La bestia in calore
Quando si è a corto di mezzi, si può anche girare un film interessante, purchè sia sorretto da una valida sceneggiatura, degli attori in gamba, delle location affascinanti o in tema con il film. In casi limite si può anche fare a meno di tutte e tre le cose e ottenere comunque prodotti dignitosi (è il caso di Blair witch project, per esempio), grazie ad una storia innovativa o quanto meno grazie ad un soggetto che si lascia guardare.
La bestia in calore, film del 1977, diretto da Luigi Batzella, non possiede nemmeno uno degli ingredienti citati, nemmeno per errore.Appartenente alla categoria dei nazi-exploitation, film nati con la maliziosa intenzione di mostrare gli orrori dei nazisti accanto a procaci fanciulle che subiscono atroci torture degne di menti malate, La bestia in calore è uno dei prodotti più beceri in assoluto, più squallidi e contemporaneamente più inutili dell’intera storia del cinema.
Avventurarsi in una descrizione sinottica del film significa essere autolesionisti, eppure ci provo. La storia (storia?) prende corpo attorno alla dottoressa la Ellen Kratsch conduce degli esperimenti genetici che dovrebbero servire alla creazione di una razza superiore. L’esperimento riesce e viene fuori una creatura umana dai tratti bestiali, dagli istinti sessuali animaleschi.
Nel frattempo la resistenza, che tenta in ogni modo di sabotare i tedeschi, deve anche fronteggiare questo pericolo, perchè le donne dei vari paesi dei dintorni vengono date in pasto (naturalmente sessuale) all’orrida creatura, con l’intento di far confessare loro improbabili informazioni sui nascondigli partigiani. naturalmente il finale vede la dottoressa Kratsch cadere preda della creatura da lei costruita, ed entrambi uccisi dai partigiani, evidentemente stomacati dalla scena di orrore che si svolge sotto i loro occhi.
Macha Magall
La trama potrebbe presentare anche qualche motivo di interesse, non fosse per lo spaventoso dilettantismo degli attori (l’unica cosa decente è Baccaro che interpreta la creatura), assolutamente privi di espressioni, anzi, alle volte comici nel loro presappochismo, per le scene di sadismo, girate con evidente scarsità di mezzi, per il recupero di vecchie scene prese da altri film e sopratutto per alcuni errori addirittura infantili nelle riprese.
Si veda per esempio la croce uncinata al contrario (sic) , la gabbia in cui è rinchiusa la creatura feroce le cui sbarre ondeggiano, le scene di guerra con granate che alzano mezzo metro di polvere e altre amenità del genere, in un pasticcio inverecondo che muove molto più al riso che all’incubo.Film completamente sconclusionato (partigiani credibili come le bugie di Pinocchio ecc), questo film ha finito con il passare del tempo per assurgere a cult di un certo tipo di cinema, lo z movie, ovvero i film più strampalati della storia. assolutamente ridicole le scene di violenza, fra le quali il top è rappresentato da Baccaro che strappa i peli pubici di una prigioniera prima di mangiarseli con evidente gusto. Altre scene diventate culto riguardano la tortura applicata ad una ragazza, praticata tramite l’inserimento nelle parti intime di elettrodi e le tradizionali unghie strappate a caldo.

Brigitte Skay ( non accreditata)
Un film assolutamente e totalmente indecoroso, diretto da cani e interpretato da cani, giudizio al quale non si sottrae neppure Macha Magall, attrice di qualche talento, che non è credibile in alcun modo nel ruolo della sadica dottoressa. Questo è trash, allo stato puro, un weird movie del quale si dice che non abbia nemmeno avuto una distribuzione cinematografica; un peccato davvero venialissimo, che ha risparmiato agli spettatori la visione di una bruttura assolutamente unica nel suo genere.
La bestia in calore ,un film di Paolo Solvay (Luigi Batzella). con Alfredo Rizzo, John Braun, Macha Magal, Kim Gatti.Xiros Papas, Salvatore Baccaro, Brigitte Skay
Erotico, durata 92 min. – Italia 1977.
Macha Magall: dottoressa Ellen Kratsch
Gino Turini: Drago
Salvatore Baccaro: bestia (come Sal Boris)
Ciro Papa: lupo (come Xiro Papas)

Regia Luigi Batzella (come Ivan Katansky)
Sceneggiatura Luigi Batzella, Lorenzo Artale
Produttore Xiro Papas (Ciro Papa)
Musiche Giuliano Sorgini
Anima persa
Cupo, tetro dramma famigliare diretto da Dino Risi nel 1976; Tino, un diciannovenne pittore poco convinto dei suoi mezzi, si reca a Venezia, ospite di un cugino di suo padre, Fabio, per frequentare una scuola di pittura. L’ingegner Fabio è una persona severa, colta, mentre sua moglie Elisa è una donna molto insicura, fragile e probabilmente anche dedita di nascosto all’alcool.

