Il giardino dei Finzi Contini
Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.
Siamo a Ferrara, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Un gruppo di giovani gravita attorno alla magnetica figura di Micol Finzi Contini, figlia di un’antica e aristocratica famiglia ebrea della città; i giovani, tra i quali Giorgio, si recano nello splendido parco della villa di proprietà della famiglia per giocare a tennis con Micol e con il fratello di quest’ultima, Alberto, un giovane di salute cagionevole.
Vita spensierata nel giardino dei Finzi Contini
Mentre al di fuori della cinta di mura della villa il mondo sembra precipitare nella follia, il gruppo dei ragazzi si muove pigramente in una vita quasi dorata, sospesa in un limbo in cui la percezione della tragedia imminente è minima. I giovani non sembrano credere al pericolo rappresentato dalle leggi razziali, così come la famiglia Finzi Contini, che continua nella sua algida e defilata vita, vissuta con aristocratico distacco dal resto della comunità ebraica.
Attraverso i flash back dei ricordi di Giorgio, assistiamo alla rievocazione dei primi incontri in sinagoga tra Micol e Giorgio stesso, la loro amicizia, che con il passare degli anni si trasforma, per il giovane, in amore.
Un amore non corrisposto dalla enigmatica Micol, che vede nel giovane solamente un amico e confidente; nel frattempo il tempo scorre e gli avvenimenti si accavallano.
La famiglia di Giorgio, sopratutto suo padre, è la prima a rendersi conto che le cose stanno cambiando; un fratello di Giorgio viene mandato in Francia a studiare, mentre lo stesso Giorgio inizia a capire che le cose stanno avviandosi verso una china pericolosa. Nel frattempo il gruppo di amici continua a vedersi nell’ameno giardino dei Finzi Contini, ma gli eventi precipitano. Alberto si indebolisce sempre di più, mentre all’esterno vengono inasprite le leggi razziali, che portano ad una riduzione delle libertà personali dei vari protagonisti.
Ultime giornate spensierate
Un giorno Micol parte per Venezia, subito dopo una giornata rivelatrice vissuta con Giorgio; durante un temporale estivo i due giovani si rifugiano in un padiglione della villa,e Giorgio tenta di baciare Micol, che però reagisce scansandosi. Da quel momento il rapporto tra i due giovani cambia irreversibilmente; con la partenza di Micol, Giorgio riprende a studiare, frequentando la biblioteca dei Finzi Contini e di conseguenza Alberto e il di lui amico Giampaolo, un giovane di idee comuniste.
Notizie terribili: promulgate le leggi razziali
Il ritorno di Micol dal viaggio è per Giorgio la delusione definitiva; la donna rifiuta le sue offerte amorose, e lo invita a non frequentare più casa Finzi Contini. Nel frattempo la vita parallela della società, del mondo è andata avanti, e si vedono le conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia e della promulgazione di nuove leggi razziali. Un amico di Giorgio, ebreo, viene arrestato, mentre Alberto, consumato dal suo male, muore e viene tumulato in una delle sequenze più commoventi del film.
Dominique Sanda e Lino Capolicchio
Il mondo dorato in cui vivevano i giovani si è ormai dissolto e una sera Giorgio riceve l’ultima e definitiva delusione: guardando aldilà della cinta di mura di villa Finzi Contini, vede Micol intrattenersi in un amplesso proprio con il suo amico Giampaolo. La delusione subita è fortissima ed è appena mitigata dal franco colloquio che il giovane ha con suo padre, che lo riconcilia con l’uomo, dal quale era diviso da profonde divergenze sul come affrontare la loro situazione di ebrei in un paese che stava avviandosi sulla china abominevole del razzismo.
Romolo Valli
La guerra, la vita, spazzano via anche gli ultimi residui della giovinezza dei protagonisti; Giampaolo, inviato in Russia, cade combattendo e Giorgio resta in pratica l’unico superstite del gruppo di amici, perchè un giorno la polizia fascista arresta tutta la famiglia Finzi Contini, inclusa Micol. Nella scuola dove ha studiato, nella stessa classe in cui la ragazza fieramente prima del suo gruppo aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza dorata, si conclude la storia personale di Micol; con altri poveri sventurati, aspetta la sua destinazione finale, che non viene rivelata, ma suggerita, il campo di concentramento.
Si parla dei campi di concentramento
Troverà però un insperato appoggio nel padre di Giorgio, che è riuscito a mettere in salvo la sua famiglia, ma non se stesso.
Il cerchio si chiude: Micol ha ritrovato parte delle sue radici e il destino di tutti si compie, anche se non viene esplicitamente rivelato.
Diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini diverge in molti punti dal romanzo di Bassani, e non poteva essere altrimenti.
Spariscono i dettagli di tutti i discorsi tra i giovani, non c’è la storia della famiglia Finzi Contini, manca tutta la parte relativa alla vita di Giorgio dopo la partenza di Micol per Venezia e sopratutto manca la degradante esperienza fatta in un bordello dal giovane. Motivo per il quale Bassani litigò con De Sica, fino a togliere il suo nome dalla sceneggiatura.
De Sica costruisce comunque un ottimo prodotto, rendendo con una luce soffusa, quasi flou, l’atmosfera pigramente indolente del gruppo di giovani, limitandosi però a sfiorare l’ossatura del romanzo per forza di cose. Il prodotto finale è di gran levatura, grazie all’enorme mestiere del regista, e si lascia apprezzare, a patto di non tracciare parallelismi con il romanzo.
Amici preoccupati
Il film è un’opera a se stante, basata sul complesso rapporto che si viene a creare tra Micol e Giorgio anche se va detto che la figura della ragazza rimane alla fine misteriosa ed enigmatica.
Solo sfiorate le figure di Alberto con qualche allusione maliziosa alla vera natura del suo rapporto di amicizia con Giampaolo, con una pesante allusione anche ad un rapporto morboso tra i due fratelli. Un film ben fatto, carico di atmosfera, dai ritmi lenti e sognanti fino ad un punto del film; splendida la parte finale, sopratutto quella incentrata sul funerale di Alberto e sul rastrellamento in casa Finzi Contiini. Gli attori fanno la loro parte, con dignità e professionalità: bene Dominique Sanda, che rende imperscrutabile il personaggio di Micol, così come era nelle intenzioni del regista, bene Lino Capolicchio, il giovane e tormentato Giorgio.
L’ambigua Micol
Discreta la prova di Fabio Testi nel ruolo di Giampaolo, mentre sicuramente resa in maniera ambigua, come suo solito, quella di Alberto da parte di Helmut Berger.
Ottimo Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, anche se ebbe recensioni non entusiastiche da parte della critica.
Il giardino dei Finzi Contini, un film di Vittorio De Sica. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Ettore Geri, Cinzia Bruno, Alessandro D’Alatri, Raffaele Curi, Franco Nebbia
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1970
Lino Capolicchio: Giorgio
Dominique Sanda: Micol Finzi-Contini
Helmut Berger: Alberto Finzi-Contini
Fabio Testi: Giampiero Malnate
Romolo Valli: padre di Giorgio
Alessandro D’alatri: Giorgio bambino
Barbara Leonard Pilavin: madre Di Giorgio
Camillo Cesarei: prof. Ermanno Finzi-Contini, padre di Micol
Cinzia Bruno: Micol bambina
Edoardo Toniolo: Direttore di biblioteca
Ettore Geri Perotti, maggiordomo di casa Finzi Contini
Franco Nebbia: prof. De Marchis
Giampaolo Duregon: Bruno Lattes
Inna Alexeievna: Finzi-Contini nonna di Micol
Katina Morisani: Olga Finzi-Contini
Marcella Gentile: Fanny
Michael Berger: studioso Tedesco
Raffaele Curi: Ernesto
Regia: Vittorio De Sica
Soggetto: Giorgio Bassani (romanzo)
Sceneggiatura: Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro
Produttore: Artur Brauner, Arthur Cohn, Gianni Hecht Lucari
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio: Adriana Novelli
Musiche: Bill Conti, Manuel De Sica
Scenografia: Giancarlo Bartolini Salimbeni, Mario Chiari
Costumi: Antonio Randaccio
Incipit del romanzo
Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.
“Aiutato da una fotografia molto bella (l’operatore è Ennio Guarnieri, lo stesso di Metello), che conferisce alle scene una palma di elegante morbidezza, Il giardino dei Finzi Contini ha interpreti discreti. Dominique Sanda, nella parte di Micol, è più vicina alla forza vitale del suo enigmatico personaggio di quanto non accada a Lino Capolicchio, un Giorgio piuttosto opaco, sebbene migliore che altrove. Helmut Berger è un Alberto senza carattere, e Fabio Testi, Malnate, è del tutto fuori ruolo: più centrati sono i vecchi Finzi Contini, Camillo Angelini Rota e Catina Viglietti; e Romolo Valli regge con bravo mestiere la parte del padre di Giorgio.
Il giudizio sugli interpreti resta in ogni caso controverso, come sempre accade quando i lettori di un romanzo di largo successo hanno già per proprio conto inventato i connotati dei personaggi. Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità.”
Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 dicembre 1970
“Il film, così, non precisa intenzionalmente rapporti e caratteri, non dà a un personaggio spazio maggiore di un altro, ma conduce avanti di pari passo, e parallele, le vicende dei personaggi e l’epoca che li accoglie, facendo in modo che quelle vicende, anche quando sono semplici, piane, si vestano di dolore e di pena a causa di tutto quello che attorno a loro si prepara.
