L’adolescente (di Alfonso Brescia)
Vito e Grazia, due siciliani, hanno in comune un obiettivo, sposarsi.
L’uomo perchè mira a trovare una donna possibilmente facoltosa, la donna perchè costretta dal padre a lavorare nella farmacia di famiglia senza possibilità di vivere la propria vita.
Così fatalmente Vito rivolge le sue attenzioni proprio sulla donna, che naturalmente accetta la corte dell’uomo, anche perchè legata ad un uomo sposato; Grazia spera così di essere libera di poter frequentare il suo amante.

Una splendida Daniela Giordano è Grazia
Dopo un incontro compromettente in un albergo,organizzato furbescamente dalla donna e conclusosi con uno scandalo (la donna esce completamente nuda per i corridoi dell’albergo) Vito è “costretto” a sposare Grazia , dopo che Don Salvatore,il padre, muore per un attacco cardiaco quando la donna racconta la sua avventura.
I novelli sposi così prendono a vivere insieme, ma lo sventurato Vito scopre ben presto che la moglie non ha alcuna intenzione di consumare il matrimonio, adducendo la scusa del trauma subito alla morte del padre.
Tuttavia i due riescono a trovare un modus vivendi accettabile; mentre Vito si consola con la bella segretaria del suocero, Grazia riprende la sua relazione con l’amante.
Un giorno,a casa dei due coniugi, arriva la nipote di Grazia, la bella Serenella.
Vito si ritrova così in casa un’autentica lolita che con molta malizia lo provoca in continuazione; la ragazza ha però un obiettivo ben preciso, ovvero scatenare uno scandalo in cui vengano coinvolti i due coniugi, in modo da poter ereditare i beni del defunto Don Salvatore.
Con delle manovre furbissime, la ragazza riesce a coinvolgere in uno scandalo i due coniugi, in un finale in cui tutti i protagonisti si ritrovano faccia a faccia, per la resa dei conti.
Al povero Vito non resta altro da fare che lasciare con le pive nel sacco la moglie e la casa in cui viveva.
L’adolescente, per la regia di Alfonso Brescia, è una commedia sexy del 1976, inquadrabile nel filone “parentale”, quello per intenderci a cui appartengono film come Peccati in famiglia, La nipote, Grazie nonna ecc.Un film senza nessuna dote particolare eccezion fatta per il cast di buon livello che vi partecipa; si va dalla splendida Daniela Giordano, che interpreta Grazia alla nipotina Sonia Viviani, volto d’angelo su corpo da peccatrice, che dà corpo al personaggio di Serenella, l’adolescente furba come una volpe; ancora, in un ruolo marginale, Dagmar Lassander, la segretaria del vecchio farmacista, Tuccio Musumeci, che interpreta lo scalognato Vito e infine Aldo Giuffrè, il maresciallo dei carabinieri del paese “dove non succede mai niente”e infine Malisa Longo, quasi irriconoscibile, nel ruolo della dottoressa femminista e lesbica Frau Marlene.
Basato su una trama scontatissima,L’adolescente gioca tutte le sue carte sulla presenza scenica delle belle protagoniste, nude quanto basta per dare un tocco di erotismo ad una vicenda senza alcun mordente o interesse.
Brescia, nelle cui corde sicuramente non c’era la commedia brillante, fatica non poco a dare interesse al film, che scivola malinconicamente tra battute scontate e situazioni già viste molte volte.
In sostanza, una commedia quasi indistinguibile dalla marea di altri prodotti che popolarono gli schermi negli anni settanta.
L’adolescente, un film di Alfonso Brescia. Con Tuccio Musumeci, Daniela Giordano , Sonia Viviani, Dagmar Lassander,Aldo Giuffré, Giacomo Furia, Malisa Longo, Maria Bosco
Commedia, durata 92 min. – Italia 1976.
Tuccio Musumeci -Vito Gnaula
Daniela Giordano- Grazia Serritella
Sonia Viviani-Serenella
Marcello Martana -Appuntato Bragadin
Giacomo Furia-Il notaio
Raffaele Sparanero -Antonio
Franca Scagnetti -Carmeluzza
Malisa Longo-Frau Marlene
Dagmar Lassander-Katia Solvj
Aldo Giuffrè-Maresciallo dei carabinieri
Regia: Alfonso Brescia
Sceneggiatura:Alfonso Brescia, Aldo Crudo,Aldo Crudo,Piero Regnoli
Musiche:Alessandro Alessandroni
Fotografia:Silvio Fraschetti
Montaggio:Liliana Serra
Art Direction:Mimmo Scavia

Curiosa commediaccia Anni Settanta, che alterna cose basse a cose non disprezzabili. Notevoli Musumeci e la stupenda Daniela Giordano (mai vista così brava), leziosa la Viviani, diabolicamente angelica. Ruolo cospicuo per la Scagnetti e apparizione per Giacomo Furia! Finché il film ha una sua originalità (i primi 30’) pare pure fresco, poi cala molto, perdendosi in ampie parentesi che paiono destinate solo al metraggio (nel duetto Giuffrè-Musumeci si notano la bravura dei due e la sostanziale inutilità del siparietto) e in deus ex machina assai improbabili. Guardabile.
È inutile girarci intorno: il soggetto viene dal celebre libro di Nabokov (forse più che dal film diretto da Kubrick), ma la sceneggiatura è firmata da Piero Regnoli e la regia da Alfonso Brescia con conseguenze non trascurabili sul piano dei contenuti, privati di ogni stimolo riflessivo. Per fortuna c’è Sonia Viviani (all’epoca appena maggiorenne), Serenella di nome e di fatto, attorniata da caratteristi di classe e da altre due notevoli bellezze (Malisa Longo e Dagmar Lassander). A patto di scollegare il cervello, ci si diverte parecchio.
Film curioso che punta tutto sulla bellissima Sonia Viviani (sfruttata poco dal nostro cinema a mio parere), allora diciottenne. Trama particolare, non è certamente un capolavoro ma non mi sento di stroncarlo. Contando poi la qualità delle commedie sexy di quegli anni… diciamo che una sufficienza piena ci sta.

Lara Wendel
Un talento precocissimo quello di Daniela Barnes, che cambierà poi il suo nome in Lara Wendel, quasi a rimarcare le sue origini tedesche; l’attrice infatti è nata il 29 marzo 1965 a Monaco di Baviera, in Germania.
Il suo volto particolare e sopratutto la sua capacità di saper calcare le scene con padronanza, unite alla fotogenia del volto la portano da presto a girare spot pubblicitari, spinta dalla madre Britta, che in Italia ha avuto un brevissimo momento di celebrità interpretando il film Roma di Federico Fellini.
Quella sua capacità di saper padroneggiare il volto,gli atteggiamenti già in tenera età la portano a ricoprire ruoli da bambina in alcuni film del genere giallo/thriller; è il caso di Mio caro assassino, il film d’esordio sullo schermo, girato nel 1972 da Tonino Valerii.
Il suo ruolo è quello di Stefania Moroni, la piccola che viene rapita e uccisa per una torbida storia di interessi; nel film usa ancora il suo nome e cognome anagrafico (Daniela Rachele Barnes), cosa che farà anche con i film successivi, in cui compare,il primo dei quali è nel ruolo di Rita Canali nel film La mala ordina, di Fernando Di Leo.
Nel film è la figlia di Luca Canali (Mario Adorf) un piccolo malavitoso a cui vengono uccise sia la moglie che la figlia, interpretata appunto dalla Wendel; nel successivo Girolimoni, il mostro di Roma, di Damiano Damiani, replica il ruolo di una bambina tedesca nel dramma dedicato allo sventurato Girolimoni, colpevole solo di essere uno scapolone impenitente accusato e imprigionato sotto l’infame accusa di essere il violentatore e uccisore di alcune bambine, in un’epoca buia come il ventennio fascista.

Lara in Tenebre di Dario Argento

Il film d’esordio, Mio caro assassino
Nel 1973 ha 8 anni; può ancora interpretare il ruolo della bambina e Silvio Narizzano le affida il personaggio di una piccola tedesca nel drammatico Senza ragione; ma è nel 1974 che trova finalmente spazio con il personaggio di Silvia, la bambina misteriosa che rappresenta l’alter ego della protagonista, la dottoressa Silvia che vede in questa misteriosa figura di bambina un riflesso di quello che era lei nell’infanzia.
Il film diretto da Barilli è Il profumo della signora in nero, un gioiello che le permette quindi di farsi notare, anche perchè ha avuto finalmente spazio.
Ma dovrà arrivare il 1977 perchè si torni a parlare dell’attrice, che con Maladolescenza diventa famosa, per la prima volta, con quello che sarà da allora in poi il suo nome d’arte, Lara Wendel.
E’ un film scandalo, Maladolescenza; perchè parla della sessualità nei ragazzini (la Wendel interpreta il ruolo di una dodicenne, in perfetto parallelo con la sua vera età), ma sopratutto perchè sono numerose le scene ad alto contenuto erotico nelle quali recita la giovanissima attrice.
Accanto a lei c’è anche la piccola Eva Jonesco, spinta dalla madre ad interpretare un ruolo scabrosissimo in cui sono numerose le scene di sesso, anche se simulate.

Lara con una giovanissima Nicole Kidman in Un’australiana a Roma
Il film, se da un lato dà immediatamente una gran visibilità all’attrice, finirà irrimediabilmente per marchiarla come attrice erotica: a contribuire in maniera determinante è anche l’aspetto della Wendel, che avrà sempre un volto da ragazzina, un’espressione quasi adolescenziale che l’accompagnerà per molti anni ancora.
Dopo aver recitato in L’amante proibita, 1978, un clamoroso flop nonostante il cast includesse attori del calibri di Michel Piccoli e Claudia Cardinale, nel 1979 arriva la scrittura per il ruolo di Mimmina nel film di Vancini Un dramma borghese.
Anche in questo caso Lara è alle prese con un personaggio scabroso, torbido; è infatti la figlia di un giornalista, che torna con il padre dopo la morte della madre, e che finirà per avere con quest’ultimo un rapporto a tratti morboso, comunque di profonda gelosia, che si concluderà in maniera drammatica.
Anche Samperi chiama la Wendel per il suo Ernesto (1979), in cui ricopre il doppio ruolo di Ilio e di Rachele, due fratelli che il protagonista, Ernesto, conosce casualmente e che finirà per impalmare la bella Rachele, coronando così il suo sogno di diventare qualcuno.
L’ultimo film del decennio settanta è Un’ombra nell’ombra, film altalenante di Pier Carpi; la Wendel interpreta nientemeno che la figlia del diavolo, nata da un incontro tra sua madre e il diavolo in persona, che alla fine del film, conscia dei suoi poteri, arriverà in taxi fino a Piazza San Pietro, pronta a sfidare il capo della cristianità.
Come più volte sottolineato nei precedenti articoli riguardanti il cinema degli anni ottanta, qualsiasi giudizio su di esso, sui suoi interpreti va mediato nei giudizi attraverso l’analisi di una componente essenziale, ovvero la crisi che investì il settore cinematografico, per colpa della sovra esposizione di film in tv ad opera delle neonate tv commerciali, che di fatto svuotarono i cinema a tutto favore della visione casalinga.

