Casotto
Una calda domenica d’estate, litorale romano.
Sulla spiaggia di Ostia convergono persone disparate, venute a godersi la giornata al mare.
Il punto obbligatorio d’incontro è il casotto, una costruzione in legno adibita a spogliatoio comune; qui arrivano alla rinfusa i protagonisti della storia.
Le prime ad arrivare sono due sorelle ,Giulia e Bice, che praticheranno le loro arti seduttive su Alfredo Cerquetti, funzionario di una agenzia di assicurazioni;
Ninetto Davoli
Ugo Tognazzi
seguite alla spicciolata da uno strano sacerdote, custode di un segreto “intimo” davvero particolare, da due soldati appassionati di culturismo assolutamente narcisisti e poco interessati all’umanità che è a loro accanto, da due giovani benzinai, Gigi e Nando, che hanno rimorchiato due ragazze e che sperano nelle loro grazie, da una squadra di pallacanestro femminile, che dovrà necessariamente trovare un’altra sistemazione, da una coppia di fidanzati, con lui molto più grande di lei che cerca disperatamente un posto dove poter fare l’amore, da una famiglia con nipote giovanissima al seguito, incinta, che tenteranno di affibbiare ad un ingenuo ragazzotto,il tutto sotto gli occhi di un innocuo voyeur, che spia le mosse di tutti.

Le due amiche rimorchiate dai benzinai
La giornata scorre tra le vite dei protagonisti alle prese con situazioni mutuate dalla vita di tutti i giorni, quasi che la domenica mettesse in risalto le loro manie, le loro piccolezze, le loro debolezze, mescolate alla vita degli altri vicini.
Quando la giornata sarà conclusa, i vari personaggi avranno fatto esperienze diverse; la coppia di innamorati non sarà riuscita a ritagliarsi un solo attimo per dare sfogo alla loro passione, la famiglia con la nipote incinta riuscirà a dirottare e ad affibbiare a Gigi, uno dei due benzinai, la loro nipotina incinta, le due sorelle riusciranno a strappare una valigetta con il denaro all’agente delle assicurazioni, le due ragazze rimorchiate dai benzinai rimarranno a secco, perchè rivolti i loro sguardi sui due soldati culturisti verranno da questi bellamente ignorate.
Michele Placido
Il campionario assortito di varia umanità è lo specchio fedele dell’umanità quotidiano, con vizi e virtù, sfigata o fortunata, allegra e becera, sguaiata e furba, ironica e dolente; tutti i personaggi si muovono, agiscono per un fine ultimo, e in conclusione forse gli unici ad ottenere quanto si erano prefissi saranno la coppia di anziani coniugi che riesce a mollare il “peso” della nipotina incinta, sedotta e abbandonata, al fesso di turno e le due sorelle che pervicacemente riusciranno a derubare l’agente delle assicurazioni.
Sono quindi i più furbi, come al solito, a vincere la guerra tra poveri, anche se l’aggettivo poveri in questo caso è fuorviante; la popolazione del casotto non è di estrazione prevalentemente borgatara, ma popolare in senso stretto.
Franco Citti, braccio destro di Pasolini, getta uno sguardo ironico, a metà strada tra il divertito e il cinico, sulla gente di tutti i giorni; ne evidenzia virtù (poche), difetti e manie; lo fa senza mai alzare i toni, con una regia asciutta, mai volgare, senza mai eccedere con il romanesco, uscendo quindi dalla palude della commedia “burina”; in questo è agevolato, oltre che dalla sua personale bravura e da una sceneggiatura di prim’ordine, dal cast eccellente che mette su.
Ugo Tognazzi, una giovanissima Jodie Foster, Catherine Deneuve (in una piccolissima parte), Gigi Proietti, Mariangela Melato, Carlo Croccolo, Paolo Stoppa,Michele Placido, lavorano in perfetta armonia, aiutati anche dalla sceneggiatura solare, divincolati come sono da vestiti, da pose innaturali e da tutto ciò che funziona da pastoia nel film tradizionale.
Siamo al mare, in una baracca decente, ma siamo comunque nella spiaggia libera e in uno spogliatoio, non a Saint Tropez e tra gente fighetta; per cui c’è spazio per la candida e naturale predisposizione dell’attore a esprimere compiutamente la sua arte, svincolata dai formalismi.
