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Di che segno sei?

Di che segno sei locandina

Film in quattro episodi, con tema portante i quattro gruppi in cui sono divisi i 12 segni astrologici, ovvero acqua,terra fuoco e aria, diretto da Sergio Corbucci nel 1975 girato con un cast all star che racchiude i nomi più importanti della commedia all’italiana degli anni settanta.

Primo episodio,Acqua

Dante è un marittimo che in seguito ad una visita medica crede di essere sul punto di cambiare sesso, ovvero diventare una donna.
La rivelazione gli provoca ovviamente un trauma e Dante tenta il suicidio.In seguito si convince a convivere con la realtà che incombe e si adatta alla cosa, salvo scoprire, dopo varie vicissitudini, che il dottore aveva inopinatamente confuso le analisi.

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Secondo episodio,Aria

Claquette è una donna della Romagna appassionata di ballo, che ha un sogno, comprarsi una Vespa; a tal pro decide di iscriversi ad una gara di ballo per vincere il premio in palio ma il suo compagno di allenamenti e suo partner Lorenzo finisce per rompersi una gamba con il risultato che Claquette è costretta a rivolgere il suo sguardo altrove per trovare un degno sostituto.
Lo individua in Alfredo detto “Fred Astaire”, un ballerino sposato ad una donna che nella vita fa la lottatrice.
Nella gara la coppia dopo aver superato tutte le selezioni arriva a vincere, ma la vittoria dei due sarà amara perchè Alfredo verrà arrestato dalla polizia per tentato omicidio, in quanto l’uomo per sbarazzarsi della gelosa moglie aveva tentato di eliminarla fisicamente.

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Terzo episodio,Terra

Basilio è un operaio edile con un sogno nel cassetto: mettere da parte i soldi per acquistare una tabaccheria e cambiare finalmente vita.
Un giorno, nel palazzo alla cui costruzione sta lavorando vede arrivare il proprietario dello stabile, il conte Leonardo e la sua bellissima amante Cristina; ne rimane così colpito che durante il viaggio di ritorno in treno dimentica di scendere dallo stesso ed è costretto a passare la notte in un’automobile rottamata in una stazione di servizio.
Qui arrivano il conte e Cristina, che ha una disperata voglia di fumare.
Basilio potrebbe cambiar loro i soldi che servono per utilizzare il distributore automatico ma rifiuta prendendosi una piccola rivincita.Arriva anche a rifiutare i soldi che potrebbero servirgli per rilevare la famosa tabaccheria e realizzare il suo sogno.
Il conte e Cristina litigano e il primo, dopo la discussione, pianta l’amante e si allontana. Cristina, pur di avere l’agognata sigaretta si offre a Basilio.
Qualche ora dopo il conte ritorna con in mano una stecca di sigarette e presa Crisitina va via con lei. Basilio ha così perso la sua grande occasione ma ha avuto comunque qualcosa a cui teneva tanto…

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Quarto episodio, Fuoco

Nando è una guardia del corpo che viene assunta dal Commendator Ubaldo Bravetta per vigilare su di lui.L’imprenditore è infatti a rischio rapimento e Nando fa del suo meglio per sventare i presunti tentativi di sequestro a cui crede che Ubaldo sia sottoposto.Non è così in realtà, perchè da quel momento Nando finirà per diventare una spina nel fianco di Ubaldo, malmenando sistematicamente persone innocue o lo stesso imprenditore e scambiando semplici avvenimenti casuali per atti dolosi.Quando viceversa si verificherà il tentativo di sequestro vero, Nando si rivelerà drammaticamente ma anche comicamente inadatto al suo ruolo…

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A fare da collante ai quattro episodi descritti è il tema, assolutamente marginale dei gruppi di appartenenza dei segni astrologici; in realtà l’astrologia centra poco o nulla se non come apologo di un paese in profondo cambiamento, nel quale la lotta politica e sociale, le grandi battaglie civili e i grandi ideali stanno per trasformarsi in un unicum che porterà il paese stesso alla stagione del riflusso.Siamo ancora lontani dagli edonistici anni 80, ma i segnali del cambiamento ci sono, con un paese che inizia a credere nell’oroscopo, nei concorsi a premi, nei giornali pieni di gossip che anticipano i temi portanti degli anni ottanta, quando il paese, stanco di lutti e della triste stagione degli anni di piombo passerà ad un’epoca in cui tutti i valori degli anni settanta verranno dimenticati per lasciar spazio all’arrivismo più rampante ma sopratutto alla voglia sfrenata di dimenticare un passato recente triste e plumbeo.
Ma nel film di Corbucci questi temi si possono osservare solo in trasparenza o quantomeno solo lontanissimi sullo sfondo.
La pellicola è più che altro un tentativo di far sorridere in un momento storico in cui c’è veramente poco da ridere; un tentativo riuscito a metà o meno, perchè la formula del film a sketch funziona marginalmente per la scarsa omogeneità degli episodi e per il loro diverso peso specifico.
Se l’episodio interpretato da Sordi (Fuoco) è probabilmente il più divertente, con l’attore romano che interpreta un personaggio che ricalca quello già interpretato in Un americano a Roma, caciarone e fanfarone, che finisce per stravolgere la vita del suo datore di lavoro salvo consegnarlo poi a coloro che volevano rapirlo, quello con protagonista Pozzetto è ben equilibrato, con altri due grandi protagonisti del cinema italiano, Salce e la Ralli.
E’ un episodio agro/dolce, con protagonista un muratore che rinuncerà al sogno della sua vita per un puntiglio e che ne ricaverà comunque qualcosa in cambio, una notte d’amore con il suo sogno proibito, la bellissima Cristina.
Molto meno riuscito, decisamente anonimo è l’episodio interpretato dal duo inedito Celentano-Melato; la storia non cattura, è fragile e i due protagonisti finiscono ingabbiati nei loro personaggi.
Infine l’episodio con protagonista Villaggio dimostra in maniera lampante come l’attore genovese fosse prigioniero della maschera di Fantozzi; le sue espressioni, le sue battute restano implacabilmente sempre le stesse e finiranno per diventare il suo personale marchio di fabbrica, rendendolo uno degli attori più sopravvalutati della storia del cinema.
Un film in chiaro scuro come pochi, strettamente legato alla sua struttura ad episodi, che non permette un’omogeneità spontanea della storia e che per questioni di tempi cinematografici finisce per mortificare le storie stesse, compresse in spazi temporali ristretti.
Corbucci scrive la sceneggiatura con uno stuolo di amici, come lo stesso Sordi, con Mario Amendola, con Bruno Corbucci ecc.
Alla fine ottiene un prodotto di sicuro successo nazional popolare che si impone anche grazie alla voglia di ridere o quanto meno di sorridere di un paese avvolto da una cappa di piombo.
Corbucci replicherà il tentativo due anni più tardi con esiti ancora inferiori con il film Tre tigri contro tre tigri.
Da segnalare nel cast la presenza di Lilli Carati al suo esordio sullo schermo nel ruolo di una ballerina al fianco di Celentano con cui girerà qualche anno dopo Qua la mano e di Carmen Russo in una brevissima scena durante la quale scende una scalinata con la gonna svolazzante.
Il resto del cast fa il suo.
Il film è passato numerose volte in tv ed è di facile reperibilità in rete.

Di che segno sei?
Un film di Sergio Corbucci. Con Renato Pozzetto, Paolo Villaggio, Alberto Sordi, Luciano Salce, Mariangela Melato, Adriano Celentano, Giovanna Ralli, Ugo Bologna, Barbara Magnolfi, Marilda Donà Commedia, durata 130′ min. – Italia 1975.

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Di che segno sei banner personaggi

Adriano Celentano: Alfredo Astariti detto “Fred Astaire”
Mariangela Melato: Marietta detta “Claquette”
Paolo Villaggio: Dante Bompazzi
Renato Pozzetto: Basilio
Alberto Sordi: Nando Mericoni
Giovanna Ralli: la contessa Cristina
Luciano Salce: il conte Leonardo
Ugo Bologna: Commendator Ubaldo Bravetta
Massimo Boldi: Massimo
Giuliana Calandra: Maria
Lilli Carati (come Ileana Carati): “Chewingum”
Gil Cagnè: Ballerino
Jack La Cayenne: Enea Giacomazzi detto “Bolero”
Angelo Pellegrino: Lorenzo
Marilda Donà: la cameriera del commendator Brevetta
Shirley Corrigan: segretaria del commendatore
Maria Antonietta Beluzzi: Maria Vincenzoni, detta “King Kong”
Enzo De Toma: un pendolare
Marcello Di Falco: Cosimo, il domestico
Gino Pernice: il Dottore
Luca Sportelli: Il marito “ipotetico” di Bompazzi alla discoteca, che parla con accento siciliano (l’uomo con gli occhiali)
Raffaele Di Sipio: membro della giuria della gara di ballo (l’uomo calvo con il monocolo)
Ettore Geri: Geri
Sofia Dionisio: amante del commendatore
Lello Bersani: Tv reporter
Barbara Magnolfi: ragazza nella sauna
Marcello Tusco: Vice di Bravetti
Lucia Alberti: Sé stessa
Mafalda Berri:
Carmen Russo: ragazza importunata
Eduardo Faietta: Capo dell’organizzazione delle guardie del corpo
Alberto Postorino: funzionario del commendator Ubaldo Brevetta (l’uomo aggredito da Nando Mericoni)
Mauro Misul: Il giudice che telefona alla polizia, spaventato da Nando Mericoni

Di che segno sei banner cast

Regia Sergio Corbucci
Soggetto Mario Amendola, Franco Castellano, Sabatino Ciuffini, Bruno Corbucci,
Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Giuseppe Moccia, Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Sceneggiatura Mario Amendola, Franco Castellano, Sabatino Ciuffini, Bruno Corbucci,
Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Giuseppe Moccia, Rodolfo Sonego, Alberto Sordi
Produttore Franco Cristaldi
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Lelio Luttazzi
Scenografia Giantito Burchiellaro

Di che segno sei banner recensioni

L’opinione dell’utente Dr.Jerryll tratta da http://www.filmtv.it

A volte si pretende troppo da un film. Questi episodi sono nati per divertire il pubblico e ci riescono. Un poker d’assi della comicità italiana in altrettanti sketch. Villaggio gioca con la sua solita comicità dell’assurdo, quasi kafkiana; Celentano e Pozzetto ripropongono i loro personaggi lunari; Sordi rispolvera efficacemente l’americano di Roma. Proprio questo ultimo episodio è il più riuscito diventando un vero e proprio film nel film. Da rivalutare in fretta!

L’opinione dell’utente B.Legnani tratta dal sito http://www.davinotti.com


Celebre film ad episodi, piuttosto disuguali. Bello quello con Sordi, che rifà l’americano “de Roma”; divertente quello surreale con Pozzetto (in tv viene tagliata una scena con la Ralli, per cui lo spettatore non capisce, nel finale, perché Pozzetto parli di collànt). Più deboli quello con Celentano (nonostante una paio di battute notevoli ed una Lilli Carati in fiore) e quello con Villaggio (nel quale si vedono Carmen Russo e Luca Sportelli, non accreditati).

L’opinone dell’utente Markus tratta dal sito http://www.davinotti.com

Quartetto di episodi con cast di all stars racchiusi in un unico film commercialmente riempi-sala. A parte la confezione puramente commerciale e fine a se stessa, la pellicola, pur in forma discontinua, allieta lo spettatore con quanto di meglio potevano offrire, seppur stancamente, gli attori presenti. L’episodio più ricordato è l’ultimo con Sordi, che fa il verso a se stesso reinterpretando nuovamente il Nando Moriconi di Un americano a Roma. Gli altri episodi sono piuttosto divertenti o quantomeno scacciapensieri. Un po’ datato.

