I Razzie Awards 1980-1989

Accanto al premio Oscar, nato nel 1929 per premiare i film più importanti dell’anno, sono nati nel corso degli anni dei premi cinematografici decisamente meno ambiti da produttori, registi, attori e attrici e in genere da tutte le componenti del cast di una pellicola. Uno dei più importanti, creato dal giornalista John J. B. Wilson è il Razzie Awards, divenuto con il passare degli anni un autentico incubo per attori e registi in quanto decreta il fallimento dal punto di vista critico di una pellicola.
L’espressione Razzie nasce dal verbo To razz, ovvero prendere a pernacchie, prendere in giro ( i napoletani coloritamente sintetizzano con sfottere), mentre in origine il premio era denominato Golden Raspberry Awards, ovvero Premio lampone dorato ed è stato attribuito per la prima volta nel 1980, quando venne consegnato al film vincitore dell’anno.


Il peggior film del decennio ottanta: Mammina cara, con Faye Dunaway
Il poco ambito trofeo, costituito da un lampone che troneggia su un nastro televisivo Super 8 dipinto d’oro e del valore di pochi dollari viene consegnato il giorno prima dell’Oscar, quasi a rimarcare il carattere irriverente dell’operazione, che nel corso degli anni ha guadagnato enormi consensi tanto da essere un evento atteso con grande curiosità dal pubblico.
L’operazione Razzie award sembra essere principalmente, agli occhi di un poco più che distratto spettatore, una goliardata innocua.

Incredibile nomination per L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese
In realtà l’attribuzione del premio riveste una certa importanza, tanto da essere sospetta la presenza all’interno delle nomination di film che hanno fatto la storia del cinema e che non si prestano in alcun modo allo spernacchiamento o al pubblico ludibrio.
E’ il caso di autentiche pietre miliari del cinema come Shining di Stanley Kubrick che nel 1980 fu candidato per la peggior regia ! e per la peggior attrice protagonista, come I cancelli del cielo di Michael Cimino che rischiò di vincere nel 1981 ( un film bellissimo e poco compreso, anche se fu un fiasco clamoroso e fece fallire la UA) o come Cotton club di Francis Ford Coppola, lo splendido affresco sul mondo del jazz nel celebre locale di Harlem.

Razzie Award meritati per il pessimo Laguna blu
Accanto a queste autentiche “sviste”, che dimostrano una goliardia francamente troppo sospetta per essere autentica, ovvero fischi per fiaschi e spernacchiamenti rivolti a film che sono ormai dei culti autentici ecco la presenza altrettanto imbarazzante di attori fra i più celebrati di Hollywood.
Occorre in questo caso fare una premessa: se il giudizio su un film può essere davvero opinabile facendo propendere per la cattiva fede della giuria in alcuni casi come nel film di Kubrick che negli Usa non è mai stato amato, nel caso di molti attori le cose cambiano.
A parte stranissime scelte come quelle di premiare fior di attori come Faye Dunaway o Laurence Olivier, come non sogghignare davanti alla valanga di “riconoscimenti” per attori come Stallone, Madonna, Bo Derek, Brooke Shields ecc?
Il recordman assoluto dei Razzie award è Silvester Stallone, che nel corso della carriera ha ricevuto trenta nomination, 10 premi e l’irriverente premio assoluto quale peggior attore del secolo.

Rebecca De Mornay nel bruttissimo remake di E Dio creò la donna di Vadim
L’attore di New York è riuscito anche nell’impresa di vincere il premio per il peggior attore nel 1985 per i film Rambo II la vendetta e per Rocky IV; come se non bastasse, Sly ha fatto incetta di premi proprio con il suo più celebre personaggio, Rocky, trionfando come peggior regista anche per Rambo II. Ciliegina sulla torta la vittoria della sua allora compagna Brigitte Nielsen come peggior attrice.

Il primo, meritato Razzie per il bruttissimo Can’t Stop the Music
Anche la rock star italo americana Madonna Veronica Ciccone ha avuto la sua larga parte di gloria poco edificante venendo nominata al pari di Stallone come peggior attrice del secolo, ottenendo otto vittorie (5 volte come peggior attrice protagonista, due come peggior attrice non protagonista e una come peggior coppia).

Nudi in paradiso
C’è poi una pletora di attori e attrici abbastanza popolari che hanno ricevuto significativi riconoscimenti dall’Accademia Razzie Awards; tra essi possiamo citare Brooke Shields per Laguna blu (1980), Bo Derek per Tarzan, l’uomo scimmia (1981), Pia Zadora per Butterfly – Il sapore del peccato (1982) (film per il quale ha rischiato il riconoscimento come peggior attore nientemeno che Orson Welles) fino al premio attribuito quest’anno a Jessica Alba.
Queste le categorie premiate dalla giuria:
Peggior film (Worst Picture)
Peggiore attore protagonista (Worst Actor)
Peggiore attrice protagonista (Worst Actress)
Peggiore attore non protagonista (Worst Supporting Actor)
Peggiore attrice non protagonista (Worst Supporting Actress)
Peggior regista (Worst Director)
Peggior esordiente (Worst New Star)
Peggiore coppia/cast (Worst Screen Couple/Worst Screen Ensemble)
Peggior prequel, remake, rip-off o sequel (Worst Prequel, Remake, Rip-off or Sequel)
Peggior sceneggiatura (Worst Screenplay)
Peggior canzone originale (Worst Original Song)
Peggior carriera (Worst Career Achievement Award)
Premi speciali
Diamo quindi un’occhiata analitica anno per anno, dal 1980 al 1990 a questo singolare premio che tanto ha fatto arrabbiare fior di attori e professionisti del cinema.
1980:

Olivia Newton John in Xanadu: per l’attrice,nomination come peggiore attrice
A vincere il premio per il peggior film è Can’t Stop the Music (Can’t Stop the Music) per la regia di Nancy Walker, la pellicola kitsch dedicata al gruppo disco Village People che trionfa meritatamente anche secondo il pubblico. Il peggiore attore è Neil Diamond per Il cantante di jazz (nel quale canta meravigliosamente Love on te rocks) mentre la peggior attrice è Brooke Shields per Laguna blu che la spunta su un’altra cantante Olivia Newton-John per il film Xanadu che però non sfugge al premio per la peggior regia, quella di Robert Greenwald.
La parte del leone la fa il film citato Can’t Stop the Music che si aggiudica 7 nomination e 2 vittorie, mentre tra le nomination scopriamo con orrore che ci sono film come Shining di Stanley Kubrick,Venerdì 13 ,Gloria – Una notte d’estate, Saturno 3 e Vestito per uccidere mentre come attori hanno ricevuto nomination Kirk Douglas e Marlon Brando.

Neil Diamond in The jazz singer
1981:
Il trionfatore dell’anno è il film tratto dalla biografia di Joan Crawford scritta da sua figlia intitolato Mammina cara (Mommie Dearest) per regia di Frank Perry che farà incetta di candidature (ben nove) e anche di premi (5).
E’ l’anno del trionfo di Klinton Spilsbury per La leggenda di Lone Ranger, film praticamente passato inosservato al grande pubblico ma non agli occhi spietati dei giudici del lampone dorato mentre fra le attrici c’è un ex aequo tra Bo Derek per Tarzan, l’uomo scimmia e la grande Faye Dunaway per Mammina cara, un riconoscimento che la grande attrice americana avrebbe volentieri evitato.

Bo Derek trionfa con Tarzan l’uomo scimmia
Il peggior film dell’anno è diretto da Michael Cimino ; si tratta dello stupendo I cancelli del cielo, un film evidentemente non per tutti e che mostra i limiti dell’operazione Razzie award, condizionata da antipatie viscerali e altre motivazioni.
A parte il caso del film di Cimino e quello eclatante di SOB di Blake Edwards, il graffiante affresco sul cinema americano che venne ritenuto evidentemente offensivo dall’establishment cinematografico, l’edizione del 1981 non presenta altre clamorose sviste.
1982:

Il bistrattato Inchon

Pia Zadora mostra l’unico motivo per vedere Butterfly…
E’ l’anno delle 10 nomination per Butterfly – Il sapore del peccato di Matt Cimber che però alla fine riuscirà a portar via solo 3 lamponi. Il vero trionfatore è invece Inchon per la regia di Terence Young, un film ambientato nel periodo della guerra di Corea e interpretato pensate un pò, da Laurence Olivier, Toshiro Mifune, Ben Gazzarra e Jaqueline Bisset. Non amo i film bellici per cui non ho mai visto la pellicola di Young, devo quindi fidarmi di chi lo bollò come un filmaccio.
Il peggior attore dell’anno è Sir Lawrence Olivier per Inchon, mentre la peggior attrice è Pia Zadora per Butterfly – Il sapore del peccato; mai come in questo caso il verdetto fu azzeccato, visto che la Zadora mostra solo due espressioni, con i vestiti e senza. Il Razzie al peggior regista venne attribuito a Ken Annakin per Il film Pirata mentre il grandissimo Morricone rischiò di vincere il razzie per aver composto le musiche del film di Cimber. Il maestro si vide nominato anche per la colonna sonora di La cosa di Carpenter (anatema sui giudici) mentre anche Woody Allen entrò nel mazzo per “colpa” di Mia Farrow, nominata per il premio come peggior attrice per il film Una commedia sexy in una notte di mezza estate.
1983:

Carla Romanelli interprete di Il prezzo del successo
Stravince Il prezzo del successo (The Lonely Lady) regia di Peter Sasdy che si assicura 6 premi su 11 candidature. Tratto da un romanzo del pornografo Harold Robbins, uno che ha raccattato una fortuna con romanzi con descrizioni di scene di sesso, il film vede nel cast oltre che la Zadora anche Ray Liotta e la nostra bellissima Carla Romanelli.
A sbaragliare tutti per la sua interpretazione in Nudi in Paradiso (A Night in Heaven) è Christopher Atkins , mentre per il secondo anno consecutivo a vincere è Pia Zadora per Il prezzo del successo; orrore allo stato puro per le nomination del grandissimo film di Brian De Palma Scarface (scritto da Oliver Stone), per la assurda nomination di Barbra Streisand protagonista di Yentl e per la nomination di Young and Joyful Bandit, musica di Peer Raben, testo di Jeanne Moreau , per il film Querelle de Brest di RW Fassbinder.
1984:

Savage streets

Uno dei più brutti film della storia del cinema: Bolero exctasy con Bo Derek
E’ l’anno della meritatissima vittoria per una vaccata di film (mi si passi il termine, ma è il più educato che conosca); Bolero Extasy (Bolero) per la regia di John Derek che porta a casa 6 lamponi dorati su 9, trionfo completato dalla vittoria di Bo Derek, interprete e moglie del regista che nel film mostra solo un corpo decisamente ben fatto e le stesse abilità recitative di un asino sardo.

