Appassionata
Emilio Rutelli, un dentista e sua moglie Elisa sono sposati da anni, ma il loro matrimonio regge su un equilibrio precario; la donna infatti è preda di terribili crisi nervose, originate dal fatto di aver dovuto lasciare la sua carriera di pianista per diventare moglie.
E anche mamma, visto che la coppia ha una figlia poco più che adolescente, Eugenia.
Che è anche uno dei problemi della coppia, visto che la ragazza è legata da un affetto non solo filiale a suo padre, oltre che essere morbosamente gelosa di sua madre.
Valentina Cortese
Un giorno l’amica del cuore di Eugenia, Nicole, una rampolla di ottima famiglia (è figlia di un diplomatico) durante una seduta nello studio di Emilio fingendosi stordita dall’anestesia si concede al dentista.
Ovviamente lo scafato e maturo Emilio capisce che si tratta di una finzione, ma non resiste al fascino della giovane studentessa, iniziando con lei una tresca clandestina.
Ma Eugenia intuisce il rapporto tra la sua amica e il padre e decide di inserirsi nella storia.

Approfittando della momentanea assenza di sua madre, ricoverata in una clinica in seguito all’ennesima crisi nervosa, una sera si intrufola nel letto del padre fingendosi Nicole.
Emilio intuisce, ma non ha il coraggio di rifiutare le avance della figlia, così il giorno dopo non può far altro che osservare la figlia e la giovane amante andare a scuola come se nulla fosse.
Film pieno di buone intenzione, questo Appassionata, diretto da Gianluigi Calderone nel 1974, quasi tutte naufragate sugli scogli che incontra durante il suo svolgimento; che è lento, abulico e mortalmente noioso sopratutto nei dialoghi quasi sempre banali e adeguati al clima soporifero che avvolge la pellicola.

Forse le intenzioni del regista ligure, in seguito trasformatosi in un regista televisivo di valide qualità erano legate ad un discorso di denuncia del livello di degrado morale della borghesia, forse intendeva rappresentare un dramma borghese incentrato sul drammatico tema dell’incesto e del rapporto uomo maturo/ adolescente.
Fatto sta che alla fine non solo tutto appare sospeso in una nebbia fittissima di problemi irrisolti e cose non dette ma ci si accorge che il film ha narcotizzato i sensi dello spettatore, che fa qualche sobbalzo sulla poltrona solo quando la Gorgi si spoglia generosamente o quando si vedono le generose forme della Muti in penombra.
Eleonora Giorgi
Ornella Muti
Le due attrici, quasi coetanee, sono acerbe almeno fisicamente ma in grado di reggere la scena, così come Ferzetti, grande attore, che riesce a conferire spessore e dignità al personaggio tutto sommato abbastanza squallido del dottor Rutelli.
Ma il resto è da dimenticare, inclusa la solita, nevrotica interpretazione di Valentina Cortese che per l’ennesima volta va oltre le righe conferendo al suo personaggio più che le stigmate della donna esaurita quelle della pazza totale.
Appassionata è un film di difficile reperibilità; oltre qualche riduzione da vecchie VHS non si trovano in rete versioni digitali decenti.
Il che rende davvero indigesta la visione di un film poco interessante, noioso e decisamente datato.
Appassionata, un film di Gianluigi Calderone. Con Gabriele Ferzetti, Valentina Cortese, Eleonora Giorgi, Ornella Muti, Ninetto Davoli, Carla Mancini, Renata Zamengo Drammatico, durata 95′ min. – Italia 1974.
Gabriele Ferzetti … Dr. Emilio Rutelli
Ornella Muti … Eugenia Rutelli
Eleonora Giorgi … Nicole
Ninetto Davoli … Il ragazzo del macellaio
Valentina Cortese … Elisa Rutelli
Renata Zamengo … Assistente di Rutelli
Carla Mancini … Cliente dal dentista
Regia Gianluigi Calderone
Soggetto Sandro Parenzo, Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Sandro Parenzo, Mimmo Rafele, Gianluigi Calderone
Produttore Galliano Juso
Casa di produzione Cinemastar
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Armando Nannuzzi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Luciano Spadoni
Costumi Wayne A. Finkelman
Un uomo da marciapiede

Tre Oscar, un tema portante sonoro divenuto un evergreen, l’inserimento nella lista speciale della National Film Registry del Congresso americano come opera d’arte fondamentale; sono tre dei motivi che hanno reso celebre Un uomo da marciapiede (Midnight cowboy) e sono tre validissimi motivi per vedere uno dei film fondamentali del cinema anni sessanta.
Diretto da John Schlesinger, che ridusse per lo schermo il romanzo omonimo di James Leo Herlihy nel 1969, Un uomo da marciapiede è un film fondamentale sotto molti punti di vista, a partire dalla splendida sceneggiatura di Waldo Salt, passando per le grandissime interpretazioni dei due attori protagonisti ovvero Jon Voight e Dustin Hoffman e infine per la colonna sonora di Harry Nilsson, quella Everybody’s Talkin’ divenuta poi una canzone senza tempo, che ancora oggi è usata come jingle pubblicitario.


Schlesinger, con molto coraggio, portò sullo schermo una storia malinconica di amicizia e prostituzione, mostrando una Manhattan moto differente da quella politicamente corretta che appariva in tutti i lavori cinematografici precedenti; a ciò aggiunse il racconto delle storie omosessuali del protagonista principale e qualche scena di nudo, incluso uno stupro che furono un autentico pugno nello stomaco per gli spettatori.
E non solo per loro, perchè il film venne bollato con il famigerato X rated, che in pratica si attribuiva ai film pornografici.
Fu solo l’anno successivo che la UA, la casa di produzione, riuscì a far declassare l’X rated attribuito al film permettendo così un’allargamento delle sale che potevano proiettare la pellicola.
Un uomo da marciapiede è in primis una storia di amicizia, tra due persone che vivono ai margini della società; il primo, Joe Buck è un texano che è stufo della sua vita anonima di lavapiatti in un locale di provincia e che parte per New York con il dichiarato scopo di divenire un mantenuto a ore da signore o donne in cerca di compagnia a letto.
Ma se la provincia gli ha dato gratificazioni con le donne, molto diversa è la situazione che incontra nella Grande mela; resta ai margini di quella città operosa e brulicante, la città che non dorme mai.


Così dopo aver tentato inutilmente di vendere le sue prestazioni, incontra finalmente Cass, una donna che accetta di andare a letto con lui senza sapere le intenzioni di Joe.
Finrà in maniera tragicomica, con Joe che sarà costretto a consolare la donna e a darle i pochi soldi che gli restano.
L’altro protagonista della storia, che intreccerà il suo destino in modo indissolubile da quello di Joe si chiama Rico; Enrico Rizzo per l’esattezza detto Sozzo,un italoamericano zoppo che vive di truffe e imbrogli.
L’incontro tra i due, casuale, avviene in un bar; tra i due si stabilisce subito un’intesa, favorita dal fatto che Rico si propone come intermediario per il nuovo “lavoro” di Joe.
Ma Rico non è altro che un piccolo imbroglione e per Joe inizia un periodo drammatico; dopo aver tentato inutilmente la strada della prostituzione è costretto a lasciare la camera che abita e ad andar via senza bagagli, perchè i proprietari della camera stessa trattengono il suo bagaglio.
Ormai ridotto alla disperazione, Joe tenta la carta disperata della prostituzione maschile ma non ha miglior fortuna.
L’unica strada rimasta sembra quella di un malinconico ritorno a casa, allo squallido lavoro di lavapiatti.



Ritrova Rico che dopo aver rischiato di essere picchiato da Joe, si offre di aiutarlo ospitandolo nella sua miserevole casa.
Inutilmente la improbabile coppia tenta di raccattare il necessario per il proprio sostentamento; mentre Joe non riesce a trovare lavoro come gigolo, Rico inizia ad ammalarsi anche per la mancanza di un’alimentazione regolare e per le condizioni di vita al limite della sopravvivenza che affrontano nel tugurio di Rico stesso.L’unica cosa positiva che resta ai due è il rapporto di amicizia che pian piano si instaura tra Rico e Joe e che diventa più profondo anche per le vicissitudini che i due affrontano.
Rico sogna di poter un giorno trasferirsi in Florida,lontano dal freddo e dal clima malsano della grande mela mentre Joe è sempre più preso dal miraggio di diventare qualcuno con la professione di gigolo.
Sarà il caso a dare una chance proprio a Joe; incontrata la giovane Shirley ad un party,Joe dopo alcune difficoltà passa una notte di sesso selvaggio con la stessa e la ragazza, il giorno dopo, propone a Joe un incontro sessuale con una sua amica.
Sembra l’inizio dell’avverarsi dei sogni di Joe, ma Rico è ormai alle prese con gravissimi problemi di salute. Joe riuscirà dopo alcune vicissitudini a procurarsi il denaro per portare Rico a Miami, ma la storia è destinata a prendere una piega amara…
Lo sfondo di una New York gelida e disumana, la storia di due esistenze ai margini, le miserie e i peccati segreti della moltitudine brulicante di esseri umani che portano avanti esistenze totalmente dissimili l’una dall’altra sono le costanti del film, l’ideale scenografia di un dramma amaro e cinico sulle vite perdute di due uomini che simboleggiano a loro modo la difficoltà d’integrazione e il sogno perduto di una buona parte di americani messi ai margini dal grande sogno a stelle e strisce.

