La sanguisuga conduce la danza

Ci sono film così brutti che inducono quasi ad un sentimento di commozione, mentre i fotogrammi si succedono sullo schermo; è il caso di questo pseudo thriller di Alfredo Rizzo, girato nel 1975. Rizzo, un passato da caratterista nel cinema italiano, con qualche discreta prova in buoni film come Pane amore e fantasia, passò alla regia dirigendo alcune sciagurate pellicole dai titoli anche imbarazzanti, come Carnalità; La sanguisuga conduce la danza nelle pie intenzioni di Rizzo, rimaste alla fine tali, doveva essere un thriller con qualche suggestione erotica.
Femi Benussi
Doveva, appunto; il risultato finale è talmente piatto e sciatto da permettere a quest’opera di contendersi il poco ambito titolo di film più brutto del decennio settanta, grazie ad una trama praticamente inesistente, ad una recitazione a dir poco imbarazzante e ad uno svolgimento che si presta più al canovaccio di un film comico che del genere thriller.
La storia, di una pochezza disarmante, inizia con un ricco gentiluomo che si reca a visitare una scadente compagnia teatrale, impegnata in chissà quale rappresentazione. L’uomo si è invaghito di una delle protagoniste, che ricorda tanto sua moglie, scomparsa anni addietro. Così il gentleman (uno smarrito Rossi Stuart) invita la compagnia, nella quale lavorano alcune elle figliole, sulla sua isola, nel suo castello.
Il gruppo ovviamente accetta, ma all’arrivo ben presto accadono fatti strani. A parte l’ostilità del personale, iniziano strane morti, tutte consumate tramite decapitazione delle malcapitate, con tanto di sorpresa finale, durante un ridicolo confronto tra i sospettati, con un solerte ( e anche purtroppo imbarazzante) funzionario di polizia che smaschera il colpevole.
Patrizia Webley
A parte la già citata inconsistenza della trama, quello che sorprende di più nel film è la penosa ricostruzione ambientale; ridicola, per esempio, la scena del trasporto in barca della compagnia teatrale, con tanto di fumo proveniente dalla barca del regista che investe per qualche istante il gruppo di teatranti. Effetto nebbia? Mai vista una nebbia di pochi secondi in una splendida giornata di sole. Imbarazzanti le sequenze in bianco e nero rappresentanti tempeste inserite, senza alcuna logica, nella pellicola.
Forse Rizzo voleva far riferimento alla tempesta di Shakespeare, per nobilitare in qualche modo il film. Tra gli attori, a parte un imbarazzato Rossi Stuart, che sembra quasi divertirsi, tutti sulle righe gli altri attori; la povera Benussi sembra capitata per errore nel film, mentre le altre attrici si segnalano più che altro per la gradevolezza dei loro seni.
Insomma, una pellicola da evitare con cura, inconsistente, vuota e mal recitata. Uno dei pochi esempi di thriller italiano di bassa, bassissima lega.
La sanguisuga conduce la danza, un film di Alfredo Rizzo. Con Femi Benussi, Krista Nell, Giacomo Rossi Stuart, Luciano Pigozzi, Leo Valeriano, Barbara Marzano, Alfredo Rizzo,Patricia Webley
Giallo, durata 87 min. – Italia 1975.
Femi Benussi: Sybil
Giacomo Rossi-Stuart: Conte Richard Marnack
Krista Nell: Cora
Patrizia Webley: Evelyn
Luciano Pigozzi: Gregory
Mario De Rosa: Jeffrey, il maggiordomo
Barbara Marzano: Mary, la cameriera
Marzia Damon: Rosalind
Lidia Olizzi: Penny
Leo Valeriano: Samuel
Luigi Batzella: ispettore di Polizia (non accreditato)
Rita Silva: Margaret (non accreditato)
Regia Alfredo Rizzo
Soggetto Alfredo Rizzo
Sceneggiatura Alfredo Rizzo
Casa di produzione TO. RO. Cin.ca
Fotografia Aldo Greci
Montaggio Piera Bruni
Musiche Marcello Giombini
Scenografia Vanni Castellani
Costumi Maria Luisa Panaro
Trucco Sergio Angeloni
La Venexiana
Ennesimo film con ambientazione veneziana, come del resto recita il titolo, preso alla lettera da un romanzo scritto in dialetto veneziano nel 1500, non ancora attribuito con certezza. Un romanzo allegro, ridanciano e divertito, scopertamente erotico sia come tematica sia come situazioni. Jules, gentiluomo straniero, approda nella città lagunare durante la locale festa del Ringraziamento; qui conosce Bernardo, gondoliere, che scarrozza l’affascinante ospite attraverso una Venezia che appare da dubito sotto una luce libertina. Il gondoliere, oltre ad illustrare le meraviglie di Venezia, decanta la bellezza delle donne locali, prospettando al giovane la possibilità di avere molte avventure galanti.
Il giovane viene immediatamente notato da due donne; la prima, Angela, è una vedova, ancora piacente e affascinante, mentre l’altra, Valeria, è una donna dai robusti appetiti sessuali, essendo giovane e maritata ad un uomo che è sempre assente per lavoro. La furba Valeria sguinzaglia la sua cameriera personale Oria sulle tracce del giovane, riuscendo a carpire al giovane la promessa di u incontro notturno con la sua padrona. Così, la sera, Jules accompagnato da Bernardo conosce Angela, e bruciato da cocente passione la ama per tutta la notte, mentre il buon Bernardo si consola tra le braccia di una corpulenta fantesca.
Monica Guerritore
Il tour de force di Jules continua, perchè Valeria, incapricciata del giovane, non demorde, riesce a convocarlo a casa sua, dopo essere andata personalmente di notte in giro per le calli veneziane vestita da cavaliere a cercarlo. Così il fortunato Jules si gode anche le grazie della bella Valeria; il tutto però arriva alla fine con il rientro in città del marito della donna, così Jules, appagato e soddisfatto, probabilmente anche un tantino sollevato, può ripartire dalla città lagunare.