Incredibile nomination per Omicidio a luci rosse di Brian De Palma
Ancora un trionfo per Sylvester Stallone interprete di Nick lo scatenato e en plein di John Derek che si aggiudica il Razzie anche come peggior film oltre che quello come peggior regista.
Da segnalare la presenza di due ottimi film come Cotton Club (Diane Lane peggior attrice, ma l’avranno visto il film?) e di Omicidio a luci rosse, ancora una volta due clamorose sviste della giuria.

Due nomination ingiuste: per Farrah Fawcett protagonista di Saturn 3…

… e per lo splendido S.O.B. di Blake Edwards
1985:

Il trionfatore del 1985: Rambo II
Difficile, quasi impossibile contestare le decisioni della giuria che nel 1985, riunita al Morgan-Wixon Theatre a Santa Monica decreta i vincitori dei Razzie Awards dell’anno.
Ancora un personale trionfo per Stallone che vede trionfare il film in cui è protagonista, Rambo II: la vendetta regia di George Pan Cosmatos e si vede attribuire anche il premio come peggior attore nello stesso film con la ciliegina finale del premio come peggior regista per Rocky IV e l’ulteriore imprimatur per la peggior sceneggiatura di Rambo II.
A sorpresa il premio per la peggior attrice se lo aggiudica Linda Blair per Savage streets mentre Brigitte Nielsen si aggiudica due premi per due film diversi, un record ancora imbattuto per Rocky IV e Yado.
Vergognosa la nomination per la bellissima e brava protagonista di L’anno del dragone Ariane Koizumi e poichè l’ennesimo capolavoro di Cimino finisce per beccarsi 5 nomination appare chiara l’assoluta mancanza di buona fede della regia nei confronti di questo grande regista.
1986:

Madonna, peggior attrice per il film Shangai Surprise
Nella sede del Roosevelt Hotel di Hollywood vengono attribuiti i Razzie dell’anno. Annata contrastata, piena di film e premi molto contesi con Under the Cherry Moon diretto da Prince che si aggiudica ben 5 delle 8 candidature. Prince si becca anche il tributo come peggior attore mentre è Madonna a stravincere tra le donne con Shanghai Surprise battendo ancora una volta la Nielsen e sopratutto Kim Basinger per 9 settimane e mezzo, una candidatura francamente incomprensibile.
Ben 4 premi su 7 candidature per Howard… e il destino del mondo di Willard Huyck mentre incredibilmente Stallone, bersagliato da 6 candidature per Cobra esce indenne.
1987:

L’ingiusta nomination per la Hannah interprete di Wall Street

Il trionfatore: Leonard salverà il mondo
E’ sempre la sede del Roosvelt hotel ad accogliere l’edizione di quest’anno; un’edizione molto combattuta, che vede la vittoria come peggior film attribuita a Leonard salverà il mondo di Paul Weiland,con protagonista Bill Cosby che ebbe l’infelice idea di sceneggiarlo e produrlo. Il film ebbe premi come peggior attore per Cosby, peggior film e peggior sceneggiatura per Jonathan Reynolds e Cosby e 2 nomination per peggior la attrice non protagonista Gloria Foster e la peggior regia ,quella di Weiland. Ancora una volta la peggior attrice è Madonna per Who’s that’s girl, premio meritatissimo, mentre la peggior attrice non protagonista è Daryl Hannah per il film Wall Street ( e la cosa grida vendetta). Da rimarcare che Stallone evita l’ennesimo Razzie con Over the top, che in lizza ci sono Michael Caine, Sharon Stone e Isabella Rossellini candidata per ben due film ovvero Siesta e I ragazzi duri non ballano

La Burstyn in Siesta, un buon thriller ingiustamente nominato
1988:

Il sacrosanto trionfo di Cocktail
Tradizionale sede e tradizionale lotta per il lampone poco ambito, che vede il trionfo di Cocktail per la regia di Roger Donaldson che però si rifece ai botteghini vincendo anche dei Grammy award per la colonna sonora. Il peggiore attore dell’anno è, manco a dirlo, Sylvester Stallone per Rambo III che batte Tom Cruise protagonista di Cocktail, mentre la peggior attrice è la grande Liza Minnelli per Arturo 2 On the Rocks.
Il film è decisamente una schifezza ma il premio alla Minnelli è ingiusto. Molto peggio aveva fatto Rebecca De Mornay nell’orrendo E Dio creò la donna di Vadim,il remake che nell’originale aveva visto nascere la leggenda di Brigitte Bardot. Peggior attore è Dan Aykroyd per Due palle in buca,

Due palle in buca
un vero sacrilegio mentre ancora peggio fa la giuria attribuendo il premio per il peggior regista a Blake Edwards per Intrigo a Hollywood, che in realtà è una gradevole commedia per tutti famiglie e bambini.
Da segnalare, in un’edizione davvero poco ispirata, la presenza di ottimi film come Congiunzione tra due lune e L’ultima tentazione di Cristo.
1989:

Il trionfatore del 1989, Star Trek V: L’ultima frontiera
Ancora una volta il Roosvelt accoglie la serata di gala per il conferimento dei Razzie; è un’edizione senza polemiche perchè vengono attribuiti meritatamente spernacchiamenti a film indifendibili.
Vince come peggior film Star Trek V: L’ultima frontiera (Star Trek V: The Final Frontier), regia di William Shatner forse il peggiore dei tanti film sulla saga stellare, mentre il peggior attore è William Shatner protagonista maschile del film stesso. Attribuito il razzie come attrice femminile a Heather Locklear per The Return of Swamp Thing mentre la peggior attrice non protagonista è Brooke Shields per l’ignobile La corsa più pazza del mondo 2 . Curiosamente il peggior attore non protagonista maschile è quel Christopher Atkins che era diventato famoso proprio con la Shields nel film Laguna blu. Stallone si becca le solite nomination per Sylvester Stallone con Sorvegliato speciale e Tango & Cash, ma evita il peggio.
In questa edizione vengono anche attribuiti i Razzie ai peggior film del decennio ottanta: il peggior film del decennio è Mammina cara per la regia di Frank Perry, mentre il peggior attore maschile è ovviamente Stallone.
Tra le donne a stravincere è giustamente Bo Derek, mentre il peggior esordiente è Pia Zadora. E questa volta sono tutti d’accordo.
Nel prossimo articolo seguiremo i Razzie dal 1990 ai giorni nostri….

Congiunzione tra due lune, un buon film

I ragazzi duri non ballano

Un gran brutto film: Howard e il destino del mondo, giustamente premiato

L’ex signora Stallone, Brigitte Nielsen nell’inguardabile Yado

Stallone, recordman di nomination, vittorie ed eletto peggior attore del secolo

Madonna,eletta peggior attrice del decennio e recordman di nomination
Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea

Tre ragazzi e una ragazza che ritornano da una vacanza restano a secco di benzina proprio mentre sta per scatenarsi un temporale.
I quattro si trovano in una zona semi deserta e di conseguenza cercano un riparo nell’unico posto che incontano, una villa isolata.
La sinistra dimora è abitata da una donna molto bella e misteriosa, che li accoglie ma da quel momento i quattro si troveranno prigionieri di un incubo, sopratutto la ragazza…
Trama non raccontabile, quella di Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea a meno di non voler svelare l’unico elemento che fa da collante ad una vicenda intrisa di mistero con elementi gotici e horror.
Diretto da Riccardo Freda nel 1972, Tragic ceremony diventato in italiano Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea è un film misconosciuto, rimasto per lunghissimi anni sepolto nelle cineteche prima di essere ripescato e trasmesso da qualche tv privata.

Luciana Paluzzi

Camille Keaton
Un film molto strano che parte come un mistery, si sviluppa come un thriller e termina come un horror, con qualche sequenza splatter messa su da Rambaldi, che crea trucchi al solito molto efficaci.
Freda girò questo film tra molte difficoltà e fu costretto ad abbandonare il set, che venne rilevato da Ratti; questo raccontano le cronache dell’epoca e possono essere delle motivazioni per la clandestinità del film stesso, che scomparve del tutto sopratutto dopo lo scarso successo del film, che venne visto da pochissimi fedeli del regista.

Il quale aveva diretto l’anno precedente il thriller L’iguana dalla lingua di fuoco, con discreto successo ma ormai lontano dallo standard qualitativo che l’aveva reso uno dei registi più interessanti dei due decenni precedenti.
Strano film, Estratto dagli archivi; immerso in un’atmosfera da incubo, ambientato pressochè totalmente in una villa che sembra nascondere oscure minacce, vive i suoi momenti migliori proprio quando crea atmosfere da incubo allacciate alla figura di Jane, l’unica donna del gruppo di amici che avrà la sventura di capitare nel posto sbagliato e che pagherà con la vita la scoperta di quello che accade nella villa misteriosa.
Strano anche per l’ambientazione gotica in epoca contemporanea; i ragazzi infatti, veri e propri hippy almeno negli atteggiamenti e nei vestiti, si ritroveranno immersi in un’atmosfera d’altri tempi, con una padrona di casa (Lady Alexander) enigmatica ed affascinante con un consorte subalterno e succube, Lord Alexander.

La storia quindi si sviluppa all’interno di questa villa misteriosa, dove accadranno fatti anche inspiegabili e non certo per questioni di trama.
Freda infatti gira un’opera che sembra più un incubo psichedelico, con richiami alla metafisica piuttosto che un film tradizionale; il tutto si condenserà alla fine in una storia dall’intreccio abbastanza improbabile ma con una sua logica anche se distorta.
Purtroppo non mi è possibile addentrarmi in spiegazioni più esaustive se non raccontando particolari che toglierebbero il gusto allo spettatore di guardare questo prodotto che ha un suo fascino sinistro.
Legato, come già detto, all’ambientazione tipica dell’horror gotico con in più una trama a tratti confusa a tratti sviante, che però troverà la sua logica conclusione in un finale che svelerà i ruoli chiave di Jane e Lady Alexander.

