Il porno shop della settima strada
Siamo a New York; due rapinatori entrano in un negozio, rapinano l’incasso e fuggono.
Quello che non sanno è che l’esercizio è controllato dalla mafia, che notoriamente non ama gli sgarbi.
Così sulla pista dei due rapinatori si muovono due sicari, incaricati di fare giustizia.
Rico e Bob, uno psicopatico, in fuga dai due che li tallonano entrano in un porno shop gestito da Lorna; quello che i due non sanno è che sono caduti dalla padella nella brace, perchè la donna è anche l’amante di un boss della mala.
I due decidono di fuggire portandosi dietro la donna, che durante una breve sosta riesce a lasciare una banconota in una toilette, nella quale indica dove sta andando.
Il terzetto, a cui si aggiunge un uomo di colore, arriva così in un villino che deve servire da base temporanea, ma lo trovano occupato da tre studenti, due ragazze un ragazzo.
Per i tre giovani, ma sopratutto per le due ragazze, Faye e Lola, inizia un autentico incubo, perchè Bob con le minacce cerca in ogni modo di violentarle.
Ma nel villino arrivano i sicari della mafia, che hanno seguito la pista della banconota; i due rapinatori riusciranno a fuggire, con l’aiuto anche dell’uomo di colore, ma senza il bottino.
Faye, la ragazza più ingenua del gruppo di studenti, li deruba abilmente.
Il porno shop della settima strada,diretto nel 1979 da Aristide Massaccesi con l’abitudinario pseudonimo di Joe D’Amato, appartiene al genere thriller-sexy, e risulta operazione tutto sommato discreta, nonostante il cast di basso profilo utilizzato.
Se la storia non è una novità (sembra di vedere un clone di L’ultima casa a sinistra, del quale prende anche un’attrice protagonista dello stesso film Brigitte Petronio), D’Amato cerca con la sua indubbia maestria di mettere abbondanti pezze quà e là, per tappare più che altro i buchi prodotti dallo scarso budget, che impediscono ua cura maggiore.
I personaggi agiscono per puro istinto, e lo si nota da subito; aldilà della rapina ad un locale controllato dalla mafia, errore assolutamente imperdonabile, i due rapinatori sembrano seguire più l’istinto bestiale che la logica.
Finiscono così per farsi irretire dalla scaltra Lorna, che ne uscirà pulita e sopratutto dalla finta ingenua Faye, che befferà tutti sottraendo il malloppo tanto gelosamente difeso.
Nel film, in cui abbondano come al solito nei film di Massaccesi le scene sexy, vennero inserite scene hard, provocando lì’indignazione di Annamaria Clementi, l’attrice che ricopre il ruolo di Lorna, con conseguente causa alla casa di produzione.
Qualche brivido quà e là, causato da scene davvero osè, come la sequenza del biliardo, in cui Bob gioca a biliardo spedendo le palle numerate tra le gambe spalancate della giovane Faye, presa di petto dal film di Avallone Spell-Dolce mattatoio, in cui la “buca” era la govane Monica Zanchi e qualche buona inquadratura non riescono però a sollevare il film da una lentezza che appare costruita proprio per mancanza di una sceneggiatura più elaborata.
Il cast si arrangia; tutto sommato discreta la prova della Clementi, bene Ernesto Colli nel ruolo del folle Bob e poco più che sufficiente la Petronio, al suo ultimo film; la fotografia è all’altezza, per un film che può valere una visione.
Il porno shop della settima strada, un film di Joe D’Amato, con Annamaria Clementi, Brigitte Petronio, Maximilian Vhener,Ernesto Colli Italia 1979, Thriller
Annamaria Clementi: Lorna
Brigitte Petronio: Faye
Maximilian Vhener: Rico
Peter Outlaw:
Christian Borromeo: Frank
Ernesto Colli: Bob
Regia Joe D’Amato
Soggetto Aristide Massaccesi, Tito Carpi
Sceneggiatura Aristide Massaccesi, Tito Carpi
Produttore Aristide Massaccesi, Oscar Santaniello
Casa di produzione Kristal Film
Fotografia Enrico Biribicchi
Montaggio Vincenzo Vanni
Musiche Bruno Biriaco
Scenografia Bartolomeo Scavia
“L’Ultima Casa a Sinistra rivisitata in versione erotica: l’impiegata del Porno Shop (Annamaria Clementi nel ruolo di Lorna) viene rapita per essere sottoposta ad una lunga serie di sevizie perpetrate da un gruppo di malfattori. Dovrà passare la notte in compagnia di altre vittime (Brigitte Petronio e Christian Borromeo) costrette a compiere atti forzati di sesso. A dispetto del titolo il porno (dosato) compare solo nella versione hard, con inserti posticci (ad esempio il blow job di Annamaria all’interno del negozio). Buon thriller-erotico.
Hard leggero con velleità di R&r che però suonano frustrate da una esagerata staticità e poca cura dei particolari. Un paio di guizzi nella figura dello schizzato che gioca a biliardo e nella massima di uno dei rapitori “si guadagna più con una pistola che con tre lauree”. Tra le presenze femminili si ammira la Clementi. La parte thrilling scorre via senza lasciar traccia, anzi è risibile.
Tra gli erotici “d’annata” di D’Amato, sicuramente uno dei migliori, se non IL migliore. In realtà, nonostante le scene prettamente sexy siano abbastanza numerose (la versione insertata ha anche qualche timida scena hard), il film è un thriller claustrofobico, in cui la psicologia dei personaggi (vittime e carnefici) viene ben esaminata, seppur con qualche ingenuità. Il tutto sa molto di fumettone pulp anni ’70, di quelli vietati ai minori, tutto sesso, violenza, battute da duri, rapine e via dicendo, il che non è necessariamente un male!
Bel film di D’Amato; se si tolgono i due rapinatori (uno sembra davvero un maniaco sessuale, l’altro non convince per niente) e i mafiosi (per nulla convincenti), rimane un mediocre ma nonostante tutto gradevole erotico-azione. Le parti hard sono falsissime e prese da porno autentici, mentre ci sono alcune scene erotiche molto belle. Finale a sorpresa.
Si parte da una buona, anzi ottima idea. Dal pornoshop, con ricchi elementi per stuzzicare la fantasia del pervertito, fino alla casa/prigione, con sindrome di Stoccolma incorporata. L’ambiente di genere 70/80, metropolitano a stelle e strisce, fa il suo sporco effetto, ma forse gli aspetti positivi finiscono qui. I personaggi, nonostante ci provino con tutte le loro forze, restano lontani dall’esprimere quella suprema malvagità necessaria in ogni R&r che si rispetti. L’atmosfera è opaca, non malata, mentre gli inserti hard peggiorano soltanto le cose.
Rape & revenge duro e crudo, che però non aggiunge nulla a un genere già saturo. Allungato con inserti hard, visibilmente controfigurati, che spezzano la monotonia di dialoghi fumettistici e surreali, ma la parte thriller è troppo sciatta e anche il colpo di scena finale lascia indifferenti. Ernesto Colli, caratterista specializzato in ruoli da mattacchione, è come non mai valorizzato (o mortificato, fate voi) nel ruolo del demenziale maniaco. Non inguardabile, ma lontano da quella fusione di erotismo e thriller di Emanuelle e Francoise.”
