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Cose molto cattive

Kyle Fisher e Laura Garrety stanno per coronare il loro sogno.
I due infatti preparano le nozze con Laura impegnatissima a disegnare ogni minimo dettaglio della cerimonia, che per lei si presenta indimenticabile.
Ma Kyle com’è abitudine deve anche celebrare l’ultima notte da scapolo, il famoso addio al celibato e con gli amici Robert Boyd, i fratelli Adam e Michael Berkov e Charles Moore parte per Las Vegas.
Qui festeggiano in modo trasgressivo l’ultima notte da scapolo di Kyle con droga e alcool e in compagnia di una spogliarellista che non disdegna prestazioni extra.
Ma Michael, che ha un rapporto sessuale con la ragazza in un bagno incappa in un drammatico incidente; la ragazza urta la testa contro una sporgenza vicino ad uno specchio e muore sul colpo.


Sopraggiungono gli amici e preso atto della situazione, iniziano a discutere animatamente, decidendo così di non chiamare la polizia.
Ma un sorvegliante dell’albergo arriva per chiedere spiegazioni e il gruppo è costretto ad uccidere anche lui.
Il bagno è un lago di sangue, così Kyle e gli altri decidono dapprima di disfarsi dei due corpi e in seguito di armarsi di secchi e mazze per lavare per terra e ripulire il tutto.
Dopo di che, fatti a pezzi i corpi, partono per il deserto del Nevada dove seppelliscono i resti dei due sventurati.
Tornati a casa, ognuno riprende come se nulla fosse la propria vita, incluso Kyle che naturalmente nasconde l’accaduto a Laura.


L’unico ad essere in disaccordo è Adam, il fratello di Michael che litiga con quest’ultimo in maniera violenta; Adam muore incidentalmente così il gruppo rimanente ha ora due problemi.
Il primo, liberarsi del corpo di Adam, il secondo quello di sapere se lo stesso Adam ha o no rivelato qualcosa a Lois Barlow, moglie dello stesso Adam.
Boyd decide di tagliare la testa al toro e uccidere la donna, rimediando nella collutazione con Lois un terribile colpo ai genitali.
Così i corpi seppelliti diventano 4, mentre c’è anche il problema dei due figli della coppia Adam-Lois, uno dei quali ha problemi fisici.
A questo punto Kyle non può più tacere la verità e informa piangendo Laura della situazione.
La donna, inaspettatamente, prende in mano la situazione e uccide Kyle colpendolo con un pesante posacenere.
Ora sono rimasti in tre, e finalmente Kyle e Laura convolano a nozze.


L’unico testimone dell’accaduto è Charles, che così è condannato a morte da Laura.
Ma quando ormai tutto sembra deciso per la sorte di Charles, Kyle ha un soprassalto di coscienza e decide di lasciare in vita l’amico.
Sulla strada del ritorno dal deserto, Kyle e Charles hanno un terribile incidente, durante il quale rimangono feriti gravemente; a Kyle vengono amputate le gambe mentre Charles resta paralizzato e in stato quasi neuro vegetativo.
Laura, che si ritrova a dover badare ai due uomini ormai ridotti a larve umane e ai due figli di Adam e Lois affidati a loro dopo la morte dei genitori, esce per strada e urla….


Cose molto cattive (Very bad things nell’originale americano, tradotto letteralmente nell’edizione italiana) è un noir diretto da Peter Berg nel 1998; un film nero, duro e cattivo oltre che impregnato di un sottile humour cattivo assolutamente atipico nella cinematografia proveniente dagli States.
Il regista americano crea un’opera solida sia dal punto di vista della sceneggiatura sia nel suo svolgimento; i personaggi, dopo l’ubriacatura iniziale a base di sesso, alcool e droga si trovano di fronte a situazioni che per essere gestite richiedono solo onestà e lucidità, ma reagiscono nel peggiore dei modi.


Reagiscono con il crimine, laddove sarebbe bastata semplicemente una autodenuncia alle autorità, visto che la vittima iniziale è tale solo per un malaugurato incidente.
La paura dello scandalo, una considerazione della vita umana molto ma molto bassa e sopratutto una dose massiccia di opportunismo portano dei potenziali onesti cittadini a trasformarsi in belve assetate di sangue.
Così il percorso del gruppo di amici, che poi tale non è alla luce degli accadimenti seguenti si trasforma in un bagno di sangue, con i tre colpevoli superstiti che in qualche modo vengono puniti duramente.
Laura è costretta a fare da balia ad un gruppo di persone ormai menomate, Kyle finisce senza gambe su una sedia a rotelle mentre Charlse paga il fratricidio con una paralisi che lo relega su una sedia a rotelle per giunta privo di movimenti alle articolazioni superiori.


Il fio delle colpe dei tre è quindi pagato; non c’è un tribunale civile e una condanna scontata alla galera, ma una condanna peggiore, quella ad una vita da infermo o da badante degli infermi come nel caso di Laura.
Ecco perchè parlavo di humour nero, all’inizio.
Berg castiga tutti i protagonisti in varie maniere; tutti infatti sono responsabili della morte del sorvegliante, barbaramente ucciso solo per evitare lo scandalo.
Tutti pagano, a partire da Adam, ucciso proprio da suo fratello Michael anche se involontariamente, colpito da una Nemesi che si abbatterà sull’intero gruppo.


E si abbatte anche sulla sventurata Lois, privata prima del marito e poi della vita in maniera crudele.
Berg quindi mette in scena un dramma cattivo e sporco, dove tutti sono colpevoli e dove tutti sono in fondo figli della società dell’apparire, che mostra fino in fondo le sue carenze morali e la deriva di valori fondanti di riferimento; a riprova dello humour nero di Berg anche il cane di Charles finisce per restare senza una zampa e quindi campare nel gruppo di portatori di handicap che si raduna in casa di Laura.
Se questa tematica appare suggerita, è solo perchè Berg privilegia l’atmosfera e il dettaglio del patto di sangue che poco alla volta lega i vari amici del gruppo.


Che, come abbiamo visto, finiranno per pagare un prezzo altissimo alla loro viltà.
Il regista è anche aiutato da un ottimo cast, nel quale spiccano Christian Slater (Robert Boyd), Cameron Diaz (Laura) e Jeanne Tripplehorn (Lois), sempre bella e affascinante, anche quando è sacrificata in un ruolo secondario. Bene anche gli altri, a partire da Orser finendo con Favreau, forse l’unico un tantino al di sotto dell’ottimo standard imposto al gruppo.
C’è tensione nel film, così come c’è ritmo e pathos.
Un film bello e affascinante, che si segue davvero con piacere e che non delude affatto.

Cose molto cattive
Un film di Peter Berg. Con Daniel Stern, Cameron Diaz, Christian Slater, Jeanne Tripplehorn, Jon Favreau,Jeremy Piven.
Titolo originale Very Bad Things. Drammatico, durata 100 min. – USA 1998.

Jon Favreau … Kyle Fisher
Leland Orser … Charles Moore
Cameron Diaz … Laura Garrety
Christian Slater … Robert Boyd
Jeremy Piven … Michael Berkow
Daniel Stern … Adam Berkow
Jeanne Tripplehorn … Lois Berkow
Joey Zimmerman … Adam Berkow Jr.

 

Regia Peter Berg
Soggetto Peter Berg
Sceneggiatura Peter Berg
Fotografia David Hennings
Montaggio Dan Lebental
Effetti speciali Jason Collins, Larry Fioritto
Musiche Peter Berg, Stewart Copeland, Christina Schlieske, Willie Bobo, Donald Byrd, Steve Jeffries, Peter Lea-Cox, Daniel May, George Michael, Daniel J. Moore, Robin Parry, Jesus Perez
Scenografia Katherine Lucas

 

 

agosto 22, 2012 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Breezy

Breezy locandina

Storia d’amore tra un maturo immobiliarista e una ragazzina hippy; lui più che cinquantenne, lei diciottenne, si incontrano, si amano, si lasciano per gl apparenti inconciliabili problemi derivanti dalla grande differenza di età e poi decidono comunque di affrontare assieme un pezzo di vita, lasciando al destino la durata del loro amore.
In sintesi è questa la trama di Breezy, diretto nel 1973 da Clint Eastwood, seconda prova del grande attore e regista americano venuta subito dopo l’ottimo esordio sugli schermi di Lo straniero senza nome, girato nello stesso anno.
Una storia vista altre volte sullo schermo, ma che Eastwood porta in scena con un’abilità da consumato regista e con una sensibilità incredibile, in netto contrasto con la sua apparente rudezza e con i ruoli da macho interpretati precedentemente.