Nel film ci sono parti con un fascino sinistro, legate alle grandi capacità di Freda di usare la suspence anche in funzione ambientale; se il temporale è un classico molto sfruttato del cinema thriller/horror, appare funzionale alla scena in cui i giovani incontrano l’ambiguo benzinaio, così come fascinosa è la sequenza che porta Jane a scoprire quello che realmente accade all’interno della villa.
E’ la parte migliore del film, con Jane che impugna un candeliere e si immerge nella casa in penombra, che sembra presagire momenti terribili.
Ambientazione dark e gotica quindi, nella quale si muovono a loro agio le due protagoniste principali, ovvero Jane e Lady Alexander rispettivamente interpretate da Camille Keaton e Luciana Paluzzi.


La prima, nipote del grandissimo Buster fa del suo meglio per dare sostanza al personaggio di Jane che se appare priva di una psicologia profonda diventa con lo scorrere del film personaggio tragico e legato ad un destino segnato. Camille, che qualche anno dopo lavorerà nel truculento Non violentate Jennifer si era messa in mostra nell’ottimo thriller Cosa avete fatto a Solange? e in questo film conferma l’ottima impressione destata nel film di Dallamano nel quale aveva interpretato il ruolo della sventurata Solange.
Decisamente bene Luciana Paluzzi, che interpreta il ruolo chiave della storia, quello dell’enigmatica Lady Alexander; l’ex Bond girl è donna dal fascino sensuale, è elegante e sopratutto è attrice di razza.


Sacrificato nel ruolo di consorte troviamo Luigi Pistilli, la solita sicurezza mentre il resto del cast si muove con disinvoltura.
Se il film può essere giudicato positivamente, lo si deve in primis alle capacità di Freda di utlizzare la MDP con padronanza, alla sua dote specifica di creare atmosfere lugubri e avvincenti; grazie all’ottima scelta di un tema musicale davvero ispirato, composto dal bravissimo Stelvio Cipriani, almeno la parte ambientale regge e supera la sufficienza.
Lo spettatore odierno potrà trovare mille difetti e buchi nella sceneggiatura, probabilmente a ragione; ma non vanno dimenticate le peripezie del film e sopratutto l’abitudine, a tratti sciagurata, di voler cavalcare l’onda del momento.

Nel 1972 infatti siamo nel pieno del boom del thriller/giallo/horror, con decine di produzioni che si accavallano spesso però con esiti discutibili; il Freda degli anni 70 non è il massimo, nel senso che il meglio di se lo ha già dato. I 5 film successivi al già debole A doppia faccia, ultimo film del decennio sessanta, non brilleranno affatto per originalità o per interesse.
Invece questo film può meritare una visione, sopratutto alla luce della recente pubblicazione in digitale, che permette di apprezzare il gioco di ombre che Freda riesce a creare.
Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea, un film di Riccardo Freda , con Camille Keaton,Luciana Paluzzi, Luigi Pistilli,Máximo Valverde,José Calvo,Irina Demick,Paul Muller Thriller-Horror Spagna-Italia 1970









Camille Keaton … Jane
Tony Isbert … Bill
Máximo Valverde … Joe
Luigi Pistilli … Lord Alexander
Luciana Paluzzi … Lady Alexander
José Calvo … Benzinaio
Giovanni Petti … Fred
Irina Demick … Madre di Bill
Paul Muller … Il dottore
Beni Deus … Ferguson


Regia: Riccardo Freda
Sceneggiatura: Mario Bianchi,José Gutiérrez Maesso,Leonardo Martín
Produzione: José Gutiérrez Maesso
Musiche: Stelvio Cipriani
Fotografia: Francisco Fraile
Montaggio: Jolanda Benvenuti
Effetti speciali: Carlo Rambaldi



Nel buio del terrore-Diabolicamente sole con il delitto

Nel buio del terrore, o anche Diabolicamente sole con il delitto; forse l’unica cosa intrigante sono i due titoli.
Il primo perchè allude ad un film che però non è quello che ci si appresta a vedere, visto che di buio e di terrore non c’è ombra o parvenza mentre più azzeccato è il secondo, ossia Diabolicamente sole con il delitto che calza a pennello ma che anche in questo caso allude a qualcosa che nel film è talmente intricato da risultare incoerente.
Già, perchè quel diabolicamente in realtà si riferisce ad una complicità tra le due protagoniste del film, che si concretizzerà in maniera contorta verso il finale del film che è forse la parte meno noiosa della pellicola stessa.
Pensare che le premesse per un film d’atmosfera e intrigante c’erano tutte; due attrici bellissime e sexy come Marisa Mell e Sylvia Koscina e un attore ormai quasi da leggenda come Fernando Rey.

Marisa Mell

Sylva Koscina
Ma le cose belle del film si fermano qui; anzi, potremmo aggiungere la location (una splendida villa a picco sul mare) e una fotografia molto curata il che però non evita anche errori incredibili, come la scena in cui la Mell e la Koscina fanno il bagno in una vasca e la Koscina appare con tanto di mutandine color carne!
Il resto purtroppo è noia sconfinata nonostante i colpi di scena che José Antonio Nieves Conde (che dirigerà la Mell nello stesso anno in …dopo di che, uccide il maschio e lo divora ) cerca di mettere su per ravvivare un film catatonico, imbastito sul solito canovaccio lui-lei-l’altra.
Lui è Luis Montalban, maturo ed affascinante industriale ovviamente ricco, lei è Carla bella e seducente squillo d’alto bordo, l’altra è Lola, cameriera di belle forme e volto incantevole povera in canna.
Cosa succede quindi al ricco Luis?


Succede di passare da una relazione con la esperta squillo ad una con la procace cameriera che nel frattempo ha allacciato anche una relazione saffica con Carla.
Il triangolo quindi si chiude perfettamente.
Ma Luis pensa a scompaginare le cose prendendo una sbandata per Lola e chiedendola in moglie; e allora cosa fa una cameriera bella e affascinante ma povera in canna?
Ovviamente sposa il maturo spasimante e si sistema per la vita.
Alla povera squillo non resta che leccarsi le ferite, consolata dal bel Alfred che è un artista di scarse fortune.
Dapprima Carla rifiuta l’uomo, poi poco alla volta conquistata dalla dolcezza e dalle premure del pittore, cede.
Qui cominciano i guai per Carla, perchè un giorno durante una passeggiata i due vengono apostrofati volgarmente da due tipacci; Alfred aggredisce i due uomini e ne accoltella uno uccidendolo.


Chissà perchè lo spettatore immagina la mossa successiva.
Accade infatti che il teppista superstite si metta a ricattare Alfred e la povera Carla, per aiutare il suo uomo, vende quello che ha e mette a tacere il ricattatore.
Intanto la sua rivale in amore Lola è rimasta vedova e ricca, perchè Luis è provvidenzialmente incappato in un incidente e ci ha lasciato le penne.
Carla nel frattempo ha scoperto casualmente che tutto l’accaduto, ovvero l’agguato dei due teppisti e la morte di uno di essi in realtà è stata solo una simulazione orchestrata dal suo bel Alfred.
E allora decide di vendicarsi utilizzando la vecchia amante Lola; fa in modo che Alfred agganci la donna e la invita sulla sua villa al mare.

Qui ci sarà la resa dei conti che però andrà in modo imprevisto.
Una sceneggiatura improbabile, una storia che non ha alcuna sorpresa perchè lo spettatore amante dei thriller riesce sistematicamente a prevenire le situazioni successive e tensione che è praticamente uguale a zero.
Non fosse per la Mell e la Koscina che regalano qualche brivido con le loro saffiche carezze, la narcosi sarebbe inesorabile.
Un pastrocchio confuso e soporifero al quale va riconosciuta solo una certa eleganza a livello formale; tuttta apparenza e nessuna sostanza in pratica.
Il povero Rey sembra in gita premio, mentre le due ottime attrici, la seducente Mell e la intrigante Koscina sono un gran bel vedere.
Sopratutto la seconda che mostra le sue grazie, mentre la Mell rimane abbottonata come una monaca ma è autrice di un sensualissimo strip verso la parte finale del film, strip che le permette di far agganciare al suo amante la ex rivale in amore.
Quindi, in definitiva, il film ha solo un motivo per essere visto, ovvero la presenza di due bellissime star che ci hanno purtroppo lasciate da tempo.

Nel buio del terrore (aka Diabolicamente sole con il delitto), Un film di José Antonio Nieves Conde. Con Sylva Koscina, Stephen Boyd, Fernando Rey, Marisa Mell Titolo originale Historia de una traición. Giallo, durata 98′ min. – Spagna, Italia 1971.









Marisa Mell … Carla
Sylva Koscina … Lola
Stephen Boyd … Artur
Fernando Rey … Luis Montalban
Massimo Serato … Hugo
Simón Andreu … Il pilota
María Martín … Regina

Regia: José Antonio Nieves Conde
Sceneggiatura: Juan José Alonso Millán,Juan Miguel Lamet
Produzione: Edmondo Amati
Musiche: Carlo Savina
Fotografia: Antonio L. Ballesteros
Editing: Pablo González del Amo










E la notte si tinse di sangue

Belfast, metà degli anni settanta. Nel porto cittadino attracca una nave dalla quale sbarca un cittadino americano. E’ Cain Adamson, un reduce dalla guerra del Vietnam, senza soldi e alla ricerca di un rifugio sicuro. Cain è un uomo ferito nel fisico ma sopratutto con grossi problemi di equilibrio mentale; le esperienze passate nell’inferno di Hanoi hanno lasciato evidenti strascichi di natura psicologica e tare ormai irrecuperabili.
Che sia ormai fuori di testa lo si intuisce subito; abbordata una prostituta di mezz’età, si fa da questa accompagnare nel suo appartamento e la costringe sotto la minaccia di un lungo coltello a ballare nuda mentre lui suona l’armonica.