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Marilda Donà

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Giuliana Calandra

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Sofia Dionisio

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Carmen Russo

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Mariangela Melato

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Lilli Carati

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Renato Pozzetto

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Adriano Celentano

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Alberto Sordi

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giugno 18, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

C’era una volta in America extended version 2012

C'era una volta in America versione restaurata locandina 1

Ho già parlato in passato del capolavoro di Sergio Leone C’era una volta in America.
Torno sul film dopo quasi un anno dalla proiezione nei cinema della versione restaurata con l’aggiunta di 25 minuti di pellicola che il regista eliminò in fase di montaggio costretto a ciò anche dalla produzione, che si rese responsabile dello scempio della pellicola in occasione del montaggio della versione dedicata al mercato americano.
Leone, che aveva letto “The Hoods” di Harry Grey prese da quest’ultimo lo spunto per il suo film, che girò in origine in quasi 12 mesi, utilizzando un budget enorme e sfruttando al meglio la sua cura maniacale per i dettagli.
Girò quasi 10 ore di pellicola, e alla fine decise di utilizzare per il film 4 ore 15 minuti di girato, con suo sommo dispiacere; il progetto iniziale infatti prevedeva una proiezione di circa 6 ore.
Il produttore americano Milchan, con poca lungimiranza, costrinse Leone a fornire una versione di 3 ore e 49 minuti, che con sommo dolore accettò; vennero così soppressi 25 minuti di girato che oggi, dopo un paziente lavoro di restauro da parte della cineteca di Bologna sono finalmente disponibili.

C'era una volta in America versione restaurata banner scene
Vediamo a cosa corrispondono le sequenze reintrodotte e restaurate:

Sequenza del cimitero, durata 3,49 minuti
Noodles si guarda attorno nella cappella quando vede una mano afferrare uno stipite della porta; parla con la direttrice del cimitero mentre nel viale vede apparire una Cadillac nera.Ricompare quindi l’attrice Louise Fletcher che nella versione che ha circolato fino a poco tempo fa era citata solo nei crediti finali.

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Sequenza nel cimitero:Noodles si guarda intorno

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La direttrice del cimitero

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Il colloquio tra Noodles e la direttrice del cimitero

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Noodles usa la chiave trovata nel cimitero

Sequenza muta, durata 1,17 minuti :Max e gli amici cercano in acqua Noodles
L’auto sulla quale viaggiano Max Berkovitx,Noodles e Cockeye piomba in acqua;i tre cercano di risalire mentre una draga rimuove fango e detriti;Max si guarda attorno preoccupato ma alla fine ride divertito con gli amici.

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Sequenza esplosione auto del senatore, durata 1,56
Noodles sta camminando davanti alla villa del senatore Bailey; una macchina movimento terra carica pietre su un camion.Il cancello della villa si apre e ne esce una Cadillac nera. Noodles legge il numero di targa, segue con gli occhi la scena quando all’improvviso vede esplodere l’auto del senatore.

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Noodles è fuori dalla villa e assiste all’esplosione della Cadillac nera del senatore

Sequenza fuori dal teatro, durata 2,06 minuti
Noodles,elegantissimo, parla fuori dal teatro in cui si è esibita Deborah con l’autista della donna (interpretato dal produttore Milchan) e vede arrivare la donna che si è appena esibita nel ruolo di Cleopatra vestita con un corpetto di pelliccia e un candido vestito.

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Sequenza esterna al teatro: Noodles parla con l’autista di Deborah

Sequenza in cui Noodles incontra Eve,durata 2,25 minuti
Dopo aver incontrato Noodles nel locale della 52a strada, Eve sale in camera sua con Noodles e ha con lui un rapporto sessuale

Sequenze all’interno della camera di Eve e risveglio di Noodles durata 2,30 minuti + 30 secondi

Sequenza Deborah alla stazione, durata 35 secondi
Deborah prende un caffè alla stazione e poi esce dal bar

Sequenza interna al teatro, durata 2,18 minuti
Deborah è in scena, interpreta Cleopatra; dopo un breve monologo in cui appare nella sua mano un aspide vediamo Noodles ammirato tra il pubblico

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Noodles guarda rapito Deborah recitare

Sequenza interna alla villa Bailey, durata 5,08 minuti
-Nella villa del senatore affluiscono gli ospiti;Bailey è a colloquio con il sindacalista che in passato ha aiutato la banda degli amici.

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Fotogrammi della versione 2012 all’interno della villa del senatore

I 25 minuti aggiuntivi, visti singolarmente, non aggiungono poi molto all’economia del film; viceversa, mostrati nel contesto più armonico e naturale del film completo, permettono di aggiungere tasselli alla storia, rendendola più chiara.Fondamentali appaiono due sequenze, quella in cui Noodles parla con la direttrice del cimitero proprio mentre si allunga misteriosa l’ombra della Cadillac nera e la sequenza in cui Noodles è fuori dalla villa del senatore proprio mentre la famosa Cadillac passa per esplodere pochi secondi dopo.
Le altre scene restaurate sono comunque dei piccoli gioiellini, come il dialogo fuori dal teatro tra Noodles e l’autista di Deborah, con un fraseggio incredibile tra i due:
-Noodles: “Sei vestito come quei pazzi che in Germania bruciano le botteghe degli ebrei”
Autista:”Hanno bruciato anche la nostra, per questo siamo venuti in America.”
-Noodles:” Anch’io sono ebreo”
Autista:” Lo so.Lo sanno tutti”
-Noodles:”Cosa sanno?”
Autista:”Chi è lei”
-Noodles:” E tu cosa ne pensi?”
-Autista:”Non penso,sono affari suoi”
Noodles:”no, tu pensi.Pensi che io sia un disonore.”
Autista:”Vede,gli italiani ammirano i loro fuorilegge,i mafiosi,Moi abbiamo già abbastanza nemici senza metterci a fare i gangster”
-Noodles” Quanto fai alla settimana?”
Autista:”Non tutti danno mance come lei.Guadagno abbastanza per pagarmi l’università.”
-Noodles:”Bravo e ai soldi ci arrivi a sessant’anni, quando non ti tira più”

Come già accennato, Leone voleva fare un film che durasse almeno sei ore; ma essendo stato costretto a tagliare, non montò ne doppiò le scene eliminate, che esistono ancora ma che sono praticamente incomprensibili in quanto non spiegate.
Per fortuna in Europa è circolata la versione media del film, quella cioè che tutti noi abbiamo visto fino al 2012; negli Usa la versione purgata da Milchan ha tolto molto del fascino al film che tra l’altro è montato secondo l’ordine cronologico degli eventi, cosa che rende folle la visione, che ha tutto il suo fascino proprio nel sapiente uso del playback.

C'era una volta in America versione restaurata banner frammenti

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Sergio Leone parlava così del suo capolavoro, raccontando le lunghe vicissitudini che portarono finalmente alla sua realizzazione:
“Dopo il successo di Il buono,il brutto e il cattivo ho avuto più facilmente carta bianca su tutto o quasi; i problemi sono nati quando, dopo la realizzazione della trilogia del dollaro, avrei voluto fare subito C’era una volta in America.I produttori hanno preferito fare un altro western, spaventati dal costo eccessivo.Così mi sono ritrovato ad aspettare altri 17 anni prima di riuscire a girarlo.”

“Non posso non amare C’era una volta in America.E’ la summa di tutta la mia carriera,e dal punto di vista dei contenuti e sopratutto da quello dello stile.
Quanto al primo ho ricostruito l’America che ho sognato per anni,l’America mito e al tempo stesso contraddizione.Stlisticamente è una riflessione sullo spettacolo e sull’arte visiva”

“Robert De Niro si butta nel film e nel ruolo assumendo la personalità del personaggio con la stessa naturalezza con cui uno potrebbe infilare un cappotto, mentre Clint Eastwood indossa un’armatura e abbassa la visiera con uno scatto rugginoso. Bobby, prima di tutto, è un attore. Clint, prima di tutto, è un divo. Bobby soffre, Clint sbadiglia.

“C’era una volta in America è un omaggio alle cose che ho sempre amato, e in particolare alla letteratura americana di Chandler, Hammett, Doss Passos, Hemingway, Fitzgerald. Personaggi che, quando li ho conosciuti, erano proibiti in Italia. Li ho letti in clandestinità ai tempi del fascismo, e come tutte le cose proibite hanno assunto un significato anche superiore alla loro importanza effettiva. In secondo luogo è la ricostruzione più compiuta di quell’America che ho inseguito e sognato per anni. L’America delle contraddizioni e del mito. Infine, è una riflessione sullo spettacolo, sull’arte visiva. Non a caso, il film inizia e finisce in un teatro d’ombre cinesi: il pubblico delle ombre cinesi sta alle ombre cinesi come il pubblico del film sta al film. C’è una simbiosi tra loro e noi. È un doppio schermo, anzi un pubblico che guarda un altro schermo.”

“Il film durava quattro ore e mezza, e per forza di cose ho dovuto eliminare qualcosa nel montaggio definitivo. Non me ne pento affatto, e anzi credo che questo giovi al fascino del film. Quel mistero, quel senso di vago e indefinito, quei piccoli salti narrativi fanno parte della storia, anzi ne sono un elemento quasi essenziale. E i ricordi, sono sempre precisi, impeccabili, immutabili ? Raccontare dieci volte la stessa storia, in fondo, significa raccontare dieci storie diverse.”

“Il sorriso di De Niro? Come si fa a spiegare il sorriso della Gioconda? Ho voluto che il film finisse in un modo del tutto aperto, e che ogni spettatore potesse interpretarlo secondo la sua sensibilità. C’era una volta in America può essere un flashback, e quindi una storia che Noodless oramai vecchio ricorda al momento in cui torna nei luoghi della sua giovinezza. Ma può anche darsi che Noodless non sia mai uscito dalla fumeria d’oppio, e che il film sia perciò il sogno di un drogato. Quel sorriso è un suggello a questa ambiguità.”

“Quand’ero bambino l’America era una religione. Per tutta l’infanzia e l’adolescenza… ho sognato gli ampi spazi aperti dell’America. Le grandi distese del deserto. Lo straordinario “melting pot”, la prima nazione fatta da gente venuta da ogni parte del mondo. Le lunghe strade dritte molto polverose o molto fangose che partono dal nulla e finiscono nel nulla perché la loro funzione è quella di attraversare l’intero continente. Poi, gli Americani veri entrarono improvvisamente nella mia vita sulle jeep e hanno ribaltato i miei sogni. Erano venuti a liberarmi! Li ho trovati pieni d’energia, ma anche falsi. Non erano più gli Americani del West. Erano soldati come gli altri, con la differenza che erano soldati vittoriosi. Uomini materialisti, possessivi, amanti dei piaceri e dei beni mondani. Nei soldati che andavano dietro alle nostre donne e vendevano le sigarette al mercato nero non riuscivo a vedere nulla di quel che avevo visto in Hemingway, Dos Passos o Chandler. Neppure in Mandrake, il mago dal cuore smisurato, o in Flash Gordon. Nulla, o quasi nulla, delle grandi praterie o dei semi-dei della mia infanzia”

“Acquistare i diritti del libro è stata un’impresa. Perché un americano, Dan Curtis, che da allora ha fatto “Venti di guerra” per la TV con Robert Mitchum, aveva acquistato i diritti originari. Ci sono voluti più di tre anni di discussioni con Alberto Grimaldi per l’acquisto dei diritti del libro. Ha avuto un momento di paura e ha deciso di fermare il progetto. Sono trascorsi altri due anni, e, infine, un produttore americano, Arnon Milchan, dopo un anno e mezzo di negoziati, ha acquistato i diritti da Grimaldi e siamo stati finalmente in grado di credere davvero nel film. Erano trascorsi più più di dieci anni…

“Quando mi hanno detto che potevo fare questo film, io, nella mia testa, stavo quasi per rinunciare.Non credevo più. Ero così stanco psicologicamente di seguire tutto ciò … ma dovevo farlo, dovevo liberarmi da questo fantasma. Altrimenti sarebbe ancora lì … E ho cominciato. Originariamente volevo dividerlo in tre periodi: infanzia, giovinezza, vecchiaia. Tre diverse età, tre temi diversi. Quando Bob De Niro ha detto di sì, ho dovuto ripensare tutto. Lui, poteva interpretare sia il personaggio di 30 anni che quello di 60: non si trattava di cambiamenti nel bel mezzo del film! Non si trattava di cambiare partner. Anche se è stato deciso di ridurre la parte della vecchiaia, ho dovuto trovare attori che potessero interpretare i giovani e vecchi. E ‘stato un po’ difficile. Ma ho avuto De Niro! E ‘stato il mio preferito per oltre dieci anni. L’ho contattato quando non era ancora una star. Aveva appena fatto “Mean Streets” di Martin Scorsese.”