L’assassino ha riservato nove poltrone
Nove persone e una decima che si nasconde nell’ombra di un teatro, all’apparenza vuoto, di proprietà di uno dei 9.
Patrick Devenant invita otto suoi amici (ma il termine è decisamente eccessivo) a trascorrere una serata in un suo teatro, completamente vuoto.
Così i 9 arrivano a destinazione; immediatamente ci si rende conto che tra di essi non regna l’armonia, anzi.
Sembrano esserci antipatie e anche odio, oltre ad asti dovuti a svariati motivi.
Cè’ Patrick che ha una relazione con Vivian, Rebecca Davenant che ha una relazione lesbica con Doris, Lynn Davenant con Duncan Foster, c’è Kim che ha una relazione con Russell e infine c’è Albert; un gruppo assolutamente eterogeneo di persone, che ben presto però verrà coinvolto in una spirale di morte.
La prima a cadere è la giovane Kim, uccisa mentre recita davanti al gruppo; subito dopo tocca a Doris, schiacciata tra due pesanti porte.
Paola Senatore
E’ poi la volta di Rebecca, straziata a pugnalate e corcefissa, poi toccherà a Russell, impiccato…..
Uno dopo l’altro gli sventurati ospiti di Davenant cadono vittime del misterioso assassino; dal teatro non è possibile uscire in alcun modo, perchè l’assassino ha inchiodato le porte.
Riuscirà qualcuno a sopravvivere?
L’assassino ha riservato nove poltrone , film del 1974 diretto da Giuseppe Bennati su sceneggiatura dello stesso unitamente a Paolo Levi è un thriller con connotazioni soprannaturali.
Un film decisamente in tono minore, sopratutto per lo stanco espediente di ricalcare per l’ennesima volta la trama di 10 piccoli indiani della Christie e sopratutto penalizzato da una sceneggiatura assolutamente ostica, in cui è difficile districarsi nonostante il finale in qualche modo cerchi di spiegare ciò a cui abbiamo assistito.
La lunga teoria di morti non da tensione al film, che appare molto slegato; tuttavia l’efferatezza delle scene rende quanto meno poco soporifero il film, afflitto da ua cronica mancanza di tensione.
Tra un morto ammazzato e l’altro troppe pause, che il regista cerca di colorare di sexy mostrando le varie protagoniste in abiti succinti, risparmiando solo la Schiaffino.
Eros e tanatos, quindi, presenti in ogni buon thriller anni settanta ma in un amalgama davvero imperfetto.
Poca colpa va attribuita agli attori, che appaiono spaesati più dal dover recitare in un luogo vuoto in cui non è presente una minaccia visibile (l’assassino sembra un’ombra dell’aldilà, cosa che rende ancor più increibile il film) che per colpe specifiche o mancanze proprie.
Nel cast c’è Eva Czemerys, che interpreta Rebecca, alle prese con una relazione lesbica con Dorys, interpretata da Lucrezia Love; se la prima mostra qualche imperfezione recitativa, la seconda appare davvero svagata e fuori parte.
C’è ancora la bella Janet Agren, nei panni di Kim, la prima a morire ammazzata quindi poco giudicabile nel complesso; cè la bella Rosanna Schiaffino, che interpreta Vivian, l’unica delle protagoniste femminili a restare abbottonata e con i vestiti ben calzati addosso.
C’è Paola Senatore, che quanto meno si fa perdonare per la sua bellezza esplosiva e generosamente mostrata, che intepreta una stravagante Lynn, donna dagli ambigui costumi; tra gli uomini vanno segnalati Howard Ross (Russell) e Cris Avram (Patrick), che fanno la loro parte con relativa sufficienza.
Lucretia Love
Janet Agren
Quello che disturba principalmente, nel film, è l’isterismo di cui sembra preda il cast femminile, costretto a usare grida e espressioni di paura per sopperire alla assoluta mancanza di tensione nel film, che alla fine risulta essere l’arma in meno dello stesso.
Un thriller decisamente mediocre, mal diretto e poco attraente.
L’assassino ha riservato nove poltrone ,un film di Giuseppe Bennati. Con Rosanna Schiaffino, Lucretia Love, Howard Ross, Andrea Scotti, Chris Avram, Janet Agren, Paola Senatore, Eva Czemerys,Gaetano Russo
Giallo, durata 92 min. – Italia 1974.
Janet Agren e Lucretia Love
Howard Ross e Rosanna Schiaffino
Eva Czemerys
Rosanna Schiaffino … Vivian
Chris Avram … Patrick Davenant
Eva Czemerys … Rebecca Davenant
Lucretia Love … Doris
Paola Senatore … Lynn Davenant
Gaetano Russo … Duncan Foster
Andrea Scotti … Albert
Eduardo Filipone … L’assassino misterioso
Luigi Antonio Guerra … Caretaker (credit only)
Renato Rossini … Russell (come Howard Ross)
Janet Agren … Kim
Regia di Giuseppe Bennati
Prodotto da Dario Rossini
Sceneggiato da Giuseppe Bennati,Paolo Levi
Musiche di Carlo Savina
Editing di Luciano Anconetani
“L’intreccio narrativo è poca cosa, trattandosi dell’ennesima versione di “Dieci piccoli indiani” adagiata all’interno di un teatro frequentato da gente non proprio esemplare e – come morale “horror” vuole – passabile pertanto di punizione. Ma il folto gineceo femminile attira l’attenzione e dona un plus all’estetica del film: dei gialli questo è forse l’unico esemplare che raduna siffatte bellezze. Né è parco di delitti, prospettati in maniera assai feroce ed intervallati a sequenze d’erotismo (per l’epoca) spinto. Thrillerotico
Interessante pellicola, che incomincia come un classico giallo gotico, incrociato con “Dieci Piccoli Indiani”, ma che presto vira verso il fantastico e il mystery-tale, con risulati originali e border-line. Memorabili gli omicidi, tutti efferati, e il finale nei sotterranei del lugubre teatro.
Partendo da una situazione trita e ritrita (alcune persone che restano intrappolate in luogo chiuso e cominciamo a morire una dopo l’altra sotto i colpi di una mano misteriosa), il regista Bennati è incerto su quale strada prendere e dà così vita ad un film debolissimo e noioso, che si trascina avanti tra situazione viste e riviste, fino ad arrivare ad uno sconcertante finale, che lascia più che interdetti per la sua inconcludenza.
Spesso sottovalutato, è invece uno dei migliori gialli ambientati in luoghi chiusi che io abbia mai visto, che può contare su un nutrito cast di buoni attori (Avram, Ross) e alcune delle migliori bellezze femminili del nostro cinema (Agren, Senatore, Czemerys, Love), che però si spogliano moderatamente. L’atmosfera è assicurata dall’ambientazione nel vecchio teatro e dalle musiche di Carlo Savina (parzialmente riprese da Contronatura). Coraggioso e riuscito lo svolgimento finale.
Buon giallo di vecchio stampo. Lento quanto basta, come deve essere un giallo doc, gode dell’ottima ambientazione teatrale, decisamente efficace e a tratti claustrofobica. L’effetto “siamo in trappola e non ci sono vie di uscita” è formidabile e funzionale al racconto. Rivisto oggi è un film piuttosto invecchiato, forse destinato solo agli aficionados del cinema settantiano italico, ma d’altronde chi altri può avere il desiderio di rivedere questo film?