Rico e Joe sono due dei tanti emarginati della città, lucente e affascinate dietro i suoi grattacieli immensi e le sue limousine, dietro l’ostentamento della ricchezza delle Avenue e dei grandi alberghi; due vite perdute alla ricerca di un’impossibile riscatto sociale che è tale già nelle premesse.
Il piccolo imbroglione dalla salute malferma e il gigolò che vorrebbe costruire il suo futuro fidando nelle proprie doti di stallone sono degli sconfitti in partenza.
Sono due persone qualunque, non hanno particolari doti di intelligenza nè altre doti che li possano far emergere dalla massa amorfa che li circonda.
Così i loro destini, legati indissolubilmente dai fattori che li hanno uniti e dall’amicizia che li legherà si sconteranno con l’impossibilità di emergere dal buco nero che sembra contenere a viva forza un moltitudine di invisibili, quegli stessi invisibili che popolano i quartieri più degradati della città.

John Schlesinger fotografa tutto implacabilmente, usando cinismo e realismo a piene mani.
Dal sogno impossibile di Joe, quello della provincia che sogna le luci della metropoli all’amara esistenza di Rico che sogna invece una vita in un posto differente, climaticamente e umanamente più sopportabili della grande mela,lo spettatore è trascinato in un vortice di sensazioni spesso sgradevoli, mentre in sottofondo, quasi invisibilmente scorrono frammenti della vita americana come la guerra nel Vietnam.
Un film bello e struggente, amaro e disilluso. Diretto da quel finissimo regista che è John Schlesinger reduce da Via dalla pazza folla del 1967 e interpretato da due attori in stato di grazia, Jon Voight, e Dustin Hoffman
con l’ aiuto di attori bravissimi come Brenda Vaccaro e Sylvia Miles.
Hoffman che nel 1967 aveva interpretato il ruolo di Ben Braddock nel Laureato di Nichols realizza una delle sue performance migliori mentre Voight, che fino ad allora era stato un interprete principalmente di serie e film tv da vita ad un personaggio indimenticabile.
La citata colonna sonora di Nilsson completa un film che chiude il decennio sessanta del cinema americano in modo degno, introducendo la grande stagione degli anni settanta, in cui il cinema americano diverrà punto di riferimento per tutta la cinematografia mondiale.

Ancora oggi Un uomo da marciapiede è un film che passa raramente in tv; consiglio quindi una visione domestica del film, che è agevolmente rintracciabile online o in versione digitale.
Un uomo da marciapiede
Un film di John Schlesinger. Con Jon Voight, Brenda Vaccaro, Dustin Hoffman, Sylvia Miles, Bob Balaban, John McGiver, Barnard Hughes, Ruth White, Jennifer Salt, Gilman Rankin, Gary Owens, T. Tom Marlow, George Eppersen, Al Scott, Linda Davis, Ann Thomas, Viva, Gastone Rossilli Titolo originale Midnight Cowboy. Drammatico, durata 113′ min. – USA 1969.








Dustin Hoffman: Enrico Salvatore (Rico) “Sozzo” Rizzo
Jon Voight: Joe Buck
Brenda Vaccaro: Shirley
Sylvia Miles: Cass
John McGiver: Mr. O’Daniel
Barnard Hughes: Towny
Ruth White: Sally Buck
Jennifer Salt: Annie
Bob Balaban: Giovane studente

Regia John Schlesinger
Soggetto James Leo Herlihy
Sceneggiatura Waldo Salt
Produttore Jerome Hellman
Casa di produzione United Artists
Fotografia Adam Holender
Montaggio Hugh A. Robertson
Musiche John Barry
Costumi Ann Roth
Trucco Irving Buchman
Ferruccio Amendola: Enrico Salvatore (Rico) “Sozzo” Rizzo
Massimo Turci: Joe Buck
Rita Savagnone: Shirley
Vittorio Stagni: studente
Guido Celano: fruttivendolo
Ci stanno quelli che pensano di tornare a vivere nel corpo di un altro.Speriamo che non mi tocchi il corpo tuo.
E chi ti chiede di beccarti il mio? Ti dico solo che potresti rinascere con un corpo diverso, hai capito? Magari ti capita quello d’un cane, o d’un presidente.
Era perfino più fesso ‘e te: non sapeva nemmeno scrivere il suo nome. Lo sai che cosa ci dovrebbero mettere su ‘sta pietra?, lo sai? Una maledettissima X, come sulle finestre del nostro porcaio: da demolire, per ordine del Municipio.
Mia nonna Sally Buck morì senza farsene accorgere.
L’unica cosa che mi riesce è fare l’amore.











La bella e la bestia (Luigi Russo)

Quattro storie che sembrano essere prese di peso dal Decameron di Boccaccio costituiscono l’ossatura di questo film di Luigi Russo del 1976, che alla sua uscita ebbe problemi di censura tali che il film stesso arrivò nelle sale solo sul finire del 1977.
Il motivo dell’intervento censorio a ben vedere non ha molte ragioni d’esserci; il film di Russo, pur contenendo molti nudi femminili, non abbonda di situazioni erotiche ai limiti della morale censoria o di scene particolarmente ardite.
Probabilmente a scatenare le forbici dei fustigatori dei pubblici costumi e nello specifico dei difensori ad oltranza della korale cinematografica fu la trattazione di due argomenti specifici contenuti nella pellicola, ovvero la bestialità e la sodomia.
Che non sono affatto resi espliciti,anzi.

Brigitte Petronio

Il film è diviso in 4 segmenti specifici, intitolati nell’ordine La schiava, Zooerastia, La fustigazione e La promessa.
Sembrerebbe uno dei tanti decamerotici dei primi anni settanta, ma in questo caso il film approda nelle sale 4 anni dopo la fine del genere basato sulle novelle boccacesche e quasi in contemporanea con il film di Walerian Borowczik La bestia (1975) del quale riprende molto alla lontana il titolo e una delle attrici del film, Lisbeth Hummel che vi aveva interpretato la giovane Lucy Broadhurst, la ragazza che scopre il terribile segreto di Mathurin de l’Espérance.
Russo quindi riprende due dei motivi del film di Borowczik probabilmente con un tantino di malizia e con un occhio al botteghino, ma discostandosi totalmente dal film del regista polacco.
Nel primo episodio, intitolato La schiava, vediamo lo Zar russo invaghirsi di una delle sue schiave. L’uomo decide di averla ad ogni costo, ma di fronte alla gelida reazione della ragazza che gli si porge freddamente decide di riscaldarle il cuore promettendole di esaudire un qualsiasi suo desiderio.


La donna, con poca intelligenza estorce allo Zar la promessa di elevarla per un giorno al rango di supremo capo dello stato; con ancor meno intelligenza la ragazza ne approfitta per umiliare il suo re e per concedersi sotto ai suoi occhi ad un forzuto schiavo di colore.
Dopo la scadenza delle 24 ore concesse alla ragazza lo Zar la fa incatenare, uccidere e dare in pasto ai cani.
In Zoerastia la protagonista è un’altra splendida ragazza, Barbara, sposata ad un nobile molto più anziano di lei.
Il gelosissimo uomo, scoperta la moglie in palese adulterio con lo stalliere dopo aver costretto l’uomo al suicidio, fa denudare la moglie e la rinchiude in una stanza protetta da sbarre con due cani ed un cavallo.
Costretta a vivere rinchiusa, nutrita solo da cibo che il marito le getta sprezzantemente sul pavimento, la ragazza ben presto impazzisce e inizia a guardare in maniera morbosa il suo cavallo…

Il terzo episodio si intitola La fustigazione e racconta (probabilmente) l’iniziazione sessuale di Leopold von Sacher-Masoch.
Vediamo il giovane alle prese con una dura punizione corporale inflittagli dal suo insegnante e in flash back scopriamo che il giovane aveva avuto la sua iniziazione ai piaceri masochistici dalla madre, che Masoch aveva scoperto in atteggiamenti intimi con il suo amante.
Frustato a sangue dalla stessa madre, Masoch si era reso conto di aver provato un sottile piacere durante la punizione.
Così, in compagnia di una giovanissima amica, aveva continuato a spiare la madre.
La ragazza, inizialmente inorridita dalla scena, aveva finito per condividerne i gusti sessuali, diventando ben presto la compagna di giochi erotici del giovane Masoch.

