Adolescenza perversa
Mirella è una professoressa che insegna matematica; è reduce dal fallimento del suo matrimonio, e decide quindi di accettare la nomina di insegnante nel liceo di Perugia. La situazione sentimentale, conclusasi con il divorzio dal marito ha creato nella donna una situazione di rigetto per gli uomini. Che ben presto diventa evidente quando è costretta a svicolarsi dalla corte serrata che gli uomini, attratti dalla sua bellezza, inevitabilmente le fanno.
Ma la donna ha sottovalutato il fascino sinistro di Alain, uno dei ragazzi più ammirati dalle ragazze del liceo, bello e dannato, legato sentimentalmente ad una ragazza, Giorgia. Il giovane, militante dell’ultra sinistra, dapprima non cede alle lusinghe della donna.
Che decide quindi di usare altri metodi: inizia a propagandare l’amore libero, si fa sacerdotessa dei huovi ideali giovanili, mentre d’altra parte, cerca in tutti i modi di svilire la figura di Giorgia. Per un breve periodo Mirella va a Parigi, con una sua collega di tendenza saffiche; ma è olo una parentesi, la sua attrazione per il bel Alain è ormai fatale. In qualche modo riuscirà a diventare l’amante del ragazzo, che però da lei prenderà solo i rapporti fisici, senza farsi coinvolgere emotivamente.
A parte le bellissime protagoniste, Malisa Longo e Femi Benussi, impegnate in ruoli fra i più scabrosi interpretati nella loro carriera, il film di José Bénazéraf si caratterizza solo per la fotografia, per la discreta colonna sonora di Franco Micalizzi e per le situazioni scabrose in cui vengono a trovarsi le due insegnanti impegnate in un rapporto saffico.
Null’altro, purtroppo. Siamo di fronte ad un film chiaramente indirizzato ad un pubblico che sa cosa aspettarsi ovvero una trama quasi scontata, recitazione approssimativa, ma tante scene sexy, che nella versione italiana vennero abbondantemente tagliate. Il resto è noia davvero.
Adolescenza perversa, un film di José Bénazéraf con Femi Benussi, Hervé Halff, Malisa Longo, Nino Musco.1974
Femi Benussi: Mirella
Malisa Longo:Giorgia
Hervè Halif:Alain
Regia:Joseph Benazeraf
Sceneggiatura:Joseph Benazeraf
Produzione:Rodolfo Sabbatini
Musiche:Franco Micalizzi
Fotografia:Bernard Daillencourt
Montaggio:Claudio Ventura
Diario segreto di un carcere femminile
Daniela Vinci, la donna di Tonino, un trafficante di droga, è arrestata e condotta in un carcere femminile: nell’auto sulla quale viaggiava sono stati trovati 20 kg di bicarbonato in luogo dei venti chili di eroina che doveva trasportare. In carcere la ragazza viene avvicinata da Lilly, che si spaccia per un’assistente sociale, detenuta per aver preso a sberle due agenti. In realtà la donna è figlia di Carmelo Musumeci, un grosso trafficante di droga, accusato proprio di aver fatto sparire i venti chili di eroina sostituendoli con il bicarbonato. l’uomo viene catturato da una banda rivale, e nel tentativo di fuggire,m uore precipitando da un’impalcatura.
La figlia, all’oscuro di tutto, vive con Daniela la dura realtà del carcere, fatta di umiliazioni e di vicinanza con donne incarcerate per vari reati: c’è Mammasantissima, lesbica e trafficona, che gestisce tutti i movimenti di merce all’interno del carcere, c’è Maria Goretti, una fervente religiosa che ha ucciso il suo violentatore, una piromane, una donna che nella vita civile faceva l’usuraia, una ninfomane e via dicendo.
Un campionario di società trasferito all’interno di un carcere in cui le condizioni di vita sono molto dure. La povera Daniela, assolutamente all’oscuro dei traffici del suo uomo, viene perseguitata dalle sorveglianti e brutalmente pestata da altre detenute, chiaramente istruite dall’esterno, fino ad essere avvelenata, dopo aver involontariamente fornito a Lilly la giusta traccia. Lilly,
Le detenute sotto la doccia
che è in carcere sotto copertura, rivela al commissario incaricato delle indagini ciò che ha scoperto, e con lui, dopo essere stata scarcerata, si dirige verso il luogo dove la droga è realmente nascosta. Ma dall’interno del carcere arrivano le contromosse: Daniela muore in seguito all’avvelenamento, e il direttore del carcere, complice della banda rivale di Musumeci, manda una squadra di killer incontro al commissario e Lilly, che moriranno precipitando con l’auto dentro un burrone a strapiombo sul mare.
Diario segreto di un carcere femminile, film del 1973, diretto da Rino De Silvestro, è un woman in prison abbastanza anomalo; in primis perchè ha una trama nemmeno tanto mal orchestrata, poi per l’assenza delle solite scene saffiche qui veramente limitate al massimo, nonostante la presenza di un cast femminile in cui le bellezze non mancano di certo, a cominciare da Jenny Tamburi, la sfortunata Daniela, proseguendo poi con Anita Strindberg, che interpreta Lilly, con Eva Czemerys che interpreta Mammasantissima, Valeria Fabrizi, nel ruolo della ninfomane, Olga Bisera in quello della sorvegliante,
Gabriella Giorgelli in quello dell’usuraia e infine Bedy Moratti in quello della piromane. L’unico ruolo maschile di rilievo lo interpreta Massimo Serato, il direttore del carcere collso con i mafiosi. Un film che spazia in qualche modo oltre i rigidi confini che diverranno l’ambito del genere donne in prigione, rivelandosi alla fine abbastanza gradevole, con una trama credibile e buone interpretazioni, oltre al belvedere offerto dai corpi delle attrici impegnate nelle immancabili docce. Tutto molto castigato per altro, senza le solite morbosità tipiche di tanti altri epigoni del genere.