Grande, grandissimo giallone anomalo e suggestivo. Unica pecca: il ritmo non altissimo e qualche momento di noia (caratteristica quasi insita nel genere!). Per il resto solo cose positive: l’atmosfera malsana, il riuscito incipit di cui avevo letto su Nocturno, l’inquietante maschera dell’assassino, la brutalità degli omicidi. Eppoi il finale, che proprio nel suo crossover di generi (dal thriller al gotico nel breve volgere di una sequenza, come se gli attori, scendendo nei sotteranei, entrassero in un altro film) riesce a spiazzare lo spettatore. Sorprendente.
Interessante anche se molto tardivo rispetto al suo genere, molto più in voga nel decennio precedente. La presenza di Janet Agren e il duo lesbico Czemerys-Love giustificano appieno il ritardo. Non mancano la suspense e neppure le disinibizioni erotiche, almeno a livello concettuale. Una claustrofobia poetica, non fastidiosa e ossessiva. Siamo lontani dai thriller più lugubri di altri registi contemporanei, ma merita di essere visto.
Curiosa ambientazione teatrale, che ispirerà altri registi in seguito. Il film mescola il giallo classico (alla Dieci piccoli indiani) con i toni più maliziosi e violenti del thrilling all’italiana. Come spesso accade in questo tipo di cinema, la regia interrompe la narrazione per indugiare (piacevolmente) sulle grazie femminili, raffreddando però il phatos del racconto. Gli attori se la cavano e l’assassino è molto fantasma del palcoscenico”
Il paramedico
Mario Miglio è un infermiere dalla vita tranquilla; sposato alla splendida Nina, ha un solo handicap, rappresentato dalla teledipendenza della moglie, che passa ore intere davanti alla tv; gli unici rapporti tempestosi che ha sono quelli con il custode dello stabile in cui abita, un maniaco delle pulizie, con il quale, alla fine, litigherà di brutto.
La vita di Mario cambia irreparabilmente per colpa di una bella Fiat Argenta, vinta casualmente.

Rossano Brazzi e Daniela Poggi
L’auto, l’ammiraglia della Fiat anni 80, viene rubata, e da quel momento per Mario iniziano una serie interminabile di peripezie, che lo porteranno ad essere arrestato, perchè l’auto servirà ad alcuni terroristi.
Ma……….
Il paramedico, film del 1982 diretto da Sergio Nasca, è una commedia cucita addosso ad Enrico Montesano, che nei primi anni ottanta godeva di grande popolarità.Il comico romano, con la sua mimica, la sua buffa maniera di parlare, il suo romanesco autentico, bucava lo schermo, tanto che il regista decise di affidargli la parte dell’infermiere furbo, ma sfigato, che vinta una bella auto si da alla pazza gioia non sapendo che di li a poco sarebbero cominciati i suoi guai.
Una commedia però abbastanza singolare, che dopo una buona metà del suo percorso sembra diventare qualcosa d’altro, finendo però per restare un’incompiuta.
Il personaggio di Mario però non va oltre i confini della macchietta, tant’è vero che Montesano, di solito straripante, in questo film appare impacciato e spaesato.
Accanto al comico romano si muove Edwige Fenech, in una delle sue ultime apparizioni cinematografiche; la bella attrice difatti avrebbe concluso la sua carriera sei anni dopo, con all’attivo solo altre due apparizioni dopo quella nel film di Nasca.
Altro elemento femminile della storia è la splendida Daniela Poggi, quasi sempre senza veli, che sfoggia un fisico da paura; il resto del film vive sulla mimica facciale di Enzo Robutti, che interpreta il Commissario di Polizia, di Rossano Brazzi, nei panni di Augusto Pinna faccendiere legato all’eversione, di Enzo Cannavale, lo sfigatissimo Avvocato Generoso Gallina, che si vanta di non aver mai fatto liberare un suo cliente.
Una commedia di basso profilo, quindi, in cui le battute sono legate solo alla verve di Montesano, che appare spento, come già detto, legato sopratutto all’utilizzo del dialetto romanesco, con contorno di Li mortacci…”e altre frasi tipiche del repertorio popolare romano.
Il paramedico, un film di Sergio Nasca, Con Enrico Montesano, Edwige Fenech, Leo Gullotta, Rossano Brazzi, Enzo Liberti, Enzo Cannavale, Ugo Fangareggi, Enzo Robutti, Franco Diogene, Clarita Gatto, Daniela Poggi, Marco Messeri
Commedia, durata 105 min. – Italia 1982.
Enzo Robutti: Commissario di Polizia
Barbara Herrera: L’ipocondriaca
Daniela Poggi: Vittoria
Enrico Montesano: Mario Miglio
Marco Messeri: Spartaco
Leo Gullotta: Sostituto Procuratore
Edwige Fenech: Nina Miglio
Mauro Di Francesco:
Enzo Cannavale: Avvocato Generoso Gallina
Rossano Brazzi: Augusto Pinna
Pietro Zardini: Guardiano del garage
Regia Sergio Nasca
Soggetto Sergio Nasca, Enrico Montesano
Sceneggiatura Sergio Nasca, Enrico Montesano, Laura Toscano, Franco Marotta, Gianfranco Manfredi
Produttore Fulvio Lucisano
Casa di produzione Italian International Film
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Giuseppe Aquari
Montaggio Enzo Siciliano
Musiche Armando Trovajoli

“Stranissima pellicola d’impianto comico, ma che vira, nel secondo tempo, verso atmosfere cupe e seriose: le implicazioni dei media sulla circolazione di “false notizie”, la P2 – chiamata nel film B2 – e alcune connessioni tra magistratura (un bravo Leo Gullotta) e potere politico. Ottimo il cast, che brilla (nella compagine femminile) per la bellezza (e bravura) di una sublime Daniela Poggi. Enzo Robutti è un nevrotico commissario (e ricorda quello di Zucchero, miele e peperoncino). Montesano a tratti è retorico, ma convincente.
Classico “Montesano-movie” di onesta fattura, uscito nel suo miglior periodo artistico. Il film di Nasca ha la virtù di aver sfruttato l’allora attuale argomento della “loggia P2” per imbastire una sorta di commedia brillante che, nel secondo tempo, strizza l’occhio allo “spy movie all’amatriciana”. La prima parte risulta decisamente riuscita e brillante, la seconda invece ha dei cali piuttosto evidenti. Sponsor, nel film, l’allora novità in casa Fiat: l’ammiraglia “Argenta”.
Ambiziosa commedia che vorrebbe farsi indignata ma nun gne affà. Questo principalmente per la scelta sbagliata del protagonista, che pure nei momenti drammatici continua a fare il comico. Con un attore come Manfredi o Dorelli sarebbe stato un piccolo gioiellino. Del resto nemmeno Nasca pare credere troppo all’operazione, probabilmente interessato alla parte invettiva, imbastisce una mezza truffa inducendo il pubblico a credere di trovarsi davanti a un film comico. Tuttavia la confezione è molto buona. Curioso. L’abito non fa il monaco. L’automobile sì.
Un Montesano in grande spolvero in un one-man-show che non può che piacere ai fan dell’attore romano. La storia, improbabile, scorre via liscia senza punti morti, anche perché Montesano non smette un attimo di snocciolare battute su battute: alcune meno felici di altre, certo, ma tale è la quantità che nell’insieme non ci si fa caso. Il cast di contorno è di ottimo livello, con Cannavale in una parte piccola ma molto divertente, una Poggi mozzafiato ed il solito Robutti ai limiti dell’isteria.