C'era una volta in America versione restaurata banner hanno detto

Così ricorda il film e le reazioni di suo padre Raffaella Leone:

“«Per i tagli nella versione americana era furibondo. Si chiedeva se quella devastazione fosse servita alla vendita delle noccioline. Ma alla fine il tempo gli ha dato ragione e la sua amata America ha potuto vedere la sua versione. Ancora oggi sul sito Imdb il suo nome è tra i primi cinque fra i registi di qualsiasi genere. I suoi film si sono sempre celebrati da soli, senza troppo aiuto da nessuno».

«Ricordo quando papà scappava dal set per correre a mangiare baccalà fritto in un ristorantino che aveva scovato a Brooklyn. Tonino Delli Colli s’arrabbiava perché nel frattempo cambiava la luce. Quando papà se la prese perché non usciva abbastanza fumo dai tombini della “sua” New York. E in Canada rifiutò manichini e controfigure e pretese che nella scena con i corpi a terra, coperti dal telone, sotto la pioggia, ci fossero Woods e gli altri. James Hayden s’ammalò».

«Mio padre era un uomo forte e intellettualmente onesto. E buffo, quando si metteva in posa per fare vedere agli attori. Con De Niro ci sono stati momenti di tensione. Fu complicato far partire la scena, girata al Lido di Venezia, in cui Noodles porta a cena Deborah al ristorante. Non si capiva cosa aspettassero, mancava la necessaria empatia. Ma si rispettavano e s’incontravano sulla comune pignoleria. Robert l’ho incontrato a Roma un paio d’anni fa, mi ha abbracciato e parlato come fossi la stessa ragazzina di allora».

“E’ stato il film della maturità, pensato, scritto, riscritto e immaginato per dieci anni. Ha rifiutato Il padrino perché era questo il film di gangster che voleva fare. Scriveva, riscriveva, descriveva, raccontava a chiunque. Tormentava gli amici come Giuliano Gemma, e anche i nostri fidanzatini e compagni di classe. C’è tanto di lui in tutti i personaggi della storia».

“Ricordo a Cannes 1984 mio padre commosso, quasi incredulo di fronte alla standing ovation del pubblico. Mi resterà per sempre l’immagine di mio padre che si gira verso il pubblico e poi guarda noi con il suo sguardo infantile, come a dire: l’avreste mai pensato? Lo sguardo di chi non è neanche tanto abituato al successo. Per la prima volta ricevette il plauso della critica, che fino ad allora non l’aveva sostenuto».

«Mio padre teneva tanto alla scena di Cleopatra.Si era davvero divertito a girarla. Non aveva mai fatto teatro, né si era cimentato in lavori classici, mio pare era felice di aver avuto questa occasione e avrebbe voluto vederla nel film. Anche perché rendeva l’idea del successo raggiunto da Deborah e spiegava l’incontro con De Niro in camerino. Molte delle scene tagliate servivano a spiegare meglio il puzzle. Si svela anche il perché la grande Louise Fletcher fosse nei titoli di coda: finalmente si vede la scena in cui lei, che interpreta la direttrice del cimitero di Riverdale, incontra De Niro in visita alla tomba degli amici. Poi ci sarà il racconto dell’incontro di De Niro-Noodles con la bionda Eve, Darlanne Fluegel, e il loro rapporto d’amore. E, nel sottofinale, l’incontro con Treat Williams, il sindacalista diventato un politico importante, un colloquio chiarificatore della parabola di Max-James Woods, una scena che racconta molto della corruzione e parla anche all’oggi. Quel dialogo sarebbe servito a tirare le fila di tutto il film».
Hanno detto di C’era una volta in America:
«Epico? Il film si intitola C’era una volta in America, non L’America. È molto importante, perché la vicenda narrata non è un’indagine, un saggio, sia pure romanzato, un’esplorazione politica o sociale. Non sono americano, non sono ebreo, non sono più blandamente gangster di altri miei colleghi registi. E allora la chiave del film sta appunto nel titolo così com’è formulato: una favola. Walter Veltroni

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giugno 16, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | | Lascia un commento

Poppea una prostituta al servizio dell’impero

Poppea locandina 2

Durante il loro vagabondare per le terre sotto la dominazione romana, due amici etruschi, Otone e Savio, finiscono in una taverna dove dopo aver mangiato a sbafo vengono allontanati con la forza. Il furbo Otone non contento seduce la moglie dell’oste, con il risultato di essere fermato da un drappello di soldati romani e inviato con Savio nelle cave per l’estrazione di pietre destinate alla costruzione di un acquedotto.
Qui Otone, con uno scaltro espediente, riesce a farsi allontanare dalle cave stesse:fingendo di avere la peste, terrorizza i soldati con il risultato di essere cacciato.
Dopo aver tentato di rubare una barca ed essere stati sorpresi dai legittimi proprietari, i due in qualche modo giungono nella periferia di Roma dove Otone conosce casualmente la bellissima Poppea, che dispensa le sue grazie ad uno stuolo di persone.

Poppea 1

Poppea 2
Ovviamente anche Ottone finisce tra le vogliose braccia della donna;ma per colpa del maldestro Savio, finisce in compagnia di quest’ultimo direttamente nell’arena come gladiatore.
Qui i due vengono messi a combattere fra loro, ma un provvidenziale colpo di fortuna evita ai due amici di soccombere;Otone lancia in aria il suo scudo che intercetta una lancia scagliata contro Nerone da un gladiatore ribelle.
L’imperatore riconoscente nomina Otone capo della guarnigione romana in Cappadocia; dopo aver scoperto che Poppea altri non è che la moglie dell’imperatore, Otone parte per la guerra contro i barbari in compagnia del fido Savio, al quale Nerone ha fatta salva la vita grazie all’intercessione di Otone stesso.

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In Cappadocia per il solito colpo di fortuna, Otone riesce a vincere la battaglia decisiva e subito dopo aver sedotto la sacerdotessa dei barbari, torna a Roma accolto dal trionfo tributatogli da Nerone.
Ma sarà proprio Poppea la causa delle sue disgrazie perchè l’imperatrice viene scoperta in adulterio proprio con Otone; l’imperatore lo bandisce, non tanto per il “cornetto” come lo definisce Poppea quanto perchè l’imperatrice ha osato definire noiose le odi di Nerone.
Costretto ancora una volta alla fuga, Otone assiste all’incendio di Roma, che un provvidenziale temporale spegne…
Vi risparmio il finale non perchè particolarmente avvincente ma solo per il fatto che forse è la cosa migliore di un filmetto bruttino e volgare, infarcito di parolacce in un trionfo di “li mortacci tua” e “sto fijo de na’ mignotta”
Un peplum tardo a sfondo non tanto erotico quanto sexy, con la bellissima e sexy Femi Benussi ad interpretare la parte della ninfomane Poppea con le grazie generosamente esposte.

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Alfonso Brescia dirige nel 1972 questa commedia sexy senza molto badare all’estetica, con dialoghi rozzi e personaggi ritagliati con un’accetta; ma lo scopo principale del regista e della produzione è quello di cavalcare l’onda lunga dei film erotici che tanto in voga sono nel 1972 e in quest’ottica il film qualcosa rende, anche se va detto che per fortuna si tratta quasi sempre di scenette sexy non particolarmente volgari.
Il resto del film è purtroppo abbastanza desolante, fatti salvi i posti in cui è girato e le scenografie usate, che quantomeno rendono il film sufficientemente dignitoso.
La storia di per se poteva avere un andamento migliore, mentre invece il regista romano punta tutto su gag poco divertenti, con dialoghi che non sono nemmeno surreali ma abbastanza scadenti.

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Nel cast finiscono inopinatamente attori come Vittorio Caprioli, francamente imbarazzato (sopratutto imbarazzante) nel ruolo di un Nerone matto come un cavallo ed effeminato in modo esageratamente esasperato;anche la Benussi appare a disagio, però si spoglia e quindi permette al film di attirare l’attenzione di quel pubblico che tanto l’adorava.Nel cast, in ruoli marginali, figurano anche Howard Ross nel ruolo di Tigellino, la bellissima Eva Czemerys nel ruolo della sacerdotessa Cappadocia che sta in scena pochi minuti e infine Don Backy e Peter Landers nel ruolo di Otone e Savio.
Il primo fa quello che gli viene chiesto, replicando in qualche modo il ruolo del vagabondo interpretato in Elena si…ma di troia mentre il secondo è davvero poca cosa in tutti i sensi.
Poppea … una prostituta al servizio dell’impero è un film di facile reperibilità, anche in streaming in una versione ripresa dalla proiezione tv di qualche tempo fa ad opera della defunta Odeon Tv.

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Poppea, una prostituta al servizio dell’impero
Un film di Alfonso Brescia. Con Don Backy, Femi Benussi, Linda Sini, Peter Landers,Vittorio Caprioli, Andrea Scotti, Giancarlo Badessi, Esmeralda Barros, Carla Mancini, Eva Czemerys Commedia, durata 93 min. – Italia 1972.

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Don Backy: Otone
Femi Benussi: Poppea
Piero Scheggi: Savio
Linda Sini: Agrippina
Eva Czemerys: Vergine di Cappadocia
Esmeralda Barros: Tortilla
Renato Rossini: Tigellino
Vittorio Caprioli: Nerone

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Regia Alfonso Brescia
Soggetto Mario Amendola
Sceneggiatura Vittorio Vighi, Alfonso Brescia, Mario Amendola
Casa di produzione Luis Film
Fotografia Franco Villa
Montaggio Vincenzo Vanni
Musiche Carlo Savina
Scenografia Francesco Calabrese
Costumi Mimmo Scavia

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L’opinione di Undjing tratta dal sito http://www.davinotti.com

E chi poteva essere la “prostituta” al servizio dell’Impero se non la prolifica (quanto bella e brava, per inciso) Femi Benussi? La briccona imperatrice ha un trascorso non proprio nobile, affiancato a quello della “vergine di Cappadocia” (Eva Czemerys). Due soldati al servizio di Nerone ricordano i precedenti di Poppea, molto più estroversa in (s)veste di donna che nei (pochi) panni di moglie. Al di là delle buone premesse, il divertimento risiede in altri lidi, al pari dell’erotismo; né funziona l’ibridazione “boccaccesca” con il peplum.

L’opinione di sasso 67 tratta dal sito http://www.filmtv.it

Brutto film, del filone Satyricon, molto in voga tra fine anni sessanta e primi anni settanta, in seguito al famoso film di Fellini. Uno degli eroi di questo filone fu Don Backy, già cantante di un certo successo negli anni sessanta. Grazie al suo fisico segaligno, riusciva a bene interpretare questa specie di picari che si muovevano nel mondo romano o medievale (ricordiamo Don Backy nel film “Una cavalla tutta nuda”, del filone decamerotico). Questo film è veramente insignificante, con un coprotagonista, brutta copia di Bud Spencer, che parla con un assurdo accento umbro-marchigiano, mentre i soldati romani parlano come i burinacci dei nostri giorni. C’è qualche ragazza formosa che si spoglia (Benussi, Czemerys, Barros ed altre) e si lascia andare a scene più spinte della media del genere, ma l’unico vero motivo d’interesse è Vittorio Caprioli che interpreta Nerone, ispirandosi senza troppi complessi a Petrolini.