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William Holden

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Kay Lenz

La storia di Frank Harmon, maturo e disilluso over cinquanta, divorziato e solitario incrocia casualmente l’esistenza di Edith Alice “Breezy” Breezerman, una ragazzina dall’aspetto hippy, che ha perso entrambi i genitori in un incidente e che vive la sua vita con la spensieratezza della sua età.
La incrocia nell’attimo esatto in cui concede un passaggio alla ragazza, la porta a casa sua per ospitarla una notte e si fa convincere dalla stessa ad accompagnarla a vedere l’oceano.
La dolcezza, il romanticismo e la ingenua fiducia che Breezy ha nella vita e nella gente fa breccia nel cuore del cinico Frank, che è appena uscito da una storia con una donna che ha scelto di sposare un altro in virtù dell’indecisione di Frank nell’abbandonare lo stile di vita da lupo solitario che lo caratterizza.
Breezy irrompe nella vita di Frank come un vento selvaggio, portando la freschezza dei suoi anni e dei suoi ideali, avvolgendo il maturo Frank in un sogno fatto di nuove pulsioni e di nuovi palpiti di un cuore che sembrava aver smesso di battere, inaridito da tanti anni di vita solitaria.

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Breezy si innamora davvero di quell’uomo così differente da lei, lui la ricambia dapprima con titubanza, poi senza remore.
I due scoprono così le varie fasi dell’innamoramento: la scoperta delle cose in comune, del desiderarsi, dell’amore tout court, ma hanno ovviamente il problema legato alla grande differenza d’età che indubbiamente esiste.
“Hai più del doppio della mia età“, dice amaramente Frank alla sua giovane amante e la cosa diverrà evidente quando in un negozio d’abbigliamento una commessa scambierà Breezy per la figlia di Frank.
Ma alla ragazza questo non importa; per lui lascia gli amici e si accontenta di vivere al suo fianco nei ritagli di tempo che Frank riuscirà a trovare.

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Poi, un giorno, proprio mentre la relazione sembra essersi stabilizzata, ecco che Frank è costretto a fare i conti con l’anagrafe e la realtà, o almeno con la parte più sgradevole di essa: un suo amico, a cui si è rivolto per confidargli la novità della sua storia d’amore con Breeze, gli racconta la sua vita privata, tutta l’invidia provata per Frank che ha il coraggio di avere una relazione con una ragazzina, il suo fallimento nel matrimonio e tutte le delusioni derivanti dall’età, dagli acciacchi ecc.
Per Frank è un colpo, che lo costringe a rivedere le sue scelte, inclusa ovviamente quella di frequentare una ragazza tanto più piccola; entrano in ballo le convenzioni sociali, l’impossibilità di immaginare un futuro nel quale lui, ormai avviato sul viale del tramonto possa decidere di dividere la sua vita con una ragazzina.
Così, tornato a casa, lascia Breezy.

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Ma qualche tempo dopo, al capezzale della donna con cui aveva avuto una relazione e che ha avuto un incidente durante il viaggio di nozze, nel quale è morto il neo marito, Frank riceve un prezioso consiglio che lo fa riflettere: “Vivi ogni attimo come fosse l’ultimo, non lasciare che la vita ti scivoli addosso”
Così Frank va a trovare Breezy; i due si avviano assieme, consapevoli che probabilmente la loro storia non potrà durare ma che comunque andrà vissuta giorno per giorno.
Breeze è un film tenero e malinconico, un apologo sull’amore e sulla differenza d’età, sui mille problemi che questa condizione può portare, sia a livello psicologico che negli aspetti del quotidiano.

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Ed è anche una lezione di speranza e di vita. L’amore può abbattere i pregiudizi e le barriere a condizione che lo si accetti per quello che è senza porre date di scadenza ma vivendolo come un’avventura in cui il finale e tutt’altro che scritto.
Se all’apparenza la cosa può sembrare banale e la storia già vista altre volte, il merito di Eastwood è quello di aver proposto una storia che se non contiene elementi di novità, si lascia guardare con piacere per la freschezza e la tenerezza delle situazioni, dei dialoghi che caratterizzano il film.
Basta una passeggiata in riva al mare, bastano le attenzioni di Breezy, quel suo affidarsi totalmente al suo uomo, quella sua incrollabile fiducia nella vita per gettare un ponte sull’ampio fossato che li divide.
In fondo l’età anagrafica esiste solo come numeri, Breezy ne è consapevole e in questo si mostra addirittura più matura di Frank, accettando dalla vita quello spiraglio di luce che la stessa le ha offerto.
E quando Frank capirà questa semplice verità sarà pronto a camminare con lei, verso un futuro incerto ma che li vedrà percorrere la strada assieme, consapevoli che vivere giorno per giorno è già un gran vivere, sapendo di avere una persona accanto.

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La malinconia presente nel film, legata alla personalità di Frank, uomo disilluso e cinico si mescola quindi alla freschezza di Breezy, ragazza maturata attraverso il dolore della perdita dei genitori, che ha imparato da quella tragedia a vivere senza programmi, girovagando qua e la e prendendo dalla vita quello che offre, senza guardare agli aspetti più negativi che la stessa offre.
Tra i due alla fine quella che ha da insegnare è proprio lei, Breezy; la ragazzina hippy e allegra finisce per impartire al maturo Frank una lezione di vita, che l’uomo apprenderà e farà sua, lasciando finalmente da parte le remore e le convenzioni e vivendo quella storia d’amore come uno straordinario dono della vita stessa.
Se il film è bello e misurato, malinconico e tenero lo si deve anche alla sapiente alchimia che Eastwood riesce a creare attraverso un uso eccellente della fotografia, degli scenari e sopratutto grazie anche all’abilità dei due protagonisti.

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Frank è interpretato da un grande William Holden, misurato e dolente anche se palesemente invecchiato rispetto al personaggio di Frank che ha cinquant’anni; l’attore americano durante la lavorazione del film aveva 53 anni, ma appare palesemente invecchiato sopratutto a causa dell’abuso di alcool dal quale l’attore stesso era dipendente.
La vera sorpresa è Kay Lenz, fresca, bella e simpatica; la sua caratterizzazione del personaggio di Breezy è impeccabile e gran merito della riuscita del film va ascritto a lei e alla sua interpretazione.
Un gran bel film, Breezy.
Editato in digitale, è facilmente rintracciabile in qualsiasi versione.

Breezy
Un film di Clint Eastwood. Con William Holden, Kay Lenz, Roger C. Carmel Commedia drammatica, durata 105′ min. – USA 1973.

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Breezy banner protagonisti

William Holden: Frank Harmon
Kay Lenz: Edith Alice Breezerman (‘Breezy’)
Roger C. Carmel: Bob Henderson
Marj Dusay: Betty Tobin
Joan Hotchkis: Paula Harmon
Jamie Smith-Jackson: Marcy
Norman Bartold: L’uomo nell’auto
Shelley Morrison: Nancy Henderson
Dennis Olivieri: Bruno
Eugene Peterson: Charlie
Lew Brown: Ufficiale di polizia
Richard Bull: Dottore
Johnnie Collins III: Norman
Don Diamond: Maitre
Scott Holden: Veterinario
Sandy Kenyon: Agente
Jack Kosslyn: Tassista
Mary Munday: Cameriera
Frances Stevenson: Commessa

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Regia Clint Eastwood
Soggetto Jo Heims
Sceneggiatura Jo Heims
Produttore Robert Daley
Fotografia Frank Stanley
Montaggio Ferris Webster
Musiche Michel Legrand
Scenografia Alexander Golitzen

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agosto 18, 2012 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Sentinel

La giovane e bellissima modella Alison Parker, fidanzata con Michael Learman, un giovane vedovo, riceve da quest’ultimo una proposta di matrimonio con conseguente coabitazione. La ragazza però, molto indipendente, decide di trasferirsi in un appartamento a Manhattan. A farla propendere per questa scelta è la morte dell’anziano padre e i dolorosi ricordi legati alla sua figura. Alison infatti anni prima ha tentato il suicidio, sconvolta dall’aver sorpreso suo padre (già molto avanti negli anni), in un’orgia casalinga con due giovani prostitute.
La scelta dell’appartamento, caldeggiata dall’immobiliarista Logan, si orienta su una vecchia casa dall’aspetto rassicurante, coperta d’edera e silenziosa.
Dopo essersi trasferita, Alison fa conoscenza con gli inquilini della casa, aiutata in questo da un simpatico e invadente vecchietto, Charles Chazen che le fa conoscere gente all’apparenza stramba, come una coppia di lesbiche composta da una donna matura, Gerde Engstrom e la sua giovane e silenziosa amante, Sandra e che le parla dell’inquietante figura di un prete cieco che guarda ossessivamente fuori dalla finestra dell’ultimo piano.