L’ultimo episodio, La promessa, è fatto tutto di sguardi e parole non dette. Racconta la storia di una giovane sposa che il giorno prima del suo matrimonio decide di concedersi ad un antico amore, suo cugino.
Il quale, rispettando la verginità della ragazza, aveva provveduto in modo alternativo a serbarla pura…
La bella e la bestia è un film di una certa eleganza formale, con una bella fotografia (ancora un parallelo con il film di Borowczik) e una discreta colonna sonora opera di Piero Umiliani.
Ma risente anche eccessivamente della quasi inesistenza dei dialoghi e di una mancanza di azione di qualsiasi genere che lo rendono un film mortalmente soporifero.

Se il primo episodio fila via tutto sommato abbastanza discretamente, nel secondo assistiamo ad una inversione di tendenza; le lunghe inquadrature dedicate alla prigione della sventurata adultera finiscono per far sbadigliare il più paziente degli spettatori, mentre il regista inquadra per vari minuti Lady Barbara che si aggira con lo sguardo folle attorno al suo cavallo osservata dai due cani che condividono la prigionia.
Il terzo episodio è più pruriginoso che altro, con i due giovincelli intenti a spiare la madre di Masoch impegnata a trastullarsi da prima in atti autoerotici e poi in compagnia dell’amante.
L’ultimo episodio è assolutamente da dimenticare, visto che è recitato malissimo su un soggetto di partenza di per se prevedibile e poco attraente.
La somma finale quindi porta il film a sfiorare appena la mediocrità; non bastano infatti i pregi elencati ovvero l’eleganza e la forma.
Manca completamente la sostanza e il tempo in cui visioniamo la pellicola sembra scorrere al rallentatore.
Il sanremese Luigi Russo aveva nel passato diretto altri tre film a sfondo blandamente erotico come Morbosità,I sette magnifici cornuti e La nuora giovane; contemporaneamente aveva scritto alcuni soggetti per il cinema decamerotico, Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio, Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio (sicuramente uno dei più raffinati decamerotici) e Finalmente… le mille e una notte. Possedeva quindi la necessaria preparazione per dirigere un film appetibile, almeno nei limiti del cinema di genere.
Ci riesce davvero solo in parte confezionando un prodotto che in seguito avrebbe avuto più fama per le traversie a cui ho accennato all’inizio che per i valori intrinseci del film, a qualsiasi livello vogliano essere portati.
A distanza di 35 anni anni dalla sua uscita, gli spettatori di oggi molto difficilmente riuscirebbero a seguire per intero la pellicola senza farsi cascare irrimediabilmente le palpebre.

La bella e la bestia, di Luigi Russo, con Lisbeth Hummel,Anna Maria Bottini,Franca Gonella,Philippe Hersent,Alba Maiolini,Brigitte Petronio Erotico,Italia 1977









Lisbeth Hummel … La schiava (episodio “La schiava”) / Varvara (episodio “Zooerastia”)
Anna Maria Bottini … La madre di Giovanna (episodio “La promessa”)
Franca Gonella … Giovanna (episodio “La promessa”)
Philippe Hersent … Il principe (episodio “Zooerastia”)
Claudio Undari … Lo zar (episodio “La schiava”)
Alba Maiolini … Serva (episodio “La schiava”)

Regia: Luigi Russo
Musiche:Piero Umiliani
Produzione: Luigi Mondello
Montaggio:Aldo De Robertis




La profanazione

L’affascinante dottor Massimo lavora in una casa di cura, la stessa nella quale opera volontariamente la novizia suor Angela.
Lavorando a stretto contatto Massimo e Angela ben presto familiarizzano oltre il rapporto professionale, creando grossi problemi morali nella incerta suor Angela.
Che alla fine cede al richiamo dei sensi, dimenticando i voti e il suo ufficio religioso.
I due così convolano a nozze ma le cose ben presto, nonostante l’amore che lega i due, si mettono male.
Le reminescenze religiose della ragazza diventano un ostacolo insormontabile e la vita di coppia ne risente profondamente.
Massimo dapprima cerca con pazienza di recuperare il rapporto (sopratutto sessuale) con la sua inibita moglie, poi cerca una maniera per risolvere il problema.


Inizia a tradire la moglie sfacciatamente e ….
La profanazione, film del 1974 diretto da Tiziano Longo è un prodotto a metà strada tra la commedia drammatica e quella di costume.Con netta preferenza per la prima ma con alcuni inserti erotici che portano a guardare il film con occhi sospetti.
Se il drammone psicologico che vivono i due protagonisti ha una sua logica, pur deviata dal fascino e dal sex appeal di Simonetta Stefanelli che è un’improbabile suorina destinata a lasciare l’abito religioso per trasformarsi in una moglie dai mille problemi irrisolti, la presenza di alcune sequenze erotiche e di nudo lascia propendere per una concessione troppo larga al voyeurismo dello spettatore.


Sollecitato da alcuni nudi integrali della bellissima Stefanelli,(divenuta famosa internazionalmente per aver interpretato Apollonia, moglie di Michael Corleone nel Padrino di Coppola) lo spettatore finisce per apprezzare più le evidenti doti fisiche dell’attrice romana.
Il film di Longo, regista che nel corso della sua carriera ha diretto 8 film, fra i quali i discreti Peccatori di provincia e Mala amore e morte,ha delle frecce al suo arco e tutto sommato si barcamena alla meglio senza risultare indigesto allo spettatore.
La profanazione è un film che in pratica non è mai passato in tv, in virtù sia del tema trattato che è indubbiamente molto scomodo sia per le citate sequenze di nudo integrale della Stefanelli.
Il che impedisce ovviamente di poter valutare, con gli occhi di oggi, una pellicola che affronta un tema certamente non usuale o quantomeno non affrontato mai in maniera profonda in ambito cinematografico.


Simonetta Stefanelli

Jean Sorel
A mente mi sovviene il mediocre La novizia, che peraltro uscì nelle sale l’anno successivo al film di Longo, con esiti commerciali superiori visti gli incassi ma fallimentari da quello artistico.
Per quanto riguarda il cast, da segnalare i due interpreti, Jean Sorel nel ruolo del dottor Massimo e Simonetta Stefanelli in quello di Suor Angela.
I due, molto amati dal pubblico, recitano in maniera dignitosa rendendo il film quanto meno credibile a onta della improponibilità della storia; c’è spazio anche per Anita Strindberg nel ruolo di una infermiera che diverrà un’occasionale amante del bel dottor Massimo.
La parte di Anita Strindberg è molto ridotta ed è un peccato ed a questo proposito esco un attimo dal seminato.
L’attrice svedese aveva grandi qualità recitative e lo ha dimostrato nei film interpretati.
Lei stessa si rammaricava di essere sottovalutata dai registi che la dirigevano.

Anita Strindberg
Ecco un sunto di una lunga intervista-confessione del 1974 nella quale si lamenta proprio di questo:
“Luigi Cozzi. – “E’ soddisfatta dei film che le hanno fatto fare finora?”
L’attrice non risponde subito. Esita.
Anita Strindberg: – “Veramente…” inizia, non molto convinta, ma subito si arresta.
“L.C. – Avanti,” la sollecitiamo gentilmente. “Non abbia paura.”
Anita Strindberg sorride.
A.S. – “E va bene, allora diciamolo pure,” risponde finalmente. “Non è che io sia molto soddisfatta di quello che mi hanno fatto fare finora… oh, intendiamoci, ho lavorato in diversi film interessanti, ben curati, ben diretti, eppure c’è qualcosa, non saprei, ma ecco, io come attrice mi sento ancora insoddisfatta. Non mi pare di avere espresso realmente le mie possibilità. Anzi, ho un po’ la sensazione che quello che abbiamo voluto usare sia più il mio corpo che il mio talento.”
L.C. – “E’ contraria ai ruoli spinti?”
A.S. – “No, assolutamente. Ma sono contraria a certi ruoli facili, a certi film falsi, dove quello che conta è solo il modo per attirare il maggior numero di spettatori nelle sale cinematografiche. E purtroppo, devo ammetterlo, ho la sensazione di averne fatti diversi, di film di questo tipo.”
L.C. – “Però sono serviti a conferirle una non indifferente popolarità,” le facciamo notare noi.
A.S. – “Lo so benissimo. Infatti non ne parlo male, tutt’altro. Ma esprimo solo un’opinione: cioè, ho la sensazione che mi abbiano usato solo… per il corpo, gliel’ho detto. Senza curarsi troppo di quelle che sono… o potrebbero essere… le mie qualità di attrice. Forse non hanno fiducia in me oppure… non so, non tocca a me dirlo.”

In ultimo ricordo che questo film non è mai uscito in digitale e che in rete gira una versione (francamente indecente) ridotta da una vecchissima VHS, ragion per la quale i fotogrammi presi per questa recensione sono di qualità così scadente.
La profanazione
Un film di Tiziano Longo. Con Jean Sorel, Simonetta Stefanelli, Teodoro Corrè, Anna Orso,Lorenzo Piani, Anita Strindberg Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974.