Con Eva Ionesco nel super censurato Maladolescenza
In contemporanea nascevano i primi sistemi di registrazione ad uso domestico, che portarono ancor di più ad un allontanamento del pubblico dalle sale; pertanto i prodotti cinematografici divennero quasi tutti legati a tematiche spesso banali.
In pratica solo il cinema americano continuava a sfornare film con puntualità , mentre il cinema italiano entrava in una crisi profonda.
La Wendel, come moltissime altre attrici, vide restringersi la possibilità di scegliere copioni, che spesso riguardavano opere pruriginose oppure legati a filoni ormai esauriti, come il gotico, l’horror e il thriller all’italiana.
La commedia sexy era ormai quasi completamente scomparsa o comunque viveva le sue ultime stagioni malinconicamente; giallo, thriller horror e poliziottesco avevano esaurito la loro funzione e di conseguenza tutte le produzioni cinematografiche vivevano ormai alla giornata, in attesa che il pubblico decidesse quali opere vedere decretando così il successo o l’insuccesso di un genere.
Nel 1980 Lara interpreta il ruolo di Desideria in Desideria: La vita interiore , di Gianni Barcelloni, accanto alla Sandrelli a Vittorio Mezzogiorno e ad una sconosciuta Lori Del Santo: il film tratto da un romanzo di Moravia si distingue più che altro per l’alto tasso di erotismo presente, e viene letteralmente stroncato dalla critica. Lei è Desideria, una ragazza allevata da una prostituta, che prima si ribella alla madre adottiva ma in seguito accetterà fatalmente di condividerne il destino.
Nel 1981 è sul set di Il falco e la colomba, opera di Fabrizio Lori, in cui interpreta una fotomodella che distruggerà la vita di un giovane destinato alla politica e che finirà suicida per poi lavorare in Identificazione di una donna di Antonioni.
In questo film ha un breve ruolo, quello di una ragazza anticonformista che il protagonista (Thomas Milian) incontra sul suo percorso alla ricerca di una donna da cui è affascinato.

Ancora bambina accanto a Mimsy Farmer in Il profumo della signora in nero
Siamo nel 1982, Lara ha soli 17 anni ma ha già alle spalle un nutrito mucchio di pellicole. Non è una star, ma è un’attrice conosciuta, sulla quale i registi possono contare sopratutto per affidarle parti da giovane candida oppure perversa, da adolescente in stile lolita o da tormentata donna in fiore. Come accennato, il cinema italiano non se la passa bene; come termine di raffronto basti pensare che solo 10 anni prima, nel 1972, arrivavano nelle sale italiane oltre 900 film, mentre nel 1982 vengono distribuite in Italia non più di 450 pellicole.
Piccola parte per lei anche in Tenebre di Dario Argento; interpreta Maria, la ragazza inseguita da un dobermann nella scena più famosa del film stesso.

Due fotogrammi da Identificazione di una donna
Vai alla grande,un film diretto da Samperi nel 1983,il film che gira successivaente, rappresenta un tentativo da parte di Lara di interpretare un ruolo meno drammatico dei precedenti. Lei è Helen, una ragazza tedesca con un passato oscuro da prostituta che provoca lo scompiglio tra i vitelloni di Rimini.
Altra commedia è il lavoro successivo, Fatto su misura, diretto nel 1984 da Francesco Laudadio.
Lara interpreta Lisa, una ragazza che decide di mettere a disposizione di una banca del seme il suo corpo per permettere a coppie sterili di adottare un figlio; la commedia, pur gradevole e con un buon cast, in cui è presente anche Ugo Tognazzi non ottiene molto successo.
Per due anni Lara rimane pressochè inattiva, almeno cinematograficamente; lavora in due serie televisive, I ragazzi di celluloide 2 e La piovra 2 (grande successo della Rai) per tornare al cinema nel 1985 con A me mi piace, film diretto e recitato da Montesano.
Nel 1986 lavora con Lamberto Bava nel mediocre Morirai a mezzanotte, un thriller senza acuti e nel 1987 fa da spalla ad una giovane e sconosciuta Nicole Kidman in Un’australiana a Roma, un film che visto lo scarso successo verrà proposto come tv movie.
Dopo la parte da protagonista in Killing birds – uccelli assassini di Claudio Lattanzi, un altro mediocre b movies eccola sul set del film di Fellini Intervista (lei è la sposa), ed ancora è la protagonista del tardo gotico I frati rossi, in cui è Ramona, una giovane pittrice che sposa un nobile ignorando che l’attende un terribile destino, che cambierà inaspettatamente nel finale.
I soggetti cinematografici che le propongono non la convincono e dopo il pessimo La casa 3, diretto da un Umberto Lenzi ormai in chiara crisi di idee, Lara compare solo in tre miniserie televisive,College (di gran successo), Aquile e in Requiem per voce e pianoforte.
Nel 1991 interpreta il suo ultimo film, La villa del venerdi, diretto da Mauro Bolognini su un soggetto di Moravia: lei è Louise, avventura di un uomo in crisi nel rapporto con sua moglie.
Da quel momento l’attrice tedesca si ritira dalle scene; continuerà però a lavorare in abito cinematografico, diventando produttrice e dedicandosi conteporaneamente al teatro, dopo essere ritornata a casa in Germania.
Aldilà della fama da ragazzina perversa che le venne cucita addosso per quel suo ruolo in Maladolescenza, che paradossalmente la vide lavorare più come vittima che come lolita nel film stesso, Lara Wendel ha saputo ricucirsi un suo ruolo ben definito in ambito cinematografico. Certo, l’essere uscita di scena a soli 26 anni, un’età in cui oggi ci si affaccia timidamente al mondo del cinema le ha impedito di mostrare tutto il suo talento in ruoli da adulta, da donna matura.
Viceversa, quasi tutte le sue intepretazioni hanno risentito proprio della sua giovane età, che l’ha in pratica costretta ad accettare sempre e soltanto ruoli da adolescente problematica, quando non da ninfetta seduttrice.
Personalmente trovo che la Wendel sia stata una buona interprete, molto espressiva; pur non essendo bellissima, aveva un volto molto espressivo, intenso. Una brava attrice, quindi, che oggi è stata rivalutata da molti critici suoi detrattori.

Un rarissimo fotogramma tratto dall’introvabile Un dramma borghese
La villa del venerdì
I frati rossi
La casa 3
Intervista
Killing birds – uccelli assassini
Un’australiana a Roma
Morirai a mezzanotte
A me mi piace
Fatto su misura
Vai alla grande
Tenebre
Identificazione di una donna
Il falco e la colomba
Desideria: La vita interiore
Un ombra nell’ombra
Ernesto
Un dramma borghese
L’ amante proibita
Maladolescenza
Il profumo della signora in nero
Senza ragione
Girolimoni, il mostro di Roma
La mala ordina
Mio caro assassino

L’attrice Britta Barnes, madre di Lara Wendel
Una delle ultime apparizioni di Lara in La piovra 2
Due fotogrammi tratti da Desideria, la vita interiore

Due fotogrammi da Il falco e la colomba
Due fotogrammi da I frati rossi
L’amante proibita
La casa 3
College
Peccati di gioventù
La bella Angela, figlia di un industriale rimasto vedovo, apprende con sgomento che il padre intende risposarsi con Irene; preoccupata dall’idea di ritrovarsi in casa una matrigna e contemporaneamente di dover rinunciare alla libertà di cui gode, inizia delle indagini sul passato della donna. Scopre così che Irene ha avuto una relazione saffica con una donna, che, travolta dallo scandalo seguito alla vicenda, scelse di suicidarsi.
Nonostante Irene le mostri simpatia e voglia di comunicare con lei, Angela ricorre ad un meschino espediente per allontanare la donna da suo padre. Organizza con l’amico/amante Sandro un tranello in cui far cadere la fragile Irene. La circuisce; forte del suo indiscutibile fascino. Ha con lei un incontro saffico su una spiaggia, ripreso fedelmente da Sandro, esperto di fotografia, con una potente macchina fotografica.
Nel frattempo l’atteggiamento di Angela cambia, ma è troppo tardi; Sandro, in difficoltà economiche, tenta un ricatto ai danni della sventurata Irene, che per la vergogna fugge in auto sulla costa.
L’evento avrà una conclusione tragica; l’auto sulla quale è Irene finisce giù per una scarpata, schiantandosi sugli scogli. Ad Angela, che ha tentato disperatamente di raggiungerla, non resta altro che osservare, con il volto pieno di lacrime, la terribile scena, proprio mentre si scatena un temporale estivo.
Silvio Amadio, regista del film datato 1975, torna a dirigere Gloria Guida in questo film che chiude un trittico dedicato alla “minorenne” attrice, protagonista del discreto Quell’età maliziosa (anch’esso contraddistinto da un finale tragico) girato nel 1974 e seguito da La minorenne del 1975.
La trama, venata di drammaticità, è ovviamente condita dagli immancabili nudi dell’attrice di Merano, che per una volta tenta la strada del film drammatico; il risultato è un prodotto passabile, un film in cui c’è un minimo di tensione e c’è una trama quasi convincente.
Girato in uno splendido scenario naturale, quello della Sardegna, il film mostra una buona fotografia, un cast tutto sommato all’altezza, in cui spicca la bella e malinconica Dagmar Lassander, la Irene che finirà tragicamente i suoi giorni dopo la scoperta che la figliastra ha partecipato ad un tentativo per ricattarla e anche per la vergogna di essere pubblicamente additata come lesbica.
Nel cast c’è anche Silvano Tranquilli, che fa il suo per i pochi minuti in cui è in scena; la parte del cattivo è affidata a Fred Robsham, più famoso per essere stato il marito dell’attrice Agostina Belli (conosciuta sul set della Sepolta viva) che per effettive doti artistiche personali.
L’attore è davvero la nota stonata del film; legnoso, inespressivo, toglie parte del fascino morboso del suo personaggio non sapendo esprimere altro che un volto sempre monocorde per tutta la durata del film.
Per quanto riguarda la Guida, va detto che il cinema drammatico non era nelle sue corde, nonostante la buona volontà che l’attrice mette nel dare consistenza al suo personaggio.
Tuttavia non scende sotto la sufficienza, e tanto basta.
Bene invece la Lassander, che da spessore al personaggio di Irene, la donna già provata tragicamente in passato e che si ritrova a scontare quel peccato di gioventù solo per aver accettato di sposare l’uomo che ama.
Il volto dell’attrice mostra mobilità, capacità di passare dal sorriso all’espressione triste, dalla “normalità” alla “straordinarietà”
Per quanto riguarda il resto, il film regge discretamente; il regista escogita anche un buon espediente per illustrare il rapporto saffico tra Irene e Angela, ricorrendo all’utilizzo di una serie di foto (in bianco e nero rigoroso) che saranno poi utilizzate dal viscido Sandro per il ricatto ai danni di Irene.
Un film dignitoso, che raggiunge la sufficienza; generalmente viene catalogato e liquidato sbrigativamente come classico esempio di commedia sexy, ma in realtà il film ha dei toni di drammaticità che con la commedia sexy hanno ben poco a che fare.
Peccati di gioventù, un film di Silvio Amadio. Con Dagmar Lassander, Gloria Guida, Silvano Tranquilli, Fred Robsham Drammatico, durata 90 min. – Italia 1975.
Gloria Guida è Angela Batrucchi
Dagmar Lassander è rene
Fred Robsahm è Sandro Romagnoli
Silvano Tranquilli Il Dottor Batrucchi , padre di Angela
Regia: Silvio Amadio
Sceneggiatura: Silvio Amadio,Roberto Natale
Prodotto da Marco Kusterman e Adriano Merkel
Musiche:Roberto Pregadio
Editing: Silvio Amadio
Art Direction Demofilo Fidani
Trucco: Pasqualina Bianchin, Teodora BrunoAngelo Roncaioli
Costumi: Mila Vitelli Valenza
Erika Blanc
Occhi magnetici, di quelli che affascinano in un volto dai lineamenti forti ma belli.
Un corpo da sirena, armonico anche se lontanissimo da quello di una pin up, curve morbide e sensuali.
Enrica Maria Colombatto, in arte Erika Blanc, è stata ed è tutt’oggi una delle attrici più versatili del cinema italiano, con all’attivo quasi un centinaio di apparizioni tra cinema e tv, quest’ultima privilegiata sopratutto negli ultimi anni.Erika, nata a Gargnano sul Garda (Brescia), nel luglio del 1942 ha esordito giovanissima con Tinto Brass nel 1964 con una parte nel film Il disco volante (ruolo che non compare nei credit). Secondo quanto da lei dichiarato in un’intervista per il documentario Eurotika, nella parte dedicata al cinema horror e thriller italiano, il suo approccio con il mondo del cinema stesso fu assolutamente casuale.
Notata per strada da un talent scout, venne immediatamente scritturata dalla De Laurentis; il che le cambiò la vita, visto che le aspirazioni della giovane Erica erano quelle di fare la moglie e la madre.