Diario segreto di un carcere femminile, un film di Rino De Silvestro, con Anita Strindberg, Bedy Moratti, Carlo Gentili, Cristina Gajoni, Elisa Mainardi, Eva Czemerys, Franco Fantasia, Gabriella Giorgelli, Jane Avril, Jenny Tamburi, Massimo Serato, Olga Bisera, Roger Browne, Rosita Torosh, Umberto Raiho, Valeria Fabrizi,Drammatico 92 minuti, Italia 1974
Anita Strindberg -Hilda
Eva Czemerys – Mammasantissima
Jenny Tamburi – Daniela Vinci
Cristina Gaioni – La prigioniera religiosa
Bedy Moratti – La prigioniera piromane
Umberto Raho – Avvocato di Daniela
Massimo Serato – Direttore
Elisa Mainardi – Prigioniera
Franco Fantasia- Capo ispettore
Olga Bisera – Gerda, il capo dei secondini
Valeria Fabrizi – Prigioniera napoletana
Paola Senatore – Musumeci
Roger Browne – Ispettore Weil
Rosita Torosh – Una prigioniera
Regia: Rino Di Silvestro
Prodotto da Giuliano Anellucci , Terry Levene
Musiche: Franco Bixio
Editing: Angelo Curi
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Ragazza si lascia internare in un carcere alla ricerca di prove che possano scagionare il padre dall’accusa (pilotata) che lo addita quale narcotrafficante; vivrà, da coàtta, esperienze inimmaginabili, condivise suo malgrado assieme alle altre compagne: punizioni corporali, rapporti saffici e umilianti perquisizioni “intime”. In realtà il complotto è guidato dal direttore del carcere. Apripista italiano del famigerato -non meno dell’Eros-Svastika, genere affrontato in seguito dal regista- W.I.P., il film affronta in maniera determinata e con un valido cast il tema della violenza al femminile.
Una strada al maschile (il regolamento di conti tra criminali, le indagini della polizia) e una al femminile (le detenute), dapprima parallele, si avvicinano progressivamente fino a ricongiungersi. Naturale che ’attenzione sia tutta per la variegata (nonché denudata) manovalanza muliebre: la vittima Tamburi, l’infiltrata Strindberg, la mafiosa Czemerys e la sua gelosa amichetta Senatore, la pia Gajoni, la piromane Moratti, le ruspanti Giorgelli e Mongardini, la guardiana Bisera, la ninfomane Fabrizi.
Un film né carne né pesce, a metà tra il poliziesco di maniera e un wip piuttosto blando. Un carico di droga scompare e il boss tampina chi è rimasto in libertà e chi è finita in galera (la compagna del corriere). La trama poliziesca è diluita e scontata, il carcerario finisce a tarallucci e vino. Tra le detenute segnalo la Bedy Moratti ascetica piromane, la Giorgelli bolognese caciarona e soprattutto Olga Bisera la gelida capo-guardie che interpreterà nel 1977 un James Bond (tra l’altro è l’unica a non “svelarsi”..).
Uno dei pochi “Donne In Prigione” che si possa guardare. Scene erotiche al minimo, attrici diciamo “serie” e un poco di trama (che nei film di questo tipo di solito latita); divertentissime le lotte innescate dalla detenuta burina. C’è anche un po’ di “poliziesco-mafia”… Guardabile.
Titolo completamente fuori luogo… Se solo azzardassimo un rapporto con Prigione di donne, questo film perderebbe 20 a 1. Banale la storia parallela della mafia, ridicolmente allo sbando infiltrazioni e complicità. C’è da dire che noi cinefili possiam dilettarci a vedere le nostre beniamine fare a botte, solo che le due protagoniste Strindberg e Tamburi son pessime, la Czemerys è già meglio, mentre al top sono la Moratti e soprattutto Valeria Fabrizi, in una rarissima interpretazione cinematografica. Va anche bene il finale.
La matriarca
Margherita, chiamata da amici e parenti Mimi, è una giovane e bella donna, che all’improvviso si ritrova vedova, senza per’altro molta sofferenza da parte sua, visto che in un monologo inizale dice testualmente di non aver trovato motivi per piangere. Dopo il funerale la giovane, mentre è nell’azienda del marito, apprende dall’avvocato della stessa dell’esistenza di un appartamento intestato al marito, ma misteriosamente non compreso tra i suoi beni.
Incuriosita, Mimi si reca nell’apartamento, e scopre che suo marito in realtà aveva una vita parallela a quella di bravo marito e industriale: nell’appartamento, arredato come una garconniere, con tanto di specchi, bar fornitissimo e altre comodità, l’uomo riceveva le sue numerose amanti, con le quali praticava sesso anche sadomasochistico. All’interno dell’appartamento, infatti, c’era un registratore ed una cinepresa, con la quale l’uomo filmava i suoi incontri erotici.
Mimi, sconvolta da quanto ha appreso, si interroga sul perchè suo marito fosse così disinibito all’esterno, mentre era così riservato con lei; acquista quindi un libro sul sesso, e subito dopo, un pò per per curiosità, un pò per desiderio postumo di vendetta, inizia a portare nella garconniere uomini di ogni genere. Il primo è l’avvocato dell’azienda, nonchè amico del marito, e subito dopo tocca ad altri.
La madre di Mimi, preoccupata dalle condizioni della ragazza, riesce a farla ricoverare per analisi nella clinica del suo compagno: qui la donna incontra il dottor De Marchi, e dopo breve tempo ne diventa l’amante. Sembra un’avventura come le altre, ma l’uomo è innamorato della ragazza, e dopo una terapia d’urto, e con molta dolcezza, riuscirà a convincerla di sposarlo.
