Sensitività (Sensività)-Kyra la signora del lago
Sensitività, o Kyra – La signora del lago, o anche L’ultima casa vicina al lago o Sensività (titolo originale) è un film conosciuto più per le sue disavventure che per i suoi pregi artistici, peraltro molto ridotti.
Diretto da Enzo G. Castellari nel 1979, rappresenta l’unica incursione nel campo dell’horror metafisico da parte del regista romano e arriva nelle sale due anni dopo il discreto risultato di Quel maledetto treno blindato, un curioso film bellico diretto dallo stesso Castellari nel 1977.
Sensitività ebbe vicende molto travagliate, a partire da una distribuzione cinematografica penalizzante che portò il film nelle sale per un ristrettissimo periodo; l’insuccesso ai botteghini convinse la casa cinematografica Video Kineo ad acquisire i diritti della pellicola, cosa che avvenne in maniera non indolore.
Il film di Castellari venne affidato ad Alfonso Brescia che stravolse la trama originale, girò altre scene sostituendo l’attrice protagonista Leonora Fani con una controfigura con il risultato finale di ottenere un prodotto ibrido e sconclusionato che rese il film irriconoscibile.
Poichè già di per se la sceneggiatura originale era debole e poco convincente il guazzabuglio divenne totale e il film si rivelò economicamente un altro fallimento.
Del film di Castellari si persero le tracce e a tutt’oggi coloro che hanno visto la versione originale, mai più trasmessa nel mercato televisivo si contano sulla punta delle dita.
Il titolo del film in origine era Sensività, ma nella versione spagnola divenne Sensitività, titolo con il quale il film è passato sul piccolo schermo; il giudizio tecnico sul film va quindi mediato su quella che è la parte originale dello stesso, per intenderci diretta da Castellari.
La stessa sceneggiatura originale prevedeva uno svolgimento della pellicola sui binari della storia nera con elementi horror, erotici e metafisici che nella versione da noi conosciuta come Kyra la signora del lago sono in parte persi e in parte assolutamente incomprensibili.
In quest’ultima versione, quella che attualmente circola (sporadicamente) in orari impossibili e su canali televisivi a visibilità limitata, la storia è incentrata sulle vicende di Lilian, una ragazza orfana che ritorna al proprio paese natale, per scoprire che dopo ogni rapporto sessuale con giovani del luogo, nel corso dei quali perde la conoscenza finendo per sembrare morta, avviene un omicidio.
Il tutto è legato ad un’antica maledizione e a Kyra, una divinità crudele e alla presenza in paese della gemella di Lilian, Lilith (antico personaggio della cosmogonia ebraica e mesopotamica, considerata dagli ebrei la prima moglie di Adamo e dai mesopotami un demone crudele).
La contemporanea presenza delle due gemelle risveglia quindi l’antica maledizione, amplificata dall’odio viscerale che Lilith porta per Lilian, che la ragazza considera responsabile delle disavventure che ha vissuto.
L’odio mortale tra le due gemelle porterà alla tragedia finale, quando Lilith aggredirà Lilian, arrivata in paese con una moto, provocandone la caduta dalla stessa che prenderà fuoco durante il mortale duello tra le ragazze, che moriranno per colpa della benzina infiammatasi dopo l’uscita dal serbatoio della moto.
Leonora Fani
Il plot ha quindi una tematica di base non originale, che Castellari sviluppa svogliatamente come del resto testimoniato dal regista stesso che ha ricordato quanto poco credesse in questo progetto. Tuttavia, nelle parti attribuibili sicuramente al regista romano si nota un’eleganza formale e un uso della fotografia di sicuro livello, segno dell’indubbia abilità del regista romano.
Il giudizio sul film andrebbe quindi formulato visionando la versione originale del film, dimenticando per un attimo quella farraginosa e incoerente di Brescia; Sensitività ha un suo fascino, delle belle scene e un minimo di tensione anche se l’horror non è certamente il genere preferito da Castellari, che infatti non girerà più prodotti di questo genere.
Tra le scene aggiunte nella nuova sceneggiatura ce ne sono alcune che muovono al riso invololontario, tanto appaiono fuori contesto e inserite per ovviare all’assenza dell’attrice protagonista, la Fani; si vedano in tal senso le immagini della mano insanguinata che affiora dall’acqua o quelle dell’ascia che sfonda le porte inserite senza alcuna logica.
Come giustamente fa notare D.P. nel suo esaustivo articolo scritto per il mensile Nocturno (http://www.nocturno.it/news/sensivita-vs-kira-la-signora-dellago?AspxAutoDetectCookieSupport=1),
la differenza tra l’idea iniziale di Castellari e la realizzazione successiva di Brescia appare evidente sin dalle battute iniziali.
Abbastanza previdibile e scontata appare la sequenza iniziale, con la mamma di Lillian e la stessa bambina insieme su una barca, seguito dall’arrivo in paese di un misterioso motociclista con casco che si rivelerà essere la stessa Lillian mentre ben diversa era l’introduzione studiata da Castellari.
In definitiva, il giudizio sul film non può essere oggettivo almeno per quanto riguarda la prima stesura del film, troppo differente dalla seconda; anche il finale è completamente differente e mortifica l’opera di Castellari banalizzandola con una sbrigativa morte di entrambe per lo scoppio della moto, mentre in origine la sequenza prevedeva un finale in cui le due ragazze finivano per unirsi in un legame incestuoso.
Poichè molto difficilmente ritroveremo in rete la versione originale del film, dobbiamo accontentarci di quella di Brescia, che ovviamente non vale una visione nemmeno distratta; a scusante del regista romano va detto che è difficilissimo modificare una pellicola senza avere nemmeno la presenza dell’attrice protagonista, dovendo quindi contare solo su controfigure e artifici di scena.
Per quanto riguarda il cast, splendida la prova di Leonora Fani,, che si conferma attrice di razza anche se ancora una volta bisogna segnalare la miopia dei produttori e dei registi che non la scritturarono (salve rarissime eccezioni) per film che ne esaltassero la grandi capacità interpretative e il carisma che l’attrice veneta possedeva. Così così la Adriani mentre il resto del cast fa il suo dovere; belle le musiche di Maurizio e Guido De Angelis, bella la fotografia.
Per quanto riguarda la documentazione fotografica che ho scelto per questa recensione, occorre ricordare che si tratta della seconda versione del film, quella di Brescia, che ho eliminato le parti più scabrose e che essendo la fonte una riduzione in analogico di una vecchia VHS i fotogrammi stessi del film appaiono di bassissima qualità.
Sensitività
Un film di Enzo Girolami Castellari. Con Caterina Boratto, Leonora Fani, Vincent Gardenia, Wolfango Soldati Drammatico, durata 92 min. – Italia, Spagna 1979.
Leonora Fani: Lilian
Patricia Adriani: Lilith
Caterina Boratto: Kira
Vincent Gardenia: Pittore anziano
Wolfango Soldati: Manuel
Enzo G. Castellari: Ispettore
Regia Enzo G. Castellari versione originale
Regia Alfonso Brescia versione Kyra la signora del lago
Soggetto José Maria Nunez
Sceneggiatura Leila Bongiorno, José Maria Nunez
Casa di produzione Cinezeta
Distribuzione (Italia) Alpherat Orange
Fotografia Alejandro Ulloa
Montaggio Gianfranco Amicucci
Musiche Maurizio De Angelis, Guido De Angelis
Brutti sporchi e cattivi

Un’umanità brutta, sporca e cattiva, che vive emarginata in una baraccopoli ai margini della metropoli in condizioni di degrado fisico e morale, in cui tutti sono pronti a far tutto pur di galleggiare in un’esistenza anonima e segnata dalla miseria e dall’abbrutimento
Un microcosmo popolato da accattoni e ladri, puttane e truffatori, un’umanità segnata anche fisicamente da tratti somatici spesso ripugnanti, in cui vige una promiscuità in cui non c’è alcuna regola morale, nella quale fioriscono rapporti incestuosi e rapporti proibiti tra e con minorenni; questo è il quadro d’assieme del film di Scola, che indica proprio nel titolo le caratteristiche specifiche di questa massa amorfa di individui che sono per l’appunto brutti sporchi e cattivi.
Siamo alla periferia di Roma, in un campo densamente popolato e strutturato a macchia di leopardo con costruzioni fatiscenti in cui vivono, in condizioni assolutamente proibitive quelli che sono gli emarginati e i reietti della società civile; fra essi spicca la famiglia allargata di Giacinto Mazzatella, un emigrato pugliese privo di un occhio dal carattere dispotico, che alloggia in una baracca in cui vivono due dozzine di persone.

Promiscuità nella baracca
Tra esse ci sono la consorte di Giacinto, la mamma, i figlie le figlie, le nuore che occupano come bestie la cadente costruzione; Giacinto non si fa scrupoli di trattare tutti come animali, assolutamente indifferente a qualsiasi forma di morale. Lo vedremo infatti circuire sua nuora, portarsi a casa una prostituta e imporla come sua compagna alla moglie e al parentame,usare la sua cinica a abominevole morale per dominare e tiranneggiare la pletora di persone che lo circonda, tutti in qualche modo costretti a ruotare attorno alla sua figura.
Giacinto sa di poter dominare gli altri in virtù del possesso di un milione di lire, somma che gli è stata riconosciuta come indennizzo per aver perso un occhio; quel milione ovviamente fa gola a tutti e lui lo nasconde nei luoghi più improbabili, fino a scordarsi talvolta il nascondiglio in cui lo ha messo.

Nino Manfredi
Allora Giacinto diventa ancor più disumano se vogliamo; la sua furia si abbatte su tutti, fino al momento in cui ritrova il denaro e torna quindi ad una dimensione meno diabolica.
Il precario equilibrio della gente della barracca si dissolve il giorno in cui porta a casa Iside, una formosa prostituta napoletana con la quale si è dato alla bella vita, iniziando a dilapidare il suo piccolo gruzzolo.
Per la famiglia è un’onta intollerabile; non è il gesto in se a scatenare le ire, perchè ben altre cose accadono in quella succursale d’inferno che è la baracca, ma è lo spreco di denaro la molla scatenante, perchè su quel denaro ci fanno affidamento un pò tutti.
Così, con un complotto di famiglia grottesco e tragico si arriva alla decisione finale; Giacinto deve morire.
Gli avvelenano la pasta, ma il piccolo Lucifero si salva, perchè è scaltro, perchè assomiglia ad un topo, uno di quelli che infestano il campo; così, conscio di esser stato avvelenato con un topicida, Giacinto si salva ingerendo acqua salata e vomitando il micidiale intruglio.