Vittorio Gasmann è l’Ingegner Bruno
Immediatamente Tino si rende conto dell’atmosfera claustrofobica della casa; una sera sente distintamente suonare un pianoforte, altre volte sente un calpestare di passi provenienti dalla soffitta. Chieste spiegazioni a sua zia, ne riceve in cambio vaghe risposte, così un giorno, grazie all’anziana servitrice di casa, apprende che in soffitta è rinchiuso Berto, un dottore esperto in scienze naturali che è fratello dell’ingegner Bruno, che vive segregato da tutto e isolato dopo aver perso il senno.
Poco alla volta Tino si rende conto che nella casa aleggia un mistero, terribile, sospeso nell’aria; tra mezze ammissioni, confessioni, Tino apprende da Elisa la storia di Berto: l’uomo è impazzito dopo aver causato la morte di Beba, la figlia di dieci anni del primo matrimonio di Elisa. L’uomo, che provava una passione morbosa per la bambina, aveva tentato di insidiarla, così un giorno Beba, scappando era caduta in un canale, affogando. Sorpreso da suo zio a rovistare con una sua amica modella di nudo in una stanza piena di ricordi della bimba, Tino aggiunge un tassello alla fosca storia; secondo la versione dell’ingegner Fabio, Beba è morta a causa di sua madre, che non aveva curato una sua polmonite, perchè gelosa dell’affetto che la bambina provava per lui.
Poco convinto dalle due versioni, Tino indaga e scopre che nella tomba di famiglia dell’ingegnere in realtà la bambina non è sepolta. Non solo: scopre anche che suo zio ha mentito sul lavoro, che non è più dipendente dell’azienda del gas da oltre 15 anni e che passa molto del suo tempo libero dilapidando il patrimonio della moglie al gioco. Sempre più turbato, Tino decide di conoscere il famoso Berto, rinchiuso in soffitta, e quando entrerà nella stanza, tutto il quadro della situazione diventerà chiaro all’improvviso, provocando la sua fuga da quella casa opprimente, con i suoi segreti e le sue bugie, immersa in un’aria di fosca pazzia.

“Perché i pazzi, come i bambini, conoscono la verità”
Sospeso tra il thriller, il dramma e il giallo, Anima persa regge benissimo fin quasi alla fine il suo copione; atmosfera opprimente, decadente, amplificata da una casa che sembra un museo settecentesco pieno di mistero e ombre. Fin quasi alla fine, dicevo, perchè proprio il finale lascia aperte le porte a una serie di domande, perchè spiazza lo spettatore con la sua soluzione imprevista, lasciando dubbi sui racconti dei protagonisti. Forse non è nemmeno questo il punto debole, quanto l’illogicità della situazione che si verrà a creare, con Beba che da figlia si trasforma in moglie, aprendo una voragine nella sceneggiatura.
Però, al di là di questo, il film si lascia guardare quasi come un thriller, pur nell’eccesso della recitazione di Vittorio Gasmann, troppo tesa al teatro e poco al cinema, pur al solito eccezionale per espressività. Brava anche Catherine Deneuve, che tratteggia benissimo il carattere docile, quasi succube di Elisa, una donna con molte ombre, assolutamente incomprensibile nel gioco che sosterrà fino alla fine. Bene anche Danilo Mattei, che forse alla fine risulta il migliore, con quella sua aria spersa di giovane candido messo di fronte ad una storia troppo grande per lui. Molti i dialoghi di rilievo, come quello tra Bruno ed Elisa: ““A volte penso che mi piacerebbe vivere in un rebus (Bruno)”. “Perchè, non è così? Non viviamo tutti dentro un rebus?/Elisa) ” , oppure la confessione di Elisa al nipote, preludio del drammatico finale: “Gli anni sono come una gomma che tutto cancella. Leggera, invisibile. Piano piano passa sugli occhi, sul naso, sulla bocca e rende tutto sfumato, incerto, confuso. Questa gomma la sento passare e ripassare ogni istante“. O ancora le parole che l’ingegner Bruno dice a Tino passando davanti al manicomio: “”Povere creature, colpevoli soltanto di non aver accettato il buon senso e le sue regole infami. Lo sai perché li tengono rinchiusi? Perché i pazzi, come i bambini, conoscono la verità. E la gente ha paura della verità“. Pazzia, claustrofobia, aria malsana, malata; questo si respira nel film prima della ventata di aria fresca rappresentata dalla partenza di Tino da Venezia, quando dice al gondoliere che lo trasporta ” I miei disegni valgono meno delle tele su cui sono stati fatti ” Un bel film, da riscoprire.