Il primo vero successo di Erika Blanc, Io Emmanuelle
Spinta da un’innegabile voglia di sperimentazione e sopratutto dal desiderio di viaggiare e conoscere nuovi posti, la Blanc accetta quindi altri ruoli cinematografici.
Così nel 1965 gira Agente 077 missione Bloody Mary,Colorado Charlie, Missione Lisbona,Agente S 03: Operazione Atlantide, utilizzando il nome di Erika Bianchi (o anche Erica senza il k); sono film minori, di un genere, quello di spionaggio, nato sull’onda lunga del successo dei primi film su 007 alias James Bond, il personaggio creato da Fleming e portato sullo schermo da Sean Connery.
Sempre nel 1965 compare nel suo primo film horror, La vendetta di Lady Morgan di Pupillo, un gotico non molto convincente in cui però la Blanc si mette in mostra nel personaggio di Lilian, cosa che le vale la scrittura nell’ottimo Operazione paura di Mario Bava, nel quale però, curiosamente il personaggio da lei interpretato, quello di Monica Schuftan è molto distante da quelli interpretati successivamente.
Il film di Bava, anche se girato in tre settimane, è di quelli che si ricordano e la sua parte, recitata al meglio, la rende ancora più visibile.
Nello stesso anno la Blanc gira Il terzo occhio, di Guerrini accanto a Franco Nero; nel film l’attrice interpreta il doppio ruolo di Laura / Daniela che sarà poi affidato a Cinzia Monreale nel remake che ne fece Massaccesi dal titolo Buoi Omega.
In questo film l’attrice compare con un altro pseudonimo, Diana Sullivan; è un periodo molto impegnativo per la Blanc, che cerca di sfruttare il buon momento del cinema italiano.
Essendo piuttosto versatile, partecipa a diversi film di svariati generi cinematografici, etichettati con poco acume da alcuni critici come B movie.
Un’etichetta che è stata appiccicata a molte attrici, quasi che l’aver partecipato a film non degni (secondo i soloni della critica, s’intende) nemmeno di una visione sia da considerare quasi una macchia indelebile.
Dimenticando che la stragrande maggioranza dei grandi attori del cinema italiano, a cominciare da Totò passando per Gassman, Sordi, la Vitti, la Loren ecc. si è fatta le ossa proprio con film girati spesso in economia, ma con tanta buona volontà da parte di un nugolo di registi, spesso molto capaci e in grado di competere con i registi più incensati come Fellini, Antonioni ecc.
Tra i lavori di questi anni si segnalano il drammatico Le spie uccidono in silenzio (1966) di Mario Caiano, il western di De Martino Django spara per primo (1966) nel ruolo di Lucy,Un milione di dollari per sette assassini (1966) di Lenzi.

Erika Blanc in Operazione paura di Mario Bava
Seguono una sfilza di film poco importanti, poi nel 1968 ecco arrivare Spara, Gringo, spara di Corbucci e sopratutto un ottimo successo sia di pubblico che di critica, Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? che la Blanc interpreta in un piccolo ruolo accanto alla coppia Sordi-Blier alla ricerca del cognato (nel film) di Sordi, Manfredi.
Il suo è un ruolo breve, quello della stranita Geneviève, ma recitato con bravura.
Così nel 1969 l’attrice è pronta per un ruolo da assoluta protagonista; Cesare Canevari la dirige in Io Emmanuelle, su soggetto della Arsan, molto in anticipo sul film interpretato poi da Sylvia Kristel.

Sensualissima in La notte che Evelyn uscì dalla tomba
Il film è molto brutto e presuntuoso, e si salva solo per la ottima recitazione della Blanc che regge praticamente da sola un film che non presenta alcun elemento di interesse.
Ben più importante è Cosi dolce così perversa di Lenzi, girato nello stesso anno accanto alla star americana Carroll Baker; il film mostra una Blanc davvero bella e sensuale, e sopratutto in grado di affrontare anche ruoli impegnativi.
Gli anni 70 rappresentano la consacrazione e un periodo di intenso lavoro; si parte dal 1970 con Con quale amore con quanto amore di Festa Campanile, girato accanto alla Spaak.

La Blanc in La lunga mano del padrino
Un altro ruolo di contorno, quello di Zora, donna all’apparenza forte e disinibita per passare ad un horror che la rende decisamente popolare, La terrificante notte del demonio, film distribuito con più titoli in cui la Blanc, truccata in maniera tale da apparire davvero una creatura demoniaca, recita una parte molto credibile che diverrà con il passare degli anni un autentico cult per i fans dell’attrice stessa.
Nel 1971, anno decisamente importante per lei, dopo La casa delle mele mature di Tosini arriva il personaggio di Susie in La notte che Evelyn uscì dalla tomba, diretto da Emilio Miraglia che rappresenta la fusione di più generi, gotico, horror,thriller, in cui ancora una volta ha un ruolo da cattivona, seguito da L’uomo più velenoso del cobra di Bitto Albertini, un altro lusinghiero successo.
Sono anni d’oro, per il cinema italiano, che mostra un’invidiabile salute ma sopratutto mostra anche tante idee, voglia di creare; il pubblico risponde bene, anche perchè la tv ha ancora solo due canali, e il cinema rappresenta ancora il vettore di svago più importante.
La Blanc, grazie alle sue doti peculiari già descritte e sopratutto grazie anche alla capacità di poter interpretare tutti i ruoli cinematografici, dal comico al drammatico, lavora con sempre maggiore alacrità; arrivano così
il western Il suo nome era Pot, di Demofilo Fidani e Dandolo, L’amico del padrino di Agrama,poi I senza Dio di Roberto Bianchi Montero, un altro western.

Un raro fotogramma tratto da La portiera nuda
Il desiderio principale della Blanc era viaggiare e viene accontentata; le varie produzioni la portano spesso in giro per il mondo, sopratutto in Turchia.
C’è un aneddoto,raccontato dall’attrice, che la vede protagonista di una precipitosa fuga da un albergo perchè la produzione del film che interpretava la lasciò senza soldi, con conseguenze immaginabili.
Nel 1972 interpreta al fianco di Orchidea De Santis il personaggio di Azzurra in Amore e morte nel giardino degli dei di Scavolini; il film è un piccolo gioiello, anche interpretativo, ma non ebbe il successo che meritava, nonostante un ottimo plot e le belle prove delle due artiste protagoniste.
Intanto la commedia sexy esplode come fenomeno cinematografico e la Blanc interpreta alcuni film del filone; entra nel cast di Bruna, formosa, cerca superdotato per tango a Milano di Alberto Cardone, un brutto film nel quale recita accanto ad un’altra star della commedia sexy, Femi Benussi, storia incentrata sulle squallide avventure di un playboy di provincia che fa credere di essere un grande seduttore.

Erica Blanc in Cosi dolce, così perversa, di Lenzi (nel fotogramma, alle spalle Jean Luis Trintignant)
Un tantino migliore è invece il film di Nando Cicero Bella, ricca, lieve difetto fisico cerca anima gemella, nel quale è la moglie di un tipo che seduce donne con problemi fisici per sbarcare il lunario, ma che alla fine verrà tradito proprio da Rosaria (il personaggio interpretato dalla Blanc) con una splendida modella (Marisa Mell) che non è una donna, ma un uomo.
Con Peter Lee Lawrence, lo sfortunato attore destinato poi a morire giovanissimo per un cancro al cervello interpreta Giorni d’amore sul filo di una lama, di Giuseppe Pellegrini e sempre nel 1973 lavora, sull’onda del successo riscosso dai decamerotici, in una storia boccaccesca, Primo tango a Roma – Storia d’amore e d’alchimia, che si segnala principalmente per una sequenza di nudo in cui la Blanc mostra uno splendore fisico davvero invidiabile.

La terrificante notte del demonio
Il ruolo successivo è quello di una prostituta picchiata dal suo pappone nell’ottimo Tony Arzenta, di Duccio Tessari, girato accanto a Delon, storia drammatica di un ex killer che cerca inutilmente di uscire dal giro e che finirà ammazzato davanti ad una chiesa. Non è un ruolo importante, tuttavia funziona da passepartout, come lettera di presentazione.
Dopo un parte in La porta sul buio, due produzioni spagnole El juego del adulterio di Joaquín Luis Romero Marchent e El kárate, el Colt y el impostor di Antonio Margheriti, western interpretato accanto al mitico Lee Van Cleef.Siamo nel 1974, epoca di massimo fulgore dell’industria cinematografica, la Blanc lavora con Naschy in Una libélula para cada muerto, in L’ammazzatina di Ignazio Dolce e in Bello come un arcangelo, accanto a Buzzanca, attore che girava film a ripetizione dopo il successo di Il merlo maschio.
Nel 1975 la Blanc ha 32 anni; è una donna molto bella, ha fascino, nell’ambiente cinematografico è molto stimata. Ha un legame forte con il compagno della sua vita, l’attore Alberto Lionello, con il quale formerà poi anche un sodalizio artistico in ambito teatrale.