Leggere il cast dei film di quel periodo era una botta di vita: Montesano, Fenech, Robutti, Cannavale, Gullotta, Poggi, Di Francesco, Messeri, Brazzi, Monni e Fangareggi. Potrei anche chiudere qui il mio commento, visto che la grandezza del nostro cinema stava proprio nella formazione che veniva messa in campo in ogni pellicola. Naturalmente Montesano è “leader maximo” e gli altri stanno dietro.
Straordinaria prova di Montesano… Il film è pienamente anni ’80: per il genere di automobili che girano, l’arredamente delle case e tanti altri particolari (come il boom delle televisioni private e i loro assurdi programmi). Geniale l’assurda concatenazione di fatalità che porta all’arresto del Nostro… e poi quando decide di “vuotare il sacco” (si fa per dire, visto che in realtà si inventa tutto) gli vengono promessi regali, auto di lusso, ecc… Un film attuale, veramente attuale…”
Miriam si sveglia a mezzanotte
Miriam e John Blaylock sono una coppia sposata; una sera agganciano una coppia di punk in un locale notturno, li invitano nella loro elegante casa e li uccidono succhiando subito dopo il loro sangue.
Miriam, infatti, è una vampira, ormai viva da oltre 40 secoli.
Ha sposato, tre secoli prima, il musicista John, promettendogli la vita eterna.
Mentre accadono questi fatti, la scena si sposta sulla vita di Sarah Roberts, una valente studiosa che da tempo segue il caso di animali soggetti ad un precoce invecchiamento, dovuto ad una decadenza accelerata delle cellule.
Susan Sarandon è Sarah
David Bowie è John
E’ a lei che si rivolge John, un giorno che scopre come anche a lui stia accadendo la stessa cosa; il suo organismo invecchia di colpo a vista d’occhio, e l’uomo si reca nello studio della dottoressa per cerarvi un rimedio.
Ma in sole due ore John passa dalla giovinezza alla vecchiaia, e riesce a malapena a tornare a casa, dopo aver tentato inutilmente di aggredire un giovane di colore per succhiarne il sangue.
John si rivolge disperato a Miriam, chiedendogli di aiutarlo, ma la donna confessa di non poter fare nulla per lui; lei è l’unica ad essere destinata ad essere immortale, per i suoi amanti c’è un destino peggiore della morte.

L’invecchiamento veloce di John
Invecchiati fin quasi ad essere ridotti pelle e ossa, vengono sepolti, dalla diabolica Miriam, in casse mortuarie e conservati in solaio.
Proprio qui Miriam depone il suo ultimo marito, dopo averlo rinchiuso, ancor vivo, in una bara, al fianco di quelle dei suoi numerosi amanti che si sono succeduti nel corso dei secoli.
La donna vede in tv la dottoressa Sarah Roberts e rimane affascinata dai suoi studi; il caso vuole che arrivi a casa sua proprio Sarah, rimasta colpita dal breve colloquio con John, che portava sul suo corpo proprio i segni della malattia da lei studiata.
Miriam la soggioga e ne fa la sua amante, subito dopo la vampirizza.
Quando Sarah si rende conto di quello che le è accaduto, torna da Miriam, appreso il suo destino, decide di morire.
Si auto infligge una profonda ferita con la croce Ank egizia che Miriam porta al collo.
Ma è come se a quel punto venisse meno un sortilegio: Miriam, sconvolta, fugge in solaio dove nel frattempo le anime dei suoi vecchi amanti sono finalmente uscite dai loro sarcofaghi, libere dalla terribile maledizione.
Miriam precipita dal solaio e si schianta sul pavimento, trovando la morte.
Il finale del film vede…………
La celebre sequenza della seduzione
Horror atipico e fuori da tutti i canoni, questo film di Tony Scott, fratello di Ridley; un film decisamente innovativo anche.
Miriam si sveglia a mezzanotte, girato nel 1983, presenta diversi elementi inusuali, a cominciare da una fotografia molto curata e raffinata, che riporta ad opere come Pretty baby, di genere completamente diverso o ai film di Hamilton, senza per questo avvalersi dell’uso esagerato dell’effetto flou.
Inusuale anche per il ritmo e la narrazione stessa del film, che si snoda su binari molto lenti e descrittivi, senza l’utilizzo del solito splatter, di bidoni di sangue e di scene da sobbalzare sulla sedia.
Scott predilige il dialogo, usando una struttura narrativa che crea un’atmosfera rarefatta, in cui le vicende dei coniugi Blaylock sembrano prendere la piega più della storia d’amore disperata piuttosto che la solita brama di sangue tipica dei film con protagonisti eponimi di Dracula.
Se l’atmosfera del film è rarefatta, basata sui dialoghi e sulle atmosfere, le storie dei tre personaggi assumono ben presto l’amaro sapore della tragedia.
Se John pagherà con una fine atroce l’amore per la sua bellissima e incorrotta moglie vampira, Sarah in qualche modo rischierà di fare la stessa fine, e forse a lei sarà riservata la stessa orrenda sorte di miriam, costretta a vivere in eterno uccidendo gli altri per mantenersi giovane, per sfidare in pratica le leggi del tempo e della natura.
Incredibile l’inizio, con scene prese in un locale gotico/punk, in cui imperversa la celebre “Bela Lugosi Is Dead” dei Bauhaus, con ovvi riferimenti al re del cinema muto, uno dei primi vampiri dello schermo; in seguito, quando il film cala di velocità per diventare descrittivo e analitico, ecco apparire la melodia triste di Schubert, suonata da una ragazzina allieva di Miriam e del mairto.
pezzo forte del film è la celebre sequenza lesbo tra Miriam e Sarah, che dura davvero un’eternità, pur non possedendo nulla di morboso o degno di un voyeur; tutti i passaggi sono sottolineati, ovviamente in maniera non casuale, dal canto della schiava Mallika e della principessa Lakmè, tratto dall’opera Lakmè di Léo Delibès.
L’amore tra le due donne è commentato da questa musica, reso visivamente da una fotografia morbidissima e reso quasi pudico dall’utilizzo della dissolvenza e grazie all’ausilio di veli, che nascondono le nudità delle due donne, appena intravedibili.
I baci saffici tra Sarah e l’etera e aristocratica Miriam, sembrano avvolgere il film in un manto di astrazione che rende la scena indimenticabile.

bene anche il finale, nel quale si scioglie la maledizione di Miriam e se ne apre un’altra… forse.
Il cast è ovviamente di assoluto rilievo: mentre a David Bowie è affidato il compito di marito e amante dell’immortale Miriam, alla bionda, algida e aristocratica catherine Deneuve è affidato quello della bellissima Miriam.
Del resto, chi più della bionda attrice francese avrebbe potuto impersonare un vampiro con un aria di superiore altezza rispetto agli altri umani, un’essere del quale innamorarsi perdutamente e altrettanto perdutamente dannarsi l’anima?
Sarah è interpretata da una dolente e bravissima Susan Sarandon, che tratti sembra davvero persa in un’altra dimensione; la simpatia che ispira il suo personaggio dura fino alla fine del film, trascendendo anche un finale in cui ua volta tanto viene demolito il detto che il delitto non paga.