Jason Connery e Laura Antonelli
Del romanzo libertino e ridanciano dell’anonimo veneziano resta poco; l’atmosfera di peccato, di erotismo diffuso rimane, nelle intenzioni del regista Bolognini, tutto nelle intenzioni, e si trasforma quasi in un dramma, quindi lontano anni luce dall’atmosfera pagana e divertita del romanzo stesso. Il regista, pur usando la sua patinata fotografia, la sua classica ambientazione curata, cerca di puntare qualcosa sulle psicologie dei personaggi, ma incappa prima di tutto in un errore clamoroso, scritturando per il film Jason Connery, figlio del grande Sean, assolutamente inespressivo e assolutamente inadatto alla recitazione.
Si salvano le due protagoniste femminili, Laura Antonelli, ormai avviata al tramonto, comunque in grado di tenere dignitosamente la scena e la giovane Monica Guerritore, forse più a suo agio nei panni (svestiti) della moglie insoddisfatta. Da ricordare anche la presenza di Claudio Amendola nei panni del gaudente Bernardo, il gondoliere. Un film francamente deludente, immerso in un erotismo patinato, con fosche tinte e colori, quasi più vicino al drammatico che al godereccio leif motiv del romanzo, che alla fine toglie al tutto quel sapore di festa pagana dell’Eros che Bolognini non ha voluto riprendere.
La Venexiana, un film di Mauro Bolognini. Con Jason Connery, Laura Antonelli, Monica Guerritore, Annie Belle, Stefano Davanzati, Claudio Amendola, Clelia Rondinella, Monica Guerritore
Erotico, durata 125 min. – Italia 1985.
Laura Antonelli: Angela
Monica Guerritore: Valeria
Jason Connery: Jules
Clelia Rondinella: Nena
Claudio Amendola: Bernardo
Cristina Noci: Oria
Regia Mauro Bolognini
Soggetto dalla commedia di anonimo La Venexiana
Sceneggiatura Massimo Franciosa
Produttore Ciro Ippolito
Casa di produzione Lux International
Musiche Ennio Morricone
Attenti al buffone
Marcello è un musicista, un po sognatore e un po idealista; possiede un gatto, che curiosamente ascolta rapito la sua musica, e che si chiama Wolfang Amedeo, ha un amico, Lolo, con cui gira il mondo suonando la sua musica e infine ha una moglie, Giulia, che sembra arrabbiata con tutto il mondo, oltre che con lui. I due hanno anche due figli; un giorno mentre Marcello è impegnato in uno dei suoi tanti giri per il mondo, Cesare, soprannominato Ras, un uomo dal passato oscuro, vissuto nelle colonie al tempo del fascismo e sopratutto noto proprio per le sue simpatie nere, dopo aver corteggiato Giulia, riesce a sedurla e a portarla con se.

Erika Blanc è una delle partecipanti all’orgia
Deciso a farla sua con tutti i mezzi, Cesare riesce grazie a conoscenze e sopratutto grazie alla corruzione, a far annullare il matrimonio di Marcello e Giulia,Cesare però, non pago, decide di umiliare fino in fondo Marcello, offrendogli come risarcimento dell’adulterio, dei soldi.
Marcello reagisce con calma e ironia alla situazione; decide di entrare al servizio di Cesare, e ben presto, usando le armi dell’ironia, del sarcasmo e del disprezzo celato da un’intelligente satira, riesce a ridicolizzare il potente Ras, umiliandolo davanti alla pletora di cortigiani di cui Cesare si circondava. Rifiutata la moglie, che stupita dal suo coraggio, le si era offerta, Marcello manda in fumo anche le nozze del ras, consumando fino in fondo la sua vendetta.
Nino Manfredi

