I decamerotici

Il clamoroso successo di pubblico del film Il Decameron,di Pier Paolo Pasolini,uscito nel 1971,bissato l’anno successivo da I racconti di Canterbury,scatenò,ad inizi anni settanta,un’autentica corsa alla clonazione di racconti appartenenti alla storia della letteratura italiana,con il saccheggio di novelle scritte dal Ruzante,dall’Aretino,da Boccaccio e da Masuccio Salernitano.

Storie scellerate
Un saccheggio indiscriminato,in cui novelle ironiche,con qualche pizzico di licenziosità,vennero usate a pretesto per mostrare un medioevo gaudente e sollazzevole,fatto di mariti cornuti e mogli infedeli,fidanzati vogliosi e poco caste ragazze di tutti i ceti sociali;come se non bastasse i conventi divennero simbolo della lussuria più estrema,con preti,badesse e monaci impegnati più nella ricerca dei piaceri della carne che del benessere delle anime. Incalcolabile in numero delle pellicole dedicate al florido filone ;in Italia furono sicuramente una quarantina,a cui si aggiunsero opere che riportavano, solo nel titolo, riferimenti a opere del classicismo medioevale.
Sollazzevoli storie di mogli gaudenti
Caratteristica principale di queste opere era,ovviamente,l’erotismo;non la pornografia,in quanto la censura riusciva ancora a funzionare,eliminando dalle opere tracce dell’organo sessuale maschile o comunque scene di sesso troppo esplicite. A fare le spese della forbice della censura furono parecchi film,che vennero sforbiciati senza pietà;in alcuni casi le storie diventarono dei capolavori dell’assurdo,con inquadrature che spesso non avevano più alcun significato nell’interno del film.

Dal film Novelle licenziose di vergini vogliose
E pensare che il medioevo ben si era prestato,prima dell’avvento dei decamerotici,e quindi di quel filone che divenne poi omogeneo e venne chiamato commedia erotica all’italiana,a presentare opere di gran livello,come i due Brancaleone di Monicelli,il Satyricon di Fellini,ambientato però nell’antica Roma,ma con tematica di satira,e infine il capostipite,il Decameron di Pasolini.

Leva lo diavolo tuo…

Le notti peccaminose de l’Aretino Pietro
Il primo in assoluto a sfruttare la scia del successo fu il Decameron n.2,di Mino Guerrini,forse uno dei migliori,pur girato con pochi mezzi e con un cast di sconosciuti;così come di buon livello furono due film successivi,sempre del 1972,Quel gran pezzo dell’Ubalda,tutta nuda e tutta calda e Quando le donne si chiamavano madonne,con lo stesso cast formato da quella che divenne la regina della commedia erotica all’italiana,Edwige Fenech,da Pippo Franco e da Mario Carotenuto.
In seguito i prodotti persero la vena di originalità dei primi film del filone,trasformandosi in commedie scollacciate,con attrici e attricette di secondo piano pronte a mostrare le loro grazie,con storie che divennero pretesto per richiamare al cinema un pubblico più interessato proprio a queste grazie che alla trama del film.
La più allegra storia del Decamerone
Arrivarono così sullo schermo Decameron nero e Decameron proibito,Decameroticus e e Decameron proibitissimo;saccheggiato messer Boccaccio,fu la volta delle varie monache,filone inaugurato da La bella Antonia prima monaca poi dimonia;

La calandria

La bella Antonia prima monaca poi dimonia
successivamente notti licenziose,racconti di Viterbury e altri filmetti girati in fretta e furia dequalificarono completamente il genere,che si trascinò,sempre più stancamente,fino al 1976,quando la commedia erotica trovò nuova linfa con dottoresse,liceali e insegnanti.

Il Decamerone nero
Se del genere decamerotico si può salvare veramente poco,è indubbio che costituì comunque una boccata d’ossigeno per i vari produttori,che investendo poche centinaia di milioni di lire,spesso vedevano decuplicati i rientri in termini di botteghino. Fiorina la vacca e la Betia,Una cavalla tutta nuda e Jus primae noctis sono solo alcuni dei titoli che portarono sullo schermo le novelle del Ruzante,che lanciarono futuri protagonisti del cinema italiano,come Renzo Montagnani,per esempio,
Tra le attrici del filone,vanno segnalate per la loro bellezza,non priva anche di doti artistiche specifiche,Janet Agren,Beba Loncar,Orchidea De Santis,Mlaisa Longo,Krista Nell,Femi Benussi. Più una marea di attrici esordienti,molte delle quali girarono particine in cui mostravano sederi e seni senza spesso avere una sola battuta da pronunciare.

I racconti di Viterbury

I racconti proibiti de l’Aretino Pietro

Fratello homo sorella bona

Decameron proibitissimo

Decameron n.2

Canterbury proibito

Beffe, licenze et amori del Decamerone…

Una cavalla tutta nuda

Decameron 2,(1972)un film di Mino Guerrini. Con Pupo De Luca, Enzo Pulcrano, Mario Brega, Claudia Bianchi, Salvatore Giocondo.

Decameron 3,(1972) un film di Italo Alfaro con Femi Benussi, Beba Loncar, Marina Malfatti

Decameron proibitissimo,(1972) un film di Franco Martinelli con Franco Agostini, Enzo Andronico, Alberto Atenari, Bruna Beani.

Gli altri racconti di Canterbury,(1972) un film di Mino Guerrini con Enza Sbordone, Toni De Leo, Alida Rosano, Giuseppe Volpe

Le calde notti del Decamerone,(1972) un film di Gian Paolo Callegari con Don Backy, Femi Benussi, Orchidea De Santis
Angelica (Marchesa degli angeli)
Angélique de Sancé il de Monteloup,(da noi semplicemente Angelica) è una splendida ragazza che vive nella Francia del Re Sole,Luigi XIV;libera,intelligente e poco propensa alla disciplina,viene inviata da suo padre in casa del cugino,dove,involontariamente,ascolta una conversazione tra persone che complottano contro la vita di Luigi XIV.La ragazza ruba la fiala del veleno che i congiurati avrebbero dovuto utilizzare,il principe di Condè,uno dei congiurati,fa in modo che la ragazza venga inviata in un convento,per metterla a tacere.
Angelica resta in convento 4 anni,ed esce solo perchè il padre ha deciso di darla in moglie al ricco e nobile Joffrey de Peyrac,dl quale Angelica sa soltanto che è molto più vecchio di lei,che è zoppo e che ha il volto deturpato da una cicatrice;la ragazza,disperata,si concede al suo unico amore,Nicola,ma viene sorpresa dal padre.
Così Angelica arriva a casa di De Peyrac,dove scopre che l’uomo che sta per sposare ha effettivamente i difetti fisici vociferati,ma che è anche una persona dal cuore gentile,pieno di premure per la sua bellissima sposa,e che è un uomo istruito e intelligente.
Un uomo che non esita a dare asilo ad un innocente ricercato dall’inquisizione;Angelica,così,scopre di amare il marito e l’unione tra i due è allietata dalla nascita di un figlio.
Ma il destino è in agguato:il re Luigi XIV,durante la sua visita al castello di Joffrey,si invaghisce di Angelica;da quel momento per suo marito la vita si farà difficile,fino al giorno in cui De Peyrac viene arrestato con l’accusa di essere un eretico ed uno stregone;inutilmente la donna tenta di convincere il re a liberare suo marito.
Che viene invece condannato a morte;Angelica,che ha avuto il secondo figlio,affida i suoi bambini alla sorella,e si rifugia nella Corte dei miracoli,dove incontra il suo vecchio amore,Nicola. L’uomo chiede ad Angelica di stringere un patto;la liberazione del marito in cambio della promessa di andare a vivere tutti e due in America. Angelica accetta,ma Nicola e i suoi arrivano troppo tardi in piazza De Greves;De Peyrac è bruciato sul rogo. Angelica,disperata,decide di rimanere a vivere nella corte dei miracoli,e cambia il suo nome in Marchesa degli Angeli.
Tratte dai romanzi della coppia Anne e Serge Golon,le avventure della meravigliosa Angelica,com’era chiamata in Francia,altro non sono che un feuilleton di discreto livello. Il cinema si impossessò del suo personaggio,e grazie alla bellezza di Michele Mercier ne fece un personaggio conosciuto in tutto il mondo. Lei,la bellissima Mercier,interpretò anche i 4 film successivi,che restarono comunque di buon livello,grazie alla sapiente scelta di costumi e location,davvero ottimi,e sopratutto grazie anche al binomio amore/vendetta,un’accoppiata che al cinema paga sempre.
Un film di Bernard Borderie. Con Philippe Lemaire, Robert Hossein, Giuliano Gemma, Michèlle Mercier, Rosalba Neri, Jean Rochefort, Claude Giraud. Genere Avventura, colore 105 minuti. – Produzione Francia 1964.