Diretto da Pasquale Festa Campanile nel 1968, La matriarca è una gradevole commedia, senza particolare impegno e senza grosse ambizioni, ad onta di un cast di ottimo livello, che vede protagonisti Catherine Spaak nel ruolo di Mimi, la giovane e confusa vedova, Jean Louis Trintignant in quello del dottor De Marchi, e uno stuolo di attori di ottimo livello in parti secondarie, a partire da Paolo Stoppa, che ricopre il ruolo del compagno della madre di Mimi, Luigi Pistilli,
Philippe Leroy, Vittorio Caprioli, un simpatico e stravagante Gigi Proietti nel ruolo dell’avvocato che tenterà invano di farsi sposare da Mimi, Nora Ricci, nei panni della madre della ragazza e infine Venantino Venantini , Gabriele Tinti e Renzo Montagnani, assolutamente irriconoscibile dietro strane lenti e capelli riccioluti, nei panni di un pervertito sadomasochista. Un film ben congegnato, a tratti anche gradevole, proprio per la leggerezza del tema trattato. da segnalare le numerose, anche se castigatissime, scene di nudo della Spaak, al massimo della sua bellezza.
La matriarca, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Paolo Stoppa, Luigi Pistilli, Jean-Louis Trintignant, Philippe Leroy, Catherine Spaak, Vittorio Caprioli, Renzo Montagnani, Luigi Proietti, Nora Ricci, Gabriele Tinti, Venantino Venantini, Frank Wolff
Commedia, durata 92 min. – Italia 1968.
Gigi Proietti: Sandro Maldini
Catherine Spaak: Margherita, detta Mimmi
Jean-Louis Trintignant: dottor Carlo De Marchi
Luigi Pistilli: Otto Frank, detto Mr. X
Renzo Montagnani: Fabrizio
Fabienne Dalì: Claudia
Nora Ricci: madre di Mimmi
Edda Ferronao: Maria
Vittorio Caprioli: il libraio
Gabriele Tinti: uomo nella macchina
Venantino Venantini: Aurelio
Frank Wolff: dottor Giulio, il dentista
Paolo Stoppa: professor Zauri
Philippe Leroy: istruttore di tennis
Mario Erpichini: Franco, marito di Mimmi
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Nicolò Ferrari
Sceneggiatura Nicolò Ferrari, Ottavio Jemma
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica, Finanziaria San Marco
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Armando Trovajoli
Tema musicale L’amore dice ciao di Guardabassi e Trovajoli, cantato da Andee Silver
Scenografia Flavio Mogherini
Costumi Gaia Rossetti Romanini
Trucco Franco Freda
Doppiatori italiani
Maria Pia Di Meo: Margherita, detta Mimmi
Cesare Barbetti: dottor Carlo De Marchi
Rita Savagnone: Claudia
Pino Colizzi: uomo nella macchina
Aldo Giuffré: dottor Giulio, il dentista
Sergio Graziani: istruttore di tennis
Luciano De Ambrosis: Franco, marito di Mimmi
Pretty baby
Difficile riunire in un film una critica che sia al tempo stesso positiva e diametralmente opposta; eppure Pretty baby, film del 1978 del grande regista francese Louis Malle, costringe davvero a difficili equilibrismi. Perchè se da un lato non si può non rimarcare la ricerca stilistica e descrittiva, al solito di primissimo livello, tipica di Malle, al tempo stesso si rimane sconcertati dalla mancanza di profondità del film stesso, quasi l’analisi e la descrizione del mondo della prostituzione nell’America anni dieci manchi di una serie di dati oggettivi, finendo invece per arenarsi su quelli soggettivi.
Se da un lato Malle riesce in qualche modo a denunciare l’assenza di valori pregnanti nello squallido sottobosco della prostituzione, pur nobilitata in qualche modo dalla casa chiusa quasi lussuosa in cui è ambientata la vicenda, dall’altro finisce per assomigliare alla fine ad un freddo esercizio di stile, in cui manca una cosa fondamentale, l’anima.
La vicenda si svolge sul finire degli anni dieci, nel secolo scorso; siamo in Louisiana, nel sud degli Stati Uniti, e precisamente a Storyville,quartiere della bassa new Orleans. all’interno del locale bordello, tra le altre occupate, vivono Hattie sua figlia Violet, una dodicenne cresciuta all’interno del bordello stesso, quindi in condizioni morali degradate; la ragazzina non ha la concezione del bene o del male, di ciò che è morale o no. Infatti entra ed esce dalle stanze in cui gli occasionali avventori hanno appena consumato i loro amplessi, mentre lei, indifferente a tutto, serve le prostitute, indossa i loro indumenti, vive cioè una realtà molto lontana da quella che dovrebbe essere quella della sua età.
Assiste anche alla nascita di un fratellino, figlio di chissà chi, e ne diventa, in qualche modo, la madre aggiunta. Un giorno, nel bordello, arriva Bellocq, un fotografo con la fissa di ritrarre prostitute. In particolare, la sua modella diventa Hattie, e Violet, curiosa, inizia con lui uno strano rapporto, tant’è vero che dopo un po il fotografo inizierà a volerle bene. Nel frattempo Violet raggiunge l’età della pubertà, e di conseguenza viene messa all’asta; se la aggiudica per una cifra molto elevata un signore di mezz’età, e la ragazza, superato senza traumi il suo primo contatto sessuale, riprende la vita all’interno del bordello.
Un giorno ad Hattie capita un colpo di fortuna: il signor Fuller, un ricco parvenu, la chiede in sposa e la porta via. Violet resta nel bordello, ma alla fine si reca da Bellocq, con cui inizia una difficile convivenza. Nel frattempo le leggi cmbiano, e anche la Louisiana decide la chiusura delle case di tolleranza; a Violet non resta altro da fare che accettare la proposta di Bellocq di sposarlo; l’uomo, sinceramente legato alla ragazza, la porta all’altare. Ma un giorno Hattie ricompare, decisa a portare con se Violet; nonostante le proteste di Bellocq, la donna , che ha fatto annullare il matrimonio della figlia perchè avvenuto senza consenso, riesce a portare via con se Violet, che in fondo è contenta così.