La sua vendetta scatta puntuale: vende la baracca ad un altro gruppo di disperati, acquista una vecchia auto e si gode la scena dell’arrivo degli emigrati che si scontra con la sua famiglia. Poi da fuoco alla barracca; adesso le famiglie senza casa sono due, ma la soluzione c’è.
E Giacinto torna ad occupare il suo ruolo di re della corte dei miracoli; si fa nascondere il denaro nel braccio che adesso porta ingessato e giganteggia dall’alto del ritrovato potere.
Brutti sporchi e cattivi è un film grottesco all’eccesso, cattivissimo e nichilista, in cui si muove un’umanità sperduta e senza bussola, in cui non c’è un solo personaggio che non risenta della situazione di degrado morale in cui vive.
E la degradazione la avvertiamo in quasi tutte le scenette costruite dal regista, quell’Ettore Scola che con questo film raggiunge le vette della sua poetica; siamo di fronte ad un piccolo capolavoro che riesce nell’impresa di capovolgere gli stereotipi imposti dalla morale corrente, in cui i poveri sono solamente sfortunati protagonisti della vita sociale.
In questo film si ribaltano le prospettive, perchè affiora l’altra faccia di un’umanità fatta di poveri che non sono solo tali dal punto di vista economico, ma lo sono dal punto di vista etico e morale, una massa amorfa priva di dignità e regole, di sentimenti e sopratutto un’umanità istintiva preda delle peggiori pulsioni.

Scola dipinge quindi un sottoproletariato che assomiglia a quello pasoliniano solo per l’habitat nel quale si muove; non ha speranze, questo popolo di disperati e non le ha perchè è marcio dentro, perchè è cattivo di suo, perchè ha un comportamento asociale e anarchico.
Non ci sono leggi che tengano, non c’è armonia o pulizia morale in questo girone dantesco; nella barracca ( e il discorso lo si può allargare a tutto il campo) si vive assieme per opportunità personale, perchè non c’è altro posto in cui ripararsi, mangiare e espletare i propri bisogni.
Emblematica a tal fine la figura della ragazzina che riempie l’acqua per la famiglia; è l’immagine di apertura e la vediamo guardare, con occhi sognanti e ancora se vogliamo puri in direzione della città, che sembra lontana anni luce dall’alto della cupola di san Pietro. La rivedremo nelle scene finali andare ancora a riempire l’acqua, ma questa volta incinta.Un’immagine desolante, ancora stagliata con la città in lontananza, assolutamente indifferente ai drammi di gente che vive esistenze al più infimo livello animalesco.

Scola smonta quindi un mito, quello del povero sfortunato e ne fa un mito all’opposto, creando le condizioni per la nascita di un’altra frazione di sottoproletariato, quello senza speranza e senza futuro.
Un mondo in cui vige una legge della giungla ancor più crudele, perchè popolata da esseri pensanti eppure allo stesso tempo preda degli istinti più ciechi.
Quando nel 1976 il grandissimo regista di Trevico mette mano alla sceneggiatura di questo film è reduce dal successo di uno dei capolavori del cinema italiano, quel C’eravamo tanto amati in cui aveva fatto capolino tutta l’amarezza e il cinismo di un uomo che vede e analizza come farebbe un patologo con un cadavere la vita e la società; è il momento più fecondo e profondo del regista, che di li a poco avrebbe consegnato alla storia del cinema altri capolavori come Una giornata particolare, La terrazza e La famiglia.

Beryl Cunningham
Parte della critica è stata poco indulgente con Scola e questo non deve sorprendere; i critici spocchiosi, abituati a vedere film incomprensibili salutati come manifesto del mondo moderno poco potevano capire di un’ars poetica così amara e cinica, che per certi versi tanto assomiglia a quella di Monicelli, pur essendo naturalmente diversa e di diverso respiro.
Brutti sporchi e cattivi è un film disturbante, amaro e grottesco, cattivo fin nel midollo ed è sopratutto la titanica prova d’attore di Nino Manfredi, che interpreta il satanico Giacinto con una compenetrazione nel personaggio assoluta e totale.
Abbiamo conosciuto bene l’attore ciociaro, tanto da sapere perfettamente che lui umanamente è agli antipodi dal personaggio interpretato; eppure quella caratterizzazione perfetta, quell’aria luciferina, quel suo essere personaggio dannato e senza speranza è così trasfigurato da farci chiedere legittimamente se in fondo nell’animo dell’attore non albergasse una piccola parte di quel Giacinto così splendidamente interpretato.


La prostituta Iside
Perchè Manfredi/Giacinto alla fine sembrano un tutt’uno; e poichè abbiamo conosciuto il Manfredi sornione e ironico, allegro e gentile gli facciamo credito di una capacità interpretativa straordinaria, in questo ruolo che sarà uno dei più intensi realizzati in una carriera straordinaria.
E’ proprio con Scola che Manfredi raggiunge l’apice della sua abilità, della sua capacità di creare personaggi straordinariamente reali.
Ed è con questo film che l’attore ciociaro può, a pieno titolo, fregiarsi dell’immagine figurata di primo degli attori del nostro cinema.

L’avvelenamento di Giacinto
Tornando al film è difficile scegliere scene rappresentative dello stesso, visto il percorso lineare dello stesso, la discesa agli inferi di questo gruppo di umani così poco umani; a dover scegliere obbligatoriamente segnalerei la scena iniziale e quella finale che ho citato con protagonista la ragazzina che perde la purezza iniziale proprio in virtù del lassismo morale che impera nella barracca, la scena del congresso carnale tra uno dei figli e la cognata avvenuto all’interno della barracca stessa mentre tutti dormono e segnata dalla frase “Ahò, la faccia da mignotta ce l’hai, er fisico pure. nun vedo perché nun dovresti esse all’altezza della situazione“, l’oltraggioso rapporto tra uno dei fili e Iside (la prostituta) anch’esso caratterizzato dal fulminante assunto “Sono uno di famiglia“, il primo incontro tra Giacinto e Iside sotto un gigantesco cartellone pubblicitario, uno dei totem della civiltà dei consumi oppure la scena più grottesca e cattiva del film, il momento in cui buona parte della famiglia accompagna la vecchia nonna a riscuotere la pensione, un corteo di straccioni che invade le strade di una Roma indifferente e repellente.

L’incendio della baracca
Un film contestato, a volte poco capito e che ha diviso come in pochi casi il pubblico e la critica; segno della vitalità, della forza dirompente di una pellicola capace di generare discussioni violente, riflessioni e capace di sovvertire canoni precostruiti.
Un viaggio all’inferno e nell’inferno, dal quale siamo fuori, fortunatamente.
Forse.
Brutti sporchi e cattivi
Un film di Ettore Scola. Con Nino Manfredi, Marcella Michelangeli, Marcella Battisti, Francesco Crescimone, Silvia Ferluga, Zoe Incrocci, Adriana Russo, Franco Marino, Ennio Antonelli, Beryl Cunningham, Ettore Garofalo, Maria Bosco Commedia, durata 115′ min. – Italia 1976.






Nino Manfredi: Giacinto Mazzatella
Francesco Anniballi: Domizio
Ennio Antonelli: l’oste
Marcella Battisti: Marcella Celhoio
Maria Bosco: Gaetana
Giselda Castrini: Lisetta
Francesco Crescimone: il commissario
Beryl Cunningham: la baraccata di colore
Alfredo D’Ippolito: Plinio
Giancarlo Fanelli: Paride
Silvia Ferluga: la maga
Marina Fasoli: Maria Libera
Ettore Garofolo: Camillo
Zoe Incrocci: la madre di Tommasina
Franco Marino: padre Santandrea
Marco Marsili: Vittoriano
Franco Merli: Fernando
Marcella Michelangeli: impiegata postale
Clarisse Monaco: Tommasina
Linda Moretti: Matilde
Luciano Pagliuca: Romolo
Giuseppe Paravati: Tato
Aristide Piersanti: Cesaretto
Silvana Priori: Moglie di Paride
Giovanni Rovini: la nonna Antonecchia
Adriana Russo: Dora
Maria Luisa Santella: Iside
Mario Santella: Adolfo
Assunta Stacconi: Assunta Celhoio

Regia Ettore Scola
Soggetto Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Carlo Ponti
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Raimondo Crociani
Effetti speciali Fratelli Ascani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri, Franco Velchi
Costumi Danda Ortona
Trucco Francesco Freda






