiniere
Irene Sunters … May Morrison
Walter Carr … Preside della scuola
Ian Campbell … Oak
Leslie Blackater … Parrucchiere
Roy Boyd … Broome
Peter Brewis … Musicista
Barbara Rafferty … Donna con il bambino
Juliet Cadzow … Un’abitante di Summerisle
Penny Cluer … Gillie
Michael John Cole … Musicista
Kevin Collins … Vecchio pescatore
Gerry Cowper … Rowan Morrison
Ian Cutler … Musicista
Donald Eccles … T.H. Lennox
Myra Forsyth … Signora. Grimmond
John Hallam … P.C. McTaggert
Alison Hughes … Fidanzato di Howie
Charles Kearney Macellaio
Fiona Kennedy … Holly
John MacGregor … Baker
Jimmy MacKenzie … Briar
Lesley Mackie … Daisy
Jennifer Martin … Myrtle Morrison
Helen Norman … Abitante di Summerisle
Lorraine Peters … Ragazza sulla tomba
Tony Roper … Postino
John Sharp … Dottor Ewan
Elizabeth Sinclair … Abitante di Summerisle
Andrew Tompkins … Musicista
Richard Wren … Ash Buchanan
Regia di Robin Hardy
Sceneggiatura di Anthony Shaffer
Tratto da un racconto di David Pinner
Prodotto da Peter Snell
Musiche di Paul Giovanni
Film Editing ;Eric Boyd-Perkins
Casting ;Maggie Cartier
Direttore artistico Seamus Flannery
Casa di produzione British Lion Films
Fotografia Harry Waxman
Montaggio Eric Boyd-Perkins
Scenografia Seamus Flannery
Un sergente cristiano a tu per tu con una comunità di pagani. Potrebbe trattarsi solo di uno scontro tra ideologie diverse, ma c’è dell’altro; e il povero sergente se ne accorgerà…Si tratta di una pellicola assolutamente unica (capita raramente). Il tutto è velato da un’atmosfera sinistra, ma allo stesso tempo piacevole (come gli isolani sembrano vivere in perfetta simbiosi con la natura e con leggi che la regolano). Fin dall’inizio, si avverte il pericolo, ma resta una sensazione. Bravi gli attori: Lee (sua Signoria), la ragazza della locanda (la canzone su di lei: la danza nuda). Grande!
Dramma pagano, campestre e folkloristico, avvolto in un crescendo di tensione e in una spirale di mistero che esplode in un finale inquietante e terribile, degno dei migliori horror. Arcane religioni naturalistiche si scontrano contro i dogmi del cattolicesimo, così come l’austero e “verginale” Woodward – futuro agente McCall in “Un giustiziere a New York” – si scontra contro la politeista comunità locale.
Straordinario thriller di marca britannica, poco conosciuto ma con meritata fama di cult fra i suoi fan, all’interno del quale il regista esordiente Hardy, riesce con consumata maestria a creare delle atmosfere davvero inquietanti ed angoscianti nonché a dar vita ad un crescendo di tensione davvero coinvolgente ed efficace fino al crudele finale. Splendida la sceneggiatura che è molto originale così come pure notevoli le soluzioni visive che si vedono copiose nella pellicola. Visti i contenuti non meraviglia che abbia avuto problemi di censura.
Vedendo l’originale di Robin Hardy, si capisce ancor meglio quanto abbia “toppato” il remake un Neil Labute ormai in caduta libera (vedi anche il successivo La terrazza sul lago). La dialettica monoteismo/paganesimo politeistico che contrappone il rigido ufficiale Howie all’epicureo Lord Summerisle viene rappresentata, per immagini, attraverso il costante raccordo di sguardo tra il panico del protagonista e le paniche manifestazioni sessuali, rituali, musicali (le canzoni sembrano scritte da un Benigni, prima maniera, in vena) degli abitanti dell’isola. Epilogo indimenticabile.
Un thriller/horror decisamente interessante. L’ottima sceneggiatura accumula lentamente particolari macabri o bizzarri culminando in un finale di inaspettata cattiveria. La regia non è perfetta ma riesce ad orchestrare degnamente il crescendo di tensione. Un po’ troppi gli intermezzi musicali, ma non stonano più di tanto. Bravino il protagonista, ottimo Christopher Lee. Discreta colonna sonora. Da vedere.