Con quale amore, con quanto amore
Rallenta inevitabilmente la sua attività cinematografica, compare in un memorabile servizio fotografico senza veli per una nota rivista riservata ai soli uomini, in cui mostra un fisico mozzafiato.
I film degli anni 1975,76 e 77 sono davvero poca cosa; la Blanc interpreta Il domestico, accanto ad un Buzzanca ormai replica di se stesso, in seguito lo squallido Giochi erotici di una famiglia per bene diretto da Francesco Degli Espinosa su soggetto dell’ineffabile Polselli,il mediocre La padrona è servita, nel ruolo di una donna dai robusti appetiti sessuali che tenta di sedurre il figlio di un industriale volgarotto che ha affittato un’ala della villa di famiglia,La portiera nuda di Cozzi e il discreto L’Amantide, dramma famigliare in cui è la moglie di un libertino finito sulla sedia a rotelle, diretto da Amasi Damiani.
L’unico film degno di nota di questo periodo è Attenti al buffone, di Bevilacqua, girato accanto a Manfredi, alla Melato e a Eli Wallach.
Il ruolo della Blanc è davvero ridotto, interpreta infatti una prostituta che partecipa ad una penosa orgia con degli ex fascisti radunati a casa di Wallach, anche lui ex gerarca.
Progressivamente, abbandona il cinema anche se compare ancora in un cameo nel film a episodi Io tigro tu tigri egli tigra, ultimo film degli anni settanta girato dall’attrice.
La Blanc lavorerà d’ora in poi in teatro, anche se comparirà in qualche film, sporadicamente: si tratta di Pourvoir, di Patrice Enard (1981), poi nel ruolo della moglie di Merola in Carcerato, regia di Alfonso Brescia, in Mak pigreco 100, un terrificante esempio di cinema italiano di fine anni 80, periodo in cui la crisi dello stesso è acutissima e appare quasi irreversibile.
Da quel momento la Blanc comparirà in importanti produzioni televisive e sopratutto in film di ottimo livello, a cominciare dallo splendido Le fate ignoranti di Ozpetek, passando per Il più crudele dei giorni (2003), film diretto da Ferdinando Vicentini Orgnani dedicato ad Ilaria Alpi, la giornalista uccisa in una vicenda dai confini poco chiari in Somalia e in Cuore sacro, sempre diretta da Ozpetek.
Riusciranno i nostri eroi…
In questo film una intensa e bravissima Blanc interpreta la mamma della giornalista; non contenta, appare anche in produzioni tv di ottima fattura come le fiction Lo zio d’America 2,Fratelli,Carabinieri.
Attrice e donna anticonformista, la Blanc ha attraversato 40 anni di cinema ritagliandosi un posto importante, anche se misconosciuto da alcuni critici; va detto però che le nuove generazioni degli stessi la apprezzano oggi proprio per quella personalità carismatica, quella capacità di trasmettere emozioni nonostante l’attrice sia ormai sulla soglia dei 70 anni.
Continua a fumare la pipa, è ancora una donna dal gran fascino, anche se con vezzo tipicamente femminile, tende a rimarcare la sua età.
Una donna dal gran fascino, che conserva ancora oggi un mucchio di fans che la ricordano con affetto per il suo passato e che ne ha acquisito di nuovi, sopratutto tra i giovani, molti dei quali nati ben dopo il periodo di massimo fuglore della sua carriera.

Tony Arzenta (di spalle, Alain Delon)

La rossa dalla pelle che scotta
Le fate ignoranti
Con Lando Buzzanca in Il domestico

Giorni d’amore sul filo di una lama
Un milione di dollari per sette assassini
Primo tango a Roma
L’amico del padrino
L’amantide
La vendetta è il mio perdono
La padrona è servita
Giorni d’amore sul filo di una lama
Giochi erotici di una famiglia perbene
Gangster per un massacro
Django spara per primo
Sartana,vendi la pistola e comprati la bara
Amore e morte nel giardino degli dei
Una vacanza estrema
La portiera nuda
La vendetta di Lady Morgan
Operazione paura
Sette volte sette
La porta sul buio
La più grande rapina del West
Gangsters per un massacro
Bello come un arcangelo
Bella ricca lieve difetto fisico cerca anima gemella
Le streghe nere
Mille dollari sul nero
La visita
La porta sul buio
Il disordine sul cuore
Due contro due
Le spie uccidono in silenzio
L’ammazzatina
Bruna,formosa cerca superdotato
Testa di sbarco per otto implacabili
Una sera in casa Usher (serie Tv)
Tecnica di una spia
I senza Dio
Deguejo
Il magnifico Toni Carrera
L’uomo dal pugno d’oro
Agente S03 Operazione Atlantide

L’attrice in un’intervista realizzata per Eurotika!
Agente A77 missione Bloody Mary, regia di Sergio Grieco (1965)
Da 077: intrigo a Lisbona, regia di Tullio De Micheli (1965)
La vendetta di Lady Morgan, regia di Massimo Pupillo (1965)
Agente S03 operazione Atlantide, regia di Domenico Paolella (1965)
Colorado Charlie, regia di Roberto Mauri (1965)
Deguejo, regia di Giuseppe Vari (1965)
Django spara per primo, regia di Alberto De Martino (1966)
L’uomo dal pugno d’oro, regia di Jaime Jesus Balcazar (1966)
Operazione paura, regia di Mario Bava (1966)
Le spie uccidono in silenzio, regia di Mario Caiano (1966)
Tecnica di una spia, regia di Franco Prosperi (1966)
Un milione di dollari per sette assassini, regia di Umberto Lenzi (1966)
1000 dollari sul nero, regia di Alberto Cardone (1966)
Gangster per un massacro, regia di Gianfranco Parolini (1967)
Per 50.000 maledetti dollari, regia di Juan De La Loma (1967)
La più grande rapina del West, regia di Maurizio Lucidi (1967)
Tom Dollar, regia di Marcello Ciorciolini (1967)
La vendetta è il mio perdono, regia di Roberto Mauri (1967)
Il magnifico Tony Carrera, regia di Juan De La Loma (1968)
Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il diamante più grande del mondo? (1968)
Sette volte sette, regia di Michele Lupo (1968)
Spara, gringo spara!, regia di Bruno Corbucci (1968)
Summit, regia di Giorgio Bontempi (1968)
Testa da sbarco per otto implacabili, regia di Alfonso Brescia (1968)
Con quale amore, con quanto amore, regia di Pasquale Festa Campanile (1969)
Così dolce… così perversa, regia di Umberto Lenzi (1969)
Io, Emanuelle, regia di Carlo Canevari (1969)
La casa delle mele mature, regia di Piero Tosini (1970)
L’uomo più velenoso del cobra, regia di Adalberto Albertini (1970)
La notte che Evelyn uscì dalla tomba, regia di Emilio P. Miraglia (1971)
La mano lunga del padrino, regia di Nando Bonomi (1971)
La terrificante notte del demonio, regia di Jean Brismè (1971)
La rossa dalla pelle che scotta, regia di Renzo Russo (1972)
I senza Dio, regia di Roberto Bianchi Montero (1972)
Tony Arzenta, regia di Duccio Tessari (1973)
Bella, ricca, lieve difetto fisico, cerca anima gemella, regia di Nando Cicero (1973)
Giorni d’amore sul filo di una lama, regia di Glauco Pellegrini (1973)
Primo tango a Roma, regia di E Gicca Palli (1973)
Il giustiziere sfida la polizia, regia di L Klimowsky (1973)
Le streghe nere, regia di A Hoven (1973)
Amore e morte nel giardino degli dei, regia di Sauro Scavolini (1974)
Il domestico, regia di Luigi Filippo D’Amico (1974)
I figli di nessuno, regia di Bruno Gaburro (1974)
Là dove non batte il sole, regia di Antonio Margheriti (1974)
Bello come un arcangelo, regia di Alfredo Giannetti (1974)
L’ammazzatina, regia di Ignazio Dolce (1975)
Giochi erotici di una famiglia per bene, regia di Francesco Degli Espinosa (1975)
La portiera nuda, regia di Luigi Cozzi (1975)
L’amantide, regia di Amasi Damiani (1976)
L’amico del padrino, regia di Frank Agrama (1976)
Attenti al buffone, regia di Alberto Bevilacqua (1976)
La padrona è servita, regia di Mario Lanfranchi (1976)
Io tigro, tu tigri, egli tigra, regia di Giorgio Capitani (1978)
Carcerato, regia di Alfonso Brescia (1981)
Pourvoir jeunes filles à vendre, regia di Pierre Euard (1981)
Sogno di una notte d’estate, regia di Gabriele Salvatores (1983)
Mak p 100, regia di Antonio Bido (1987)
Body Puzzle, regia di Lamberto Bava (1992)
Voci, regia di Franco Giraldi (2001)
Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni, regia di Ferdinando Vicentini Orgnani (2002)
Le fate ignoranti, regia di Ferzan Opztek (2001)
Francesco (2002)
Poco più di un anno fa-Diario di un pornodivo (2003)
Cuore sacro (2005)
Una sconfinata giovinezza (2010)
Cappuccetto rosso
Come i lettori più attenti del mio blog sanno, generalmente non mi occupo di cinema contemporaneo, per la più volte citata legge sul copyright dei fotogrammi.
La dovuta e necessaria eccezione è rappresentata da un film breve, quasi un cortometraggio, di un giovane e talentuoso regista pugliese, Stefano Simone.
Cappuccetto rosso, tratto da un romanzo di Gordiano Lupi, rappresenta una ottima prova del giovane regista, capace di utilizzare gli scarsi mezzi a disposizione ricavando, dal romanzo stesso, una fiaba nera in cui i personaggi ribaltano completamente i ruoli canonici della fiaba a cui fa riferimento il film.
Cappuccetto rosso non è più la tenera e sperduta ragazzina che attraversa il bosco per andare a trovare la nonna, ma è un giovane all’apparenza ingenuo come la ragazzina, che si imbatte non nel lupo ma in una spietata killer.
Il ribaltamento della storia ha già qualche motivo di interesse e Simone ripercorre la storia dandole il giusto pathos, utilizzando cioè quello che più serve ad un giovane regista, ovvero la fantasia, l’intelligenza di capire come coinvolgere lo spettatore e sopratutto mostrando una buona conoscenza della macchina da presa.
Il risultato è sicuramente di buon livello, sempre considerando il fatto che lo scarso budget ha costretto il giovane autore all’utilizzo di attori amatoriali, all’utilizzo di effetti artigianali e via dicendo.
Ma quello che conta oggi è l’idea di fare un cinema in cui ci sia la capacità di attrarre lo spettatore senza utilizzare mirabolanti effetti o nomi di cartello; Stefano Simone ci riesce, e vien da chiedersi cosa avrebbe ottenuto se avesse avuto alle spalle i finanziatori dei film di celebrati autori, per intenderci quelli dei cinepanettoni, un’autentica offesa all’intelligenza degli spettatori.
Il cinema italiano risente proprio di questi problemi; qualche anno addietro venne proposto (qualcuno certamente ricorderà) il film Mutande pazze, finanziato dai contribuenti italiani,alla resa dei conti un’autentica presa per i fondelli, in cui venne sperperato denaro che avrebbe potuto aiutare registi come Simone ad emergere e farsi notare. E’ una vecchia storia, ahimè, che sembra ripetersi con puntualità.
La crisi economica poi non aiuta certo i giovani volenterosi come il nostro Stefano a mostrare le loro qualità, anzi; i produttori non rischiano più nulla, preferendo la sicurezza dellepappine preconfezionate tipiche del cinema dei Vanzina, Parenti ecc.
Nihil sub soli novi.
Tra le cose che ho apprezzato maggiormente nel film di Simone c’è il sapiente utilizzo di una soundtrack molto efficace, unita alla capacità dello stesso di mantenere il ritmo ad un livello accettabile.
Ovviamente il prodotto finale risulta penalizzato oltre modo dalla recitazione, ma come già detto senza soldi è davvero problematico ricavare un prodotto eccelso.
Simpatica anche l’idea da parte di Stefano di rendere tributo a 3 grandi della cinematografia italiana, ingiustamente relegati fra gli autori di B movies o di cinema di genere come Fulci, Massaccesi e Bava: generalmente il tributo arriva sempre nei titoli di coda, sopratutto alla fine.
Stefano per evitare il solito problema della scarsa lettura degli stessi anticipa le cose, sicuramente anche per esaltare quelli che sono i maestri a cui si ispira.
Un giovane con ottime doti, quindi; attendiamolo con fiducia alle prese con storie più complesse e sopratutto con mezzi adeguati.In ultimo una breve citazione per l’autore della storia breve, Gordiano Lupi, il cui racconto tratto da Cattive storie di provincia costituisce la parte fondamentale del film.
II critico cinematografico e scrittore, oltre che editore, ha sempre la capacità di dire cose semplici con parole semplici, il che oggi è merce rara.
Un bel duo, rien a dir, quello composto da Simone e Lupi, che vorrei rivedere all’opera.
Cappuccetto rosso, un film di Stefano Simone, con Luca Peracino, Soraia Di Fazio, Sara Ronco, Andrea Zamburlin, Giovanni Pipia-Horror- Italia 2009
Regia: Stefano Simone
Produzione: Foglio Cinema
Sceneggiatura: Emanuele Mattana
Musiche: Luca Auriemma
Fotografia e montaggio: Stefano Simone