L’arcano incantatore
La vicenda ha luogo in un’epoca imprecisata ma, presumibilmente, alla fine del settecento. Per sfuggire al tribunale ecclesiastico, che lo cerca per aver sedotto e costretta all’aborto una ragazza, un giovane seminarista, Giacomo Vigetti, stipula un misterioso patto con una megera, che si vuole in grado, attraverso i suoi poteri, di risolvere fatti incresciosi come quello che lo riguarda. Questa vive nella stanza di una villa lugubre, nascosta dietro un paravento da cui mostra solo un occhio ed una mano guantata di pizzo nero, con l’unghia della quale segnerà il novizio, stabilendo con esso un legame inscindibile. Di lì a poco si imbatterà in eventi inspiegabili, dirà la donna, tutti da ricondurre al loro accordo.
Dopo averle consegnato in pegno il cilicio della madre morta, la dama lo indirizza presso il monsignore: un prete a cui la chiesa ha revocato i voti per via del suo interesse verso gli studi esoterici.
Così, svolgendo l’incarico di assistente per il vecchio parroco, potrà estinguere il debito con la fattucchiera, avendo in cambio risolte le sue contrarietà.
Una volta sul luogo avrà modo di conoscere, per bocca di Aoledo, che lo accompagnerà dal suo nuovo padrone, le dicerie che ruotano attorno all’uomo, noto nel circondario come arcano incantatore per via dei misterici esperimenti, sul limitare tra la vita e la morte, che compie all’interno del suo maniero, antico e fatiscente. Non meno inquietanti sono le storie che interessano Nerio, il suo predecessore, morto in circostanze oscure, in odore di patto satanico.
Vox populi che sembra trovare conferma proprio nel diario di Nerio, dove questi annotava i suoi tentativi di evocare il demonio. Anche tutto ciò che interessa lo spretato sembra rispondere al vero, sebbene nei suoi esperimenti metempirici, risieda invece un’inestinguibile sete di conoscenza:
lo studio sulla telecinesi e sull’esperienza extracorporea, condotto in parallelo con un fantomatico corrispondente. Il compito del seminarista, sarà proprio quello di trascrivere i messaggi cifrati che il monsignore detta lui, traendoli da un piccolo libro che porta sempre con sé. I messaggi vengono spediti poi da una delle converse che vivono in un casolare, ai bordi di un lago, nei pressi della magione dell’uomo.
Ma dopo aver assistito ad inquietanti manifestazioni, bicchieri che si librano nell’aria, pipistrelli a suggere sangue di salassi necessari per la trance, inspiegabili luci spettrali, e, soprattutto, due ragazzine in abito da conversa che appaiono e scompaiono tra le mura della casa, il novizio si convincerà che il maligno evocato da Nerio è davvero in quel luogo e sta tentando di impossessarsi di monsignore.
La verità, però, è ben diversa.
Quando gira L’arcano Incantatore, Avati, è lontano dal gotico ormai da diverso tempo, tornerà a batterlo più di dieci anni dopo con Il nascondiglio ma in realtà, non ha mai abbandonato del tutto il “nero”, lavorando a thriller come La stanza accanto e Dove comincia la notte, in qualità di sceneggiatore e produttore, e a L’amico d’infanzia, di cui fu anche regista. Poco prima, oltretutto, fu autore, e sostanzialmente supervisore, del culto televisivo Voci notturne, diretto poi da Fabrizio Laurenti (La casa 4). Ad ogni modo, anche in un capolavoro come Regalo di Natale, ad esempio, il regista dipana il tessuto narrativo in un’ottica da giallo, sfruttando i tempi del tavolo da poker, per sviluppare una vicenda che trasfigura da commedia a dramma, lambendo poi, appunto, il mistery.
E va detto che elementi più precisamente gotici non erano estranei neanche a Magnificat ed al più antico Tutti defunti… tranne i morti (che però è piuttosto un autoironico sberleffo del genere, essendo una commedia nera uscita a ridosso de La casa dalle finestre che ridono). L’ultimo horror, vero e proprio, prima di questo, fu Zeder di ben tredici anni prima.
A ben vedere, Avati, realizza con L’arcano incantatore la sua opera gotica più classica. Pur se calata nell’atmosfera provinciale del cosiddetto gotico padano, di stretta invenzione sua e del fratello Antonio col quale collabora da sempre, che aveva caratterizzato i suoi esordi (Balsamus e Thomas e gli indemoniati), la vicenda assume qui valore più universale; nonostante ciò, non perde la propria connotazione prettamente italica. Tanto più che il film è stato girato prevalentemente in Umbria, tra Todi e le splendide campagne intorno (un bel reportage sui luoghi del film può vedersi su http://www.davinotti.com).
L’ambiente, anche se non apertamente nominato e non di pretto padano, gioca un ruolo fondamentale nell’economia della messa in scena. Ad ogni modo un’iscrizione in testa ai titoli vuole che quella narrata sia: una fola esoterica delle nostre campagne, dando una collocazione logistica di massima.
L’autore emiliano opera per contrasto, girando in luoghi che comunicano un senso apparente di calma e quiete come il lago di Corbara ed i boschi e le radure limitrofe, utilizzando due registri distinti per rimarcare le differenze contestuali: illuminando gli interni, scarsamente, con luci naturali o candele, e al contrario sovresponendo le luci degli esterni, enfatizzando, cioè, le stesse peculiarità luministiche degli ambienti. L’eccezionale fotografia di Cesare Bastelli fa il resto, pur rischiando, per certe soluzioni e per l’estrema pulizia frutto dell’uso del digitale in luogo della pellicola (o almeno così parrebbe), di risultare a volte un po’ stucchevole.
Le sequenze notturne, comunque, sono d’intensità esemplare, ridonando quei contrasti chiaroscurali che, dai tempi della prima Hammer, hanno sempre identificato il genere. In particolare i momenti all’interno della biblioteca sono tra i più riusciti, sul piano della suggestione visiva.
Ne risulta un lavoro d’eleganza formale fuori dall’ordinario. Una storia malevola, inquietante, dai toni rarefatti, dai dialoghi misurati al millimetro, in cui la paura è sostituita da un’inquietudine angosciosa e profonda, claustrofobica, che non cala mai un secondo fin dalla prima sequenza e lo spaesamento costante, tratto distintivo della recitazione di Dionisi, altrove tendenzialmente legnosa, qui viene in forza proprio alle intenzioni primarie del racconto.
Ma vero catalizzatore del film è l’immenso Carlo Cecchi, che sembra portarsi letteralmente addosso il Renato Caccioppoli di Morte di un matematico napoletano.
L’aura sulfurea che lo accompagna ad ogni ingresso in scena, rende magistralmente il principio della ricerca del sapere, e come fonte assoluta del male e come travaglio interiore e fisico. Principio che sottendeva anche al capolavoro di Martone. Il viraggio fantastico non ne diminuisce il senso; al contrario, l’ombra demoniaca contribuisce ad amplificarlo oltremodo.
Ne L’arcano incantatore, Avati recupera e sovrascrive tutti i paradigmi del suo cinema orrorifico, compreso lo sguardo, tra il partecipe e l’impietoso, sulle credenze e sulle pratiche arcaiche legate alle superstizioni popolari del mondo rurale, ad esempio. O, anche, l’accento anticlericale molto presente nella grammatica del primo Avati, che pone la religione, proprio alla stregua di una qualsiasi altra superstizione, caricando i simboli cattolici di valori sinistri e morbosi. Salvo poi tratteggiare figure di prelati bonarie o tendenzialmente positive, qui l’esorcista a cui viene narrato l’episodio in analessi.
Quella di monsignore, invece, aldilà delle rivelazioni finali, è una figura dolente, segnata dalle proprie scelte; un uomo che in nome della conoscenza è pronto ad immolare se stesso, la sua fede; che affronta i suoi studi, come attraversando una via crucis luciferina, alla fine della quale, la salvezza è l’erudizione pura ad onta d’ogni costrizione dogmatica.
Il film è carico di fascinazioni e citazioni da Bava, Murnau o dallo stesso Kubrick di Shining che si palesa negli spettri delle due converse che appaiono sempre in coppia come le gemelle Grady e nel prefinale, che rompe con la linearità soffusa del racconto, movimentando erroneamente una pellicola che ha nella stasi irretita del terrore tutta la sua ragion d’essere. L’accetta, lo squarcio sulla porta a mo’ di finestra, sono citazioni un po’ troppo plateali che si sarebbero dovute evitare; non fosse che la fine, vera e propria, cancella d’un colpo (di scena) ogni ingenuità e ridona a L’arcano incantatore il fascino sinistro e misterioso di una leggenda nera contadina; una di quelle storie ascoltate dalle voci dei vecchi di paese, infarcite di preghiere e novene e nomi di santi, che non si sa mai quale origine abbiano e dalle conclusioni sempre amare e stranianti.
Con quest’opera può anche dirsi concluso un ciclo nella vita artistica di Avati, che da allora ha condotto il suo cinema, malgrado momenti vagamente più brillanti, come certuni de Gli amici del Bar Margherita, su territori poco comprensibili per chi ne ha apprezzato il percorso, tortuoso, certo, e anche contraddittorio, ma a cui non era mai venuto meno uno sguardo poetico subito riconoscibile, immancabilmente vitale e profondo; sia nei toni del nero, come s’è detto, sia in quelli del grottesco (La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone), sia quando a questi si è sostituita la malinconia garbata di Una gita scolastica o Noi tre o Storia di ragazzi e di ragazze.
In film come Il figlio più piccolo, si manifesta un malaugurato declino autoriale, rintracciabile, oltre che nell’esilità dei soggetti e nella pochezza della messinscena, soprattutto nella mancata occasione di ottimizzare, e gratificare, una magnifica presenza come quella di Christian De Sica, riducendo la prestazione di questi ad un inseguimento impietoso di tic e movenze dell’inarrivabile papà Vittorio (o forse non ho afferrato il gioco metafilmico). E meglio è sottacere sui volti televisivi che continuano ad intasare i suoi fotogrammi o sul Cesare Cremonini de Il cuore grande delle ragazze che grida pietà al cielo. Una sconfinata giovinezza, però, aveva in se qualche traccia sparuta che potrebbe far sperare in una rinascita futura (e poi c’erano i grandi Capolicchio e Crocitti, che da soli basterebbero a dire di un autore che quando vuole sa ancora pensare cinema). Rinascita che ci si augura possa comprendere anche il gotico, padano o meno che sia, che il nostro ha dichiarato anni fa di voler abbandonare, salvo poi dirigere il succitato Il nascondiglio (discreto ma non esaltante).
Probabilmente ne L’arcano incantatore il regista aderisce a moduli più codificati, meno personali che in Zeder o Balsamus; questo, però, non va a detrimento di un film che è e rimane uno dei suoi migliori in assoluto ed uno dei massimi vertici del cinema horror italiano e non solo; tanto che è ormai destinato a divenire un classico moderno, una pietra d’angolo, del cinema gotico e tanto che Guillermo Del Toro (Il labirinto del fauno) lo dice addirittura superiore anche ad un qualsiasi film di Tarantino.
Alla riuscita finale non poco contribuiscono le musiche eteree e dai toni misterici di Pino Donaggio: l’inquietante motivetto Rosa di rose, che ritorna più volte durante la visione, è raggelante almeno quanto le canzoncine di Rosemary’s baby e Profondo rosso o il coro infantile di Chi l’ha vista morire?
L’arcano incantatore
Un film di Pupi Avati. Con Carlo Cecchi, Stefano Dionisi, Arnaldo Ninchi, Andrea Scorzoni, Patrizia Sacchi,Vittorio Duse, Massimo Sarchielli, Renzo Rinaldi, Consuelo Ferrara, Eliana Miglio, Clelia Bernacchi Fantastico, durata 96 min. – Italia 1996.
Stefano Dionisi: Giacomo Vigetti
Carlo Cecchi: Nerio / arcano incantatore
Arnaldo Ninchi: Aoledo
Andrea Scorzoni: don Zanini
Mario Erpichini: padre Tommaso
Vittorio Duse: padre Medelana
Patrizia Sacchi: Vielma
Eliana Miglio: prostituta malata
Consuelo Ferrara: Severina
Massimo Sarchielli: sacerdote
Regia Pupi Avati
Soggetto Pupi Avati
Sceneggiatura Pupi Avati
Produttore Aurelio De Laurentiis, Antonio Avati
Casa di produzione Filmauro, Duea Film
Fotografia Cesare Bastelli
Montaggio Amedeo Salfa
Effetti speciali Francesco Paolocci, Gaetano Paolocci
Musiche Pino Donaggio
Scenografia Giuseppe Pirrotta
Costumi Vittoria Guaita
Trucco Franco Rufini
Quando le salamandre bruciano