De Vardès Philippe Lemaire
Nicolas Merlot Giuliano Gemma
François Desgrez Jean Rochefort
Joffrey de Peyrac Robert Hossein
Angélique Sancé de Monteloup Michèle Mercier
Bernard d’Andijos Bernard Woringer
Maître Bourié Jean Topart
Il principe di condè de Condé François Maistre
Jactance Serge Marquand
Louis XIV Jacques Toja
Philippe de Plessis-Bellières Claude Giraud
L’arcivescovo di Toulouse Jacques Castelot
Carmencita Geneviève Fontanel
La Polak Rosalba Neri
Le chevalier de Lorraine Robert Hoffmann
Procureur Fallot Yves Barsacq
Cul-de-bois Henri Cogan
Barbe Denise Provence
Margot Noëlle Noblecourt

Regia: Bernard Borderie
Soggetto: Anne Golon e Serge Golon
Sceneggiatura: Claude Brulé, Bernard Borderie, Francis Cosne e Daniel Boulanger
Produttore: Francis Cosne e Raymond Borderie
Casa di produzione: Borderie Films
Fotografia: Henri Persin
Montaggio: Christian Gaudin
Musiche: Michel Magne
Scenografia: René Moulaert
Costumi: Rosine Delamare

«Nutrice,» chiese Angelica, «perché Gilles di Retz uccideva tanti fanciulli?»
«Per il demonio, figlia mia. Gilles di Retz, l’orco di Machecoul, voleva essere il più potente signore del suo tempo. Nel suo castello non c’erano che storte, ampolle, pentole piene di rosse brode e di orrendi vapori. Il diavolo voleva che gli fosse offerto in sacrificio il cuore di un bambino. Così cominciarono i delitti. E le madri atterrite s’indicavano il nero torrione di Machecoul circondato di corvi, tanti erano nelle prigioni i cadaveri degli innocenti.»
«Li mangiava tutti?» chiese Angelica con voce tremante Maddalena, la sorellina di Angelica.
«Non tutti, non ce l’avrebbe fatta,» rispose la nutrice.

2001 Odissea nello spazio
Agli albori dell’umanità un gruppo di ominidi lotta per la sopravvivenza in un mondo ostile,arido e difficile;un giorno un monolite nero appare davanti alla grotta degli ominidi,e il loro capo all’improvviso maneggia un osso,capisce che può utilizzarlo come arma e lo brandisce,poi lo lancia verso il cielo,e all’improvviso tutto cambia,nel cielo appare un’astronave.
Sono passati tre milioni di anni da allora,siamo nel 2001 e il dottor Floyd è chiamato sulla base lunare per osservare una stupefacente scoperta; in uno scavo è apparso un monolite nero. Mentre Floyd si appresta a fotografare il monolite nero,un raggio di sole lo colpisce, e subito dopo un segnale radio parte da esso, direzione Giove.
Un altro balzo nel tempo,e troviamo 5 astronauti che in stato di ibernazione stanno viaggiando verso Giove, mentre l’astronave è sotto il controllo del supercomputer HAL 9000, un’intelligenza artificiale molto sofisticata.