La prostituta che verrà picchiata
Del resto l’accoglienza di Belfast non è stata delle migliori, è in corso la lunga guerra fratricida tra cattolici e protestanti e lui ne fa le spese quando si reca in una chiesa e si ritrova nel bel mezzo di un attentato esplosivo dal quale esce indenne.
Per qualche giorno Cain sopravvive tra dormitori e stazioni, ma ben presto i pochi soldi che possiede finiscono. A quel punto per il reduce la strada sembra segnata; quello che per lui sembra un colpo di fortuna è rappresentato da un convitto di infermiere che l’uomo segue nella speranza di riuscire a rimediare con una rapina un pò di soldi. Così una notte si introduce nella pensione in cui le otto infermiere alloggiano; le ragazze sono là per concludere i loro studi e nel momento in cui Cain si introduce nella pensione sono intente a discorrere fra loro e a prepararsi per le feste.

Esplode la follia sadica di Cain
Con il suo inseparabile coltello, Cain sottopone le impaurite donne ad una serie di efferate violenze; dallo stupro alle sevizie vere e proprie, dai rapporti saffici a cui costringe due giovani infermiere fino al suicidio di una di esse che si ammazza con un coltello da cucina passando per una serie atroce di violenze, Cain semina la morte nel pensionato. Ma Cain non ha previsto una cosa……
E la notte si tinse di sangue (Born to hell o anche Naked massacre) diretto nel 1976 da Denis Héroux è un film nettamente spaccato in due; nella prima parte, che dura per almeno un’ora di film in cui assistiamo ad un timido tentativo da parte del regista di mostrarci l’inferno della guerra civile irlandese parallelamente alla vita miserabile di Cain, reduce dal Vietnam dal quale è tornato con la mente in pappa e carico di una violenza latente in attesa di esplodere.

L’irruzione nella pensione

Le due amiche si confidano
Cain all’inizio non sembra voler far del male a nessuno; ma le difficoltà di ambientamento, la mancanza di soldi, la violenza che si respira palpabile in città culminata con l’attentato alla chiesa nella quale si è momentaneamente rifugiato finiscono per far esplodere i suoi problemi psicologici.
Così, quando vediamo Cain penetrare di notte nella pensione immaginiamo già il passo successivo che introduce alla parte successiva del film, quella caratterizzata da un’assoluta mancanza di profondità della storia pareggiata da un’inaudita carica di violenza. Per le otto pensionanti, le giovani infermiere che fino a poco prima discorrevano di cose futili o di programmi sulle feste inizia un incubo senza fine; Heroux introduce l’elemento slasher e l’elemento erotico, bilanciando quindi la prima parte più attendista e descrittiva.
Essenzialmente questo è un film horror/slasher, quindi se vogliamo in perfetta linea con le intenzioni del regista e da questo punto di vista il film può dirsi riuscito pur con qualche riserva; quello che manca è l’amalgama, ovvero un bilanciamento migliore in cui l’odissea personale di Cain che finisce per diventare fonte di tragedia per le otto infermiere, prima della sorpresa finale che in qualche modo tiene a galla il film e fa propendere per un giudizio di sufficienza.

La prima vittima della follia di Cain

La bravissima Leonora Fani
Le perplessità riguardano principalmente la scelta di Mathieu Carrière come protagonista; se da un lato l’attore tedesco ha dalla sua una buona mimica che gli permette di interpretare il lato sociopatico di Cain al meglio, dall’altra è assolutamente poco credibile come reduce dal Vietnam.
Carriere, una lunga e prestigiosa carriera di comprimario in almeno un centinaio di produzioni cinematografiche e una ottantina televisive è incisivo come killer, molto meno come ex militare americano. Il problema è essenzialmente psicologico, per lo spettatore; il volto di Carriere mal si presta allo stereotipo del reduce. Per fare un esempio lato, Stallone (attore davvero da minimi sindacali) è molto più incisivo nel suo Rambo perchè è americano.

E’ tutto muscoli e ha il fisico del ruolo, l’espressione priva di intelligenza di colui che è passato nell’inferno e ne è uscito ed è sopratutto uno yankee a tutti gli effetti. Carriere no. Discorso diverso per il nutrito cast femminile, che vede la partecipazione delle nostrane Ely Galleani e Leonora Fani con in aggiunta le belle e brave Carole Laure e Christine Boisson; tra tutte la più convincente è la Fani, ancora una volta.

La minaccia a Jenny e Christine

Christine Boisson
L’attrice veneta sembra sperduta, un volto ingenuo e senza malizia in un fisico esile, sottile; il ruolo dell’infermiera Jenny le appartiene naturalmente e lei lo disegna splendidamente. Assolutamente memorabile la scena in cui Cain costringe lei e la sua amica/collega Christine (la Boisson) ad un rapporto saffico sotto la minaccia dell’immancabile coltello. Le due ragazze sorprese mentre colloquiano da un Cain che stringe tra le mani un carillon è una delle sequenze meglio riuscite del film, carica di tensione e di morbosità com’è.

Un’altra infermiera vittima del folle Cain

Ely Galleani
Mentre seguiamo queste scene, assistiamo anche alla perversione aggiuntiva di Cain che frusta con la cinghia la sventurata Jenny; subito dopo il folle Cain mostra alle due ragazze il corpo senza vita di una loro collega nascosto sotto il letto. Se vogliamo è la parte migliore del film, quella più autenticamente thriller e quella meglio riuscita dal punto di vista della tensione.

Cain costringe Jenny e Christine ad un rapporto saffico

Il corpo senza vita di Christine
Questo film ha avuto qualche problema sia con la censura che con la distribuzione; ancora oggi non esiste una sua versione digitale per il mercato italiano e quindi l’unica fonte visiva resta la VHS che la casa cinematografica Vidcrest diffuse nelle videoteche negli anni 80. Non mi risulta nessun passaggio televisivo del film stesso, e i motivi potrebbero essere da ricercare proprio nella difficoltà di reperimento del master originale.
Per questo motivo i fotogrammi che vedete inseriti nell’articolo appaiono di bassa qualità; per quanto riguarda la ricerca del film in altri formati appare difficilissima.
Se riuscite a recuperarne una copia vi consiglio di vederlo, se naturalmente siete appassionati del genere.
…E la notte si tinse di sangue
Un film di Denis Héroux. Con Ely Galleani, Mathieu Carrière, Christine Boisson, Carole Laure, Leonora Fani Titolo originale Born for Hell. Drammatico, durata 93 min. – Italia, Francia, Germania, Canada 1976.






Mathieu Carrière … Cain Adamson
Debra Berger … Bridget
Christine Boisson … Christine
Myriam Boyer … Leila
Leonora Fani … Jenny
Ely Galleani … Pam (come Ely de Galleani)
Carole Laure … Amy
Eva Mattes … Catherine
Andrée Pelletier … Eileen

Regia di Denis Héroux
Scritto da Fred Denger,Denis Héroux
Sceneggiatura di Géza von Radványi
Prodotto da Peter Fink e Georg M. Reuther
Musiche originali di Voggenreiter Verlag
Fotografia di Heinz Hölscher
Montaggio di Yves Langlois


Macabro

Jane e Leslie sono una coppia come tante, sposata da anni e con due figli, il piccolo Michael e la sorella più grande Lucy.
Jane vive una vita parallela, perchè ha un amante con il quale ha una relazione appassionata.
Gli incontri con Fred avvengono con frequenza nella casa di un giovane musicista cieco, che si arrangia riparando strumenti musicali e affittando alcune stanze saltuariamente.
Lucy un giorno mette in pratica un piano terribile; scoperta l’infedeltà della donna nei confronti del marito, simula la morte del fratellino annegandolo nella vasca da bagno.

Il raccapricciante bacio di Jane
Poi chiama la madre dicendole che è accaduta una disgrazia terribile.
Jane e Fred si precipitano verso casa, ma durante la corsa incorrono in un drammatico incidente, nel corso del quale l’uomo rimane letteralmente decapitato.
Mesi dopo ritroviamo Jane in casa di Robert, il musicista;Jane ha dovuto passare mesi in una clinica poi la donna ha ripreso lentamente a vivere e stringe un rapporto d’amicizia con il giovane non vedente.
Il quale poco alla volta si innamora di quella strana donna, che ormai vive da sola e che ha come unica compagnia le saltuarie visite della figlia Lucy.

Lucy , la figlia di Jane
Ma ben presto Robert si rende conto che c’è qualcosa di strano in Jane e che la donna non gli ha raccontato tutta la verità sulla sua vita privata.
Infatti la notte il giovane sente distintamente dei gemiti d’amore e si convince che Jane incontri qualcuno; Jane ha anche nella stanza un frigo che custodisce gelosamente tanto da tenerlo chiuso a chiave.
Deciso a scoprire cosa essa conservi all’interno Robert apre il frigo è ha la macabra sorpresa di rinvenire la testa mozzata del suo vecchio amante Fred.
Sconvolto Robert…….

Macabro è un film del 1980, diretto da Lamberto Bava, figlio del grande Mario, che si era fatto le ossa collaborando sia con il padre sia con Dario Argento.
Sfruttando un ottimo soggetto scritto dai fratelli Avati, dallo stesso Lamberto e da Roberto Gandus il giovane regista ottiene un prodotto molto interessante, che si inquadra nel genere horrorifico/thriller, con suggestioni sia del cinema del padre che di quelle di Argento.
La storia è sicuramente nuova e racconta il percorso di vita di una donna, Jane, che agli inizi ci appare solo come una persona che ha una relazione adulterina e che vedrà sconvolta la sua esistenza dalla duplice tragedia che sia abbatte su di lei, causata dalla gelosia della figlia Lucy che uccide suo fratello annegandolo e che subito dopo è causa involontaria della morte dell’amante della madre.
L’infelice Jane finisce in un manicomio e chiaramente, come vedremo nel corso del film, non supererà mai il trauma ricavato accentuando anzi in maniera esponenziale la mania per il suo amante che si rivelerà fatale per tutti i personaggi della vicenda.
Pur con pochi attori e con pochi soldi, Bava costruisce un film molto interessante, psicologicamente equilibrato e sopratutto basato più sulla suggestione del racconto che sugli elementi splatter che si riducono a poche sequenze, ovvero quella dell’incidente stradale, la morte del piccolo Michael e sull’impressionante verosimiglianza del capo mozzato di Fred, appassionatamente baciato da Jane.