Jean Sorel- Dottor Massimo
Simonetta Stefanelli- Suor Angela
Anita Strindberg- L’infermiera amante di Massimo

Regia: Tiziano Longo
Sceneggiatura: Tiziano Longo, Piero Regnoli, Vittorio Vighi
Musiche: Carlo Savina
Fotografia: Roberto Girometti
Montaggio:Mario Gargiulo

Amore mio non farmi male

Marcello e Anna sono due studenti legati da un tenero rapporto.
Tra i due tutto è ancora fermo all’amore platonico, ma Anna inizia a premere per andare oltre.
Così un giorno trascina Marcello in un campo dove finalmente consumerebbero il primo rapporto per entrambi non fosse per l’arrivo di un contadino che guasta loro le uova nel paniere.
Da quel momento i due ragazzi proveranno più volte a coronare il loro desiderio d’amore fisico ma incontreranno ostacoli di tutti i tipi, a cominciare dalle loro famiglie.
Marcello è figlio di Carlo,un avvocato e di Simona, una donna bigotta in maniera patologica mentre Anna è figlia di Paolo, un pilota d’aerei e di Linda, una ex hostess.

Leonora Fani

Macha Meril
Sia Simona che Paolo, per motivi molto simili, vorrebbero che i loro figli si mantenessero vergini mentre Carlo e Linda cercano di capire e di giustificare Marcello e Anna.
Nel frattempo Marcello, dopo i tentativi ripetuti tutti coronati da insuccesso, entra in crisi e così suo padre si adopera per “svezzare” il suo rampollo; convince così un suo cliente ad organizzare un incontro con una prostituta e subito dopo cerca di far sedurre il ragazzo dalla sua segretaria. Ma ancora una volta le cose vanno per il verso storto e ci vorrà l’intervento della madre di Anna per rimediare a tutto e dare ai ragazzi l’opportunità giusta…

Gabriella Giorgelli
Vittorio Sindoni, regista siciliano da diversi anni specializzato in film e produzioni tv (sue sono le regie di Le ragazze di San Frediano,La mia casa è piena di specchi,La ragazza americana ) dirige nel 1974 Amore mio non farmi male una gradevole e garbata commedia senza grossi acuti ma anche senza cadute di stile tipiche delle produzioni dell’epoca.
Un film che si segnala principalmente per un cast di notevole levatura, con attori e attrici di fama come Walter Chiari e Valentina Cortese, Luciano Salce e Roberto Chevalier, Leonora Fani e Ninetto Davoli, Gabriella Giorgelli e Macha Meril.
Il film basa tutte le sue chance proprio sul cast, visto che la sceneggiatura è molto lineare e non presenta acuti o particolari difficoltà; il tema della sessualità giovanile, del tabù che sembra insormontabile per i genitori è affrontato con estrema leggerezza, con toni da commedia e senza alcuna velleità socio-culturale.

Luciano Salce e Roberto Chevalier

Un film che meriterebbe anche un votazione alta non fosse per le interpretazioni fuori dalle righe di due grandi dello schermo, Walter Chiari e Valentina Cortese.
Il primo, nei panni del genitore di Anna, geloso in maniera quasi morbosa della figlia, va spesso oltre le righe accentuando in maniera macchiettistica le caratteristiche del suo personaggio, che appare sguaiato, rumoroso ed esagitato oltre misura.
Lo stesso si può dire di Valentina Cortese, assolutamente fuori parte per l’eccesso caricaturale dato al suo personaggio, che richiedeva maggior misura e minore carica di energia nell’interpretazione stessa.

Bene invece il resto del cast: misurato, elegante ed ironico Luciano Salce (il padre di Marcello), bella e raffinata Macha Meril in quello di Linda, la mamma di Anna.
Da segnalare le prove dei due studenti innamorati, ovvero Roberto Chevalier e Leonora Fani.
Il primo è impacciato e imbranato quanto basta, la seconda è la solita garanzia, con un carico di fascino e grazia senza uguali.

C’è spazio anche per Gabriella Giorgelli nel ruolo della prostituta mentre microscopiche parti sono riservate alla CSC Carla Mancini e a Sandra Mantegna.
Un film decoroso, senza grandi sussulti ma gradevole.
Recentemente passato in tv dopo un lunghissimo oblio, è disponibile in rete in una versione rippata da satellite.

Amore mio, non farmi male
Un film di Vittorio Sindoni. Con Walter Chiari, Valentina Cortese, Macha Méril, Luciano Salce, Roberto Chevalier, Leonora Fani, Giuliano Persico, Pia Velsi, Ninetto Davoli, Enzo Robutti, Gino Pagnani, Carla Mancini, Mico Cundari, Sandra Mantegna Commedia, durata 100′ min. – Italia 1974.










Roberto Chevalier: Marcello Foschini
Leonora Fani: Anna De Simone
Luciano Salce: Carlo Foschini
Valentina Cortese: Simona Foschini
Walter Chiari: Paolo De Simone
Macha Méril: Linda De Simone
Ninetto Davoli: Giovanni Procacci
Gabriella Giorgelli: Cicci
Enzo Robutti: Laganà
Leopoldo Trieste: avv. Musumeci
Orazio Stracuzzi: Oro Falso
Sandra Mantegna: Wanda
Carla Mancini: Greta
Pia Velsi: Sora Teresa
Gino Pagnani: tassista
Mico Cundari: medico
Jimmy il Fenomeno: carcerato
Angelo Pellegrino: carcerato
Valentino Simeoni: carcerato
Franca Scagnetti: portinaia a Trastevere

Regia Vittorio Sindoni
Soggetto Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni
Sceneggiatura Ghigo De Chiara, Vittorio Sindoni
Produttore Nicholas De Witt
Produttore esecutivo Enzo Giulioli
Distribuzione (Italia) Cecchi Gori
Fotografia Safai Teherani
Montaggio Mariano Faggiani
Scenografia Giorgio Luppi
Costumi Adriana Berselli, Lamberta Baldacci
Trucco Giulio Mastrantonio






El Condor
Durante l’epica rivoluzione messicana, Luke, un uomo di colore, fugge dal bagno penale in cui è rinchiuso attratto dal racconto fattogli da un prigioniero della presenza in una fortezza di una fortuna in oro di proprietà dell’imperatore Massimiliano.
Per espugnare la fortezza di El Condor serve però l’aiuto di un gruppo armato di persone così Luke stringe un’alleanza con il ladro e truffatore Jaroo.
I due uomini decidono di chiedere l’aiuto di una tribù di Apache guidata da Santana,un rinnegato, facendogli credere che il raid contro la fortezza sia necessario per procurare cibo e munizioni utili alla causa rivoluzionaria.
Chavez, l’ufficiale responsabile del forte, riesce a bloccare il loro primo tentativo e li fa prigionieri.
Marianna Hill
Lee van Cleef
Grazie all’aiuto di Claudine, moglie di Chavez, che si è innamorata di Luke i due uomini riescono a fuggire; sempre grazie all’aiuto di Claudine, che si spoglia per distrarre le sentinelle di guardia alla fortezza di El Condor Luke e Jaroo con l’aiuto degli Apache si impadroniscono della fortezza.
Ma ben presto gli eventi precipitano: Jaroo vuole l’oro, mentre in realtà Luke vuole si l’oro, ma per destinarlo alla causa dei ribelli.
Santana, scoperte le vere motivazioni di Jaroo, cerca di fermare l’uomo ma resta ucciso. Gli Apache superstiti fuggono con munizioni e cibo lasciando Luke,Jaroo e Claudine in balia delle forze di Chavez, che si appresta a riconquistare la fortezza.
Nel corso di un drammatico duello Luke uccide Chavez, ma una terribile sorpresa attende i due uomini: l’oro in realtà risulta essere solo piombo e la resa dei conti fra i due ex amici diventa fatalmente inevitabile.

Luke uccide Jaroo e si avvia ad iniziare una nuova vita con Claudine…
Il regista inglese John Guillemin, subito dopo i bellici La caduta delle aquile e Il ponte di Remagen, gira nel 1970 un western quasi tradizionale, confermando il suo eclettismo e sopratutto la sua abilità nel dirigere film ad alto budget ricavandone un prodotto forse senza un’identità sicura ma dal grande effetto scenico.
Un western per certi versi atipico, questo El Condor: in primis per la carica di violenza accentuata, poi per la presenza di scene di nudo che non erano certamente una delle doti caratterizzanti il cinema western.