Hal ha istruzioni di non rivelare a Bowmann e Poole, i due astronauti di guardia, la vera natura del viaggio, ma questa istruzione provoca problemi ai complessi circuiti del computer,che è stato programmato per collaborare con l’uomo,non per nascondergli informazioni; Hal,arrivato nei pressi di Giove, tenta di uccidere gli umani, per risolvere il problema,ma Bowmann riesce a sopravvivere e a riportare il computer alla programmazione originale; in un filmato, il dottor Floyd rivela a Bowmann la vera natura della missione,e all’ultimo astronauta in vita non resta che dirigersi verso la fonte del segnale.
Qui Bowmann viene letteralmente cooptato dal terzo monolite,che lo spedisce in un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, fino a portarlo in uno strano appartamento, dove l’astronauta vede un altro se stesso invecchiare rapidamente, fino a ritornare allo stadio di feto, dove rinascerà in forma di figlio dello spazio, che scruta il pianeta terra dall’infinito spaziale.
Kubrick riprende il romanzo di Arthur C.Clarke, rispettando la splendida solitudine dei vuoti spaziali, usando la lentezza dello spazio stesso come un valore aggiunto,evitando quindi il rischio di stravolgere il romanzo originale,che è, in realtà, una sintesi metafisica dell’uomo, del suo rapporto con l’infinito,con le sue radici, con il suo divenire.
Quando, nel 1964, Arthur C. Clarke venne contattato da Kubrick per realizzare quello che poi sarebbe stato il film 2001 odissea nello spazio, rielaborazione del romanzo dello stesso Clarke, La sentinella, scritto nel 1948, probabilmente non si rese conto delle potenzialità enormi che aveva il suo racconto scritto in forma breve; viceversa Kubrick ne era ben consapevole, tanto da proporre allo scrittore un ampliamento organico del romanzo, che sarebbe diventato l’embrione del film.
Nel 1968 il film venne alla luce, e le differenze tra il romanzo e il film erano così sottili da far capire quanto fosse importante la collaborazione tra letteratura e cinema per ottenere un prodotto di sintesi di altissimo livello.
Kubrick elabora per immagini quello che è il romanzo, saltando solo alcuni passaggi per ovvi motivi; il film, di per se lunghissimo, si dilata in 2 ore e 21 minuti di immagini, con dialoghi ridotti all’osso.
Il regista privilegia com’è ovvio la parte visiva, affidando alla potenza delle immagini il racconto, e giungendo alla conclusione, metafisica e parzialmente inespressa, almeno per lo spettatore, attraverso suggestioni offerte da una sapiente miscela di immagini e musica.
Già la scelta di un autore come Richard Strauss, autore di “Così parlò Zarathustra” (“Also sprach Zarathustra”), tema portante del film, denota una ricerca maniacale del giusto accoppiamento tra sensi, vista e udito, per portare lo spettatore attraverso il misterioso viaggio della vita, che in questo caso trasporta l’uomo dall’alba della preistoria, con la famosa scena di Guarda-la-Luna (nel romanzo, il nome dell’ominide-scimmia che trova il monolite) che lancia un osso verso il cielo, il quale si trasforma in un’astronave interspaziale.
Da questo momento il film si annoda al romanzo in maniera inestricabile, tanto che il lettore dell’opera di Clarke non fatica a comprendere la complessa simbologia delle scene; ma Kubrick supera il limite della parola, creando una infinita serie di quadri; lo spettatore si trasforma nel visitatore di una galleria d’arte, fatta da miliardi di tele sequenziali, viste ovviamente ad alta velocità.
Il percorso che Kubrick fa fare a Bowman è quello evolutivo verso uno stadio finale in cui l’uomo sparisce come entità fisica, per diventare qualcosa di completamente diverso, attraverso la rinascita in feto e il rivivere le varie fasi dell’esistenza di Bowmann stesso, che diventa parte di quello spazio, di quell’universo, non più in forma umana, ma in qualcosa di assolutamente nuovo, complesso e misterioso.
2001 odissea nello spazio è un film denso di interrogativi,di icognite,incluso il finale aperto a tutte le interpretazioni e a tutte le soluzioni,come ebbe a dire il geniale Regista:”Se qualcuno ha capito qualcosa, ciò significa che io ho sbagliato tutto.”
Molti degli spettatori che videro il film restarono delusi proprio dal finale; così qualcuno pensò di andarsi a rileggere il libro di Clarke, imbattendosi nelle stesse icognite; per Clarke, e ovviamente per Kubrick, il mistero insondabile del cosmo, della vita, dello spazio e del tempo e in definitiva dell’esistenza stessa dell’universo sono così complessi da lasciare l’essere umano senza parole e senza possibilità di usare l’immaginazione per volare oltre i confini della materia. Così tutto deve essere lasciato sospeso, perchè ognuno abbia la facoltà di immaginare il lungo viaggio dell’uomo nel modo a cui è più consono.
Il finale del romanzo, quello del film, portano lo spettatore/lettore ad interrogarsi senza ovviamente trovare nessuna risposta, oppure, al contrario, a trovarne troppe, per dover fare così altre domande.
Il gioco, alla fine, è questo.
Kubrick lo sa, e lascia tutto affidato alla potenza dell’immagine: tu spettatore sei parte di quel mistero, puoi scegliere la soluzione che più ti aggrada
2001 odissea nello spazio
un film di Stanley Kubrick. Con Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter, Margaret Tyzack, Robert Beatty, Sean Sullivan, Douglas Rain, Frank Miller [I], Bill Weston, Ed Bishop, Glenn Beck, Alan Gifford. Genere Fantascienza, colore 139 minuti. – Produzione USA, Gran Bretagna 1968.
Keir Dullea: dottor David Bowman
Gary Lockwood: dottor Frank Poole
William Sylvester: dottor Heywood Floyd
Daniel Richter: Moonwatcher
Leonard Rossiter: dottor Andrei Smyslov
Margaret Tyzack: Elena
Robert Beatty: dottor Halvorsen
Sean Sullivan: Michaels
Douglas Rain: voce di HAL 9000
Frank Miller: controllo missione
Ed Bishop: capitano shuttle lunare
Alan Gifford: padre di Frank
Edwina Carroll: hostess
Penny Brahms: hostess
Andy Wallace: moonwatcher
Regia: Stanley Kubrick
Soggetto: Arthur Clarke
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Arthur Clarke
Fotografia: John Alcott, Geoffrey Unsworth
Montaggio: Ray Lovejoy
Effetti speciali: Douglas Trumbull
Musiche: Artisti vari
Tema musicale: Also Sprach Zarathustra (Richard Strauss)
Scenografia: Ernie Archer, Harry Lange, Tony Master
Trucco: Stuart Freeborn
Gianni Marzocchi: Keir Dullea
Gianfranco Bellini: voce di HAL 9000
Cesare Barbetti: Gary Lockwood
Mario Feliciani: William Sylvester
Benita Martini: Margaret Tyzack
Stefano Sibaldi: Sean Sullivan
Corrado Gaipa: Alan Gifford
Romano Malaspina: Kenneth Kendall
Premi Oscar 1969: Oscar per i migliori effetti speciali
3 BAFTA 1968: BAFTA alla migliore fotografia (Geoffrey Unsworth), BAFTA alla migliore scenografia, BAFTA alla migliore colonna sonora
3 Nomination al premio Oscar per la Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale, Miglior scenografia
2 Kansas City Film Critics Circle Awards 1969: miglior film, miglior regista
David di Donatello 1969: miglior produzione straniera
Johann Strauß jr:
“Sul bel Danubio blu” (“An der schönen, blauen Donau”)
Richard Strauss:
“Così parlò Zarathustra” (“Also sprach Zarathustra”)
György Ligeti:
“Atmosfere” (“Atmospheres”),
“Luce eterna” (“Lux Aeterna”)
“Avventure” (“Adventures”)
“Requiem”
Aram Kachaturian:
“Gayane” suite dal balletto
A me piace lavorare con la gente. Ho rapporti diretti ed interessanti con il dottor Poole e con il dottor Bowman. Le mie responsabilità coprono tutte le operazioni dell’astronave, quindi sono perennemente occupato. Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare. (HAL 9000)
Nessun calcolatore 9000 ha mai commesso un errore o alterato un’informazione. Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore, e incapaci di sbagliare. (HAL 9000)
Giro girotondo, io giro intorno al mondo. Le stelle d’argento costan cinquecento. Centocinquanta e la Luna canta, il Sole rimira la Terra che gira, giro giro tondo come il mappamondo… (HAL 9000)
Ho vinto ancora io, ovviamente (HAL 9000)
Buongiorno signori. Io sono un elaboratore HAL 9000. Entrai in funzione alle officine HAL di Verbana, Illinois, il 12 gennaio 1992. (HAL 9000)
2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), che tra pochi giorni, nell’anniversario della morte del grande regista, torna nei cinema nella versione restaurata, è il film unico che ha segnato per sempre il cinema di fantascienza, condensandone e fissandone gli universi col suo stile imitato e inimitabile: il candore e la freddezza, la danza degli astri, la posizione del veicolo spaziale nell’oscurità sconfinata del sistema stellare,il modo di muoversi e la vita quotidiana degli astronauti, le porte autochiudentesi, i corridoi rotondi come l’anima di un enorme tubo bianco. L’iconografia fantascientifica non era mai stata così suggestiva e perfetta prima di “2001”, né lo sarebbe mai più stata dopo. L’arte di Kubrick ha poi saputo condensare l’ignoto e il sacro in un simbolo potente divenuto popolarissimo: il monolite nero (emblema di Dio, o d’una forza cosmica, o degli extraterrestri) appare come una minaccia e insieme come un segno di speranza nei diversi momenti dell’evoluzione umana. L’avventura spaziale si nutre del classico schema dell’apprendista stregone (l’uomo vuole dominare l’universo e crea una macchina, il cervello elettronico Hal 9000, che diventa sua nemica sino a dover essere eliminata); il viaggio nello spazio esterno diventa scoperta di se stessi. Il film è dominato da combinazioni di numeri: quattro episodi, quattro milioni di anni, quattro eroi (scimmia, scienziato, cervello elettronico, astronauta), quattro compositori per le musiche (Kachaturian, Ligeti, Johann Strauss, Richard Strauss), quattro anni per la realizzazione del film. La data 2001, raccontò Kubrick al suo biografo e critico francese Michel Ciment, è stata scelta per un gioco cerebrale: il 2001 è l’anno in cui Ray Bradbury colloca una parte delle sue Cronache marziane e in cui si svolge La Repubblica dei saggi di Arno Schmidt; è un andare oltre, un tempo incommensurabile. Per niente invecchiato nel passare di oltre trent’anni, tratto dal racconto La sentinella di Arthur C. Clarke, interpretato da Keir Dullea e Gary Lockwood,2001- Odissea nello spazio mescola l’estrema razionalità scientifica e l’irrazionalità magica con un risultato meraviglioso.
Da La Stampa, 2 Marzo 2001, Lietta Tornabuoni
Confesso che dopo aver visto 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, muoio tranquillo. Il film ci fa vedere quella che sarà la vita dell’uomo nello spazio nei prossimo millennio. Intanto sin d’ora è chiaro che viaggiare tra i pianeti sarà una cosa monotona e noiosissima, come andare in jet. Inoltre, sia la vista di questi pianeti pelati e butterati, sia quella dei vari veicoli che si incroceranno non promettono nulla di attraente. Ma neppure i futuri ambienti spaziali offrono comfort o fantasia: soltanto lunghi budelli con sedili affiancati come le cabine degli aeroplani e squallidi seguiti di corridoi e cunicoli.
Né le prospettive si fanno più amene quando arrivate alle stazioni spaziali. Lì vi aspettano nudi saloni blindati dove, per fare follia, i futuri architetti cosmici non hanno trovato di meglio, per allietare la vista, che piazzare delle gigantesche poltrone a piede di tartaruga, di uno scarlatto che grida.
Pochi esseri umani errano in quei cIinici labirinti: tecnici in tuta, brutte dottoresse vestite di nero e dottori occhialuti che fanno naturalmente ricerche di medicina interstellare, esperti di Enti interspaziali in trasferta cosmica, abbottonatissimi e inconcludenti come tutti gli esperti degli enti di questa terra. Assistiamo anzi a una loro seduta, e questo fa proprio cascare le braccia se nutrite qualche speranza di trovarvi davanti un divertente millennio. Figuratevi la più nuda e schematica sala di consiglio con dei tavoli scheletrici e otto, dieci persone immusonite, sedute intorno. Vagamente apprendiamo che si sarebbe fatto in qualche parte del cosmo una, diciamo pure, sensazionale scoperta della quale però, secondo una decisione dei mitici Enti, ancora, per il momento, non dovrebbe trapelare nulla sulla terra. Così, questa importante riunione, per cui un autorevole personaggio ha fatto apposta un viaggio interplanetario, si conclude con un nulla di fatto. Proprio quello che succede da noi tutti i giorni.
Dovrebbe esserci però l’interesse spettacolare e prima di tutto, naturalmente, l’interesse di vedere in azione gli stranissimi meccanismi, dato che sarebbe stato addirittura von Braun il consulente tecnico del film. E, in effetti, siamo introdotti nelle cabine di comando. Entriamo nelle stanze di ibernazione dove, dentro custodie metalliche simili a casse di mummie, stanno, sorvegliati continuamente da un sistema di auscultazione elettronica, i tecnici che in futuro dovranno prendere il posto dell’attuale equipaggio per sostituirlo nei successivi decenni.
Tutto questo è curioso, e se non fosse, almeno per mio gusto, troppo insistito e tirato in lungo, sarebbe interessante. Ma è troppo tirato in lungo. Per esempio, tutti questi incessanti lampeggiamenti di colorati segnali luminosi, dei quali non capiamo il senso e che sono probabilmente fasulli, a un certo momento non fanno più impressione. Quegli stessi andirivieni di capsule che si staccano dall’aeronave gigante e manovrano per loro conto nel vuoto, sono cose da un pezzo abusate nei film di fantascienza.
Ciò che è nuova e inventata è la storia del computer di bordo. Questo super-calcolatore “HAL 9000”, fatto ormai vero e proprio cervello vivente, non solo dirige attraverso operazioni di migliaia di numeri tutte le manovre dell’astronave, ma parla, gioca a scacchi con i piloti e, peggio, è talmente umanizzato che diventa cattivo, per cui, offeso dai dubbi che i due piloti hanno sulla sua efficienza, crudelmente ne fa morire uno. Allora l’altro pilota, David, furibondo, si introduce nel magico penetra-le dove stanno i più gelosi e delicati meccanismi del favoloso cervello e a uno a uno li recide, per cui il mostro elettronico gradatamente si scardina, si affievolisce, si disgrega, agonizza. Sicché, priva della sua guida, l’astronave precipiterà col pilota nell’immenso spazio.
E qui è la parte veramente potente e impressionante del film. Perché questa caduta è vista attraverso una folle, galoppante corsa in un oceano di luci saettanti in ogni direzione, come in un delirante, fiammeggiante abisso. È un superbo pezzo di cosmica, visionaria fantasia.
Il finale resterebbe però inspiegabile alla maggior parte degli spettatori se non si tenesse conto che il film è segretamente imperniato su una chiave einsteiniana. Posta infatti l’identità einsteiniana tra spazio e tempo, si spiega che alla fine noi ritroviamo David (Keir Dullea) centenario e bambino insieme.
E così inspiegabile resterà ai più la presenza di quel mitico monolito a forma di parallelepipedo, che appare alle origini del nostro pianeta e che milioni di anni dopo si ritrova sulla luna, e infine appare, dilatato e oscillante, sospeso nello spazio. Sarebbe il magico monolito magnetico, simbolo dell’infinito. E va bene, ma come fa lo spettatore a capire tutte queste cose se non gliele spiegate?
Da , Il Corriere della Sera, 5 gennaio 1969 ,Filippo Sacchi