I due amanti adulteri

Il finale è di stampo apocalittico e non lascia spazio all’happy end così amato da molti registi degli anni settanta.
Bava firma quindi un film molto interessante pur in un periodo in cui il cinema italiano è di fatto in una narcosi profonda; il film scorre alla perfezione, carico di tensione com’è, una tensione generata dall’atmosfera rarefatta creata dal regista romano, che dimostra di aver appreso appieno gli insegnamenti del padre.
Mario Bava aveva permesso solo a suo figlio Lamberto di girare qualche scena dei suoi ultimi lavori, e proprio Lamberto aveva messo mani a quello che era stato l’ultimo lavoro del grande Mario, quel La venere d’Ile girato per la tv e che non aveva riscosso molto successo.

Il bagno di Jane

Necrofilia…
Mario Bava riuscì a vedere il film del figlio e morì due mesi dopo l’uscita nelle sale di Macabro.
Aiutato dalla puntuale e rigorosa fotografia di Franco Delli Colli, Bava costruisce un film senza cedimenti aiutato anche dalle buone performance dei protagonisti, ovvero Bernice Stegers (Jane), peraltro poco sfruttata nel cinema, di Stanko Molnar (Robert) che appare spaesato proprio come dovrebbe essere il difficile personaggio di un non vedente e di Veronica Zinny (Lucy).

Il mortale incidente
Il soggetto del film probabilmente venne adattato da un fatto di cronaca nera realmente accaduto; Bava conduce lo spettatore per mano attraverso una storia morbosa, ai confini della follia con evidenti riferimenti necrofili e con un occhio al cinema fantastico adattando quindi quella che è una storia di malattia mentale presa di peso dalla cronaca ad immagini molto affascinanti.
Colonna sonora adeguata, con un sax in sottofondo che rende morbosa la pellicola; il termine esatto sarebbe malata, vista la particolare patologia di Jane…
Un film da riscoprire, accolto all’epoca della sua uscita con lusinghieri commenti e oggi divenuto un piccolo cult.

Robert sta per fare una terribile scoperta…

L’orribile segreto di Jane
Macabro
Un film di Lamberto Bava. Con Stanko Molnar, Bernice Steegers, Roberto Posse, Veronica Zinny- Horror, durata 89 min. – Italia 1980.









Bernice Stegers: Jane Baker
Stanko Molnar: Robert Duval
Veronica Zinny: Lucy Baker
Roberto Posse: Fred Kellerman
Ferdinando Orlandi: Mr. Wells
Fernando Pannullo: Leslie Baker
Elisa Kadigia Bove: Mrs. Duval

Regia Lamberto Bava
Soggetto Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Sceneggiatura Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Produttore Antonio Avati, Gianni Minervini
Casa di produzione A.M.A. Film, Medusa Distribuzione
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Piera Gabutti
Effetti speciali Tonino Corridori, Angelo Mattei
Musiche Ubaldo Continiello
Scenografia Katia Dottori
Costumi Katia Dottori
Trucco Alfonso Cioffi



FBI e la banda degli angeli (Big bad mama)

America, anni 20
Wilma McClatchie e le sue due giovani figlie Polly e Billie Jean attraversano gli Usa in lungo e in largo usando per vivere sistemi illegali.
Le tre donne infatti rapinano, estorcono e alle volte uccidono per procurarsi denaro, che sistematicamente utilizzano per darsi alla bella vita.
Al terzetto si aggiunge anche William, che diventa dapprima l’amante di Wilma e in seguito delle due ragazze.

Angie Dickinson
Le quali non hanno alcuna regola morale, essendo vissute in compagnia di una donna, Wilma, avida e spregiudicata.
Attraverso varie vicissitudini, seguiamo il quartetto attraverso scorribande durante le quali il gruppo si macchia di tutti i crimini possibili.
Sulle loro tracce c’è l’FBI che ha l’ordine di catturare il gruppo usando anche le maniere forti.
Quando al gruppo si aggiungerà Fred Diller, un vagabondo sedotto dalle ragazze, la situazione esploderà.
Raggiunti in un casolare, il gruppo viene fatto bersaglio di una grandinata di colpi sotto i quali perisce William, che ha nel frattempo ucciso Diller responsabile di averli traditi.
Wilma con le figlie riesce miracolosamente a fuggire, ma sulla strada….

FBI e la banda degli angeli, strana traduzione del titolo originale Big bad mama, ovvero la grande mamma cattiva è un curioso on the road movie sullo stile di Bonnie and Clyde, ovvero un gangster movie a cui si aggiungono connotazioni prese da altri generi cinematografici.
Il film è molto veloce e le azioni delittuose del gruppo si succedono senza sosta, attraverso una descrizione, per forza di cose sommaria, di una campagna americana com’era negli anni 20.
L’elevato ritmo del film giova alla scorrevolezza dello stesso, a tutto scapito però della profondità psicologica dei personaggi e principalmente a scapito della comprensione di ciò che spinge Wilma e le sue figlie a compiere azioni delittuose.
Wilma Mc Clatchie ci appare come una donna avida e senza scrupoli, assolutamente amorale tanto da accettare che le figlie si spartiscano il suo amante; nulla sappiamo del suo passato, nulla sappiamo di cosa la spinge a rubare, uccidere e delinquere.


Le due figlie di Wilma appaiono ancor meno caratterizzate: di loro vediamo solo azioni criminali, assistiamo al loro genuino entusiasmo quando fuggono da un crimine appena commesso oppure quando seducono l’amante della madre o il nuovo compagno di delitti, quel Diller che sarà la causa principale della loro fine.
Wilma è principalmente una rapinatrice; che sia una banca o un ricevimento, un tavolo da gioco o altro non ha nessuna importanza.
Se occorre, sa usare la pistola o il mitra, come ogni buon gangster che si rispetti.
Non ha motivazioni politiche, non ha ideologie.


Quello che fa è conseguenza della sua indole, non di una scelta motivata.
Consecutivamente accanto a lei agiscono le due giovani figlie, che appaiono altrettanto prive di una coscienza sociale o di una morale di fondo.
Se il diabolico trio femminile è poco delineato nelle motivazioni delle gesta che compie, ancor meno lo è la coppia di uomini che sia aggiungerà al terzetto.
Sono due criminali di piccolo taglio e come tali non hanno neanche loro una storia alle spalle, degna di essere raccontata.
Steve Carver, regista del film datato 1974 predilige quindi l’azione a tutto il resto, condendo il film quà e là di scene erotiche peraltro non accentuate; quello che conta sono le sparatorie, le fughe, le truffe e a margine il sesso.
Che vede coinvolte le tre donne in triangoli pericolosi, dove però i sentimenti non esistono con conseguente buona pace delle stesse, che così possono spartirsi i partner senza gelosie.
Se vogliamo quindi l’amoralità è il vero anello di congiuzione della storia, che però come dicevo agli inizi è essenzialmente un action movie senza nessuna velleità socio/culturale.

Steve Carver, che aveva diretto con buona mano il peplum erotico La rivolta delle gladiatrici (The arena) è regista superficiale ma abile nell’intuire i gusti di un pubblico abituato a film poco profondi ma veloci e d’azione.
Big bad mama conferma questa sua vocazione attraverso la descrizione delle avventure delle tre donne e attraverso sequenze tutto sommato godibili.


Memorabile quella in cui le due ragazze con fare malizioso mettono in mostra parte delle loro grazie durante un convegno di veterani di guerra, oppure la sequenza che vede protagonista Wilma che si intrufola in una festa Vip per derubare i notabili del posto. Molto bella anche la sequenza finale dell’assalto dell’FBI al fienile dove il gruppo ha trovato riparo.
Per quanto riguarda il cast, nulla da eccepire: molto brava e affascinante Angie Dickinson nel ruolo di Wilma, molto bene Susan Sennett e Robbie Lee che interpretano de due figlie di Wilma, bene anche William Shatner che riesce a liberarsi dell’ingombrante figura del comandante dell’Enterprise.
Un film di buon livello che se non lascia tracce profonde riesce in qualche modo a far passare due ore piacevoli incollati allo schermo.

F.B.I. e la banda degli angeli
Un film di Steve Carver. Con Tom Skerritt, Angie Dickinson, Susan Sennett, William Shatner, Robbie Lee Titolo originale Big Bad Mama. Action movie, durata 83′ min. – USA 1974











Angie Dickinson … Wilma McClatchie
William Shatner … William J. Baxter
Tom Skerritt … Fred Diller
Susan Sennett … Billy Jean
Robbie Lee … Polly
Noble Willingham … Zio Barney
Dick Miller … Bonney
Tom Signorelli … Dodds
Joan Prather … Jane Kingston
Royal Dano … Reverendo Johnson
John Wheeler … L’avvocato
Ralph James … Lo sceriffo
Sally Kirkland … La donna di Barney

Regia Steve Carver
Sceneggiatura William W. Norton, Frances Doel
Produzione Roger Corman
Musiche David Grisman
Cinematography Bruce Logan
Montaggio Tina Hirsch







La collegiale

Raggiunta la maggiore età la giovane Daniela abbandona il college dove è rimasta a studiare per alcuni anni e torna a casa.
L’impatto con la famiglia però si rivela durissimo: dal padre alla matrigna, nella casa dei suoi vige una moralità degna di Sodoma e Gomorra.
Suo padre Carlo infatti trascura tutto impegnato com’è ad accumulare denaro, non accorgendosi nemmeno che la sua seconda moglie (la matrigna di Daniela) passa il suo tempo cornificando il marito, che sua zia Emy fa ancora di peggio saltando in tutti i letti possibili e che suo cugino, per completare l’edificante quadretto famigliare, è un ricattatore.
Per Daniela la situazione è davvero imbarazzante e dopo poco decide di adeguarsi in qualche modo all’andazzo della casa, accettando la corte del giardiniere di casa, Marco.


Sarà con lui che Daniela sceglierà di allontanarsi in cerca di aria pulita.
Se non è certo l’originalità il tema portante del film La collegiale, regia di Gianni Martucci, va riconosciuta a questo film una mancanza di volgarità tipica delle commedie sexy scollacciate degli anni settanta.
Costruito attorno ad un cast di qualche pretesa, il film di Martucci, uscito nel 1975 e quindi nell’ultimo anno di grande affluenza ai botteghini pur essendo infarcito delle solite nudità proposte ad ogni occasione utile, mantiene un certo decoro nei dialoghi e nelle situazioni ad alto calore erotico.
C’è un tentativo appena abbozzato di critica sociale, all’istituzione della famiglia e alla solita morale di provincia ma è solo un timido e velleitario tentativo.