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giugno 15, 2013 Pubblicato da: | Erotico | , , | Lascia un commento

Gli invisibili parte 1

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Gli invisibili appartengono alla sterminata produzione cinematografica prodotta a cavallo tra gli anni che intercorrono tra il 1965 e il 1975, periodo in cui vennero realizzate migliaia di opere cinematografiche molte delle quali destinate in seguito all’oblio.
Sono film che hanno avuto rarissimi passaggi video, che non hanno avuto mai una riedizione in digitale e che spesso sono stati in cartellone per pochissimo tempo se non per un giorno soltanto,oppure film che hanno avuto una edizione solamente in vecchi formati come il VHS.
Film ormai pressoche dimenticati e che la drastica riduzione delle emittenti televisive ha condannato per sempre agli archivi, dai quali ogni tanto riemergono per motivi spesso misteriosi.
Appartengono a cataloghi di case cinematografiche ormai scomparse da tempo, acquistati da altre società in blocco e che quindi molto difficilmente trovano spazio nel mercato per svariati motivi.
Spesso si tratta di opere minori salvo qualche inspiegabile gioiellino che all’epoca della prima proiezione ebbe scarsa fortuna; film girati a low budget, o ancora girati in serie, sfruttando arredi e scenografie quando non anche il cast di produzioni precedenti.
Sono centinaia e centinaia di titoli, prodotti nel periodo d’oro della cinematografia, gli anni in cui produttori rampanti e speculatori, assecondati da registi con tanta voglia di emergere riuscirono a realizzare una mole impressionante di pellicole, oggi assolutamente improponibili vista la grave crisi del cinema che di quegli anni d’oro ormai conserva solo il ricordo.
Molte di queste pellicole sono realizzate con scarsa cura, altre invece non ebbero fortuna per tantissimi motivi; spesso le produzioni fallivano, non permettendo quindi la loro distribuzione nelle sale cinematografiche.
Non era raro infatti che produttori scalcinati o squattrinati si imbarcassero in avventure pericolose economicamente che si risolvevano in catastrofi dai risvolti spesso paradossali.
A tal riguardo è illuminante il ricordo della bellissima Erka Blanc, che in un’intervista di inizi anni settanta rievocò le peripezie di una troupe costretta a scappare notte tempo da un albergo perchè l’intero cast, che non era stato pagato, non aveva i soldi per pagare il conto dell’albergo.
Di questa mole impressionante di film spesso non esiste nemmeno una documentazione fotografica, non esistono trailers se non quelli che qualche volenteroso ha ricavato chissà come da cosa e da dove e che ha postato su Youtube, permettendo così di assistere quantomeno alla proiezione di brevi spezzoni dei film stessi.
Di altri ancora ci sono tracce sui vecchi cineromanzi dell’epoca, autentiche miniere di informazioni per ricavare dettagli di questi film: nei polverosi numeri di Big, Cinesex eccetera troviamo sequenze che in alcuni casi non vennero nemmeno proiettate perchè tagliate in fase di post produzione o di montaggio.
Alcuni di questi film li ho vist per intero al cinema o in tv, in qualche visione notturna su scalcinate tv private che negli anni settanta e otanta hanno avuto il merito di aver diffuso un’enormità di B movie o film minori che altrimenti non avrebbero mai rivisto la luce.
Di altri ho visto solo pochi spezzoni, di altri ancora ho sentito solo parlare.
E’ di tutti questi film che tratterò in questo e in altri articoli futuri, nella speranza che qualche lettore aggiunga notizie o semplicemente ricordi che diano un minimo di riconoscimento a tutti quei film che oggi sono diventati “invisibili”

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Mania locandina 1

Mania, di Renato Polselli, con Brad Euston, Ivana Giordan, Isarco Ravaioli, Mirella Rossi, Eva Spadaro, Max Dorian, prodotto nel 1974 dalla GRP Cinematografica
Considerato da un nutrito gruppo di fans regista di culto, Polselli girò con un budget risicatissimo questo film nel 1974, ambientandolo quasi tutto in una villa e usando un sparuto cast che mise in scena la storia di un mad doctor ossessionato dal tradimento della moglie che uccide il suo gemello e si sostituisce a lui per ossessionare la moglie presunta fedifraga.
Il film sparì praticamente il giorno stesso dai cinema e per anni venne considerato perduto.
Viceversa, la Cineteca Nazionale possedeva una copia del film e nel 2007 lo proiettò nel cinema Trevi di Roma, permettendo così ai fans di Polselli di visionarlo.

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Chi vi scrive non è tra loro, anzi; considero Polselli un cineasta con tante idee ma confuse.
Tuttavia non nego che l’aura di mistero del film mi ha fatto venire voglia di vederlo, per cui se qualcuno è in grado di segnalarmi un modo per visionarlo gli sarò grato.

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Per quanto riguarda l’accoglienza della critica, ricordo quella del Centro Cattolico Cinematografico (forse i meno adatti ad una recensione oggettiva e obiettiva) che all’epoca parlarono di un film che è ” un pasticcio vergognoso da tutti i punti di vista, con un regista accusato di essere professionale e determinata solo quando spoglia le sue attrici e si sofferma sadicamente con la fotocamera sopra un teschio macabro pieno di vermi.”
Per quanto ne sappia, Mania non è mai passato in tv e “dovrebbe” essere ancora privo di un’edizione italiana digitalizzata.

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Il baco da seta, di Mario Sequi,con George Hilton, Nadja Tiller, Guy Madison, Riccardo Garrone prodotto nel 1974 dalla Drago Film
Thriller canonico con protagonista una ex cantante francese perseguitata da un gruppo di creditori che imbastisce un falso furto dei suoi gioielli usando come complice un giovane gigolò che poi uccide riuscendo a ricavare da tutto una considerevole somma.

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Il baco da seta 2
Passato in notturna qualche volta su reti private secondarie, Il baco da seta non ebbe nessun successo alla sua uscita, sparendo immediatamente dalle proiezioni pubbliche. Del film esiste solo qualche breve filmato ricavato da VHS che però non permettono nessuna valutazione del film stesso. A parte la presenza dell’onnipresente Hilton e della bella Tiller, il film non si segnala per meriti particolari, tuttavia può essere un riferimento per apprezzare paesaggi e arredi vintage che erano il corollario di ogni film degli anni settanta.

L'intreccio locandina 1

L’intreccio, di Dave Young (Pierre Chenal), con Marisa Mell, Robert Hossein, Ettore Manni, Robert Dalban, Alberto Dalbés, Perla Cristal, Manuel de Blas, Danielle Durou, Ellen Bahl, Carlos Bravo, Colelle Jack, Albert Minsky, Lili Murati, Krista Nell, Patricia Nigel, Sabine Sun prodotto nel 1969 in Germania dalle associate Ascot, Balcázar P. C., Cineraid, Lira Films
Uscito con il titolo Les belles au bois dormantes e distribuito in Italia come L’intreccio, questo film di Chenal è l’ultimo diretto dal regista belga dopo una lunga carriera iniziata nel 1933; film pressochè invisibile, del quale esiste solo una riduzione in VHS.

L'intreccio 1
Narra le vicende di due coniugi che dirigono una una casa di cure di bellezza per donne che è però una copertura per una base per lo spaccio di droga.Una vicenda che si tingerà di giallo con classico colpo di scena finale. Penalizzato probabilmente dai nudi presenti nel film uscito in un periodo nel quale proprio i nudi provocavano immancabilmente l’intervento dei censori,L’intreccio è divenuto un film invisibile che anche alla sua uscita riscosse scarso interesse e ancor meno spettatori.

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Nel cast è presente Marisa Mell, che nei due anni precedenti si era costruita una buona fama grazie alla sua presenza nel Diabolik di Bava e nell’ottimo Una sull’altra di Fulci.
Fu il cineromanzo Big film a mostrare le sequenze del film che da allora in poi scomparve completamente salvo riemergere nel florido mercato delle video cassette. Praticamente introvabile anche in riversaggio da VHS.

Le mogli degli amanti di mia moglie locandina 1

Ecco perchè mogli degli amanti di mia moglie sono le mie amanti,di Mack Bing con Barbara Blake, Norman Alden, Gloria Manon, Scott Graham, prodotto nel 1969 dalla americana Cottage Films
Un film che inaugura la moda cinematografica dei titoli chilometrici, assolutamente invisibile anche alla sua uscita.
Racconta le vicende di tre coppie di scambisti,a cui una sera si aggiunge un’altra coppia,con lei del tutto ignara delle abitudini delle sei persone.Il marito della donna invece cerca di sfruttare sua moglie per ottenere vantaggi lavorativi, con il risultato finale di litigare con la moglie e non ottenere nulla di quanto preventivato.
Film scopertamente erotico, ha dalla sua una certa cura.

Le mogli degli amanti di mia moglie foto 2
Questa pellicola l’ho vista molti anni dopo in un cinema dopolavoristico, settore a cui va attribuito il merito, assieme alle sale di periferia, di aver programmato film che altrimenti sarebbero rimasti davvero totalmente invisibili.
Non mi risulta nessuna edizione in digitale della pellicola, mentre con qualche difficoltà è visionabile la versione ridotta da VHS esclusivamente in lingua inglese su alcuni siti americani.

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Un’anguilla da 300 milioni,di Salvatore Samperi con Lino Toffolo, Carla Mancini, Gabriele Ferzetti, Mario Adorf, Senta Berger, prodotto nel 1971 dalla Colt Produzioni Cinematografiche e dalla Mega Film
Buon successo di pubblica e relativamente di critica, questo film è inspiegabilmente scomparso nel nulla, tanto da non avere ancora oggi una versione digitale mentre l’unica visionabile è relativa a riversaggi penosi da VHS o a rimaneggiamenti inguardabili da vecchi passaggi televisivi.
Giallo ben costruito che racconta le vicende di un ex capo partigiano che affida a un suo amico di lotta la figlia reduce da una cura disintossicante dalla droga;quando l’ex partigiano muore, Bissa, l’amico, apprende da Tina, la ragazza, che in realtà lei non era la figlia del partigiano ma una ragazza rapita alla sua famiglia.
Si scoprirà in effetti che la storia è vera ma che la ragazza ha organizzato un piano diabolico…
Film godibile, con un buon cast inspiegabilmente finito nel dimenticatoio; il film è stato trasmesso anni addietro sulle tv private, ma come già detto manca di un’edizione guardabile.

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L’asino d’oro: processo per fatti strani contro Lucius Apuleius di Sergio Spina, con Samy Pavel, Barbara Bouchet, Marisa Fabbri, Leopoldo Trieste, John Steiner, prodotto dalla Filmes e dalla O.N.C.I.C. nel 1970.
Ecco un film recentemente riemerso dall’oblio grazie al canale televisivo IRIS che ha trasmesso la pellicola in notturna.
Filmaccio brutto e scombinato che assembla un buon cast,

L'asino d'oro processo per fatti strani contro Lucius Apuleius 1

una storia tratta nientemeno che da Apuleio e una sceneggiatura raffazzonata e grezza che costituiscono l’ossatura di un film che ormai si ricorda solo per la presenza di una splendida Barbara Bouchet nei panni di Pudentilla, la vedova del ricco Epulone.
Film vietatissimo all’epoca della sua uscita subì diversi rimaneggiamenti per cui alla fine ottenne un visto della censura con il divieto di proiezione ai minori di anni 14.

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L’assoluto naturale, di Mauro Bolognini con Laurence Harvey, Sylva Koscina, Isa Miranda, Guido Mannari, Felicity Mason prodotto dalle temporaneamente associate Cinecenta e Tirrenia Film Studios
Tratto da un romanzo di Parise, il film di Bolognini pagò a caro prezzo le sue ambizioni e la complessità del tema trattato, la complessità del mondo borghese relativamente al rapporto con la classe popolare,

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l’ambizione alla libertà personale assoluta che però deve fare i conti con i rapporti con l’altro sesso ecc.
Penalizzato anche da pesanti interventi della censura, il film è passato a notte fonda su alcune tv private, sforbiciato dalle sequenze più roventi; poichè non è stato mai editato in digitale, è impossibile da giudicare anche perchè si tratta di un film pesantemente datato, uno di quelli che spesso facevano impazzire i critici e addormentare il pubblico.