Anima persa, un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Ester Carloni, Anicée Alvina, Gino Cavalieri, Michele Capuist, Ester Canoni
Thriller, b/n durata 100 min. – Italia 1977.
Vittorio Gassman: Fabio Stolz
Catherine Deneuve: Elisa Stolz
Danilo Mattei: Tino
Anicée Alvina: Lucia
Ester Carloni: Annetta
Michele Capnist: Il duca
Gino Cavalieri: professor Sattin
Regia Dino Risi
Soggetto Giovanni Arpino
Sceneggiatura Dino Risi, Bernardino Zapponi
Produttore Pio Angeletti Adriano De Micheli
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Alberto Galliti
Musiche Francis Lai
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Luciano Ricceri

La liceale
Capostipite del genere cinematografico ad ambientazione studentesca, con chiaro sfondo erotico/soft, La liceale, film di Michele Massimo Tarantini uscito nelle sale nel 1976, riunisce, per la prima volta, tutti i canoni che saranno la base di partenza per il futuro successo del genere, ovvero la presenza della bellona di turno, in questo caso imperonata dalla fresca e bella Gloria Guida, le spalle comiche, pronte a scatenarsi in gag spesso al limite del becero e del volgare, come Alvaro Vitali,
Gloria Guida
e l’utilizzo di buoni caratteristi dal passato e futuro illustre, come il sempre bravo Carotenuto, che diventerà preside in diverse pellicole, Gianfranco D’Angelo, classico professore, il bravissimo Enzo Cannavale. Anche questo film non si discosta poi molto da tutti i cloni usciti successivamente, distinguendosi però per una certa sobrietà di sceneggiatura, per i dialoghi meno sgangherati tipici dei prodotti successivi.
La trama è abbastanza semplice, e ci mostra la giovane Loredana, afflitta da una famiglia abbastanza sgangherata, in cui i due genitori, separati, svolgono una vita abbastanza frivola e libertina; sua madre infatti ha una relazione con un anonimo tipo privo di qualsiasi interesse, suo padre, che è imprenditore, sembra avere come unica occupazione la seduzione di giovani pulzelle. Loredana sembra adattarsi a questo stile di vita frivolo e anche amorale dei suoi genitori, dedicandosi con entusiasmo (molto sospetto) allo stesso sport, distribuendo la sua virtù con troppa facilità.
E poichè Loredana tutto è tranne che una cima, che affascina solo per la sua prorompente vitalità e sopratutto per la sua esuberanza carnale, accade che dopo aver sedotto compagni e insegnanti, conoscenti e quant’ altro, anche se solo dal punto di vista della semplice eccitazione, alla fine cade nelle braccia di un collaboratore del padre, che ne approfitterà senza scrupoli per poi abbandonarla.
Così la giovane Loredana, che ha anche eccitato in maniera indecorosa un giovane compagno, facendo con lui il bagno nuda in uno specchio d’acqua, riceverà una specie di giusta punizione per aver tanto mostrato e poco concluso. Morale finale abbastanza spicciola, un tanto al chilo, ma come già evidenziato, il film colpì gli spettatori in virtù più che altro della presenza della prorompente Gloria Guida, qui nel massimo fulgore, che si espone generosamente agli sguardi del suo affezionato pubblico.
Spazio nella pellicola anche per la futura onorevole Ilona Staller, per qualche risatina, tirata fuori però davvero con sforzo e spazio sopratutto all’epidermide. In fondo il successo di questi prodotti va ascritto sicuramente alle grazie femminile, e quelle della Guida erano davvero di prim’ordine.
La liceale, un film di Michele Massimo Tarantini. Con Gloria Guida, Gianfranco D’Angelo, Giuseppe Pambieri, Alvaro Vitali, Gisella Sofio, Ilona Staller, Enzo Cannavale, Mario Carotenuto, Rodolfo Bigotti, Angela Doria, Enrico Abate, Renzo Marignano, Franco Diogene
Commedia, durata 90 min. – Italia 1976.