Fama meritata di piccolo cult per questo lavoro di Hardy che combina atmosfera horror (tra il polanskiano e la fiaba), eros anni 70 ad alta gradazione, gusto del surreale e una trama avvincente. Il tutto condito da buona musica folk e facce (degli abitanti del villaggio) che sono tutto un programma. Si presta a più di una lettura del rapporto uomo-religione e affronta con stile lo scontro tra verità contrapposte. 4 pallini.
In questo innovativo thriller (era il 1972!), non sapevo per chi tifare, se per il poliziotto bacchettone e pedante o l’allegro paesino dedito al paganesimo spinto (culto del pene, donzelle che ballano nude sul fuoco, oscenità varie). Detto che il film scorre alla grande e che il finale è inatteso, restano però alcuni momenti imbarazzanti come le improvvise canzoni intonate in gruppo dagli abitanti del paesino celtico (memorabile quella con la figlia dell’oste che danza nuda). Horror-Musicarello!
Splendido e unico (tralasciamo l’osceno remake), questo piccolo gioiello all british ha lasciato un segno nella storia del cinema. Dall’arrivo dell’impettito poliziotto nel piccolo villaggio scozzese a seguire con un’atmosfera pesante di congiura che sfocia nell’allucinante finale. Momenti carichi di emozioni e anche di erotismo (ricordiamo il ballo nudo della vicina di stanza del poliziotto) che non risparmiano però un fondo di analisi del rapporto tormentato tra la madre inghilterra e le libere (nell’animo) terre celtiche. Cult assoluto!
Affascinante pellicola che trasporta lo spettatore in una realtà quasi onirica. È interessante il contrapposto cristianesimo/paganesimo, così come si evince l’ottusità nelle proprie credenze di ciascuna fazione. Non spiace ma anzi è adorabile tutta la parte musicale, ed è un ben riuscito escamotage per condurre al duplice inganno finale che include anche lo spettatore stesso. Woodward nella sua quasi mono espressività piace così come, ovviamente, Lee. Il finale è decisamente eccellente. Gustosissimo.
Splendido horror made in England scritto e diretto magistralmente. Un opera potente e suggestiva, ambientata in paesaggi incantevoli e sottolineata da una colonna sonora di inarrivabile bellezza. Lo scontro tra paganesimo (guidato da un Christopher Lee che mai più raggiungerà simili vette) e cristianesimo (che ha il volto di Edward “Giustiziere di New York” Woodward) è assolutamente indimenticabile. Consigliata la versione Director’s Cut di 102 minuti.
Cosa si può dire di nuovo, di un cult-movie come questo? Originalissimo per l’epoca, ben diretto e sceneggiato, “pagano” quanto poche altre pellicole, infinitamente superiore al suo pleonastico e insignificante remake inutilmente filo-femminista (politically correct…?). Purtroppo incompreso da molti critici, o tutt’al più ricordato quasi esclusivamente per una radiosa Britt Ekland nuda in una famosa sequenza fin troppo riprodotta da riviste e siti Internet. Un vero gioiellino misconosciuto.
Molto originale. La descrizione di un mondo lontano ed antico nel quale è interessante entrare. Un serio e bigotto ispettore di polizia viene spedito su una piccola isola scozzese alla ricerca di una ragazzina scomparsa. Scoprirà a sue spese un’intera comunità pagana, dedita a primitivi riti propiziatori d’origine celtica, che vive in simbiosi con la natura e pratica l’amore libero. Non è la sola rappresentazione del contrasto tra religioni o tra il Bene e il Male, vi è molto di più. Finale infuocato, visionario e apocalittico. Musiche stupende.
Esempio classico di horror-thriller mentale più che visivo. Un’atmosfera torbida ed inquitante s’annida in questo luogo in cui si praticano vecchi riti pagani. L’ingenua indagine di un poliziotto porterà a delle conseguenze estreme. Valida pellicola inglese che ha al suo attivo pure un remake.