Terry Manning e Marsha Prentiss sono legate da un’antica amicizia e da un legame sentimentale che risale ai tempi in cui entrambe frequentavano la scuola; Marsha, più matura di Terry, è legata all’amica/amante in modo molto più morboso di Terry.
La quale finisce per conoscere Ken Manning, un giovane simpatico e affidabile con conseguente rottura del legame sentimentale con Marsha.
Marsha tenta di opporsi in tutti i modi alla storia sentimentale di Terry con Ken, ma nonostante gli sforzi non riesce a fermare il matrimonio tra i due.
Anche dopo le nozze Marsha continua a perseguitare la sua ex amante fino al giorno in cui Terry, stanca della cosa e sotto ricatto da parte di Marsha di rivelare il loro passato a Ken, decide di anticipare le mosse della gelosa ex amante e di svelare la sua relazione proibita al neo marito.
La mossa mette davanti ad un muro Marsha, che, consapevole del forte legame tra i due coniugi e sopratutto della definitiva fine delle sue speranze, decide di porre termine alla sua vita.

Quando le salamandre bruciano è un film che alla sua uscita suscitò scalpore sia per la tematica trattata,ovvero la storia di un amore saffico trasformatosi poi in un conflitto inestricabile di sensi e amore, sia per le audaci scene di nudo che permeavano la pellicola.
Il che portò l’opera del regista Russel Vincent, anche sceneggiatore del film, sotto le forbici della censura, che tagliuzzò l’opera senza peraltro stravolgerne il senso finale.
Poichè la trama era abbastanza lineare e il film in se abbastanza facile da seguirsi la cosa ebbe un impatto limitato e conseguentemente la pellicola ebbe un discreto successo di pubblico.
Che però va ascritto principalmente al tema alquanto scabroso più che alle qualità intrinseche del film, che in definitiva è solo un drammone cupo con finale tragico, abbastanza inusuale nel panorama delle pellicole del periodo.


Quando le salamandre bruciano esce nel 1969, momento storico in cui alcune barriere e tabù cinematografici stavano per essere abbattutti o quanto meno aggirati; il lesbismo e più in generale l’omosessualità erano temi che ormai entravano sempre più decisamente nelle sceneggiature cinematografiche, tanto da costituire parte integrante di pellicole di svariati generi.
Complice l’adeguamento della morale alla storia del paese, che si avviava ad una modernità sempre più libera dai pregiudizi con conseguente maggiore libertà di espressione in tutti i campi della cultura.
Russel Vincent è qui alla sua prima opera da regista; in seguito girerà un solo film ( peraltro mai distribuito in Italia) How’s Your Love Life? del 1971 nel quale comparirà anche come attore.


Quando le salamandre bruciano è un film di discreta fattura, poco incline all’erotismo fine a se stesso; le scene di sesso sono praticamente inesistenti, almeno nella versione circolata nelle sale e nel mercato home video mentre più diffuse sono le scene di nudità che vedono protagoniste le due attrici principali, Sue Bernard (Terry) e Bee Tompkins (Marsha).
Il percorso del film è abbastanza semplice da seguire e si snoda attraverso la descrizione del rapporto che si instaura tra le due donne, l’indecisa Terry e la più risoluta Marsha; un rapporto messo in crisi nel momento in cui la più giovane Terry scopre di avere una sessualità ben più complessa di quella dell’amante, che la porterà a innamorarsi di Ken ripudiando di fatto gli anni passati con Marsha.

Che dal canto suo vivrà con sofferenza la cosa, non rassegnandosi alla fine della storia d’amore con Terry, con conseguenze finali devastanti per lei.
La trama forse non è originalissima ma è trattata con discreto rigore da Vincent che chiude la pellicola con la scena drammatica della morte di Marsha; un finale amaro ma abbastanza in linea con quanto raccontato per tutta la pellicola.
In quanto alle due protagoniste, Sue Bernard e Bee Tompkins assolvono al loro compito con sufficiente bravura e intensità espressiva; la Bernard, che nel corso della carriera ha girato una quindicina di pellicole, fra le quali le più famose sono I seguaci di Satana e Il potere di Satana scomparve dagli schermi nel 1974 mentre Bee Tompkins comparve in una decina di pellicole circa chiudendo di fatto la carriera nel 1970 con una comparsata in Airport.


Un film datato, espressione di un cinema vivace e pionieristico che tentava strade alternative anche quando produceva pellicole senza grosse aspettative come questa.
Pellicole però da non gettare via,anzi; recuperare questi piccoli prodotti significa avere un quadro assieme affascinante su un periodo storico che dal punto di vista della morale era in mezzo ad un guado, sospeso tra passato e modernità, tra arcaici valori e il bisogno ineludible di modernizzare il pensiero e il costume.

Quando le salamandre bruciano
Un film di Russ Vincent. Con Sue Bernars, Bee Tompson, Rick Cooper, Phea Dera Titolo originale That Thender Touch. Drammatico, durata 93 min. – USA 1973.







Sue Bernard … Terry Manning
Bee Tompkins … Marsha Prentis
Rick Cooper … Ken Manning
Phae Dera … Wendy Barrett
Dolly Read … Dodie
Victoria Hale … Jane
Richard St. John … Paul Barrett
Tanya Lemani … Irene Barrett
Roger Heldfond … Jim
Joe Castagna … Joe

Regia : Russel Vincent
Sceneggiatura: Russel Vincent
Produzione: George Moskov, Russel Vincent
Fotografia:Robert Caramico
Montaggio: Maurice Wright



Il saprofita

Il giovane Ercole studia da seminarista, in attesa di prendere i voti; ma in seguito ad un trauma, perde apparentemente la voce ed è costretto quindi a lasciare il seminario. Grazie alle conoscenze mondane del Superiore del seminario, Ercole finisce a servizio del generale Augusto Bezzi e di sua moglie Clotilde, baronessa.
La coppia ha due figli, Brunilde e il giovane Parsifal, costretto all’immobilità su una sedia a rotelle.
Ercole riesce immediatamente a farsi benvolere sia da Clotilde che da Parsifal; mentre con la baronessa l’ex seminarista allaccia quasi subito una relazione sessuale con Parsifal Ercole sembra legare in maniera speciale. Il giovane Parsifal infatti lo adora, anche quando scopre che tra lui e sua madre c’è una relazione.
Che Parsifal cerca di ostacolare, inutilmente.
Nel frattempo il Generale,dopo un litigio con la Baronessa che gli rimprovera di essere diventato un vecchio inutile cosa che del resto fa Brunilde, compie un gesto estremo lanciandosi da un balconcino della casa, proprio mentre Clotilde e Ercole sono impegnati in un focoso amplesso.
La morte del generale sembra paradossalmente sopire le tensioni della casa e le vite dei protagonisti scorrono tranquille.
Un giorno Clotilde, consigliata dal parroco Don Vito decide di inviare Ercole e Parsifal a Lourdes, in un estremo tentativo di trovare una soluzione ultraterrena alla menomazione di Parsifal.
Durante il viaggio i due conoscono Teresa Adiutori, una bella e morigerata giovane che accompagna sua nonna in Francia; ben presto il giovane Parsifal, in piena tempesta ormonale, si lega morbosamente alla ragazza ma non ha fatto i conti con il suo accompagnatore Ercole.


Che seduce la ragazza; scoperto durante un convegno amoroso (sul letto nel quale dorme la nonna di Teresa), Ercole insegue per il corridoio dell’albergo Parsifal che gli sta urlando contro e con un calcio fa precipitare giù per le scale il ragazzo, che muore.
Quasi miracolato dall’insano gesto, Ercole riprende a parlare e alla gente accorsa alle grida di Parsifal, presenta il tutto come un miracolo invitando i presenti alla preghiera…
Saprofita (termine derivato dal greco) indica quegli organismi che si nutrono di materia organica morta o in decomposizione; e tale appare il giovane e opportunista Ercole, che forse finge una afasia post traumatica semplicemente per sfuggire alla vita sacerdotale, per la quale forse non è tagliato.


E Il saprofita è il titolo di questa interessante opera prima di Sergio Nasca, che precede lo splendido Vergine e di nome Maria che nel 1975 lo impose all’attenzione del pubblico.
Il saprofita esce nelle sale nel 1974 ed è accolto in maniera controversa dal pubblico e dalla critica, se vogliamo con ottime motivazioni.
Il film ha una trama interessante, uno spunto di partenza che si presta ad un’analisi sui vizi delle famiglie borghesi meridionali, tema molto sfruttato ma capace di offrire continui spunti di riflessione.
Ercole è un personaggio ambiguo, come del resto ci appare da subito; freddo e glaciale, aiutato in questo dalla sua impossibilità di comunicare (voluta o subita ha un’importanza relativa), riesce ad installarsi nella famiglia Bezzi come un parassita, pronto a sfruttare le contraddizioni della famiglia stessa.