Pretty baby, come già detto, è un esercizio in bello stile; molto raffinata la fotografia, così come l’ambientazione, con il classico pianista di colore a intrattenere gli avventori (una specie di Play it again Sam mutuato da Casablanca), la solita prostituta che sogna il grande colpo, la maitresse cocainomane e quasi tutti gli stereotipi che possono formare l’immaginario di un locale di prostitute. Ben curati i dettagli, e l’eleganza formale del film è assolutamente ineccepibile. Censurabile invece la decisione di Malle di mostrare nuda una dodicenne Brooke Shields, una pessima abitudine che anche alti registi hanno replicato, in un’epoca seconda a nessuno per morbosità. l’interpretazione della Shileds del personaggio di Violet è comunque di buon livello, così come brava è la Sarandon nel ruolo della madre della ragazza, Hattie. Il resto del cast si muove bene, e vale il prezzo del biglietto pagato.
Pretty baby, un film di Louis Malle. Con Susan Sarandon, Brooke Shields, Keith Carradine, Frances Faye
Drammatico, durata 109 min. – USA 1978.
Brooke Shields: Violet
Keith Carradine: Bellocq
Susan Sarandon: Hattie
Frances Faye: Nell
Antonio Fargas: Professore
Matthew Anton: Red Top
Diana Scarwid: Frieda
Barbara Steele: Josephine
Seret Scott: Flora
Cheryl Markowitz: Gussie
Susan Manskey: Fanny
Laura Zimmerman: Agnes
Miz Mary: Odette
Gerrit Graham: Highpockets
Mae Mercer: Mama Mosebery
Don Hood: Alfred Fuller
Pat Perkins: Ola Mae
Von Eric Thomas: Nonny
Sasha Holliday: Justine
Lisa Shames: Antonia
Don Lutenbacher: primo cliente di Violet

Regia Louis Malle
Soggetto Polly Platt, Louis Malle
Sceneggiatura Polly Platt
Produttore Louis Malle, Polly Platt (produttore associato)
Casa di produzione Paramount Pictures
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Suzanne Fenn
Musiche Jerry Wexler
Scenografia Trevor Williams
Costumi Mina Mittelman
Trucco Dave Grayson, Charlene Roberson
L’ultimo spettacolo
Per parlare di L’ultimo spettacolo, di Peter Bogdanovich, film del 1971, parto dalle considerazioni finali. Siamo di fronte ad uno dei capolavori assoluti del cinema, un film di straordinaria bellezza, che unisce il lirismo delle immagini ad una visione nostalgica, commossa ma anche irriverente e critica di un mondo dissolto, quello della frontiera americana, vista nelle vite comuni di un gruppo di persone che abitano una cittadina del Texas.
Un film che per una volta tratteggia con sicurezza, con commossa partecipazione, le vite ordinarie degli abitanti, attraverso ritratti a volte impietosi, ma sempre delicatamente commossi, di persone che in fondo hanno fatto la storia e la vita di quella complessa,a volte icomprensibile realtà che sono gli states. Un omaggio nostalgico anche ad un certo cinema, definitivamente tramontato come l’ultimo spettacolo a cui assistono i due protagonisti pricipali del film, gli amici Douane e Sonny, sibolo di un legame forte, tenuto assieme anche dalle piccole cose della vita, come la visione di un film.
Girato in bianco e nero, con un uso magistrale della camera, che spesso indugia sui primi piani, e con dissolvenze delicate, mai brusche. Il lirismo di Bogdanovich, la sua straordinaria capacità di parlare per immagini si esplicita in numerose scene, alcune delle quali di livello eccelso, come la sequenza finale della morte di Billy, o il dialogo tra Sonny e Lois, con l’onnipresente vento che spazza impetuoso il paesino, quasi un evento cosmico che trascina, con se, speranze,illusioni e vite dei protagonisti, in un malinconico revival di quello che era e non c’è più, ma anche di quello che poteva essere e non è stato.
Texas, anni 50. In un piccolo centro di frontiera, si intrecciano le vite dei vari abitanti, tutti legati da rapporti di amicizia più o meno profondi. I giovani del paese, tra i quali i due amici Sonny e Douane, sognano improbabili avventure erotiche con le donne. Mentre Sonny è legato a Charlene, una ragazza che ha l’unico scopo di farsi sposare, Douane è legato sentimentalmente a Jacy, una bella e ricca ragazza, la più desiderata del paese.
La vita dei due giovani ruota attorno alla sala da biliardo di Sam, che è anche proprietario della tavola calda e della sala cinematografica, unico divertimento che offra la cittadina. L’uomo è anche il padre del giovane Billy, un ragazzo ritardato, legato però profondamente a Sonny, che ricambia la sua amicizia. Le giornate della cittadina passano con pigrizia, così come le serate: sono le vite dei protagonisti a mostrare l’unico segno di vivacità; così vediamo Lois, la madre di Jacy, stringere una relazione adulterina con l’unico uomo interessante del paese, e assistiamo alle sue lezioni di comportamento alla figlia.
Un giorno proprio Lois metterà in guardia la ragazza dal suo legame con Douane, un ragazzo simpatico ma povero: Jacy farà debito tesoro dei consigli della madre, recandosi dapprima ad una festa in piscina, dove supererà l’imbarazzo die ssere nuda davanti ad altri giovani, e intrecciando relazioni con altri uomini. Mentre il tempo scorre lentamente, Sonny intreccia una relazione con Ruth, la quarantenne moglie del suo allenatore di football, mentre Jacy, dopo aver avuto un rapporto con Douane, decide di lasciarlo per andare a studiare in un college.
La morte di Sam priva Sonny di uno dei suoi punti fermi; l’uomo lo lascia proprietario della sala da biliardo, e Sonny, supinamente, finisce per far ruotare la sua vita attorno al piccolo universo che ha sempre conosciuto. Douane, dopo la delusione subita da Jacy, si arruola per la guerra di Corea, mentre Jacy seduce Sonny e cerca di farsi sposare durante un viaggio in un altro stato. ma non sarà così, perchè il padre di Jacy la riporterà indietro, mentre Sonny si troverà costretto a litigare con Douane che lo considera un tarditore.