Il contrappunto è preciso e, con pudore e misura, si costruisce sempre su riferimenti minimi, delicati: Alberto e Micol, i loro genitori, Giorgio, gli altri amici si evolvono e si dibattono in fatti privati spesso di poco rilievo, modesti, ma attorno, quelli pubblici, l’epoca, li rivestono tutti di un’intima angoscia, li segnano a lutto, li permeano di un respiro di morte. Sono i drammi e i contrasti di una decina di persone a Ferrara, prima e durante la guerra, visti in climi solo familiari e domestici, ma dà loro un senso e una dimensione diversa il dramma di cui nessuno ancora parla, e che noi sappiamo e ricordiamo, degli Otto milioni di morti israeliti; incombente, funesto, già presente.
Questa “presenza”, De Sica ha saputo evocarla alla nostra memoria in modo costante, riscoprendosi una vena poetica che non gli trovavamo, forse, dai tempi di Umberto D. Con delicatezza, con finezza, con modi struggenti, con calda, commossa ispirazione. Forse un po’ lento ad avviarsi, agli inizi; accettando, qua e là, dei dialoghi non molto felici (non sono quelli “letterari” del libro ma non sono neanche “parlati” come vorrebbe un asciutto realismo), illustrando, di qualche personaggio, delle situazioni che sarebbe stato più opportuno esprimere, come nel testo, soltanto con delle discrete allusioni, ma riuscendo egualmente a suscitare in noi una grata, intensa emozione che ci segue quasi per tutto il film, da quando comincia a snodarsi la mesta elegia di quei personaggi perduti nel contrasto fra lo stupendo giardino e i dolori che li aspettano, fino a quando, dopo accenti contenuti e severi, esplode senza polemiche, senza grida, con casto rigore, il dramma delle razzie e degli arresti, tragica conclusione di tutto.
Dà calore a questa emozione la musica, tutte romantiche lacerazioni, di Manuel De Sica, cui si affratella una fotografia a colori, di Ennio Guarnieri, intenta a fasciare di sfumature ora incantate ora plumbee quel mondo che a poco a poco torna ad affacciarsi alla nostra memoria con il fascino degli anni giovani, ma anche con l’angoscia degli orrori che li ebbero testimoni.”
Gian Luigi Rondi Il Tempo, 23 dicembre 1970
“Tratto dal famoso romanzo di Bassani, il film appare come una rievocazione piuttosto riuscita della vita delle famiglie ebraiche dell’alta borghesia italiana negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Pur se realizzato con cura, il film non possiede il valore del romanzo ma si limita ad una trasposizione piuttosto calligrafica delle vicende affidandosi piuttosto che ad una robusta sceneggiatura al carisma e alla professionalità di alcuni dei grandi attori impegnati come Romolo Valli.”
“Anni felici e anni dolorosi di ragazzi ebrei a Ferrara durante il fascismo. Dal romanzo di Bassani un film ben fatto e onesto nel rievocare la vita spezzata di una famiglia a causa delle leggi razziali e della persecuzione. Al posto di un registro epico o politico, De Sica sceglie piuttosto un’intima adesione ai sentimenti dei giovani protagonisti, riuscendo a toccare le corde dell’emozione attraverso un’illustrazione talvolta patinata, talvolta eccessivamente lirica, ma mai artefatta.”
“Bel film, che ricostruisce un pezzo della nostra storia. Ambientato tra il 1938 e il 1943 a Ferrara, racconta la vicenda dei Finzi Contini, nobile famiglia che vive, un po’ per scelta un po’ per via delle sempre più invadenti leggi razziali, chiusa nella propria tenuta; gli unici contatti con l’esterno sono le persone che vengono ospitate. Ben diretto e ben interpretato, pur vincendo numerosi premi tra cui l’Oscar per il miglior film straniero, viene considerato (a mio avviso a torto) da alcuni critici un film totalmente sbagliato.”
“Molto bello. De Sica dirige con assoluta maestria, (anche se in disaccordo con Bassani, per alcune incongruenze col libro…) un film assolutamente coinvolgente. Sui destini dei protagonisti incombe costante la minaccia delle persecuzioni razziali, mai mostrate in realtà se non nel finale e della imminente guerra (anche questa, mai mostrata); vengono centellinate le scene più toccanti, risparmiate tutte per il finale; a volte si eccede un po’ col sentimentalismo, ma resta un buon film.”
Il matrimonio di Maria Braun
Germania,1943.
Maria Braun si è sposata con Herman ma ha passato una sola notte con lui; c’è la guerra e il marito è chiamato al fronte.
Da quel momento la donna è costretta a vivere nelle condizioni di tante, troppe donne tedesche, prive dei mariti che combattono, mentre loro sono costrette ad arrangiarsi alla meno peggio.
Ed è quello che Maria impara a fare, arrangiarsi, per sopravvivere e per portare qualcosa alla sua famiglia, a sua madre e a sua sorella; impara a barattare il poco che ha, chiede e trova lavoro in un night come entraineuse.
Nel frattempo si reca alla stazione, come altre donne, con un cartello appeso al collo recante il nome del marito, alla ricerca di informazioni su di lui.
Il tempo passa, e alla fine Maria fa amicizia con un soldato americano di colore, Bill.
Ne diventa l’amante, un pò per interesse, un pò perchè l’uomo la tratta gentilmente; nel frattempo dal fronte ritorna suo cognato, che le dice che il marito probabilmente è morto.
Ma Maria continua a credere che Hermann sia vivo, ma un giorno si accorge di essere incinta. La donna perde il bambino, ma continua la sua relazione con Bill, fino a quando una sera mentre è in camera con l’amante, non vede rientrare finalmente suo marito.
L’uomo senza dire una parola si scaglia sul soldato americano e ne nasce una collutazione, alla quale mette termine Maria colpendo Bill con una bottiglia sulla testa.
Il soldato muore, e Hermann si assume la responsabilità dell’accaduto, viene mandato sotto processo e condannato.
Così Maria è costretta nuovamente ad arrangiarsi da sola; ma è innamorata di quel marito che si è sacrificato per lei, e continua ad andarlo a trovare in carcere.
Casualmente, conosce Oswald, un ricco industriale, del quale diventa prima la segretaria e in seguito l’amante.
Sotto l’esperta guida della donna, l’azienda di Oswald prospera ulteriormente, nonostante l’opposizione del braccio destro dell’industriale, sconcertato dalla apparente amoralità della donna.
Maria così prosegue la sua vita, dividendosi tra Oswald, il lavoro e le consuete visite al marito; deve resistere anche al suo datore di lavoro e amante, che vorrebbe sposarla.
Da donna saggia, decide di mettere al corrente il marito della situazione, così come nega ad Oswald il matrimonio, dicendogli che è innamorata del marito e che aspetta il giorno della sua liberazione.
Che alla fine arriva, ma che vede un colpo di scena; Hermann decide di partire per il Canada, per un lungo periodo; in realtà tra Oswald e Hermann c’è un patto, sconosciuto a Maria.
Oswald , che è gravemente malato, ha proposto al marito di Maria di partire per il Canada fino al giorno della sua morte, quindi per poter restare ancora accanto alla dona che ama, concedendo in cambio un testamento che renda i due coniugi proprietari di tutte le sue sostanze.
Quando Hermann ritorna, alla morte di Oswald, finalmente il sogno di Maria sembra concretizzarsi,vivere cioè, dopo quasi dieci anni, con colui che ha sempre amato.
Ma subito dopo la lettura del testamento, proprio quando il notaio e l’assistente sono andati via, una disattenzione di Maria, che lascia girata la manopola del gas provoca un’esplosione che fa saltare la casa con i due coniugi.
Il matrimonio di Maria Braun è uno splendido affresco storico che copre quasi un decennio di vita della Germania, quella a cavallo tra il 1943, quindi in piena guerra avviata ormai verso l’esito finale infausto per la Germania e il 1953, quindi nel periodo post ricostruzione, con una Germania che ha imparato a lasciarsi alle spalle i lutti e le distruzioni.Maria è l’anima di una Germania ferita a morte, capace però di rimboccarsi le maniche, perchè la vita deve continuare, pur tra lutti e dolore.
Maria attraversa la stagione più nera della storia tedesca incarnando quelli che sono i valori positivi; l’amore, rappresentato dalla sua incrollabile fiducia prima nel ritorno del marito dal fronte, in seguito dal saper accettare e piegare la vita stessa alla sua volontà di sopravvivenza e infine dalla lunga attesa culminata con il rtiorno del marito, senza mai abbattersi, ma affrontando con tutto il suo carattere, con tutta la sua fiducia ogni sfida, vicendola.
Fassbinder gira un film che incrocia la poesia, pur devastata dalle immagini delle rovine di quella che era una grande azione, con il cinismo sano e pragmatico della realtà, fatta di pura lotta per la sopravvivenza, in cui i valori fondamentali della vita stessa sono messi in discussione dall’orrore quotidiano.
Le donne che attendono i treni che potrebbero riportare indietro i loro uomini, menomati o sani, distrutti psicologicamente dagli orrori della guerra sono un simulacro di Maria stessa; fiera, volitiva, la donna non esita ad utilizzare l’unica arma rimastale, lo straordinario fascino e la bellezza, per farsi strada, per sopravvivere e coronare quello che è il suo sogno, interrotto ventiquatt’ore dopo la prima notte di nozze.