L’esorcista
Un’equipe di archeologi è al lavoro su un sito in Iraq;durante gli scavi uno di loro dissotterra una statuetta raffigurante il demone Pazuzu. Alla scena assiste padre Merrin,un sacerdote,che rimane molto colpito dalla cosa. La scena si sposta a Georgestown,dove l’attrice Chris si è trasferita con la figlia Regan;durante la lavorazione del film nota un sacerdote,padre Damian,che è ancora sconvolto per la perdita della madre,alla quale si rimprovera di non essere stato abbastanza vicino.
Un nuovo cambio di scena:Regan va dalla mamma,e le chiede di poter dormire con lei,perché,a suo dire,il letto si muove,non lasciandola riposare.
Qualche sera più tardi Chris organizza una serata,a cui partecipano il regista del film,Burke,e padre Dyers;durante la cena Regan scende le scale,e mentre orina sul pavimento guarda Burke e gli dice :”tu morirai presto” E’ questo il vero inizio del film,che fino alla scena descritta ha vissuto di una tensione palpabile,espressa dai volti di Chris e di Regan,entrambe alle prese con gli strani fenomeni a cui sembra soggetta la ragazzina.
Chris decide di portare Regan in ospedale per degli accertamenti,che però non danno risultati;accade invece che Burke viene trovato morto giù dalla scala che porta in camera di Regan.
Il tenente Kinderman,incaricato delle indagini,sospetta un omicidio e si reca da Chris;la quale,a questo punto,è convinta che la figlia,in qualche modo,sia coinvolta nella morte dell’amico. Le visite psichiatriche a cui viene sottoposta Regan non danno alcun esito,mentre la ragazzina inizia a comportarsi in modo violento,arrivando ben presto a cambiare voce e,in alcuni casi,anche i lineamenti del volto.
Chris decide,disperata,di consultare padre Damian,che dopo una serie di visite alla ragazza,si convince che sia posseduta dal diavolo;chiede pertanto ai suoi superiori di poter sottoporre Regan ad una pratica di esorcismo. La situazione precipita,e nella stanza della ragazza accadono fenomeni assolutamente straordinari;la ragazza si solleva dal letto come in levitazione,parla in lingue sconosciute,bestemmia e si comporta come chi è davvero posseduto da un’entità estranea,diabolica.
Damian,inesperto in esorcismi,chiama affianco a se padre Merrin,che riconosce immediatamente il demone che possiede Regan;durante la prima drammatica seduta di esorcismo,Damian cede quando il diavolo,per bocca di Regan,parla con la voce di sua madre;padre Merrin lo fa uscire dalla stanza,ma quando Damian torna,trova il vecchio sacerdote morto,stroncato da un infarto.
Damian si lancia contro Regan,sfida il diavolo ad impossessarsi di lui,e quando ciò avviene,si getta fuori dalla finestra,morendo sul selciato.
Regan è libera,è può finalmente abbracciare sua madre. L’esorcista è in assoluto uno dei film più belli sul tema della possessione,forse il più rigoroso e meglio girato;il perfezionista Friedkin non lesinò tutte le astuzie del mestiere per rendere veritiere le scene,incluso il trucco di abbassare la temperatura della stanza dell’esorcismo per creare la condensa dell’alito,o utilizzare il pasticcio di piselli che Regan vomita addosso al sacerdote senza avvisare l’attore della trovata.
Assecondato da ottimi attori,Friedkin riesce a girare un film in cui la tensione è palpabile in ogni singola scena,creando una maschera,quella di Regan,che per lungo tempo fece venire gli incubi agli spettatori. Splendida la colonna sonora di Mike Oldfield,Tubular bells,mentre una citazione particolare va al cast,con le bravissime Linda Blair (Regan) ed Hellen Burstyn (Chris),oltre al gigante Max Von Sidow (padre Merrin) e Jason Miller (padre Damian). Il film ha avuto due seguiti e due prequel.
L’esorcista
un film di William Friedkin. Con Lee J. Cobb, Max von Sydow, Ellen Burstyn, Linda Blair, Jason Miller, Kitty Winn.
Genere Horror, colore 120 minuti. – Produzione USA 1973.
Max von Sydow: Padre Lankaster Merrin
Jason Miller: Padre Damien Karras
Ellen Burstyn: Chris MacNeil
Lee J. Cobb: Tenente William F. Kinderman
Kitty Winn: Sharon Spencer
Jack MacGowran: Burke Dennings
Linda Blair: Regan Theresa MacNeil
Reverend William O’Malley: Padre Dyer
Barton Heyman: Dr. Klein
Peter Masterson: Dr. Barringer, Direttore della Clinica
Rudolf Schündler: Karl
Gina Petrushka: Willi
Robert Symonds: Dr. Taney
Arthur Storch: Psichiatra
Reverend Thomas Bermingham: Tom, Presidente dell’Università
Vasiliki Maliaros: madre di Karras
Titos Vandis: zio di Karras
Wallace Rooney: Vescovo Michael
Donna Mitchell: Mary Jo Perrin
Roy Cooper: Jesuit Dean
Robert Gerringer: Senatore al Party
William Peter Blatty: Producer
Mary Boylan: Primo paziente
Richard Callinan: Astronauta
Yvonne Jones: Infermiera del Bellevue
John Mahon: Direttore del laboratorio del linguaggio
Reverend John Nicola: Prete
Vincent Russell: vagabondo della metropolitana
Regia: William Friedkin
Soggetto: William Peter Blatty (romanzo)
Sceneggiatura: William Peter Blatty
Fotografia: Owen Roizman, Billy Williams
Montaggio: Norman Gay, Evan A. Lottman, Bud Smith
Effetti speciali: Marcel Vercoutere
Musiche: Mike Oldfield, Jack Nitzsche
Tema musicale: Mike Oldfield, Tubular bells
Scenografia: Bill Malley
Il demone è bugiardo. Mentirà per confonderci e alle menzogne mescolerà anche la verità per aggredirci.
Anche il Diavolo spesso è tentato dal fare del bene contro la sua volontà.
Giornata ideale per un esorcismo (Il demone rivolto a padre Karras)
Demi… perchè hai fatto questo a me, Demi ? Perchè ? (la madre di Karras, ispirata dal demone)