Ma l’amicizia prevale, nonostante Douane ferisca l’amico in una rissa; mentre proprio Douane sta per partire per la Corea, i due si concedono una visione dell’ultmo film proiettato in paese: Il giovane parte verso il destino ignoto della guerra, e a Sonny capita di dover assistere alla morte casuale dell’unico amico rimasto, Billy, travolto da un camion mentre al solito, spazzava la strada. a Sonny non resta altro che rifugiarsi dalla sua amante Ruth, qasi a cercare rifugio in qualcosa di conosciuto.
Film, come già detto, di straordinaria intensità, con momenti di grandissimo cinema. Il bianco e nero infonde al film il sapore della malinconia, dell’era così, del come eravamo;tutto ruota attorno ad un cast di ottimi attori. Bravissimi Jeff Bridges (Douane), Timothy Bottoms( Sonny), la bellissima Cybill Shepherd ( l’arrivista Jacy), Ben Johnson (Sam il leone), Ellen Burstyn (Lois Farrow, la madre di Jacy). Qua e la, dalla radio dello scassatissimo furgone di sonny, capita di ascoltare nostalgiche canzoni d’epoca, come Cold, Cold Heart cantata da Tony Bennett, Give Me More, More of Your Kisses ,cantata da Lefty Frizzell, Wish You Were Here (cantata da Eddie Fisher,Blue Velvet cantata da Tony Bennett,You Belong To Me cantata da Jo Stafford.
Il film vinse 2 Premi Oscar 1972: per il miglior attore non protagonista (Ben Johnson) e la miglior attrice non protagonista (Cloris Leachman), che nel film è Genevieve, la donna della tavola calda. E’ stato scelto con altre 500 pellicole per essere conservato nel National Film Registry, che conserva film culturalmente, storicamente o esteticamente significativi.
L’ultimo spettacolo, un film di Peter Bogdanovich. Con Jeff Bridges, Ellen Burstyn, Cloris Leachman, Timothy Bottoms, Ben Johnson.Cybill Shepherd, Sam Bottoms
Titolo originale The Last Picture Show. Drammatico, durata 118 min. – USA 1971.
Timothy Bottoms: Sonny Crawford
Jeff Bridges: Duane Jackson
Cybill Shepherd: Jacy Farrow
Ben Johnson: Sam the Lion
Cloris Leachman: Ruth Popper
Ellen Burstyn: Lois Farrow
Eileen Brennan: Genevieve
Clu Gulager: Abilene
Sam Bottoms: Billy
Sharon Ullrick: Charlene Duggs
Randy Quaid: Lester Marlow
Joe Heathcock: lo sceriffo
Bill Thurman: Coach Popper
Gary Brockette: Bobby Sheen
Regia Peter Bogdanovich
Soggetto Larry McMurtry (romanzo)
Sceneggiatura Peter Bogdanovich e Larry McMurtry
Produttore Stephen J. Friedman
Produttore esecutivo Bert e Harold Schneider
Casa di produzione Columbia Pictures
Fotografia Robert Surtees
Montaggio Donn Cambern, Peter Bogdanovich (non accred.)
Musiche Musiche non originali
Scenografia Polly Platt e Walter Scott Herndon
Concerto per pistola solista
La morte dell’anziano Conte Carter vede riunita, nella villa di famiglia, o meglio, in quella che è la faraonica residenza del defunto conte, i parenti prossimi allo stesso, per la lettura del testamento. A loro, un gruppo di consanguinei molto simili ai serpenti, si unisce quello che sembra un anonimo e un tantino imbranato sergente di polizia del vicino paese, Thorpe.

Evelyn Stewart è Isabel, la figlia di Lord Carter
La lettura del testamento riserva a tutti una sorpresa: l’erede di tutte le cospicue sostanze del conte è la nipote Barbara, l’unica che sia rimasta vicina all’anziano conte. Sono spogliati così dell’eredità la sorella Gladys e suo figlio Georgie, un complessato e tremendo giovinastro, suo fratello Anthony, la figlia Isabelle e un nipote debosciato, Ted, che ha sposato una giovane di colore, Pauline.

Orchidea De Santis è la cameriera di casa Carter
Prima che i delusi eredi possano abbandonare la villa, ecco che viene misteriosamente ucciso il maggiordomo della casa. A indagare è il serafico Thorpe, ma non ci sono tracce; nel frattempo nella villa arriva l’ispettore di Scotland Yard Grey, che inizia ad interrogare tutti i parenti, proprio mentre Ted, il nipote del Conte viene trovato morto per un colpo di pistola alla testa. Sembra un suicidio, ma Thorpe, che ad onta del suo aspetto ha un cervello lucidissimo, scopre che si è trattato di un omicidio.

Nella foto, a destra, Anna Moffo nel ruolo di Barbara

Il bravissimo Gastone Moschin nel ruolo dell’ineffabile sergente Thorpe
Viene successivamente trovata morta anche la sua giovane moglie di colore, Pauline, in seguito è Isabelle a cadere vittima di un colpo di fucile. L’assassino sembra inafferrabile, ma ci penserà l’ineffabile Thorpe, attraverso le sue indagini, a scoprire l’insospettabile colpevole.
“ In questo caso sappiamo con certezza che il colpevole non è il maggiordomo”, commenta ironico Anthony, il fratello del Conte davanti al corpo del maggiordomo, ucciso da una pugnalata. E’ uno degli esempi dello humour di stampo britannico che il film presenta.
Orchidea De Santis
Un film che è un piccolo gioiello, sia per l’ambientazione, prettamente british, sia per la trama e lo svolgimento, sicuramente convenzionali ma assolutamente gradevoli a vedersi. Il film ha uno svolgimento in tutto simile ai film gialli inglesi, tipo quelli di Agatha Christie, per intenderci, con la mossa geniale del regista, Lupo, di parafrasare l’humour britannico ridicolizzandolo con garbo. Gli attori, molto ben assortiti, danno il loro contributo; bene Evelyn Stewart, che regge il ruolo di Isabelle, molto bravo Gastone Moschin, che tratteggia da par suo la figura di Thorpe, sergente goffo ma dalla mente lucidissima, davvero brava e anche bella Anna Moffo, che interpreta il ruolo di Barbara. In ruoli non di primo piano troviamo Giacomo Rossi Stuart, una giovanissima e molto bella Orchidea De Santis, nel ruolo di una cameriera e l’attrice di colore Beryl Cunnigham.