Gloria Guida con Gianfranco D’Angelo
Gloria Guida: Loredana D’Amico
Giuseppe Pambieri: dott. Marco Salvi
Gianfranco D’Angelo: prof. Guidi
Gisella Sofio: Elvira D’Amico, madre di Loredana
Rodolfo Bigotti: Gianni Montrone
Alvaro Vitali: Petruzzo Sciacca
Enzo Cannavale: Osvaldo, amante di Elvira
Mario Carotenuto: comm. D’Amico, padre di Loredana
Angela Doria: Lucia
Ilona Staller: Monica
Franco Diogene: amante di Monica
Marcello Martana: padre di Lucia
Renzo Marignano: prof. Mancinelli
Regia Michele Massimo Tarantini
Soggetto Francesco Milizia
Sceneggiatura Francesco Milizia, Marino Onorati, Michele Massimo Tarantini
Produttore Luciano Martino
Produttore esecutivo Gianni Saragò
Casa di produzione Dania Film
Distribuzione (Italia) Inter Record cinematografica
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Vittorio Pezzolla
Scenografia Elio Micheli
Costumi Elio Micheli
Trucco Claudia Giustini
La moglie di mio padre
Un ricco industriale e vedovo lombardo, Antonio, convola a nozze con una donna parecchio più giovane di lui; l’uomo va in crisi ilgiorno in cui si rende conto di non poter appagare sessualmente la moglie, iniziando così una relazione adulterina, anche se passeggera, con una giovanissima. La situazione si complica notevolmente con l’arrivo di Claudio, figlio dell’industriale, giovane playboy che ben presto scopre di essere attratto, ricambiato, dalla giovane matrigna.
Luigi Pistilli
La donna, Laura, nutre dubbi su se stessa, incolpandosi in qualche modo dei problemi del marito, finendo per ingaggiare una prostituta per prendere lezioni di seduzione. Tutto finisce in tragedia quando la donna, andato via il giovane Claudio, rifiuta di tornare con il marito, preferendo la sua nuova vita indipendente; Antonio non accetta la cosa e l’uccide.
Carroll Baker
Immerso in un’atmosfera opprimente, decadente, La moglie di mio padre è un film con qualche pregio e moltissime pecche; se riesce, in qualche modo, ad essere una visione del disfacimento della famiglia (siamo negli anni settanta, nel 1976 per la precisione), dei suoi valori ormai in crisi, non sfugge alla logica di una sceneggiatura semplicistica e piena di pecche.
A parte il triangolo ormai abusato marito-moglie-figlio, appare evidentissima la distonia tra la storia e le scene di erotismo, nelle quali c’è anche, insolitamente, il bravo Adolfo Celi, che non riesce con il mestiere a coprire l’evidente imbarazzo. Bene invece Carroll Baker, sempre capace di ricoprire il ruolo assegnato con grazia e bravura. Un film in tono minore, nonostante il cast fosse di buon livello; vanno citati anche Cesare Barro, nel ruolo del giovane Claudio, Luigi Pistilli in quello dello psicanalista dell’industriale,
Gabriella Giorgelli
la solita bellissima Femi Benussi nel ruolo di una moglie fin troppo disponibile e quello della giovane e sfortunata Jenny Tamburi in quello di un’amica della Baker. Il film è diretto da Andrea Bianchi, che in passato aveva diretto diligentemente Nude per l’assassino, con taglio molto pesante, forse troppo per una pellicola con molte pretese assolutamente ridimensionabili dopo la sua visione.
Adolfo Celi
La moglie di mio padre, un film di Andrea Bianchi. Con Adolfo Celi, Carroll Baker, Jenny Tamburi, Cesare Barro,Luigi Pistilli, Femi Benussi, Gabriella Giorgelli
Erotico, durata 92 min. – Italia 1976.
Carroll Baker: Laura
Adolfo Celi: Antonio
Cesare Barro: Claudio
Luigi Pistilli: Carlo
Gabriella Giorgelli: Prostituta
Dada Gallotti: amica di Patrizia
Caterina Barbero: Gabriella
Carla Spessato: Magda
Femi Benussi: Patrizia
Jenny Tamburi: Diana
Regia Andrea Bianchi
Soggetto Andrea Bianchi, Massimo Felisatti
Sceneggiatura Andrea Bianchi, Massimo Felisatti
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Capitol International, Koala Cinematografica
Fotografia Franco Delli Colli, Franco Villa
Montaggio Mariano Arditi
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Trucco Romana Piolanti
Emanuelle nera Orient reportage

Il successo riscosso da Emanuelle nera di Adalberto Albertini, uscito nel 1975, convinse il nostro Aroìistide Massacesi, in arte Joe D’Amato, a puntare decisamente sul personaggio, ampliandone in qualche modo la psicologia e creando ad arte il personaggio di Emanuelle nera, interpretata da Laura Gemser, come eroina di una saga che vedrà numerosi sequel, ben 13, che usciranno in varie parti del mondo con titoli differenti, creando una confusione totale attorno alla serie, per l’abitudine dei vari distributori a cambiare il titolo del film.