Se è vero che El Condor perde ritmo pericolosamente diverse volte, può tuttavia definirsi un onesto prodotto principalmente per la presenza del grande Lee Van Cleef, che dal 1966 ,dall’uscita di Il buono il brutto e il cattivo di Leone era ormai una star del genere western.
Non a caso l’attore di Somerville aveva interpretato fino ad allora oltre 130 film nella stragrande maggioranza appartenente al genere western;questa volta non è più il colonnello Mortimer o Sentenza, ma un ladro, truffatore ed ubriacone senza bandiera e senza codice d’onore.
Ed infatti il finale del film lo vede soccombere davanti a Luke, personaggio decisamente positivo che abbraccia la causa della rivoluzione e che alla fine è l’unico a ricavare qualcosa dalla drammatica avventura, ovvero l’amore della bella Claudine, interpretata dall’attrice californiana Marianna Hill.
La Hill (che ritroveremo nell’ottimo Lo straniero senza nome di Clint Eastwood) è decisamente seducente e le sequenze che la vedono protagonista sono le più interessanti.
Come dicevo precedentemente, forse non siamo di fronte ad un prodotto memorabile, ma sicuramente ad un film di buon livello, sopratutto messo a confronto con la mediocrità di tanti spaghetti western che affollavo gli schermi in quel periodo.
Bravo anche Jim Brown, l’attore americano che interpreta Luke; quello che è considerato il più grande giocatore running back dei Cleveland Browns della NFL, la lega professionistica del football americano,
Lee Van Cleef con Jim Brown
mostra doti eccellenti di attore che gli permetteranno di partecipare ad oltre 50 film nel corso della sua carriera cinematografica.
Un film che vale una visione, anche se di difficile reperibilità sopratutto a causa dei rarissimi passaggi televisivi, imputabili alla presenza nel film dei citati nudi di Marianna Hill.
El condor
Un film di John Guillermin. Con Lee Van Cleef, Patrick O’Neal, Marianna Hill, Jim Brown Western, durata 102′ min. – USA 1970.
Jim Brown: Luke
Lee Van Cleef: Jaroo
Patrick O’Neal: Generale Chavez
Mariana Hill: Claudine
Iron Eyes Cody: Santana
Imogen Hassall: Dolores
Gustavo Rojo: Anguinaldo
Florencio Amarilla: Aquila
Julio Peña: Generale H.
Dan Van Husen: bandito
Regia John Guillermin
Soggetto Larry Cohen
Sceneggiatura Larry Cohen
Produttore André De Toth
Fotografia Henri Persin
Montaggio Walter Hannemann
Effetti speciali Kit West
Musiche Maurice Jarre
Scenografia Julio Molina
Filmscoop è su Facebook: richiedetemi l’amicizia.
Il profilo è il seguente:
http://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar

Tina Aumont
Trasgressiva, provocatoria, anticonvenzionale.
Figlia di due due attori molto conosciuti, Jean-Pierre Aumont e Maria Montez, Marie Christine Aumont è nata a Hollywood il 14 febbraio 1946.
Ha respirato sin da piccola l’aria del cinema, spinta sopratutto da suo padre Jean Pierre Aumont, attore brillante che ha interpretato nel corso della sua lunghissima carriera oltre 150 film; a soli 5 anni ha perso l’affetto della madre, Maria Montez, scomparsa il 7 settembre 1951 a soli 39 anni per un infarto che la colse mentre faceva il bagno in casa.
Ha quindi bruciato le tappe da subito, spinta da una curiosità, da una voglia di vivere e da uno spirito ribelle che hanno segnato poi la sua vita privata in tutte le sue fasi.
Nel 1963, a soli 17 anni, sposa l’attore e regista francese Christian Marquand (fratello dell’attrice e regista Nadine Marquand Trintignant) mentre esordisce nel cinema a vent’anni, nel 1966 con una piccola parte nel film Modesty Blaise. La bellissima che uccide utilizzando il diminutivo del suo nome,Tina e il cognome del marito Marquand. E’ il padre a consigliarle di rivolgersi al regista Losey (e a raccomandarla), e il regista britannico, colpito dalla bellezza di Tina la scrittura e le affida un ruolo secondario accanto a star come Monica Vitti (che interpreta Modesty Blaise), a Terence Stamp e Dirk Bogarde.
Tina Aumont nel Satyricon
Saloon Kitty
E’ l’inizio di una carriera fulminea, che la vedrà protagonista di oltre 40 film, la maggior parte dei quali girati per il cinema italiano.
Intanto Tina mostra insofferenza per le convenzioni, per la vita di routine; siamo negli anni della contestazione generale e lei è in prima fila nei movimenti, come quello degli hippy, che chiedono un cambiamento sostanziale della società.
Lavora con Vadim accanto alla sua compagna Jane Fonda nel film La calda preda e in Texas oltre il fiume al fianco di Delon e Dean Martin; il suo primo contatto, decisivo, con il cinema italiano lo ha con Alberto Sordi: il grande attore romano, da poco regista,la conosce a Taormina dove Tina è presente per la promozione del film di Vadim e la vuole nel cast di Scusi, lei è favorevole o contrario?, un film che anticipa la storica introduzione del divorzio in Italia, in un periodo storico in cui il nostro paese è in profondo mutamento.
Per la prima volta l’attrice sceglie di utilizzare il nome con cui diverrà famosa cinematograficamente, Tina Aumont; ma nel film successivo, il thriller di Michele Lupo Troppo per vivere… poco per morire è ancora Tina Marquand. L’abbandono del cognome del marito è dovuto al divorzio che dopo pochissimi anni l’attrice affronta; non si sposerà più perchè “un marito basta e avanza” come racconterà in interviste successive.