Un film che si snoda con un percorso stabile emotivamente, nel quale lo spettatore alla fine giustifica il comportamento della donna, quel suo saper adattarsi alle situazioni, in nome dell’amore, della vita stessa.
Un film che commuove, fa riflettere, indigna.
Il regista ha poi il grande merito di valorizzare la straordinaria interprete del film, Hanna Schygulla, capace di mettere in luce le mille sfaccettature della personalità di Maria Braun, un’attrice che mostra un talento davvero eccezionale.
Hanna finisce per confondersi con Maria; non è più un’attrice, è una donna tedesca, fiera e combattiva, con un cognome pesante come quello di Braun, che ricorda l’amante di Hitler; un destino e un comportamento, davanti agli orrrori della guerra, completamente dissimili, due facce opposte, due mondi separati da un abisso.
A completare la straordinaria bellezza del film, la misurata interpretazione degli altri attori, in primis Ivan Desny, che è Oswald, l’industriale innamorato senza speranza di maria, colui che riuscirà a possederne il corpo ma mai l’anima e di Klaus Löwitsch, l’Hermann marito di Maria che accetterà di andare in carcere prima, di stare lontano dalla moglie poi.
La fotografia e le musiche sono all’altezza e concorrono in maniera determinante all’esito finale di uno dei più bei film del decennio settanta.
Il matrimonio di Maria Braun,un film di Rainer Werner Fassbinder. Con Günter Lamprecht, Ivan Desny, Hanna Schygulla, Gisela Uhlen, Gottfried John, Klaus Löwitsch
Titolo originale Die Ehe der Maria Braun. Drammatico, durata 120 min. – Germania 1978.
Hanna Schygulla: Maria Braun
Klaus Löwitsch: Hermann Braun
Ivan Desny: Karl Oswald
Gisela Uhlen: Madre
Elisabeth Trissenaar: Betti Klenze
Gottfried John: Willi Klenze
Hark Bohm: Senkenberg
Günter Lamprecht: Hans Wetzel
Lilo Pempeit: Frau Ehmke
Peter Berling: Bronski
La bella scontrosa (La belle noiseuse)

Un pittore, Edouard Frenhofer, un ritratto incompiuto, quello della moglie Liz, una modella, Marianne, il suo fidanzato Nicolas e un mercante d’arte, Balthazar Porbus.
Cinque personaggi coinvolti in una storia in cui tempo, spazio e arte sembrano galleggiare sospesi, come le vite dei due protagonisti principali;Edouard, il pittore, è da tempo in crisi artistica, tanto da aver lasciato incompiuto dieci anni prima il ritratto di sua moglie Liz.
Anche il rapporto con quella donna che ha amato si è affievolito con il tempo e nonostante a Edouard non manchi nulla, visto che vive in una splendida dimora nelle campagne francesi, quella crisi artistica, che è diventata anche un punto fermo, fondamentale della sua vita, pesa enormemente.
Un giorno Edouard, sempre tentato nell’intimo di portare a compimento l’opera inespressa, approfittando dell’invito rivoltogli dal suo mercante d’arte Balthazar (che un tempo è stato anche amante della moglie), accoglie nel suo studio la bella Marianne,
accompagnata dal suo fidanzato Nicolas che ha un’autentica venerazione per il maestro.
Balthazar non ha mai visto l’opera, e sarebbe disposto anche a comprarla a scatola chiusa, mentre Edouard è tentato dal portarla a compimento, spinto in questo anche dal desiderio di penetrare nella psiche, nel mondo di quella ragazza tanto bella quanto enigmatica. Anche Nicolas vorrebbe vedere la sua ragazza alle prese con quel maestro che ammira tanto, e tenta quindi di convincere la riottosa ragazza ad accettare di fare da modella.
Bene o male, Marianna accetta e diventa così il soggetto del quadro di Edouard, che prende a lavorare con nuova energia al ritratto di Liz; le reazioni dei vari personaggi sono però contrastanti.
Mentre Liz è contenta che suo marito abbia in qualche modo ritrovato l’ispirazione, Marianna sembra sempre più stanca delle interminabili sedute di posa, mentre Balthazar coltiva in se il piacere di vedere finalmente compiuta l’opera.
Questi atteggiamenti cambiano però in breve tempo:Liz inizia ad avvertire la gelosia, come del resto Nicolas, nel vedere il rapporto che si instaura tra i due. Marianna infatti nelle sedute di posa è sempre completamente nuda e ben presto stabilisce un feeling ricambiato con il maturo pittore.
Il rapporto tra i due però non muta, nel senso che non devia mai verso l’affetto o la passione.
Marianne stimola il pittore, che alla fine riesce nel suo intento, cioè esorcizzare la figura della moglie, che ora ha i bei lineamenti di Marianne.
Edouard ha ottenuto quello che voleva, portare a compimento il suo lavoro.
Tutto torna in un certo senso al punto di partenza, perchè Liz si libera della bella e seducente Marianne, Balthazar acquista un nudo di Marianne mentre Edouard, che ha esorcizzato i suoi fantasmi e creato quello che voleva, mura il suo capolavoro.
Gli sconfitti però ci sono.
Marianne abbandona il suo fidanzato, va via.
In lei c’è il dubbio, fortissimo, di essere stata parte di un gioco crudele.
La bella scontrosa (La belle noiseuse), diretto da Jacques Rivette nel 1991 è un film estremamente complesso, affascinante.
Tratto in parte da un romanzo, Le chef-d’œuvre inconnu (1832) di Honoré de Balzac, in origine era stato girato con un’edizione estesa di quattro ore, ridotte poi a due per la versione adattata per il grande pubblico.
La versione che la stragrande maggioranza degli spettatori ha visto risulta quindi più armonica, veloce; tenendo conto che il film è fatto di dialoghi tra cinque personaggi, di pause, di esplicazioni delle varie personalità dei protagonisti, sicuramente è stato un bene.
Opera complessa sull’arte, sul rapporto tra un artista e la sua opera; due ore in cui assistiamo all’evoluzione del rapporto tra Marianne e Edouard, in cui il pittore usa a suo piacimento il corpo della ragazza, naturalmente solo per ragioni artistiche, senza coinvolgimenti erotici o carnali, piegandola quasi alle necessità della sua arte.
E che non renderà onore alla sua modella, perchè nessuno potrà vedere il suo capolavoro, nemmeno lo spettatore, ne tanto meno la modella, che alla fine sarà l’unica vera sconfitta della storia.
Che gloria c’è nell’essersi sottoposta a sedute sfibranti, durante le quali ha dovuto mostrare il suo corpo nudo all’artista,ha dovuto accettare di conoscersi, farsi plasmare senza ricevere alla fine alcun tributo?
Ne risentirà anche il rapporto con Nicolas, che verrà interrotto. Non è forse anche colpa sua se Marianne ha accettato una sfida che alla fine l’avrà cambiata senza regalarle nulla?
Un film sull’arte, sull’egoismo della stessa, sul complesso rapporto che si stabilisce tra il pittore e la sua opera, sopratutto con il soggetto della sua opera, che viene trasfigurato dal pennello sulla tela per poi cessare di avere un valore, essendo stato eternato per sempre, fissato in maniera definitiva proprio nel quadro.
Rivette sceglie l’atmosfera, il dialogo, i lunghi silenzi per illustrare il complesso rapporto che finisce per stabilirsi tra i vari protagonisti del film; così troviamo un ottimo Michel Piccoli tratteggiare perfettamente la figura dell’artista Edouard, insoddisfatto e perfezionista artista alla ricerca dell’ispirazione perduta, del punto di equilibrio tra arte, artista e soggetto.
Molto bella, brava e espressiva Emmanuelle Beart, una Marianne che uscirà quasi distrutta dall’incontro con il pittore, a cui dedicherà lunghissime ore di sedute, la sua nudità continua, che la priva di pudore, ricavandone in cambio solo il fallimento del rapporto con il suo ragazzo.
E brava anche Jane Birkin, l’altra vincente, che ritroverà dentro se l’affetto per quel suo uomo troppo distante per tanti anni, anestetizzato dalla vita in campagna e dalla sua compagnia diventata quasi invisibile.
Bene anche David Bursztein,nella parte di Nicolas e Gilles Arbona in quella di Balthazar.
La bella scontrosa, un film di Jacques Rivette. Con Michel Piccoli, Jane Birkin, Emmanuelle Béart, Marianne Denicourt Titolo originale La Belle Noiseuse. Commedia, durata 240 (125) min. – Francia 1991.
Michel Piccoli … Edouard Frenhofer
Jane Birkin … Liz
Emmanuelle Béart … Marianne
Marianne Denicourt … Julienne
David Bursztein … Nicolas
Gilles Arbona … Porbus
Marie Belluc … Magali
Marie-Claude Roger … Françoise
Leïla Remili … La domestica
Daphne Goodfellow Una turista
Susan Robertson Una turista
Regia di Jacques Rivette
Sceneggiatura Pascal Bonitzer e Christine Laurent
Dailoghi Pascal Bonitzer ,Christine Laurent
Prodotto Martine Marignac, Maurice Tinchant
Editing Nicole Lubtchansky
Costumi Laurence Struz
Thriller, a cruel picture
Trigga è una ragazza muta, divenuta tale in seguito al trauma scaturito dall’ essere stata violentata da piccola da un laido anziano.