Il ruolo dello stranito ispettore Grey è assolto con sufficienza da Lance Percival mentre Marisa Fabbri interpreta alla perfezione il ruolo della megera di casa, Lady Gladys.
Un film davvero ben fatto, ironico al punto giusto, a tratti anche divertente, che si fa seguire fino al colpo di scena finale, ben organizzato e ben congegnato.
Da riscoprire.
Concerto per pistola solista, un film di Michele Lupo. Con Evelyn Stewart, Gastone Moschin, Peter Baldwin,Anna Moffo,Marisa Fabbri, Beryl Cunningham, Quinto Parmeggiani, Lance Percival, Orchidea De Santis, Christopher Chittell,Giacomo Rossi Stuart Poliziesco, durata 101 min. – Italia 1970
Anna Moffo: Barbara Worth
Gastone Moschin: sergente Aloisius Thorpe
Eveline Stewart: Isabelle
Lance Percival: isp. Grey
Peter Baldwin: Anthony Carter
Christopher Chittell: Georgie Kemple
Quinto Parmeggiani: Lawrence Carter
Giacomo Rossi Stuart: Ted Collins
Beryl Cunningham: Pauline Collins
Marisa Fabbri: Gladys Kemple
Orchidea De Santis: la cameriera
Robert Hundar: il cameriere
Franco Borelli: l’ospite
Ballard Berkeley: maggiordomo Peter
Richard Caldicot: avvocato Caldicot
Harry Hutchinson: giardiniere Harry
Regia Michele Lupo
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Donati, Massimo Felisatti, Fabio Pittorru
Casa di produzione Jupiter Generale Cinematografica
Fotografia Guglielmo Mancori
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Francesco De Masi
Tema musicale Pyotr Ilyich Tchaikovsky (Concerto n.1)
Scenografia Ugo Sterpini
Costumi Walter Patriarca
Folli e liberi amplessi (Les galettes de Pont Aven)

Di folle in questo film c’è soltanto il titolo, assolutamente fuorviante, visto che tradotto letteralmente significherebbe I biscotti di Pont Aven. Un film che di erotico non ha praticamente nulla, fatta eccezione per qualche scena di nudo inserita in un contesto più drammatico che da commedia.
Henry è un rappresentante di commercio, vende ombrelli; un lavoro che svolge con impegno, ma i suoi problemi sono a casa: la sua famiglai sembra ignorarlo, se non disprezzarlo. Lui conduce la sua vita monotona tra lavoro e hobby, quello della pittura. Un giorno, dopo aver avuto una fugace relazione con Madame Licquois, una sua cliente che aveva commissionato un ritratto, Henry, mentre torna a casa ha un incidente d’auto. Conosce così il pittore Emile, che ha il suo stesso hobby e conosce anche Angela, la sua disinibita amante.
Andrea Ferreol è la signora Licquois
Con l’evidente beneplacito di Emile, Henry si ritrova ben presto a diventare l’amante della ragazza. Così riacquista d’un colpo vitalità, voglia di tornare a dipingere e sopratutto si innamora. Per qualche giorno le cose sembrano funzionare, ma la ragazza decide di rientrare al suo paese, il Canada, e lo fa senza avvisare l’amante. Henry la cerca, ma poi, deluso, decide di rientrare a casa. qui lo attende una brutta sorpresa: trova la moglie a letto con un altro uomo. Deluso, Henry ritorna a Pont Aven, dove aveva conosciuto Emile e Angela: qui, senza più un valido motivo per combattere, decide di darsi all’alcool, abbruttendosi.
Reincontra Emile, ma sopratutto ha la fortuna di imbattersi in Marie, una giovane e brava ragazza che lavora in un albergo locale. sarà proprio Marie a fare uscire l’uomo dal tunnel
dell’alcool, e per lei Henry sceglierà di restare a lavorare come cameriere in spiaggia.
Diretto da Joel Seria nel 1975, il film vive sopratutto sulla grande interpretazione di Jean Pierre Marielle, che presta il suo volto al personaggio di Henry, uno dei tanti anonimi personaggi che popolano le città a tutte le latitudini. Anche se molto discontinuo, e a tratti anche improbabile, il film si lascia guardare con piacere, attraverso l’odissea di un uomo qualunque, in un posto qualunque, afflitto da problemi che possono tranquillamente essere considerati universali.
Ben assortito il cast, che include, oltre al citato Marielle, una bella Andrea Ferreol nei panni della signora Licquois, la prima avventura di Henry nella sua nuova vita, la bella Dolores Mc Donough nel ruolo della disinibita canadesina Angela, Jeanne Goupil nel ruolo chiave di Marie, la fresca e bella ragazza che con il suo candore sarà il viatico di Henry per il ritorno dall’inferno dell’alcool e dell’abbruttimento.
Un film di discreta fattura, ben girato, ben recitato e che scorre via con piacere e interesse da parte dello spettatore.
Folli e liberi amplessi (Les galettes de Pont Aven),un film di Joël Séria. Con Claude Piéplu, Jean-Pierre Marielle, Bernard Fresson, Dolores McDonough, Jeanne Goupil,Romain Boutelle,Andréa Ferréol
Titolo originale Les galettes de Pont-Aven. Commedia, durata 105 min. – Francia 1975.