Non per tutti, “The wicker man” è un film irripetibile, originale e genuino. I paesaggi molto suggestivi fanno venire la voglia di visitarli, la cultura celtica che ne traspare è così naturale da sembrare spontanea e quasi carpita, la recitazione di Lee e Woodward eccellente. La regìa merita dei complimenti a parte tanti sonogli spunti che suscitano la mia attenzione. In alcuni momenti mi ricorda un film di Olmi, in altri la coralità di un “Hair”, i “Carmina Burana” un documentario della National geographic, un’esperienza psichedelica alla fine. The best.
Ottimo esordio per Hardy, che orchestra mirabilmente questo giallo/grottesco con simbologie erotiche e religiose, riprese con abilità e rispetto delle tradizioni, dagli antichi riti pagani britannici. Il sergente Howie è il simbolo del cattolicesimo bigotto e borghese, che verrà risucchiato suo malgrado nel turbine sinuoso, solare, apparentemente tranquillo ma terribilmente ostinato degli abitanti di Summerisle. Cast all’altezza.
A police sergeant (Edward Woodward) goes to a remote island near Scotland hearing that a young girl is missing. When he gets there it seems no one has ever heard of her…and most say she never existed. He continues to search and the mystery gets deeper and deeper leading up to a very disturbing conclusion.
I saw this during it’s theatrical reissue in 1980–it was the cut 88 minute version. I was disappointed. It was advertised as a horror film and the edited version leaves gaping plot holes. I just saw the extended version on the DVD and loved it!
For one thing, as I said, it is NOT a horror film. I went in expecting that and didn’t get it. It’s actually a thriller with strong religious and sexual overtures. There’s WAY too much to get into about the religious views in this film, and the sexual element is STRONG! There’s a whole circle of nude young women dancing around a fire, and an exceptional sequence in which a very erotic song is sung by a nude Britt Ekland. The mystery itself is fascinating but I really got caught up in the religious and social aspects presented in this film. Credit writer Anthony Shaffer for his script.
Also the acting is great on all counts. Woodward deserves credit for playing such an unlikable character–and STILL getting you to sympathize with him! Also Hammer stars Christopher Lee and Ingrid Pitt (whose part is brutally reduced in the short version) are just great! For one thing it’s interesting to see them playing fairly “normal” people (instead of vampires) and they give out excellent performances. Lee especially is enjoying himself–he did the film for free! To this day he said it’s his best movie–he’s right.
An excellent, haunting thriller but it might be too much for some people. There’s next to no blood or violence, but I do know some people who just found the ending a bit too much to handle. Still, it’s a definite must-see.
A deserved cult classic.
Inquisicion
Francia, nei pressi di Carcassonne
Mentre infuria la peste, il flagello più temuto del medioevo, arriva nella regione il nuovo inquisitore, mandato dalla chiesa per reprimere il fenomeno della stregoneria, ritenuto una delle cause scatenanti della peste stessa.
Il primo caso che si trova a dover affrontare il nuovo inquisitore è quello di due ragazze colpite dalla peste; convinto che si tratti di una prova dell’esistenza del maligno, l’inquisitore decide di svolgere delle indagini.

Paul Naschy è Bernard de Fossey, l’inquisitore
Nel frattempo si incrociano le storie di Catherine, che vede il suo giovane spasimante abbandonarla temporaneamente per un lavoro fuori città e quella del servitore deforme che spia e ruba i vestiti a quattro innocenti ragazze che fanno il bagno nude nel fiume del paese.
L’uomo le denuncia al magistrato inquirente come sospette streghe, e le donne vengono quindi sottoposte a tortura proprio dall’implacabile inquisitore.
La devastante tortura costringe le donne a confessare l’adorazione del demonio, cosa naturalmente non vera; vengono così allestiti i roghi che, nelle intenzioni dell’inquisitore,dovranno purificare i loro corpi e le loro anime dalla presenza del maligno.
Nel frattempo Jean, lo spasimante di Catherine, viene ucciso a scopo di rapina mentre è in viaggio; Catherine, appresa la notizia, cade in una profonda depressione.