Avvicinata da Tony, che sembra un giovane perbene, la ragazza finisce per entrare in un tunnel senza uscita; l’uomo dapprima la rende schiava della droga e in seguito la fa prostituire.
La ragazza tenta di ribellarsi e fuggire, ma inseguita da Tony viene punita crudelmente.
L’uomo infatti con un bisturi le cava un occhio, e da quel momento Trigga porterà per sempre una benda per coprire la ferita.
La vita della ragazza diventa un inferno, costretta com’è ad accettare prestazioni sessuali a pagamento con gente che non si fa il minimo scrupolo ad abusare di lei, in giochi perversi sempre più estremi.
Ma dentro di se medita la vendetta e la fuga da quell’inferno; pur subendo le umiliazioni e le degradazioni della prostituzione, inizia a mettere da parte il denaro guadagnato, con il quale paga lezione di Judo e karate; impara a sparare con la pistola e con il fucile e si prepara per la vendetta.
Che sarà terribile: la ragazza uccide tutti coloro che la hanno degradata, accanendosi in maniera particolare su Tony, a cui spara alle gambe, prima di sotterrarlo fino al collo in una buca e fallo squartare da un cavallo.
Thriller a cruel picture, conosciuto anche con il titolo They Call Her One Eye, è un lavoro del 1973 diretto dal regista svedese Bo Arne Vibenius sotto lo pseudonimo di Alex Fridolinski ed ha come protagonista la giovane attrice svedese Christina Lindberg,conosicuta più che altro per pellicole soft core che girò in larga parte tra il 1970 e il 1975.
Un film in cui si nota l’assenza di dialoghi, ridotti al minimo, anche perchè la protagonista, Trigga, è muta sin da bambina; ed è ovviamente un film violento, anche se mai in maniera eccessiva, con una scena cult, quella dell’accecamento della ragazza, che si dice sia stata girata dal vero, utilizzando cioè il cadavere di una ragazza.
La pellicola si segnala per l’uso smodato dello slow motion, utilizzato dal regista a tutto spiano, sopratutto nelle sequenze in cui la ragazza compie la sua vendetta; così assistiamo a uccisioni al rallentatore, con in primo piano le sequenze della morte del malcapitato di turno, fino alla scena finale in cui Trigga spara nelle gambe di Tony.
Momento in cui il ralenty mostra la pistola scarrucolare e si vede il bossolo del proiettile uscire dalla pistola, con un effetto davvero realistico; il resto del film è molto freddo, nel senso che la mancanza di dialoghi porta tutto il peso del film sulla capacità della Lindbergh di rendere le espressioni solo con la mimica del volto.
L’attrice riesce a cavarsela, sopratutto nelle scene della violenza subita; il regista, infatti, inserì nel film autentiche sequenze hard, passando dai primi piani della Lindbergh a piani dei genitali in azione.
Memorabile la presenza infatti di un rapporto anale, ripreso in primo piano, con tanto di eiaculazione esterna.
Il film pur non essendo noioso, risente della freddezza della regia; il film appare senz’anima, così come la protagonista femminile e in definitiva di tutti gli altri protagonisti, che approfittano della ragazza biecamente.
Per una buona metà del film assistiamo alla discesa all’inferno della ragazza, scandita da rapporti sessuali e dallo scambio di soldi, oltre che dalle frequenti iniezioni di droga da parte di Trigga; il tutto nel silenzio più totale, scandito da una colonna sonora appena percettibile.
Il cambio di velocità del film inizia quando la ragazza mette in pratica la sua vendetta; da quel momento la storia accelera, fino al drammatico finale.
Se è vero che la trama è abbastanza inverosimile, vedendo i progressi della ragazza che in pochissimo tempo diventa un’esperta di arti marziali oltre che un’esperta tiratirce con pistola e fucile, va detto che la crudezza delle immagini, la regia attenta e gelida del regista danno al film un tocco di surrealità che alla fine costituiscono un buon motivo per guardarlo.
Thriller: a cruel picture ebbe varie traversie, tanto da essere censurato persino in un paese tollerante come la Svezia!
Ignoro se esista una versione italiana del film; coloro che volessero visionarlo dovranno procurarsi una delle copie in lingua originale.
Poco male, vista la scarsità dei dialoghi.
Thriller, a cruel picture,un film di Alex Fridolinski [Bo Arne Vibenius],con Solveig Andersson, Per-Axel Arosenius, Heinz Hopf, Björn Kristiansson, Christina Lindberg, Hildur Lindberg
Drammatico, Svezia 1974
Christina Lindberg – Frigga / Madeleine
Heinz Hopf – Tony
Despina Tomazani- la ragazza lesbica
Per-Axel Arosenius – padre di Madeleine
Solveig Andersson – Sally
Björn Kristiansson -Tossicodipendente
Marie-Louise Mannervall _Donna nel villaggio
Hildur Lindberg -Donna nel villaggio
Marshall McDonagh_ Insegnante di karate
Pamela Pethö-Galantai _Madeleine bambina
Hans-Eric Stenborg -Cliente
Ström Stig -Cliente
Gunnel Wadner -Madre di Madeleine
Diretto da Bo Arne Vibenius (con il nome Alex Fridolinski)
Prodotto da Bo Arne Vibenius
Scritto da Bo Arne Vibenius
Musica di Ralph Lundsten
Cinematografia Andrew Bellis
Montaggio di Brian Wikström
Distribuito da BAV Film (Svezia),
American International Pictures
Roma bene
Lo squallido mondo che ruota attorno ai salotti della Roma che conta, la Roma bene, visto da Lizzani in questo film del 1971. Uno sguardo cattivo, crudele, sopratutto impietoso.
I vizi e le debolezze, le brutture dei Vip sono l’altra faccia della Roma bene, tratteggiata attraverso una galleria di personaggi assolutamente deprimente, radunata attorno al salotto di Silvia Santi, di origini aristocratiche, moglie di giorgio industriale con le mani in molteplici attività; i due coniugi sono la parte terminale di un iceberg composto, secondo Lizzani, da uomini e donne senza scrupoli o valori morali.

Nino Manfredi e Enzo Cannavale
Irene Papas
Come il titolato De Vittis, barone senza denaro che scrocca feste e inviti, e che durante una delle tante festicciole organizzate dalla Santi, la invita a ballare e riesce a rubarle un orecchino, che ingoia, e che sarà costretto poi a “depositare” dopo aver ingurgitato un purgante.
O anche come Nino Rappi, che cerca finanziamenti per una sua impresa e che perciò non esita a servirsi di sua moglie, una donna cinica e furba; Wilma, questo è il suo nome, arrotonda le sue entrate con il lavoro più antico del mondo, ha un’amante donna e anche lei non si fa nessuno scrupolo pur di mantenere il proprio status.

Franco Fabrizi, Michele Mercier, Gigi Ballista
Non c’è un personaggio che abbia un benchè minimo senso morale, oppure che possa definirsi retto o onesto, in questo serraglio indecoroso.
La stessa Silvia Santi non esita a fingere un rapimento pur di estorcere denaro a suo marito, rapimento organizzato con la complicità dei suoi due figli,Vivi e Lando.
C’è poi Dedè Marescalchi,nobiltà pura, che va a letto con chiunque pur di agevolare gli interessi del marito, che ovviamente è consapevole della cosa e ne trae profitto, c’è Elena Teopulos, che uccide il marito simulando un incidente….
Agnello sacrificale in mezzo al branco dei lupi, ecco Il commissario Quintilio Tartamella, chiamato dapprima a indagare sullo strano furto dell’orecchino, poi sul finto rapimento e infine sull’assassinio simulato; il cmmissari, cinico e disincantato, verrà a capo di tutti e tre gli enigmi e involontariamente riceverà una promozione; il suo capo infatti, per timore che le vicende suscitino scandalo nel dorato mondo dell’aristocrazia e del mondo degli affari romano, dopo averlo promosso lo trasferirà.
Quasi tutti i personaggi della storia, con l’eccezione di Giorgio e del Monsignore, eminenza grigia dall’animo nero, esempio di quel clero affarista e spregiudicato presente purtroppo anch’esso nella melma della Roma bene, periranno in un bagno purificatore, simboleggiato da un avvenimento che porterà i loro destini a confluire nella stessa tragica sorte.
Mentre Rappi morirà d’infarto in seguito a un cocktail di donne, alcool e stress da troppo sport, Silvia, Dedè, Elena e De Vittis e altri moriranno affogati mentre navigano con il loro yacht al largo; infatti tutti si caleranno in acqua, lasciando lo yacht senza nessuno a bordo, scordandosi anche di calare la scaletta prima di tuffarsi.
Pia Giancaro
Un rogo simbolico, con cui Lizzani fa perire tutti gli osceni personaggi della storia; saranno loro le vittime di un possibile progrom che sia di buon auspicio per una classe sociale migliore.
Ma il fatto che si salvino i due uomini più importanti, il Monsignore e l’industriale, mostra che non c’è speranza; come un serpente a più teste, la buona borghesia ha sempre la possibilità di mordere da un’altra parte.
Lizzani usa le maniere forti, gettando acido solforico ovunque, usando l’accetta per tagliare i profili dei protagonisti;ne viene fuori un ritratto a tinte cupissime, senza speranza di una classe sociale allo sbando morale.