La moglie in bianco, l’amante al pepe
Peppino Patanè, dentista e Barone, tipico esempio di galletto ruspante di mezz’età, si barcamena tra la moglie, cicciottella e stranita e la splendida amante Anna Maria.
La sua pacifica vita da gaudente viene stravolta dall’arrivo del figlio Gianluca, che si presenta alla stazione del paese dove Patanè vive, vestito di rosa e con tanto di orecchino (siamo nel 1980).
Ben presto al barone e a suo padre, ormai anziano e in punta di morte, sorgono molti dubbi sulla virilità del giovane, aggravati dalla sua passione per il culturismo. La morte del padre di Peppino sconvolge la famiglia, non per il dolore, ma per il testamento che l’anziano lascia.
Secondo le sue disposizioni, infatti, affinchè la famiglia Patanè possa ereditare il patrimonio Gianluca deve avere un figlio entro 12 mesi dalla morte del nonno.
Peppino cerca di mettere alla prova la virilità del figlio, facendolo incontrare con la sua amante Anna Maria, senza esito.
Occorre quindi trovare una moglie al giovane e il caso arriva in aiuto del barone. Un sacerdote suo amico ha una nipote, Sonia, una ragazza dal passato turbolento; la donna, mimetizzata sotto occhiali spessi e un vestito castigato si rivelerà una splendida fanciulla, fisicamente esplosiva.
Alla fine Sonia e Gianluca arriveranno alle nozze e daranno alla luce il tanto sospirato erede maschio, chiamato Calogero.
Tutto sembra funzionare per il meglio, ma il giorno della presentazione al paese del bimbo, mentre tutta la famiglia è festante sul balcone con il paese radunato sotto ad applaudire, si vede Gianluca mandare un bacio furtivo ad un suo amico culturista.
La moglie in bianco l’amante al pepe, regia di Michele Massimo Tarantini (al soggetto ci si sono messi in 4 a lavorare!) è la più classica delle commedie sexy del periodo a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta (Il film è datato 1980); il canovaccio è quello ormai tradizionale del fertile filone famigliare, ovvero il padre mandrillo, il figlio imbranato, l’amante bellissima con la moglie ovviamente tutt’altro che appetibile e in mezzo stravaganti e improbabili amorazzi, tradimenti, fughe precipitose da camere da letto.
Questa volta il prorompente Lino Banfi, che replica per l’ennesima volta il ruolo del marito fedifrago è alle prese con un figlio (interpretato malamente dall’inespressivo Javier Viñas) sospettato, con buona ragione, di essere gay. Attorno a questo trito e abusato punto fermo, si sviluppa una commedia con rari sprazzi di comicità, affidata più all’estemporanea capacità dell’attore pugliese di far ridere grazie al suo campionario di gag che ad altro.
Non fosse per la presenza della splendida (anche se vistosamente in là con gli anni) Susan Scott/Nieves Navarro e per le superbe doti fisiche di Pamela Prati, davvero ci sarebbe ben poco da commentare.
La storia è sempre la stessa e mette assieme luoghi comuni (il meridionale che deve assolutamente far sfoggio di virilità) e battute da trivio, natiche e seni in primo piano e le solite scene girate in camere da letto di anonimi alberghi, luoghi di convegno sei soliti immancabili adulteri.
Tutto già visto altre volte, quindi.
Cambia solo la protagonista femminile, che questa volta è la scarsamente (quasi nulla) espressiva Pamela prati, impegnata però a far sfoggio di un fisico davvero superbo.
Nel cast figura,anche se in una particina davvero marginale, Ria De Simone, mentre alla Scott è affidato il ruolo dell’amante di Peppino Patanè, che l’attrice spagnola ricopre con la consueta abilità.
Filmetto di grana grossa, con qualche sprazzo comico (limitatissimo) che suscita ilarità.
La moglie in bianco… l’amante al pepe,un film di Michele Massimo Tarantini. Con Lino Banfi, Pamela Prati, Marina Porcel, Raf Baldassarre,Bruno Minniti,Susan Scott,Ria De Simone
Commedia, durata 85 min. – Italia, Spagna 1980.
Lino Banfi: Giuseppe ‘Peppino’ Patanè / Calogero Patanè
Pamela Prati: Sonia
Marisa Porcel: moglie di Peppino Patanè
Javier Viñas: Gianluca, figlio di Peppino Patanè
Ria De Simone: sorella di Peppino Patanè
Susan Scott: amante di Peppino Patanè
Toni Ucci: Zio Cosimo

Regia: Michele Massimo Tarantini
Soggetto: Luciano Martino, Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura: Giorgio Mariuzzo, Bruno Di Geronimo, José Vicente Puente, Michele Massimo Tarantini
Musiche: Sereno De Sutti
Editing: Alberto Moriani
Costuni: Elio Micheli

Nel suo periodo di massimo fulgore cinematografico Lino Banfì girò moltissimi film dalle alterne fortune commerciali ma dal simile (limitato) spessore cinematografico. Questa pellicola si inserisce ottimamente nel filone erotico-pecoreccio in cui eccelse l’attore pugliese ma è nel complesso una delle meno divertenti: situazioni comiche riciclate da innumerevoli film precedenti, battute poco divertenti e cast (a parte Banfi) decisamente debole.
La carenza di una vera “star” femminile (debutto ufficiale per Pamela Prati, vero nome Paola Pireddu) viene aggirata con l’escamotage di affiancarle un “fisico” dignitoso come quello della Navarro (aka Susan Scott), che non mostra -per fortuna virile- particolari inibizioni al momento di rimuovere vestiti (pur attillati). Banfi ormai è lanciato in soggetti cretini (forse neanche sceneggiati) e tira fuori il meglio dell’improvvisazione da cabaret. La musica, sempre presente, non risolleva il clima di mestìzia che alberga nell’intero film.
Da parte mia è di culto as-so-lu-to. Banfi recita la parte del barone Patané talmente sopra le righe da farlo diventare uno dei suoi ruoli più divertenti. Anzi, il ruolo è doppio visto che nella prima parte lo vediamo anche nei panni del nonno sporcaccione. Certo tecnicamente si è visto di meglio, anche restando nella filmografia di Michele Massimo Tarantini, ma la storia è perfetta per le corde del comico barese ed il film guadagna punti su punti. Imbambolata ma da sturbo l’esordiente Pamela Prati, che non avrà mai grande fortuna col cinema.
Ma basta!!! Al miliardesimo film-pochade all’italiana Banfi ha chiarito essere un attore dal repertorio limitatissimo. Anche Totò faceva brutti film ma nonostante ciò era un genio. Quindi la giustificazione che Banfi era costretto da copioni beceri non regge. Questo, coproduzione spagnola con una starlet così poco memorabile come la Prati (sembra un trans), è tra i meno riusciti di un universo cinematografico che oggi sembra così poco politically correct ma che all’epoca era solo volgare. Nieves Navarro solleva la desolante situazione tette-culo.
Un Banfi scatenato così non lo avevamo mai visto: un susseguirsi di urla, gestacci, versi in pieno stile “banfesco” fanno da cornice a questa classica commedia degli equivoci (se così vogliamo chiamarla). C’è una giovane Pamela Prati (alla faccia a quelli che dicevano che era un travestito) e un nonnino che non è altro che Banfi sulla sedia a rotelle. Forse uno dei migliori film diretti da Tarantini.
Immacolata e Concetta, l’altra gelosia
Storie parallele di due donne, che finiranno per incrociare e condividere i destini delle loro vite.
La prima, Immacolata, sposata ad un uomo rozzo e madre di una ragazzina, ha una macelleria ma se la passa male. Per fronteggiare la difficile situazione economica, accetta le avance e la corte di un camorrista di piccolo taglio, Ciro Pappalardo, a cui un giorno porta una ragazzina orfana adottata da una vicina. Immacolata cerca di spingere la ragazza tra le braccia di Ciro, ma viene sorpresa proprio nel momento in cui la ragazza sta per avere un rapporto orale con l’uomo. Immacolata finisce così in prigione. Parallelamente, si svolge la vicenda di Concetta, una bracciante omosessuale, legata alla moglie di un contadino.
L’uomo affronta Concetta intimandole di porre fine alla relazione, ma la donna reagisce sparando e ferendo l’uomo ad un braccio. Anche lei finisce in prigione.
Tempo dopo vediamo Immacolata in una squallida camera di una pensione; è in attesa di Concetta, che ha conosciuto in carcere e con la quale ha intrecciato un’amicizia particolare.
Tra le donne sboccia un amore passionale, che ben presto finisce sotto gli occhi di tutti; siamo in un piccolo centro dell’entroterra napoletano e la relazione scandalosa non può certo passare inosservata.
Ma Immacolata, sfidando i pregiudizi di tutti, porta Concetta a vivere con se, allontando nel contempo il marito, forte del fatto di essere l’intestataria sia della casa in cui vive sia della macelleria.
La vicenda diventa ancor più drammatica il giorno in cui la figlia di Immacolata, in seguito ad un incidente, rimane menomata.