Un’opera di grande fascino, quindi, decisamente molto al di sopra della media, in cui Scott mostra già talento da vendere.
Cosa del resto confermata in seguito.
Miriam si sveglia a mezzanotte, un film di Tony Scott. Con Catherine Deneuve, David Bowie, Susan Sarandon, Cliff De Young, Dan Hedaya, Bessie Love
Titolo originale The Hunger. Horror, durata 97 min. – USA 1983.
Catherine Deneuve: Miriam Blaylock
David Bowie: John
Susan Sarandon: Dottor. Sarah Roberts
Cliff De Young: Tom Haver
Dan Hedaya: Tenente Allegrezza
Bessie Love: Lillybelle
Dan Hedaya … Allegrezza
Rufus Collins … Charlie Humphries
Suzanne Bertish … Phyllis
James Aubrey … Ron
Ann Magnuson … La ragazza della Discoteca
John Stephen Hill Il ragazzo della Discoteca
Shane Rimmer … Arthur Jelinek
Bauhaus … Il gruppo che suona in Discoteca
Regia Tony Scott
Soggetto Whitley Strieber
Sceneggiatura Ivan Davis, Michael Thomas
Produttore Richard Shepherd
Fotografia Stephen Goldblatt
Montaggio Pamela Power
Effetti speciali Martin Gutteridge
Musiche Denny Jaeger
Scenografia Clinton Cavers
“È una pellicola vampiresca, dotata di inconsueta eleganza e di dolce immaginazione. Benché io non ami certo alla follìa David Bowie come attore, devo dire che la scelta sua e quella della algidissima Catherine Deneuve costituiscono un’arma vincente. Un bel film.
Raffinata pellicola sul vampirismo, intrisa di una forte vena d’erotismo che percorre (di fondo) l’intera sceneggiatura. Patinato, cerebrale, intriso di una componente di romanticismo quasi stucchevole, ma nobilitato da una colonna sonora vivace ed interessante. Deputato inizialmente alla regia, Alan Parker ha ceduto la mano al più commerciale Tony Scott…
Film di vampiri che può vantare una bella fotografia e ottimi attori. Per il resto la storia scorre molto (troppo) lenta e non mostra particolari innovazioni. L’esordio cinematografico di Tony Scott (fratello del ben migliore Ridley) è un film discreto e con tutta probabilità resta anche il suo migliore. Il film ha dato spunto per una serie di telefilm (credo prodotta proprio da Scott).
Una Catherine Deneuve stupenda (controfigurata nelle scene lesbiche con la Sarandon). Il sangue che dona la vita è ossessione della protagonista (visto la sua natura) e soprattutto di Bowie, vampiro suo amante, che invecchia senza possibilità di scampo e che si consola presto con la Sarandon. Scene di sesso patinate, ottima ambientazione chiusa (l’appartamento della vampira). Ricordo anche una bella scena sanguinaria. Anche per me supera bene i due pallini, senza ombra di dubbio.
Ottima pellicola girata dal fratello di Ridley Scott, che in questa occasione (e non solo in questa) dimostra di saper usare molto bene la macchina da presa, caratterizzando il film con una regia altamente professionale. La sceneggiatura è intrigante e la Deneuve splendida ed ambigua. Perfetto anche Bowie con il suo personaggio e incredibile la sequenza con cui invecchia velocemente. Ottimo esordio registico, un film che consiglio vivamente.”
Incontri molto… ravvicinati del quarto tipo
Una bella professoressa di astrofisica, che insegna all’università e vive in campagna accudita da una giovane cameriera veneta sogna di incontrare gli extraterrestri.
Tre giovani studenti, che bramano la loro insegnante, decidono così di affittare dei costumi da alieni incluse delle finte armi aliene e irrompono nella casa di campagna, dove, con la scusa di studiare il corpo umano, finiscono per approfittare della situazione.
A correre in aiuto della professoressa è un vicino, con una bella e giovane moglie.
Una volta andato via il vicino, i tre dapprima avranno rapporti con la professoressa e con la cameriera, infine con la vogliosa vicina.
L’imbroglio verrà scoperto, con buona pace di tutti.
Incontri molto… ravvicinati del quarto tipo si caratterizza per una serie interminabile di primati; è il film più scombinato, peggio recitato, più trash della cinematografia italiana, a pari merito con un altro film delirante, La croce delle sette pietre.
Un film nel quale già dalla trama, scopertamente boccaccesca, si capisce in che genere di film ci si appresta ad imbattersi.
Tutto è chiaro dopo poche battute; i tre goliardici giovinastri, vestiti da improbabili marziani, intendono godersi le grazie di Emmanuelle (la professoressa), che già nel nome rimanda all’eroina della Arsan, e finiscono anche per godere di quelle della cameriera di Emmanuelle, la solita disinibita e improbabilissima veneta Monica Zanchi e quelle della bella Marina Daunia, moglie del cornuto vicino della professoressa.
Mario Gaiazzo, che intendeva fare una parodia del fortunato film di Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo, sceneggia una sguaiata, becera e improbabile commedia erotica, ma non fa in tempo a dirigerla per un incidente accaduto sul set del film.
Viene quindi sostituito da Gianfranco Baldanello, che si arrangia con i pochi soldi della produzione ( e si vede), usando come set una casa di campagna e il vicino fiume.
Il film, alla fine, deve essere costato quanto una brioche con cappuccino, visto che di attori se ne contano dieci, che gli effetti speciali consistono in tre costumi anche divertenti, con la prolunga fallica sull’elmo dei marziani, che di costumi se ne usano pochi, visto che le tre protagoniste sembrano avere una speciale allergia a tutti i tipi di tessuto.
Il prodotto finale è un pasticcio erotico in cui non si può davvero salvare nulla, tant’è vero che nel corso degli anni il film è diventato un’icona del cinema di serie Z, una vera perla trash ricordata sopratutto per qualche ardita scena dello stesso.
Una delle quali vede impegnate in un rapporto saffico la Baxa e la Zanchi, le due vere protagoniste del film, con un primo piano in cui la Zanchi bacia le parti intime della Baxa; una scena al calor bianco, nella quale non sembrano essere state usate controfigure.
La pellicola si snoda quindi tra gli approcci dei tre furbacchioni ai danni delle due donzelle, che alla fine scopriranno la verità dando il via ad un’orgia in cui i tre giovinastri, già paghi di aver goduto delle loro grazie, nonchè di quelle della moglie del vicino, sembrano farsi onore fino in fondo.
Una esaltazione del trash, quindi.
Le battute sono davvero inqualificabili, come alcune sequenze destinate a diventare un esempio di quello che in un film non si deve mai fare; basti ricordare una delle scene iniziali, nella quale i tre pseudo marziani fanno spogliare la povera Emanuelle e le girano intorno parlando un linguaggio fatto di fischi e parolacce (fischi molto umani, del resto, quelli che si emettono per ammirazione di una bella figliola) oppure alcune battutacce degne dei film di Pierino.
Il finale è quanto di più trash si potesse immaginare per una pellicola già di per se povera di trovate; i 5 protagonisti si consolano in gruppo, con primi piani delle facce estasiate dei ragazzi.
Parlare di recitazione, a questo punto, non ha alcun senso.
Maria Baxa, la Emmanuelle professoressa ingenua e disponibile, ha dalla sua un bel fisico, due begli occhi verdi e null’altro, mentre la Zanchi espone il suo corpo efebico con grande naturalezza e spigliatezza, non mostrando alcun pudore anche nelle scene più ardite.