Alle volte l’accanimento è tale da rendere i personaggi troppo caratterizzati; tuttavia è indubbio il valore dell’operazione del film, teso a mostrare l’altro lato della medaglia, ovvero le paludi che si nascondono dietro il dorato mondo della noiltà, dei ricchi parvenue e di coloro che fanno dell’interesse, del denaro e del successo la fonte primaria di interesse.
Un film da rivedere, a distanza di quasi quarant’anni, anche per la presenza di un cast sontuoso, che spazia da Virna Lisi a Philippe Leroy, passando per Manfredi, le bellissime Mercier e Senta Berger, tra Gastone Moschin e Irene Papas, Vittorio Caprioli e Ely Galleani, film arricchito anche da una galleria di caratteristi, come Cannavale, Ballista, Tarascio…..
Per una volta sono in disaccordo con il grande Kezich, che scrisse del film:
“Molto abile nella ricostruzione naturalistica della cronaca, Lizzani appare meno a suo agio nell’affresco di costume: questo Roma bene sta alla realtà odierna della capitale come La Celestina P.R. stava alla Milano del miracolo economico. Nessuno dei numerosi attori di un cast affollato si conquista una menzione al merito: neppure Nino Manfredi nella parte di un commissario disgustato e ostinato, che dovrebbe rappresentare nel quadro una specie di personaggio positivo”
Gastone Moschin
Roma bene, un film di Carlo Lizzani. Con Nino Manfredi, Irene Papas, Umberto Orsini, Philippe Leroy, Vittorio Caprioli, Virna Lisi, Michèlle Mercier, Mario Feliciani, Senta Berger, Gastone Moschin, Evi Maltagliati, Vittorio Sanipoli, Carlo Hintermann, Franco Fabrizi, Nora Ricci, Enzo Tarascio, Annabella Incontrera, Enzo Cannavale, Peter Baldwin, George Wang, Gigi Ballista, Giancarlo Badessi, Gigi Rizzi, Carla Mancini, Minnie Minoprio, Dado Crostarosa, Luigi Leoni, Pupo De Luca
Drammatico, durata 113 min. – Italia 1971.
Senta Berger … Dede Marescalli
Vittorio Caprioli … Il barone Maurizio Di Vittis
Franco Fabrizi … Nino Rappi
Mario Feliciani … Teo Teopoulos
Philippe Leroy … Giorgio Santi
Virna Lisi … Silvia Santi
Nino Manfredi … Il Commissario Quintilio Tartamella
Michèle Mercier … Wilma Rappi
Gastone Moschin … Il monsignore
Umberto Orsini … Prince Rubio Marescalli
Irene Papas … Elena Teopoulos
Gigi Ballista … Vitozzi
Dado Crostarosa … Lando Santi
Ely Galleani … Vivi Santi
Annabella Incontrera … La Lesbica
Evi Maltagliati … La madre di Elena
Minnie Minoprio … Minnie
Nora Ricci … donna Serena
Gigi Rizzi … Un playboy
Vittorio Sanipoli … Il Questore
Giancarlo Badessi … Rossi
Peter Baldwin … Michele Vismara
Enzo Cannavale … Tognon
Pia Giancaro … L’invitata in nude-look
Margaret Rose Keil … Suzy
Pupo De Luca … Amante di Dede Marescalli
Enzo Tarascio … L’avvocato di Elena
Carlo Hinterman … Secondo avvocato di Elena
Luigi Leoni … Altro amante di Dede Marescalli
Regia: Carlo Lizzani
Soggetto: Luigi Bruno Di Belmonte
Sceneggiatura: Luciano Vincenzoni,Nicola Badalucco,Carlo Lizzani
Fotografia: Giuseppe Ruzzolini,Alfonso Avincola
Montaggio: Franco Fraticelli,Sergio Fraticelli,Alessandro Gabriele
Effetti speciali: Italo Cameracanna
Musiche: Luis Enriquez Bacalov
Scenografia: Flavio Mogherini,Francesco Pietropolli
Costumi: Adriana Berselli,Marina De Laurentiis,Rosalba Menichelli
Maladolescenza
Prima di iniziare a parlare di Maladolescenza, alcune debite premesse.
Il film di Murgia, per temi e immagini, è un film che presenta davvero difficoltà di trattazione, essendo un film che utilizza attori giovani, parla di un argomento giustamente tabù come la sessualità adolescenziale, presenta immagini che per molti, incluso chi scrive, sono disturbanti e difficili da metabolizzare.
Pure esorcizzare qualcosa spesso significa semplicemente nascondere la testa sotto la sabbia; in effetti basta solo emendare, sopratutto a livello di documentazione fotografica, la pellicola dalle scene disturbanti, che in realtà coprono il 5% del film.
Qualcuno dirà che anche un solo fotogramma di quelli incriminati è abbastanza; ed ha ovviamente ragione.
Non esiste in alcun modo giustificazione all’utilizzo, sia pure per fini artistici, di nudità infantili, che possa avallare qualsiasi opera le utilizzi e dare così una patente di legalità all’opera stessa.
Lara Wendel
Per cui, a livello di documentazione visiva del film, ho scelto i fotogrammi neutri che illustrano alcune fasi del film; non c’è alcun motivo valido per postare i fotogrammi scabrosi, che sono fuorvianti sopratutto se estrapolati dal film, che resta opera discutibile fin quanto si vuole ( e lo è davvero), ma che “avrebbe”, ed uso il condizionale il merito di toccare un problema che in realtà esiste, l’universo della sessualità adolescenziale.
Non è moralismo, sopratutto da parte di chi, come me, parla di cinema sopratutto di genere, e quindi ha a che fare con tematiche scabrose.
Ma l’utilizzo di immagini disturbanti riguardanti minorenni non ha alcuna giustificazione; non ne ha perchè il mondo dei ragazzi dovrebbe essere illustrato in ben altro modo, come dico più avanti nella recensione, perchè nulla può giustificare atti che vengano illustrati, sia pur per finzione, in maniera velleitaria, nudi e crudi.
Un film maledetto, Maladolescenza.
In parte per la tematica, ovvero la sessualità nella pre adolescenza, in larga parte per la raffigurazione visiva della storia, affidata ad attori in erba poco più che dodicenni, impegnati nell’esplorazione del mondo della sessualità, con nudi integrali e azioni di sesso che spesso provocano fastidio se non peggio.
Dico subito, a scanso di equivoci, che Maladolescenza è un film con una sua dignità, letteralmente affogata,fatta a pezzi proprio dalla decisione di Murgia, il regista, di utilizzare attori giovani per dare il massimo della veridicità alla storia.
Martin Loeb
Un tema di per se scabroso si sarebbe potuto trattare anche con immagini meno esplicite, lasciando all’immaginazione dello spettatore le varie situazioni che man mano vengono illustrate nel film; Murgia invece punta la macchina da presa sui giovani protagonisti, riprendendoli in situazioni scabrose, come nel caso della Wendel ripresa mentre orina, oppure descrivendo dettagliatamente i rapporti sessuali che i tre intrecceranno nel film.
La tematica del film, le immagini, il finale sono ovviamente qualcosa che trascende il film in se; ci si può e ci si deve interrogare sul limite che un film deve avere, pur rispettando il diritto di chiunque di portare sullo schermo una storia senza dover subire l’odiosa censura.
Un problema che Maladolescenza ha portato in tutti i paesi in cui è stato proiettato; la Germania, per esempio, che ha sempre avuto una censura labilissima, ha condannato definitivamente il film all’oblio, ritirando dal commercio tutte le copie analogiche e digitali del film nella sua versione completa, quella cioè di 91 minuti che il regista Pier Giuseppe Murgia girò nel 1977.
In Italia il film circola ancora, anche se limitatamente all’home video; nessuna tv privata o pubblica ha mai presentato l’opera sul piccolo schermo, alimentando in qualche modo la leggenda nera del film.
Veniamo alla trattazione delle tematiche del film, che partono dalla storia di Laura e Fabrizio, due adolescenti che condividono le vacanze d’estate essendo vicini dicasa; Laura è una ragazzina molto timida e sentimentale, Fabrizio un ragazzo molto introverso. I due sono nella fase critica dell’adolescenza, quando cioè le pulsioni della sessualità iniziano a farsi sentire con forza.
Fabrizio, che divide le sue giornate con il cane Xilot, è diventato un ragazzo con strani scatti di crudeltà, che mette in mostra proprio l’estate in cui si svolge il racconto. Inizia a tormentare la ragazzina, dapprima lanciandole addosso un serpente, poi torturando e uccidendo un uccellino sotto i suoi occhi.
Laura appare soggiogata, tant’è vero che quando Fabirzio la porta con se alla Montagna blu, dove i due ragazzi hanno scoperto una caverna con una grande pozza d’acqua, accetta senza discutere di avere un rapporto sessuale con il ragazzo.
A complicare il rapporto appena nato tra i due ragazzi arriva Silvia, un’altra adolescente ben diversa da Laura; tanto è dolce e timida Laura, tant’è disinibita e vivace Silvia.
La nuova arrivata capisce che Fabrizio subisce in qualche modo il suo fascino; così prende il posto di Laura che diventa, di riflesso vittima non più solo di Fabrizio ma anche di Silvia.
I due tiranneggiano la ragazza, mentre aumenta a dismisura la loro crudeltà nei confronti della stessa.
Le umiliazioni si sommano; i due fanno l’amore davanti a Laura, la umiliano orinandole addosso e proseguono così mentre i giorni passano.