Marcella Michelangeli è Concetta
La donna, per far fronte alla malattia della figlia, accetta nuovamente la corte di Ciro, che le promette in cambio di intestarle una macelleria a Napoli dividendo i guadagni al 50%; ciò provoca la gelosia di Concetta, che però per qualche tempo sembra disposta a dividere la sua amante con l’uomo.
Ma Immacolata, che ama Concetta ma che ha anche una sessualtà “normale” in cui sente il bisogno di un uomo, resta incinta durante uno degli incontri con Ciro.
Concetta a questo punto, sicura che prima o poi la donna la abbandonerà, uccide a colpi di bastone Immacolata.
Film drammaticamente incentrato sul tema della diversità, ma non solo, Immacolata e Concetta l’altra gelosia affronta con coraggio tematiche scottanti, come l’amore lesbico tra le due protagoniste inserito in un ambiente apparentemente degradato, almeno a livello culturale.
Le due donne protagoniste del dramma vivono in piccoli centri, quelli in cui le vite degli altri sono espsote ad una specie di effetto “lente di ingrandimento”, dove tutti i fatti, le esperienze, dove la stessa vita è controllata e giudicata dalla morale comune.
Così la relazione “scandalosa” tra le protagoniste finisce per diventare argomento di discussione; Immacolata cerca di sottrarsi a questa consuetudine portando la sua amante in casa, scacciando il marito rozzo e brutale, ma finisce per soccombere ad una sorta di nemesi che si accanisce sulla sua vita e su quella di Concetta, di per se abbastanza tribolate sia per l’umiltà dei mestieri che svolgono sia per le condizioni in cui vivono.
Le due personalità delle protagoniste sembrano essere al tempo stesso complementari ma estremamente divergenti; a cominciare dalla loro diversità sessuale.
Mentre Concetta è manifestamente lesbica, tanto da aver interrotto la sua relazione precedente sparando al marito della sua amante, Immacolata scopre di essere attratta dall’amica/amante anche sessualmente, non rinunciando però alla sessualità tradizionale.
C’è un passo fondamentale del film in cui Immacolata è a letto con Concetta e le dice” quando sono a letto con te, non posso fare a meno di pensare ad un uomo, ma quando sto con un uomo penso sempre a te: è come un fuoco che comincia nello stomaco e finisce nel cervello…”
Ma tra le due la più passionale è proprio Concetta, che vive l’amore, il sesso, in maniera totale e completa; Immacolata sembra invece vivere il tutto anche in funzione della sua vita privata, fatta di un matrimonio fallito e da una maternità che le ha procurato il grande dispiacere dell’incidente occorso a quella figlia che tanto ama.
Proprio in nome di quella maternità Immacolata riallaccia la relazione con Ciro, spinta però anche dal desiderio di vivere una vita all’apparenza normale, testimoniata proprio da quella frase rivolta all’amante nel letto che condividono.
Il film affronta questa realtà immergendola in un contesto sociale che è più deprimente che degradato; le vite al sole dei paesani, di Immacolata, di Concetta e di Ciro, della moglie di quest’ultimo e del marito di Immacolata sono vite a metà, vissute in un contesto in cui il diritto alla riservatezza, alla propria vita intesa come coacervo di tutte le libertà individuali, è annichilito dalla convenzione sociale, dal moralmente inaccettabile.
Così le due esistenze si consumano fino al drammatico e tragico epilogo, quando Concetta decide di uccidere l’amante, quasi consapevole di non poter avere, nè al presente tantomeno nel futuro, un punto fermo nella sua relazione con l’amante.
Dentro di se sa che dovrà sempre dividerla con un uomo, che sia il Ciro del momento o un altro.
Il film di Salvatore Piscitelli, che è un’opera prima, si rivela un’autentica sorpresa; principalmente perchè il regista mostra una capacità davvero rilevante di cogliere i vari aspetti della vicenda prediligendo l’aspetto umano prima che quello morboso.
Le scene di erotismo, alcune davvero ardite, sembrano immerse però in un lago ghiacciato, quasi a voler sottolineare l’estraneamento delle due donne dal contesto che le circonda.
La stessa camera d’albergo è quanto di più squallido si pssa immaginare, ta le due donne ci sono pochissime parole, ma tanta tenerezza, quella tenerezza di cui sono affamate, che la vita ha loro negato.
La macchina da presa indugia sui volti delle protagoniste alla ricerca delle loro anime, che ad un certo punto sembrano perse dietro sogni assolutamente irraggiungibili; eppure le due donne altro non chiedono che vivere una vita normale, assaporare un po di tenerezza.
Il destino però ha in serbo il solito colpo di coda, crudele.
Il film è anche una grande prova delle due attrici, ovvero Ida Di Benedetto (Immacolata) e Marcella Michelangeli (Concetta); la prima interpreta alla perfezione la maschera quasi tragica di Immacolata, con piglio severo, senza nessuna concessione a cadute di tono o di tensione.
La seconda è quasi straziante nei panni di un personaggio da tragedia greca; le due attrici finiscono così per integrarsi alla perfezione, raggiunta proprio nei momenti topici del film, come l’unione carnale nel loro primo incontro.
La sequenza saffica, che ripeto, non ha nulla di erotico o di morboso, è resa con stupefacente realismo.
Una grande prova, quindi, cosi come eccellente è la regia di Piscitelli.
Girato in presa diretta, il film è una testimonianza della capacità di raccontare una storia difficile senza eccedere i personalismi o in critiche più o meno velate alla società.
E’ privilegiata la realtà, la stessa che porterà le due protagoniste a dividersi definitivamente nel tragico finale.
Immacolata e Concetta, l’altra gelosia, un film di Salvatore Piscicelli. Con Ida Di Benedetto, Marcella Michelangeli, Tommaso Bianco, Lucio Allocca,Lucia Ragni
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1980
Ida Di Benedetto … Immacolata
Marcella Michelangeli … Concetta
Tommaso Bianco … Ciro
Regia Salvatore Piscicelli
Soggetto Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Sceneggiatura Carla Apuzzo, Salvatore Piscicelli
Fotografia Emilio Bestetti
Montaggio Roberto Schiavone
Musiche Rudy Beytelman

Film di esordio del regista partenopeo Salvatore Piscicelli (che lo ha scritto con la moglie Carla Apuzzo), Immacolata e Concetta è un melodramma sull’amore lesbico, realizzato senza concessioni alle facili morali ma in modo duro e contrario al politically correct (finale compreso). Ne deriva un aumento della credibilità della storia a cui contribuisce l’ottima interpretazione di tutto il cast (composto anche da attori non professionisti).
Esordio alla regia per il napoletano Salvatore Piscicelli, autore eccentrico e ingiustamente poco noto a dispetto d’una manciata di pellicole erotiche di certo interesse. Erotico (ma con valenze sociali non indifferenti) è, infatti, anche questo film -come traspare dal titolo- che analizza l’insolita relazione tra Immacolata (Ida Di Benedetto) e Concetta (Marcella Michelangeli), sviluppata dietro una permanenza carceraria e destinata a chiudersi in tragedia. Scritto dal regista in collaborazione con la moglie (Carla Apuzzo), il film tratta con coraggio l’amore diverso in un contesto reticente.
Piscicelli affronta coraggiosamente e con serietà i temi dell’emancipazione, del lesbismo e della famiglia omosessuale in un microcosmo partenopeo dove ancora vigono non solo oppressive leggi maschiliste e patriarcali, ma anche rigide norme sul delitto d’onore e il tradimento che finiscono con il contagiare anche una delle due “diverse”. Stile scarno, quasi documentaristico con rapide incursioni ai limiti del porno ed accenni fassbinderiani (i crudeli rapporti di potere). Intense le interpretazioni delle due protagoniste.
Dramma a tinte forti, ottimamente tenuto da un regista esordiente. Lo stile delle riprese è molto naturale, e la storia viene raccontata con qualche ellisse ma tutto sommato in modo tradizionale. La Di Benedetto mi ha sinceramente colpito con un’interpretazione coi fiocchi, di quelle che si ricordano; mentre la Michelangeli (doppiata) attraversa tutto il film con l’aria di una tossica in crisi di astinenza. Notevole.
Bella storia d’amore al femminile diretta da un regista napoletano che non ha avuto nel corso degli anni il credito che meritava. Un film crudo e coraggioso, compreso il finale, che affronta tematiche inusuali e scabrose ma lo fa con grande sobrietà narrativa senza dare spazio a pruriti lascivi e gratuiti e con un rigore visivo che non presenta alcun compiacimento stilistico e che è perciò degno di nota. Davvero bravissime le due interpreti principali.
Piscicelli esordisce alla regia con questo melodramma a tinte fosche incentrato su un amore saffico ambientato nel Meridione proletario in cui si cerca un’introspezione psicologica dei personaggi. Cast egregio e narrazione torbida che non può non portare ad un finale crudo.
Zeder
Chartres (Francia), 1956
Il professor Meyer svolge ricerche su una teoria elaborata dal dottor Paolo Zeder; secondo quest’ultimo, che ha analizzato le sepolture dei popoli antichi, esistevano alcuni punti particolari della terra dove gli stessi popoli del passato seppellivano i morti con la convinzione che sarebbero tornati dall’aldilà. Questi terreni, chiamati K, avrebbero quindi la facoltà di mantenere in uno stato di animazione sospesa i corpi.
Meyer rinviene, grazie ad una ragazza usata come un radar, la tomba dello stesso Zeder, ma durante la ricerca la ragazza viene assalita da un’entità misteriosa e mutilata di una gamba.
La scena cambia e arriviamo ai giorni nostri.
Alessandra, giovane moglie di uno scrittore, Stefano, regala al marito in occasione del loro primo anniversario di nozze una macchina per scrivere.
Stefano, che fa lo scrittore, trova scritto sul nastro carbografico della macchina un inquietante racconto fatto da un ex prete, Luigi Costa, che racconta in maniera oscura di aver localizzato un terreno K, presso la necropoli di Spina, in prossimità di Rimini.
Stefano, incuriosito, inizia delle indagini private che si riveleranno da subito molto pericolose; difatti un’organizzazione segreta francese, a cui appartiene il professor Meyer, che dopo 30 anni è ancora alla ricerca di un terreno K particolarmente “fertile”, segue i suoi progressi nelle indagini.
Lo scrittore, sulle tracce di Don Costa, che negli ultimi anni della sua vita aveva abbandonato l’abito talare, si imbatte in una serie di personaggi equivoci e legati in qualche modo alla vicenda, a cominciare dal suo più caro amico, il tenente Guido, per proseguire con la sorella cieca di Costa.

La scoperta della tomba di Paolo Zeder
Proprio a casa di quest’ultima, Stefano apprende dalla donna della morte del ex sacerdote, avvenuta un mese prima.
Aiutato dalla moglie, Stefano scopre su indicazione di un primario della clinica dove è morto Costa, il luogo di sepoltura di quest’ultimo; nel cimitero di Spina Stefano rinviene la sepoltura dell’uomo ma non il suo corpo.
Con un’intuizione che sarà anche la sua rovina, Stefano arriva così alla colonia per bambini che il religioso seguiva anni prima.
Qui lo scrittore scopre che la misteriosa organizzazione francese ha installato un laboratorio segreto che monitorizza il corpo del sacerdote, seppellito a due metri di profondità nel famoso terreno K.
Stefano vede anche il sacerdote vivo passeggiare all’interno della stuttura che ospitava la colonia.

L’inizio dell’enigma: un regalo mortale
Entrato nel laboratorio, Stefano si impadronisce di un nastro sul quale ci sono le prove degli esperimenti condotti dall’organizzazione e lo affida alla moglie, incaricandola di consegnarlo ad un amico esperto di storia.
Ma lo scrittore non ha fatto i conti con le potenti amicizie dell’organizzazione, a cui appartengono le persone di cui Stefano si fida; costoro si impadroniscono del nastro e uccidono la sventurata Alessandra.

Don Mario e Stefano a colloquio
Nel frattempo l’ignaro Stefano, tornato all’interno della colonia, scopre con orrore che Don Costa, ritornato dalla morte, ha ucciso due degli appartenenti all’organizzazione.
L’effetto collaterale del ritorno dall’aldilà si concretizza quindi in un emergere di istinti bestiali i coloro che hanno osato sfidare la morte.
Tornato nell’hotel dove ha creato la sua base, Stefano scopre il cadavere della moglie.
Disperato, decide di seppellirla nel terreno K.
Alessandra torna dall’aldilà, e abbraccia Stefano, ma….
Zeder, diretto da Pupi Avati nel 1983, è il più bello tra gli horror girati negli anni 80;caratterizzato da una trama molto convincente non esente però da alcune contraddizioni, i distingue principalmente per la regia asciutta e a tratti assolutamente claustrofobica.
Zeder sembra composto da scatole cinesi, che il protagonista, lo scrittore Stefano, apre per trovarsi ogni volta di fronte ad un nuovo enigma.
L’atmosfera cupa del film ricorda La casa dalle finestre che ridono, opera meglio riuscita proprio in virtù di una sceneggiatura senza pecche.
In questo film alcune forzature sono evidenti; tutte le persone che conosce Stefano diventano parte di una specie di complotto del silenzio e in qualche modo hanno a che fare con la storia; il che è abbastanza risibile, tenuto conto che il tutto nasce dal casuale acquisto da parte di Alessandra della macchina per scrivere acquisita ad un’ata.
Come sia possibile che Guido, l’amico poliziotto di una vita, che il professore a cui si rivolge Stefano, che il primario della clinica amico del padre di Alessandra abbiano tutti a che fare con la storia resta davvero un espediente poco credibile.