Racconti proibiti…di niente vestiti
Partner
Il 1968 è l’anno della svolta per l’attrice; viene scelta da Tinto Brass per il film L’urlo, che narra le vicende di una ragazza che pianta sull’altare lo sposo, rifiutando così di fatto la morale borghese e le convenzioni sociali.
E’ un film cucito su misura su di lei, sulla sua personalità e sui suoi atteggiamenti anticonformisti e provocatori.
La pellicola di Brass, assolutamente in anticipo sui tempi, non riscuote al momento grande successo tanto da venire proiettata in Italia due anni più tardi, ma rappresenta la consacrazione di un’attrice dalla personalità complessa ma dalle doti di attrice ormai mature.
Necropolis
Modesty Blaise
Il ruolo di Anita, la mancata sposa che vive un’esistenza alternativa accanto al compagno di avventure Coso rifiutando di accettare un matrimonio che la imprigionerebbe in un ruolo secolarmente stabilito per le donne, le cuce addosso l’immagine di donna ribelle.
E lei lo è, in qualche modo.
Basta guardare i corti Visa de censure e La révolution n’est qu’un début. Continuons.per rendersi conto di come Tina interpretasse anche nella realtà il ruolo di donna emancipata e libera, scevra da compromessi.
I lavori successivi dimostrano come Tina accettasse lavori particolari con registi non convenzionali; è il caso del western L’uomo, l’orgoglio, la vendetta di Bazzoni e di Il sosia di Bertolucci oltre che di Le lit de la vierge, il film in cui recita accanto ad un altro “ribelle” del cinema, Pierre Clementi.
La celebre scena tratta da Malizia
La Aumont in una scena tratta da L’urlo
Il cinema italiano la adotta definitivamente e arrivano per lei film come L’alibi (accanto a Gassman, che lei definirà un grande attore e un gran signore), lo sfortunato Satyricon di Polidoro, girato a tempo di record per anticipare il Satyricon di Fellini in cui la Aumont avrà una parte, Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano di Comencini.
In tutti questi film Tina ha ruoli importanti ma non da protagonista assoluta, cosa che verrà confermata anche nel successivo Metello di Bolognini, in cui le venne preferita la bravissima Ottavia Piccolo.
Nel 1970 gira Corbari, di Valentino Orsini accanto a Gemma e subito dopo in Necropolis di Franco Brocani, uno dei film più misteriosi della storia del cinema, visto solo da pochissimi spettatori e sopratutto assolutamente introvabile in qualsiasi versione.
E’ la conferma della vocazione di Tina per film particolari, non necessariamente adatti al grande pubblico; ma per lei ci sono anche lavori come Il sergente Klems e Racconti proibiti di niente vestiti di Rondi o anche Bianco rosso è…di Lattuada accanto alla Loren e Celentano.
Nel 1972 lavora in un altro film underground, Arcana di Giulio Questi, un film che ebbe vicissitudini a non finire, a cominciare dal fallimento del produttore proseguendo con la pesante censura subita per la presenza di scene di rapporti sessuali fra la Aumont e Maurizio Degli Espositi finendo con altri tagli riguardanti il rapporto incestuoso tra Maurizio Degli Espositi e Lucia Bosè.
Paradossalmente, da questo momento in poi Tina sceglie di recitare prodotti meno d’elite e più commerciali, a partire da I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino, per proseguire poi con Malizia di Samperi, del quale resta leggendaria la scena in cui la bellissima attrice sale in bicicletta mostrando le splendide gambe in una scena che mostra poco ma che è di un erotismo assolutamente unico.
Lifespan-Patto con il diavolo
Nel 1973 lavora ancora con Bazzoni nello sfortunato western Blu Gang e vissero per sempre felici e ammazzati mentre nel 1974 interpreta Mara in Storia de fratelli e de cortelli e subito dopo l’ottimo Fatti di gente perbene di Bolognini.
Tina ha 28 anni, è nel pieno della maturità artistica e della sua bellezza di donna; è un’attrice stimata e viene chiamata per diverse produzioni di casa nostra.
Interpreta il ruolo di Laura, una donna che per eccitare il marito aggancia un venditore per strada in Il trafficone di Bruno Corbucci, quello della protagonista Anna in Il patto con il diavolo, un piccolo ruolo in Divina creatura (accanto alla bellissima Laura Antonelli) di Giuseppe Patroni Griffi, il ruolo dell’adultera in Il messia di Rossellini.
Nel 1976 è sul set di ben sei film: si tratta di La principessa nuda di Canevari, nel quale divide il ruolo di protagonista con Ajita Wilson, di Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi in quello di una prostituta, di Herta Wallenberg, sorella del’SS Helmut Berger in Salon Kitty, nel quale ritrova Tinto Brass.
La principessa nuda
Seguono Giovannino di Nuzzi e Nina di Minnelli, al fianco di mostri sacri come Ingrid Bergman e Liza Minnelli.
La sua carriera sembra irresistibilmente in ascesa, tant’è vero che viene “arruolata” nel celebre Satyricon di Fellini ed è proprio in questo momento che accade il fattaccio.
Subito dopo aver ultimato le riprese, Tina per riposarsi va in Malesia.
Qui acquista una statuina di oppio e se la spedisce in Italia.
Ma l’oggetto viene intercettato dalla polizia e l’attrice, informata dell’accaduto da alcuni amici, sceglie di non tornare in Italia per evitare l’arresto con conseguente inevitabile condanna penale.
Ripara in Francia ma di fatto l’accaduto le tronca per diversi anni la carriera, danneggiandola in maniera irreparabile.
I film successivi, infatti, sono davvero pochi e praticamente trascurabili.
Infanzia, vocazione prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano
Dopo Un cuore semplice (1977) Tina lavora in due produzioni televisive francesi, poi dopo una lunga pausa in Holocaust parte seconda: i ricordi, i deliri, la vendetta di Pannacciò, in un ruolo marginale.
Ha appena 34 anni, è sempre molto bella ma è un’attrice quasi finita.
Quell’errore madornale, quella brutta storia di droga la danneggia in maniera irreparabile e lei per motivi oscuri accetta addirittura di comparire nuda sulle colonne del mensile erotico Le ore, che la immortala in scene hard alle quali lei non partecipa attivamente ma come semplice spettatrice di rapporti sessuali espliciti.
L’ultimo film di rilievo è La bande du Rex (1980), che però passa praticamente inosservato mentre lavora in tv in un episodio delle Inchieste del commissario Maigret.
Dopo 3 film girati in Francia, da noi assolutamente sconosciuti come Rebelote,Les frères Pétard e ZEN – Zona Espansione Nord ha una lunghissima pausa di assenza dagli schermi, prima del ritorno dieci anni dopo nel film di Jean Rollin in Les deux orphelines vampires. Ci vorranno altri 10 anni prima di rivedere Tina in Giulia di Rob Stuart e in La mécanique des femmes, l’ultimo film che interpreta.
Siamo nel 2000 e da quel momento di lei non si sentirà più parlare, almeno cinematograficamente.
Ormai dimenticata dal grande pubblico, di lei si parlerà solo nel 2006 quando per le conseguenze di un’embolia polmonare la bella attrice scomparirà ad appena 60 anni.
Per sua volontà, viene cremata e le sue ceneri deposte accanto alla tomba della adorata madre, nel settore ebraico del cimitero di Montparnasse; una decisione strana in quanto la Montez non era di origine ebraica.
Il trafficone
Bellissima, artisticamente validissima, Tina Aumont ha pagato a carissimo prezzo l’errore citato della statuetta di oppio; viene da chiedersi quante altre prove avrebbe potuto affrontare, cinematograficamente parlando, se non fosse incappata in quel drammatico errore che di fatto le troncò la carriera.
In Italia Tina conta ancora oggi su un nutrito gruppo di fans, che non l’hanno mai dimenticata.
Che non hanno dimenticato l’attrice e la donna, quella donna anticonformista impegnata socialmente, la stessa che nel 1971 rischiò l’arresto quando firmò il Manifesto dei 343 con il quale chiedeva la depenalizzazione dell’aborto.
Di lei restano tante pellicole in cui anche i neofiti del cinema possono riscoprire la grande bellezza e la bravura di un’attrice dalle grandi capacità.

Necropolis
Tina Aumont in L’urlo
Metello
Il passatore
Due fotogrammi tratti da I corpi presentano tracce di violenza carnale
Due fotogrammi tratti da Fatti di gente perbene
Corbari
Il Casanova di Fellini
Cadaveri eccellenti
Bianco,rosso e …
Arcana
Scusi lei è favorevole o contrario?
A man of legend
Ancora dal Casanova di Fellini
Blu gang
Troppo per vivere poco per morire
Texas oltre il fiume
Nina
Marquis de slime
L’uomo, l’orgoglio la vendetta
Les hautes solitudes
Les deux orphelines vampires
Le lit de la vierge
L’alibi
La bande du rex
Il sergente Klems
Home movie
Holocaust 2
Giulia
Visa de censure x (corto)
Come ti chiami amore mio
Storia de fratelli e de cortelli
2000 La mécanique des femmes
2000 Victoire, ou la douleur des femmes (TV mini-serie)
1999/II Giulia
1997 Les deux orphelines vampires
1997 Marquis de Slime (corto)
1993 Dinosaur from the Deep (video)
1988 ZEN – Zona Espansione Nord
1986 Les frères Pétard
1984 Rebelote
1982 Les enquêtes du commissaire Maigret (TV serie)
1980 La bande du Rex
1980 Holocaust parte seconda: i ricordi, i deliri, la vendetta
1978 I problemi di Don Isidro Parodi (TV series)
1977 Emmenez-moi au Ritz (TV movie)
1977 Un cuore semplice
1976 Il Casanova di Federico Fellini
1976 Nina
1976 Giovannino
1976 Salon Kitty
1976 Cadaveri eccellenti
1976 La principessa nuda
1975 Il messia
1975 Divina creatura
1975 Il patto con il diavolo
1974 Les hautes solitudes
1974 Il trafficone
1974 Fatti di gente perbene
1974 Storia de fratelli e de cortelli
1973 Blu Gang e vissero per sempre felici e ammazzati
1973 Malizia
1973 I corpi presentano tracce di violenza carnale
1972 Arcana
1972 Bianco, rosso e…
1972 La révolte des désespoirs (corto)
1972 Racconti proibiti… di niente vestiti
1971 Il sergente Klems
1970 Necropolis
1970 Corbari
1970 Metello
1969 Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano
1969 Satyricon
1969 L’alibi
1969 Come ti chiami, amore mio?
1969 Le lit de la vierge
1968 Il sosia
1968 L’uomo, l’orgoglio, la vendetta
1968 La révolution n’est qu’un début. Continuons. (corto)
1968 Visa de censure (corto)
1968 L’urlo
1967 Troppo per vivere… poco per morire
1966 Scusi, lei è favorevole o contrario?
1966 Texas oltre il fiume
1966 La calda preda
1966 Modesty Blaise. La bellissima che uccide

Calde labbra

Francesca è una ragazza schiva e fragile che vive con sua madre e che ha un autentica fobia per gli uomini.
Una sera ha infatti assistito non vista ad un focoso amplesso tra sua madre e suo padre, in cui la donna ha subito le avance del marito.
Da quel momento Francesca ha visto gli uomini come dei bruti, ragion per cui quando a casa sua arriva l’istitutrice Lise Braille finisce per prendere una sbandata per la donna , rivedendo in lei la figura della madre assente ma anche dell’amante premurosa e gentile.

Rosemarie Lindt
Tra le due donne nasce quindi un complesso legame lesbico, che però si interromperà bruscamente.
Nel frattempo la sempre più confusa Francesca cerca di sostituire l’affetto di Lise legandosi alla sua amica Monica, ma quando farà delle avance a quest’ultima, Monica reagirà male.


Leonora Fani
Disperata, alla vigilia di Natale Francesca cercherà di farla finita, ma verrà salvata in extremis proprio da sua madre.
A sorpresa, Calde labbra, firmato nel 1976 da Demofilo Fidani risulta essere un film non disprezzabile, pur essendo scopertamente un’opera di stampo erotico.
Muovendosi nello stretto ambito del film di genere, l’onesto mestierante Fidani, autore di opere come il discreto A.A.A. Massaggiatrice bella presenza offresi… (1972) e La professoressa di lingue (1976) dirige un film di discreta fattura, con una buona ambientazione, aiutato sopratutto dalla protagonista principale, l’attrice Leonora Fani.
Ancora una volta la bravissima Fani interpreta il personaggio di un’adolescente problematica, in questo caso traumatizzata dalla vista di un rapporto sessuale violento fra i suoi genitori con una abilità che conferma la sua indubbia bravura nei ruoli drammatici.