L’incontro con Gerde e Sandra si rivelerà quantomeno sconvolgente, perchè proprio Sandra non esiterà a masturbarsi impudicamente davanti all’allibita Alison, che così in qualche modo avrà un primo approccio davvero poco ortodosso con la sua nuova casa e i suoi co inquilini.
I problemi sono solo all’inizio, per Alison.
Già durante la prima notte vede oscillare il lampadario della casa, sente dei passi provenire dall’appartamento superiore, l’unico che, stando ai discorsi di Chazen, dovrebbe essere disabitato.
Anche degli incubi terribili si affacciano alla mente di Alison, incubi durante i quali vede scene di un’orgia alla quale partecipa anche il suo fidanzato Michael.
L’equilibrio di Alison, già duramente provato dal tentativo di suicidio, sembra vacillare, sopratutto dopo un’esperienza terribile che le capita una notte; la ragazza infatti, sempre più insospettita dai rumori provenienti dal piano superiore, sarà costretta a pugnalare un vecchio ripugnante che la assale.

Cristina Raines

Nel frattempo Michael scopre alcune cose sugli abitanti della casa e scopre che Alison non è andata casualmente ad abitare in quel posto…
Sentinel (The sentinel nell’edizione originale), è un horror quasi dimenticato diretto da Michael Winner nel 1977, tre anni dopo il successo mondiale di Il giustiziere della notte; Sentinel è un film che mescola abilmente il plot di Rosemary’s baby con quello di L’inquilino del terzo piano.
Sono quindi i due film di Polanski a fare da incubatrice per un film davvero particolare, che pur girato su un ritmo non altissimo riesce a coinvolgere lo spettatore in una caccia all’indizio per quella che si rivelerà una storia assolutamente particolare, con tanto di finale a sorpresa.
La storia della giovane e bellissima Alison si snoda quindi su un percorso lineare, attraverso la descrizione del suo rapporto con Michael (che come scopriremo ha  qualcosa da nascondere), del suo doloroso passato con quel tentativo di suicidio che le condizionerà pesantemente la vita fino all’arrivo (assolutamente non casuale) in una casa in cui gli strambi inquilini nascondono qualcosa che Alison purtroppo scoprirà a sue spese.
Winner introduce da subito l’elemento sovrannaturale presentando nelle primissime immagini un consesso a cui partecipano alti prelati, che appaiono preoccupati da qualcosa di estremamente pericoloso, simboleggiato dalla frase “La minaccia esiste“, pronunciata dal prelato di Brotherhood.


Quando vediamo Alison arrivare nella sua nuova casa e notare da subito l’inquietante presenza del prete immobile alla finestra, sappiamo che nella casa c’è non solo qualcosa di arcano e misterioso, ma anche qualcosa di diabolico.
E attraverso il dipanarsi della storia, che diventerà convulsa nel finale dopo una lunga parte descrittiva, apprenderemo della vera natura degli abitanti del condominio, del perchè dell’arrivo di Alison in quella casa e del perchè della presenza inquietante del prete alla finestra.
Sarà un finale sorprendente e ben studiato a dipanare tutti i misteri seminati qua e la dal regista, a portare a compimento la missione di Alison, assolutamente incosapevole della stessa.


Sentinel è un ottimo horror, giocato principalmente sulle atmosfere in luogo degli effettacci e del gore; a parte la splendida scena dello scontro tra Alison e il vecchio, tutto si gioca sul piano psicologico piuttosto che su quello dell’azione e quindi degli effetti speciali.
Per quasi un’ora assistiamo alla preparazione di un finale sorprendente, uno dei più felici del cinema horror; lascia allibiti quindi il leggere critiche anche abbastanza pesanti al film, da parte principalmente di appassionati di cinema, mentre per una volta la critica ufficiale è abbastanza equilibrata nei suoi giudizi.

“Lasciate ogni speranza voi che entrate…”

Quà e la in rete ho letto recensioni che parlano di filmaccio o di boiata, con poco senso del cinema in assoluto: riporto questo giudizio che mi sembra emblematico del modo di concepire il cinema da parte di alcuni spettatori.
“FIlm terribile: non capisco i giudizi positivi che ho letto qui, e mi sento di raccomandarne la visione esclusivamente ai cultori più devoti del genere. Il fatto è che sin dall’inizio si respira un’aria di deja vu davvero stantia. In partenza ricorda l’Esorcista, poi passa a Rosemary’s Baby, quindi aggiunge spruzzi di Romero e del Presagio, il tutto senza mai diventare qualcosa di originale. Winner è un regista che usa la macchina da presa come un gorilla manovra una mazza: la finezza non è il suo forte“.
Un genere di critica irrispettoso e poco obiettivo; il film di Winner è ben congegnato, la sua regia asciutta ed equilibrata e la recitazione del cast assolutamente adeguata.


Basti pensare che in questo film ci sono attori del calibro di Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken oltre a camei di Beverly D’Angelo, Tom Berenger e Jeff Goldblum.
In realtà Sentinel è un ottimo prodotto che si avvale di una sceneggiatura con i fiocchi, tratta di peso dal romanzo di Jeffrey Konvitz che qui collabora alla sceneggiatura stessa, ben diretto dallo stesso Winner e ottimamente interpretato, con su tutte la splendida prova dell’attrice Cristina Raines (che rivedremo nello stesso anno nel grandissimo I duellanti) e che è più nota al pubblico come attrice televisiva.
La sua performance è convincente e affascinante; il personaggio di Alison, nella sua recitazione, acquista spessore ed è caratterizzato in modo tale da surclassare il pur stellare cast.


Inutile citare le prove degli altri attori anche perchè alcuni compaiono solo per alcune sequenze o in ruoli secondari.
Purtroppo Sentinel è un film quasi dimenticato, che però è rintracciabile in formato digitale; ho recuperato una splendida versione in dvx e ho potuto quindi rivedere questo film dopo oltre trent’anni.

Sentinel
Un film di Michael Winner, con Cristina Raines,Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken, Beverly D’Angelo, Tom Berenger, Jeff Goldblum Horror, Usa 1977

Ava Gardner

Martin Balsam

Eli Wallach

Christopher Walken

Burgess Meredith

Jeff Goldblum

The Sentinel (1977)

Cristina Raines: Alison Parker
Chris Sarandon: Michael Lerman
Eli Wallach: Detective Gatz
Christopher Walken Detective Rizzo
Martin Balsam: Prof. Ruzinsky
John Carradine: Fr. Francis Matthew Halloran
José Ferrer: Prelato di Brotherhood
Ava Gardner: Miss Logan
Arthur Kennedy: Monsignor Franchino
Burgess Meredith: Charles Chazen
Sylvia Miles: Gerde Engstrom
Deborah Raffin: Jennifer
Jerry Orbach: Michael Dayton
Beverly D’Angelo: Sandra
Hank Garrett: James Brenner
Jeff Goldblum: Jack

Regia Michael Winner
Soggetto Jeffrey Konvitz
Sceneggiatura Jeffrey Konvitz, Michael Winner
Fotografia Richard C. Kratina
Montaggio Bernard Gribble, Terry Rawlings
Effetti speciali Robert Laden, Dick Smith
Musiche Gil Melle
Scenografia Edward Stewart

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agosto 16, 2012 Posted by | Horror | , , , , , , , , , , , , , | 7 commenti