Alla fine il film piace, per certi versi incanta, non annoia mai, sopratutto nelle parti in cui Citti divaga, come nel caso del sogno ad occhi aperti di Gigi; alla fine il prodotto risulta gradevole, ben confezionato e sopratutto ottimamente recitato.
Sergio Citti, che veniva dall’ottimo risultato conseguito con Storie scellerate, si conferma regista capace, attento; gli anni passati come aiuto regista e sceneggiatore di Pasolini, si vedono.
Franco Citti e Gigi Proietti
Casotto,un film di Sergio Citti. Con Paolo Stoppa, Jodie Foster, Ugo Tognazzi, Michele Placido, Mariangela Melato, Luigi Proietti, Carlo Croccolo, Gianni Rizzo, Franco Citti, Ninetto Davoli, Catherine Deneuve, Clara Algranti, Massimo Bonetti, Anna Melato
Commedia, durata 100 min. – Italia 1977
Ugo Tognazzi: Alfredo Cerquetti
Paolo Stoppa: Il nonno
Mariangela Melato: Giulia
Gigi Proietti: Gigi
Jodie Foster: Teresina Fedeli
Catherine Deneuve: Donna del sogno
Michele Placido: Vincenzino
Franco Citti: Nando
Carlo Croccolo: Carlo
Ninetto Davoli: Guardone
Clara Algranti: Iole
McKenzie Bailey: Il prete
Gino Barzacchi: Il fusto
Massimo Bonetti: Soldato culturista
Flora Mastroianni: La nonna
Katy Marchand: Ketty
Marco Marsili: Il nipotino
Anna Melato: Bice
Gianni Rizzo: L’allenatore
Franca Scagnetti: Donna grassa
Julie Sebestyen: Gloria
Gianrico Tondinelli: Paracadutista
Regia: Sergio Citti
Soggetto: Vincenzo Cerami
Sceneggiatura: Vincenzo Cerami e Sergio Citti
Fotografia: Tonino Delli Colli
Montaggio: Nino Baragli
Musiche: Gianni Mazza
Prodotto da: Mauro Berardi, Gianfranco Piccioli
Costumi: Mauro Ambrosino

Personaggi diversi si incrociano in una cabina balneare collettiva: un film corale, dunque, che rappresenta uno spaccato affabulatorio e grottesco della società, ma visto in una particolare condizione, quella dello spazio intimo (o presunto tale) nel quale far emergere la propria natura (anche in senso fisico e sessuale) e nel quale tramare le proprie mosse all’esterno. Il casotto è dunque luogo interiore e osceno che rivela le reali pulsioni e i segreti, che un acquazzone finale cercherà apocalitticamente e inutilmente di spazzare via. Acuto.
Estroso, disincantato, esplicito, interpretato da un cast tanto eterogeneo quanto compatto che entra ed esce da una cabina balneare relegando la spiaggia ostiense a semplice sfondo. Il focus sono le pulsioni umane più primitive (sesso, cibo, denaro) che Citti racconta con toni ora tipicamente borgatari (spacconerie balneari e “magnate” in compagnia), ora squallidi e trash (escrementi canini, genitali maschili al vento), ora persino soffici e onirici: ma tutto scorre perfettamente. Mazza procura uno score all’uopo tribale e percussivo.
Citti elabora un racconto particolare che si estrinseca nella quattro pareti di un casotto di spiaggia: vi transitano i problemi e le grettezze di una varia umanità. Ci sono pretese autoriali, giustificate anche dal livello dei collaboratori, che, però, non sempre si traducono in situazioni riuscite. Domina un linguaggio tragicomico di stampo popolare, alcuni attori lo interpretano alla grande, altri sembrano soltanto ospiti.
Splendido film grottesco dove Citti mescola divi di diverse altezze e stili per la sua idea di vita, dove le differenze si mescolano ma forse non si incontrano. Paradossale, a diversi registri. Notevole la coppia Proietti-Citti: ogni loro uscita (compreso il sogno di Proietti con Denevue) fa sbellicare e rimanda alla fame atavica. Una giovane Jodie Foster tra Placido e Stoppa non può non incuriosire.