Sul finire dell’estate un giorno Fabrizio decide di portare Silvia con Laura alla Montagna blu, nella caverna da loro scoperta; mentre fuori scoppia una tempesta, Silvia, impaurita, perde tutta la sua baldanzosità rivelandosi per quella che è, una ragazzina con atteggiamenti da grande. E’ in arrivo la tragedia finale……
Un film con tre attori è decisamente difficile da gestire, sopratutto quando i tre attori sono semplicemente dei ragazzini; il risultato lo si vede nelle pause, negli sguardi, nell’immaturità generale che permea il film.
Le scene di nudo, di sesso ssimulato, la scabrosità del racconto in realtà non hanno nulla di erotico, immerse come sono in un contesto privo di argomenti erotizzanti; tuttavia lascia sicuramente sconcertati la disinvoltura con cui una ragazzina di dodici anni come Eva Ionesco
Eva Jonesco
interpreti scene davvero scabrose che avrebbero messo in imbarazzo anche una donna. Lo stesso dicasi di Lara Wendel,l’altra protagonista femminile, che quantomeno mostra disagio e impaccio proprio nelle scene di nudo.
Che francamente si sarebbero potuto evitare, lasciando alle parole, alle intenzioni tutto quello che viene invece puntualmente mostrato.
Naturalmente ciò non avviene, e non sapremo mai con quanta buona fede Murgia abbia messo in scena il suo film, ovvero se ci abbia marciato su, contando sullo scandalo che avrebbe suscitato il film oppure se abbia candidamente deciso di rappresentare una tematica cosi forte e controversa con immagini e situazioni crude, reali.
Come dicevo all’inizio, il film ha qualche momento buono, ha dalla sua una ricerca fotografica elegante e una certa abilità nel dirigere le scene; ha, per contro, oltre al senso di fastidio che possono generare le immagini delle due ragazzine, un andamento molto lento, che finisce per appesantire troppo una storia già di per se priva di sorprese, fatta debita eccezione per il finale assolutamente inaspettato.
Non giova al film nemmeno l’assenza di un solo punto di riferimento dell’universo adulto; manca un confroto un dialogo, una confessione di uno dei protagonisti rapportato al mondo degli adulti.Altro appunto da fare al regista è l’aver usato, come purtroppo molti suoi colleghi in quel decennio infausto dal punto di vista dell’educazione e del rispetto per gli animali, uccelli vivi come sfogo del sadismo di Fabrizio.
Sono passati ormai oltre trent’anni dall’uscita sugli schermi di Maladolescenza; oggi credo sarebbe pressochè impossibile girare un film di quel tipo, con attori così giovani in ruoli tanto scabrosi.
Le leggi attuali impediscono per fortuna l’esposizione di nudità nei film; la cultura di oggi è molto più attenta ai problemi dell’infanzia, anche se, paradossalmente, l’educazione sessuale e la stessa sessualità hanno abbassato di molto la soglia di conoscenza delle stesse problematiche.
Il film di Murgia, pur fra mille difetti, ha un pregio: quello di sollevare un velo su un universo che esiste, ma che per pudore tentiamo sempre di accantonare.
Quasi che la sessualità e il suo mondo debbano avere necessariamente un età per diventare affrontabili.
Può essere una manier ipocrita di vedere le cose, o forse solo pudica.
Di certo un film come Maladolescenza, così com’è strutturato, non aiuta ad affrontre un argomento così spinoso, proprio per la sovraesposizione di immagini di corpi d’adolescenti.
In ultimo, un’annotazione sulla location; il film venne girato in Austria, ovviamente per aggirare le leggi censorie italiane. Le montagne verdi, i boschi fitti appartengono alla Carinzia, zona selvaggia e bellissima.

Maladolescenza, un film di Pier Giuseppe Murgia, con Lara Wendel, Martin Loeb, Eva Jonesco Italia 1977
Martin Loeb: Fabrizio
Lara Wendel: Laura
Eva Ionesco: Silvia
Iro: Xilot (il cane)
Regia Pier Giuseppe Murgia
Sceneggiatura Pier Giuseppe Murgia, Peter Berling, Dieter Geissler (dialoghi)
Versione italiana di Barbara Alberti e Amedeo Pagani
Produttore Franco Cancellieri
Casa di produzione Cinema 23 Film
Distribuzione (Italia) Petra Cinematografica
Fotografia Elias Lothar Stickelbrucks
Montaggio Inga Seyric
Musiche Jürgen Drews
Tema musicale Pippo Caruso
Scenografia Helga Wandl
Costumi Isolde Jovine
Baby sitter, un maledetto pasticcio
Mentre sta raggiungendo un ristorante, Michelle, a bordo di un taxi viene coinvolta nell’accidentale investimento di Ann, una giovane attricetta americana; la ragazza era in fuga dalla villa di Franklin, suo ex amante.
Dopo l’incidente, Ann va a vivere in coabitazione nell’appartamento di Michelle, che è una scultrice che per arrotondare lavora di sera come baby sitter.
Ann, che dopo l’incidente è rimasta deturpata sul corpo, viene licenziata in tronco dal regista del film che stava girando, per essersi rifiutata di spogliarsi; viene così agganciata dal misterioso signor Anderson, che le racconta di essere il segretario di Franklin e che le propone un incarico particolare; il rapimento di Booths (Peter), figlio del miliardario Franklin.
Il diabolico Anderson organizza così con l’aiuto di Vic, un losco malvivente, di Stuart, un attore sul viale del tramonto e della moglie di quest’ultimo, l’attricetta Lotte, il sequestro del piccolo Booths, al quale partecipa anche Ann.
E’ lei infatti a presentarsi a casa Franklin come baby sitter, e ad addormentare il bambino mentre la servitù è andata via.
Michelle, chiamata telefonicamente da una famiglia, si presenta in una villa dove c’è un bambino; è Booths (Peter), che è stato trasferito in quel posto dalla banda di rapitori. Ben presto la ragazza si rende conto di essere prigioniera con il bambino; nel frattempo il suo ragazzo, Gianni, insospettito dalla mancanza di notizie di Michelle, con cui aveva appuntamento, si mette in moto e si reca dalla polizia.
Sydne Rome è Ann
Michelle e Boots, prigionieri, cercano in ogni modo di mettersi in contatto con l’esterno.
Riescono con uno stratagemma a legare un biglietto al collo di un barboncino, che però, inseguito da Vic e raggiunto in casa della padrona, viene ucciso assieme a quest’ultima.
Alla fine il piano dei rapitori riesce; Franklin paga il riscatto di due milioni di dollari richiesto, ma Anderson, che aveva organizzato il rapimento, uccide i due coniugi facendoli saltare in aria con la loro auto, prende i soldi del riscatto e si eclissa.
Ann, in colpa per l’inganno perpetrato ai danni di Michelle, si uccide nella vasca da bagno tagliandosi le vene.
Ma lascia un biglietto in cui accusa Anderson di aver organizzato il rapimento.
Così Michelle riesce ad informare la polizia dell’accaduto.
Ultimo film diretto dal grande Renè Clement, Baby sitter, un maledetto pasticcio è un thriller/noir dal ritmo lento, basato moltissimo sull’espressione degli attori piuttosto che sull’azione.
Un film molto complicato, anche in virtù di una trama non immediatamente leggibile; molte le incongruenze in una trama non molto scorrevole. Clement ci mette il suo immenso mestiere, non riuscendo però a convincere del tutto.
Il regista privilegia i silenzi, fissando la macchina da presa sui volti di Maria Schneider, che interpreta Michelle e su quello di Sidne Rome, che interpreta Ann, cercando di mostrare il loro disagio interiore davanti agli avvenimenti drammatici che le vedono coinvolte.
La Schneider risponde con una interpretazione misurata ma monocorde; non mostra particolare vitalità, quasi subisse gli avvenimenti senza capirli a fondo. Il che probabilmente era quanto voleva Clement, ma il personaggio di Michelle a questo punto sembra privo di anima, quasi svuotato di energia. L’attrice usa un’espressione statica per tutto il film, sia nel rapporto con la compagna di stanza Ann, sia con il fidanzato/amico Gianni sia con il piccolo Booths. Emblematica in questo senso l’esplosione dell’auto con a bordo i due coniugi, mentre lei è al volante; la reazione è glaciale, guarda dallo specchietto retrovisore e non batte ciglia, cosa poco credibile nel contesto di drammaticità della scena.
Sidne Rome viceversa ci mette l’anima e la sorprendente mobilità del volto; piange, sorride, si dispera quasi avesse quell’anima che manca alla sua amica, che finirà per tradire salvo poi prendere la drammatica decisione finale di uccidersi quando si rende conto che le cose hanno assunto una piega tragica che lei non aveva messo in preventivo.
Bravo Renato Pozzetto, il Gianni innamorato di Michelle, che è anche l’unico ad interessarsi veramente alla sorte di quella che considera la sua donna (curioso il dialogo con Ann:”Ma lei chi è?” “Sono il fidanzato, un suo amico”); un interessamento che lo porterà a rischiare la vita. Pozzetto ci mette il suo volto candido e ingenuo, con un’interpretazione misurata e ironica, ed è l’unico protagonista ad allentare la tensione, ma anche la staticità della pellicola.
Clement quindi utilizza vari componenti di altri generi; passa dal noir, caratterizzato dall’atmosfera lenta e cupa del film, al giallo, attraverso una trama come già detto molto complicata, che diventa chiara solo alla fine, quando i pezzi del puzzle finalmente combaciano, anche se alcune situazioni, come l’incidente iniziale, spiazzano enormemente, non avendo alcuna spiegazione per buona parte del film.