La merlettaia

La merlettaia locandina

Beatrice, una ragazza bella ma timida e discreta, ha una vita normale: lavora presso un parrucchiere come apprendista e vive un’esistenza senza sussulti accanto a sua madre.
La sua amica Marylene, lasciata dall’amante, la convince a fare una vacanza a Cabourg, in Normandia e qui Beatrice conosce Francois, uno studente affascinante figlio di una nobile famiglia.
Tra i due l’amore è improvviso e travolgente e da quel momento trascorrono le vacanza sempre insieme.
Ma anche il breve periodo di relax volge al termine e i due devono ritornare alle loro esistenze così differenti;

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nonostante il parere opposto delle rispettive famiglie, i due giovani innamorati decidono di andare a vivere assieme e per qualche tempo l’amore che li unisce sembra essere tanto forte da superare le barriere sociali e le convenzioni.
Ma dopo poco tempo Francois si stanca del legame e decide di lasciare la ragazza che accetta a capo chino la decisione dell’uomo, lascia l’appartamento e riprende la monotona esistenza precedente.
Ma qualcosa in lei si è rotto per sempre.
Beatrice si ammala gravemente di anoressia e in preda a turbe psichiche finisce per essere internata in un ospedale psichiatrico.
Ed è li che Francois la raggiunge e ……

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La merlettaia ( o La dentelliere nell’edizione francese, The lacemakers in quella inglese) prende il suo titolo da uno dei quadri più belli di Jan Vermeer ed è un film diretto da Claude Goretta nel 1977.
Il regista elvetico, specializzato in sceneggiati tv, gira un film malinconico e triste con un finale virato al pessimismo imbastendo una storia d’amore sullo sfondo delle evidenti contraddizioni tra sentimento e ragione, tra realtà amara e sogni disillusi.
Beatrice è una ragazza del proletariato, con un’esistenza tranquilla e anonima, una delle tante esistenze che si consumano all’ombra della capitale francese.
E’ una ragazza come tante, quieta e sognatrice, timida e tranquilla che in fondo non sogna altro che avere un lavoro e trovare un giorno il grande amore.

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Francois è all’opposto uno studente proveniente dall’aristocrazia parigina, ricco e viziato, che ignora ovviamente l’esistenza di routine del proletariato parigino non per colpa sua, ma semplicemente perchè la vita gli ha dato un ruolo sociale ben preciso e un’esistenza dorata e senza problemi.
I due mondi, paralleli e antitetici non potrebbero incontrasi mai, differenti e distanti come sono ma a fare da trait d’union c’è un sentimento, ovvero qualcosa che alle volte travalica convenzioni e regole sociali.
Ma il sentimento più antico e profondo, ovvero l’amore, ha delle regole precise: deve essere bilaterale e totale per poter abbattere secoli di convenzioni sociali, deve essere profondo ed assoluto.
In realtà Francois è solamente infatuato della sensibile Beatrice e per lui la relazione non è altro che un momento di distrazione, un’avventura come tante. Nonostante Beatrice sia la donna dei sogni di qualsiasi uomo, tenera ed appassionata com’è, il frivolo Francois sembra non cogliere gli aspetti pregnanti della psicologia della ragazza. I suoi discorsi e la bieca motivazione che addurrà per lasciare la fragile Beatrice mostrano come il rapporto tra i due in realtà sia stato visto come qualcosa di grande e assoluto solo dalla ragazza, che possiede sentimenti profondi a differenza del suo compagno.

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Non sarà infatti tanto la differenza di classe sociale a distruggere il rapporto quanto la noia e il desiderio di andare oltre di Francois, espressione classica di un ceto sociale arrogante e privo di valori, privo fondamentalmente di quel sentimento che Beatrice possiede per due ma che non può in alcun modo colmare il divario esistente nella coppia.
L’amore è il sentimento supremo, ma non è la bussola universale evidentemente; così alla passione che Beatrice mette nel rapporto, al suo amore così profondo Francois risponde con le convenzioni sociali e la rigidità delle regole che puntellano il suo mondo, creando le premesse per una tragedia che puntualmente si verificherà quando la ragazza vedrà i suoi sogni andare in fumo.

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Si può morire, per amore, e Beatrice questo farà delusa dal suo amante che in fondo altro non è che un bambino viziato e sconfitta da una società che ha delle regole precise e invalicabili.
Quando la dolce ragazza comprenderà che il suo è stato un sogno breve, avrà la forza di analizzare anche il contesto in cui tutto è avvenuto e si renderà conto che in fondo tutto ciò che ha vissuto aveva un epilogo scritto nelle premesse.
La favola di Cenerentola è quello che è, una favola e le favole nella vita quotidiana non esistono.
Goretta dipinge un quadro che assomiglia in modo impressionante all’originale pittorico di Vermeer; nel quadro la giovane ricamatrice è il soggetto principale ed assoluto, lavora in un luogo disadorno ed è il centro focale del dipinto, che illustra la cura e la meticolosità con cui il soggetto affronta il suo lavoro e Beatrice altro non è che un’apprendista di un lavoro altrettanto umile, una parrucchiera di umili origini.

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I due volti, quello della merlettaia di Vermeer e quello di Isabelle Huppert, splendida interprete del film, possono quasi sovrapporsi prima di prendere le strade che ognuna delle due prenderà Della merlettaia del dipinto abbiamo colto un attimo, un frammento della sua vita sospeso in eterno. Di lei non sappiamo nulla, non sappiamo chi è, da che famiglia viene, sappiamo solo che ricama con estrema attenzione. Di Beatrice alla fine conosciamo tutto, dalla sua profondità di sentimenti fino alla sua fragilità psichica, quella fragilità che la condurrà ad un triste destino.
Perchè lei è incapace di accettare un ruolo che altri hanno disegnato : il suo amore dovrebbe spezzare le catene ma le catene si riveleranno impossibili da scalfire e questo segnerà la sconfitta non solo dell’amore di Beatrice ma anche la fine dei sogni e l’irruzione prepotente di una realtà in cui i sogni muoiono all’alba.

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La merlettaia è un film bellissimo e triste. Con diverse chiavi di lettura in cui lo spettatore può addentrarsi se vuole e parteggiare per una tesi invece che a favore di un’altra (l’amore impossibile, le differenze sociali ecc.) oppure può semplicemente lasciarsi andare e osservare una storia che delicatamente racconta l’impossibilità della realizzazione di un sogno o di una favola.

Goretta traccia una storia quasi normale, vista al cinema molte volte e nella vita reale ancor di più con un linguaggio poetico di rara bellezza ed equilibrio.
Era facile cadere nella trappola del vittimismo, dipingendo Beatrice come un’eroina sfortunata ed era altrettanto facile dipingere la società parigina aristocratica e superba come un coacervo di antichi vizi e scarse virtù.
Il regista svizzero non fa nulla di tutto questo e ci consegna un dramma lineare nel suo percorso interpretato splendidamente da quella grande attrice che è Isabelle Huppert, che regala attimi intensi ogni qualvolta presta il suo volto magicamente malinconico ad un personaggio indimenticabile come quello di Beatrice.

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In fondo La merlettaia è anche una grande prestazione d’autore, in cui un ottimo regista,Goretta ed una bravissima attrice, la Huppert, esprimono il meglio del loro talento al servizio di una pellicola che finisce per diventare indimenticabile.
La merlettaia è un film quasi invisibile nelle programmazioni televisive, per cui consiglio caldamente ai lettori di questo blog di cercarlo in rete o in qualche versione dvx, che sono tratte da fonti digitali (il film è da tempo disponibile in dvd) e che quindi riescono a restituire l’aria di malinconica bellezza che il film stesso ispira.
La merlettaia
Un film di Claude Goretta. Con Isabelle Huppert, Yves Beneyton, Florence Giorgetti, Michel De Ré, Jean Obé, Monique Chaumette, Annemarie Düringer, Renata Schroeter Titolo originale La dentellière. Drammatico, durata 108′ min. – Svizzera 1977.