Come riunire in un colpo solo film di genere (commedia) e film sperimentale. Al di là della riuscita del film, che comunque è molto godibile (ad ogni passaggio tv lo guardo sempre!) è interessante notare come questo film sia l’antesignano del Grande Fratello televisivo o di Camera Cafè. Un film molto avanti per i suoi tempi, di cui l’unico precedente è Chelsea Girls di Warhol (non a caso). Stramega cast di lusso (c’è pure una giovanissima Jodie Foster) su cui svettano Tognazzi, Stoppa, Proietti. Caustico, acido e grottesco. Quando trash e film d’autore convivono!
Questa è la vita: un casotto, tante persone con tante storie (e perversioni?) diverse, disgraziate, drammatiche il più delle volte, ma storie che vengono abilmente raccontate in commedia: tutto all’interno del grosso camerino protagonista. Citti riesce bene far abituare lo spettatore a questa impostazione, quindi a fronteggiare le limitazioni del budget; il merito è anche di un cast eccezionale (sono pochi i personaggi principali, di più quelli riempitivi) che fornisce meritevolissime interpretazioni. C’è una strana perversione di fondo. Meritevole.
La stanza del Vescovo
Un giovane giramondo, Marco Maffei, con la sua barca Tinca, durante un approdo sul Lago Maggiore, conosce l’avvocato Temistocle Orimbelli; l’uomo, personaggio stravagante quanto infido e ambiguo, lo porta nella villa dove vive con sua moglie Cleofe e la cognata Matilde, che è sposata per procura con Angelo Berlusconi, apparentemente scomparso in Etiopia durante la guerra d’Africa.

Patrick Dewaere è Marco Maffei, Ugo Tognazzi è Temistocle
Qui Maffei ha modo di constatare i pessimi rapporti esistenti tra Temistocle e la moglie, che l’uomo ha sposato solo per denaro, e ha modo di capire il forte interesse che suscita sulla ragazza, sposata senza aver mai conosciuto il marito. Marco e Temistocle hanno alcune avventure in comune, come quella in cui l’avvocato riesce a sedurre prima l’amica svizzera dell’amante di Maffei e poi la donna stessa, suscitando in Marco reazioni contrastanti;
se da un lato ammira quell’uomo bugiardo, donnaiolo ma comunque spavaldo e sicuro di se, dall’altro non può fare a meno di notare come l’avvocato sia privo di qualsiasi scrupolo.Durante una delle visite a casa della signora Cleofe, Matilde chiede a Marco di fare un giro con la sua barca, in compagnia di Temistocle; la notte l’uomo raggiunge Maffei nella sua stanza, e gli confessa di avere una relazione con la donna. L’indomani i tre partono per l’escursione in barca, durante la quale si aggrega una giovane amica di Marco, Landina.
Nella notte Marco capisce che davvero Temistocle e Matilde hanno una relazione, ma l’indomani Matilde racconterà all’uomo che la relazione è inziata proprio la notte prima, in seguito al disinteresse mostrato da Marco per la donna.Durante un’escursione a Stresa, mentre sono tutti e quattro a pranzo, un appuntato dei carabinieri li raggiunge al tavolo, e li informa della morte della moglie di Temistocle, Cleofe. Rientrati alla villa, trovano il giudice istruttore che è convinto che la donna sia stata uccisa; ma Temistocle ha un alibi, che è confermato sia da Marco che da Matilde.
Tuttavia, nella notte, a Marco è sembrato di aver visto l’avvocato in sella ad una bicicletta, ma non racconta nulla al giudice. Così l’inchiesta sulla morte di Cleofe viene archiviata e Temistocle a questo punto, erede dei beni della donna, sposa la cognata, che nel frattempo ha visto il suo matrimonio annullato per la presunta morte del marito.
Ma, a sorpresa, tre mesi dopo ecco un colpo di scena: nella villa arriva proprio Angelo Berlusconi, che ha appreso dai giornali etiopi della morte della sorella, ed è tornato in Italia per investigare sulle vere cause della morte di Cleofe. Con la testimonianza di Marco, Temistocle viene così smascherato, e per evitare l’arresto si uccide; dopo una notte d’amore con Matilde, Marco lascia per sempre la villa, rinunciando alla donna e riprendendo la sua vita vagabonda.