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Karin un corpo che brucia,di Jean-Claude Dague e Louis Soulanes in veste di co-regista, con Jean-Claude Bercq , Donna Michelle , Jean Distinghin , Linda Veras , Marc Briand prodotto nel 1968 dalle associate Capitole Films e Paris Interproductions (PIP)
In origine Le bal des voyous, tradotto malamente in Karin un corpo che brucia, in ossequio alla ferrea legge delle distribuzioni italiane attente a dare sempre un tocco di morbosità a produzioni estere con sceneggiature morbose,

Karin un corpo che brucia foto 1

narra la storia di Henri Verdier, un banchiere esperto di judo, che sarà coinvolto in una storia dai risvolti pericolosi per colpa della bella Karine, la sua bionda amante che è legata contemporaneamente ad un uomo che progetta di rapinare una banca.
Film assolutamente e totalmente invisibile, non risulta essere passato in tv e non ha avuto nessuna riduzione in digitale.
Mancano anche rippaggi da VHS ed è praticamente introvabile in rete.

Ringrazio il sito http://www.dbcult.com dal quale ho tratto alcuni fotogrammi altrimenti introvabili.

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Mania foto 9

dal film Mania

Il baco da seta lobby card 1

Lobby card del film Il baco da seta

L'intreccio foto 3

L'intreccio foto 2

Due foto di scena tratte dal film L’intreccio

Le mogli degli amanti di mia moglie foto 1

Foto di scena tratta dal film Ecco perchè le amanti…

L'asino d'oro processo per fatti strani contro Lucius Apuleius foto 1

L'asino d'oro processo per fatti strani contro Lucius Apuleius 2

Due foto di scena del film L’asino d’oro, processo per fatti strani…

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Due foto di scena di Sylva Koscina tratte dal film L’assoluto naturale

Karin un corpo che brucia 1

Karin un corpo che brucia locandina 2

Foto di scena e locandina del film Karin un corpo che brucia

giugno 8, 2013 Pubblicato da: | Miscellanea | | 2 commenti

L’occhio dietro la parete

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Uno scrittore rimasto invalido in seguito ad un incidente automobilistico in cui ha perso la vita il figlio possiede nella sua casa un sistema ottico che gli permette di guardare ciò che accade nella casa adiacente.
Paolo, questo il nome dell’uomo, convive con la figlia Olga, che ha coinvolto nel gioco voyeuristico che sembra essere l’unico interesse della sua vita.
Tra i due esiste un rapporto ambiguo e morboso, ai limiti dell’incesto;con la collaborazione dell’ancor più ambiguo domestico Ottavio, Paolo inizia a spiare la vita del vicino Arturo, un giovane dalla vita misteriosa e che ha una personalità debole e complessata.

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Anche Olga inizia a seguire morbosamente la vita del giovane, arrivando a spiare un suo rapporto omosessuale con un uomo di colore; a quel punto la donna cede al desiderio del padre che le chiede insistentemente di avvicinare Arturo e fa in modo di entrare in contatto con lui.
Tra i due nasce un rapporto d’amore che crea in paolo una reazione che avrà drammatiche conseguenze…
L’occhio dietro la parete, film del 1977 è l’unica opera del regista Giuliano Petrelli che del film è anche lo sceneggiatore; un film abbastanza strano, caratterizzato da un andamento imprevedibile, con scene che sembrano slegate dalla storia principale.
Il plot è costruito attorno alla figura del voyeur Paolo, diventato tale probabilmente in seguito all’incidente, un padre che ha perso un figlio ma che contemporaneamente non esita a coinvolgere sua figlia in un giochino perverso e incestuoso testimoniato da una scena nella quale insinua la sua mano tra le gambe della figlia Olga.

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Un gioco perverso e pericoloso, perchè l’uomo non è in grado di controllare l’insano rapporto che ha con la figlia; quando deciderà di spingersi oltre, inserendo nel suo gioco la figlia e mandandola impudicamente tra le braccia di Arturo finirà per provocare in se stesso un corto circuito che porterà la storia ad un finale tragico.
Una storia tutto sommato risibile, che mal si sposa con due sequenze che appaiono inserite nel film per allungare il brodo, già di per se abbastanza insipido; mi riferisco alla scena del locale notturno nella quale Arturo e Olga assistono, inconsapevoli della presenza l’uno dell’altra, alla performance di una ballerina che finisce improvvidamente per essere denudata da un aitante uomo di colore, che finirà per avere un’avventura sessuale con Arturo.

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Che a sua volta è personaggio disegnato mollemente, che appare quasi privo di volontà e sballottato quà e là dagli eventi; si lascerà sedurre da Olga (voglio avere un figlio da te, dirà la donna in un dialogo francamente assurdo) subendo anche l’iniziativa dell’uomo di colore che lo sodomizzerà.
L’altra sequenza fuori dal contesto è quella che vede l’enigmatico domestico Ottavio a letto con una ragazza; anche lui è affetto dalla stessa mania da guardone del suo datore di lavoro e non manca di spiare la bella Olga impegnata in un focoso amplesso con Arturo.
Il film in sostanza non offre null’altro se non un’atmosfera volutamente malata che sembra presagire sin dall’inizio il finale da tragedia greca che seguirà.
Il guaio è che nel mezzo c’è tutta la pellicola che scorre senza nessun sussulto e senza alcuna invenzione che contribuisca a svegliare lo spettatore dal torpore che pian piano lo avvolge.

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I protagonisti del film fanno del loro meglio; si segnala la bella bond girl Olga Bisera per la sua glaciale bellezza e per l’ardire di alcune scene, John Phillip Law per l’interpretazione molliccia esibita che include una sequenza in cui fa ginnastica completamente nudo e con le parti intime generosamente esposte oltre che per le urla selvagge lanciate nella sequenza della sodomizzazione e infine Fernando Rey impegnato a incrementare il conto in banca piuttosto che a fornire una prestazione più convincente.
Massacrato con buone ragioni dalla critica, L’occhio nella parete è un film praticamente invisibile;non ricordo suoi passaggi televisivi tuttavia è stato recentemente rieditato in digitale ed è presente in un’orribile versione fuori formato in streaming.

Aggiornamento:il film è disponibile in una buona versione in italiano all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=LJvU_xWSsa4

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L’occhio dietro la parete
Un film di Giuliano Petrelli. Con Olga Bisera, Fernando Rey, Monica Zanchi,José Quaglio, John Philip Law, Enzo Robutti, Roberto Posse Drammatico, durata 90 min. – Italia 1977.

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John Phillip Law: Arturo
Fernando Rey: Paolo
Olga Bisera: Olga
José Quaglio: Ottavio
John P. Dulaney: Chuck
Mónica Zanchi:la ragazza con Ottavio

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Regia Giuliano Petrelli
Sceneggiatura Giuliano Petrelli
Produttore Enzo Gallo
Casa di produzione Cinemondial, Shaw Brothers
Fotografia Cristiano Pogany
Montaggio Gianmaria Messeri
Musiche Giuseppe Caruso

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L’opinione dell’utente Ezio dal sito http://www.filmtv.it
Un film malato,intriso di voyerismo e incestuoso all’interno di una famiglia composta tra padre,figlio e figlia con una parete controllata con una telecamera che filma la vita del diimpettaio che alla fine finisce a letto con la figlia di Rey,una Olga Bisera brava e generosissima.Rimane un reperto unico (o quasi) nell’intera filmografia italiana e se vogliamo a qualcosa di Bunuel,infatti Rey e’ uno dei suoi attori principali.Imperdibile per gli amanti del “bis” e editato in versione integrale nella collana Cinekult in una copia piu’ che discreta con l’aggiunta dell’intervista a Petrelli regista dell’unico film da lui diretto.

L’opinione dell’utente Homesich dal sito http://www.davinotti.com
La prima regia dell’attore Petrelli è un dramma erotico buñueliano che vanifica le annotazioni antropologiche in un baillamme di perversioni sessuali e in un (non)eros sporco e tignoso: dal deperito Law che fa ginnastica nudo con il pene di fuori ai selvaggi urli sodomitici che lasciano ben poco alla fantasia. Il finale, più che per la fiammella thrilling accesa dal chiarimento dei legami tra il voyeur paraplegico Rey e la devota Bisera, vale un’occhiata per il sorriso malignamente compiaciuto di Quaglio, servitore laido e feticista. Glaciali musiche d’avanguardia di Caruso.

L’opinione dell’utente Fauno dal sito http://www.davinotti.com
La rivelazione finale è inaspettata, ha dell’incredibile e lo svolgimento del film non lo lasciava sospettare neanche lontanamente… ancor meno l’acquisizione dell’invalidità. Law recita molto bene e non è neppure lontano parente dell’attore di Barbarella e dei western di 10 anni prima, la Bisera non è una Venere ma se la cava, Rey non l’ho ancora visto sbagliare. Tutti gli strumenti del film sono azzeccati e non danno alcun fastidio. Unico neo: taluni concetti sono sfiorati e non approfonditi e l’ambientazione è abbastanza limitata alla casa…

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giugno 4, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 2 commenti

Mimi metallurgico (ferito nell’onore)

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Carmelo Mardocheo è un operaio come tanti.
Ha una moglie,un figlio e un lavoro pesante: estrae zolfo e suda, consumando un’esistenza anonima comune a tantissima gente del suo ceto.
Ma Mimi, com’è chiamato Carmelo ha delle idee di sinistra, crede in qualcosa che è un’ideologia primitiva e che gli impedisce di votare per il mafioso candidato alle elezioni politiche che si terranno a breve.
Così, perso il lavoro, è costretto ad emigrare.
Come tanti.
Arriva a Torino dove però trova un uomo che è il sosia di quello che in Sicilia gli ha fatto perdere il lavoro.
Tricarico, questo il suo nome, gestisce un’associazione,i Fratelli Siciliani, che in teoria ha il nobile ideale di aiutare ad integrarsi e a trovare un lavoro agli emigranti siciliani che arrivano nel capoluogo piemontese.

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Mariangela Melato

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Giancarlo Giannini

Mimi non sa che l’organizzazione è in realtà gestita proprio da quella mafia che lui ha tentato di dimenticare con la sua fuga.
Inizia a lavorare come operaio edile, ma ben presto vede un suo amico morire sul lavoro.
L’organizzazione vorrebbe disfarsi del corpo dello sventurato operaio abbandonandolo sul ciglio di una strada, ma Mimi si oppone con l’unico risultato di essere catturato e portato davanti a Tricarico.
Grazie ad una frottola provvidenziale (la parentela con un boss mafioso) viene risparmiato e inviato a lavorare in una fabbrica.
E’ un vero cambiamento questo, per Mimi.

Mimi metallurgico 3

Mimi metallurgico 4

Agostina Belli

Ora non è più un edile, bensì un metallurgico, un operaio di categoria “superiore”.
Ora può professare le sue idee di sinistra, iscriversi al PCI e sopratutto allacciare una relazione sentimentale con la bella Fiore, una donna attivista che lui salva da una squadra fascista.
Con la donna mette al mondo un figlio, ma il destino sembra divertirsi a cambiare le carte in tavola.
Assiste ad un regolamento di conti tra Tricarico e una banda rivale,ma davanti alla polizia che lo interroga assume un atteggiamento omertoso, cosa che gli vale il disprezzo dei compagni di fabbrica.
Ancora una volta casualmente e sempre per opera di tricarico, viene trasferito in Sicilia, ad una raffineria.
Il ritorno a casa è devastante: Mimi scopre che sua moglie è incinta e che il padre del nascituro è un brigadiere.
L’operaio è a un bivio:è cornuto, cosa che nella Sicilia dell’epoca costituisce un’onta da lavare con il sangue ma è anche un uomo che ha vedute diverse dai suoi concittadini.