Una giovanissima Loredana Bertè
Attenti al buffone, di Alberto Bevilacqua, arriva nel 1976, dopo 5 anni dall’uscita del bel Questa specie d’amore, film del 1971, che era seguito allo splendido La Califfa; questa volta non è Tognazzi, come nella Califfa l’attore protagonista, ma un altro grande dello schermo, Nino Manfredi, che interpreta in maniera sorniona e allo stesso tempo sofferta la figura del filosofo Marcello, un uomo che sembra fuori dal tempo, ma che in realtà, sopratutto in quello che è il mondo in cui si trova a vivere, è l’unico a possedere valori forti, un’identità vera e sopratutto una dignità non in vendita. Lui, il maggiordomo di Cesare e Lolo sono, in fondo, le uniche persone umane, reali tra tutte quelle che si muovono nel film.
Per usare un’espressione di Sciascia, gli altri sono “quaquaraqua”, cortigiani, gente senza dignità o peggio; non ha dignità Cesare (uno splendido Eli Wallach), non ha dignità la debole e frustrata Giulia (una sconcertante e indecisa Mariangela Melato); tutti si muovono come comparse di una farsa. L’unico vero attore è Marcello, uomo candido, ma vero.
Il film, anche se con qualche caduta di tono, dovuta alla forzatura delle situazioni, spesso sconfinanti nel grottesco, si muove con interesse, anche se alla fine non sembra un’opera davvero compiuta. Nuoce al film la spaccatura troppo netta fra i protagonisti, con Lolo, Marcello e il maggiordomo da un lato, i buoni, e Cesare, Giulia e i cortigiani dall’altra, i cattivi, o peggio, i deboli.
Attori comunque all’altezza, come Wallach, davvero bravo nel ruolo dell’arrogante, ma alla fine sconfitto Cesare, un’incerta Mariangela Melato, in evidente disagio nei panni di Giulia, Enzo Cannavale solito grande caratterista nei panni di Lolo. C’è spazio anche per le comparsate di Erika Blanc e della cantante Loredana Bertè, entrambe nei rispettivi ruoli di due partecipanti all’orgia organizzata da cesare, forse la parte meno riuscita del film, ed anche la parte più deprimente.
Attenti al buffone, un film di Alberto Bevilacqua. Con Nino Manfredi, Mario Scaccia, Eli Wallach, Enzo Cannavale, Mariangela Melato, Franco Scandurra, Ettore Manni, Francisco Rabal, Rolf Tasna, Adriana Innocenti, Valentino Macchi, Giuseppe Maffioli, Erica Blanc, Loredana Berté
Commedia, durata 110 min. – Italia 1975.
Nino Manfredi: Marcello Ferrari
Mariangela Melato: Giulia
Eli Wallach: Cesare
Mario Scaccia: Salomone
Renzo Marignano: ospite a pranzo
Adriana Innocenti : Jolanda
Ettore Manni : Un amico di Cesare
Erika Blanc : Margot
Enzo Cannavale : Lolo
Loredana Bertè: Una donna all’orgia
Regia Alberto Bevilacqua
Soggetto Alberto Bevilacqua
Sceneggiatura Nino Manfredi e Alberto Bevilacqua
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Clément Janequin e Ennio Morricone
Scenografia Pier Luigi Pizzi
L’iniziazione
Roger, poco più che adolescente, terminati gli studi in città, si reca per le tradizionali vacanze estive nella residenza del padre, in una lussuosa villa nelle campagne; suo padre è un industriale, che si occupa di decorazioni militari, quindi di conseguenza aspetta le buone notizie da Parigi, riguardanti un intervento militare della Francia in guerra. Siamo infatti alla vigilia della prima guerra mondiale, e il giovane Roger arriva nella villa paterna accolto da un folto schieramento di donne.
A parte lui, e gli uomini del vicino villaggio, di esseri di sesso maschile in giro non c’è nemmeno l’ombra; così il ragazzo si trova nell’invidiabile posizione di essere l’unico maschio della villa, fatta eccezione per un professore appassionato di astronomia, poeta in erba, che corteggia apparentemente senza successo la sorella della madre. Nella villa, oltre alla madre, donna inflessibile e di costumi morigerati, ancor chè giovane, ci sono la sua saccentissima e indisponente sorellina, un’altra zia,
fidanzata con un ancor più odioso ufficiale che partirà ben presto per il fronte, l’insegnante di inglese della petulante, insopportabile sorellina, la cameriera Ursula, una simpatica,molto disponibile ragazza, un’altra cameriera. A completare il quadro, non manca anche la moglie vogliosa di un contadino, con evidenti problemi di confusione mentale. Dopo aver sperimentato i modi sgarbati dell’ufficiale fidanzato della zia, Roger impara a muoversi in quell’universo tutto al femminile.
Scopre che sua madre, all’apparenza tanto arcigna e morigerata, fa strani giochi erotici con il padre; sopratutto viene iniziato alle gioie dell’amore dalla cameriera Ursula, che gli insegna i primi rudimenti del sesso. E’ una scoperta che cambia la vita del ragazzo, che da quel momento inizia a sedurre tutto ciò che incontra. Cadranno vittime (consapevoli e vogliose) dell’assatanato ragazzo la governante inglese, sedotta vicino ad uno stagno, l’altra cameriera di casa, la contadina matura e per finire anche la zia bramata dal professore poeta.

In alcuni casi, il giovane Roger passerà nottate di fuoco in compagnia contemporaneamente di Ursula, della professoressa d’inglese e dell’altra cameriera. Alla fine dell’estate scoprirà di averne messe in cinta addirittura tre; con uno stratagemma, riuscirà ad appioppare la zia al professore poeta, l’altra zia all’ufficiale e la simpatica e prosperosa Ursula ad un contadino del posto. partirà dalla villa soddisfatto e consapevole di aver passato un’estate irripetibile.

Preso a larghe mani dal romanzo erotico di Guillaume Apollinaire Les exploits d’un jeune Don Juan, uscito postumo nel 1923, L’iniziazione, film del 1986 diretto dal nostro Mingozzi, è un prodotto che si distacca nettamente dalla produzione erotica; è difatti un film con molte ambizioni, ben girato, con una trama fresca e di stampo boccaccesca, mai volgare nonostante le numerose scene di nudo del film.

Ma è un film che limita al massimo gli amplessi, basandosi più che altro sulla descrizione ambientale, e non disdegnando, quando possibile, il riferimento all’antimilitarismo e all’anticlericalismo di Apollinaire, pur conservando un’aria goliardica che è il maggior pregio del film. Splendida l’ambientazione, così come splendidi sono i costumi e la fotografia.