Una notte sogna il suo amante che le rivela di essere stato assassinato su commissione; Catherine, al risveglio, decide di scoprire chi sia il misterioso mandante e per far ciò non esita a contattare la potente strega Mabille, che in cambio di un patto con il diavolo, le promette potere e sopratutto vendetta.
Nel corso di un rito satanico, Catherine viene così iniziata al Maligno, non prima di aver steso un regolare patto scritto con lo stesso.
Il maligno le rivela l’identità del misterioso mandante della morte di Jean: si tratta nientemeno che del grande inquisitore in persona.
Catherine giura vendetta, e bella com’è ben presto entra nelle grazie dell’inquisitore, che seduce dannandolo in eterno.
I due diventano amanti, ma verranno scoperti e condannati al rogo; mentre Catherine morirà poco dignitosamente sul rogo urlano quando si renderà conto che il maligno non interviene per salvarla, l’inquisitore accetterà con serenità il suo destino, affrontando la morte con rassegnazione e con forte senso di espiazione.
Inquisicion, diretto e interpretato da Paul Naschy nel 1976 è un buon film, a cui manca veramente poco per essere definito ottimo.
Manca un senso del ritmo più serrato, per esempio, tipico del regista esperto che Naschy non è, manca in qualche modo la linearità del racconto, che a volte si attorciglia su se stesso.
Particolari di poco conto, però, perchè dietro il film si vede lo sforzo dell’attore regista di essere quanto più possibile fedele alla realtà storica; così assistiamo ad una rappresentazione abbastanza veritiera dei barbari usi dell’Inquisizione di utilizzare la tortura per estorcere improbabili confessioni di adorazione del demonio a gente che spesso aveva l’unica colpa di avere delle malattie mentali, o più semplicemente accusate e calunniate ingiustamente e perciò denunciate come streghe.
Denunce che finivano, nella stragrande maggioranza dei casi, con una confessione estorta al malcapitato di turno; era impossibile resistere ai tremendi sistemi e mezzi dell’Inquisizione, che si avvaleva anche del micidiale Malleus maleficarum, il martello delle streghe, scritto attorno al 1486 da due padri domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer.In esso si alternavano stravaganti metodi per individuare le streghe,si indicavano rimedi contro le fatture,si parlava della natura della stregoneria,del suo rapporto con il maligno.In realtà i due autori puntarono il dito,con sospetta malizia,sulla sfera sessuale dei presunti adepti streghe o negromanti che fossero.
La Chiesa,ufficialmente,non adottò mai questo testo,ma ufficiosamente la sua rilevanza fu decisiva.
Naschy quindi utilizza la realtà storica, il Malleus maleficarum, il processo alle streghe, la tortura, per denunciare il clima di intolleranza e persecuzione che fu tipico del periodo in cui agì la Santa Inquisizione, che di santo aveva in verità ben poco.
La tortura è mostrata nella sua brutalità, anche se va detto che maliziosamente l’attore spagnolo non esita a utilizzare qualche bella ragazza nuda per sollecitare ancor più l’interesse dello spettatore.
Il discorso inquisizione si fa ancor più interessante nei dialoghi tra lo stesso inquisitore, interpretato da Naschy e i vari notabili, discorsi nei quali si vede come la commistione fra realtà, superstizione,un malinteso senso della fede fossero una miscela altamente pericolosa per tutti coloro che deviavano dal cammino mostrato dalla Chiesa.
Il cast è adeguato al film, che resta drammatico per una buona parte, pur nella lentezza scelta e calcolata da Naschy per dare un senso di oppressione ancor più rilevante al tutto; eppure se la sua è una buona prova, riesce in questo caso ad essere più convincente come regista che come attore.
Il personaggio di Bernard de Fossey, l’inquisitore intransigente è reso con buona perizia, ma risulta un po stereotipato, quasi Naschy scegliesse di darne una visione tormentata interiormente da conflitti irrisolti.
Il risultato è che il suo personaggio appare statico e monocorde.
Molto meglio la bellissima Daniela Giordano, che interpreta Catherine, la donna che dannerà se stessa e l’inquisitore per vendetta ma non solo.
Il suo personaggio appare quello di una donna che agisce in preda a motivi abietti, come la sete di vendetta unita anche al desiderio di diventare potente.