La Baronessa Clotilde è preda facile: bella e trascurata da un marito molto più anziano di lei, che non può più avere rapporti con sua moglie per una menomazione ( o semplicemente per gli stravizi in cui è vissuto, come rimproveratogli dalla moglie), Clotilde trova nel bel tenebroso Ercole un surrogato di felicità, che compra con regali in denaro, convincendo Ercole ancor più della bontà della sua scelta.
Il saprofita Ercole si installa quindi come farebbe una tenia nel suo ospite, sfruttando la situazione e ricavandone sesso e soldi. Poichè la Baronessa è ancora una splendida donna, il sacrificio è meno duro del preventivabile.
Unico ostacolo è Parsifal, un giovane gretto e meschino, costretto su una sedia a rotelle dalla quale sogna di evadere e che nel frattempo però spia sua madre e il suo amico/nemico Ercole nei convegni amorosi.
Non migliore è Brunilde, una ragazza astiosa in competizione con sua madre.

Memorabile la sequenza in cui con fare da donna consumata tenta un approccio con Ercole, venendo da quest’ultimo respinta.
Nella parte finale del film, la meno convincente e la più discontinua, seguiamo il percorso sulla strada mistico-religiosa che porterà l’improbabile coppia di amici/nemici a Lourdes, attraverso la conoscenza casuale della bella e bigotta Teresa fino all’amaro epilogo che vedrà la morte di Parsifal.
Se in Il saprofita funziona almeno parzialmente l’analisi cruda dei vizi della famiglia protagonista a non funzionare è il quadro d’assieme, molto discontinuo e frammentato.
Momenti felici si alternano a momenti in cui il sarcasmo e la voglia di pungere di Nasca perdono l’orientamento, finendo per creare un panorama generale confuso e contraddittorio.
Colpa dell’inesperienza, forse o colpa anche di una sceneggiatura non lineare, colpa della voglia di Nasca di stigmatizzare i personaggi che delinea, tutti preda di pulsioni e difetti caratterizzati all’eccesso.
Non c’è un solo personaggio che induca alla simpatia nel film e forse questo alla fine pesa nell’economia della pellicola.
Tutto è troppo marcatamente negativo, dal saprofita Ercole al giovane Parsifal, dalla baronessa al generale passando anche per i personaggi minori del film come Don Vito e Brunilde.

Tuttavia da questo quadro confuso emerge un ritratto al vetriolo della famiglia medio borghese che ha una sua consistenza, così come può essere definito ben realizzato il quadro di una società ipocrita e moralista anche nelle manifestazioni di fede.

Certo a colmare la misura arriva anche il personaggio della bigotta Teresa, che avrebbe potuto risollevare il film da un nichilismo che abbiamo respirato sin dal primo minuto di proiezione; ma Nasca va fino in fondo e ci propone un ultimo personaggio meschino e perdente lasciando finire il film su un binario che ha tracciato dall’inizio, quello della dissoluzione morale.
Il cast del film è molto eterogeneo e comprende un buon Al Cliver quasi mefistofelico e impenetrabile alle emozioni, come del resto rappresentato dall’accostamento con un parassita che si nutre di beni materiali installandosi nel suo ospite pronto a sfruttarne al massimo le pulsioni vitali.

Valeria Moriconi

Janet Agren
Bellissima e affascinante Valeria Moriconi, valente attrice di teatro che disegna geometricamente la figura della Baronessa abbagliata e offuscata dai sensi, così come discreta è Janet Agren nel ruolo di Teresa.
Poco sopra la sufficienza Giancarlo Marinangeli, a tratti indisponente ben aldilà dell’antipatia che suscita il suo personaggio; rivedremo l’attore in Peccatori di provincia, in Ritratto di borghesia in nero e in Cicciolina amore mio, prima della sua eclissi cinematografica.
Un film discontinuo, a tratti rozzo a tratti efficace, ma opera comunque molto interessante e di pregio.
Per fortuna il film è stato recentemente digitalizzato splendidamente ed è quindi visionabile in una versione che ha sostituito quella logora e inguardabile delle vecchie VHS.
Il saprofita
Un film di Sergio Nasca. Con Valeria Moriconi, Janet Agren, Leopoldo Trieste, Al Cliver, Cinzia Bruno, Rina Franchetti, Marisa Traversi, Dada Gallotti, Valentino Macchi, Nerina Montagnani, Daniele Dublino, Clara Colosimo, Luca Sportelli, Giancarlo Badessi, Giancarlo Marinangeli, Carlo Monni Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1974







Al Cliver: Ercole
Valeria Moriconi: La baronessa Clotilde
Leopoldo Trieste: Don Vito
Janet Agren: Teresa
Rina Franchetti: Bigotta di chiesa
Nerina Montagnani: La serva del Santone
Clara Colosimo: Signora alla veglia funebre
Giancarlo Badessi: Superiore del Seminario
Carlo Monni: Generale Augusto Bezzi
Cinzia Bruno: Brunilde
Valentino Macchi: Fascista al funerale
Giancarlo Marinangeli: Parsifal, figlio di Clotilde
Pia Morra: Addolorata, servetta

Regia Sergio Nasca
Soggetto Sergio Nasca
Sceneggiatura Sergio Nasca
Fotografia Giuseppe Acquari
Montaggio Erminia Morani, Giuseppe Giacobino
Musiche Sante Maria Romitelli
Scenografia Giorgio Luppi


Un’ombra nell’ombra

La giovane Carlotta Rhodes con le sue amiche Elena Merrill, Raffaella e Agatha decide di avere rapporti sessuali con Lucifero; Elena e Carlotta partoriscono due bambine, Anna e Daria.
Per le donne l’unione con il demone significa la castità assoluta; Lucifero è geloso e non ammette che una delle sue adepte possa diventare la donna di un mortale.
Le due figlie di Lucifero crescono mostrando due caratteri completamente diversi; mentre Anna Merrill, figlia di Elena è una ragazza normalissima e di indole fondamentalmente buona Daria Rhodes impara da subito a capire la forza dei suoi poteri. Al contrario di Anna, Daria è una ragazza cattiva e disumana, che tenta di aumentare i suoi poteri per poter dominare gli altri.

Valentina Cortese e Paola Tedesco (Elena e Anna Merril)

Lara Wendel (Daria Rhodes)
Anna finisce per non accettare i poteri demoniaci che possiede e sceglie di suicidarsi, lasciando nello sconforto Elena; la donna è un’insegnante e fra le sue allieve c’è proprio Daria, che non esita a mostrare alla donna i poteri di cui dispone.
Elena, già duramente provata dalla morte di Anna, non regge alle pressioni psicologiche di Daria e ne segue il triste destino.
A quel punto le tre amiche superstiti decidono di correre ai ripari e riunitesi chiedono l’aiuto di un prete in crisi di vocazione.

Anne Heywood (Carlotta Rhodes)

Il prete tenta un’impossibile esorcismo su Daria, che, aiutata da Lucifero, riesce a sconfiggere il prete; vittoriosa, prende un taxi e si fa accompagnare a piazza San Pietro, decisa a lanciare la sfida al capo della cristianità.
Come si può notare già dal plot, Un’ombra nell’ombra tenta disperatamente di rinverdire i fasti di L’esorcista, mescolando anche parte della storia di The Omen-Il presagio; ma Pier Carpi, regista e sceneggiatore del film indeciso su che binari mantenere la pellicola, ovvero se privilegiare l’horror a scapito della velocità della pellicola finisce per rimanere a mezza strada creando sin dall’inizio un filmaccio a cui ben presto verrà a mancare ogni motivo di interesse, trasformando il film stesso in un pasticcio aggravato anche da una trama inverosimile e arruffata come poche.
Più che un horror, siamo di fronte ad una bizzarria con momenti che inducono al riso più che al tremito; basta seguire la prima fase del film per capire cosa ci attende, con un balletto introduttivo che porta all’orgia in cui Lucifero fa sue le donne che vorrebbero adularlo (ma in cambio di cosa?) in cui senza nessuna logica vediamo le protagoniste dimenarsi discinte e lascive.

Marisa Mell
Il seguito mostra che l’impatto deludente dell’inizio della pellicola purtroppo è solo un prologo ad un film in cui non solo non accade nulla di rilevante, ma in cui ci si annoia mortalmente nel seguire le vicissitudini delle due protagoniste, le demoniache figlie di Lucifero che seguono vite parallele interrotte, nel caso di Anna, da un volontario suicidio per scampare al dominio dell’angelo ribelle.
Il tutto senza alcun approfondimento psicologico del personaggio; mi si obietterà che in fondo, davanti ad un horror demoniaco non è che bisogna formalizzarsi più di tanto.
Il guaio è che mentre in L’esorcista viene sviscerata la vicenda personale di Regan e a margine di quella della madre, in Omen-Il presagio assistiamo alle nefandezze del piccolo Damian e alle indagini del padre che porteranno lo stesso a scoprire l’orribile segreto della nascita dell’anticristo, in Un’ombra nell’ombra tutto sembra andare avanti per forza d’inerzia, con personaggi malamente delineati che sembrano agire per motivi francamente incomprensibili.

Irene Papas
La scena finale dell’esorcismo e la conseguente vittoria della diabolica Daria sono poi quanto di peggio visto in film a sfondo demoniaco; John Philip Law appare così stralunato e fuori parte da suscitare tenerezza e al tempo stesso costernazione.
Una parte consistente del film si svolge in una scuola, precisamente nella classe in cui insegna Elena Merrill e in cui come alunna troviamo la diabolica Daria; la ragazza sfida l’amica di sua madre mostrando di che tempra è fatta, aggredisce senza motivo uno dei ragazzini che vorrebbe essere suo amico, si comporta insomma come la degna figlia di indegno padre.
Il tutto però con un’approssimazione di tempi, di situazioni e se vogliamo con una recitazione così fuori dalle righe da rendere ancor più strampalato il risultato finale.
Pensare che nel cast ci sono attrici di sicuro valore, come Anne Heywood (Carlotta Rhodes) che però appare fuori parte nonchè pesantemente penalizzata da un ruolo poco delineato, come Valentina Cortese (Elena Merrill), l’unica forse a livello di uno standard accettabile, come Lara Wendel (Daria Rhodes) che fa il suo senza infamia e senza lode, anch’essa penalizzata dalle astrusità della trama.