Molto ben assortito il cast. Bene Claudine Auger, che interpreta il ruolo della mamma di Roger, consorte dell’industriale vizioso,; bravo Fabrice Jossa, il giovane e effervescente Roger, bella e prorompente Serena Grandi nel ruolo di ursula, la cameriera che “svezzerà” l’adolescente, bene anche Virginie Ledoyen e Marina Vlady. Un film sicuramente godibile, fresco, una ventata di sano erotismo, non malato, e sopratutto mai esplicito.
L’iniziazione, un film di Gianfranco Mingozzi. Con Serena Grandi, Claudine Auger, Fabrice Josso, Marina Vlady, Bérangère Bonvoisin, François Perrot, Aurélien Recoing, Virginie Ledoyen Erotico, durata 99 min. – Italia 1986.
Serena Grandi: Ursula
Claudine Auger: la madre
Marina Vlady: Madame Muller
Fabrice Josso: Roger
François Perrot: il padre
Aurélien Recoing: Adolphe
Rosette: Helene
Laurent Spielvogel: sig. Frank
Alexandra Vandernoot: Elisa
Marion Peterson: Kate
Yves Lambrecht: Roland
Virginie Ledoyen: Bertha
Rufus: il monaco
Bérangère Bonvoisin: zia Marguerite
Daniel Langlet: sig. Muller
Jean-Claude Frissung: Valentin
Regia Gianfranco Mingozzi
Soggetto Guillaume Apollinaire (romanzo)
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Peter Fleischmann, Gianfranco Mingozzi
Produttore Chantal Bergamo, Enzo Porcelli, Lucien Duval, Nicolas Duval-Adassovsky
Casa di produzione Antea Cinematografica, Orphée Arts, Lagonda Films, Les Films Ariane, Séléna Audiovisuel
Fotografia Luigi Verga
Montaggio Alfredo Muschietti
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Jacques Saulnier
Costumi Yvonne Sassinot de Nesle
Trucco Gilberto Provenghi, Marc Blanchard
Serena Verdirosi: la madre
Rossella Izzo: Madame Muller
Gianni Marzocchi: il padre
Isabella Pasanisi: Helene
Sergio Di Stefano: sig. Frank
Anna Rita Pasanisi: Elisa
Roberto Chevalier: Roland
Gianfranco Bellini: il monaco
Vittoria Febbi: zia Marguerite
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Simpaticamente ribaldo. Mingozzi dirige con estro brioso, in mezzo alla natura (siamo al Castello di Béhoust) e agli amori ancillari, dando buona forma alla materia erotica, trattata con maliziosa grazia, nonostante gli eccessi recitativi del protagonista, fin troppo stupito e vertiginoso. C’è Serena Grandi, al suo massimo. Il cannocchiale (simbolo fallico) calante, c’è anche in Homo Eroticus. Essendo tratto da libro di Apollinaire, è inevitabile che la splendida fotografia sia di Verga (Luigi).
L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
1914: il collegiale Roger (Fabrice Josso) rientra a casa per le vacanze estive. L’avvio del conflitto mondiale lo lascia unico maschio tra le mani di una variegata quantità di donne. Domestiche, mogli e persino zia e sorella. L’iniziazione al sesso -provocata dalla formosa Ursula (Serena Grandi)- per il giovane ragazzo ha il sapore dell’avventura senza fine. Il taglio erotico del film soggiace ad un’ironia raffinata e riuscita, mentre la lieve polemica sull’inutilità della guerra è surclassata da un testo sporcaccione: ricche e plebee, nel film, scopan tutte senza ritegno. Esilarante il prete.
L’opinione di Pigro dal sito http://www.davinotti.com
Un’estate particolarmente fruttuosa per l’adolescente che approda in una villa piena di donne vogliose con cui perdere la verginità. Dal romanzo di Apollinaire, una gaia ventata di libertinaggio senza troppe morbosità o retropensieri: puro istinto sessuale che governa scherzosamente e ironicamente il mondo. Ma troppa leggerezza rende un po’ vacua e manierista l’operazione, rivelando la sua sostanziale pudicizia. Non mancano i momenti brillanti, ma neanche quelli mosci perché prevedibili. Comunque simpatico.
Lezioni private
Come gran parte delle pellicole italiane degli anni settanta, anche questa Lezioni private, diretto da Vittorio de Sisti nel 1975 è ambientato nella provincia italiana; qui il giovane Alessandro, che studia musica dai preti, sembra essere, a differenza dei compagni, assolutamente disinteressato all’altro sesso, con somma costernazione della giovane Emanuela, sorella di un conoscente di Alessandro, Gabriele.
A differenza del giovane, Emanuela ha un certo interesse per l’altro sesso, un interesse quasi morboso, principalmente proprio per Alessandro. E non è l’unica; anche Gabriele, che è omosessuale, nutre più di qualche interesse per il giovane; un giorno a casa diAlessandro arriva l’avvenente e matura Laura, un’insegnante di conservatorio arrivata per dare lezioni private al giovane Alessandro. Gabriele riesce a fotografare la donna in alcuni momenti di intimità, in cui Laura sembra lasciarsi andare a pratiche autoerotiche. Così Gabriele ricatta la donna, e la costringe ad iniziare un’opera di seduzione del giovane Alessandro. Durante un’umiliante incontro, la donna è costretta a spogliarsi davanti ai due giovani.
Ma per Alessandro i tempi stanno maturando; sedotto con grande giubilo della famiglia dalla serva di casa, il giovane si scatena, e dopo aver avuto un incontro ravvicinato con laura, consuma finalmente l’atto con la vogliosa Emanuela, in un campo verde e in un tripudio di colori.
Film abbastanza incolore, si salva dal naufragio per il cast, tutto al femminile, composto dalla bella e matura Carroll Baker, che interpreta da par suo l’insegnante di pianoforte, Laura, costretta ad un’umiliante esibizione al cospetto dei due adolescenti Alessandro e Gabriele; da Femi Benussi, bllissima e seducente come sempre, questa volta nel ruolo della servetta che riesce a sedurre il giovane Alessandro, mentre è allo stesso tempo l’amante del padrone di casa, un Renzo Montagnani una volta tanto relegato in un ruolo di secondo piano. L’ultima è Leonora Fani,
la ninfetta smaniosa che alla fine riesce finalmente a sedurre il giovane Alessandro, facendosi conquistare in un campo di grano ripreso in varie angolazioni, forse l’unica cosa particolare del film. Per il resto, si rischia un sonnellino, sia per la banalità della storia adolescenziale, sempre più sfruttata nella commedia sexy, tanto simile al capostipite Malizia, sia per le situazioni in cui incorrono i protagonisti del film, a cominciare da quell’Alessandro, (interpretato da Rosalino Cellamare, che avrà un futuro come cantante on il nome di Ron) che sembra titubare all’inizio, per poi scatenarsi verso la fine del film in una perfomance erotica degna di miglior causa. Non un film da gettare in toto, ma neanche da rivedere.