In ultimo la Daunia è forse tra le tre quella che sembra più a suo agio, nei panni della vogliosa moglie del vicino; il suo fondo schiena, ripreso più volte, è davvero da antologia.
Filmaccio brutto e inguardabile in tutti i sensi, quindi.
Paradossalmente, diventato uno dei film trash più ricercati in assoluto.
Incontri molto… ravvicinati del quarto tipo, un film di Mario Gariazzo e Gianfranco Baldanello,con María Baxa, Maria Daunia, Mario Maranzana, Monika Zanchi, Erotico Italia 1978
María Baxa … Emmanuelle
Mónica Zanchi … Monica
Mario Maranzana … Carmelo
Marina Daunia … Maddalena
Jimmy il Fenomeno … Jimmy
Alessio Pigna … Alessio
Orazio Donati … Orazio
Calogero Buttà … Calogero
Regia Mario Gariazzo
Sceneggiatura Mario Gariazzo, Thomas Lang
Fotografia Aldo Greci
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Alessandro Alessandroni
L’onorevole con l’amante sotto il letto
L’onorevole Armando Battistoni vive tranquillo dividendosi tra sua moglie Virginia (che ha un amante, un collega del marito) e la sua amante, Anna Vinci, professoressa di scienze naturali.
Quest’ultima lavora fuori Roma presso una scuola privata, fino a quando non viene allontanata per aver rimproverato aspramente i fratelli Pacetti, figli dell’intoccabile sindaco locale.
Per Armando i guai cominciano proprio di qui, allor quando Anna arriva a Roma per chiedere aiuto al suo amante onorevole.
Janet Agren e Lino Banfi
Divisi da un cardinale prima, da un vescovo in cerca di favori poi, in ultimo dalla moglie fedifraga, Armando e Anna decidono di concedersi una vacanza in montagna, dove però guarda caso, è destinata ad arrivare anche Virginia con il suo amante.
La boccacesca vicenda prosegue tra equivoci di vario genere, fino al finale da fotoromanzo rosa, quando cioè Anna lascerà il suo maturo amante per un giovane ferroviere, partendo con lui.
Lori Del Santo, la cameriera
Rozza e scollacciata commedia sexy, L’onorevole con l’amante sotto il letto non sfugge al peggior clichè di questi film seriali, nei quali il peso totale del film e della sceneggiatura è affidato da un lato al solito Lino Banfi, che fa del suo meglio, senza riuscirci, per tenere a galla una storia sgangherata e vista mille volte, mentre dall’altro lato c’è la bellona di turno, questa volta la nordica e affascinante Janet Agren.
Alvaro Vitali
A completare il tutto la solita procace cameriera, Lori Del Santo, più nuda che vestita e il solito segretario che alla fine è quello che ci guadagna di più, un Alvaro Vitali presenza imprescindibile di questi film seriali a metà strada tra il demenziale e la commedia pecoreccia.
Mariano Laurenti, il regista, non ci mette nulla di nuovo, affidando il tutto alle solite gag di Banfi e mostrando epidermide delle protagoniste, ammiccando così sguaiatamente al pubblico di palato grosso.
A completare il cast, un antipatico in maniera patologica Teo Teocoli, la sventurata Marisa Merlini, ormai abituata ad accettare parti becere in filmacci di serie B,(questa volta nella parte di Virginia, moglie adultera di Armando) un professionista come Gigi Reder (il vescovo) quasi vergognoso e timoroso.
Film che va annoverato tra quelli appartenenti agli ultimi fuochi della commedia sexy, uscito nelle sale nel 1981, quando proprio la commedia sexy stessa era ormai stata seppellita senza rimpianti sia dai produttori sia dal pubblico, sempre più scarso nelle sale e sempre più selettivo, vista anche la grandissima offerta televisiva di questo genere di pellicole, che passavano a tutte le ore sopratutto nei canali televisivi della provincia, che prolificavano come funghi.
L’onorevole con l’amante sotto il letto, un film di Mariano Laurenti. Con Janet Agren, Lino Banfi, Alvaro Vitali, Marisa Merlini, Giacomo Furia, Gigi Reder, Galliano Sbarra, Leo Gullotta, Teo Teocoli, Clarita Gatto, Renzo Ozzano
Commedia, durata 92 min. – Italia 1981.
Lino Banfi … Armando Battistoni
Janet Agren … Anna Vinci
Alvaro Vitali … Teo Mezzabotta
Marisa Merlini … Virginia Battistoni
Teo Teocoli … Controllore
Giacomo Furia … Zio Efisio
Gigi Reder … Vescovo
Leo Gullotta … Segretaria Sgarbozzi / Onorevole Sgarbozzi
Lory Del Santo … Cameriera
Jimmy il Fenomeno … Suor Consuelo
Galliano Sbarra … Passeggero del treno
Regia Mariano Laurenti
Soggetto Luciano Martino, Francesco Milizia
Sceneggiatura Francesco Milizia, Alberto Silvestri
Produttore Camillo Teti
Fotografia Federico Zanni
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Gianni Ferrio

More (Di più, ancora di più)
Una storia d’amore funesta e distruttiva con lo sfondo di una Parigi appena intuibile e della splendida Ibiza, condita da una colonna sonora scritta in otto giorni dai Pink Floyd.
E’ questa l’essenza del film More (uscito in Italia con l’aggiunta di Di più ancora di più), film del 1969 diretto dal regista di origini iraniane Barbet Schroeder.
Una storia dal vago sapore underground, che racconta il percorso di sola andata all’inferno di un giovane tedesco, Stefan, che in una Parigi che intravediamo solo a tratti conosce una giovane efebica e affascinante, sfuggente, di nome Estelle.
La ragazza, dopo un approccio iniziale soft, inizia il giovane Stefan all’uso di marijuana, prima di portarlo su sostanze più pesanti.
Sarà proprio ad Ibiza, in una splendida cornice naturale che contrasta pesantemente con la cupezza della relazione tra i due, che diviene con il passare dei giorni sempre più torbida e legata alla progressiva assuefazione delle varie droghe che i due giovani usano, che la storia raggiungerà l’acme e la sua drammatica conclusione.
Sicuramente More è un film passato alla storia più per la splendida e avvolgente colonna sonora dei Pink Floyd piuttosto che per la storia raccontata, anche se film sulla droga, a fine anni sessanta, sono da considerarsi rarità.
Il problema principale del film è la sua funzione eminentemente didascalica, legata più al torbido rapporto che lega i due protagonisti più che ad una indagine sui perchè della diffusione nel mondo giovanile dell’uso delle droghe leggere e pesanti.
Il dramma della droga è visto infatti in un microcosmo chiuso, quello di Stephan e Estelle, non rapportato alla società, ai problemi di adattamento dei giovani alla stessa o ai problemi tipici dell’essere giovani.
Schroeder sceglie la strada dell’illustrazione del percorso iniziatico del giovane tedesco, che un po per amore, un po per curiosità, un po ancora per spirito di avventura, sceglie di seguire la perduta e ammaliatrice Estelle nel suo viaggio senza ritorno, verso una dipendenza che fatalmente avvolgerà nelle sue spire il giovane, portandolo alla tomba.