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Mimi metallurgico 7
Il tempo vissuto al nord lo ha reso moderno, consapevole dei veri valori della libertà individuale.
Ma fondamentale nel suo intimo è ancora un uomo del sud, è geloso e vuole vendicarsi.
Così, con un corteggiamento spietato, seduce la brutta e sgraziata moglie del brigadiere mettendola incinta.
La vendetta si compie quando rivela all’uomo, nella piazza del paese, la verità.
Ma non può gustarsi la sua vendetta perchè un sicario della mafia uccide l’uomo e gli mette in mano la pistola.
Mimi è arrestato: è innocente ma ha ucciso per onore così finisce in carcere.
Ora è davvero un uomo di rispetto e riceve l’appoggio del nuovo boss del paese.
All’uscita dal carcere però Mimi trova ad attenderlo sua moglie con il piccolo nato dalla relazione adulterina con il brigadiere, la moglie di quest’ultimo con i 6 figli che lo chiamano papà e infine Fiore con il loro bambino in braccio.
Quest’ultima lo lascia, delusa dal cambiamento dell’uomo di cui si era innamorata….
Mimi metallurgico ferito nell’onore è un film grottesco, ironico e fondamentalmente tragicomico diretto da Lina Wertmuller nel 1972.
Un film in cui confluiscono felicemente l’impegno e la satira, l’ironia feroce e l’eccesso narrativo che spesso sbocca in un continuum fatto di alternanza di messaggi sociali di denuncia mescolati alla farsa più sfrenata.
Mimi è un personaggio che racchiude in se tutti i vizi e le debolezze, tutti i retaggi della sua terra e della sua cultura mescolati confusamente al desiderio di riscatto da una realtà sociale fatta di sperequazione e ingiustizia che vuole la gente del posto in cui vive schiava dei potentati, dell’onnipresente mafia e del malaffare, simboleggiata dall’onnipresente Tricarico che sarà il suo angelo del male, la vera pietra angolare del suo destino.
Il tentativo di Mimi di elevarsi aldilà del suo ruolo di perdente, stabilito dalla storia e dai poteri forti che condizionano lo sviluppo della società in cui vive è destinato ad essere travolto ingloriosamente.

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Le sue ambizioni vengono frustrate nel momento stesso in cui cede all’ancestrale concezione dell’onore, a quella gelosia irrazionale alla quale tenta invano di sottrarsi, con il tragicomico risultato finale di essere condannato a convivere con il frutto delle sue colpe, con quelle due donne che non ama, con la caterva di figli che non sono suoi rinunciando contemporaneamente all’amore e al frutto dello stesso, a Fiore e al suo piccolo, l’unica cosa che gli interessi veramente.
Lina Wertmuller spazia in lungo e in largo nel film mostrando questo conflitto irrisolto in Mimi, quel suo essere contemporaneamente uomo del sud e ad esso legato e uomo che ha vissuto al nord, quindi sulla via dell’emancipazione dai retaggi della sua terra, mostrando quindi il surreale e grottesco conflitto culturale dell’uomo sotto angolazioni che irrimediabilmente portano Mimi ad essere un personaggio irrisolto, schiavo per sempre delle sue contraddizioni.
Mimi metallurgico è un film spinto alle estreme conseguenze; è un alternarsi continuo di tenerezza e crudele realtà, di sentimenti nobili ed un istante dopo meschini e primordiali.
E’ l’evoluzione continua, seguita dalla profonda involuzione, di un personaggio più da farsa che da tragedia rappresentato da un Mimi che perderà tutte le conquiste ottenute (l’emancipazione, l’amore e la libertà individuale) per colpa della sua irresolutezza e per colpa dell’atavica cultura alla quale appartiene.

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Un film che vive anche delle straordinarie interpretazioni di due grandissimi artisti, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, che qualche anno più tardi torneranno a far coppia sul set sempre diretti da Lina Wertmuller nell’ottimo Travolti da in insolito destino.
Grande, Giannini.
Il personaggio di Mimi è reso indimenticabile attraverso una caratterizzazione piena di tic, nevrosi, passaggi ripetuti sulla maschera del suo volto che di volta in volta assume espressioni sempre consone al personaggio che sta interpretando.
Grande, Mariangela Melato.
Il suo personaggio, a tratti dolente, a tratti orgoglioso, resta scolpito in maniera indelebile nella galleria dei personaggi della storia del nostro cinema.
Per tutti, valga la sequenza finale del film, nel quale vediamo la delusa Fiore scegliere di abbandonare qull’uomo in cui ha creduto perchè l’ha delusa con quel suo abdicare ai principi a cui sembrava tenere tanto.
L’involuzione di Mimi è per lei imperdonabile, ben più dell’adulterio che ha consumato con la moglie del brigadiere.
Lina Wertmuller, tornata alla regia dopo l’esordio folgorante di I basilischi e dopo qualche film che le sono serviti come rodaggio, l’ultimo dei quali era stato Il mio corpo per un poker del 1968, firma un’opera fondamentale del nostro cinema del passato.

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Un film che ha alcuni passaggi davvero felicissimi, come l’indimenticabile sequenza in cui Mimi consuma la sua vendetta con la moglie del brigadiere Finocchiaro, una sequenza in cui resta come un pugno in un occhio l’immagine quasi surreale dell’enorme cellulitico sedere in primo piano di Elena Fiore, che interpreta Amalia Finocchiaro.
Mimi metallurgico è un film trasmesso più volte dalle tv ed è di facile reperibilità nel web; rivederlo è un’occasione per riscoprire un cinema coraggioso e vitale, ormai quasi irrimediabilmente sepolto dalla storia e impossibile da riproporre.

Mimì metallurgico ferito nell’onore
Un film di Lina Wertmüller. Con Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Luigi Diberti, Turi Ferro,Agostina Belli, Tuccio Musumeci, Elena Fiore Commedia, durata 121′ min. – Italia 1972.

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Giancarlo Giannini … Carmelo Mardocheo detto Mimí
Mariangela Melato … Fiorella detta Fiore Meneghini
Turi Ferro … Don Calogero / Vico Tricarico / Salvatore Tricarico
Agostina Belli … Rosalia Capuzzo in Mardocheo
Luigi Diberti … Pippino
Elena Fiore … Amalia Finocchiaro
Tuccio Musumeci … Pasquale
Ignazio Pappalardo … Massaro ‘Ntoni
Gianfranco Barra … Serg. Amilcare Finnocchiaro
Livia Giampalmo … Violetta, bancarellaia

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Regia Lina Wertmüller
Soggetto Lina Wertmüller
Sceneggiatura Lina Wertmüller
Produttore Daniele Senatore, Romano Cardarelli
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Amedeo Fago

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L’opinione dell’utente Homesick tratta da http://www.davinotti. com
Fra numerosi luoghi comuni del mondo siciliano (gelosia, tradimento, onore, il divario rispetto al Nord) si interlineano non trascurabili notazioni politico-sociali sulla mafia e il mondo operaio; è la pellicola simbolo della regista e del suo stile caotico, policromo ed eccessivo, che nell’episodio del coito con la grassona Elena Fiore – ottima esordiente – si accomuna al grottesco immaginario muliebre del collega Fellini. Giannini è ammirevole per versatilità ed impegno artistico e la Melato un talento in piena conferma. Coraggiosa la Belli nell’accettare trucco e parrucca da racchia.

L’opinione del sito http://www.treccani.it
Curiosamente imparentato, nella tematica del ‘richiamo del sangue’, a Mafioso di Alberto Lattuada (1962), il film si sviluppa nel segno dell’eccesso e della ridondanza, di quel grottesco portato alle estreme conseguenze che caratterizzerà buona parte del cinema della regista romana. È un’esuberanza stilistica e linguistica che mescola impunemente generi e sottogeneri ‒ dall’opera lirica al mélo, dal cinema politico alla sceneggiata in un crogiuolo che stravolge i confini beffandosi delle convenzioni. La scelta dell’eccesso provocatorio si esplicita anche nel tratto caricaturale dei personaggi: dal trucco ‘chapliniano’ di Mimì alle figure mostruose di contorno che preparano una delle scene cult del film (l’accoppiamento bestiale fra Mimì e una straripante Elena Fiore), fino alla moltiplicazione di Turi Ferro nei panni dei tanti ‘cattivi’.

L’opinione dell’utente lor.cio dal sito http://www.filmtv.it
Mariangela Melato era un’attrice totale e non trovo altri aggettivi per definire la sua presenza sul grande schermo e sul palcoscenico nell’arco degli ultimi quarant’anni. Naturalmente la sua scomparsa ci addolora. C’è però qualcosa che ci consola quando se ne va un attore o un’attrice di razza: la fortuna del cinema (a differenza, purtroppo, di molto teatro) sta nel lasciare una traccia indelebile, una serie di fotogrammi in successione, un film. Mariangela Melato ha illuminato col suo talento elegante e stratificato alcune delle opere più importanti degli anni settanta ed ottanta e nella memoria collettiva restano sicuramente le collaborazioni con Giancarlo Giannini e Lina Wertmuller. Ricordare un artista attraverso le proprie imprese è quanto di meglio si possa fare per rendere omaggio al suo lavoro, al di là della pur inevitabile retorica della celebrazione. Prendiamo Mimì metallurgico ferito nell’onore: un titolo divenuto proverbiale, un grande successo di pubblico, la consacrazione di una regista la cui fama è superiore all’effettivo valore dei suoi film. È una storia tra la contestazione e il folklore, l’evocazione del comunismo di lotta e la stereotipizzazione dell’influenza del potere mafioso nel Sud, l’amore improvviso e carnale e la vendetta dell’onore perduto, caratterizzata dal tipico stile registico della Lina, scatenato e greve (ancora su discreti livelli, fino al capolavoro Pasqualino Settebellezze: altri dieci anni e sarebbe andata sfortunatamente in caduta libera), con zoom ed effettacci abbastanza adeguati alla brutalità romantica e tempestosa della narrazione. Puntellato dalla potenza musicale di Giuseppe Verdi (in alternanza col brio sarcastico di Piero Piccioni), la Cavalleria Rusticana (echeggiata da uno dei personaggi) in stile Wertmuller vale, forse, più come somma di elementi che come totale organico, perché certamente ci sono sofferenze nell’amalgamare le componenti e nell’asciugare certi passaggi probabilmente verbosi. È entrato nella storia del cinema italiano per il suo tono grottesco (all’epoca inusuale) e per le mastodontiche prove degli attori, capitanati da un Giancarlo Giannini a dir poco strepitoso nei panni del povero Mimì (memorabile l’intermezzo con l’enorme Elena Fiore, sequenza quasi felliniana, buffa e tragica). E Mariangela? È Fiore, la volitiva compagna milanese, che si vota all’amore senza dimenticare la propria identità di genere e la propria coscienza civile: in un film dominato dalla grandezza di Giannini, non di rado riesce a rubargli la scena. O meglio, a condividerla con estro, elasticità e talento. Nel giorno in cui la piangiamo, sarebbe bello ricordarla semplicemente così, un’attrice che ha lasciato una testimonianza fondamentale.

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giugno 2, 2013 Pubblicato da: | Commedia | , , | Lascia un commento

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Nella città di Accra, in Ghana, converge un gruppo di persone inviate da Franco Donati, un industriale italiano; sono là per eliminare la concorrenza di Wilkinson, un altro industriale interessato ad una fornitura di legname.
Il gruppo è composto dall’ ingegnere James McDougal, da sua moglie Eva,da Antonio di Borgoparuta e da Silvia che è anche l’amante di Franco Donati; quest’ultima ha il compito di sedurre con le sue grazie Kofi, industriale ghanese al centro dell’intrigo.
Quando Kofi scopre che Donati non si è degnato di venire personalmente in Ghana per trattare l’affare, decide di approfittare di un banale equivoco per spacciarsi per Ruma, un dirigente della società di export.
Silvia, che dovrebbe sedurre Kofi, finisce per innamorarsi dell’uomo suscitando contemporaneamente il risentimento di Eva, che ha a cuore la conclusione dell’affare.