…e la cameriera di casa, Femi Benussi

…infine la vogliosa Manuela, Leonora Fani
Lezioni private, un film di Vittorio De Sisti. Con Femi Benussi, Leopoldo Trieste, Carroll Baker, Renzo Montagnani, Rosalino Cellamare, Carlo Giuffrè, Leonora Fani
Erotico, durata 95 min. – Italia 1975.


Carroll Baker: Laura Formenti
Rosalino Cellamare: Alessandro Corsini
Leonora Fani: Emanuela Finzi
Carlo Giuffrè: Luigi, il padre di Alessandro
Leopoldo Trieste: l’esibizionista
Renzo Montagnani: Giulio, zio di Alessandro
Femi Benussi: Rosina, cameriera di Giulio
Eugene Walter: zio di Emanuela
Luisa Maneri: Paola

Regia Vittorio De Sisti
Soggetto Paolo Brigenti
Sceneggiatura Paolo Brigenti, Vittorio De Sisti
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Torino Roma Attività Cinematografiche
Fotografia Mario Masini
Montaggio Angelo Curi
Musiche Franco Micalizzi
Scenografia Gisella Longo
Costumi Giuliana Serano
Trucco Teresa Cicchetti
Ajita Wilson
Di George Wilson, divenuto in seguito ad un’operazione di cambio del sesso Ajita Wilson oramai si ricordano in pochi; molti di quelli che ricordano il volto ( e il corpo) dell’attrice nata a Brooklin negli States nel 1950, possono a mala pena ricordare qualche partecipazione a film della commedia sexy all’italiana, pochi per la verità, e un nugolo di film spesso sconfinanti nell’hard, se non veri e propri film del genere più spinto. George ,giocando sulla sua incerta identità sessuale, sulla bellezza davvero notevole con molti tratti femminili, si mise in mostra facendo strip tease, cambiando sesso nel 1975, cosa che le valse alcune scritture nel mondo del cinema.
L’esordio lo fece con Gola profonda nera, di Zurli, chiaro riferimento al successo del film Gola profonda interpretato da Linda Lovelace; il film, del filone sexy, la fece notare immediatamente, per quel suo corpo femminile in tutto e per tutto, e per la sua notevole bellezza. Subito dopo, infatti, girò La principessa nuda, un discreto film di Cesare Canevari, nel cui cast figurava un’altra sfortunata attrice, Tina Aumont, oltre al nostro Luigi Pistilli,
La principessa nuda
anche lui scomparso prematuramente. L’ambiguità della sua identità sessuale, la discreta bravura sul set, le procurarono altre scritture, come Nel mirino di Black Afrodite, di Filippou Pavlos, nel quale interpreta un personaggio che ha il suo nome Ajita, seguito subito dopo da La bravata, di Montero, al fianco di veterani dello schermo come Venantino Venantini e Silvano Tranquilli.

Ajita Wilson in Macumba sexual
Buon successo fu il successivo Candido erotico, di Claudio Giorgi, nel quale però fa poco più di una comparsata, accanto alla star Lilli Carati, non ancora votata all’hard; in pratica questo è l’ultimo film di un certo spessore, prima di una lunga serie di pellicole scadenti, fatta eccezione per Luca il contrabbandiere, del 1980, accanto a Fabio Testi e a Pensione amore servizio completo, girato l’anno prima, con la vedette del Drive in televisivo Lori Del Santo; dal 1977 in poi, fino al 1986, l’anno che precederà la sua tragica morte, Ajita Wilson lavorerà in pellicole a chiaro riferimento erotico, anche con qualche ambizione,
come Una donna di notte, di Nello Rossati, che annovera nel cast Lorraine De Selle, Daniele Vargas e Otello Berardi, oppure in Libidine, del 1979, diretto da Raniero di Giovanbattista, nel quale figura l’ex bambina prodigio della tv Cinzia De Carolis. Lavorerà anche con Jesus Franco, nello scabroso Sadomania, film del 1981 e sempre con il regista spagnolo in Macumba sexual, accanto alla musa del regista spagnolo e moglie nella realtà Lina Romay. Con Sadomania,