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Isabelle Huppert: Beatrice
Yves Beneyton: François
Florence Giorgetti: Marylène
Annemarie Düringer: Beatrice
Sabine Azéma: Corinne
Michel de Ré … Il pittore
Monique Chaumette …La madre di François
Jean Obé … Il padre di François

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Regia Claude Goretta
Soggetto Pascal Lainé
Sceneggiatura Claude Goretta e Pascal Lainé
Fotografia Jean Boffety
Montaggio Joële Van Effenterre
Musiche Pierre Jansen
Scenografia Claude Chevant e Serge Etter

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agosto 14, 2012 Posted by | Capolavori | , , | Lascia un commento

Quando le donne avevano la coda

Quando le donne avevano la coda locandina

Un gruppo di cavernicoli che vive in una zona selvaggia incappa un giorno in uno strano animale, con tanto di coda, caduto in una trappola; Filli, la preda, non è un animale ma una donna molto astuta, che però finirebbe arrosto non fosse per la “cotta” che il selvaggio Ulli prende per lei.
I cavernicoli, non abituati alla presenza di una donna, da quel momento scoprono rivalità e sopratutto iniziano a litigare fra loro, mentre Filli rivendica, con il passare del tempo, il diritto a gestire il proprio corpo.
Su una sceneggiatura esilissima, tesa a privilegiare l’aspetto grottesco e ridanciano della storia raccontata, Pasquale Festa Campanile crea nel 1970 un film che farà da capostipite ad un genere, quello sexy/cavernicolo che avrà altri epigoni, come il mediocre sequel Quando le donne persero la coda e il brutto Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don.

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Se il Brancaleone di Monicelli aveva creato un genere cinematografico nuovo, con un linguaggio irresistibile a metà strada tra l’italiano moderno e quello medioevale, Quando le donne avevano la coda fa un’operazione apparentemente simile, anche se i due film ( e i loro sequel) sono completamente diversi fra loro e non solo come ambientazione.
Il film del regista lucano infatti si snoda sui binari di una comicità forse un tantino grezza e triviale, ma di sicuro effetto, tanto da risultare uno dei film più visti della stagione 70, proprio alle spalle di Brancaleone alle crociate di Monicelli.
Un film che mescola un colorito linguaggio preistorico con gag forse volgarotte ma dall’effetto comico garantito;

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nei limiti ovvi di un film che non ha alcuna velleità di impegno, Quando le donne avevano la coda è godibile e divertente, grazie anche alla presenza di un cast di attori comici di alto livello, con l’aggiunta di Giuliano Gemma al suo primo vero ruolo comico.
Anche Pasquale Festa Campanile si mostra a suo agio con il genere comico; dopo Adulterio all’italiana e Dove vai tutta nuda, arriva il terzo successo consecutivo nel genere commedia prima del grandissimo successo di Il merlo maschio.
Nel film alcune gag sono esilaranti, a cominciare dalla sequenza in cui Ulli incontra Filli e viene da quest’ultima catechizzato sul ruolo che una donna può rivestire per l’uomo in luogo di fungere da cibo; divertenti anche le sequenze con protagonista Renzo Montagnani, unico gay tra la combriccola di cavernicoli che ovviamente vedrà come fumo negli occhi l’arrivo di Filli.

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Oltre a Mulè, Giuffrè e Frank Wolff, nel cast figura il bravissimo Lino Toffolo, che in precedenza era stato anche nel cast del Brancaleone, oltre al solito Lando Buzzanca.
Accolto molto bene dal pubblico il film di Campanile ebbe invece un’accoglienza freddissima dai critici che evidentemente non perdonarono al regista lucano il successo ottenuto; destino che si ripeterà più volte nel corso della sua lunga carriera come con i film Jus primae noctis, La calandria, Conviene far bene l’amore,Come perdere una moglie e trovare un’amante, tutti snobbati dalla maggioranza dei critici mentre in realtà erano tutti film di pregevole fattura.
Qualche parola va spesa necessariamente per la bellissima protagonista femminile del film, l’attrice austriaca Senta Berger, che divenne un’autentica star proprio grazie a questo film.

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La Berger è di una bellezza esagerata ed è sexy pur non comparendo mai nuda nel film, ma solo con un ridottissimo slip che accentua le sue splendide forme. Anche lei è una rivelazione in un ruolo comico e da quel momento infatti girerà diversi film della commedia sexy, con buoni risultati.
Cameo anche per Paola Borboni e segnalazione sia per la allegra colonna sonora di Ennio Morricone sia per il soggetto steso nientemeno che da Umberto Eco; sceneggiatura a più mani tra Festa Campanile e la coppia Ottavio Jemma-Lina Wertmüller.
Se è vero che siamo di fronte ad un film pesantemente datato, non dobbiamo dimenticare che questo film segnò davvero un’epoca; per un anno intero rimase sugli schermi sia in prima che in seconda visione, in un periodo in cui di certo non mancava l’offerta. E va ricordato ai saputelli che stroncarono il film che almeno metà delle commedie italiane dell’intero decennio settanta erano di livello ben più grossolano di questo film.

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In ultimo ricordo come il film sia di difficile reperibilità in digitale e che quindi le immagini che compaiono a corredo di questo film provengono da riversaggi in VHS.

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Quando le donne avevano la coda
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Francesco Mulè, Giuliano Gemma, Aldo Giuffré, Frank Wolff, Paola Borboni, Lando Buzzanca, Senta Berger, Renzo Montagnani, Lino Toffolo, Gabriella Giorgelli Commedia, durata 110′ min. – Italia 1970.

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Senta Berger … Filli
Giuliano Gemma … Ulli
Frank Wolff … Grr
Renzo Montagnani … Maluc
Lino Toffolo … Put
Francesco Mulé … Uto
Aldo Giuffrè … Zog
Paola Borboni … Capo della tribu delle donne preistoriche
Lando Buzzanca … Kao

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Umberto Eco
Sceneggiatura Marcello Coscia,
Pasquale Festa Campanile,Ottavio Jemma,Lina Wertmüller
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Ennio Morricone

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agosto 6, 2012 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , | 1 commento

Permette? Rocco Papaleo

Rocco Papaleo è un ex pugile, dall’indole bonacciona e fiduciosa; emigrato dalla Sicilia per tentare la fortuna in America, dopo aver lasciato la boxe perchè troppo tenero per uno sport così grintoso, Rocco è finito a lavorare come ascensorista in Alaska.
Un giorno decide di seguire dei suoi amici a Chicago per vedere dal vivo un importante incontro di boxe; qui Rocco per un pelo evita di essere investito dall’auto guidata dalla bella modella Jenny, che per scusarsi in qualche modo, invita l’uomo a vedere l’incontro nel suo appartamento.

Marcello Mastroianni

L’invito nasconde ben altro, ma l’ingenuo Rocco non raccoglie la malizia insita nella donna: incapace com’è di capire le sottigliezze maliziose della donna, finisce per gettare alle ortiche quella che può essere un’avventura galante.
Equivocando l’atteggiamento della donna, il candido Rocco finisce per seguire sempre più spesso la donna,tentando inutilmente di restare solo con lei. L’uomo finisce così come un agnello tra i lupi, in una città dove la regola d’oro sembra essere la sopravvivenza ad ogni costo.

L’ingenuo e spaesato Rocco diventa così preda del peggio della città.
Finirà per incontrare un sordido campione di umanità, nel quale spiccano le figure di una prostituta che non esita a mettergli nel letto la figlia minorenne e altre figure meschine, fino a quando non verrà pestato a sangue e derubato.
Scosso dall’episodio, ma nonostante tutto ancora fiducioso nell’umanità, con una voglia di comunicare anche commovente, Rocco tenta un’impossibile approccio con la bella Jenny, che per tutta risposta lo assale gridandogli il suo disprezzo per la sua natura gentile e fiduciosa.


E’ questo il punto di svolta, quello che mette in crisi il bravuomo e che lo costringe ad un atto estremo; sicuro di non poter sopravvivere in un mondo di lupi, in una giungla dove conta solo la legge della sopravvivenza, Rocco Papaleo si arma con una potente bomba e da quel momento diventa una mina vagante, pronto a farsi giustizia alla prima occasione utile.
Permette? Rocco Papaleo è un gran bel film firmato da uno dei migliori registi italiani, Ettore Scola.
Diretto nel 1971, segue due tra le migliori opere del regista, Il commissario Pepe del 1969 e Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) del 1970 ed è un film malinconico, pessimista e amaramente descrittivo della condizione degli emigrati italiani in America, pur non essendo questa la tematica fondamentale del film.