Emmanuelle
Emmanuelle,tratto dal romanzo della Arsan,è il primo,grande successo del cinema erotico degli anni settanta;un film che riesce a mantenersi sul difficile confine tra erotismo e pornografia,e ancor più in bilico tra cinema da voyeur e cinema con una qual certa eleganza.

Emmanuelle è la moglie di un diplomatico francese che,durante un viaggio in aereo,si concede ad un sconosciuto;giunta in Thailandia,meta finale del suo viaggio,conosce dapprima i segreti dell’amore lesbico con la studiosa Bee e poi,con l’incoraggiamento di Mario,esperienze sessuali con persone sconosciute. Il tutto trattato con una certa eleganza formale,come del resto avviene nel libro della Arsan,in cui Emmanuelle ha rapporti sessuali sempre improntati ad un certo snobismo con appartenenti alla sua classe sociale,la buona borghesia. Non è la donna che si da a tutti,ma che sceglie,che è consapevole del suo fascino e che quindi pretende un suo ruolo dominante,non passivo.
Just Jaeckin ,il regista del primo film dedicato all’eroina del sesso,sceglie come protagonista una giovane attrice di origine olandese,Sylvia Kristel,all’epoca del film appena 21 enne;una scelta intelligente,perchè la Kristel,pur non bellissima,ha esattamente l’aria esotica che la Arsan aveva creato attorno al suo personaggio. Un personaggio che però finirà per condizionare pesantemente la carriera dell’attrice,che non riuscirà mai più a liberarsi dell’aria erotica del personaggio che le si era cucito addosso.
Emmanuelle ebbe numerosissimi sequel,quattro dei quali interpretati dalla Kristel,che ad un certo punto ne ebbe abbastanza e mollò il personaggio. La stessa Kristel ha di recente pubblicato un libro confessione,nel quale racconta di come il personaggio di Emmanuelle le abbia cambiato la vita,e di come il cinema le abbia dato fama e notorietà,ma anche problemi di dipendenza da droga.
Emmanuelle, un film di Just Jaeckin. Con Sylvia Kristel, Alain Cuny, Marika Green, Daniel Sarry. Genere Erotico, colore 95 minuti. – Produzione Francia 1973.