Cosa che accadde anche alla seconda puntata di Emanuelle, anche se è sicuramente riduttivo parlare di seguito, in quanto il prodotto lanciato da D’Amato introduce numerose alternative a quello originale. Emanuelle nera Orient reportage, uscito in America come Emanuelle in Bangcock, in Germania come Emanuelle nera 2, che diverrà poi il titolo di un’altra produzione italiana, diretta nuovamente da Albertini,
Laura Gemser
riprende il personaggio di Emanuelle, giovane ed affascinante reporter nonchè disinibita e spregiudicata donna alla ricerca di emozioni forti, ne amplia il raggio d’azione e ne amplifica le doti di gran seduttrice, sensibile al fascino maschile ma anche a quello femminile, diventando, con il passare del tempo, un personaggio assolutamente spregiudicato, libero e senza vincoli.
Ely Galleani
Il film è ambientato inizialmente a Venezia, dove Emanuelle incontra un vecchio amico, Robert, che la invita ad un viaggio in oriente. L’uomo, un archeologo, arriva in Oriente con l’intenzione di dedicarsi ai suoi scavi, mentre Emanuelle rimane ospite del principe Sanit; mentre Emanuelle spera di realizzare un servizio fotografico sul re, il principe ne approfitta per tentare un’opera di seduzione della reporter, convincendola ad assistere a complessi rituali erotici, atti a insegnarle la padronanza perfetta dell’ orgasmo.
Le cose cambiano quando il principe, accusato di aver tramato contro la vita del re viene arrestato, mentre ad Emanuelle viene rubato tutto, dl passaporto ai soldi fino all’attrezzatura fotografica. La donna conosce così l’ambasciatore americano e sua figlia, con la quale intreccia una relazione saffica. recuperato quanto le serviva, Emanuelle riparte per l’Europa, piantando anche Robert, come aveva già fatto con principe, figlia del console, tuareg vari e amanti occasionali incontrati nel corso del suo viaggio, in fuga verso nuove avventure.
Joe D’Amato, il regista, vira notevolmente verso l’erotico più spinto la storia di Emanuelle, rendendola più libera e disinibita; il tutto si traduce, naturalmente, nel classico cinema di Massacesi, fatto di un erotismo spinto, ammiccante, con grande cura dei particolari e delle scenografie, oltre che delle bellezze sedotte dalla libertina reporter. In questo caso le due donne sono Ely Galleani che interpreta Frances e Debra Berger, che interpreta Deborah, figlia dell’ambasciatore in Thailandia.
Avventura, sesso, esotismo; questa la ricetta di D’Amato per il suo film, una ricetta che trasporterò nel lavoro successivo, quando utilizzerà ancora la Gemser e Tinti come attori principali, aggiungendo un tocco di sfrenato erotismo rappresentato da Paola Senatore,Marina Hedman e Lorraine De Selle.
Emanuelle nera Orient reportage, regia Joe d’Amato (Aristide Massaccesi)
Con Laure Gemser, Gabriele Tinti, Ely Galleani, Cris Avram, Ivan Rassimov, Venantino Venantini, Giacomo Rossi Stuart, Gaby Bourgois, Koike Mahoco, Fausto Di Bella, Attilio Duse, Debra Berger
Laura Gemser: Mae Jordan, detta Emanuelle
Gabriele Tinti: Robert
Ely Galleani: Frances
Ivan Rassimov: principe Sanit
Venantino Venantini: console
Giacomo Rossi Stuart: Jimmy
Koike Mahoco: Gee
Chris Avram: Thomas Quizet
Debra Berger: Debora

Regia Joe D’Amato
Soggetto Maria Pia Fusco, Piero Vivarelli, Ottavio Alessi
Sceneggiatura Maria Pia Fusco
Produttore Oscar Santaniello
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Nico Fidenco
Scenografia Franco Gaudenzi

Emanuelle nera
Primo capitolo dell’interminabile serie dedicata a Emanuelle, personaggio ispirato alla Emanuelle portata al successo dalla Arsan e lanciata, cinematograficamente, all’interpretazione di Sylvia Kristel. Emanuelle, una bella e affascinante reporter di colore, il cui nome in realtà è Mae Jordan, si concede un viaggio in Kenia,a Nairobi, invitata e ospite della coppia Gianni e Ann.
Qui, durante il soggiorno, si invaghisce di Gianni, ha una breve relazione saffica con Ann, scappa a gambe levate quando si rende conto che il pericoloso triangolo la priverebbe della cosa a cui tiene di più, la libertà. Il film, diretto da Adalberto Albertini, con lo pseudonimo di Albert Thomas, in realtà altro non è che un assieme di scene di erotismo alle volte patinato, alle volte esplicito, portato sullo schermo dall’interprete principe dell’eroina disinibita Emanuelle, la bella Laura Gemser e dalla partner di questa pellicola, la bionda Karin Schubert.