Martha Katherin

Sofia Dionisio
Il film infatti non esce mai dai binari rigorosi della commedia spinta, pur mantenendo come dicevo prima un decoro che in altre produzioni del genere è mancato del tutto.
I dialoghi non sono eccelsi ma nemmeno imbarazzanti e qualche situazione muove al sorriso; sembra di assistere ad una prosecuzione del film La minorenne, uscito l’anno prima per la regia di Amadio con protagonista Gloria Guida.
Il livello della pellicola è praticamente lo stesso, ma questa volta nel film di Martucci quanto meno ci si bea gli occhi.


Femi Benussi
Se le protagoniste sono la sorella minore di Silvia Dionisio, Sofia e Martha Katherin alla sua prima ed ultima comparsa in un film, c’è la presenza di una splendida Femi Benussi ad alzare il livello qualitativo almeno a bellezza corporea.
L’attrice friulana, splendida trentenne, è uno spettacolo per i sensi e compare più svestita che con i panni addosso.
Ad interpretare il ruolo di Marco (il giardiniere) troviamo l’ex fidanzato d’Italia Mario Castelnuovo,che nel 1975 si dedicò anima e corpo alle partecipazioni a film del filone commedia sexy (ricordiamo i vari Amore mio spogliati… che poi ti spiego! ,Quella età maliziosa e l’ottimo thriller Nude si muore).
L’attore lombardo è impegnato a guadagnarsi la pagnotta e si vede; questo è il suo penultimo ruolo in un film sexy, visto che negli anni successivi si dedicherà anima e corpo agli sceneggiati tv, forse meno remunerativi dal punto di vista economico ma sicuramente più appaganti professionalmente.

In quanto a Martucci, la sua è una regia più che dignitosa, nella quale il regista milanese evita di calcare la mano sui soliti stereotipi della commedia sexy puntando ad un intrattenimento che non scivoli nel trash.
Il suo è un esordio dietro la macchina da presa, la prima delle cinque regie globali che lo vedranno protagonista, prima dell’ultimo capitolo firmato nel 1988 con I frati rossi.
Un film ormai sepolto in un cassetto, La collegiale.
Tuttavia può capitare di rivederlo trasmesso dalle private; in questo caso scegliete di vederlo, quanto meno per rifarvi gli occhi con delle bellezze femminili che non usavano silicone o altri trucchi per mostrarsi più appetibili.
La collegiale
Un film di Gianni Martucci. Con Femi Benussi, Nino Castelnuovo, Silvia Dionisio, Marta Katherin,Franco Diogene Erotico, durata 97 min. – Italia 1975.








Nino Castelnuovo: Marco
Martha Katherin: Daniela De Marchi
Sofia Dioniso: Marta De Marchi
Franco Diogene: Carlo De Marchi
Femi Benussi: Emy
Franco Merli: Stefano
Sergio Di Pinto: hippy

Regia Gianni Martucci
Produzione Giuliano Simonetti
Soggetto Gianni Martucci
Sceneggiatura Piero Regnoli
Musiche Berto Pisano
Cinematography Fausto Rossi
Montaggio Bruno Mattei
Costumi Elena De Cupis
Tony Arzenta
Tony è un killer e nel suo mestiere è il migliore, preciso, silenzioso, implacabile. Ma la sua nuova natura di pater familia, gli impone di smettere. Guardare il piccolo dormire dopo aver tolto la vita a qualcuno, è una doppiezza che non gli attiene più; quella pallottola che prima o poi sarebbe diretta a lui, che non era mai stato un problema prima, adesso avrebbe il peso di una tragedia troppo grande. E allora ha deciso: un ultimo lavoro e poi fuori. Ma l’organizzazione per la quale ha lavorato fin’ora, una sorta d’internazionale del crimine in odore di mafia, non accetta dimissioni: Arzenta sa troppo e non può certo andarsene via così senza pagarne pegno.
Ed il pegno è alto, altissimo: ancora una volta, la propria stessa vita. Il conto che sarà costretto a pagare è, però, se possibile, ancora più salato. Dentro l’auto caricata di tritolo non salirà lui, vittima designata, ma sua moglie e suo figlio, la morte dei quali, contravvenente anche lo stesso codice “etico” della mala, scatenerà la sua contro-vendetta. Una gara venatoria in cui i ruoli di cacciatore e preda si ribalteranno continuamente.
Alain Delon e Nicoletta Machiavelli
Mai arretrerà dal compito che si è dato: uccidere uno ad uno i vertici dell’organizzazione. Quando si piegherà ad una trattativa, mosso dalle garanzie di una tregua riferite per mezzo dell’amico parroco, è la fine. Una fine sbrigativa e beffarda.
Il plot del film è essenzialmente tutto qui. Come nelle parole dello stesso sceneggiatore, Roberto Gandus, è il canovaccio trito e ritrito del tipo che vuole abbandonare il giro ma glielo impediscono. Ed è vero.
Ma Tony Arzenta vive d’altro ed è qualcosa che va aldilà e lo pone al di fuori del genere a cui è eletto, grosso modo il poliziottesco di quegli anni. E’ quella nota dolente che attraversa tutto il film, già da prima che il dramma si compia, che segna il volto di Tony sin dalle prime inquadrature. Poiché se Simenon, per tramite di Maigret, ebbe a dire che “Non esistono vittime e carnefici ma solo vittime“, allora Tony è già morto da tempo e quell’ultimo omicidio su commissione, è vissuto da lui come un ultima violenza a se stesso ed ai suoi cari.
Mentre in casa si festeggia il compleanno del figlio, con il fare dell’impiegato consapevole di star perdendo momenti fondamentali della sua vita per un lavoro che non ama, Arzenta si appresta a raggiungere il condannato a morte come se il condannato fosse lui stesso. Sui titoli va L’appuntamento di Ornella Vanoni. Forse è un allusione ai trascorsi della cantante nota anche per le cosiddette “canzoni della mala”;
Carla Gravina
forse scelta per la profonda milanesità dell’interprete ad aprire un film profondamente meneghino come questo. Oltretutto contribuisce a datare gli eventi, è il 1973, oltre che a commentare per contrasto la tensione statica che prelude all’atto violento che sta per compiersi, dà la misura dell’anomala quotidianità di quella che è una persona qualunque, con “l’autoradio” ed il “mangianastri”, sintetizza il senso della vicenda ed anticipa gli eventi: la vita di Tony, da quel momento sarà segnata da una serie di appuntamenti con un destino che non darà tregua.
Tessari, regista robustissimo, qui, secondo il sottoscritto, al suo apice, rende omaggio al polar francese. Riprende Il clan dei siciliani di Verneuil e lo ibrida a Frank Costello faccia d’angelo.
Di fatto, sembra prendere il samurai di Melville trasponendolo in Italia, qualche anno dopo, con i segni del tempo, inteso più che altro come accumulo di amare esperienze giacchè Delon invecchia come il vino buono, che ne solcano il viso e ne incupiscono lo sguardo. Ridefinisce le coordinate spostandone l’accento sulla componente emotiva, laddove il noir d’oltralpe raffreddava e stilizzava i sentimenti.
Silvano Tranquilli
Il percorso (de)formativo insito in pellicole come lo stesso Frank Costello, costruito come progressivo mutamento esistenziale del personaggio centrale, viene vissuto qui in modo estremamente doloroso: la perdita; la paura d’immaginarsi una nuova vita così profondamente lontana da quella precedente; l’oblio di se, nel rintanarsi nella solitudine della propria casa a macerare la pena nei ricordi, ad osservare i giocattoli del figlio, nello sfogliare l’ultimo libro letto dalla moglie.
I limiti del film vanno ricercati proprio nell’obiettivo che si è posto (il polar all’italiana); nei riferimenti troppo alti, un po’ pretenziosi, troppo al di sopra delle sue effettive possibilità.
Dove gli snodi drammaturgici avrebbero imposto una maggiore concentrazione, tutto viene risolto in azione, se non in ironia. Il ché smorza nettamente la tensione e la stessa visione viene, per questo, condizionata da aspettative puntualmente tradite. Ma, basta cambiare prospettiva e il film riconquista tutta la sua forza: è un thriller tutto italiano che della grammatica francofona assume soltanto i tratti essenziali e li sintetizza ulteriormente in un soggetto più ruvido ma più sentimentalmente coinvolgente.
Per Arzenta, così come per Costello alla rottura dello schema rigidissimo entro il quale si muove, non può corrispondere seguito. E questo Delon lo fa presagire fin dai primi momenti, perchè, dall’attore immenso che fu, non interpreta, ma diviene il suo personaggio. Lo trascina, sequenza dopo sequenza, vivendolo fino in fondo, restituendo ogni sua pena in modo che più verosimile non potrebbe essere. Non si abbandona mai alla disperazione ma la introietta, rielaborandola in una vendetta silenziosa ed inarrestabile. Una vendetta che lo porterà sino a Copenaghen dove l’organizzazione è impegnata in un summit. E’ lui motore e fulcro della meccanica narrativa.
Lungo il percorso, affiorano gli stralci della sua vita nella forma di passate conoscenze: come Domenico (Marc Porel) che pagherà cara la sua amicizia; Sandra (Carla Gravina) che lo affiancherà sino alla fine e Dennino (Giancarlo Sbragia) che lo aiuterà, invece, durante la trasferta danese ma del quale traspare da subito la natura ambigua.
Richard Conte e Umberto Orsini
Presenze che, insieme ai genitori, costruiscono con pochi segni la complessità di una figura che affianca la mietitura di anime a rapporti profondi e legami potenzialmente indissolubili.
Tony Arzenta vive di momenti, d’immagini, di concitate scene d’azione che sono tra le migliori mai realizzate in Italia. Così come più che efficaci sono le veloci sequenze in auto, dalle riprese oblique,
dal veloce montaggio alternato e dai carrelli Kubrickiani che anticipano Tony sotto i portici o tra i corridoi del residence. Vi sono attimi di estrema tensione (Tony, a Copenaghen, che, fuori dalla pensione, accompagna la prostituta nella piazza deserta pur consapevole del rischio d’agguato) e momenti di attesa leoniana (l’introduzione in casa di Cutitta o il matrimonio della figlia di Nick sul finale).
A sinistra: Corrado Gaipa
La fotografia dipinge quadri pop di grande profondità e contribuisce fortemente a trasmettere quel senso di amara desolazione che stringe il protagonista, attraverso espedienti di rara forza sintetica; come la zoomata a scatti, sul protagonista seduto in fondo, attraverso le aperture del corridoio di casa. O le riprese dell’accumulo di oggetti, dei resti di cibo e bevande che sottolineano in un attimo lo scorrere del tempo come da insegnamento del maestro Hitch (vedi La finestra sul cortile). Per non dire del campionario di modelli estetici vintage di cui il film diventa, inconsapevolmente, manifesto, rivisto a quarant’anni di distanza. Quando il filmare insistentemente abiti, architetture, interni, dischi, ecc., fu probabilmente un vezzo, anche piuttosto diffuso nel cinema del tempo e non solo italiano, di rendere tributo alla propria contemporaneità. Ed anche in questo il referente diretto restano le immortali geometrie di Frank Costello.
A reggere il tutto contribuisce un vero e proprio dream team di caratteristi del cinema del tempo: oltre a Richard Conte e Umberto Orsini, Roger Hanin, Carla Calò, Silvano Tranquilli, Rosalba Neri, il grande Lino Troisi, Erika Blanc, Anton Diffring, i succitati Porel, Sbragia e Gravina. Facce note dietro le quali si celava un immenso lavoro d’artigianato che ha reso Tony Arzenta, con le sue mille sbavature, le sue altrettante ingenuità (soprattutto nei dialoghi) ed incoerenze (perchè Sandra dovrebbe farsi il viaggio da Milano alla Sicilia senza mai risistemarsi capelli e trucco dopo essere stata picchiata?) tra i migliori esempi del cinema di genere di quei tempi.
Si, ma a quale genere apparterrà un film come questo?
Tony Arzenta (Big Guns)
Un film di Duccio Tessari. Con Alain Delon, Roger Hanin, Marc Porel, Carla Gravina, Richard Conte, Nicoletta Machiavelli, Guido Alberti, Ettore Manni, Silvano Tranquilli, Carla Calò, Giancarlo Sbragia, Umberto Orsini, Rosalba Neri, Erika Blanc, Corrado Gaipa, Loredana Nusciak, Nazzareno Zamperla, Anton Diffring, Lino Troisi Titolo originale Big Guns. Drammatico, durata 113′ min. – Italia, Francia 1973.
Alain Delon: Tony Arzenta
Richard Conte: Nick Gusto
Carla Gravina: Sandra
Marc Porel: Domenico Maggio
Roger Hanin: Carrè
Nicoletta Machiavelli: Anna Arzenta
Lino Troisi: Rocco Cutitta
Silvano Tranquilli: Montani
Corrado Gaipa: Padre di Tony
Umberto Orsini: Avvocato Isnello
Giancarlo Sbragia: Luca Dennino
Erika Blanc: Prostituta
Loredana Nusciak: L’amante di Gesmundo
Regia Duccio Tessari
Sceneggiatura Franco Verucci, Ugo Liberatore e Roberto Gandus
Produttore Luciano Martino
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Mario Morra
Musiche Gianni Ferrio
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Danda Ortona
Trucco Mario Van Riel
L’anno del dragone