Sylvia Kristel: Emmanuelle
Alain Cuny: Mario
Marika Green: Bee
Daniel Sarky: Jean
Jeanne Colletin: Ariane
Christine Boisson: Marie-Ange

Regia Just Jaeckin
Soggetto Emmanuelle Arsan (romanzo)
Sceneggiatura Jean Louis Richard
Produttore Yves Rousset-Rouard
Casa di produzione Trinacra Films e Orphee Productions
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Richard Suzuki
Montaggio Claudine Bouché
Musiche Pierre Bachelet
Costumi Sylvia Panijel, Georges Bril (costumi uomini)
Trucco Christiane Fornelli

Emanuela Fallini: Emmanuelle
Bruno Alessandro: Mario
Paola Mannoni: Bee
Michele Kalamera: Jean
Marzia Ubaldi: Ariane

“Emmanuelle sale a Londra sull’aereo che deve condurla a Bangkok.
L’odore di cuoio nuovo, simile a quello che anche dopo anni di uso conservano le vetture britanniche, lo spessore e il silenzio delle moquettes, un’illuminazione da altro mondo, sono ciò che percepisce al suo primo impatto con questo ambiente in cui si avventura per la prima volta.
Non capisce cosa le sta dicendo l’uomo sorridente che le fa da guida; eppure non se ne preoccupa.”
Il fiore delle mille e una notte
Dopo Decameron e I racconti di Canterbury,due libri della tradizione classica scritti da due soli autori,Pasolini utilizza ancora un libro classico,Le mille e una notte,una raccolta di storie creata in un periodo di tempo imprecisato,non più quindi composto organicamente,ma assolutamente disomogeneo almeno nello stile narrativo.
Il fiore delle mille e una notte conclude così la trilogia della vita;ed è anche il film più solare di Pasolini,pur essendo quello che ha avuto minor successo di pubblico. Pasolini abbandona il tema del potere che annichilisce il popolo,a cui resta ben poco per essere felice (il sesso è solo una estrema ratio,l’unica vera fonte di sopravvivenza e di vita),e approda ad una serie di storie in cui i veri protagonisti sono l’amore,la fatalità,il destino e anche la morte.
Il tema conduttore comune della vita dell’essere umano,in pratica;l’uomo è capace di vivere in armonia quando si spoglia delle convenzioni sociali,affidandosi ad una gioio
sa sessualità,la vera arma della gente,in contrasto con la cupa sessualità del Decameron,in cui il regista aveva pesantemente attaccato la morale cattolica,pronta a condannare il sesso salvo poi praticarlo all’interno dei luoghi deputati al culto,i conventi,per esempio.Non c’è nulla di tutto ciò nel Fiore delle mille e una notte;la sessualità è libera e spontanea,il che mostra il fascino che aveva indubbiamente la cultura arabo-orientale sullo scrittore;e la scelta di utilizzare ancora una volta un cast di persone prese letteralmente dalla strada testimonia il tentativo del regista di avvicinare la recitazione allo spirito autenticamente popolare dei racconti da cui ha tratto i film della trilogia.
Il film inizia con la scena di un mercato,dove la schiava Zumurrud sceglie di farsi acquistare da un giovane,Nur-er-Din,al quale da i soldi del riscatto.Tra i due c’è immediatamente amore,un amore spontaneo,che termina bruscamente con il rapimento della bella Zumurrud (interpretata da Ines Pellegrini),e che il giovane ritroverà,dopo lunghe traversie,solo alla fine del film,nei panni del re Sair.
Le scene cambiano,e cambiano anche i racconti,mentre paesaggi esotici,splendidamente fotografati,si aprono davanti agli occhi dello spettatore;dallo Yemen all’Etiopia,passando per il Sudan e l’India, lo splendore e la magnificenza,il fascino misterioso dei luoghi si mescola in maniera sapiente ad altre quattro storie.
Nella storia successiva,Hamud e Zeudi,un anziano e una splendida donna,osservano due ragazzi fare l’amore,mentre loro devono decidere chi dei due sia il più bello,per passare ad una storia dolorosa,quella di Aziz,che si innamora di una bellissima e misteriosa donna,che lo evirerà.
Ancora,la storia di due monaci e poi quella della principessa Dunya,che raccontano le loro vite,in cui si intuisce come il destino abbia sempre in riserbo qualcosa di imprevedibile;tutte storie dove la componente sesso è abbastanza esplicita,con l’esposizione di numerosi nudi maschili.
Che però diventano assolutamente e totalmente innocenti,immersi come sono in un candore assoluto;le immagini non hanno nulla di erotico,e diventano quasi una tela impressionista,un a parte integrante di un paesaggio sospeso,che fatalmente,secondo il punto di vista del regista,è destinato a scomparire,preda della società consumistica,con i suoi miti e le sue apparenze.Una visione,quella di Pasolini,serena e gioiosa,che non era mai stata presente nei film precedenti,in cui si nota l’ammirazione e la simpatia per una cultura fatta di cose semplici;un film che contrasta in maniera copernicana con il film successivo,l’ultimo del grande regista,Salò.In cui le cose cambiano radicalmente,trasformando la vita in un concerto di morte,nella distruzione assoluta a e totale della vita da parte del potere;una visione da incubo che avebbe avuto chissà quali sviluppi se purtroppo Pasolini non fosse stato assassinato durante le riprese.
Il fiore delle mille e una notte
Un film di Pier Paolo Pasolini. Con Franco Citti, Ninetto Davoli, Ines Pellegrini, Christian Alegny, Margareth Clementi.
Genere Fantastico, colore 130 minuti. – Produzione Italia 1974.
Ninetto Davoli: Aziz
Tessa Bouché: Aziza
Franco Citti: il genio
Franco Merli: Nur-e-Din
Ines Pellegrini: Zumurrud
Abadit Ghidei: Principessa Dunya
Alberto Argentino: Principe Shahzmah
Francesco Paolo Governale: Principe Tagi
Salvatore Sapienza: Principe Yunan
Giana Idris: Giana
Fessazion Gherentiel: Berhane
Regia: Pier Paolo Pasolini
Soggetto: Le mille e una notte
Sceneggiatura: Dacia Maraini
Fotografia: Giuseppe Ruzzolini
Montaggio: Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi
Musiche: Ennio Morricone
Scenografia: Dante Ferretti
“Non si può immaginare fino a che punto fosse dolce Pier Paolo e quanta la sua capacità di complicità, i suoi silenzi, perché era un uomo estremamente silenzioso, che parlava molto poco, poteva stare delle ore senza dire una parola, però la sua presenza era sempre lì, non mancava mai agli amici, la sua compagnia durante i viaggi (noi abbiamo fatto moltissimi viaggi insieme, in Africa, per esempio), avevamo molte cose che ci accomunavano: per esempio, la curiosità sociale, l’interesse e il desiderio di conoscere meglio e di frequentare il mondo di chi è impedito o comunque di chi è privo degli strumenti della cultura e di chi addirittura è menomato da questo punto di vista” Dacia Maraini
“Il fiore delle Mille e una notte è una sorta di affresco di un mondo, passato e presente quel Terzo Mondo dal il quale il regista, da qualche anno, si sentiva particolarmente affascinato e attratto e attraversato da un grande senso di serenità e di sensualità mai presente prima, in questo modo, nei film di Pasolini. Egli mette in scena, dunque, il suo sogno, la sua idealizzazione e mitizzazione del Terzo Mondo. In tal modo, il sesso viene liberato dagli aspetti legati al reciproco possesso, alla prevaricazione, al predominio. Vi è pienamente realizzata una libertà sessuale che è anche simbolo di purezza dei sentimenti, che fa sì che il sesso non appaia mai né morboso né osceno, ma rappresenti invece un dono reciproco, innocente e delicato, soprattutto libero da inibizioni e sovrastrutture culturali.
Pasolini esprime, con Il fiore delle Mille e una notte, un cinema di pura poesia delle immagini, riuscendo a trovare un sereno equilibrio tra alcune componenti essenziali già presenti nei suoi film precedenti, particolarmente in Edipo re e in Medea: il richiamo prepotente alla sessualità e la grandiosa maestosità dei paesaggi, ricchi di valenze pittoriche e di un acuto, sensibilissimo senso artistico. ”
Nico Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi, Torino 1989
“Dall’omonima raccolta di novelle arabe, sistemata in forma canonica intorno al 1400: nella storia di Nur-er-Din che cerca Zumurrud, l’amata rapita, e la ritrova sotto le spoglie maschili del re Sair sono contenute, come in una scatola cinese, le altre quattro. “La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni” è la citazione che fa da filo conduttore all’ultima parte della cosiddetta “trilogia della vita”, tutta sotto il segno dell’esaltazione del sesso e della morte incombente. Dei 3 film appare come il più sereno e risolto, probabilmente perché la natura stessa della raccolta araba aveva esentato l’autore da ogni obbligo di fare i conti con la storia e il potere, qui sostituiti dalla forza trascinatrice della fatalità e dei sentimenti assoluti.” Morandini
Stabilimenti Labaro Film, Roma
Yemen del Nord
Yemen del Sud
Persia
Nepal
Etiopia
India
Cleopatra