Un film diventato un cult per una serie di motivi; il primo, più importante, è la presenza di Laura Gemser, che da allora in poi rivestirà più volte il ruolo della fotografa, e che verrà definitivamente lanciata da Joe D’Amato, vero artefice del successo della serie. Altro grosso fattore è l’erotismo esplicito della pellicola, che verrà reso ancor più tale proprio da Massacesi, che inserirà nelle versioni per il mercato estero scene esplicite di sesso, alle quali però non parteciperò mai la Gemser, che verrà sostituita da controfigure.
Paradossalmente questo primo film finirà per essere il meno interessante della serie, basato com’è solo sull’impatto visivo della protagonista e pochissimo su una trama e sceneggiatura degne di tal nome. Sarà proprio D’Amato a dare un taglio molto più intrigante alle avventure di Emanuelle, coinvolgendola in storie scabrose, alle volte con ottimi risultati.
Sul set di Emanuelle nera la Gemser conobbe quello che poi sarebbe diventato suo marito, l’attore Gabriele Tinti, e che sarebbe stato suo partner in altre produzioni della serie; un’altra citazione riguarda la bella e fortunata colonna sonora composta da Nico Fidenco, che ebbe davvero un meritato successo.
Emanuelle nera, un film di Bitto Albertini. Con Laura Gemser, Karin Schubert, Angelo Infanti, Isabelle Marchall, Gabriele Tinti, Don Powell, Venantino Venantini
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.
Laura Gemser: Mae Jordan (detta Emanuelle)
Angelo Infanti: Gianni Danieli
Karin Schubert: Ann Danieli
Gabriele Tinti: Richard Clifton
Isabelle Marchal: Gloria Clifton
Don Powell: professor Kamau
Venantino Venantini: William Meredith
Regia Albert Thomas
Soggetto Adalberto Albertini, Ambrogio Molteni
Sceneggiatura Adalberto Albertini, Ambrogio Molteni
Produttore Mario Mariani
Casa di produzione Emaus Films S.A., Flaminia Produzioni Cinematografiche, San Nicola Produzione Cinematografica
Fotografia Carlo Carlini
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Nico Fidenco
Scenografia Alberto Boccianti
Paranoia
Un grave incidente automobilistico costringe la bella e affascinante Helene a dover rinunciare alle corse; rimasta anche senza soldi, accetta riluttante di passare un breve periodo di ferie nella villa spagnola dell’ex marito, Maurice, che nel frattempo ha sposato Costance, una donna più anziana di lui, con una figlia ma sopratutto con tanti, tanti soldi. Al suo arrivo nella splendida villa della donna, Helene scopre che è stata proprio la ricca Costance che ha insistito per averla come ospite; la donna ha in mente un piano.
Servirsi di Helene come esca per sedurre l’ex marito, portarlo ad una gita in barca e sopprimerlo. La donna, sicura delle infedeltà del marito ha organizzato il tutto per liberarsi di un uomo che ormai disprezza, e propone ad Helene l’omicidio di Maurice, promettendo alla stessa una lauta ricompensa in cambio del suo aiuto. Il giorno dell’agguato arriva, e Maurice, Costance e Helene salgono in barca e si dirigono al largo.
a all’ultimo momento Helene non se la sente di uccidere l’uomo; Maurice colpisce Costance con il fucile subacqueo e la uccide, e getta il corpo in mare. La polizia prende per buona la versione dei due ex coniugi, ma a sospettare l’omicidio ecco che arriva Susan, figlia di Costance. La ragazza mostra di sapere cosa è successo, ma ecco il colpo di scena; Helene si accorge che Maurice e Susan hanno una relazione, e che è questo il vero motivo per cui Costance aveva deciso di uccidere Maurice.
Ma i due amanti diabolici hanno progettato tutto e si sbarazzano anche di Helene. Il piano è perfettamente riuscito, ma ecco la sorpresa finale.
Diretto da Umberto Lenzi, Paranoia, film del 1970, è un avvincente e credibile thriller, giocato molto sugli sguardi, sugli atteggiamenti, sulla psicologia dei vari personaggi, interpretati davvero bene dal ben assortito cast, che comprende la bellissima Carroll Baker nel ruolo della sventurata Helene, di Jean Sorel nel ruolo di Maurice, della Proclemer in quello di Costance, per finire con Marina Coffa, star dei fotoromanzi Lancio, assolutamente a suo agio nel ruolo di Susan.