Memorabile la sequenza della consacrazione al demonio, con lei rinchiusa in un pentacolo, completamente nuda mentre offre al signore degli inferi il teschio del suo amante, che ha staccato dal corpo appeso ad un albero, così come memorabile è il congresso satanico in cui satana stesso le appare con il volto dell’Inquisitore.
Bene anche Monica Randall, attrice di buon livello, catalana puro sangue nonostante il cognome inglese, così come lavora con buona professionalità il resto del cast.
Come dicevo prima, in questo film, a modesto parere, prevale più il regista Naschy invece che l’attore; è il primo film che dirige, e lo fa da consumato professionista utilizzando il nome Jacinto Molina.

Due modi diversi di affrontare la morte: la dignità di Bernard…..

…la paura di Catherine, consapevole che il diavolo non l’aiuterà
Da regista girerà altri 13 film, senza più raggiungere la freschezza e la fluidità di questo primo lavoro.
In ultimo, bella la location, così come di buon livello la fotografia, che rende decisamente realistico il film attraverso l’utilizzo di un’immagine vivida.
Inquisicion, un film di Paul Naschy (Jacinto Molina), con Paul Naschy, Daniela Giordano, Mónica Randall, Ricardo Merino, Tony Isbert, Julia Saly, Antonio Iranzo, Juan Luis Galiardo, Eduardo Calvo, Tota Alba, E. Maria Salerno, Eva León, Loli Tovar, Jenny O’Neil, Isabel Luque, Belén Cristino, Antonio Casas. Spagna 1976, Drammatico

“Le ferite non sanguinano: è una strega!”

Confessioni estorte con la tortura
Paul Naschy… Bernard de Fossey / Satana
Daniela Giordano …Catherine
Mónica Randall… Madeleine
Ricardo Merino… Nicolas Rodier
Tony Isbert… Pierre Burgot
Julia Saly… Elvire
Antonio Iranzo… Rénover
Juan Luis Galiardo… Jean Duprat
Eduardo Calvo… Émile
Tota Alba… Mabille
Eva León… Pierril Fillé
Regia soggetto e sceneggiatura: Jacinto Molina
Produzione: Ancla Century Films, Anubis Films
Distribuzione: Manga Films S.L., Sinister Cinema, Video City
Fotografia: Miguel Fernández Mila
Montaggio: Soledad López
Effetti speciali: Francisco García San José, Pablo Pérez
Scenografia: Gumersindo Andrés, Augusto Fenollar
Musiche: Máximo Barratas
«…Paul Naschy’s take on witch-hunting, and the period of the Inquisition that gave witch-hunters their greatest resources and rationale, is different, however. With his sympathies for villains made evident by the films he has scripted and starred in, Naschy makes his witch-hunting inquisitor, Bernard de Fossey, a more complex figure. Indeed, Naschy’s inquisitor emerges a sympathetic soul toward the end of the film, a victim of love and the machinations of a woman, a person of stubborn dedication unimpressed by feminine charms except for the one special woman who vanquishes his will and subverts his duty. Inquisition marked the first time that Paul Naschy directed a film, more out of necessity than anything else. Of course, he scripted and starred in the film as well. As usual, Naschy spent time researching his subject matter. The story is based on a factual occurrence in medieval France, in the region of Carcassone, where a magistrate fell in love with a suspected witch; the lovers wound up being burned at the stake. Naschy’s research doesn’t end here. As the film evolves we get an educational primer on the witchery and witch-hunters and Satanism through the characters’ dialogue. Exposition is buttressed by dimensional authenticity…».



















































































































































































































