La scelta più felice del regista è quella di usare un netto contrasto tra la storia cupa e drammatica che man mano vediamo scorrere sotto i nostri occhi e il paesaggio assolutamente solare, spettacoloso di un’Ibiza da cartolina o da documentario della National Geographic.
Alcune scene sono davvero splendide e ben curate, come quella in cui il giovane tedesco è seduto sul bordo di un traghetto con l’acqua che spumeggia, oppure quella in cui i due giovani, in un momento sereno, prendono il sole e fanno il bagno completamente nudi, novelli Adamo ed Eva.
Pure, il senso di forte incompiuta, resta davvero palpabile.
I due giovani appaiono legati da un sentimento quasi vuoto, in cui il sesso, la droga, sembrano travolgere tutto, senza che il regista esprima mai un suo punto di vista oggettivo, che sia una condanna delle droghe in tutta la loro vasta gamma oppure un tentativo qualsiasi di demonizzare la cosa.
In questo More appare distante anni luce da opere molto più complesse e diversamente strutturate come Cristiana F.noi i ragazzi dello zoo di Berlino, opera sicuramente molto più efficace nel descrivere l’anticamera dell’inferno della tossico dipendenza.
Ma in effetti l’intenzione del regista era quella di raccontare una storia d’amore con un finale amaro, con la droga solo sullo sfondo della vicenda.
E in questo bene o male colpisce nel segno.
Aiutato sicuramente per massima parte dalla colossale colonna sonora dei Pink Floyd, orfani del geniaccio Barrett che aveva pagato il suo tributo alla dea droga. Una colonna sonora sontuosa, pure non apprezzata universalmente, anzi.
I fan dei Pink Floyd spesso la escludono dai lavori del gruppo, considerandola troppo leggera e poco omogenea.
Aldilà delle meschine considerazioni di bottega, l’album che fa da colonna sonora è bello e intrigante; così come il film, tralasciando molte lacune in fase di sceneggiatura, si lascia vedere.
Bene i due attori protagonisti, una splendida, conturbante ed efebica Mimsy Farmer e Klaus Grunberg, l’impacciato e stralunato Stephan.
Può valere la pena riguardarlo a distanza di oltre 40 anni dalla sua uscita, per ricordare un mondo ormai completamente dissolto.
More (Di più, molto di più), un film di Barbet Schroeder. Con Mimsy Farmer, Klaus Grunberg, Heinz Engelmann Titolo originale More. Drammatico, durata 117 min. – Gran Bretagna 1969.
Regia Barbet Schroeder
Soggetto Barbet Schroeder
Sceneggiatura Barbet Schroeder, Paul Gegauff
Casa di produzione Les Films du Losange
Fotografia Nestor Almendros, Fran Lewis
Montaggio Denise De Casabianca, Rita Roland
Musiche Pink Floyd
L’alcova
Elio de Silveris, ufficiale dell’esercito italiano, ritorna nella sua villa in un luogo imprecisato.
Ad attenderlo c’è sua moglie, Alessandra, che nel frattempo. vista la lontananza del marito, si è consolata con la sua segretaria e factotum Wilma.
L’arrivo di Elio ridesta i sensi sopiti di Alessandra, che inevitabilmente trascura Wilma, che altrettanto inevitabilmente soffre lo stato delle cose.
Ma ad aggravare la situazione, ecco un colpo di scena; l’ufficiale reca con se una splendida donna abissina, Zerbal, che presenta come una sua preda di guerra.
La donna è vista da subito come fumo negli occhi sopratutto dalla legittima consorte, che però ben presto scopre di essere attratta dalla nuova arrivata.

Annie Belle (Wilma) e Lilli Carati (Alessandra)
Laura Gemser
Così tra le due nasce una intensa relazione saffica, ben vista dal marito, mentre Wilma, ormai messa completamente da parte, ripiega su un giovane ufficiale.
L’atmosfera nella villa diventa sempre più viziosa; ai giochi lesbici delle due donne, si aggiunge Elio, che proietta filmini porno, eccitando ancor di più i sensi delle protagoniste.
Ma l’eccesso di erotismo gioca uno scherzo fatale.
Alessandra e Zerbal, ormai indissolubilmente legate, per gioco legano Wilma ad un letto, facendola violentare dal guardiano della villa.
La cosa sconvolge la ragazza, che confessa tutto al giovane ufficiale.
Così, una sera, mentre Elio, Alessandra e Zerbal sono seduti a tavola in giardino, fra torce che illuminano la villa, Wilma e il suo compagno arrivano non attesi.
Zerbal si avvicina alla ragazza, ma il giovane ufficiale lancia in segno spregiativo un oggetto verso lei; cadendo, l’oggetto rovescia una candela, che appicca il fuoco al sottile vestito di Zerbal.
Un attimo e la donna è preda delle fiamme.
Morirà bruciata viva, senza che i presenti possano ( o vogliano) fare qualcosa per salvarla.
Film scopertamente erotico di Joe D’Amato, diretto nel 1984, L’alcova tuttavia si discosta dai film a luce rossa che imperversavano in quel periodo, pur se le tematiche e molte scene del film sono ai limiti labili del confine con il cinema hard.
Il film ha una sua sceneggiatura, sorprendentemente ben fatta, e si avvale anche di una splendida fotografia, che immerge il film in un’atmosfera quasi d’annunziana, come del resto recita il titolo del film.
L’aria che si respira è morbosa, decadente; i personaggi agiscono per istinto, un istinto animalesco, che li porta ben oltre la morale comune.
I rapporti lesbici si sprecano, e sono la costante del film.
Ma la storia è ben diretta, ha una sua logica, pur nei limiti di un’operazione di marketing cinematografico.
Non a caso come protagoniste del film D’Amato sceglie due star del cinema erotico, Laura Gemser e Lilli Carati, affiancati da una sfiorita Annie Belle.
Delle tre la più conturbante è proprio l’attrice orientale, che in qualche modo tiene a galla il suo personaggio, rivestendolo di un’aura di esotismo e mistero.
Lilli Carati appare spaesata, forse perchè già da tempo alle prese con i suoi gravi problemi di dipendenza dalla droga.
Appare appesantita, stralunata, pur mantenendo uno standard recitativo sufficiente.
Annie Belle appare ancor più estranea; sfiorita, appesantita, con i capelli castani, appare quasi irriconoscibile, dall’efebica ragazza che a metà anni settanta aveva interpretato film come La fine dell’innocenza.
Al Cliver fa la sua parte, dignitosamente.
Alla fine, paradossalmente, proprio i difetti decritti fanno si che il prodotto risultante sia accettabile.
Gli attori ci mettono buona volontà, assecondando un D’Amato che sembra aver ritrovato l’antica mano, l’abilità nel creare storie torbide condendole con un pizzico d’erotismo (forse molto più di un pizzico), creando atmosfere lussuriose, malsane e intriganti, in cui il sesso, le sue derivanti sono la struttura stessa del racconto.
Del resto reggere un film con otto attori non è da tutti.
D’Amato ci riesce.
Qualche nota sulle attrici; per Annie Belle questo è uno degli ultimi film interpretati.
Dopo questo, arriverà La venexiana, in cui ha una breve parte e il terrificante La croce dalle sette pietre, uno dei film più scombinati mai girati in Italia; anche Lilli carati è ormai al tramonto, visto che dopo L’alcova girerà Voglia di guardare e Lussuria, prima di prendere la strada senza ritorno del film hard.