Molto marginali le figure di Marisa Mell (Agatha) e Irene Papas (Raffaella) pesantemente penalizzate dalla mancanza di contorno e di spessore dei loro personaggi.
Bene Paola Tedesco, almeno per le poche sequenze che la vedono protagonista nel ruolo della sfortunata Anna.
In quanto a Lucifero, interpretato da Enzo Miani, non vale la pena spendere una parola, tanto palesemente ridicola risulta sia la caratterizzazione dell’attore che il personaggio in se.
Completa il disastro su tutti i fronti una colonna sonora debole e inadatta composta Stelvio Cipriani; da segnalare in ultimo la presenza in piccolissime parti di alcune buone caratteriste del cinema italiano come Carmen Russo (la protagonista del bizzarro balletto iniziale), di Patricia Webley e di Sofia Dionisio.

In quanto a Carpi, regista di questa bizzarra e bislacca pellicola, c’è poco da dire se non rallegrarsi del fatto che Un’ombra nell’ombra sia stata la seconda e ultima prestazione cinematografica, che fece seguito al suo precedente lavoro Povero Cristo interpretato da un Mino Reitano palesemente inadatto e penalizzato da una sceneggiatura sciagurata, in cui assistiamo alle avventure di un investigatore incaricato di provare l’esistenza nientemeno che del messia.
Di Pier Carpi preferisco ricordare la feconda e brillante attività di fumettista


(sue le sceneggiature di I Naufraghi, Lancillotto, Bob Lance, Zakimort, Teddy Bob, Boy, Brancaleone, l’Agente senza Nome, Kolosso, I Serpenti, Uranella, Jessica) e quella di scrittore (La morte facile (1964),Storia della magia, Il mistero di Sherlock Holmes e Le società segrete (1968), Cagliostro il taumaturgo (1972), I mercanti dell’occulto (1973), Un’Ombra nell’Ombra, Rasputin (1975), Le profezie di Papa Giovanni XXIII (1976), Palazzo d´Estate (1978), La Banda Kennedy (1980), Il caso Gelli (1982), Il diavolo (1988), Il venerabile (1993), Gesù contro Cristo (1997).
Film praticamente inguardabile, con l’unico pregio di aver riproposto sullo schermo le attrici citate su, alcune rispolverate dal malinconico cassetto dei ricordi in
cui erano finite, ovvero Marisa Mell e Anne Heywood.
Un’ombra nell’ombra
Un film di Pier Carpi. Con Irene Papas, Valentina Cortese, Paola Tedesco, Marisa Mell,Anne Heywood, John Philip Law, Frank Finlay, Ian Bannen, Sonia Viviani, Lara Wendel, Carmen Russo
Horror, durata 106 min. – Italia 1979.








Anne Heywood … Carlotta Rhodes
Valentina Cortese … Elena Merrill
Frank Finlay … Paul
John Phillip Law … L’esorcista
Marisa Mell … Agatha
Irene Papas … Raffaella
Paola Tedesco … Anna Merrill
Lara Wendel … Daria Rhodes
Ian Bannen … Il professore
Ezio Miani … Lucifero
Carmen Russo Una ballerina
West Buchanan … Peter Rhodes
Marina Daunia … Prostituta
Patrizia Webley … Prostituta

Regia Pier Carpi
Soggetto Pier Carpi
Sceneggiatura Pier Carpi e Audrey Strinton
Fotografia Guglielmo Mancori
Montaggio Manlio Camastro
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Piero Basile
Costumi Michaela Gisotti