Claudine Beccarie

Se è vero che il film non ha una sceneggiatura particolarmente complessa, va detto che Fidani gioca le sue carte con abilità: la storia del rapporto lesbico che si crea tra la matura istitutrice e la debole Francesca è esplicitato senza il ricorso continuo all’eros, bensi a situazioni torbide come quella che vedrà protagonista la ragazza e la sua amica Monica, che reagirà violentemente alle profferte di Francesca.
Il finale è drammatico, con il salvataggio della ragazza da parte della madre e con la ripresa di un rapporto tra le due che sembrava definitvamente compromesso.
Il resto del cast si muove egregiamente: bene Sofia Dionisio che interpreta Monica, l’amica del cuore di Francesca, bene anche Rosemarie Lindt (la madre di Francesca) anche se nel film si vede poco e bene anche la futura pornostar Claudine Beccarie, ancora una volta in un ruolo estremamente sexy.
Calde labbra non è un film di facile reperibilità: io sono riuscito a rivederlo solo in un divx recuperato da una vecchia e malandata versione VHS.


Sofia Dionisio
Con molta pazienza è possibile rintracciarlo in rete e può valere la pena vedere questo film in cui c’è la Fani, uno dei motivi che mi hanno spinto a rivedere il film di Fidani.
Ancora una volta penso alla miopia dei registi e dei produttori del cinema di genere che utilizzarono così poco una delle migliori attrici del decennio settanta.

Calde labbra, un film di Demofilo Fidani. Con Flavia Fabiani, Leonora Fani, Didier Faya, Rose Marie Lindt, Walter Romagnoli, Jacques Stany, Claudine Beccarie.Drammatico Italia 1976









Claudine Beccarie … Lise Braille
Leonora Fani … Francesca
Sofia Dionisio … Monica
Walter Romagnoli … Gianni
Rosemarie Lindt … Teresa
Didier Faya … Franco
Jacques Stany …Padre di Francesca

Regia: Demofilo Fidani
Sceneggiatura:Otello Cocchi,Demofilo Fidani
Produzione: Otello Cocchi
Musiche: Coriolano Gori
Fotografia: Luigi Ciccarese
Montaggio:Alessandro Lucidi
Sound Department:Romano Checcacci

I vizi morbosi di una governante

Ileana, figlia del conte De Chablais ritorna a casa con un gruppo eterogeneo di amici, per lo più hippy e contestatori.
Nel castello, ad attenderla, ci sono il padre, ormai ridotto a vivere su una sedia a rotelle e con gravi problemi di comunicazione e il fratello, un giovane con grossi problemi mentali dedito al suo hobby preferito, la tassidermia.
Chiudono il gruppo degli abitanti del castello la governante, il medico di famiglia e un domestico.
Il ritorno di Ileana e la presenza del gruppo di giovani scatena però una serie di terribili omicidi: i ragazzi uccisi mostrano tutti lo stesso modus operandi, cioè l’omicidio brutale e l’estirpazione degli occhi.
Ovviamente il maggior sospettato diviene il minorato fratello di Ileana per via del suo strano e macabro hobby, ma la realtà è un’altra…


Nonostante il titolo sembri indicare un film sexy ai confini con i film a luce rossa che nell’anno 1977, quello d’uscita di I vizi morbosi di una governante iniziavano ad invadere le sale, questo film dicevo di sexy ha ben poco se non nulla.
Siamo di fronte ad un thriller horror di scarsa fattura diretto da Filippo Walter Ratti, regista romano (oggi quasi centenario) alla sua ultima opera dietro la macchina da presa che in precedenza aveva diretto altre opere minori come La notte dei dannati ed Erika.
Più che di un brutto film si può parlare principalmente di un film di rara sciatteria, in cui ad una sceneggiatura approssimativa che in pratica svela il nome del colpevole già dal titolo si aggiunge una recitazione del cast francamente disarmante nella sua pochezza, che vedrà l’enigma risolto dal solito acuto ispettore.

Se il regista ha nelle intenzioni di creare nello spettatore un’atmosfera claustrofobica legata all’attesa del successivo omicidio che si esplica attraverso il rituale dell’espianto degli occhi, ben presto riesce a scontentare lo spettatore stesso con una regia molto approssimativa e priva di idee.
Il blando erotismo mostrato qua e là, quasi a giustificare il titolo molto furbo e ammiccante, è davvero di bassa lega e di certo non è aiutato da attrici su uno standard recitativo molto basso, troppo basso.


Annie Carol Edel ( che qualcuno ricorderà in Calore in provincia e in Blu Jeans), che interpreta la governante Berta, è anche l’unica a mostrare qualche numero, mentre assolutamente deprimente è Isabelle Marchall, attrice specializzata in ruoli sexy che interpreta la contessina De Chablais.
Nel cast figura Corrado Gaipa, l’unico vero professionista del cast assieme alla bella Patrizia Gori, ma i due finiscono sacrificati in ruoli defilati mentre il film scorre in maniera monocorde verso un finale senza sorprese ed anche parecchio arruffato.
Insomma un titolo confuso insieme a quelli di buona parte della produzione della seconda metà degli anni settanta, periodo in cui il cinema italiano iniziò a scendere precipitosamente una china salita con tanta fatica ed entusiasmo negli anni precedenti.



L’idea di fondere il thriller, il giallo, l’erotico in salsa gotica era ormai un’espediente che aveva fatto il suo tempo: Ratti non solo non aggiunge nulla a quanto prodotto fino a quel momento, ma riesce se vogliamo a ridicolizzare questi generi con un film da dimenticare.
Null’altro da segnalare se non una versione digitalizzata per gli amanti del genere.
I vizi morbosi di una governante
Un film di Peter Rush. Con Annie Carol Edel,Corrado Gaipa, Isabelle Marchall,Claudio Peticchio, Ambrogio Molteni, Gaetano Russo, Patrizia Gori .Horror, durata 95 min. – Italia 1977












Corrado Gaipa: L’ispettore
Isabelle Marchall: Ileana De Chablais
Annie Carol Edel: Berta
Gaetano Russo: Bobby Jelson
Giuseppe Colombo: Frank Hoffman
Adler Gray: Gretel Schanz
Patrizia Gori: Elsa Leiter

Regia Filippo Walter Ratti
Sceneggiatura Ambrogio Molteni
Casa di produzione Gi.Ba.Si. Cinematografica
Fotografia Gino Santini
Montaggio Sergio Muzzi
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Gino Tonni



Le meteore del cinema sexy (Prima parte)

Il termine meteora è diventato d’uso comune per indicare un personaggio che ha avuto un brevissimo momento di celebrità in un ristretto lasso di tempo; in questo caso lo utilizzerò per identificare alcune attrici che hanno avuto un momento di effimera fama (spesso nemmeno quella) in campo cinematografico, nel periodo di massimo fulgore del cinema italiano, quello che generalmente viene identificato temporalmente nel periodo che va dal 1966 al 1976.
Dopo la seconda metà degli anni sessanta il cinema diventa in assoluto la forma di svago preferita dagli italiani e questo porta ad una autentica esplosione di produzioni cinematografiche, cosa che porterà sugli schermi una pletora di belle ragazze chiamate principalmente in produzioni di secondo piano o appartenenti a filoni cinematografici specifici, come i decamerotici, la commedia sexy ecc.
Accanto alle attrici che riuscirono a ritagliarsi un proprio spazio e una certa visibilità, interpretando non solo film destinati ad un breve successo si mossero quindi tante ragazze in cerca di fama e fortuna, che vedevano il cinema come la via più breve e remunerativa per ottenere visibilità.

Daniela Doria in Quella villa accanto al cimitero
In tempi nemmeno tanto recenti la stessa cosa si è verificata in ambito televisivo, con il fenomeno delle vallette di trasmissioni tv che oggi vengono etichettate come “veline”, termine mutuato dalla fortunata e longeva trasmissione tv Striscia la notizia, che con Drive in ha lanciato il fenomeno (per certi versi triste e degradante) della bellezza di turno utilizzata solo in virtù del possesso di particolari anatomici appetiti dal pubblico maschile.
In effetti non c’è molta differenza fra le attricette e mini starlette del cinema sexy e le ragazzotte chiamate spregiativamente letterine o veline: tutte hanno in comune un percorso fatto di audizioni in cui contava davvero poco la preparazione e molto più l’avvenenza fisica e la bellezza.

La Doria in Lo squartatore di New York
La differenza è concentrata tutta sul mezzo utilizzato per diventare famose; ieri il cinema e molto marginalmente la tv, oggi a ruoli invertiti ovvero molto marginalmente il cinema (entrato in una crisi sempre più pericolosa) e in maniera preponderante la tv.
Una ragazza che, a metà anni sessanta, voleva farsi spazio e avere una certa notorietà aveva sicuramente molte più difficoltà da affrontare in paragone alla sua coetanea dei tempi d’oggi: per affermarsi, per avere visibilità c’erano davvero pochi mezzi, ovvero qualche concorso da miss, un contratto pubblicitario come modella e poco altro.
Il cinema era quindi un punto d’arrivo, quello che garantiva il massimo della visibilità e un ritorno importante anche in termini meramente economici, alla luce sopratutto dell’enorme mole di produzioni che vennero allestite nell’arco di almeno una dozzina di anni.
La stragrande maggioranza di queste “meteore” ebbe vita cinematografica piuttosto breve; furno davvero poche quelle che riuscirono ad emergere e ad avere una lusinghiera carriera cinematografica, come la Fenech, la Guida e altre che riuscirono a interpretare ruoli in film di una certa rilevanza oppure che si ritagliarono una carriera che in alcuni casi andò oltre la fine dell’età dell’oro del cinema.
Poichè queste meteore sono davvero un numero rilevante, parlerò solo di quelle che hanno interpretato qualche film divenuto più o meno famoso, citando attrici che per svariati motivi hanno poi abbandonato il cinema.