Film che alla fine, pur non potendosi definire perfettamente riuscito, non lascia l’amaro in bocca e la sensazione d’incompiuto; al limite ti porta a rimurginare su alcune situazioni particolari, portando lo spettatore a interrogarsi sui ruoli dei vari protagonisti, su una storia dall’intreccio poco leggibile, per i salti improvvisi senza connessione tra alcune sequenze.
Difetti perdonabili comunque, perchè la trama alla fine regge e il film risulta piacevole.
Girato in una Roma che si vede poco, nel senso che le uniche sequenze in cui ci si rende conto di essere nella capitale eterna sono proprio quelle finali, con l’inquadratura del colosseo e della viuzza che porta alla casa/laboratorio di Gianni, il film è abbellito da una fotografia discreta e ovattata, misteriosa.
Baby sitter fu l’ultima prova del grande regista francese, parte finale del trittico giallo/noir composto anche da Unico indizio: una sciarpa gialla (1971) e da La corsa della lepre attraverso i campi (La course du lièvre à travers les champs) (1972); un addio al grande schermo forse non memorabile, ma in buono stile, quello che caratterizzò tutta la produzione del regista.
Baby sitter- Un maledetto pasticcio, un film di René Clément. Con Renato Pozzetto, Nadia Tiller, Sydne Rome, Maria Schneider, Clelia Matania, Marco Tulli, Carl Möhner, Armando Brancia, Vic Morrow, Robert Vaughn
Titolo originale La baby-sitter. Drammatico, durata 110 min. – Francia 1975
Maria Schneider … Michelle
Sydne Rome … Ann
Vic Morrow … Vic, il rapitore carceriere
Robert Vaughn … Stuart Chase
John Whittington … ‘Boots’ Peter Franklin
Nadja Tiller … Lotte
Carl Möhner … Cyrus Franklin
Clelia Matania … Vecchia assassinata
Marco Tulli … Commissario Trieste
Armando Brancia … Inspettore Carrara
Georg Marischka … Henderson
Renato Pozzetto … Gianni
Regia di René Clément
Scritto da Nicola Badalucco, René Clément,Mark Peploe,Luciano Vincenzoni
Prodotto da Jacques Bar e Carlo Ponti
Musiche originali di Francis Lai
Montaggio di Fedora Zincone
Costumi di Nadia Vitali
Arredatore Carlo Gervasi
Aiuto regista Antonio Gabrielli, Marco Pettini
Casting Jose Villaverde

Spostamenti progressivi del piacere
Una stanza spoglia, una donna legata ad un letto da sottili funi, un paio di forbici conficcate nel petto della donna, nuda, e per terra una bottiglia, con ancor su delle impronte. Le impronte appartengono ad Alice, mentre la donna morta si chiama Nora.
Sembra l’inizio di un giallo classico, del quale però conosciamo in anticipo il colpevole.
O meglio, la colpevole. Perchè le impronte sulla bottiglia sono di Alice, che aveva con Nora una torbida relazione.
La ragazza è arrestata, ma racconta una sua verità; ad uccidere Nora è stato un misterioso assassino, che ha trovato la chiave dell’appartamento sotto lo zerbino, ha aperto e ha sfogato i suoi istinti bestiali sulla ragazza.
Anicee Alvina
Nora era una depravata, che la spingeva a sottili e perversi giochi, che la teneva soggiogata psicologicamente.
E’ così oppure è una forma di difesa di Alice, quella di incolpare la donna morta che non può ovviamente smentire?
Alice conferma la sua versione: Nora la spingeva sul marciapiede, aveva annullato la volontà della ragazza.
La sua versione è sempre la stessa, e viene confermata al suo avvocato difensore, all’ispettore che conduce le indagini, al cappellano del carcere dove Alice è detenuta, alle suore, in pratica a tutti coloro che è affidata questa enigmatica ragazza.
Che smonta e rimonta la verità, in un gioco progressivo in cui tutti coloro che la avvicinano finiscono per diventare colpevoli di qualcosa: è lei la colpevole e gli altri sono solo turpi individui preda di passioni oscene?
Dov’è la verità?
Se lo chiede anche l’avvocato difensore, che ben presto diventa parte integrante del gioco perverso portato avanti da Alice.
Lei si identifica in Nora, e alla fine ne condivide la sorte.
Un’altra stanza, una vittima diversa.
Si ricomincia.
Riassumere la trama di Spostamenti progressivi del piacere è impresa improba, come del resto avviene con tutti i film di Alain Robbe-Grillet, regista del quale ho già parlato nel caso di Giochi di fuoco; anche in questo caso siamo di fronte ad un film che smonta e rimonta le immagini, in una struttura circolare in cui non c’è una verità e un finale, ma un vero e proprio gatto che si morde la coda.
Ancora una volta il regista demolisce quel che vediamo, sostituendo alla certezza il dubbio; il volto angelico di Alice passa rapidamente da essere tale ad essere diabolico, per poi tornare angelico, senza soluzione di continuità.
Vittima e carnefice diventano indistinguibili; è Alice la vittima, che subiva i rapporti lesbici o era invece la mente occulta e perversa del torbido rapporto?
Le suore, l’ispettore, il cappellano diventano figure ambigue: è l’invenzione della fantasia malata della ragazza o è una delle facce della realtà?
Sono persone normali oppure nascondono segreti inconfessabili?
Non lo sapremo.
Possiamo immaginare a nostro piacimento sul come siano andate le cose; il regista non aiuta in nulla, lasciando i personaggi privi di una qualsiasi connotazione psicologica.
Si muovono generalmente in spazi chiari, oppure scuri.
Grillet provoca, affascina, propone immagini da decifrare; lo fa con il suo stile, colmando il film di immagini di nudo delle due protagoniste, tanto da provocare l’ottusa reazione della censura, che boccia il film come pornografico.
Visione parziale e asettica di una pellicola che non solo non è pornografica, ma non è nemmeno erotica;
la bella Anicee Alvina non ispira nessuna pulsione erotica, tanto sembra asessuata, quasi incoporea.
Cosi, alla fine, a parte il senso di gelo dettato dalla rigida struttura circolare del film, che sembra iniziare dalla fine e finire dall’inizio, ci si trova davanti ad un’opera che sembra trasportata dal teatro dell’assurdo, con personaggi scomposti, ricomposti e poi nuovamente scomposti, in un gioco eterno che sembra irridere i canoni estetici e narrativi del cinema.
Il cinema di Alain Robbe-Grillet è questo e anche molto più; è la destrutturazione del racconto, un inganno visivo e sensoriale, in cui tutto e il contrario di tutto si rincorrono, trascinando lo spettatore in un vortice; il suo è un cinema affatto semplice. Non si illuda, lo spettatore, di guardare un’opera in cui è davvero centrale la figura o la trama; Grillet decompone tutto, affidando alle immagini e alla fantasia dello stesso spettatore il compito di dipanare la matassa.
Un cinema strutturato in maniera così complessa da sembrare un quadro di Escher; nulla, in ciò che guardiamo, è vero, e se è vero, probabilmente è falso. Realtà efantasia sono facce di una stessa medaglia, che però puoi guardare dai due lati senza distinguere quale sia quella vera. Si confondono, la fantasia e il reale, perchè sono un gioco.Oppure sono una cosa terrivilmente seria.
Spostamenti progressivi del piacere, un film di Alain Robbe-Grillet. Con Isabelle Huppert, Michael Lonsdale, Anicée Alvina, Jean Martin, Olga Georges-Picot, Marianne Eggerickx
Titolo originale Glissements progressifs du plaisir. Drammatico, durata 104 min. – Francia 1971.
Anicée Alvina … Alice
Olga Georges-Picot … Nora
Michael Lonsdale … Il giudice
Jean Martin … Il prete
Marianne Eggerickx … Claudia
Claude Marcault … Suor Julia
Maxence Mailfort … Cliente
Nathalie Zeiger … Suor Maria
Bob Wade … Becchino
Jean-Louis Trintignant … Il poliziotto
Isabelle Huppert … Bit
Hubert Niogret … Il fotografo
Alain Robbe-Grillet … Un passante
Catherine Robbe-Grillet … Una suora
Regia Alain Robbe-Grillet
Sceneggiatura Alain Robbe-Grillet
Produttore André Cohen, Marcel Sébaoun
Fotografia Yves Lafaye
Musiche Michel Fano
Storie di vita e malavita
Nel 1975 Carlo Lizzani, dopo aver diretto Mussolini ultimo atto, gira un film strutturato come un documentario sul losco e sporco mondo dello sfruttamanento minorile della prostituzione. Il titolo, Storie di vita e malavita, sembra anticipare il contenuto dello stesso, un viaggio attraverso più storie di ragazze che per svariati motivi entrano nel mondo della prostituzione, rimanendone fatalmente vittime.
Sono storie di ragazze che vengono dal sud, quindi figlie di realtà particolarmente abbruttenti, oppure figlie della buona borghesia settentrionale, accomunate dall’età, dall’inesperienza e dalla fragilità; già dalle scene d’esordio si intuisce che il film di Lizzani non si limita solo alla denuncia, ma intende sferrare un colpo diretto all’ipocrisia e contemporaneamente denunciare il losco sottobosco di papponi, depravati e viziosi che ruota attorno al mondo del sesso.