Un film di ottima fattura, che chiude il trittico di Lenzi iniziato con l’ottimo Orgasmo e proseguito un tantino meno bene con Cosi dolce così perversa. Sorretto da un’incalzante colonna sonora, Paranoia si lascia guardare fino alla parola fine, grazie ad una trama non banale, a quel tocco di torbido erotismo, mai volgare, che aggiunge un’atmosfera morbosa al film, che si avvale di una sceneggiatura una volta tanto esente da buchi visibili, anche se tendente in maniera pericolosa al semplicismo.. Bella sicuramente la location, la splendida Palma di Maiorca. Un film sicuramente ancora oggi vedibile.
Il film è ora disponibile su Youtube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=xj4ifiT6XUg in un’ottima versione digitale.
Paranoia – un film di Umberto Lenzi , con Carroll Baker; Jean Sorel; Marina Coffa; Anna Proclemer; Alberto Dalbes 1970
Carroll Baker: Helen
Jean Sorel: Maurice Sauvage
Luis Dávila: Albert Duchamps
Alberto Dalbés: Dr. Harry Webb
Marina Coffa: Susan Sauvage
Anna Proclemer: Constance Sauvage
Lisa Halvorsen: Solange (con il nome Liz Halvorsen)
Manuel Díaz Velasco: Miguel
Jacques Stany: James
Rossana Rovere: Infermiera
Calisto Calisti: Dottore
Alfonso de la Vega: Chauffeur
Regia Umberto Lenzi
Soggetto Marcello Coscia, Rafael Romero Marchent
Sceneggiatura Marcello Coscia, Rafael Romero Marchent, Marie Claire Solleville
Casa di produzione Día P.C., Eagle, Medusa Produzione, Tritone Cinematografica
Fotografia Guglielmo Mancori
Montaggio Enzo Alabiso, Stanley Frazen, Antonio Ramírez de Loaysa
Musiche Gregorio García Segura, Nino Rota
Le dolci zie
Il giovane Libero ( omen nomen), cresciuto dal nonno comunista sfegatato e anticlericale in modo patologico, convivente con una donna di malaffare, viene sottratto alla custodia di quest’ultimo e affidato alle zie. Fiorella, Benedetta e Nini, le tre sorelle, zie di Libero, sono un tantino bigotte, ma con l’arrivo del giovane Libero, iniziano a guardare alle cose del sesso con occhi diversi.
Per il giovane, e per le tre zie, arriverà un vento di novità,naturalmente a base di sesso. Commediola erotica abbastanza insulsa, Le dolci zie si segnala solo per il cast, davvero notevole, che annovera la grande Marisa Merlini, la zia più anziana, Fiorella, che si segnala anche per una fugace scena di nudo balneare, con tanto di seni esposti per pochi secondi, per la partecipazione della conturbante Pascal Petit,la zia Benedetta, per la presenza di Femi Benussi, bellissima e simpatica come sempre, nel ruolo della zia Nini, scultrice ingenua ( forse nemmeno troppo).

Femi Benussi vista attraverso il classico buco nella serratura…

..e Pascal Petit vista sotto la classica doccia
Nel cast c’è anche la bellissima Orchidea De Santis, questa volta nel ruolo di una procace contadinella, oltre a Patrizia Gori, la ragazza saputella e impicciona che alla fine cederà anche lei al fascino del giovane Libero. Il nonno mangiapreti è interpretato da Pupo De Luca, mentre, epr il resto, il film è da dimenticare. Qualche nudo, qualche situazione scabrosa e null’altro.
Orchidea De Santis
Non fosse per le bellezze femminili, unica cosa decente della pellicola, il film andrebbe annoverato tra i più brutti del decennio settanta.
Le dolci zie, un film di Mario Imperoli. Con Marisa Merlini, Femi Benussi, Pascale Petit, Jean-Claude Verné, Mario Maranzana, Patrizia Gori, Orchidea De Santis
Erotico, durata 110 min. – Italia 1975.
Marisa Merlini … Fiorella
Femi Benussi … Mimì
Pascale Petit … Benedetta Chiappalà
Mario Maranzana …Lo zio
Jean-Claude Vernè … Libero
Orchidea de Santis …La contadinella
Patrizia Gori … Anna
Pupo De Luca … don Fiorello
Regia: Mario Imperoli
Sceneggiatura: Mario Imperoli
Produzione:Enzo Boetani,Giuseppe Collura
Musiche: Nico Fidenco
Fotografia: Fausto Zuccoli
Montaggio:Otello Colangeli
Giovannona Coscialunga disonorata con onore
Un industriale veneto, La Noce, possiede una fabbrica di formaggi in Sicilia, che ha il grave problema di inquinare un fiume vicino lo stabilimento. L’industriale, uno strano tipo a mezza strada tra l’affarista senza scrupoli e il traffichino, aiuta anche una cittadina di ragazzi, con il beneplacito di un prelato altrettanto poco affidabile. L’industriale, che teme la legge anti inquinamento , che se applicata lo porterebbe dritto in carcere, decide di rivolgersi all’onorevole Pedicò, altro traffichino che è solito dispensare favori a chiunque gli ceda la propria moglie per soddisfare la propria erotomania.