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Contemporaneamente Antonio di Borgoparuta fa picchiare Ruma mentre James McDougal tenta di corromperlo con una grossa somma per favorire l’industriale inglese Wilkinson.
L’arrivo di Donati in Ghana costringe Kofi a scoprirsi; l’uomo confessa la sua vera identità scoperchiando il vaso colmo di inganni di cui si sono resi protagonisti i dipendenti di Donati.
Kofi così chiude ugualmente il contratto con l’italiano, spuntando però condizioni nettamente migliori; in quanto a Silvia, l’uomo la rispedisce con il suo amante in Italia.
Film non inquadrabile in un genere specifico,questo Contratto carnale, diretto da Giorgio Bontempi nel 1973; un film con un andamento drammatico venato di giallo,con un ambientazione esotica che ricalca quello delle pellicole Bora Bora di Liberatore o La ragazza dalla pelle di luna di Scattini.

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Questa volta il centro dell’azione è il Ghana, in cui si svolge la storia di un gruppo di bianchi sempre pronti a usare le armi della furbizia nei confronti della locale gente di colore con però una variante finale in cui, per citare un classico proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Bontempi crea un film di buona atmosfera, in cui le sordide manovre dei bianchi vengono stigmatizzate senza alcun furore, anzi, con una sottile vena di umorismo nero che diventa più esplicito nel finale, quando il buon Kofi farà fare una figura barbina agli eredi dei colonizzatori, dimostrando di aver ben compreso la lezione impartita purtroppo dai precedenti dominatori.
Il film mantiene un buon equilibrio, grazie al mestiere di Bontempi qui al suo secondo e penultimo lavoro alla regia; un vero peccato che questo valido regista non abbia poi trovato spazio perchè Contratto carnale è un buon film, che miscela sapientemente la tensione ad un minimo di discorso storico sulla colonizzazione dell’Africa.

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Il tutto condito da un filo di erotismo mai sopra le righe.
Il cast è davvero buono e comprende le solite sicurezze rappresentate da George Hilton e Enrico Maria Salerno mentre le due star femminili sono Anita Strindberg e Yanti Somer.
La stessa Strindberg era entusiasta della pellicola.Ecco cosa dichiarò proprio nel 1973:
E’ un’opera abbastanza impegnata. Anche se priva di quei fumismi intellettuali che affliggono il cinema cosiddetto d’autore. Insomma, è un film che vedi con piacere, ti interessa, e al tempo stesso ti mette in testa delle idee, ti fa pensare. Proprio come dovrebbe sempre fare il cinema, secondo me, ma come invece tende a fare sempre più di rado. Perché la regola madre oggi è l’evasione. La trama, comunque, immagina che un grosso uomo d’affari bianco debba concludere un vantaggioso contratto con un altro grosso affarista negro in una nazione africana. Pur di realizzare questo colpo a lui vitale, l’uomo d’affari bianco non esita a ricorrere ad ogni sorta di espedienti, tra cui quello di gettare con assoluta indifferenza la sua donna tra le braccia della controparte, sperando che a letto certe cose si impostino meglio…” mentre a proposito di Bontempi dichiarò:
Bontempi sa come trattare gli attori. Insomma, non ti fa sentire giusto una rotellina in un misterioso, quasi incomprensibile ingranaggio che solo lui ha nella testa. No, assolutamente. Invece ti aiuta, ti assiste, ti lascia anche quel giusto margine di libertà nel quale puoi apportare il tuo contributo alla strutturazione del personaggio. Insomma, a me pare che questo sia il modo ideale di lavorare, almeno dal punto di vista dell’attore. E infatti credo di avere risposto alla fiducia concessami con un’interpretazione che è senz’altro la più riuscita della mia pur breve carriera. Anzi, forse questo ruolo costituirà proprio una sorpresa per quelli che mi hanno sempre ritenuta giusto un corpo e basta.

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Contratto carnale è un film di difficilissima se non impossibile reperibilità.
Non ho nemmeno segnalazione di suoi passaggi televisivi mentre in rete manca qualsiasi riduzione da VHS o da DVD.

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Un film di Giorgio Bontempi. Con Enrico Maria Salerno, George Hilton, Anita Strindberg, Franco Giornelli, Calvin Lockhart, Yanti Somer Drammatico, durata 90 min. – Italia 1973

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George Hilton … James McDougall
Calvin Lockhart … Ruma / Kofi
Anita Strindberg … Eva McDougall
Yanti Somer … Silvia
Franco Giornelli … Antonio di Borgoparuta
Enrico Maria Salerno … Franco Donati

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Regia: Giorgio Bontempi
Sceneggiatura: Giorgio Bontempi ,Marino Onorati
Produzione: Alfredo Ascalone,Guy Luongo
Musiche: Riz Ortolani
Fotografia: Erico Menczer
Montaggio:Franco Fraticelli

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Maggio 31, 2013 Pubblicato da: | Senza Categoria | , , , | Lascia un commento

Diario proibito di un collegio femminile

Diario proibito di un collegio femminile locandina 1

In un vagone ferroviario viaggiano due giovani; il primo, Jason Jones, è un musicista rock in chiara crisi creativa.
La seconda, Judy Peters è invece alla ricerca di una sua zia Olga Harris, che è anche l’ultima parente che le è rimasta in quanto la giovane ha perso entrambi i genitori.
Entrambi sono diretti a Brittlerhust Manor, un luogo che Jason crede essere una specie di paradiso dedicato al relax e a coloro che vogliono riacquistare equilibrio e forza.
I due giovani all’arrivo in stazione vengono accolti dal capotreno e da Frederick, il domestico nano del dottor Storm, direttore di Brittlerhust Manor; i due giovani arrivati in quella che a prima vista sembra davvero una villa ospitale ben presto si rendono conto che nel luogo c’è un’atmosfera strana, misteriosa.

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Tutti i giovani presenti infatti sembrano assenti e presentano tracce di interventi chirurgici.
Come Judy e Jason apprenderanno infatti, a Brittlerhust Manor il folle dottor Storm conduce esperimenti sui giovani presenti allo scopo di creare un esercito personale di robot viventi da utilizzare al servizio personale del dottore.
I due quindi vengono di fatto presi come prigionieri e subirebbero lo stesso destino degli altri giovani, tutti lobotomizzati e resi schiavi da Storm non fosse per il provvidenziale arrivo del giovane Abraham, che è alla ricerca della sua fidanzata giunta nella villa e della quale non ha più notizie e sopratutto per l’aiuto dato dal nano Frederick, che decide di aiutare i tre stanco delle angherie subite da Storm.

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Nel finale apocalittico i due giovani e Abraham riusciranno a fuggire, mentre l’orrendo posto verrà distrutto da un incendio in cui periranno tutti gli altri…
Horror hospital, diventato nella versione italiana Diario proibito di un collegio femminile per i soliti e noti motivi di attirare spettatori puntando sulla morbosità del titolo, espediente molto utilizzato dai distributori italiani in realtà non ha praticamente nulla di morboso o di voyeuristico.
Si tratta infatti di un vero e proprio horror diretto nel 1973 da Anthony Balch, regista londinese alla sua seconda regia di un lungometraggio e che sarebbe scomparso pochi anni dopo (nel 1980) a soli 43 anni.
Un horror quasi privo di effetti gore o splatter, diretto con buona mano da Balch; che imbastisce una storia forse ingenua ma non priva di una certa eleganza e di interesse.

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Con l’aiuto di Alan Watson, Balch imbastisce una sceneggiatura che ricalca ancora una volta la classica vicenda del dottore pazzo dedito a esperimenti insensati e crudeli; la variante questa volta è rappresentata dall’utilizzo delle vittime come schiavi dediti al servizio del folle dottore, che da un lato cerca di portare a compimento gli studi del pseudo scienziato russo Pavlov e dall’altro appaga la megalomania del suo ego creando un gruppo di schiavi da dominare totalmente.
Il film regge tutto sommato discretamente, anche se alcune trovate sono comiche in modo involontario; ben ricreata invece l’atmosfera in stile gotico della villa, con almeno due scene da ricordare, ovvero il pranzo a cui partecipano il dottor Storm e Olga (che in realtà è sua moglie), i due giovani e alcune delle vittime del folle dottore e l’olocausto finale, nel quale periscono tra le fiamme (un classico) sia la coppia di coniugi sia tutto il gruppo delle povere vittime.

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Il cast è bene assortito e vede come protagonisti da un lato Michael Gough, eccessivo come al solito e dall’altro la coppia di giovani ospiti del “collegio”, ovvero Robin Askwith e Vanessa Shaw; il resto del cast è di solo contorno e si vede.
Il film non è di facile reperibilità anche se ha diverse versioni in digitale, tuttavia è presente in rete mentre è passato molto raramente in tv.
Vale sicuramente una visione senza impegni e come puro spettacolo di evasione.

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Diario proibito di un collegio femminile
Un film di Anthony Balch. Con Robin Askwith, Michael Gongh, Vanessa Shaw, Michael Gough, Ellen Pollock, Dennis Price, Kurt Christian, Barbara Wendy, Kenneth Benda, Martin Grace, Colin Skeaping, George Herbert, James Boris, Allan Hudson, Simon Lust, Skip Martin Titolo originale Horror Hospital. Horror, durata 100 min. – Gran Bretagna 1973.

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Michael Gough: Dr. Christian Storm
Robin Askwith: Jason Jones
Vanessa Shaw: Judy Peters
Ellen Pollock: Aunt Harris
Dennis Price: Mr. Pollack
Skip Martin: Frederick
Kurt Christian: Abraham
Barbara Wendy: Millie
Kenneth Benda: Carter

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Regia Anthony Balch
Sceneggiatura Alan Watson, Anthony Balch
Casa di produzione Noteworthy Films
Fotografia David McDonald
Montaggio Robert C. Dearberg
Casting Thelma Graves

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L’opinione dell’utente Dandy dal sito http://www.mymovies.it
Un horror grottesco da un regista che oscillò tra cinema di genere e sperimentazione(collaboratore di William Borroughs).Dalla trama nonsense con trovate demenziali(gli aguzzini del dottor Storm sempre vestiti da motociclisti e col casco), e che non rinuncia a una vena di lucida follia e qualche tocco gore.Interpreti godibili,su cui svetta Gough,futuro Alfred della prima serie di film di “Batman”.Non per tutti i gusti,ma all’altezza della fama di cult conquistata negli anni.Peccato che la versione italiana,oltre ad avere un titolo insensato e particolarmente cretino,sia più corta di quasi 10 minuti.

L’opinione del sito http://www.horrordapaura.forumfree.it
Non fatevi ingannare dal titolo, consiglio vivamente a tutti coloro che adorano i film horror vecchio stampo, a me è piaciuto moltissimo e non se ne vedono di questi tempi film così.
All’inizio può sembrare noioso ma vi garantisco che a me ha tenuto incollato fino alla fine del film e il finale è ancora meglio, peccato per gli effetti un po grezzi.

L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
Un giovane musicista stressato decide di prendersi una pausa da tutto da tutti. Incuriosito da un opuscolo pubblicitario che promette una vacanza di rilassamento e di risanamento psicho-fisico ospiti di una casa di riposo immersa nel verde e nella quiete di campagna, il ragazzo decide di recarsi immediatamente sul posto. Giunto sul luogo scopre però ben presto che sotto le mentite spoglie di una casa di cura si cela in realtà un ospedale guidato da un folle dottore che compie dei bizzarri esperimenti su giovani cavie. Nonostante una storia abbastanza originale ed attori piuttosto ben calati nei rispettivi ruoli, il film non decolla. Troppi personaggi “stereotipi” (il “Mad Doctor” sulla sedia a rotelle, l’aiutante nano, lo “scapestrato capellone”), dialoghi piatti e scontati e poca suspense. Un horror decisamente poco noto che non merita molta attenzione. Curiosità: il film usci in Italia con il titolo assolutamente gratuito “Diario proibito di un collegio femminile” che nulla ha a che vedere con la trama del film; l’idea, pare chiaro, era di attirare qualche spettatore in cerca di “emozioni forti”.