La prima storia, quella di una madre vestita da stracciona, che viaggia con la figlia minorenne fingendo di chiedere passaggi agli autotrasportatori, a cui poi offre la propria ragazza per 5000 lire è già il primo segnale di vite vissute in prossimità dell’inferno; un inferno fatto di miseria, squallore e mancanze di prospettive per una vita dinitosa.
Anche la seconda storia è una di quelle che parlano di miseria, di fame e emigrazione; la giovanissima Rosina, a cui è morto il padre in un incidente sul lavoro, arriva al nord per cercare lavoro. Si innamora di un giovane, Salvatore detto velluto, che la illude e poi la spinge, lentamente e inesorabilmente, sul sentiero della prostituzione, dove la ragazza sperimenterà la propria degradazione umana (davvero molto forte e disturbante la scena del cliente che intinge scarpe e pane nel bidet colmo di acqua lurida); quando tenterà di fuggire, per ritornare a casa in Sardegna, decisa ad accettare il destino che la vuole moglie di un uomo molto più anziano, verrà sfregiata dal suo amante.
C’è poi la storia di Gisella, ragazza costretta a vivere in una famiglia dalla mentalità ristretta, educata in maniera eccessivamente repressiva dal punto di vista dell’educazione sessuale, finita per caso in un giro squallido e venduta al miglior offerente perchè vergine, c’è Daniela, prostituta per noia e per ribellione verso una famiglia che si disinteressa completamente di lei, presa com’è dalla sua vita oziosa e amorale, con un padre che frequenta ragazzine prostitute e una madre ninfomane.
C’è la ragazza rimasta incinta, scaricata al nord per soffocare lo scandalo, che finirà per prostituirsi; le toglieranno il bambino e lei finirà in una struttura psichiatrica, ormai incapace di comunicare.
Storie terribili, di sfruttamento e di isolamento, di vite bruciate nel fiore degli anni; come la storia di Albertina, baby prostituta che “lavora” ovunque capiti, nel camerino di un grande magazzino dell’epoca o in una cabina telefonica o quella di Laura, che finirà sul marciapiede con l’unica compagnia di un cane, che verrà ammazzato da una banda di papponi.
Tutte storie che ovviamente finiscono male, perchè non c’è uscita dall’inferno, o per le meno non un’uscita dignitosa, ma solo degradante; l’unica storia a concludersi diversamente è proprio quella inziale. La madre che fa prostituire per bisogno la figlia, in collaborazione con quest’ultima, ucciderà un pappone che taglieggiava le due donne.
Film molto amaro e pessimista, questo di Lizzani; se un limite c’è, è da ricercarsi nella recitazione spesso dilettantistica dei protagonisti, sicuramente voluta dal regista per far assomigliare il film ad un documentario. Il che provoca ovviamente problemi di leggibilità dello stesso film, che spesso si smarrisce in bilico tra la cronaca e la necessità di mantenere comunque la stuttura narrativa del film.
Le storie sono angoscianti, purtoppo anche molto vicine alla realtà; le cronache di quegli anni (siamo nel 1975) non differiscono dalle nostre; la crudeltà, lo sfruttamento e l’emarginazione sono sempre uguali. Sono solo cambiati gli schiavi. Oggi la nuova schiavitù viene dall’Europa dell’Est, piuttosto che dall’America latina o dall’Africa.
Lizzani anticipa i tempi con un’opera dignitosa e coraggiosa, pur piena di difetti e imperfezioni.
La denuncia è dura e circostanziata, le storie reggono pur nel limite citato delle interpretazioni del cast, spesso a livello dilettantistico; un’opera comunque molto forte, spietata a tratti, che è davvero conosciuta dai pochi che la videro nei cinema dell’epoca.
L’argomento trattato, il divieto ai minori, hanno fatto si che la pellicola sprofondasse nell’oblio. Oggi gira una versione Dvd della Rarovideo di qualità molto bassa, come testimoniato dalle foto che vedete nella galleria; comunque resta un film da vedere, perchè rappresenta uno spaccato ai più ignoto dei vizi anni settanta, della morale ipocrita e perbenista dell’epoca e dei costumi sessuali degli italiani.
Storie di vita e malavita, un film di Carlo Lizzani, con Cinzia Mambretti,Cristina Moranzoni, Annarita Grapputo, Anna Curti, Danila Grassini, Lidia Di Corato, Nicola Del Buono, Lidia Costanzo, Sergio Masieri, Arturo Corso, Flora Saggese.Drammatico, Italia 1975
Nicola de Buono: Velluto
Mario Mattia Giorgetti:
Franca Aldrovandi: la psicologa
Enzo Fisichella: giudice
Mimmo Craig: capo dell’agenzia
Domenico Seren Gay: cliente
Anna Curti: Antonietta Barni
Cinzia Mambretti: Rosina
Cristina Moranzoni: Gisella
Lidia Di Corato: Laura
Danila Grassini: Albertina
Annarita Grapputo: Daniela
Susanna Fassetta: ragazza dell’autostop
Bianca Verdirosi: altra ragazza dell’autostop
Giuliana Rivera: madre di Gisella
Franca Mantelli: padrona della “casa”
Paola Fajola: madre di Daniela
Sandro Pizzocchero: Alberto

Regia Carlo Lizzani
Sceneggiatura Mino Giarda, Carlo Lizzani
Produttore Carlo Maietto
Produttore esecutivo Carlo Maietto
Casa di produzione Thousand cinematografica
Distribuzione (Italia) Thousand cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Franco Fumagalli
Costumi Lia Morandini
Oedipus orca
In La orca, film precedente a questo Oedipus orca, sequel che riprende dall’esatto punto in cui finiva il film precedente, avevamo lasciato la giovane Alice nel cascinale in cui era stata segregata dopo il sequestro compiuto da tre banditi. La ragazza, che aveva ucciso inspiegabilmente il carceriere Michele, che si era innamorata di lui, si era salvata da una denuncia per eccesso di legittima difesa grazie al commissario che aveva fatto irruzione nel casolare, e che si era attribuito la paternità dell’omicidio.

Carmen Scarpitta e Rena Niehaus
Libera, Alice torna a casa, dove la attendono i genitori. E’ ancora scossa dalla brutta avventura, e nonostante l’accoglienza dei suoi, che la tengono lontana dalla stampa, non riesce a recuperare la serenità perduta. Anche con il suo boy friend il rapporto diventa problematico; il principale motivo , di origine psicologica, resta il risentimento verso suo padre, che secondo Alice non ha voluto pagare il riscatto richiesto dai rapitori.
Ben presto la ragazza matura la convinzione che quello che crede suo padre in realtà non lo sia; così inizia ad indagare sul passato della madre, scoprendo che all’epoca in cui era rimasta incinta di lei, la donna aveva avuto una relazione con Lucio, un’artista.
E’ una supposizione, perchè manca una prova certa dell’accaduto. Decide quindi di agganciare l’uomo, che tenta di sedurre, inutilmente.
Ma la ragazza non demorde, e dopo averlo seguito, riesce ad avere una relazione con lui.
La ragazza, paga della cosa, lascia il suo amante a letto; l’uomo, svegliandosi, cerca di inseguirla, ma scendendo le scale viene colpito accidentalmente da un lastrone di vetro, rimanendo ucciso sul colpo.
Se La orca aveva rappresentato un elemento di novità, grazie alla buona analisi fatta da Eriprando Visconti sui complessi rapporti instauratisi tra Alice e il suo carceriere Michele, Oedipus orca manca proprio di questo elemento fondamentale.
Il rapporto tra Alice, quello che crede suo padre e il probabile padre naturale sono appena abbozzati e restano solo nelle intenzioni. Leggermente più approfondito il rapporto tra Alice e la madre, ma sempre superficiale, tanto che il film resta in realtà incompiuto.
La colpa non va attribuita certamente a Rena Niehaus, che si conferma attrice di buone qualità, quanto piuttosto ad una sceneggiatura lacunosa, che privilegia i tempi morti, le inquadrature e gli sguardi piuttosto che i dialoghi chiarificatori.
Così il film che probabilmente voleva Visconti resta una mera illusione, trasformandosi in un tedioso racconto didascalico, in cui Alice si muove senza motivi profondi, quasi casualmente.
Il film non è brutto e condannabile sic et simpliciter, ma di certo manca di profondità.
Attori disciplinati ma nulla più; bene Gabriele Ferzetti, nel ruolo del padre di Alice, bene la Scarpitta in quello della madre della ragazza.
Oedipus orca, un film di Eriprando Visconti. Con Gabriele Ferzetti, Michele Placido, Carmen Scarpitta, Rena Niehaus,Piero Faggioni, Miguel Bosè, Eleonora Morana
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1976.


















































































































































































































































