La lotta per il potere tra Caio Giulio Cesare e Pompeo è ormai alla fine;Cesare affronta nell’ultima battaglia il rivale,lo sconfigge e lo insegue per i mari,fino in Egitto,dove Pompeo chiede aiuto a Tolomeo XIV,fratello di Cleopatra,con la quale è in lotta per il trono d’Egitto.
Per inimicarsi il vincitore,Tolomeo fa uccidere e decapitare Pompeo,ma Cesare,inorridito,e soprattutto per dare una lezione a chiunque avesse attentato alla vita di un romano,decide di mettere sul trono d’Egitto la bellissima Cleopatra.
Il fascino della donna,le sue arti di seduzione,vincono ben presto il cuore del condottiero romano,e i due diventano amanti,tanto che dalla loro unione nasce un figlio,Cesarione. Cesare porta con se la regina a Roma,dove però viene ucciso da una congiura organizzata dal figliastro Bruto,in collaborazione con Cassio.
Ad Antonio,generale romano,viene affidato l’incarico di inseguire i due fuggitivi;Antonio arriva in Egitto,e anche lui si innamora della bellissima Cleopatra,che nel frattempo è ritornata nel suo paese.
Elizabeth Taylor è Cleopatra
La passione tra i due sfocia inevitabilmente in una congiura di corridoio a Roma,dove Antonio viene visto come un nemico della patria,avendo scelto di restare in Egitto con la sua amante. E’ l’erede di Cesare,Ottaviano,che ad Azio sconfigge le poche legioni fedeli a Antonio e a Cleopatra,che,perduti,decidono di darsi la morte. Polpettone storico in stile peplum,Cleopatra costò una cifra spropositata,e il non felice esito ai botteghini mandò quasi in rovina la 20th Century Fox,che aveva investito moltissimo nel titanico lavoro di Mankievitz;Cleopatra venne girato negli studi di Cinecittà,a Roma,con uno sfarzo imponente,ma con scarsa aderenza storica.
Tutto appare troppo grande,dalla profusione dei costumi fino alla bellezza davvero eccessiva di Cleopatra,della quale,storicamente,si elogiava solo la cultura e il fascino,doti che potrebbero appartenere anche ad una donna non bella.Il film portò comunque alle stelle la notorietà di Elizabeth Taylor,assolutamente inarrivabile nella sua straordinaria bellezza,e si trasformò in una miniera di gossip per anni,grazie allo sbocciare della storia d’amore tra Liz e Richard Burton,l’Antonio del film.
In pratica Cleopatra fu uno degli insuccessi più clamorosi della storia del cinema;i motivi sono da ricercare probabilmente nello scarso fascino che esercitò il film sulle platee mondiali,unito probabilmente all’eccessiva lunghezza dello stesso.
Cleopatra
un film di Joseph L. Mankiewicz. Con Elizabeth Taylor, Richard Burton, Rex Harrison, Hume Cronyn, George Cole, Pamela Brown,
Roddy McDowall. Genere Storico, colore 243 minuti. – Produzione USA 1963.
Elizabeth Taylor: Cleopatra
Richard Burton: Antonio
Rex Harrison: Giulio Cesare
Pamela Brown: High Priestess
George Cole: Flavio
Hume Cronyn: Sosigene
Cesare Danova: Apollodoro
Kenneth Haigh: Bruto
Andrew Keir: Agrippa
Martin Landau: Rufio
Roddy McDowall: Ottaviano – Cesare Augusto
Robert Stephens: Germanico
Francesca Annis: Eiras, Cleopatra’s handmaiden
Gregoire Aslan: Potino
Martin Benson: Ramos
Herbert Berghof: Teodoto
John Cairney: Febo
Jacqui Chan: Lotos, royal taster
Isabelle Cooley: Charmian
John Doucette: Achilla
Andrew Faulds: Canidio
Michael Gwynn: Cimber
Michael Hordern: Cicerone
John Hoyt: Cassio
Marne Maitland: Euphranor
Carroll O’Connor: Casca
Richard O’Sullivan: Faraone Tolomeo XIII
Gwen Watford: Calpurnia
Douglas Wilmer: Decimo
Regia: Joseph L. Mankiewicz
Soggetto: Carlo Mario Franzero
Sceneggiatura: Joseph L. Mankiewicz, Ranald MacDougall, Sidney Buchman
Fotografia: Leon Shamroy
Montaggio: Dorothy Spencer
Effetti speciali:
Musiche: Alex North
Scenografia: Herman Blumenthal, Hilyard Brown, John de Cuir, Boris Juraga, Maurice Pelling, Jack Martin Smith, Elven Webb, Paul S. Fox, Ray Moyer, Walter M. Scott

007 Thunderball-Operazione tuono


Operazione tuono segna il ritorno di Terence Young dietro la macchina da presa;il tandem ormai collaudatissimo con Sean Connery nel ruolo di James Bond prosegue,con la quarta avventura della serie,sempre tratta dai romanzi di Fleming.