Il tema portante è infatti la solitudine emotiva del protagonista, un uomo profondamente buono e ingenuo, fiducioso e dal gran bisogno di comunicare, che vede infranti tutti i suoi tentativi per colpa di una società disumana e alienante come quella americana, competitiva all’eccesso e dominata da rapporti interpersonali aridi ed egoistici.
Rocco Papaleo è un uomo con dei valori di riferimento molto forti, che svaniranno del tutto quando finalmente, dopo tante delusioni e dopo il colpo di grazia dato dalla cinica Jenny, che gli rimprovera i fallimenti della sua vita e dipinge i suoi pregi come dei difetti imperdonabili, finirà dicevo per prendere coscienza del fatto che chi è agnello è destinato fatalmente ad essere preda dei lupi e che dopo questa amara constatazione, deciderà di difendersi con una bomba, che l’uomo, emulo del bombarolo de andreiano, porterà con se per utilizzarla nella prima occasione utile.


E’ un’America ostile e disumana, quella descritta da Scola, che tuttavia privilegia più l’introspezione psicologica del personaggio Papaleo, messo in chiaro contrasto con la società a stelle e strisce, ormai destinata ad un futuro fatto di egoismi personali portati all’esasperazione.
L’incarnazione fisica di Rocco Papaleo è uno straordinario Marcello Mastroianni che crea un personaggio dolorosamente umano, simpatico e perdente, un perdente nella vita, è vero, ma che moralmente giganteggia in un mondo di nani.
L’attore laziale occupa la scena da consumato ed espressivo talento naturale, capace di rendere le sfumature del suo personaggio con enorme naturalezza; accanto a lui una bella Laureen Hutton e cosa abbastanza insolita, un cast di comprimari praticamente sconosciuti, evidente tributo all'”americanicità” del film.


Permette? Rocco Papaleo è un bel film, molto sottovalutato all’epoca della sua uscita nelle sale per motivi inspiegabili; forse l’abbondanza di prodotti di alto livello spinse i critici a storcere il naso, forse giocarono altri fattori.
Sta di fatto che questo è un film da vedere assolutamente.
Permette? Rocco Papaleo
Un film di Ettore Scola. Con Marcello Mastroianni, Lauren Hutton, Tom Reed, Margot Novak,Umberto Tagliavini, Brizio Montinaro Commedia, durata 123′ min. – Italia 1971.

Marcello Mastroianni … Rocco
Lauren Hutton … Jenny
Tom Reed … Gengis Khan
Margot Novak … Linda
Umberto Travaglini … Alcantara

Regia Ettore Scola
Soggetto Peter Goldfarb, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Peter Goldfarb, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Armando Trovajoli

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agosto 2, 2012 Posted by | Drammatico | , , | 1 commento

Virilità

Vito La Casella, maturo industriale siciliano ha sposato in seconde nozze la sua bella e giovane segretaria Cettina; dal suo primo matrimonio, finito con un divorzio, Don Vito ha avuto un figlio, Roberto, che per tre anni ha studiato a Londra.
Il giovane torna in paese con due amici, accolto con soddisfazione da suo padre, che però ben presto dovrà fare i conti con le voci che vogliono suo figlio gay.
A causare il tutto è proprio Don Vito, che tenta inutilmente di combinare un matrimonio tra Roberto e Lucia, figlia del farmacista del paese; al rifuto del ragazzo di convolare a nozze con la ragazza, la stessa si vendica mettendo in giro voci sulla virilità di Roberto.

Agostina Belli

Nel frattempo però è nato un tenero sentimento d’amore tra Cettina e Roberto; i due conducono la loro relazione in maniera clandestina ma alla fine Don Vito scopre i due.
Se da un lato l’uomo si sente tradito dalla moglie, dall’altro è felice di aver scoperto che Roberto non è gay; ed è questo sentimento a predominare.
Così la relazione dei due diventa pubblica con buona pace di Don Vito, che vede ristabilito l’onore del suo nome.
Da un soggetto di Gian Paolo Callegari il regista bolognese Paolo Cavara sfrutta la sceneggiatura dello stesso Callegari stesa a due mani con Giovanni Simonelli per dirigere un film ben strutturato e lontano dagli stereotipi della commedia sexy.


Virilità è infatti un film inquadrabile principalmente nella commedia all’italiana, con velleità ben riposte di satira di costume; Cavara evita l’effetto macchietta e sopratutto evita di caratterizzare i personaggi in maniera eccessiva, lasciando allo spettatore un prodotto ben calibrato, con un’ironia di fondo che quà e là affiora senza però mai essere sarcastica.
Se è vero che il soggetto del siciliano geloso del suo onore e della sua virilità è uno dei più usati nel cinema del passato, è anche vero che questa volta siamo di fronte ad un film che con leggerezza ma anche con convinzione, mostra come i sentimenti predominanti del protagonista assoluto, il dongiovanni Vito La Casella alla fine vengono messi in un angolo in nome dell’onore.

L’uomo infatti rinuncerà alla sua felicità non tanto per favorire i sentimenti del figlio quanto piuttosto per mostrare alla gente come suo figlio non sia un “Purpo”, il triste aggettivo che indica l’omosessualità maschile ma viceversa un uomo vero, che ama le donne e che insidia addirittura la matrigna.
Siamo a meta quasi degli anni settanta, poco prima del referendum sul divorzio che avrebbe di fatto portato l’Italia nella modernità; nelle parole finali di Vito La Casella c’è anche il rammarico per essersi risposato, non tanto perchè deluso dal comportamento di Cettina, quanto dall’essere diventato un cornuto, altro tabù della società siciliana.


Che viene mostrata in tutti i suoi aspetti grotteschi, attraverso alcune gustose scenette che intervallano il film; una delle più rivelatrici è quella iniziale, quando Roberto arriva con i suoi due amici e induce in inganno Don Vito che scambia i sessi dei due, perchè le ragazze hanno i capelli lunghi e i ragazzi corti mentre nella realtà i due sono esattamente al contrario del canone osservato da Don Vito.


Virilità è quindi un buon film, con momenti comici e spunti di riflessione, molto ben interpretato dal cast di attori chiamato da Cavara; ottimo il solito Turi Ferro, impersonificazione assolutamente perfetta del siciliano arcaico e tradizionalista, la solita bellissima Agostina Belli, moglie infedele del dongiovanni siculo e da Marc Porel, a suo agio nel ruolo del figliol prodigo Roberto, che ha vissuto all’estero e che quindi non ha alcuno dei tabù che invece hanno i suoi ex compaesani.
E’ proprio questo contrasto tra padre e figlio la cosa migliore del film; due generazioni con storie diverse si incontrano e ovviamente si scontrano. Roberto rifiuta il matrimonio combinato e alla fine sceglie come sua compagna proprio la seconda moglie del padre mentre costui, disperatamente prigioniero di secoli di tradizione alla fine sceglierà di salvare il suo onore scegliendo di essere cornuto piuttosto che avere la disgrazia di un figlio “gay”.
Quindi una commedia garbata, Virilità; che ha anche il pregio di mostrare incantevoli località siciliane come le Gole dell’Alcantara e Giardini Naxos.
Il film è stato recentemente rieditato in digitale, il che permette di apprezzare sia il film tout court sia le location in cui venne girato il film nel 1974.

Virilità
Un film di Paolo Cavara. Con Marc Porel, Agostina Belli, Turi Ferro, Tuccio Musumeci, Anna Bonaiuto, Geraldine Hooper Commedia, durata 92 min. – Italia 1974.

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Virilità banner personaggi

Turi Ferro: Vito La Casella
Agostina Belli: Cettina
Marc Porel: Roberto La Casella
Tuccio Musumeci: Avv. Fisichella
Anna Bonaiuto: Lucia
Geraldine Hooper: Pat
Maria Tolu: Illuminata

Virilità banner cast
Regia: Paolo Cavara
Sceneggiatura: Gian Paolo Callegari,Giovanni Simonelli
Produzione: Carlo Ponti
Musiche: Daniele Patucchi
Fotografia: Claudio Cirillo
Montaggio: Mario Morra
Costumi: Danda Ortona

luglio 31, 2012 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

La supplente va in città

La supplente va in città locandina

L’ex maestra veneta Rubina cala in città alla ricerca del fidanzato Carlo che non ha più rivisto da quando ha finito la leva militare.
Arrivata a Roma Rubina incontra Carlo, che nel frattempo è diventato un fanatico del ballo; delusa dal suo comportamento, la ragazza lo fa arrestare sotto l’accusa di violenza carnale dopo avergli teso una trappola.
Per svangare la giornata, si fa assumere dai coniugi Davide e Adele, proprietari di un negozio di tessuti; i due hanno un maschio, Leo, che si considera un Casanova mentre in realtà è solo un giovane senza fascino e una femmina, Delia, dalla sessualità ambigua.