Con Lorraine De Selle in Una donna di notte
I pornodesideri di Sylvia
la Wilson si tuffa decisamente nell’hard, riscuotendo un notevole successo tra i cultori del genere, intervallando il tutto con pellicole decisamente tinte di eros, come Orinoco, prigioniere del sesso, di Eduardo Mulargia (1980), Eva man, due sessi in uno, dello stesso anno, giocato sulla presenza di eva Robins, altro transessuale (non operato) che godrà di una certa fama negli anni uccessivi. Inutile citare le pellicole successive, tutte esplicite e con chiaro riferimento al genere scelto dall’attrice; sul finire della carriera interpreterà due film del filone women in prison, per la precisione Perverse oltre le sbarre di Sergio Garrone e Detenute violente, dello stesso regista, film di nessun valore artistico e realizzati con quattro soldi, basati solo sulle nudità delle protagoniste.
La carriera di Ajita Wilson si interrompe drammaticamente subito dopo l’uscita nelle sale cinematografiche di Bocca bianca bocca nera, di Arduino Sacco, film hard con la stella del genere Pontello e con la neo star Marina Lotar (Hardman- Frajese); l’attrice è coinvolta in un grave incidente automobilistico, nel quale perderà la vita il 26 maggio del 1987, a soli 37 anni.
La storia cinematografica della Wilson non è di quelle da ricordare nelle antologie; va detto tuttavia che possedeva una certa grazia, una disinvoltura, sulla scena, che avrebbe potuto utilizzare con ben altri risultati se non avesse deciso di giocarsi tutte le carte sfruttando la sua ambiguità sessuale. Una scelta che l’ha portata a cavalcare gli oscuri sentieri dell’hard, come malinconicamente testimoniato dal suo ultimo film.
Luca il contrabbandiere
Orinoco prigioniere del sesso
Erotiko pathos
The Pussycat syndrome
Notti porno nel mondo 2
Black Afrodite
Los energeticos
La sorprendente eredità del tonto di mamma
I grossi bestioni

Leonora Fani
Eleonora Cristofani, in arte Leonora Fani, è nata a Cornuda in provincia di Treviso nel 1954; ha esordito giovanissima, a 19 anni, nel film Metti… che ti rompo il muso, una commedia di Giuseppe Vari, uscita nelle sale nel 1973, nel quale l’attrice veneta usava ancora il suo nome per intero, Eleonora Cristofani; il suo fascino acerbo, da adolescente, con il viso acqua e sapone, la resero immediatamente popolare, anche se limitatamente a pellicole in cui raramente ha ricoperto ruoli principali.

Leonora Fani nel suo primo lavoro importante, La svergognata
Il suo primo, vero successo, è del 1974, e porta la firma del regista Giuliano Biagetti, che la volle nel cast del film La svergognata, nel quale è Ornella, figlia di un industriale e di una donna che ad Ischia reincontra il suo vecchio amante, uno scrittore in crisi; la ragazza dopo aver provocato in tutti i modi l’uomo, finirà per concedersi a lui, che ritroverà la vena poetica smarrita.

Leonora Fani in uno dei suoi ultimi lavori, Giallo a Venezia
Amore mio non farmi male
La buona prova interpretata in questo film le vale una scrittura per Amore mio non farmi male, di Vittorio Sindoni, sempre del 1974; Leonora, che compare ormai con questo nome, interpreta la ragazza di un giovanotto con il quale non riesce a consumare fino in fondo il rapporto. Nel film recita accanto a Walter Chiari, Valentina Cortese e Luciano Salce; ancora nel 1974 è sul set del film Il domestico, di Luigi Filippo d’Amico, nel quale è la figlia di un ricco industriale che tiranneggia il domestico Buzzanca, che riuscirà a guarirla da una forma di strabismo molto accentuata.

Due fotogrammi del film Lezioni private: nella foto 2 l’attore è Rosalino Cellamare (Ron)
Nel 1975 Sindoni ricostruisce il cast di Amore mio non farmi male, richiama Chiari, la Cortese, Macha Meryl ed Eleonora Fani per il suo Son tornate a fiorire le rose, ricavandone però una commedia debole sui tradimenti di due genitori che riscopriaranno una certa vitalità quando sapranno di essere in procinto di diventare nuovamente padri. Nel 1975 raccoglie ancora un buon successo personale con il film di Vittorio De Sisti Lezioni private, pruriginosa storia che la vede nei panni di Emanuela, ragazzina piuttosto morbosa che cera in tutti i modi di far interessare al sesso un amico del fratello, Alessandro; ci riuscirà benissimo, tanto che il giovane passerà in breve tempo nei letti della sua insegnante privata, di una serva di casa e infine della smaniosa Alessandra, sedotta come da copione in un prato.