Una splendida Claudine Auger è Domino
Largo (Adolfo Celi),il numero 2 della SPECTRE,ha intenzione di rubare da un aereo due testate atomiche con le quali ricattare l’Inghilterra e il mondo.M,il capo dell’Intelligence inglese riceve il messaggio e prima di cedere al ricatto manda in Kenia 007,con l’incarico di fare il possibile per recuperare le bombe.
Qui Bond,con l’aiuto di Domino (una delle donne di Largo),nuova Bond girl,penetra all’interno di una base sottomarina in cui sono custodite le bombe,le recupera,e dopo una furibonda battaglia tra sommozzatori trasportati via aereo ,chiamati da Bond e tra gli uomini di Largo,lea partita fnisce con James che insegue lo yacht di Largo e lo uccide.

Sean Connery è James Bond, Agente 007
Spettacolare e pieno di effetti speciali,prodigiosi per l’epoca in cui venne girato il film,Operazione tuono fu un grande successo di pubblico;meno,ovviamente di critica,sempre pronta a colpire film all’apparenza disimpegnati e fatti per il puro intrattenimento. La Bond girl di turno è la bellissima Claudine Auger,algida e sdegnosa nel ruolo di Domino,pentita di prassi e pronta a seguire il fascino indiscreto dell’agente inglese;ottima la prova di Celi,che disegna un Largo satanico,spietato.
La colonna sonora è cantata da Tom Jones,,cantante assai in voga nel 1965.
007 Operazione Tuono,
un film di Terence Young, con Sean Connery,Claudine Auger, Bernard Lee,Lois Maxwell,Desmond Llewelyn,Rik Van Nutter,Adolfo Celi,Luciana Paluzzi, Guy Doleman,Philip Locke
Martine Beswick,Molly Peters colore 129 minuti. – Produzione Gran Bretagna
James Bond Sean Connery
Felix Leiter Rik Van Nutter
Fiona Volpe Luciana Paluzzi
Emilio Largo, SPECTRE #2 Adolfo Celi
Dominique ‘Domino’ Derval Claudine Auger
Count Lippe Guy Doleman
Paula Caplan Martine Beswick
M Bernard Lee
Q Desmond Llewelyn
Miss Moneypenny Lois Maxwell
Major Francois Derval Paul Stassino
Vargas Philip Locke
Regia Terence Young
Soggetto Ian Fleming, Kevin McClory, Jack Whittingham
Sceneggiatura John Hopkins, Richard Maibaum
Fotografia Ted Moore
Montaggio Ernest Hosler
Musiche John Barry, Monty Norman
Tema musicale Thunderball – Tom Jones
Pino Locchi: James Bond
Maria Pia Di Meo: Dominique “Domino” Derval
Giorgio Capecchi: M
Rosetta Calavetta: Miss Moneypenny
Gino Baghetti: Q
Sergio Graziani: Felix Leiter
Rita Savagnone: Fiona Volpe
Cesare Barbetti: Conte Lippe
Mario Mastria: Francois Derval
Sergio Tedesco: Vargas
Giulio Panicali: Ernst Stavro Blofeld
Gianni Bonagura: Wladislav Kutze
Fiorella Betti: Paula Caplan
Valeria Valeri: Patricia Fearing
Così come sei

Giulio è un architetto attempato,vicino alla sessantina. Una vita tranquilla,una moglie,una figlia.
Un giorno,mentre è in visita a Firenze per lavoro,gli viene presentata una ragazza,Francesca,figlia di una sua ex. Tra i due inizia una relazione,passionale e torrida,fatta di incontri clandestini;la differenza di età tra i due e notevole,ed un giorno un amico di Giulio resosi conto della relazione tra i due,rende palese un suo sospetto;che Francesca possa essere figlia di Giulio,essendo nata subito dopo la fine della relazione tra l’architetto e la mamma della ragazza,che non ha mai reso noto il nome del padre di Francesca.
Giulio è scosso dalla rivelazione,ma più del timore dell’incesto,gioca la passione autentica che ormai prova per la ragazza;cerca di indagare sulla verità,ma alla fine lascia perdere tutto e continua la sua seconda giovinezza al fianco di Francesca.
Barbara De Rossi
I due,infatti,vanno in vacanza in Spagna,dove si abbandonano al delirio dei sensi;al ritorno Francesca si rende conto che l’esperienza potrebbe bruciarsi nella clandestinità,che hanno vissuto qualcosa di unico e irripetibile,ma che la relazione deve terminare;così,come aveva fatto sua madre,un giorno lo lascia,proprio all’uscita dalla proiezione di un film.

Marcello Mastroianni e Nastassja Kinski
Così come sei affronta un tema scottante,l’incesto,senza però affondare i colpi veramente;per il regista conta più lo scontro generazionale,la morale,l’amore e la passione,la confusa ribellione di anziani e giovani ad un mondo in cui è difficile essere.
Ma alla fine il tutto appare sfumato,senza incidere veramente;Mastroianni appare a disagio,soprattutto nelle scene erotiche del film,mentre la Kinskj è decisamente a suo agio nel ruolo della lolita seduttrice,capace di sfidare le convenzioni per quella che crede sia un’occasione per sfuggire al vuoto che confusamente avverte nella sua esistenza.
Bella la fotografia,con sullo sfondo Firenze,che appare sonnolenta e indolente,come l’erotismo della pellicola e come la passione che lentamente svanisce in Francesca.

Cosi come sei, un film di Alberto Lattuada. Con Francisco Rabal, Nastassja Kinski, Marcello Mastroianni, Giuliana Calandra, Ania Pieroni,Alberto Lattuada, Mario Cecchi, Massimo Bonetti, Claudio Aliotti, Rodolfo Bigotti. Genere Drammatico, colore 109 minuti. – Produzione Italia 1978.
Marcello Mastroianni: Giulio Marengo
Nastassja Kinski: Francesca
Francisco Rabal: Lorenzo
Mónica Randall: Luisa Marengo
Ania Pieroni: Cecilia
Barbara De Rossi: Ilaria Marengo
José María Caffarel: Bartolo
Giuliana Calandra: Teresa
Maria Pia Attanasio: Contessa Archi
Raimondo Penne: Notaio
Claudio Aliotti:
Massimo Bonetti: Allenatore cavalli
Mario Cecchi: Il giardiniere
Adriana Falco: Segretaria di giulio
Rodolfo Bigotti:
Regia Alberto Lattuada
Soggetto Paolo Cavara, Enrico Oldoini
Sceneggiatura Alberto Lattuada, Enrico Oldoini
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione P.C. Ales
Fotografia José Luis Alcaine
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Louis Ducreux, Ennio Morricone, Marc Perrone
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Bona Nasalli-Rocca
Trucco Giuseppe Banchelli












































































































































































































































































