Siamo nel 1985 e sono passati 5 anni dall’ultima regia di Michael Cimino, quel “I cancelli del cielo” che ha di fatto significato il fallimento per la United Artist.
La gloriosa casa di produzione che aveva prodotto capolavori come Oltre il giardino, Tornando a casa, Quinto potere ed altri aveva chiuso i battenti, strangolata dai costi di produzione del film costato quasi 45 milioni di dollari e che aveva incassato la miseria di 3 milioni.
Cimino è quindi diventato un nome poco gradito ai produttori, nonostante avesse firmato nel 1978 il celebre Il cacciatore; è la Dino De Laurentis production a dare una chance al regista americano e il regista di New York ne approfitta per stendere, con l’aiuto di Oliver Stone, la sceneggiatura di L’anno del dragone, riducendo per lo schermo un romanzo omonimo di Robert Daley.
Con un’incoscienza davvero unica, Cimino decide di affidare le due parti principali a Mickey Rourke e Ariane Koizumi; Rourke ha un buon passato, ma non è ancora famoso mentre Ariane Koizumi è praticamente una sconosciuta.
Il rischio di un altro flop costoso è quindi dietro l’angolo.


Viceversa, Cimino mostra di essere un talento naturale del cinema, ad onta delle poche regie fatte, solo 8 in tutto.
Se I cancelli del cielo, che pure era un grande film si era scontrato con una serie di problemi e alla fine era andato incontro al disastro ai botteghini, sorte diversa arride a L’anno del dragone che non solo si rivela un ottimo investimento ma che mette d’accordo critica e pubblico.
Cosa davvero rara per un film violentissimo e sorretto da una sceneggiatura tutto sommato abbastanza banale.
Eppure L’anno del dragone piace, a tratti entusiasma anche con i limiti di una storia già vista altre volte.
La storia narra le vicende di un Capitano di polizia di origini polacche, Stanley White chiamato dai suoi superiori ad un compito davvero difficile; mettere un freno alla dilagante violenza che spira sul quartiere cinese di Chinatown, dove la malavita organizzata ha creato un impero criminale che gode di oscure connivenze e che detta la sua legge spietata sugli abitanti del quartiere.
Stanley è un pluridecorato della guerra del Vietnam ed è tornato dalla “sporca guerra” con un odio mortale e inestinguibile nei confronti dei musi gialli, odio reso ancora più acuto dal ritiro americano che di fatto ha sancito la fine della guerra e la conseguente umiliazione americana.

Il Capitano si trova a dover fronteggiare da subito la guerra scatenata da quelle che sembrano giovani bande di delinquenti che hanno assassinato il capo della principale organizzazione criminale di Chinatown.
Le sue convinzioni sulla colpevolezza della popolazione amricanizzata di origine asiatica ben presto vengono smentite dai fatti; Stanley deve ricredersi perchè la responsabilità è della mafia di Chinatown, mimetizzata dietro la facciata per bene dei ristoranti, delle lavanderie, di quel mondo che ruota attorno al commercio e al turismo.
Stanley si ritrova anche con il matrimonio in crisi; la moglie, stufa dei suoi metodi violenti lo abbandona e lui cerca rifugio in un rapporto professionale prima, sentimentale poi con la bella giornalista Tracy Tzu, un’idealista innamorata del proprio lavoro e che vorrebbe cambiare lo status quo generatosi nel quartiere cinese.



La lotta di Stanley contro il crimine si trasforma in una crociata personale sanguinaria, violenta.
Pur di sconfiggere il nemico, Stanley adotta metodi violentissimi che ben presto portano alla morte i suoi collaboratori, facendogli perdere anche i gradi e la fiducia dei superiori che in qualche modo sono conniventi con i mafiosi, un pò perchè corrotti un pò perchè considerano il tutto come una faccenda interna al quartiere….
Come dicevo all’inizio, L’anno del dragone ha una trama tutto sommato poco affascinante; quello che più conta, per Cimino, è la messa in pratica di un teorema che l personaggio Stanley White fa suo, ovvero alla violenza si risponde con una violenza ancor superiore.

Il film, in questo modo, perde qualsiasi connotazione di denuncia sociale o filosofica, trasformandosi in una sarabanda di colpi di scena, di violenza inusitata mostrata allo spettatore in tutte le salse possibili.
Agguati, omicidi, sparatorie e inseguimenti finiscono per farla da padrone e le uniche pause del film diventano quelle dedicate alla relazione tra Stanley e la moglie o quelle con la sua nuova fiamma, Tracy che in fondo è l’unica che alla fine gli resta vicino.
Questo però non significa assolutamente che il film sia superficiale o peggio, un accozzaglia di morti ammazzati e di sparatorie.
Cimino riesce a mostrare il lato oscuro di Chinatown, quel mondo a se stante che si illude di potersi gestire da solo e quindi di poter agire aldilà della legge. Emerge uno spaccato fatto di violenza e sopraffazione in cui la responsabilità va ascritta anche alla corruzione di parte della polizia della città, che quando non è connivente assiste senza muover dito ai fatti generando così il clima che Chinatown è costretta a respirare.

Attorno troviamo la malavita internazionale legata alle triadi che gestiscono il mercato della droga e della prostituzione, del lavoro schiavistico e della tangente e di tutta la fenomenologia criminale comune purtroppo a tutte le mafie.
L’atmosfera del film appare stridente; la fotografia vira spesso tra luci abbaglianti e scenari plumbei, come la storia che scorre sotto gli occhi dello spettatore.
Il cast lavora con un sincronismo impressionante, seguendo le evoluzioni della storia ad una velocità che coinvolge lo spettatore fino all’ultimo fotogramma.
Il merito principale va ascritto a Mickey Rourke che disegna un personaggio indimenticabile, probabilmente il meglio riuscito nella sua carriera accanto a quello di Angel nel film Angel heart ascensore per l’inferno.
La faccia da duro e dannato, i metodi bruschi e spicci, la capacità di usare una straordinaria mimica facciale nel passare da espressioni ironiche a quelle da autentica faccia da schiaffi contribuiscono a rendere indimenticabile il personaggio di Stanley White, tanto che alla fine ci si chiede se l’attore quasi newyorkese in fondo non sia davvero nell’intimo come il personaggio interpretato.


Bravissima la sconosciuta Ariane Koizumi alle prese con il ruolo della giornalista dal volto pulito, l’idealista Tracy Tzu.L’attrice americana, nonostante l’ottima interpretazione, non riuscirà a trovare spazio ad Hollywood, limitandosi a lavorare solo in King of New York di Abel Ferrara e in Skin art di W. Blake Herron prima di scomparire del tutto.
Ancora una volta, un’attrice dalle ottime doti ignorata dalla mecca del cinema!
Il resto del cast fa la sua parte con diligenza e bravura; da segnalare l’ottimo John Lone (che rivedremo l’anno successivo in L’ultimo imperatore di Bertolucci, nel ruolo principale di Pu Yi) che verrà ingiustamente escluso dal premio Oscar (L’ultimo imperatore ne vinse 8)

L’anno del dragone
Un film di Michael Cimino. Con Mickey Rourke, John Lone, Ariane, Dennis Dun, Victor Wong,Jack Kehler, Eddie Jones, Fabia Drake, Caroline Kava, Desmond McNamara, Ariane Koizumi, Ray Barry, Lenny Termo, Tony Lip, Joey Chin, Hon Lam Baau, Rosa Ng, K. Dock Yip, Daniel Davin, Mark Hammer, Gerald Orange, Paul Lee, Chim Sum Lee, Keenan Leung, Jeff Khowong, Jerry Chan, Jerry Chang, Gardell Tung, Johnny Shia, Doreen Chan, Aileen Ho, Lisa Lee, Steven S. Chen, Paul Scaglione, Joseph Bonaventura, Jilly Rizzo, Mei Sheng Fan, Harry Yip, Lin Ngan Ng, Raymond J. Barry, Tisa Chang, Janice Wong, James Scales, Way Dong Woo, Jimmy Sun, Judy Dennis, Jadin Wong, Lucille D’Agnillo, Susan Ricketts, Emily Woo, Rudy Ugland Titolo originale Year of the Dragon. Drammatico, durata 136 min. – USA 1985.