Diretto da Dino Risi e tratto dall’omonimo romanzo di Pietro Chiara,La stanza del vescovo è uno splendido affresco tinto di noir, nel quale il grande regista riesce a ricreare le atmosfere dark del romanzo, grazie anche ad una splendida ricostruzione anche visiva, a cui non è estranea la suggestiva cornice del Lago Maggiore; gli attori, ovvero Tognazzi, Dewaere e la Muti, oltre alla bravissima Giacobbe, esaltano i loro personaggi caratterizzandoli in maniera precisa.
Accolto bene dalla critica, il film è stato un pò dimenticato sopratutto per la presenza, nel film, di alcuni nudi femminili, che hanno finito per creare problemi con la commissione di vigilanza; tuttavia, ancora oggi, leggendo alcune critiche online, ci si chiede che film abbiano visto mai alcuni critici all’epoca della sua uscita. Valga per tutti questo commento tratto da uno dei siti più impotanti dedicati al cinema:
“Da un romanzo (1976) di Piero Chiara. Due amici improvvisati veleggiano sul Lago Maggiore, nell’Italia del 1946, facendo scalo in caccia di donne, ma poi l’anziano incastra il giovane in un tenebroso intrigo di amore e di morte. Il mestiere di D. Risi è fuori discussione con l’eleganza della scrittura e il puntiglio scenografico ma, forse per la preoccupazione di agganciare il grosso pubblico, il film risulta appannato, come adagiato in stracche cadenze.”
Una recensione assolutamente ridicola, che non tiene conto della bontà della trasposizione cinematografica del romanzo, cosa da sempre molto complicata, della solita straordinaria bravura di Risi nel dirigere, con ampio respiro, storie difficili, rendendole con un mestiere senza pari. Di appannato, verrebbe da dire, c’è solo l’intelletto di colui che ha stilato questo giudizio rozzo e grossolano.

Un bellissimo primo piano di Ornella Muti
La stanza del Vescovo, un film di Dino Risi. Con Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Lia Tanzi, Patrick Dewaere, Gabriella Giacobbe, Francesca Juvara, Renzo OzzanoCommedia, durata 110 min. – Italia 1977.
Ugo Tognazzi: Temistocle Mario Orimbelli
Ornella Muti: Matilde Scrosati in Berlusconi
Patrick Dewaere: Marco Maffei
Lia Tanzi: Landina
Gabriella Giacobbe: Cleofe Berlusconi In Orimbelli
Katia Tchenko: Charlotte
Karina Verlier: Germaine
Franco Sangermano: Giudice Istruttore Mazzoleni
Marcello Turilli: Angelo Berlusconi
Piero Mazzarella: Brighenti
Renzo Ozzano: Brigadiere
Regia Dino Risi
Soggetto Piero Chiara
Sceneggiatura Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Dino Risi, Piero Chiara
Produttore Giovanni Bertolucci
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Glenn Miller, Parish, Armando Trovajoli
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Orietta Naselli Rocca
Incipit del romanzo di Chiara
“Nel tardo pomeriggio di un giorno d’estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul Lago Maggiore. L’inverna, il vento che nella buona stagione si alza ogni giorno dalla pianura lombarda e risale il lago per tutta la sua lunghezza, mi aveva sospinto, tra le dodici e le diciotto, non più in su di quel piccolo abitato lacustre, dove decisi di pernottare.”
Citazione dal romanzo
“Il Vescovo era un prozio di mia moglie, monsignor Alemanno Berlusconi, morto nel ventotto, che fino a vent’anni fa passava l’estate in questa villa. Il padre di mia moglie gli aveva fatto addobbare la stanza migliore in modo degno d’un prelato che era Nunzio Apostolico in varie parti del mondo e faceva parte della Congragazione dei Riti.”