Jean-Pierre Marielle : Henri Serin,
Bernard Fresson : Emile
Jeanne Goupil : Marie
Andréa Ferréol : Madame Licquois
Claude Piéplu
Dolorès Mac Donough : Angéla
Romain Bouteille : il curato
Dominique Lavanant : Marie Pape, la prostituta con il costume
Gisèle Grimm : la moglie d’Henri
Nathalie Drivet : Une serva
André Chaumeau : un commerciante
André Lacombe : Un pittore di Pont-Aven
Louison Roblin : Una commerçiante
Bella di giorno
Sono giovani e belli; lui, Pierre, è un affermato chirurgo innamorato del suo lavoro, lei Severine, è una donna elegante, affascinante. Pierre dedica troppo tempo al lavoro, così Severine inizia a fantasticare strani rapporti sadomasochistici. Un giorno capita per caso davanti alla casa di madame Anais, una maitresse che gestisce una casa d’appuntamenti. Severine, attratta inspiegabilmente da quel mondo così lontano dalla sua vita ordinaria, conosce Anais, ed entra a lavorare come squillo all’interno della casa.

Jean Sorel e Catherine Deneuve
Non ha bisogno di soldi, Severine; ma sembra in preda ad un autolesionistico bisogno di punirsi, così come sembra attratta dalla morbosità di quella che diventa ben presto una doppia vita. Bella di giorno, moglie affettuosa e compagna la sera e la notte. Un giorno però le cose cambiano; all’interno della casa d’ appuntamenti Severine conosce Marcel, un bel giovane dal passato e dal presente burrascoso. L’uomo si innamora di lei, e dopo aver appreso che la donna è sposata, cerca di convincerla ad andare a vivere con lui.
Ma Severine, in fondo, è attratta solo da quell’esperienza assolutamente anticonformista, e rifiuta le avance dell’uomo. Messa alle strette, decide di lasciare per sempre la casa di Madame Anais, Marcel non accetta le cose, e progetta ed esegue un attentato contro Pierre; l’uomo rimane gravemente ferito e menomato, mentre Marcel viene ucciso in uno scontro a fuoco. Sarà un amico di Pierre a rivelare a quest’ultimo la verità sulla moglie, dopo averla incontrata a casa di madame Anais. Luis Bunuel gira nel 1967 questo film incentrato sulla doppia personalità e sulla doppia vita di Severine, una donna all’apparenza frigida, e che si trasforma improvvisamente in una prostituta in un impeto di annullamento della propria personalità.
Usando i suoi grandi mezzi cinematografici, la sua capacità di scandagliare l’animo umano quasi fosse uno psicanalista e di saper poi proporre in immagini il risultato del suo lavoro, Bunuel elabora splendidamente un film sospeso a tratti tra il reale e l’immaginario, anche se non si addentra nelle motivazioni del comportamento della donna, lasciando evidentemente allo spettatore il compito di analizzare e metabolizzare il tutto. Grazie alla maiuscola prova della Deneuve, che sembra una vergine di ferro nella vita famigliare, mentre si trasforma in un essere ambiguo quando è nella casa d’appuntamenti , il film che come tutte le opere di Bunuel è estremamente descrittivo, scivola congruamente verso il finale, in parte inaspettato.
Ottime le prove di Francisco Rabal, Michel Piccoli, Geneviève Page, Georges Marchal,Jean Sorel, Pierre Clémenti, Françoise Fabian. Da segnalare sopratutto Jean Sorel nel ruolo di Pierre e il bello e dannato della situazione, Pierre Clementi. Premiato con il Leone d’oro a Venezia, circolò in versione edulcorata,priva della sequenza fondamentale in cui Severine rifiuta di fare la prima comunione, scena che avrebbe permesso agli spettatori di alzare un velo sulle motivazioni del comportamento della donna.
Il film è disponibile in una splendida versione digitale su You tube,all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=4TaRWJKs148
Bella di giorno, un film di Luis Buñuel. Con Catherine Deneuve, Francisco Rabal, Michel Piccoli, Geneviève Page, Georges Marchal.Jean Sorel, Pierre Clémenti, Françoise Fabian Titolo originale Belle de jour. Drammatico, durata 100 (105) min. – Francia 1967.
Catherine Deneuve: Severine Serizy / Bella di giorno
Jean Sorel: Pierre Serizy
Michel Piccoli: Henri Husson
Genevieve Page: Madame Anais
Pierre Clementi: Marcel
Françoise Fabian: Charlotte
Macha Méril: Renee
Francisco Rabal: Ippolito
Francis Blanche: sig. Adolphe
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Joseph Kessel
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière
Fotografia: Sacha Vierny
Montaggio: Louisette Hautecoeur
Scenografia: Robert Clavel
Gabriella Genta: Severine Serizy / Bella di giorno
Luciano Melani: Pierre Serizy
Roberto Villa: Henri Husson
Adriana De Roberto: Madame Anais
Emilio Cigoli: Ippolito
Sandro Merli: sig. Adolphe
L’opinione del Morandini
Moglie masochista e frigida di un medico parigino, Séverine si prostituisce dalle 14 alle 17 in una casa di appuntamenti, spinta da un ambiguo senso di colpa e da un’ansia di espiazione che non riuscirà a realizzare. Da un mediocre romanzo (1929) di Joseph Kessel, sceneggiato con J.-C. Carrière, Buñuel ha tratto un film soltanto esteriormente “rosa” ed elegante, di struttura binaria, basato sulla doppia personalità della protagonista, la continua oscillazione (e confusione) tra realtà e sogno, il binomio Sade/Freud e quello sessualità/cattolicesimo. Lo governano una geniale ironia e la leggerezza del tocco. Dall’edizione italiana la censura ha tolto 3 brevi scene tra le quali l’importante flashback su Séverine bambina che rifiuta di fare la Prima Comunione. Fotografia di Sacha Vierny. Leone d’oro a Venezia 1967.AUTORE LETTERARIO: Joseph Kessel
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Ispirato ad un romanzo redatto nel 1929 da Joseph Kessel, il film di Buñuel supera di gran lunga il modello di partenza grazie alle sfumature psicologiche d’una protagonista dalla duplice personalità (sublimata dalla dicotomia Sade/Freud): la brava (e bella ma non occorre aggiungerlo) Catherine Deneuve nei panni di Séverine ci induce in uno stato di pietosa compassione; prima masochista, poi spinta da rimorso e senso d’espiazione (che non potrà raggiungere) afflitta da sensi di colpa ed ansia. Girato con garbo, in esatto contrasto di contenuto.