Ma La Noce ha un problema; la moglie è tutto tranne che una bella donna, inoltre è una bigotta con ferrei principi morali. Sarà Mario, segretario dell’industriale, ad avere l’idea che può salvare capra e cavoli; sostituire la moglie di La Noce con una prostituta occasionale, circuire l’onorevole e ottiene il beneplacito.
Così Mario ingaggia la bella Coco, prostituta da statale, ignorante e anche ingenua, come sostituta della moglie di La Noce; ma durante il viaggio da Roma alla Sicilia prima, e nella villa dell’onorevole poi, accadono una serie di errori di persona, di equivoci, per i il piano alla fine salta. Sarà il protettore di Giovannona alias Coco ad approfittare della situazione, mentre per Mario si apre la carriera di sfruttato. Finale amarognolo.
Giovannona Coscialunga disonorata con onore, diretto da Sergio Martino nel 1973, ad onta di un titolo assolutamente infelice, è in realtà una gradevole commedia di costume, ben diretta e con un cast nutrito di ottimi attori; c’è Vittorio Caprioli, nel ruolo dell’onorevole erotomane Pedicò, la sempre bellissima e seducente Edwige Fenech in quello di Coco, la candida prostituta protagonista dell’intreccio, Pippo Franco in quello del ragionier Mario, che finirà per diventare un pappone, oltre al bravo Gigi Ballista, alla splendida Patrizia Adiutori, e agli onnipresenti Francesca Romana Coluzzi, Riccardo Garrone e Vincenzo Crocitti.
Una commedia in alcuni tratti anche divertente, lontana dalle commediole erotiche e sexy che di li a poco invaderanno lo schermo.
Giovannona Coscialunga disonorata con onore, un film di Sergio Martino. Con Vittorio Caprioli, Edwige Fenech, Pippo Franco, Adriana Facchetti, Riccardo Garrone,Nello Pazzafini, Sandro Merli, Armando Bandini, Sandro Dori, Gigi Ballista, Vincenzo Crocitti, Patrizia Adiutori, Gino Pagnani, Carla Mancini
Commedia, durata 94 min. – Italia 1973.
Edwige Fenech: Giovannona Coscialunga in arte Cocò
Pippo Franco: Ragionier Mario Albertini
Gigi Ballista: Commendatore La Noce
Riccardo Garrone: Robertuzzo
Francesca Romana Coluzzi: Mary
Vittorio Caprioli: Onorevole Pedicò
Sandro Merli: Mons. Alatri
Danika La Loggia: Signora La Noce
Adriana Facchetti: Segretaria di Pedicò
Armando Bandini: passeggero gay nel treno
Vincenzo Crocitti: controllore del treno
Sandro Dori: Matto e cieco sulla Maserati
Gino Pagnani: Autista carro Funebre
Patrizia Adiutori: Luisella
Francesco D’Adda: Mons. Alatri
Carla Mancini: impiegata della società delle “accompagnatrici”
Luigi Leoni: Segretario di Mons. Alatri
Nello Pazzafini: Franceschino
Regia Sergio Martino
Soggetto Tito Carpi, Marino Girolami Francesco Massaro Luciano Martino
Sceneggiatura Mariano Laurenti Sergio Martino Francesco Milizia,
Carlo Veo, Franco Mercuri
Fotografia Stelvio Massi
Montaggio Attilio Vincioni
Musiche Guido De Angelis Maurizio De Angelis
Scenografia Giovanni Natalucci






























































































































































































































































