La strana morte di Luigi Costa, spiato nella bara da una telecamera
Ma Avati riesce a far dimenticare queste stonature grazie al suo indiscutibile mestiere.
La tensione del film non si allenta mai, nemmeno nelle scene apparentemente più tranquille.
Così, man mano che la storia prosegue e introduce nuovi personaggi, si aspetta la soluzione dell’enigma, che arriva in un finale particolarmente intelligente, anche se inficiato da una certa fretta.
Altra caratteristica di Zeder è la quasi totale assenza dell’elemento splatter; le scene di sangue sono molto limitate e concentrate tutte nel finale.
Sul film aleggia quindi un’aria di mistero, di complotto in cui tuti gli elementi sono legati fra loro, quasi che Stefano sia rimasto invoschiato in una tela di ragno senza possibilità d’uscita.
Particolarmente indovinato il contrasto tra l’ombrosità di Stefano, personaggio interpretato dall’ottimo Gabriele Lavia e la solarità della moglie Alessandra, interpretata dalla sorprendente Anne Canovas, due figure contrapposte ma complementari che arricchiscono il film di un tocco di romanticismo, che avrà nel finale la sua esaltazione e al tempo stesso la sua tragica conclusione.
Le musiche inquietanti di Riz Ortolani contribuiscono a rendere il film cupo e tenebroso, giungendo puntuali nei momenti topici della pellicola, ad esempio quando si sobbalza sulla poltrona in contemporanea all’incotro notturno tra Stefano e il sacerdote che ha sostituito Costa alla direzione della parrocchia, o anche nelle ultime sequenze, quando l’abbraccio mortale di Alessandra a Stefano riunisce i due amanti nella morte e quindi in un destino atroce, quello di essere dei non morti in un posto lugubre come l’ex colonia infantile.
In rete Zeder sta acquisendo, sopratutto dopo l’uscita di un ottimo dvd rimasterizzatà, le dimensioni di un autentico cult.
All’epoca della sua uscita, pur riscuotendo un buon successo di critica e di pubblico, Zeder non fece molti proseliti.
Sembra un destino beffardo, quello di Avati, essere riconosciuto, dopo quasi 30 anni, come un autentico maestro del cinema. La stessa sorte è toccata al più fortunato La casa dalle finestre che ridono, ritenuto già all’epoca della sua uscita un piccolo capolavoro.

Zeder, un film di Pupi Avati. Con Cesare Barbetti, Gabriele Lavia, Anne Canovas, Marcello Tusco, Bob Tonelli, Adolfo Belletti, Andrea Montuschi
Horror, durata 100 min. – Italia 1983.
Gabriele Lavia – Stefano
Anne Canovas – Alessandra
Paola Tanziani – Gabriella Goodman
Cesare Barbetti – Dr. Meyer
Bob Tonelli- Mr. Big
Ferdinando Orlandi – Don Luigi
Enea Ferrario – Mirko
John Stacy -Professor Chesi
Alessandro Partexano – Guido Silvestri
Marcello Tusco – Dottor Melis
Aldo Sassi- Don Mario
Veronica Moriconi- Gabriella giovane
Enrico Ardizzone – Benni
Maria Teresa Tofano – Anna
Andrea Montuschi – Ispettore Bouffet
Adolfo Belletti- Don Emidio
Paolo Bacchi- Segretario di Mr. Big
Pina Borione – Helena
Imelde Marani – Nurse
Carlo Schincaglia- Guardiano del cimitero
Soggetto PUPI AVATI
Sceneggiatura PUPI AVATI, MAURIZIO COSTANZO, ANTONIO AVATI
Scenografie GIANCARLO BASILI e LEONARDO SCARPA
Direttore di produzione FRANCESCO GUERRIERI
Costumi STENO TONELLI
Direttore della fotografia FRANCO DELLI COLLI
Colore TELECOLOR
Montaggio AMEDEO SALFA
Musiche composte e dirette da RIZ ORTOLANI
Edizioni musicali NEW POINT
Prodotto da GIANNI MINERVINI e ANTONIO AVATI
per la A.M.A. FILM
in collaborazione con ENEA FERRARIO
e la RAI – Radiotelevisione Italiana
Aiuto regista CESARE BASTELLI
Segretaria di edizione FIORELLA LUGLI
Operatore ANTONIO SCHIAVO-LENA
Assistente Operatore ANDREA BARBIERI
Fonico RAFFAELE DE LUCA
Microfonista PAOLO COTTIGNOLA
Ispettore di produzione LUCA BITTERLIN
Segretaria di produzione ROSA MERCURIO
Amministratore RAFFAELLO FORTI
Assistente cassiera FRANCESCA MONETA
Assistente scenografa LAURA CASALINI
Attrezzista FALIERO REGGIANI
Truccatore ALFONSO CIOFFI
Sarte LUISA CAVAZZA e CLARA MASINA BERTI
Fotografo di scena PIERMARIA FORMENTO
Assistente al montaggio PIERA GABUTTI
Aiuto assistente al montaggio LORETTA MATTIOLI
Mezzi Tecnici EL.MA.
Girato in TECHNOVISION
Negativi KODAK
Teatri di posa R.P.A. ELIOS
Studio fotografico ROBERTO RUSSO
Consulenza assicurativa CINESICURTA’
Colonne sonore effetti LUCIANO e MASSIMO ANZELLOTTI
Sonorizzazione COOPERATIVA DI LAVORO FONO ROMA
Con la collaborazione della C.V.D.
Mixage ROMANO CHECCACCI
Titoli e truke PENTA STUDIO
Immancabile. Nonostante alcuni rivoli non chiarissimi (la partenza di Mirco e madre [un altro complotto?], il “deus ex machina” del vecchio, la penultima morte) la pellicola sprigiona fascino, pure perché molte facce sono perfette ed alcune scene (le false tombe, Costa che scende le scale, lo scheletro dell’edificio) indimenticabili nella loro sobrietà. Avati non sbandiera, ma suggerisce e quel che un po’ si perde in chiarezza lo si guadagna nell’incanto. Non alle vette de La casa, ma un buon film, che cresce alla seconda visione. Citazione da Tourneur. La Marani (portafortuna avatiana) fa l’infermiera.
Da molti considerato un capolavoro (e in parte lo è), spesso il film è soggetto a lecite critiche su alcuni punti poco chiari (specialmente nel finale) della sceneggiatura. Quello che è certo è che resta impresso nella mente per la buona interpretazione di Gabriele Lavia, Anne Canovas e di tutto il resto del cast. Le indovinate locations (soprattutto il complesso di Cattolica nel quale è girato il suggestivo e memorabile finale) rendono questa pellicola unica nel suo genere. Molti punti di contatto con Pet Sematary…
Già la musica angosciante, durante i titoli di testa, è di buon auspicio. Per non parlare dell’inizio con la vecchina. Il respiro affannoso, simile a un vento maligno, che attraversa le mura della villa, è quasi raggelante. Le assi del pavimento si piegano. C’è qualcosa, qualcuno, o più di uno… Un horror di alto livello, con la giusta ambientazione, reso tale da un regista di qualità e intelletto, che ha saputo miscelare horror e thriller in giuste dosi. Il risultato appaga chi si gusta la pellicola, meglio in un luogo isolato, senza disturbi.
Lovecraftiano e zombesco. Dopo La casa dalle finestre che ridono, un altro saggio dell’inimitabile gotico padano di Avati, che ripropone le sue classiche tematiche horror in location romagnola: la possibilità di un contatto tra vivi e morti, uno stregonesco personaggio legato all’occulto, misteri, esoterismo, omertà, messaggi criptici, inquietanti dimore, sacerdoti spretati. Il risultato è eccellente e la paura assicurata.
Sette anni dopo La casa dalle finestre che ridono Pupi Avati torna a dirigere un horror di ambientazione padana, ma stavolta dà più spazio al soprannaturale rispetto al film precedente. La storia, infatti, verte sui misteriosi esperimenti fatti per far tornare in vita i morti. Ancora una volta grazie ad una buona regia e ad una bella sceneggiatura la tensione e gli spaventi sono garantiti ed il tutto senza violenza ed effettacci da baraccone. Finale beffardo che verrà, probabilmente, ripreso da Cimitero vivente della Lambert.
Non male. Le stupende scenografie dove sorgono i famigerati terreni k risultano funzionali alla storia e molto inquietanti. Cast ricco (c’è anche il bravissimo doppiatore Cesare Barbetti), buoni momenti di terrore. Lavia una volta tanto offre una buona interpretazione in campo cinematografico, gradevole la partecipazione di Tonelli seduto dietro la scrivania.
Un buon film di genere, diretto con il consueto stile da Avati, che ambienta il film, come spesso càpita, nella sua Emilia-Romagna. Gli eventi orrorifici si susseguono lentamente, ma in un’atmosfera inquietante, e sono commentati dalle efficaci note musicali di Riz Ortolani. Inutile negarlo: il confronto con La casa dalle finestre che ridono è obbligato e certamente Zeder ne esce parzialmente perdente: gli manca quel qualcosa in più che ha reso il precedente film un cult inossidabile.
Horror soprannaturale avatiano al 100%, graziato dalla sempre affascinante e falsamente rassicurante ambientazione padana, si fa ricordare come uno dei migliori prodotti filmici del regista e in generale dell’horror italiano. Interpreti in parte, sceneggiatura macchinosa ma anche avvincente, belle musiche di Ortolani, regia sobria ma di classe. I momenti di paura ci sono eccome, incastonati tra atmosfere che riescono ad essere inquietanti non solo di notte, ma anche alla luce del sole. Assolutamente imperdibile!
Ottimo ritorno al thriller gotico per Avati. A livello di scrittura e di regia risulta anche nettamente superiore a La casa, questo grazie ad una sceneggiatura di ferro che non lascia spazio a tempi morti e ad una maturazione registica non indifferente. Non una scena risulta essere sbagliata o fuori posto. Tuttavia l’atmosfera malsana del suo film cult qui è assente. Col senno di poi lo si può considerare come un anello di congiunzione tra Argento e Fulci. Azzeccatissima di nuovo l’ambientazione.
Rivistolo, me ne sono innamorato. Forse anche grazie al magnifico dvd della Fox che restituisce in pieno le atmosfere di un film macabro e freddo, che passa dalle misteriose scene francesi a Chartres alle indagini di Lavia tra Cervia e Milano Marittima, mentre le figure di Paolo Zeder, ma soprattutto di don Costa, acquistano spessore fino a raggiungere un finale gelido, che l’immagine dello spretato in movimento tra le strutture in cemento consegna direttamente alla storia del cinema. Ottima prova di tutto il cast, diretto magistralmente.
È quantomeno buffo come nello stesso anno siano usciti questo film e “Pet Sematary” di King. Strano per la forte somiglianza. Invece del cimitero indiano abbiamo il terreno K, invece del figlio, la compagna. A me non entusiasma Pupi versione horror, nemmeno in La casa dalle finestre che ridono, e quindi non ne sono rimasto entusiasta. Le atmosfere ricordano Argento (altro di cui non vado pazzo) e le musiche di Ortolani sono al di sotto del suo standard. L’idea alla base è notevole e la realizzazione buona. Consiglio, ma non caldamente.
Ottimo horror di Avati anche se con qualche sbavatura di troppo. Scene colme di suspance e angoscia. L’idea sembra prendere spunto dal romanzo di King “Pet sematary”, riuscendo nell’impresa di sbalordire lo spettatore dinanzi allo schermo. Il cast non mi è sembrato molto all’altezza dell’opera (il protagonista sembra fatto di cera). Qualche minima similitudine con la trilogia di Fulci nell’idea dei territori K.
Non c’è che dire, Avati consolida la sua personale via “emiliana” all’horror con un lavoro denso, dall’atmosfera carica di paura (e di paure dei protagonisti), riprendendo ed ampliando il suo sfondo tipico, Bologna, coi suoi personaggi “qualunque”. Per suspence ricorda il Fulci di quegli anni. La storia si incentra sulle zone K, il film si poggia su un Lavia che a dispetto dell’immenso talento (manifestato inequivocabilmente a teatro) qui è monocorde, con un personaggio sciocco fino all’inverosimile e poco credibile. Finale beffardo. 3 pallini.
Nonostante una certa lentezza e alcune forzature nella sceneggiatura, a distanza di tanti anni rimane integra la forza suggestiva della storia, con un finale che regala un paio di sequenze molto brevi ma tra le più agghiaccianti nella storia del cinema horror. Reso ancora più inquietante dalle viscerali musiche di Riz Ortolani, è un film imperdibile per chi ha amato La casa dalle finestre che ridono.
Avati torna all’horror, ma non vi è nulla dell’atmosfera magica di La casa dalle finestre che ridono; qui, al contrario, tutto è ostico e freddo ed è difficile farsi coinvolgere. Buona la parte finale girata a Milano Marittima tra lo scheletro della vecchia colonia estiva. Storia strana, Lavia non emoziona, musica dissonante, finale con zombie ma d’autore. A mio parere è un mezzo passo falso.
Dopo La casa dalle finestre che ridono, Avati ci riprova con esiti non certo disprezzabili. La trama si snoda sulle prime come un curioso giallo dalle atmosfere solari che parte da un pretesto banale per poi approdare sui lidi del terrore e del pericolo. La mano di Avati si nota, soprattutto nell’aver creato atmosfere che pullulano di tensione (alcuni spaventi sono assicurati) e nella buona caratterizzazione dei protagonisti; buona la direzione degli attori (con la Canovas in testa) e la vispa fotografia di Delli Colli. Notevole.
I frati rossi
Siamo sul finire degli anni ottanta.
Il nuovo proprietario di un bella villa in stile piccolo castello và in visita alla sua proprietà.
Nello splendido parco che circonda la costruzione incontra una misteriosa ragazza che suona il violino, che gli rivolge poche e misteriose parole.