Due fotogrammi di Leonora Fani nel film Nenè
Il film, che vede una splendida Carroll Baker, e un altrettanto bellissima Benussi tra le protagoniste, è un buon successo, quantomeno di pubblico, e le spalanca le porte di una produzione italo-francese, Appuntamento con l’assassino, regia di Gerard Pires, con un cast notevolissimo, che vede la Fani lavorare accanto a Jean Louis Trintignant, Catherine Deneuve, Claude Brasseur e il nostro Franco Fabrizi.
Calde labbra
Anche il film successivo è una produzione internazionale; ….e la notte si tinse di sangue (Born to hell), del regista Denis Heroux, la vede lavorare al fianco di Mathieu Carrere e Ely Galleani. Nel 1976 è la volta di Perchè si uccidono, un film mal riuscito di denuncia della borghesia; nel film è accanto a Beba Loncar e Maurice Ronet. Un vero passo falso è l’erotico Calde labbra, regia di Demofilo Fidani, anche questo targato 1976; la storia, assolutamente banale, la vede nei panni di Francesca, una ragazza con tendenze saffiche che si innamora della sua istitutrice, che la abbandonerà lasciandola sull’orlo del suicidio.
Appuntamento con l’assassino
Il film, che si ricorda solo per le scene di nudo, ha come protagonisti Claudine Beccarie, un’istituzione dei film erotici, oltre alla spaesata Silvia Dionisio. Il 1976 si chiude con due prove molto diverse tra loro, come diverse sono le tematiche dei due film; nel primo, Bestialità, diretto da Peter Skerl su un soggetto di George Eastman, lavora al fianco di Enrico Maria Salerno, Juliette Mayniel e alla futura diva dell’hard Ilona Staller.
Bestialità
Il film racconta la storia di una ragazza traumatizzata dalla vista, durante l’infanzia, della madre che ha un rapporto sessuale con il suo cane. Un film assolutamente folle, con tanto di carneficina finale; l’altro, Il conto è chiuso, di Stelvio Massi, è decisamente di livello superiore, anche se all’epoca della sua uscita venne stroncato dalla critica. Film che annovera nel cast anche il grande campione di pugilato Monzon, destinato ad una effimera carriera cinematografica.Il 1977 si apre con un film, Pensione paura,

Fotogrammi tratti da Pensione paura
che la vede assoluta protagonista; lei è Rosa, figlia di un uomo scomparso in guerra, che deve gestire con la madre una pensione in cui arrivano dei tipi molto pericolosi. Una bella prova, che le vale un’altra parte da protagonista, quella di Nenè nell’omonimo film di Samperi, prova che mette d’accordo critici e pubblico, per un film valutato bene da entrambi. Al solito nel momento di maggior successo, quando sembrerebbe che la carriera di Leonora stia per arrivare alla svolta, con la consacrazione ad attrice di prima grandezza, accade qualcosa, che viceversa la porta ad un allontanamento dallo schermo.
Sensitività o Kyra la signora del lago
Ritorna nel 1979, con il mediocre Sensività, confusa storia diretta da Enzo Castellari, una specie di thriller abbastanza insulso in cui la protagonista, la nostra eroina, si concede a varie persone del suo paesino, per constatare che ogni volta che arriva all’orgasmo perde i sensi, con contemporanea morte violenta di qualcuno. Un film che Castellari, pur regista di buon talento, gira con molte inserzioni erotiche, e in cui Leonora è protagonista, ma che finisce per perdersi nel grigiore di un film senza capo ne coda. La freschezza e le caratteristiche di adolescente della Fani stanno rapidamente svanendo; nel 1979 l’attrice ha 25 anni, ed è ormai una donna, con minore credibilità nei ruoli adolescenziali che avevano caratterizzato la sua carriera fino a quel momento.

Sequenza tratta dal film Il domestico
La prova è Giallo a Venezia, diretto da Mario Landi, thriller irreparabilmente brutto e scadente, in cui la Fani gioca la carta del ruolo estremamente pruriginoso, che però non salva il film dal disastro; il film finirà per essere ricordato per le scene quasi hard, e per alcune uccisioni truculente, in cui si segnala l’omicidio a colpi di sega elettrica, con effetti splatter disturbanti, e che rilegano il film tra gli Z movies.

Leonora Fani in Il conto è chiuso
L’anno successivo Amasi Damiani riprone la coppia Gianni Dei-Leonora Fani con l’aggiunta di un’altra star in declino, Marisa Mell; il fim è Peccati a Venezia, storia d’incesti pruriginosa e noiosa, che sembra ricalcare il copione di Giallo a Venezia, e che finisce per relegare la Fani tra le interpreti di Z movie. Il successivo Febbre a 40!, di Marius Mattei, non compare nemmeno nelle enciclopedie cinematografiche, pur annoverando nel cast sia la Fani, che Marisa Mell che Carole Andrè.