Soundtrack del film


Jude
Jude Fawley è uno scalpellino che vive nel Wessex; ha alle spalle un passato doloroso e difficile, fatto di violenza, miseria e umiliazioni.
La sua esistenza è abbarbicata ad un sogno: studiare presso un’università per riscattare sia il suo passato sia il presente che non lo soddisfa.
Ma per poter studiare è necessario avere alle spalle una posizione solida, cosa che Jude non ha e deve quindi fare i conti anche con il suo stato sociale e con le difficoltà che ciò comporta.
Jude sposa una sua compaesana, Arabella, che con l’inganno gli fa credere di aspettare un bambino; la donna resterà incinta davvero ma il matrimonio tra i due è destinato ben presto a naufragare.
Kate Winslet
Christopher Eccleston
Insofferente a quella vita che considera riduttiva, Jude si trasferisce a Christminster, sede di una prestigiosa università nella speranza di poter coronare il suo sogno; qui incontra casualmente sua cugina Sue, sposata.
Tra i due inizia ben presto una travolgente relazione, nonostante le diffidenze iniziali della donna, quasi presaga di ciò che accadrà in seguito, ma non solo; la donna sa di vivere in un posto in cui le convenzioni sociali hanno la meglio su tutti gli altri aspetti della vita.
L’unione tra Jude e Sue è coronata però dalla nascita di due figli e i due nonostante le difficoltà portano avanti la loro relazione, aggiungendo al nucleo famigliare anche il figlio nato dal matrimonio di Jude con Arabella.
La decisione avrà però un effetto catastrofico: il bimbo convinto che l’infelicità della coppia, osteggiata da tutti in paese dipenda dalla sua presenza e da quella dei fratellastri, li uccide e poi si suicida.
L’episodio sconvolge il già precario equilibrio della coppia, minato dalle difficoltà di trovare casa, lavoro e sopratutto dal fatto di essere guardati con malcelato disprezzo dalla gente del posto.
Sue, in profonda crisi, decide di tornare da suo marito e riprendere la tranquilla vita di prima e a Jude, a cui l’università ha in pratica proibito di proseguire gli studi in virtù della sua posizione sociale e dello scandalo della sua relazione con Sue, non resta altro da fare che ritornare all’ovile dove riprenderà la relazione con Arabella.
Jude, diretto da Michael Winterbottom nel 1996 è tratto dal romanzo di Thomas Hardy “Jude the Obscure” edito nel 1896.
Un film che si snoda su due piani di lettura paralleli eppure allo stesso tempo convergenti; le storie di Jude e Sue, che ignorano di stare per incamminarsi su un sentiero che li porterà a condividere prima e a separare poi le proprie esistenze.
Jude è un giovane che ha degli ideali, un sogno e delle aspirazioni, Jane è una donna sposata con un benestante e colto uomo che probabilmente però non suscita in lei nessuna fiamma di desiderio; i due, così profondamente diversi come passato e presente finiranno per attrarsi fatalmente, complice il legame indissolubile di sangue che li unisce e che costituirà il primo dei baluardi contro cui dovranno lottare.
L’altro baluardo è la morale sociale, che vede nelle coppie di separati qualcosa di moralmente inaccettabile; contro questi pregiudizi, contro la barriera sociale che impedisce al giovane Jude di poter accedere agli studi perchè povero e sopratutto perchè impegnato in una relazione giudicata scandalosa la coppia tenta di opporre il legame che la unisce.
Che però è un legame difficile e complesso, altalenante, che vedrà il suo punto di arrivo dopo numerose incertezze e titubanze da parte di Sue; un legame che si rivelerà fatale per entrambi, oltre che causa della morte dei bambini nati dalla loro unione più quella del figlio di Jude, causa scatenante del tutto.
Il film segue quindi le vicende dei due amanti costretti a fare i conti con la morale e i pregiudizi, a vivere una vita umiliante sotto tutti i punti di vista; alla fine sarà proprio la morale corrente a scegliere il futuro dei due, anche se in modo involontario.
Il figlio di Jude infatti uccide proprio perchè la società in cui vive quella che è in fondo la sua famiglia respinge la coppia, li tiene ai margini e di conseguenza emargina anche lui e i suoi fratellini.
Nella scena più crudele del film,quella della morte dei tre fratelli,un senso di fatale destino pervade la sequenza, quasi il tutto dovesse arrivare a quella conseguenza per segnare la fine di una storia senza via d’uscita; “Siamo in troppi” scrive, il bambino, lapidario e tragico come un eroe greco.
Il piccolo che uccide i fratelli è così l’emblema, il braccio armato di una società cinica e bigotta che elimina il problema alla radice senza doverci fare i conti giornalmente.
E’ la vittoria del puritanesimo e della falsa morale, delle convenzioni sociali e al tempo stesso il trionfo dello status quo.
A nulla può quindi l’amore tra i due protagonisti, già di per se tormentato da secoli di tabù e di leggi scritte non cancellabili come quella che vuole la coppia indissolubile,
il povero che deve restare tale e non ambire a ciò che è riservato alla classe sociale superiore, come quella che vieta l’incesto (pur molto annacquato come nel caso di due cugini). La scena simbolo rappresentativa di tutto il film è quella finale, in cui i due protagonisti si incontrano davanti alle tombe degli sventurati figli e tra le lacrime decidono di lasciarsi.
Winterbottom usa una regia asciutta e lineare per descrivere i rapporti tra i due amanti (tali sono, non avendo contratto matrimonio), alternando i loro sorrisi e le loro speranze, la loro ingenua fiducia al buio medioevale di una società rinchiusa dietro le sbarre del pregiudizio e della morale conservatrice.
Jude e Sue usciranno sconfitti e la dimensione maggiore di questa sconfitta è rappresentata non solo dal dolore e dai dubbi di Sue ma anche dal malinconico ritorno della stessa alla casa del marito; quel marito che ha sposato per entrare nella società per bene, dal quale non è attratta in alcun modo, meno che mai da quello sessuale ma che rappresenta il ritorno ad una normalità tranquillizzante e narcotizzante al tempo stesso.
Una sconfitta su tutti i fronti, così come sconfitto esce Jude da una storia che lo ha privato di tutto; delle illusioni di potersi evolvere socialmente e culturalmente, dall’illusione di poter vivere la propria vita integrandosi in una società che viceversa lo respinge e lo emargina.
Jude torna a casa, all’ovile, dove riprende la relazione con Arabella.
Ha perso la partita e si è arreso.
Questo film va visto in diverse ottiche, quindi, con un occhio particolare al legame simbiotico fra il film e il romanzo da cui è tratto, che all’epoca della sua uscita scatenò un putiferio in un’epoca puritana come poche.
Il regista inglese Winterbottom, reduce da Butterfly kiss – il bacio della farfalla e da Go now, dirige un bel film, a cui contribuiscono le ottime prestazioni dei due attori principali ovvero Christopher Eccleston (Jude) e Kate Winslet (Sue) a cui vanno aggiunte le ottime performance di Liam Cunningham (Phillotson,il marito di Sue) e di Rachel Griffiths (Arabella)
Film ineccepibile, con una buona fotografia che esalta la cupezza del racconto e che in stridente contrasto esalta i pochi momenti felici della coppia.
Jude
Un film di Michael Winterbottom. Con Kate Winslet, Christopher Eccleston, James Nashbitt Drammatico, durata 123′ min. – USA 1996.
Christopher Eccleston: Jude Fawley
Kate Winslet: Sue Bridehead
Liam Cunningham: Phillotson
Rachel Griffiths: Arabella
June Whitfield: Zia Drusilla
James Lambert: Zio Joe
Regia Michael Winterbottom
Soggetto Thomas Hardy (romanzo)
Fotografia Eduardo Serra
Montaggio Trevor Waite
Musiche Adrian Johnston
Scenografia Joseph Bennett
Costumi Janty Yates
Samoa regina della giungla
Il Professor Dawson organizza una spedizione nelle isole malesiane per trovare un ricchissimo giacimento di diamanti; il gruppo che affianca il Professore è composto dalla sua assistente personale Nancy White,dall’avventuriero Clint Lomas e dagli accompagnatori Muller, Alain e Moreau.
Sbarcati sull’isola, i componenti della spedizione devono subito fare i conti con una natura ostile e con l’insidia rappresentata dai cacciatori di teste che la popolano.
Il pericolo è in agguato e Stark, che si è allontanato dalla spedizione viene sbranato da una tigre, mentre il gruppo raggiunge un fiume che precipita in una cascata. Qui il gruppo stesso viene attaccato dai feroci cacciatori di teste e nonostante la bravura di Clint con le armi Dawson e compagni farebbero una brutta fine se non comparisse all’improvviso la stupenda Samoa, che li salva conducendoli attraverso un passaggio segreto all’accampamento in cui vive con la sua tibu.
Qui scoprono che la tribù custodisce una quantità enorme di diamanti, offerti alle divinità protettrici della stessa; le varie anime della spedizione si mostrano così in tutta la loro interezza.
Edwige Fenech
Femi Benussi
C’è Moreau che non resiste alla cupidigia e saccheggia il tesoro, c’è Alain che si lega alla bellissima Jasmine mentre lo stesso Clint sembra essere tentato dai diamanti. Il furto sacrilego di Moreau scatena la rabbia della tribù che insegue la spedizione costretta a scappare.
Durante la fuga Moreau finisce tra le sabbie mobili e muore sotto gli occhi inorriditi di Samoa e Clint, che riescono a fuggire mentre nel frattempo Alain ha deciso di restare con Jasmine della quale si è innamorato.
Solo Clint e Samoa riusciranno, a bordo di una canoa, a sfuggire dopo varie peripezie alla tribù lanciata al loro inseguimento e a tornare a casa con un ricco bottino in diamanti.
Samoa regina della giungla è un film del 1968 diretto da Guido Malatesta, lo stesso regista che l’anno successivo avrebbe diretto Tarzana sesso selvaggio;è un film che si colloca nella scia del successo di Gungala la vergine della giungla e di Liana la figlia della foresta, anch’essi girati nella giungla e con temi più o meno simili.
Ivy Holzer
Un film avventuroso non molto differente, per fare un esempio, da quelli aventi come protagonista Allan Quatermann, con alcuni topos classici, come il tesoro, gli avventurieri, le bellissime che si innamorano dei migliori di loro, la cupidigia e infine la vendetta con la morte di quasi tutti i protagonisti.
Se la storia non presenta grossi motivi di interesse, visto che di film simili ne sono stati fatti in serie un numero impressionanti, va riconosciuto allo stesso la capacità di portare nelle sale un pubblico che altrimenti non avrebbe riempite le stesse.
E’ proprio il cinema di serie B a portare nelle sale la maggioranza degli spettatori e a dare loro quello che in fondo chiedono, ovvero due ore spensierate da passare in compagnia di prodotti che possibilmente non annoino e non costringano lo spettatore stesso a farsi mille domande sul film, sul suo significato ecc.
Samoa regina della giungla è un prodotto discreto, con il giusto mix di avventura e azione, anche se non mancano nel film stesso alcune ingenuità che lo rendono inequivocabilmente un prodotto per bocche buone.
La Fenech, che interpreta Samoa gira con un’acconciatura e con una mise da occidentale sofisticata, parla inaspettatamente la lingua degli avventurieri in cui si imbatte ed appare truccata come dopo una seduta dall’estetista.
A parte questo, il film ha un buon ritmo e qualche momento felice.
Il cast fa il suo con sufficiente professionalità e a tal pro vanno segnalate le prove della Fenech stessa, della splendida Femi Benussi che l’anno successivo sarà protagonista del Tarzana di Malatesta e di Ivano Staccioli, che quando deve fare il duro non è secondo a nessuno.
Discreta la fotografia e la location, con splendide immagini naturali.
Il film è disponibile in una versione di ottima qualità su You tube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=Um2WVBeT5jE
Samoa, regina della giungla
Un film di Guido Malatesta. Con Ivano Staccioli, Edwige Fenech, Roger Browne, Ivy Holzer,Andrea Aureli, Giustino Durano, Claudio Ruffini, Femi Benussi, Umberto Ceriani Avventura, durata 88′ min. – Italia 1968.
Roger Browne: Clint Lomas
Edwige Fenech: Samoa
Ivy Holzer: Nancy White
Ivano Staccioli: Moreau
Andrea Aureli: Stark
Umberto Ceriani: Alain
Tullio Altamura: Professor Dawson
Wilbert Bradley: Campu, la guida
Femi Benussi: Yasmin
Regia Guido Malatesta
Soggetto Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Guido Malatesta
Produttore Fortunato Misiano
Casa di produzione Romana Film
Distribuzione (Italia) Romana Film
Fotografia Augusto Tiezzi
Montaggio Jolanda Benvenuti
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia Pier Vittorio Marchi
Costumi Walter Patriarca
Tarzana,sesso selvaggio

La piccola Elisabeth Shipper è scomparsa anni addietro in una foresta, da quando l’aereo che trasportava lei, sua madre e suo padre Donovan è caduto nei pressi di Nairobi; da allora suo zio Glen Donovan, deciso a ritrovarla per nominarla erede del suo patrimonio (l’uomo non ha eredi diretti oltre Elisabeth) l’ha cercata inutilmente.
Ma un giorno, sedici anni dopo, i resti dell’aereo vengono ritrovati e con essi i corpi senza vita di Donovan e di sua moglie; manca all’appello il corpo di Elisabeth, che presumibilmente è ancora viva.
Glen Donovan decide di organizzare una spedizione,al comando di Glen Shipper a cui promette 100.000 dollari in caso di successo della stessa, ingaggiando il subdolo Groder e il suo amico Fred e aggiungendo anche Doris Miller, la sua segretaria.

Una splendida Femi Benussi è Tarzana
Groder ha per la mente un’idea sola; impedire il ritrovamento di Elisabeth e in caso di successo della spedizione, uccidere la ragazza per ereditare l’ingente patrimonio di Glen in qualità di erede prossimo del miliardario.
Dopo varie vicissitudini, il gruppo scopre che la ragazza è ancora viva e che anzi si è adattata alla vita dalla giungla, arrivando a convivere con le belve che la popolano. Rispettata dagli indigeni che la chiamano Tarzana, Elisabeth non ha memoria della sua vita passata; Groder riesce a catturare la ragazza ma sul punto di ucciderla viene fermato da Fred che vuole usare la ragazza come arma di ricatto verso Groder.

Beryl Cunningham
Ma le cose volgono al meglio quando dopo un inseguimento nella giungla Fred finisce in una trappola mentre insegue la astuta Tarzana che conosce a menadito tutte le insidie della giungla.
L’uomo cade in una profonda fossa morendo infilzato su alcuni bastoni acuminati posti sul fondo.
Raggiunta da Glen e da Doris Miller Tarzana…….
In una giungla ricostruita in studio con un’ingenuità disarmante e con una povertà di mezzi francescana, Tarzana sesso selvaggio è un B movies di qualche successo girato nel 1969 da Guido Malatesta per sfruttare la buona fama e l’indiscutibile bellezza di Femi Benussi,


Franca Polesello
l’attrice friulana che nei tre anni precedenti aveva partecipato a una ventina di pellicole di vario genere, inclusa un’altra versione girata nella giungla di un film fac simile, quel Samoa regina della giungla che l’aveva vista protagonista assieme ad Edwige Fenech.
Con un titolo assolutamente fuorviante come Tarzana sesso selvaggio lo spettatore è indotto a pensare di trovarsi davanti ad una di quelle prime pellicole sfacciatamente erotiche che sul finire del decennio sessanta iniziavano ad invadere gli schermi.
Il film invece di erotico non ha assolutamente nulla, concedendo alla platea qualche seno nudo della splendida Benussi e dell’altra protagonista,Franca Polesello.