Laura Gemser invece continuerà la sua onesta carriera, grazie anche alla sua bellezza sottile, che manterrà presso chè intatta.
L’alcova, un film di Joe D’Amato. Con Al Cliver, Lilli Carati, Annie Belle, Nello Pazzafini, Laura Gemser Commedia, durata 86 min. – Italia
Marcia trionfale
Paolo Passeri è un neo laureato, che con molti sacrifici è riuscito a terminare gli studi.
Ambirebbe ad arrivare ad occupare un posto in accademia, ma prima deve ottemperare agli obblighi del servizio di leva.
Viene così spedito in una caserma a Reggio, sotto gli ordini del capitano Asciutto.
Da subito il giovane, distinto, colto e sopratutto molto timido ha difficoltà di ambientamento; circondato da gente rozza, da istruttori con i paraocchi, l’uomo non riesce a integrarsi nella dura, rigida disciplina militare.
A colmare la misura arriva anche lo strano comportamento del capitano Asciutto, uomo in preda ad una profonda crisi di nervi; la concezione di quest’ultimo, della vita, risente della sua mentalità di militare.
L’uomo vorrebbe forgiare soldati d’acciaio, dimenticando che molti non hanno ne la volontà ne la forza di carattere per accettare i suoi ordini.

Franco Nero (Capitano Asciutto) e Michele Placido (Paolo)
Ben presto Asciutto scopre che Paolo è in possesso di una buona cultura, e dopo averlo umiliato in più occasioni, prende in qualche modo a ben volerlo.
Ma la nevrosi del capitano è sempre latente; anche nella vita privata l’uomo mantiene un comportamento schizoide, arrivando a incutere un sacro terrore anche in sua moglie, che accetta supinamente quell’uomo rancoroso, brutale fino all’eccesso.
Paolo diviene ben presto il braccio destro del capitano, che così lo mette a guardia della moglie; lo stesso scopre così l’infedeltà della bella donna, oltre che diventarne, alla fine, l’amante.
Ma la storia è destinata a chiudersi tragicamente.
Abbandonato dalla moglie, il capitano perde completamente il lume della ragione, e finirà ucciso da un soldato di guardia, coperto da Paolo, che ha intuito il dramma che ha sconvolto la mente del suo ex superiore.
Condensare in poche righe una storia molto cupa, tetra come quella raccontata da Marco Bellocchio in Marcia trionfale, film del 1976, non è impresa semplice.
La struttura del film, pur lineare e abbastanza semplice nel suo svolgimento, tuttavia offre il fianco ad una serie di problematiche che il film stesso suscita, intriso com’è di un antimilitarismo evidente, in cui il mondo delle armi è visto come un ricettacolo di vizi e di disordine morale, che trova la sua massima esplicazione proprio nella figura di Asciutto, uomo che è militare fino nel Dna.
E che proprio in virtù di questa sua forma mentis finisce per smarrire il senno, oltre che il senso del reale.
Il film passa dalla denuncia dell’ottusa protervia degli ufficiali, con conseguente sovra esposizione di quello che accade in una caserma (atti di vigliaccheria, nonnismo, viscido servilismo) alla descrizione di una storia d’amore ( ma il termine è davvero esagerato) tra il giovane neo laureato Paolo e la splendida Rosanna, la moglie del suo capitano, che alla fine lui tradisce proprio intessendo una relazione con la donna.
I personaggi del film quindi non spiccano per doti umane; lo stesso Paolo, entrato timidamente in caserma, ne esce completamente cambiato e diventa un simbolo di come la vita militare possa forgiare in negativo il carattere di un uomo, eliminandone i lati positivi e sostituendoli con quanto di peggio l’uomo possa mostrare.
Il film, che possiede una sua forza espressiva molto notevole, va giudicato comunque come un’opera eccessiva.
La furia di Bellocchio si abbatte su un’altra istituzione, ma questa volta con scarsa lucidità.
I due personaggi principali, ovvero Paolo, interpretato da Michele Placido e il capitano Asciutto, interpretato da Franco Nero sono eccessivi in tutto; sono eccessivi nella recitazione, lo sono nei comportamenti, lo sono nei rapporti con gli altri.
I due attori caratterizzano a tal punto i personaggi da trasformarli più che in maschere tragiche, in caricature, il che probabilmente non era nelle intenzioni del regista.le varie scene di sopprusi, di angherie dei “nonni”, di piccole meschinerie quotidiane vengono amplificate, così come le reazioni del capitano fuori dalla caserma, dietro il tranquillo riparo delle mura domestiche.
Il suo rapporto con la bella moglie viene mostrato in tutta la sua crudezza; in una scena l’uomo mette fuori dalla porta, dopo averla percossa, la giovane moglie completamente nuda, costringendola ad umiliarsi per poter rientrare in casa.
Questo rapporto malato, che si concluderà con l’abbandono di Rosanna del tetto coniugale, è forse la cosa migliore del film, assieme alla recitazione della splendida Miou Miou e di Patrick Dewaere, amante della donna.
Il resto è un film frammentato, discontinuo e didascalico, in cui le frecce del regista, Bellocchio, sembrano avere traiettorie a zig zag.
Un film con una sua forza, indiscutibile, ma che risente dell’ambigua scelta del regista di puntare su due storie parallele, quella della descrizione della vita in caserma e quella della descrizione del privato.
Un’ambiguità che alla fine costa cara.
Tuttavia siamo di fronte anche ad un bel film, in cui Bellocchio , aldilà degli errori descritti, mostra con forza e coraggio quelli che sono gli evidenti limiti di ua vita coercitiva come quella vissuta all’ombra della divisa militare.
Marcia trionfale,un film di Marco Bellocchio. Con Michele Placido, Miou-Miou, Franco Nero, Patrick Dewaere, Nino Bergamini, Nicola Di Pinto, Piero Vida, Gisela Hahn, Vittorio Fanfoni, Alessandro Haber, Cyrille Spiga, Massimo Boldi, Peter Berling, Flavio Andreini, Dario Cantarelli, Daniele Pagani
Drammatico, durata 125 min. – Italia 1976.
Franco Nero: capitano Asciutto
Miou-Miou: Rosanna
Michele Placido: Paolo Passeri
Patrick Dewaere: tenente Baio
Nino Bignamini: Guancia
Alessandro Haber: Belluomo
Regia Marco Bellocchio
Soggetto Marco Bellocchio
Sceneggiatura Marco Bellocchio, Sergio Bazzini
Produttore Silvio Clementelli
Produttore esecutivo Giorgio Adriani
Casa di produzione Clesi Cinematografica, Renn Productions, Parigi, Lisa Film GMBH, Monaco
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Scenografia Amedeo Fago
Costumi Mario Carlini
Trucco Mario Di Salvio










































































































































































































