Due scene tratte da Calde labbra
In pratica la carriera cinematografica dell’attrice veneta finisce quà, perchè i tre film successivi, Il giardino dell’Eden, di Yasuzo Masumura, Champagne e fagioli, di Oscar Brazzi e Uomini di parola, di Tano Cimarosa sono film che escono a cavallo della crisi cinematografica, che diverrà fortissima proprio ad inizi degli anni ottanta, e che finiscono per passare direttamente nel dimenticatoio. Da quel momento la Fani, che ha soltanto 27 anni, subisce la stessa sorte toccata a molte stelline dei decenni precedenti; di lei si perdono completamente le tracce e non comparirà più in nessuna produzione cinematografica. dall’oblio viene tolta ogni qual volta viene riproposto uno dei film che ha girato nel suo periodo migliore, tra il 1975 e il 1979; le nuove generazioni hanno così la possibilità di conoscere il volto sbarazzino e da eterna ragazzina di Leonora Fani, attrice di belle promesse ma destinata purtroppo ad una effimera notorietà.
Habibi, amor mío (1981)
Uomini di parola (1981)
Champagne… e fagioli (1980)
Giardino dell’Eden (1980)
Febbre a 40! (1980)
Peccati a Venezia (1980)
Giallo a Venezia (1979)
Sensitività (1979)
Nenè (1977)
Pensione paura (1977)
Il conto è chiuso (1976)
Bestialità (1976)
Calde labbra (1976)
Perché si uccidono (1976)
E la notte si tinse di sangue (1976)
Appuntamento con l’assassino (1975)
Lezioni private (1975)
Son tornate a fiorire le rose (1975)
Il domestico (1974)
Amore mio non farmi male (1974)
La svergognata (19749
Metti… che ti rompo il muso (1973)
La svergognata
Bestialità
Il giardino dell’Eden
Leonora Fani nel film Amore mio non farmi male
Eden no sono o Il giardino dell’Eden
Il giardino dell’Eden
Amore mio non farmi male
Champagne e fagioli
Perchè si uccidono (La merde)
Son tornate a fiorire le rose
Il ladrone
Divertente commedia ambientata durante i tempi della predicazione di Gesù in Galilea; Caleb, un simpatico furfante che vive di espedienti e trucchi, gira in lungo e in largo la regione, truffando e gabbando il prossimo, rubando bestiame, o ingannando i gonzi nei vari mercati nei quali si imbatte. Un giorno, autoinvitatosi ad un banchetto di nozze, assiste al miracolo di gesù che trasforma l’acqua in vino. Incuriosito da quello che ritiene a tutti gli effetti un trucco, Caleb cerca ad ogni modo di scoprire come abbia fatto Gesù a praticarlo.
Il problema principale, per Caleb, è rappresentato dalla potenziale concorrenza che l’uomo potrebbe fargli, rubandogli la scena e il mestiere. per cui l’uomo si ingegna per capirne i trucchi. Nei suoi vagabondaggi, Caleb incontra Debora, una prostituta che ben presto si innamora di lui; la donna, guarita proprio da Gesù dalla lebbra, finisce per diventare una specie di grillo parlante per Caleb, la cui indole fondamentalmente è buona.
Dopo numerose peripezie, dopo essere anche diventato l’amante del governatore Rufo, e aver tentato inutilmente di carpire i segreti della presunta magia di Gesù, Caleb finisce per essere arrestato per un vecchio furto, e condannato in concomitanza con il processo di Gesù, ne condivide la condanna alla crocefissione. Inchiodato sulla croce (legato, secondo la versione personale di Pasquale Festa Campanile) , quando ascolterà l’altro ladrone insultare Gesù, lo dfuenderà, dicendo “lascialo stare, lui non ha fatto nulla di male”.
Divertente la chiusura del film; Gesù, ascoltate le parole di Caleb, gli dice “Caleb, tu oggi sarai con me nel regno dei cieli ” e Caleb, con un ultimo guizzo di ironia gli risponde “vai avanti tu, Signore”
La trasposizione del romanzo appuntamento in cielo, scritto da Pasquale Festa Campanile viene proposto dallo stesso scrittore e regista in una versione scanzonata, di buon livello, che spicca anche per la sua visione ironica della storia di esù, mai blasfema, nemmeno dissacrante. E’ una commedia che basa tutto il ritmo narrativo sulle grottesche vicende di caleb, il buon ladrone figlio di una prostituta che ha una visione utilitaristica della vita, ma non fino al punto di essere cinicamente opportunista. Lo dimostra la storia d’amore con Debora e sopratutto il finale sulla croce, che redime il buon ladrone da tutti i torti passati.
Il film si avvale della divertente sceneggiatura del regista, che ha avuto anche il merito di aver scelto l’attore migliore per il ruolo di Caleb, quel Enrico Montesano bravissimo nel delinearne le peculiarità, aiutato da una splendida Edwige Fenech, nei panni di Debora, uno dei ruoli meglio interpretati in carriera. Il cast è arricchito anche dalla presenza di Daniele Vargas nei panni del governatore Rufo, da Claudio Cassinelli, che interpreta in maniera in verità un tantino stralunata Gesù,
da Bernadette Lafont, che interpreta il ruolo della moglie di Rufo, da Enzo Robutti, il romano beffato da Caleb con il presunto filtro dell’invisibilità. Un bel film, allegro e scanzonato, pieno di trovate e sopratutto scevro da volgarità gratuite; un film che Pasquale Festa Campanile, regista lucano, dirige con allegria, e si vede. A tratti la mimica di Montesano sembra ispirare allo spettatore un senso di complicità, dovuta all’evidente calo nella parte dell’attore, che sembra divertirsi un mondo nel dispensare beffe e inganni.
Il Novella 2000 del cinema, il Morandini, ne riporta un giudizio poco lusinghiero. Evidentemente la comicità è un concetto che i soloni della critica affrontano mal volentieri, limitandosi a ridere davanti alle avventure dei soliti registi mongoli o della Corea, quelli che loro amano tanto.
Il ladrone, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Enrico Montesano, Bernadette Lafont, Edwige Fenech, Claudio Cassinelli, Enzo Robutti, Daniele Vargas, Anna Orso, Susanna Martinkova
Drammatico, durata 112 min. – Italia 1980.
Edwige Fenech: Deborah
Enrico Montesano: Caleb
Bernadette Lafont: Appula
Claudio Cassinelli: Gesù
Enzo Robutti: centurione
Susanna Martinková: Marta
Anna Orso: Maria
Daniele Vargas: Rufo, Governatore
Sara Franchetti: Maddalena
Auretta Gay: ragazza del lupanare
Stefania D’Amario: moglie del riccone
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Pasquale Festa Campanile (dal suo romanzo omonimo)
Sceneggiatura Renato Ghiotto
Ottavio Jemma
Santino Spartà
Stefano Ubezio
Scenografia Enrico Fiorentini



















































































































































































































































