L’opinione di Brainiac dal sito http://www.davinotti.com
Basterebbe la folle (ma a suo modo magistrale) scena iniziale e i successivi titoli di testa con lo schermo solcato dal sangue a benedire questo filmaccio con le stimmate del trash movie assoluto. Poi però si incappa nella noia della sceneggiatura, che calca troppo il pedale del grottesco e la visione diventa faticosa. Fatidioso anche il ghigno del protagonista, recitazione ignobile. Mediocre, ma con alcune trovate interessanti.

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Maggio 27, 2013 Pubblicato da: | Horror | , | Lascia un commento

Le monache di Sant Arcangelo

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Nel Convento di Sant’Arcangelo di Baiano l’anziana badessa è ormai in fin di vita; Giulia di Mondragone, una giovane e bella suora è candidata con Carmela e Lavinia alla successione per la guida del convento.
Giulia è ambiziosa ed è sessualmente lesbica; ha una relazione, infatti, con Suor Chiara ma accetta per interesse la corte di don Carlos Ribera, un nobiluomo senza scrupoli e senza principi morali.
Suor Giulia sa infatti che la protezione del potente nobile può esserle utile nel sogno di dirigere il monastero.
Accetta così, pur contro voglia e contro le proprie tendenze sessuali di appagare il nobile; che però ha anche delle mire sulla giovane novizia Isabella, una bellissima suorina della quale don Carlos è incapricciato.

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La morte della badessa superiora provoca l’avvio di una crisi drammatica all’interno del convento: le tre rivali brigano in tutti i modi per assicurarsi la successione e Suor Giulia alla fine è costretta ad accettare la richiesta di Don Carlos, volta ad ottenere una notte d’amore nella cella della novizia Isabella.
Mentre infuria la guerra intestina al convento, giocata sul campo dell’ignominia più completa, l’eco degli avvenimenti giunge a Roma.
Siamo nel 1577, il Regno di Napoli è soggetto anche alle leggi della Santa Inquisizione: dalla città campana viene inviato dall’Arcivescovo il vicario Carafa, uomo integerrimo ma anche brutale ed inflessibile.
Le sue indagini interne portano alla scoperta degli intrighi che le rivali al ruolo di badessa tessono instancabilmente l’una alle spalle delle altre; con la tortura Carafa estorce la confessione di Giulia di Mondragone, che viene condannata a morte mediante l’ingestione di cicuta.

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La suora muore tra atroci dolori mentre Suor Isabella, con un astuto e provvidenziale ricatto, riesce a mettere freno alle ambizioni di Don Carlos.
Per evitare ulteriori scandali, la suorina viene “condannata” ad essere dispensata dai voti…
Le monache di Sant’Arcangelo, film tipico del filone nunsploitation ( filone erotico/conventuale) esce nelle sale nel 1973, diretto da Domenico Paolella, su un soggetto ispirato molto liberamente ad un libricino scritto forse da Stendhal,Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano, probabilmente però opera di un anonimo francese.
Alla riduzione cinematografica viene chiamato Tonino Cervi, che ne ricava un soggetto tutto sommato equilibrato, che Paolella, veterano del cinema di genere, dirige con buona mano senza calcare troppo sul versante erotico della storia.
Il film ha un’ambientazione, ovviamente, prettamente conventuale e si inserisce nel genere di nicchia che raccontava storie abbastanza pruriginose di suore poco avvezze ai loro voti, senza però sconfinare nello scollacciato fine a se stesso tipico di un’altra branca del cinema erotico con sfondo conventuale, il classico decamerotico.

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Grazie ad un ottimo cast, Paolella gira una pellicola di discreto valore, nella quale spicca principalmente la buona ricostruzione storica;assolutamente in linea il cast che vede nel ruolo principale, quello di Suor Giulia da Mondragone l’attrice inglese Anne Heywood, non nuova al cinema conventuale; nel 1969 infatti aveva lavorato in La monaca di Monza (regia di Eriprando Visconti) nel ruolo della sventurata Virginia De Leyla e chiamata ancora una volta a interpretare una parte scabrosa, quella di Giulia di Mondragone, assetata di potere a tal punto da sacrificare le proprie idee, la propria dignità e in fondo anche il suo amore per Suor Chiara in nome della sua ambizione.

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Nel cast figura anche una giovane e bella Ornella Muti, l’unico personaggio davvero positivo del film ed anche l’unica a scansare la furia dell’Inquisizione, rappresentata dal torvo Carafa, uomo implacabile e infervorato dalla sua missione, convinto di dover estirpare il male con tutti i mezzi possibili, incluso l’uso abominevole della tortura.
Il ruolo di Carafa è svolto in modo inappuntabile da Luc Merenda,mentre l’Arcivescovo di Napoli è Claudio Gora.
Spazio anche a Martine Brochard, bravissima nel ruolo di Suor Chiara, amante di Suor Giulia.
Discrete sia le musiche che le scenografie, mentre ottima è la fotografia.
Le monache di Sant’Arcangelo è un film di discreta reperibilità, oggi disponibile anche in digitale, mentre un suo passaggio televisivo è abbastanza improbabile anche per la tematica trattata.

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Le monache di Sant’Arcangelo
Un film di Domenico Paolella. Con Luc Merenda, Ornella Muti, Martine Brochard, Anne Heywood, Claudio Gora Drammatico, durata 103′ min. – Italia 1973.

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Ornella Muti: suor Isabella
Pier Paolo Capponi: don Carlos Ribera
Anne Heywood: badessa Giulia di Mondragone
Claudia Gravi: badessa Carmela
Maria Cumani Quasimodo: badessa Lavinia
Martine Brochard: suor Chiara
Luc Merenda: vicario Carafa
Claudio Gora: emin. cardinal d’Arezzo
Duilio Del Prete: Pietro
Muriel Catalá: Agnese
Gianluigi Chirizzi: Fernando

Le monache di Sant'Arcangelo banner cast

Regia Domenico Paolella
Soggetto Domenico Paolella
Sceneggiatura Tonino Cervi
Produttore Tonino Cervi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Claudio Cinini, Giovanni Fratalocchi
Costumi Osanna Guardini

 Le monache di Sant'Arcangelo banner recensioni

L’opinione dell’utente sasso 67, dal sito http://www.filmtv.it
La trama del film deriva da un fatto di cronaca verificatosi nei pressi di Napoli nel 1577 e sfociato in un processo inquisitoriale. La materia non è nuovissima nemmeno per il cinema, basti pensare ad opere come Made Giovanna degli Angeli di Kawalerowicz o a I diavoli di Ken Russell, che aveva lanciato alla grande il filone “conventuale”. Ovviamente, l’aspetto pruriginoso della vicenda ha un ruolo preponderante, come del resto ebbe nella realtà, ma questa volta il regista cerca di non insistere eccessivamente sulle immagini piccanti e di aggiungere un elemento “politico” a condizionare la conduzione della faccenda da parte delle autorità ecclesiastiche. Tra le quali emerge la forte personalità di Monsignor Carafa, vicario dell’Arcivescovo di Napoli. Mentre quest’ultimo si dimostra prudente, ma anche titubante e pilatesco, il giovane Carafa (probabilmente quel Decio Carafa che sarà poi a sua volta arcivescovo di Napoli e cardinale) è deciso a combattere la corruzione e gli intrighi, sebbene abbia delle remore morali di fronte alla tortura e alla pena di morte.
Bisogna dire che il compito è svolto da Paolella con il professionismo di cui era dotato e, a parte un finale da tragedia greca, con tanto di cicuta, che stona con altri momenti di buona ricostruzione storica, si tratta di uno spettacolo, in certi limiti, dignitoso.

L’opinione dell’utente Homesick, dal sito http://www.davinotti.com
Rievocazione di un fatto di cronaca claustrale del XVI secolo – lo scandalo del convento di Sant’Arcangelo a Bajano – varca i limiti del voyeurismo e dei sadomasochismi da bancarella imposti dal filone nunsploitation allora in voga per soffermarsi sulla cura di fotografia, costumi e suppellettili e sul rilevamento dell’aspetto psicologico e politico, massimo nell’invettiva anticlericale pronunciata dalla moritura Heywood. Impegnato a rispecchiare risolutezza moralizzatrice e dubbi del vicario Carafa, Merenda acquisisce un inedito carisma, anche in virtù del doppiaggio di Sergio Graziani.

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Maggio 24, 2013 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Le calde notti di Poppea

Le calde notti di Poppea locandina 2

La biondissima e procace Poppea si trasferisce dalla campagna a Roma in cerca di giustizia, subito dopo esser stata stuprata in un campo di grano; è una donna che sa quello che vuole, tuttavia finisce per andare ad esercitare il mestiere più vecchio del mondo del bordello di Calpurnia.
Qui conosce l’affascinante console Claudio Valerio, del quale si innamora perdutamente, ma l’uomo che è di costumi probi, la rifiuta.
Poppea poserà per una statua ordinata dall’imperatore Nerone per poi sposare il figlio del senatore Tarquinio; alla fine dopo alcune avventure riuscirà a sposare l’imperatore.

Le calde notti di Poppea 2
Le calde notti di Poppea, opera di Guido Malatesta diretta nel 1969 è un tardo peplum che fa parte della nuova frontiera del peplum stesso, la stessa che vivacchiò per breve tempo nel connubio (scellerato) tra eros e storia.
Film senza alcuna aderenza storica (Poppea non entrò mai in un postribolo e sposò Rufrio Crispino un appartenente all’ordine equestre capo della guardia pretoriana), quello di Malatesta; girato in una Roma assolutamente improbabile, grazie ai residuati del glorioso periodo dei peplum con gli avanzi dei set precedenti,Le calde notti di Poppea è un filmucolo senza nessunissima pretesa.

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L’unico motivo di interesse,all’epoca dell’uscita del film, era la presenza nel cast della biondissima e avvenente Olinka Schoberova alias Berova,attrice di origini ceche lanciata con molta fantasia come l’alternativa ad altre due biondissime  (e di ben altro calibro) star come Brigitte Bardot e Ursula Andress.
Costruito su una sceneggiatura sfilacciata da Gianfranco Clerici e dallo stesso Guido Malatesta,Le calde notti di Poppea ha dalla sua solo una discreta elaborazione scenica (Malatesta aveva partecipato ad altri film mitologici) ad onta di un cast di comprimari nemmeno mal assortito che comprende Brad Harris (il console Valerio),Howard Ross (Marco),Femi Benussi (Livia),Daniele Vargas.

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Le calde notti di Poppea 10
Questo film è passato in tv molto tempo fa, ed è di difficilissima reperibilità anche in versione di riversaggio da VHS.

Le calde notti di Poppea, un film di Guido Malatesta, con Olga Schoberová, Brad Harris, Gia Sandri, Renato Rossini, Femi Benussi, Daniele Vargas, Carla Calò, Ignazio Balsamo, Demeter Bitenc, Tullio Altamura, Fortunato Arena, Silvio Bagolini, Albert Balsamo, Peggy Cunningham, Tony Corty, Sandro Dori, Francesco De Leone, Antonietta Fiorito, Nello Pazzafini, Alberto Sorrentino Storico/erotico,Italia 1969

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Le calde notti di Poppea banner personaggi

Olga Schoberová: Poppea
Brad Harris: Claudio Valerio
Gia Sandri: Lucrezia
Howard Ross: Marco
Femi Benussi: Livia
Sandro Dori: Nerone
Carla Calò: Calpurnia
Ignazio Balsamo: Tarquinio
Nello Pazzafini: Padre Colonnius
Daniele Vargas: Sacerdote di Venere

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Regia Guido Malatesta
Soggetto Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Produttore Fortunato Misiano
Casa di produzione Romana Film
Distribuzione (Italia) Trans Film
Fotografia Augusto Tiezzi
Montaggio Jolanda Benvenuti
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia Pier Vittorio Marchi
Costumi Walter Patriarca
Trucco Anacleto Giustini

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Maggio 22, 2013 Pubblicato da: | Erotico | , , , | Lascia un commento