Una presenza misteriosa nella villa…
L’uomo entra in casa e vede una splendida donna nuda che lo invita a seguirlo. Incuriosito, l’uomo la segue nei sotterranei della costruzione ma mal gliene incombe perchè finisce decapitato.
La storia ci porta poi indietro nel tempo, approssimativamente negli anni trenta.
Un nobile, Roberto Gherghi, che ha acquistato la villa, incontra nel parco della stessa una bella ragazza che si è rifugiata su di un albero per sfuggire al cane del nobile; l’uomo la aiuta a scendere e intavola con lei un’amichevole conversazione.
Tra i due nasce l’amore e li vediamo sposati poco dopo.
Lei, Ramona, è una giovane artista e segue ovviamente il marito nella villa, dove fa conoscenza con Prisicilla, una strana figura a metà strada tra l’istitutrice e la cameriera. La donna è palesemente ostile nei confronti di Ramona, che dal giorno stesso del matrimonio si trova a convivere con un marito che dopo pochi giorni si assenta da casa adducendo misteriosi impegni di lavoro, che non la tocca lasciandola inspiegabilmente vergine e infine con Priscilla sempre più ostile e con una casa che sembra nascondere oscuri segreti.
Ben presto i motivi del misterioso comportamento di Roberto diventano chiari, così come l’atteggiamento di Priscilla; il nobile subisce l’influsso di una misteriosa organizzazione di uomini incappucciati, simili ai templari nelle vesti, che vogliono che Roberto conservi pura la donna per un atto sacrificale che dovrà svolgersi in un giorno prestabilito, in cui deve avvenire un fenomeno astrale ben preciso.
Lo stesso Roberto ha una relazione intima con Priscilla e Ramona lo scoprirà nel peggiore dei modi, sorprendendo i due amanti a letto.
Lara Wendel
L’unica consolazione per Ramona è la presenza di Lucylle, una giovane cameriera che il marito ha assunto per aiutare Ramona nelle faccende domestiche; ma la ragazza finirà decapitata e la sua testa, infilata in un cestino da picnic, sarà rinvenuta, con sommo orrore, proprio da Ramona.
Ma la storia è destinata a complicarsi, quando dal passato compare la figura di un nobile che aveva violentato una bella zingara, che ha le stesse sembianze di Ramona; l’uomo poi aveva sposato la donna, perchè aveva finito con l’innamorarsene, e quando sopratutto Ramona scopre il ritratto di un’antenata del primo proprietario della villa, il nobile violentatore, in tutto e per tutto assomigliante a lei.
Sarà proprio questa combinazione a……
I frati rossi di Gianni Martucci, datato 1988 tenta di riportare in auge il gotico italiano con risultati assolutamente deludenti.
Il film risente innanzi tutto del basso budget, cosa che costringe l’autore ad arrangiarsi con pochissimi attori e sopratutto a lesinare sui mezzi tecnici e sugli effetti visivi.
Non sorretto da una sceneggiatura chiara, anzi, penalizzato da paurosi buchi oltre che da incongruenze inspiegabili (si veda la scena iniziale, con la misteriosa bionda che decapita il neo proprietario della villa), il film si barcamena tra il tentativo di essere credibile quando tenta di creare un’atmosfera adeguata durante le visite che Ramona fà nei sotterranei, dapprima con Lucylle e poi da sola e la necessità di giustificare la presenza dei Frati rossi, le cui azioni con relative motivazioni restano davvero nebulose.

L’antenata di Ramona prima dello stupro
Ad aggravare il tutto arriva la solita leggenda che si trasforma in realtà, ovvero il nobile che si innamora della zingara che ha violentato e che la consacra alle forze del male con il classico rituale a metà strada tra il pagano e il demoniaco.
La storia quindi arriva ad u finale quanto meno singolare, che non svelo per ovvi motivi; un finale però davvero poco in linea con quanto visto durante il film e che aggrava la sensazione di confusione che regna nella trama.
Il cast è però all’altezza ed eleva dall’assoluta mediocrità il film; bene le due protagoniste, Lara Wendel che interpreta Ramona e Malisa Longo che interpreta Priscilla.
Gerardo Amato è sufficiente nella parte del nobile Roberto Garlini, discreta è la fotografia e la location.
Purtroppo il livello del cinema di genere horror/thriller, negli anni 80, risentì di una generale crisi di idee; il meglio era stato già prodotto negli anni sessanta e per buona parte degli anni settanta.
L’ influenza di Bava su quest’opera è appena percettibile in alcune sequenze, ben lontane però dalle atmosfere del maestro, così come l’espediente di citare Fulci nei titoli quasi il regista avesse a che fare con questa pellicola risulta più un boomerang che altro.
Film davvero modesto, che è anche il penultimo della carriera della Wendel, che si chiuderà con un altro film mediocre, La villa del venerdi di Mauro Bolognini e che è anche l’ultima opera degna di un minimo di rilievo di Malisa Longo, che in futuro lavorerà solo con Brass in Miranda e Snack Bar Budapest e in un terrificante Pierino.
Da segnalare, infine, che la versione internazionale contiene alcune sequenze non presenti nella versione italiana; il trailer del film non inganni, perchè è di gran lunga più interessante del film stesso.
I frati rossi, un film di Gianni Martucci. Con Gerardo Amato, Lara Wendel, Chuck Valenti, Malisa Longo,Ronald Russo
Titolo originale The Red Monks. Horror, durata 91 min. – Italia 1988.
Gerardo Amato è Roberto Garlini
Lara Wendel è Ramona Curtis
Malisa Longo è Priscilla
Regia: Gianni Martucci
Sceneggiatura: Pino Buricchi, Gianni Martucci
Soggetto : Luciana Anna Spacca, Pino Buricchi
Produzione: Pino Buricchi, Lucio Fulci
Musiche: Paolo Rustichelli
Editing: Vanio Amici
Costumi:Silvio Laurenzi
Il cast è interessante e, tutto sommato, anche la storia: che si inserisce nel filone del gotico italiano. Ma lo fa fuori tempo massimo e la vicenda del castello e degli influssi astrologici cui la confraternita dei Frati Rossi vuole dedicare un sacrificio umano (Lara Wendel), appare debolmente portata sullo schermo, causa assenza di gore e nudità – magari – più insistite. Celebre per la controversia con Fulci (citato in locandina) non è poi film da disprezzare del tutto. Martucci ha firmato un paio di sexy commedie interessanti (La collegiale).
L’aria è proprio quella che si respira nella serie “Lucio Fulci presenta” e negli horror Reteitalia, tipici per il loro very-low budget; eppure qui la qualità è superiore, grazie ad una storia piuttosto avvincente, che privilegia l’atmosfera – valorizzata dalla fotografia dei sotterranei della villa – piuttosto che lo splatter, praticamente assente. Amato lavora con professionalità, la Wendel ha un aspetto più adulto rispetto al passato, ma è sempre prodiga di nudi integrali; la Longo pare rifarsi alla Iris di Buio Omega.
Chi sono mai questi frati rossi e cosa vogliono? Difficile capirlo anche a visione terminata. Colpa di una sceneggiatura poco chiara e con alcuni momenti davvero risibili e deliranti, che contribuisce notevolmente ad affondare un film per nulla coinvolgente. Suspence e splatter banditi in modo ingiustificato. Poco da salvare anche se c’è di peggio.
Indicibile boiata italica ottantiana, colpevolmente pubblicizzata con una presunta partecipazione di Fulci; ovvio che il Maestro con questo obbrobrio non abbia nulla a che fare. Basti dire che la cosa migliore sono i titoli di testa, con la grafica che riprende quella della locandina; per il resto tabula rasa, a parte qualche discreto movimento di mdp. Attori spaesati, sceneggiatura incomprensibile, tensione pari a zero, spfx pressoché inesistenti, location sciatte. In genere sostengo i B-movie, specialmente nostrani, ma qui non c’è speranza.
Bruttissimo e spentissimo film dell’orrore, dalla trama nemmeno poi così ridicola, ma che viene rovinato sia dal cast non eccezionale, sia dalla mancanza di nudi e scene puramente dell’orrore. Famoso per la controversia con Fulci che pare non ebbe colpe per questo disastro. Scadente.
È grazie a pasticci del genere che non amo il gotico. Noiosissimo, sembra un film della serie “Maestri del thriller” sia per la pochezza della messinscena che per la qualità. Ma qui non c’è il buffo tocco trash dei film di quel ciclo e non lo si può guardare nemmeno per farsi una risata. La confezione è ottima (cito la fotografia), ma la regia non ha classe né spigliatezza. Il tentativo di rilanciare il gotico (per quanto me ne possa importare…) lo apprezzo, ma la visione è tempo sprecato. Bellissima però la locandina (in stile minimalista).
Sembra un horror Mediaset ma non lo è. Sembra uno dei film della serie “I maestri del thriller” ma non lo è. Eppure il budget inesistente è evidentissimo. La fotografia è mediocre, la scenografia è scarna, gli effetti speciali inesistenti (forse esiste una versione uncut, chi lo sa) che a detta di alcuni vennero supervisionati da Fulci in persona (anche produttore). Scialba sceneggiatura, che altrimenti poteva trasformare il film in un piccolo cult: invece… Per lo meno c’è Gerardo Placido e qualche scena di nudo della Wendel. Mediocre.






















































































































































































































































