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Ben presto Rubina si insinua nella famiglia come un parassita, assecondando le segrete voglie dei componenti della stessa; riesce anche a far allontanare da casa lo spasimante di Delia, ben felice della cosa.
Quando Rubina apprende che Carlo è uscito di galera, passa decisamente al contrattacco; si fa sposare da Leo dopo averlo tenuto sulla corda, anche perchè la donna nel frattempo è rimasta incinta proprio dell’ex fidanzato, riesce finalmente a staccare Adele dai suoi adorati programmi tv, trova una fidanzata di colore a Delia e infine provoca una paralisi a Davide, l’unico che nel frattempo ha capito e visto il gioco di Rubina.

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La supplente va in città esce nelle sale nel 1979 per la regia di Vittorio De Sisti, che ricicla il titolo di “supplente” richiamando il fortunato film che lanciò la breve carriera cinematografica della cantante Carmen Villani. In realtà nel film non c’è alcuna contiguità con il film precedente e il titolo è solo un mero specchietto per le allodole, visto che il personaggio di Rubina non si muoverà in ambito scolastico ma all’interno di una famiglia di persone deboli che la donna manovrerà a suo piacimento fino a diventare la vera padrona di casa grazie ad astute mosse che metteranno tutti i componenti della famiglia sotto il suo controllo.

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Non lasciatevi ingannare dal sunto della trama che ho esposto; il film è debolissimo e malfatto, una commediaccia sexy senza capo ne coda e priva anche di spunti umoristici, tanto che non fosse per la splendida Villani, che non lesina le parti anatomiche, si finirebbe per sbadigliare come ippopotami.
Colpa principalmente della assoluta mancanza di fantasia della trama (quante volte abbiamo visto la subdola cameriera abbindolare i datori di lavoro!), di una recitazione approssimativa che risente ovviamente anche dell’inesistenza di una qualsiasi sceneggiatura accettabile e infine aggiungiamoci la mancanza anche di soldi della produzione, che costringe il regista ad arrangiarsi con quello che ha.

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Così per la prima volta troviamo un arresto fatto da un solo agente (non viene inquadrata nemmeno l’auto della polizia), una carcerazione in cui viene mostrata solo una stanza con l’ombra delle sbarre e via dicendo in un continuo tentativo di De Sisti di far galleggiare la barca che però, malinconicamente sprofonda man mano che lo spettatore si rende conto dell’assoluta povertà del tutto.

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La supplente va in città è l’ultimo film “italiano” di Carmen Villani, prima del periodo spagnolo che la portò a girare altri 4 film e a chiudere malinconicamente la carriera cinematografica nel 1984, con soli 17 film all’attivo (quasi tutti appartenenti al genere sexy) e all’età di 40 anni.

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Va da se che il film di De Sisti è girato con la chiara intenzione di sfruttare le doti fisiche di Carmen Villani, reduce da La signora ha fatto il pieno e da L’anello matrimoniale, film che avevano avuto qualche noia con la censura e che quindi avevano avuto una certa fama proprio in virtù delle loro vicissitudini, più che per meriti intrinseci delle pellicole stesse.
Questo film va ricordato principalmente per essere stato l’ultimo in cui compare un bravo caratterista della commedia all’italiana, Francesco Mulè; dopo oltre 80 film, si chiude la carriera del bravo attore romano, che sarebbe scomparso 5 anni più tardi.
Il resto del cast va segnalato solo per la firma, perchè la recitazione di tutti, inclusa quella del compianto Vincenzo Crocitti, è da dimenticare, così come da dimenticare è anche la colonna sonora di Stelvio Cipriani.
Desolante davvero, questo film.

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Siamo al tramonto di un genere e il film di De Sisti conferma come alla fine degli anni settanta fossero ormai finite le idee e la capacità di dirigere opere che non usassero i soliti stereotipi e le solite trame che avevano caratterizzato gli ultimi tre anni del decennio.

Una fine davvero ingloriosa e malinconica per un genere, quello della commedia sexy, che se pur non particolarmente interessante di per se aveva comunque espresso alcuni buoni prodotti.

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La supplente va in città
Un film di Vittorio De Sisti. Con Francesco Mulè, Vincenzo Crocitti, Carmen Villani, Mario Frittella, Alberto Squillante Erotico, durata 98′ min. – Italia 1979.

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La supplente va in città banner protagonisti

Carmen Villani: Rubina
Vincenzo Crocitti: Leo Romiti
Mauro Frittella: Carlo Pasquini
Josele Román: Delia Romiti, la figlia
Francisco Cecilio: Giovanni
María Luisa Ponte: Adele Romiti
Sandra Cardini: Margherita
Alberto Squillante: negoziante
Francesco Mulè: Davide Romiti, Davide

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Regia Vittorio De Sisti
Soggetto Roberto Natale, Domenico Calandruccio
Sceneggiatura Vittorio De Sisti, Roberto Natale, Franco Mercuri, Comas, Domenico Calandruccio
Casa di produzione T.R.A.C.
Distribuzione (Italia) Martino
Fotografia Raúl Pérez Cubero
Montaggio Anita Cacciolati, Vittorio De Sisti
Musiche Stelvio Cipriani

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luglio 22, 2012 Posted by | Erotico | , | 5 commenti

Il sorriso della iena

Lui, lei, l’altra; lui è Marco, cacciatore di dote sposato con la barbosissima Dorothy. L’altra è l’amante di Marco, la bellissima Gianna.
Il triangolo si interrompe il giorno in cui Gianna uccide Dorothy; ad ereditare il patrimonio della vittima dovrebbe essere la figlia di primo letto di quest’ultima, Nancy, che però non ha ancora 21 anni.
Così il neo vedovo Marco decide di prendersi una lunga vacanza con Gianna, andando a vivere in una splendida villa su un lago di proprietà della defunta Dorothy.

Le foto scattate da Gianna

La seduttrice tende la rete

Ma a rompere le uova nel paniere dei due amanti ecco arrivare Nancy, la bella erede.
La ragazza porta lo scompiglio nella coppia, tanto che Gianna cerca inutilmente di convincere l’amante a liberarsi di lei; Marco subisce il fascino sottilmente erotico e proibito della figliastra, ma anche Gianna alla fine resta colpita da lei.
Così si ricostruisce un impossibile triangolo, in cui Nancy sembra a suo agio in maniera sospetta; la ragazza subdolamente avverte Gianna che Magda, la cameriera di Dorothy ha una lettera in cui Marco è indicato come autore dell’omicidio di Dorothy.

Silvano Tranquilli

Jenny Tamburi

Rosalba Neri

A questo punto gli eventi precipitano; succube di Gianna, Marco si libera di Magda, ma rischia contemporaneamente di essere eliminato dall’amante.
Nancy si rivela per quello che è: un’astuta ricattatrice che ha preso il posto di Nancy, sobillata e istruita dal suo fidanzato.
I due hanno le prove degli omicidi perpetrati da Marco e Gianna e riescono a portar via loro con il ricatto una grossa somma di denaro.
Ma la giustizia è dietro l’angolo; all’uscita dalla villa di Marco, la finta Nancy e il fidanzato, che viaggiano su una moto con sidecar, si scontrano con un auto rimanendo entrambi uccisi sul colpo.
Il registratore a nastro sul quale i due complici avevano inciso le voci degli amanti e la loro confessione si mette in funzione proprio mentre….