Daniela Doria in Le seminariste
Ancora una volta va detto che di loro purtroppo non si è saputo più nulla, salvo quando alcune hanno fatto parlare di se tramite le cronache e spesso per motivi tristi.
E’ il caso di Patrizia Viotti, romana nata nel 1950 e divenuta famosa più che per le sue interpretazioni cinematografiche per la storia d’amore con il cantante Mal finita malamente dalle cronache rosa alle aule di un tribunale, in seguito per la triste vicenda legata al suo arresto per detenzione di droga e infine alla sua morte avvenuta nel 1994 ad appena 44 anni.

Patrizia Viotti in La morte scende leggera
Sette i film interpretati dalla Viotti fra il 1971 e il 1974, che vanno da quello d’esordio, Erika di Filippo Walter Ratti allo sconosciutissimo Charlys Nichten di Boos del 1974. In mezzo B movies come La notte dei dannati, La morte scende leggera, il più conosciuto Alla ricerca del piacere e i decamerotici Canterbury proibito e Beffe, licenze et amori del Decamerone segreto.
Bella anche se non appariscente, fisicamente minuta ma ben proporzionata, della Viotti non possono essere citate particolari doti interpretative vista la scarsa consistenza dei suoi ruoli, ma ancora oggi è ricordata con nostalgia da alcuni fans, forse più affascinati dalla sua turbolenta vita fuori dal set che dalle doti messe in mostra in ambito cinematografico.
Sicuramente più consistente la carriera di Daniela Doria, che ha interpretato 9 film nel periodo che va dal 1976 al 1982; alcune partecipazioni a buoni film sono il suo biglietto da visita, avendo l’attrice partecipato a Avere vent’anni di Fernando Di Leo e a Black Cat (Gatto nero) di Lucio Fulci, nel quale interpreta la ragazza uccisa mentre è intenta ad amoreggiare con il suo ragazzo. Brevi parti anche in Le seminariste (accanto alla soubrette Paola Tedesco),

Daniela Doria in Il ginecologo della mutua

La Doria in Black cat-Gatto nero
in Classe mista (accanto alle più famose Dagmar Lassander e Femi Benussi) e infine nei due ultimi film interpretati, ovvero Quella villa accanto al cimitero in cui è la prima vittima del dottor Freudstein e in Lo squartatore di New York, entrambi di Lucio Fulci. Altri film interpretati dalla Doria sono Il ginecologo della mutua, Paura nella città dei morti viventi e I camionisti. Dotata di una buona espressività recitativa, la Doria ha avuto la sfortuna di essere entrata nel mondo del cinema nel periodo in cui lo stesso iniziava la sua lunga parabola declinante.
Bella bionda e affascinante: Silvana Venturelli, nove film all’attivo, è stata una delle attrici più sottovalutate del cinema di genere. Dotata di personalità magnetica e di indubbio carisma,

La Venturelli in Camille 2000

Silvana Venturelli in Erotika esotika psicotika
la Venturelli ha avuto il suo momento di gloria nel 1970 quando ha interpretato due film di buon livello come Camille 2000 e Esotika Erotika Psicotika entrambi diretti da Radley Metzger. In Camille 2000, rifacimento in chiave ermetica della storia della dama delle camelie e sopratutto nel tenebroso e a tratti incomprensibile The lickerish quartet

Annik Borel in Week end with the babysitter

La Borel in La lupa mannara
tradotto in maniera miserabile con il titolo di Esotika Erotika Psicotika la Venturelli è una presenza forte ed affascinante. Anche lei, subito dopo aver interpretato Veruschka (poesia di una donna) di Franco Rubartelli accanto alla modella Veruschka von Lehndorff scomparve nel nulla, per motivi assolutamente incomprensibili viste le sue buone doti recitative.
Mora e sexy, Paola Morra ha interpretato 8 film e ha avuto una breve parte nello sceneggiato tv Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Romana, nata nel 1959, ha esordito nel cinema molto tardi nel film Le porno relazioni ,

Paola Morra in Suor omicidi
sciagurata traduzione italiana di Silvia ama a Raquel, film diretto dallo spagnolo Diego Santillán. Il suo film più famoso è il thriller Suor omicidi di Giulio Berruti, interpretato accanto a Anita Ekberg e nel quale ha un ruolo da protagonista, quello di sorella Mathieu, una serial killer soprannominata proprio suor omicidi. Di rilievo la partecipazione al bel film di Mimmo Rafele Ammazzare il tempo, in cui divide il ruolo da protagonista con Stefania Casini.

Paola Morra in L’insegnante balla con tutte la classe

Paola Morra in Ammazzare il tempo
Discrete le sue apparizioni in Interno di un convento di Borowczick e in L’insegnante balla… con tutta la classe. Inutile dire che anche della Morra si sono perse completamente le tracce.
Nel 1976 il regista Rino Di Silvestro dirige La lupa mannara, un horror con protagonista una giovane attrice francese: si tratta di Annik Borel, nata a Besançon nel 1948. Non è un’esordiente, perchè è già comparsa in alcuni film però poco conosciuti in Italia. La parte interpretata, quella di Daniela Neseri una giovane donna perseguitata da sogni in cui si identifica con una lupa mannara è di quelle da ricordare, pur nel ristretto ambito dei B movie. La Borel è molto espressiva, tuttavia nonostante il discreto successo del film da allora in poi sarà chiamata a lavorare solo in altre due pellicole poco fortunate, Nel mirino di Black Aphrodite e I grossi bestioni.
Un’autentica meteora, anche se solo cinematograficamente è Marina Coffa, bellissima e famosa attrice di fotoromanzi Lancio prestata al cinema in tre occasioni più un’apparizione nello sceneggiato tv La famiglia Benvenuti.

Marina Coffa in Paranoia
Tre film interpretati, dicevo, il primo dei quali è L’amica di Alberto Lattuada nel quale la bellissima attrice romana interpreta Giovanna, amica/rivale della protagonista Lisa Marchesi, nei cui panni c’era l’affascinante Lisa Gastoni. Ben più importante il ruolo di Susan in Paranoia di Lenzi, nel quale la Coffa verrà smascherata proprio sui titoli di coda del film. Ultima sua apparizione in Il suo nome è qualcuno, di Denys McCoy.

Marina Coffa in L’amica
La Coffa, dopo la breve parentesi cinematografica tornò ai fotoromanzi prima di ritirarsi a vita privata. E’ scomparsa l’anno scorso a soli 60 anni, lasciando il ricordo di una professionista seria e bellissima, poco sfruttata per le doti che possedeva.


Patrizia Viotti
1974 Charlys Nichten
1972 Beffe, licenze et amori del Decamerone segreto
1972 Alla ricerca del piacere
1972 Canterbury proibito
1972 La morte scende leggera
1971 La notte dei dannati
1971 Erika

Daniela Doria
1982 Lo squartatore di New York
1982 I camionisti
1981 Quella villa accanto al cimitero
1981 Black Cat (Gatto nero)
1980 Paura nella città dei morti viventi
1978 Avere vent’anni
1977 Il ginecologo della mutua
1976 Le seminariste
1976 Classe mista

Silvana Venturelli
1971 Veruschka
1970 Esotika Erotika Psicotika
1969 Camille 2000
1969 L’assassino fantasma
1969 Il magnaccio
1969 L’alibi
1968 Barbarella
1968 Il figlio di Aquila Nera
1968 Vivo per la tua morte

Paola Morra
1983 Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (TV mini-serie)
1979 Suor Omicidi
1979 L’insegnante balla… con tutta la classe
1979 Ammazzare il tempo
1978 Interno di un convento
1978 Isola meccanica
1978 As Filhas do Fogo
1978 Le porno relazioni

Annik Borel
1978 I grossi bestioni
1977 Nel mirino di Black Aphrodite
1976 La lupa mannara
1974 The Last Porno Flick
1974 É tempo di uccidere detective Treck
1974 Sulle strade della California (TV series)
1972 Prison Girls
1972 Blood Orgy of the She-Devils
1971 La strana coppia (TV series)
1970 Weekend with the Babysitter

Marina Coffa
1971 Il suo nome è qualcuno
1970 Paranoia
1969 L’amica
1968 La famiglia Benvenuti (TV serie)




























































































