Il resto del film è di una noia mortale, mancando alla pellicola stessa una sceneggiatura valida e sopratutto interpretata com’è da attori di livello troppo basso per poter riscattare la sciatteria della storia.
Del resto il film appare una scopiazzatura di Gungala la vergine della giungla, con protagonista la splendida Kitty Swan uscito l’anno prima sugli schermi; in questa pellicola Malatesta altro non fa che clonare il personaggio di Tarzan, metterci al suo posto una controfigura femminile di fascino come Femi Benussi, e lasciarla libera di scorazzare per la giungla a seni nudi, cavalcando un elefante di dimensioni contenute e lasciandola libera di lanciare urla quasi isteriche in pura imitazione del ben più famoso personaggio di Edgar Rice Burroughs.
Per poter far fronte alla misera sceneggiatura, Malatesta propone quindi topless a tutto spiano delle protagoniste della storia le citate Polesello e Benussi, aggiungendo un fascino di esotica e selvaggia bellezza con Beryl Cunningham, che esegue una danza selvaggia e orgiastica nel vllaggio degli indigeni che si apprestano ad attaccare la spedizione che improvvidamente si è avventurata nella giungla.


Inutile andare per il sottile aggiungendo altri particolari alla trama, che è così lineare e prevedibile da risultare commovente nella sua semplicità; dopo aver citato le generose forme di Femi Benussi e di Franca Polesello altro non resta da fare che ricordare che questo film non esiste in versione digitale ma solo analogica, il che non è assolutamente un male. A quanto mi risulta non dovrebbe esserci nemmeno una versione in italiano su supporto magnetico, visto che le uniche immagini e gli unici filmati esistenti sono in lingua inglese o tedesca.
Tarzana sesso selvaggio
Un film di Guido Malatesta. Con Femi Benussi, Franca Polesello, Ken Clark, Beryl Cunningham, Raf Baldassarre, Furio Meniconi, Franco Ressel, Ugo Adinolfi, Fortunato Arena, Andrew Ray Avventura/Erotico, durata 90 min. – Italia 1970.









Ken Clark … Glen Shipper
Franca Polesello … Doris
Beryl Cunningham … Kamala – Dancer
Femi Benussi … Tarzana
Franco Ressel … Groder
Raf Baldassarre … Fred
Alfred Thomas … Kamuro
Furio Meniconi … Lars

Regia Guido Malatesta come James Reed
Sceneggiatura Gianfranco Clerici ,Guido Malatesta,Phillip Shaw
Produzione Glen Hart,Fortunato Misiano
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Montaggio Augusto Tiezzi
Fotografia Jolanda Benvenuti






Femi Benussi, foto di scena


Franca Polesello, foto di scena






Gruppo di Lobby card del film





Satyricon
![]()
Per parlare del Satyricon di Gian Luigi Polidoro, uscito nelle sale italiane nell’aprile del 1969 occorre scomodare Federico Fellini, il grande regista riminese che in qualche modo e in maniera assolutamente involontaria fu il padre putativo di questa riduzione cinematografica dell’opera di Petronio Arbitro.
Fellini stava lavorando alla sua versione cinematografica del Satyricon quando il produttore Alfredo Bini ( che pare fosse irritato con Fellini stesso che aveva deciso di accettare di lavorare con il produttore Alberto Grimaldi) improvvisamente affidò a Gian Luigi Polidoro il compito di realizzare una trasposizione dell’opera di Petronio Arbitro sceneggiata da Rodolfo Sonego.
![]()
Don Backy
![]()
Francesco Pau
Battendo sul tempo Fellini, Polidoro realizzò il suo Satyricon e approfittando del clima di grande attesa che si era creato attorno al prodotto felliniano in poco tempo varò la sua versione.
Che venne quasi maciullata dalla critica mentre nei primi giorni di proiezione ottenne un successo straordinario che però si ritorse contro il regista; a pochi giorni dalle prime proiezioni infatti il film venne sequestrato e mandato sotto processo con l’accusa abbastanza ridicola di oscenità.
![]()
A causare l’ira del censore (il magistrato Vittorio Occorsio, ucciso da Ordine nuovo a Roma il 10 luglio 1976) fu la presenza nel ruolo di Gitone di Francesco Pau, che come narrano le cronache, nell’epoca in cui venne girato il film era minorenne.
Al film venne anche contestata l’accusa di oscenità, forse per la presenza di alcune scene di nudo ma molto più probabilmente per la famosa orgia durante il banchetto di Trimalcione.
Uso il termine probabilmente perchè le versioni successive del film, trasmesse in tv o ridotte in versione home, appaiono mutile di almeno una quindicina di minuti di pellicola; da alcune foto di scena dell’epoca che troverete come appendice a questo articolo appare evidente come le forbici censorie abbiano mutilato il film stesso.
La decisione del magistrato provocò una levata di scudi da parte di gente del cinema e della cultura in generale; intellettuali , grandi registi come Antonioni si schierarono contro la censura invocando la libertà d’espressione.
Tutto inutilmente, il film venne mutilato e in pratica sparì dalle sale mentre contemporaneamente usciva il Satyricon felliniano che per inciso sconcertò i critici e maggiormente il pubblico.
![]()
Il film di Polidoro riprende solo in parte l’opera di Petronio Arbitro, giunta ai tempi nostri in forma molto rimaneggiata; è presente, nel film, lo spirito irriverente e fustigatorio di Petronio, anche se in maniera un pò rozza e propendente alla satira scollacciata.
Tuttavia il film non è affatto quella bruttura descritta dai critici dell’epoca, ha una sua dignità e in fondo ha anche una linearità che nell’opera di Fellini manca.
Difatti la versione di Fellini, che uscirà con il titolo Fellini Satyricon, proprio per distinguerla dal film di Polidoro appare come opera disomogenea e disorganica,in cui l’unica parte coerente e completa è la famosa cena di Trimalcione; ma è un discorso che non interessa questa trattazione per cui torniamo al Satyricon di Polidoro.
I protagonisti del film sono Escolpio, uno studente svogliato e indolente, lo schiavo Gitone, che Escolpio non sa essere uomo e del quale in qualche modo si infatuerà e infine Eumolpio, poeta di scarso valore che per un pò seguirà Escolpio nel suo vagabondaggio in una terra romana che vive l’epoca storica dell’impero di Nerone.
![]()
Mario Carotenuto
Nel suo vagabondaggio, Escolpio si imbatte in personaggi che sono un pò la rappresentazione di tutti i vizi della Roma neroniana;dopo aver scoperto che è diventato erede dei beni di suo zio Anneo Mela, che ha rinvenuto morto accanto alla moglie nella sua villa, suicida per ordine di Nerone, Escolpio finisce per incontrare il celebre Trimalcione durante una delle sue opulente feste.
E’ la parte centrale del film, quella meglio riuscita in cui il nobile romano emerge prepotentemente come uomo volgare e dedito ai bagordi, capace di catechizzare i suoi commensali con dotte citazioni ma al tempo stesso volgare e scurrile, intento ad espletare le sue funzioni intestinali come supremo disprezzo verso i commensali.
![]()
![]()
Ugo Tognazzi
Più in là Escolpio incontrerà anche la maga Circe, non prima di esser stato tradito dal suo ex amico Eumolpio, incapperà in una furiosa tempesta alla quale scamperà per miracolo, svegliandosi sulla riva del mare sulla quale un anziano ha creato una pira con il corpo di un ragazzo che viene dato alle fiamme.
Il Satyricon di Polidoro è sensibilmente diverso dall’opera di Arbitro e presenta alcune caratteristiche particolari che ne fanno opera discutibile, rozza ma non priva di qualche felice intuizione.
La parte meno riuscita riguarda in primis l’eccesso di volgarità presente nella pellicola, che appaiono pretestuose e sopratutto slegate dall’originale di Petronio; l’altro neo del film è rappresentato da un cast poco omogeneo, in cui l’anello debole è rappresentato dal cantante attore Don Backy, svagato e corpo estraneo della pellicola.
![]()
Tina Aumont
![]()
Franco Fabrizi
Don Backy ha doti discrete di recitazione, come del resto dimostrerà nel bellissimo Cani arrabbiati, ma in questo film sembra svogliato e sopratutto alle prese con un personaggio che richiedeva maggior personalità ed espressività; meglio Franco Fabrizi nel ruolo dell’infido Ascilto e bene anche Mario Carotenuto in quello di Eumolpo. Il solito grande Tognazzi invece caratterizza da par suo il personaggio centrale del film, il ricco e volgare Trimalcione.
![]()
Si racconta che Tognazzi abbia accettato questo ruolo per vendicarsi in qualche modo di Fellini che non lo scritturò per la sua versione del Satyricon; se è andata così, ad averci perso è stato sicuramente il regista riminese, perchè Tognazzi era attore di razza, come del resto dimostrato in questo film e in tante altre produzioni in cui ha recitato.
A conti fatti il film di Polidoro non va considerato un fallimento, quanto piuttosto un’operazione non riuscita; a nuocere pesantemente è il paragone con l’opera di Fellini a cui il film viene ingiustamente accostato.
Ingiustamente perchè le due opere sono assolutamente differenti tra loro, con ambizioni diverse e sopratutto rivolte a pubblici differenti.
Il Satyricon di Polidoro è oggi un’opera pesantemente datata a cui va riconosciuta qualche attenuante, come quella della grossa operazione di censura apportata alla pellicola, che rende difficilmente giudicabile il film nella sua complessità.
Questo film è difficilmente reperibile, passa molto raramente in tv ma è disponibile in versione censurata su You tube.
Satyricon
Un film di Gian Maria Polidoro. Con Don Backy, Ugo Tognazzi, Franco Fabrizi, Graziella Granata,Tina Aumont, Mario Carotenuto, Francesco Pau, Leopoldo Valentini, Alfredo Rizzo, Corrado Olmi, Piero Gerlini, Ennio Antonelli, Clara Colosimo, Franco Leo Commedia, durata 110′ min. – Italia 1969.
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Ugo Tognazzi: Trimalcione
Mario Carotenuto: Eumolpo
Don Backy: Encolpio
Franco Fabrizi: Ascilto
Tina Aumont: Circe
Francesco Pau: Gitone
Graziella Granata: Antonia
Tito LeDuc: Presentatore da Trimalcione
![]()
Regia Gian Luigi Polidoro
Soggetto Petronio Arbitro (dal omonimo romanzo)
Sceneggiatura Rodolfo Sonego
Produttore Alfredo Bini
Fotografia Benito Frattari
Montaggio Giancarlo Cappelli
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Flavio Mogherini
![]()
Si ringrazia il sito: http://www.dbcult.com
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()













































































