Il sorriso della iena è uno dei tantissimi thriller degli inizi del decennio settanta; è datato 1972, quindi è uno dei primi a sfruttare il grande successo di L’uccello dalle piume di cristallo, come del resto indicato dal titolo stesso.
Diretto da Silvio Amadio, è un prodotto nemmeno mal congegnato, ma troppo statico e giocato tutto sul rapporto morboso che si sviluppa tra Marco, Gianna e la finta Nancy.
Estenunanti sono i dialoghi tra i tre, con la ninfetta Nancy occupata a tessere la sua tela attorno ai due deboli amanti, che uno dopo l’altro finiranno per cedere alle grazie e alla freschezza della ragazza.
Altrettanto lunghe sono le scene in cui Gianna riprende con la macchina fotografica Nancy, che occupano una parte considerevole di film; scene che mostrano la bella e sfortunata Jenny Tamburi in frequenti sequenze di nudo.

La seduzione è completa

Jenny Tamburi

Abbottonatissima invece l’altra protagonista, la sfinge italiana Rosalba Neri, insolitamente monocorde e svogliata nella recitazione. L’ultimo lato del triangolo è costituito da Silvano Tranquilli, attore sobrio ed elegante che fa il suo con la consueta professionalità.
Ma è il film nel suo complesso a non convincere e una volta tanto la colpa non è della sceneggiatura, che tutto sommato è equilibrata e interessante..
Sono troppe le pause, troppi i dialoghi e per lunghe parti del film si assiste ad un gioco di seduzione da parte di Nancy dall’esito ampiamente scontato. Forse meno scontato è il finale alla delitto e castigo, ma a quel punto le cose contano davvero poco.
Non è un film palloso, intendiamoci, di thriller malfatti ne abbiamo visti a bizzeffe nel decennio d’oro del cinema italiano.
Ma è anche vero che le pause, gli sguardi, le foto non possono da soli tenere in piedi la barracca.

I ricattatori

Per i curiosi che non abbiano visto questo film, anticipo subito che è operazione praticamente impossibile quella di trovare una copia decente della pellicola. Il film non è mai stato editato in digitale (almeno non che io sappia) e le uniche versioni esistenti risalgono a vecchi riversaggi da VHS che lasciano il tempo che trovano. Per cui se decidete di vederlo dovrete sudare le proverbiali sette camicie e non è detto che ne valga la pena.

Il sorriso della jena
Un film di Silvio Amadio. Con Jenny Tamburi,Silvano Tranquilli, Rosalba Neri, Hiram Keller, Dana Ghia, Fabio Garriba Giallo, durata 94 min. – Italia 1972.
(titolo internazionale Smile before death)

Amanti ormai in disaccordo

L’arrivo della vera Nancy

Morte di una ricattatrice

L’incidente mortale

Jenny Tamburi ..Nancy Thompson (come Luciana Della Robbia)
Silvano Tranquilli … Marco
Rosalba Neri … Gianna
Dana Ghia … Magda
Zora Gheorgieva … Dorothy Emerson
Luigi Antonio Guerra … Domestico

Regia: Silvio Amadio
Sceneggiatura: Silvio Amadio,Francesco Villa
Musiche: Roberto Pregadio
Fotografia: Silvano Ippoliti
Montaggio: Francesco Bertuccioli

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luglio 18, 2012 Posted by | Thriller | , , , | Lascia un commento

Come perdere una moglie e trovare un’amante

Come perdere una moglie e trovare un amante locandina

Un ritorno a casa decisamente traumatico, quello del dottor Alberto Castelli, alto dirigente di un’azienda del latte; l’aver anticipato il rientro lo porta a scoprire la palese infedeltà della moglie che lo cornifica con un idraulico. E’ infatti proprio sotto la doccia che Alberto ha l’amara sorpresa di trovare l’amante della moglie nudo come un verme.

La conseguenza è l’abbandono del tetto coniugale e una visita dallo psicanalista, un tipo strambo che lo convince a trasferirsi in Val Malenco per riprendersi dal trauma.

Come perdere una moglie e trovare un amante 3

Johnny Dorelli

Come perdere una moglie e trovare un amante 2

Barbara Bouchet

L’altro personaggio del film è l’olandese Eleonora Rubens, nella quale ha la sventura di imbattersi Alberto, per ben due volte; la prima volta lo scontro avviene in auto, la seconda volta in un ospedale.
Ma è destino che i due, all’insaputa l’uno dell’altra finiscano per incontrarsi; lo psicanalista Rossini, lo stesso che ha in cura Alberto invita Eleonora a recarsi anch’essa in Val Malenco.
Da quel momento inizieranno le peripezie di entrambi; sarà proprio Alberto a guadagnarci di più, perchè dapprima avrà un’avventura con Marisa, l’amica del cuore di Eleonora che arriva in Val Melenco per incontrarla e poi con Anita, la gigantesca moglie del proprietario della baita.

Come perdere una moglie e trovare un amante 1

Finirà che Alberto e Eleonora avranno un terzo scontro, che questa volta però…
Subito dopo Autostop rosso sangue (1977), unica incursione di Pasquale Festa Campanile nel thriller puro e di Gegè Bellavita, la discreta commedia all’italiana interpretata da Flavio Bucci nel 1978, il regista lucano tenta la carta della commedia brillante, con discreto esito confermando ancora una volta di essere un regista affidabile e capace di creare film gradevoli senza cadere nella volgarità più becera.
Come perdere una moglie e trovare un’amante è essenzialmente una commedia degli equivoci, che ruotano attorno alle due figure principali del film, Alberto e Eleonora.

Come perdere una moglie e trovare un amante 5

Il primo è il classico medio borghese un tantino annoiato che ha la sventura di vedersi cornificato dalla moglie, la seconda una ragazza un tantino imbranata e ingenua, come mostra la divertente sequenza in cui viene invitata a spogliarsi nuda dallo strambo psicanalista Rossini, cosa che accetta senza batter ciglio convinta che sia indispensabile per la terapia.
Proprio gli equivoci sono il tema portante del film, insieme alle gag che Festa Campanile semina nel film; se alle volte siamo di fronte a qualche deja vu, per la maggior parte del film ci troviamo immersi in situazioni comiche che smuovono il sorriso.
E poichè siamo nel 1978, ovvero in un momento storico davvero poco allegro per la nazione e sopratutto per il cinema, alle prese con una crisi che sta diventando dilagante, ecco che le risate che il film tira fuori sono tutto grasso che cola.
Merito anche dei due protagonisti principali, Johnny Dorelli e Barbara Bouchet. Se Dorelli conferma ancora una volta le capacità volitive che gli permisero di interpretare 25 film in dieci anni, fatte di un umorismo garbato e di una simpatia irresistibile unite a buone capacità recitative, Barbara Bouchet è ovviamente a suo completo agio essendo una delle attrici più utilizzate in ruoli comici o semplicemente umoristici.

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Anny Papa

Ben assortito anche il cast dei comprimari, che include uno spiritato Felice Andreasi nel ruolo dello psicanalista pazzoide, Annie Papa in quello della moglie fedifraga di Alberto, la bravissima Elsa Vazzoler nel ruolo della vulcanica Anita e sopratutto Stefania Casini, questa volta relegata in un ruolo secondario come quello interpretato nei panni di Marisa, la disinibita amica del cuore di Eleonora.

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Completano il cast in ruoli minori Enzo Cannavale, Toni Ucci e Marina Hedman in uno dei tantissimi ruoli secondari che la futura pornostar interpretò negli anni 70 e 80.
Commedia gradevole e spensierata, quindi, una delle poche che valga la pena di vedere in un periodo storico del cinema in cui la comicità stava diventando pian piano sempre più becera e volgare.

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Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Johnny Dorelli, Barbara Bouchet, Stefania Casini, Elsa Vazzoler, Pietro Tordi, Toni Ucci, Gino Pernice, Enzo Cannavale, Carlo Bagno, Paola Maiolini, Felice Andreasi, Deddi Savagnone, Dino Emanuelli Commedia, durata 104′ min. – Italia 1978.

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Come perdere una moglie banner personaggi

Barbara Bouchet: Eleonora Rubens
Stefania Casini: Marisa
Johnny Dorelli: Dott. Alberto Castelli
Tony Ucci: Frate Cappuccino
Felice Andreasi: Psicanalista
Enzo Cannavale: Gran Maestro di Yoga Orientale
Elsa Vazzoler: Anita

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Gianfranco Bucceri
Roberto Leoni
Sceneggiatura Gianfranco Bucceri
Roberto Leoni
Luigi Malerba
Produttore Luigi Borghese
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Gianni Ferrio

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luglio 14, 2012 Posted by | Commedia | , , , , | 6 commenti