Mickey Rourke: Stanley White
John Lone: Joey Tai
Ariane Koizumi: Tracy Tzu
Leonard Termo: Angelo Rizzo
Raymond J. Barry: Louis Bukowski
Caroline Kava: Connie White
Eddie Jones: William McKenna
Joey Chin: Ronnie Chang
Victor Wong: Harry Yung
Dennis Dun: Herbert Kwong

Regia Michael Cimino
Soggetto Robert Daley (romanzo)
Sceneggiatura Michael Cimino, Oliver Stone
Produttore Dino De Laurentiis
Fotografia Alex Thomson
Montaggio Noëlle Boisson, Françoise Bonnot
Musiche David Mansfield
Scenografia Wolf Kroeger

Ferruccio Amendola: Stanley White
Massimo Giuliani: Joey Tai
Isabella Pasanisi: Tracy Tzu
Maria Pia Di Meo: Connie White




Nerosubianco


Nerosubianco è un non-film.
Ed è l’espressione migliore di un regista, Tinto Brass, che ha vissuto due vite cinematografiche completamente dissimili fra loro.
Girato nel 1969, quando ancora l’eco del sessantotto si udiva nella musica come nel cinema, nella letteratura e nel teatro, Nerosubianco appartiene, come dicevo all’inizio alla categoria dei non film, ovvero di opere che usano il linguaggio cinematografico e le immagini non per creare un racconto visivo di una storia ma più semplicemente come assemblaggio di immagini e suoni, un vero caleidoscopio dove alla fine capita di trovarci di tutto.
Da Ho Chi Min a Hitler, da Mussolini alla London beat, dal surrealismo pittorico a Duchamp, da Warhol ai manifesti della pop art in Nerosubianco appare di tutto in una carrellata da mal di testa con accennato il discorso sulla sessualità di coppia che entrerà poi come costante delle opere del regista veneziano fino al teorema (discutibile) del tradimento come salvezza della coppia.

Anita Sanders
Il tutto imbastito attorno al nucleo centrale del non- film, la storia di una moglie insoddisfatta, Barbara, che in vacanza a Londra viene seguita costantemente da un uomo di colore col quale avrà una breve avventura sessuale che le permetterà di tornare tutta felice tra le braccia del marito.
Mentre scorrono le immagini, il beat dei Freedom accompagna Barbara in una peregrinazione vorticosa in una Londra che appare vitale e intellettualmente esplosiva nella quale la donna si imbatte di volta in volta nell’oratore di Hyde Park piuttosto che in una pubblicità della Coca Cola, mentre sullo schermo alla rinfusa scivolano vorticosamente immagini di fucilazioni e di guerra, bombardamenti ed esecuzioni di massa, terribili foto provenienti da Auschwitz e didascalie nelle quali compare per esempio il motto “So extra is extra” scritto con una decina di erre.

Barbara si agira stupita e interessata fra giovani che portano sul volto i colori degli hippy che suonano musica beat (sempre con l’accompagnamento immancabile della musica dei Freedom) in una Londra che assomiglia ad un carosello impazzito di suoni e colori.
Brass naturalmente non perde occasione per lanciare la sua filosofia anarcoide come modello di riferimento; in una parte del film vediamo un prete agitare un cartello con scritto “Proibito” mentre con voce assolutamente seria da predicatore dice “Incoraggiare la gente a fare l’amore è proibito perchè è pericoloso, non è invece proibito ancorchè ancor più pericoloso incoraggiare la gente a fare la guerra: perciò da questo momento invece delle immagini pericolose proibite delle scene d’amore vi mostreremo immagine pericolose ma non proibite di scene di guerra”
Questa visione ironica e sbeffeggiatrice, che poi diverrà il marchio di fabbrica personalissimo del regista veneto si mescola immediatamente ad immagini di nudo e di sesso (ovviamente molto caste) accompagnate dal feroce confronto con scene di morte.
Dall’impiccagione di una gerarca nazista (presumibilmente avvenuta dopo Norimberga) alle foto dei disgraziati deportati ebrei dei lager, nudi in maniera oltraggiosa e sopratutto senza quasi più carne addosso si passa alle immagini della guerra del Vietnam e di bombardamenti aerei sulle città.


Tutto diventa eccessivo e vorticoso, tanto che ad un certo punto l’overdose di immagini ottiene un effetto di saturazione a cui si aggiunge l’implacabile musica beat che fa da sottofondo, creando i presupposti perchè lo spettatore molli la pellicola e si dedichi ad altro.
Il ritmo aumenta ad un tale livello che le immagini degli scempi della guerra (cadaveri di bambini, di povera gente torturata, di vittime dei bombardamenti) sembrano diventare una cosa sola.
L’orrore sembra dissolversi proprio perchè mostrato ad una velocità pazzesca, quasi una forma di riavvolgimento della memoria mostrata con l’avanzamento veloce su un video registratore.
Se Nerosubianco ha un fascino è proprio da cercarsi in questi frammenti, ovvero nell’esatto momento in cui Brass fa cinema sperimentale mischiando con abilità consumata tutti i modelli di riferimento della società fine anni sessanta mostrando i totem della civiltà e l’immagine storica più famosa della guerra, l’esplosione atomica di Hiroshima.

La storia della inibita Barbara, che alla fine decide di concedersi la scappatella con l’uomo di colore senza nome che la segue come un’ombra finisce per diventare un film nel film, una parte coerente in un mare di incoerenza rappresentato dalle visioni di coppie che fanno l’amore in un parco e dipinti surrealisti che mostrano raffigurazione della morte, di uomini bendati come mummie, scheletri ecc.

C’è una sequenza che probabilmente colpisce lo spettatore più delle altre; una sequenza degna del peggior film splatter, con l’aggravante che in questa serie di immagini in movimento non c’è nulla di inventato.
La macchina da presa segue freddamente, in un bianco e nero d’epoca sgranato e saltellante, lo scarico di un camion colmo di cadaveri ridotti ad ossa e pelle.
I corpi, presi come sacchi della spazzatura vengono gettati in una fossa comune, ammonticchiati come stracci mentre altri corpi ancora seguono senza posa: è una sequenza da orrore senza fine, una parte della nostra storia che ci avvicina all’oscurità più assoluta, quell’oscurità che il nazismo ha interpretato come il buio della mente e della cultura.
E poi le immagini tristissime dei sopravvissuti di Hiroshima, bambini senza più pelle e dagli occhi smarriti e persi nel nulla.
Ecco, Brass nel suo furore amplifica e sbatte in prima pagina, sotto gli occhi dell’inorridito spettatore tutto il peggio del passato dell’umanità per poi tornare alle immagini di Barbara in giro per Londra; quasi a voler dare un colpo anche alla botte, ecco scorrere le immagini di medaglie russe e di contestazioni anti guerra nel Vietnam, di un oratore che esalta Che Guevara e quelle di Castro che arringa la folla a Cuba.


Barbara intanto, con il suo sguardo curioso, sembra passeggiare fra le vetrine luccicanti di un mega negozio che espone merce di provenienza non identificabile.
Alla lunga però questo inestricabile guazzabuglio di immagini, suoni, colori e orrori finisce per stancare ed è per questo che di Nerosubianco resta solo il frastuono di fondo.
Va dato atto a Brass di aver avuto coraggio nello sperimentare; dopo il thriller Col cuore in gola il regista veneto si avventura in un progetto che probabilmente lo appaga dal punto di vista dei risultati e che avrà un seguito beffardo e iconoclasta nel 1980, quando girerà Action.
Nerosubianco è quindi un manifesto programmatico sull’anarchia che però nasce e muore nell’arco delle due ore di proiezione del film stesso.

Dopo questo film Brass girerà altri film coraggiosi come L’urlo, Dropout e La vacanza prima di arrivare alla svolta di Salon Kitty, in cui la summa teorica del suo pensiero finisce per mescolarsi inestricabilmente con l’erotismo che da allora in poi diverrà una specie di ossessione per il regista veneto.
Oggi un film come questo sarebbe assolutamente e totalmente improponibile; nessun produttore sano di mente finanzierebbe un’opera così al di fuori degli schemi.
A fine anni sessanta invece era possibile coniugare la creatività con la sperimentazione, c’era il coraggio di percorrere strade alternative.
Il merito di Nerosubianco, film eccentrico e fuori schema è essenzialmente questo aldilà del fatto che possa o no piacere.
Nerosubianco
Un film di Tinto Brass. Con Anita Sanders, Nino Segurini, Terry Canter, Terry Carter Commedia, durata 76′ min. – Italia 1969.









Anita Sanders: Barbara
Terry Carter: l’americano
Nino Segurini: Paolo
Bobby Harrison: (come Freedom)
Mike Lease: (come Freedom)
Ray Royer: (come Freedom)
Steve Shirley: (come Freedom)

Regia Tinto Brass
Soggetto Tinto Brass
Sceneggiatura Tinto Brass, Francesco Longo, Giancarlo Fusco
Produttore Dino De Laurentiis
Casa di produzione Lion Film
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Tinto Brass
Musiche Freedom
Scenografia Peter Murray
Costumi Giuliana Serano, Piero Gherardi


Lobby card americana con il titolo Black on white

Lobby card inglese con il titolo Attraction

Copertina del vinile con la soundtrack del film

Fotogramma del cineracconto del film


Foto pubblicitarie del film


Due foto di scena dell’attrice Anita Sanders

Flano americano del film























