L’opinione di Alessandra Verdino dal sito http://www.mymovies.it
E’ uno dei film che preferisco. La giovane Sévérine, sposata e frigida (perché il marito non sa sbloccarla?) per vincere i suoi complessi di natura sessuale è costretta a recarsi quotidianamente in una casa di appuntamenti di Parigi. A parte l’immensa bravura del regista Luis Bunuel, che gioca sull’alternanza realtà/sogno, ritengo che questo film sia una pietra miliare per comprendere a fondo le donne. In fondo, tutte noi desideriamo staccarci da un’esistenza grigia, e volare via, e avere l’amore di molti uomini. Freud diceva che la nevrosi è causata dal sesso, da come si vede il sesso da bambini e come questo istinto è cresciuto con noi. Ecco una bellissima storia di una nevrosi femminile, causata da un problema sessuale, naturalmente. Come ho già detto, perchè il marito non riesce a sbloccarla? E’ troppo per benino, mentre Sévérine sogna veramente il sesso, che è sì donazione di se stessi, ma che è un istinto a cui non si può e non si deve assolutamente rinunciare. Per questo si ammala, si abbruttisce, desiderando davvero abbruttirsi, coltivando fantasie sado-masochistiche, e gettandosi tra le braccia di chi capita. In fondo, Sévérine vuole solo sentirsi una donna, e sentirsi quindi desiderata ed anche posseduta. Coltiva il sogno, e lo fa diventare realtà, di andare con molti uomini. Lei vuole solo essere amata – ma amata da donna/amante, non da dolce bambolina. Catherine Deneuve, con la sua bellezza eterea, sofisticata ed apparentemente irraggiungibile, è perfetta per questo ruolo. Quest’immagine presupponeva una donna apparentemente morigerata, ma capace di veramente di scatenarsi con gli uomini. Mai scelta è stata tanto azzeccata. Rappresenta bene un certo tipo di donna, e, secondo Freud, come tutte le donne, in fondo, sognano di essere.
L’opinione di Steno79 dal sito http://www.filmtv.it
Il più grande successo commerciale di Bunuel fu questo “Bella di giorno”, inquietante esplorazione dei fantasmi masochisti di una giovane moglie borghese apparentemente candida e virginale, interpretata con sorprendente aderenza e notevole precisione compositiva dalla giovane e ancor bellissima Catherine Deneuve. Affiancato dallo sceneggiatore Jean-Claude Carrière, Bunuel realizza il film con uno stile apparentemente classico, ma in realtà aperto alle suggestioni moderniste, poichè giustappone in una maniera pressochè “invisibile” scene realiste e sequenze oniriche, lasciando sempre trasparire un certo margine di ambiguità dalle immagini. E’ l’adattamento di un romanzo scritto negli anni Trenta da Joseph Kessel, con riferimenti neanche tanto velati alle opere del Marchese de Sade, e con un potere di suggestione “erotica” che spesso deriva da certe allusioni che non vengono mai del tutto chiarite (ad esempio, la misteriosa scatola del cinese), senza mai cadere nei compiacimenti e nelle volgarità di cui abuseranno tanti imitatori dello stile di Bunuel. Opera audace per i tempi in cui fu realizzata, mantiene una perfetta vedibilità a tanti anni di distanza e molto del merito è da attribuire all’affascinante protagonista, ben affiancata da Jean Sorel, Michel Piccoli e Pierre Clementi.
L’opinione del sito http://www.riflessocinefilo.blogspot.it
(…) L’oscillazione tra il sogno e la realtà, l’ordinario e lo straordinario che si fondono assieme fino a confondersi.
Che Bella di Giorno sia un film interessante e dalle molteplici sfaccettature non c’è ombra di dubbio, guardandolo però la cosa che più ha intrigato è stata la simbologia. Il fatto che la maggior parte degli elementi siano predisposti con la sapienza di un gran maestro del surrealismo, capace di mostrare il significato recondito dello spirito umano attraverso oggetti che potrebbero sembrare banali. Ogni simbolo ha evocato significati che hanno a loro volta mostrato sentimenti, schiudendo un labirintico mondo onirico nel quale non si finisce mai di trovare e scoprire.
Séverine (Catherine Deneuve) è una donna insoddisfatta che gli eventi e la banalità della vita borghese hanno reso frigida e distaccata. Nell’estremo tentativo di ritrovare se stessa finirà per prostituirsi e diventerà così Bella di Giorno.
La storia oscilla tra i due mondi, quello onirico della fantasia e del desiderio e quello della realtà, del vivere quotidiano. Buñuel rappresenta così un elemento basilare del surrealismo, quello del sogno inteso come momento di liberazione dove l’essere umano esprime il suo istinto reale, diventando allo stesso tempo luogo di rifugio contrapposto al mondo. Séverine prostituendosi da vita reale ai suoi sogni e attraverso questo comportamento considerato immorale e corrotto cercherà in una sorta di analisi di ritrovare se stessa. La casa di madame Anaïs diventa così una specie di limbo tra il reale e l’irreale. (…)











































































































































































































































