Il gatto

Ugo Tognazzi e Mariangela Melato
Amedeo e Ofelia, due fratelli, hanno ricevuto in eredità dal padre uno stabile fatiscente con diversi appartamenti, tutti locati a canone fisso. I due, gretti, avidi, meschini, tiranneggiano gli inquilini, sopratutto dopo la proposta di un’immobiliare, che vuole acquistare lo stabile per una somma enorme, 500 milioni pro capite, con l’unico vincolo del palazzo libero da inquilini. La morte sospetta del loro gatto porta i due all’azione: spiando i condomini, cercano di capire quali vizi possano nascondere, in modo da trovare finalmente il casus belli che permetta loro l’agognato sfratto. Il primo a fare le spese della perfida e laida coppia di guardoni è un disgraziato commissario di polizia, che finirà per passare attraverso una montagna di guai sia con i suoi superiori sia con la stampa.
Dalila Di Lazzaro
Amedeo e Ofelia iniziano così un’attività voyeuristica, che li porta a scoprire un piccolo bordello installato in uno degli appartamenti, frequentato da insospettabili avventori e da altrettanto insospettabili prostitute, fino alla scoperta (non casuale, ma costruita) di una improbabile centrale dello spaccio della droga, gestito da un gruppo di orchestrali in pensione.
Con il ricatto e con altri mezzi sporchi, i due riescono a mandar via quasi tutti gli inquilini. Sarà la scoperta di un omicidio a provocare un’ accelerazione degli eventi, e alla fine i due finalmente si ritrovano con lo stabile sgombro. Ma il diavolo fa le pentole, dimenticando i coperchi…….
Il gatto è un film grottesco, un classico lavoro alla Comencini, che assomiglia in maniera sinistra a Fratelli coltelli, film di molti anni successivo. Un prodotto in cui è difficile trovare un solo personaggio raffigurato in chiave positiva, a cominciare dai due avidi e amorali protagonisti, Amedeo-Ugo Tognazzi e Ofelia-Mariangela Melato, che si odiano, si disprezzano ma trovano nell’interesse un legame più forte del vincolo del sangue. I due usano mezzi bassi per muoversi comunque tra bassezze e miserie, in un universo costellato solo da persone alle quali non fanno difetto di certo le peggiori caratteristiche degli uomini.
Meschinità, grettezza, arrivismo, tutto il peggio delle qualità negative racchiuse in un microcosmo, uno stabile che è decrepito e fatiscente come la moralità di coloro che lo abitano, proprietari inclusi. La storia del gatto diventa quindi un pretesto per una frustata generale, inferta da Comencini nel suo classico stile, anche se non così appariscente come per esempio nel citato Fratelli coltelli o nel ben più nichilista L’ingorgo, storia in cui proprio le qualità negative dei protagonisti diventano il centro della storia. La similitudine più azzeccata potrebbe essere, fatta salva l’ambientazione, il sottoproletariato, con il film di Scola Brutti sporchi e cattivi: un’umanità resa cinica ed egoista, vista attraverso quella che sembra essere la molla principale delle mosse umane, l’interesse. Comencini forse non graffia come altre volte, scegliendo di rimanere in bilico tra la commedia nera, la farsa, infarcita di grottesco e di situazioni al limite del surreale.
Il gatto ha il suo limite proprio nell’essere monocorde, nel suo volere ad ogni costo dipingere in grottesco i personaggi del film stesso, rendendoli una massa amorfa di gente senza scrupoli, dignità o valori. Alla fine proprio le situazioni che si vengono a creare nel film diventano troppo macchinose: l’onorevole con la villa al mare accusato di aver avuto una relazione gay con un suo cameriere e di averlo ucciso, la ragazza dell’attico, cinica e amorale, che alla fine esce unica vera vincitrice dalla storia, i due stessi protagonisti principali, per i quali lo spettatore prova immediatamente repulsione e antipatia, caricaturizzati come sono, sin dal loro odioso dialetto milanese importato nella capitale. Un film quindi riuscito in parte, in cui le situaioni comico grottesche si accavallano, ma senza un ritmo ben definito. Un discorso a parte lo merita il cast, di rispetto: se Ugo Tognazzi e Mariangela Melato riescono, in qualche modo, a dare l’esatta dimensione della meschinità e dell’avidità ai loro personaggi, lo stesso non si può dire di Dalila Di Lazzaro, davvero a disagio nel ruolo della complessa inquilina dell’attico, così come poco convincente appare Philippe Leroy nei panni di in equivoco sacerdote. Il resto del film è popolato da caratteristi, che svolgono come possono il lavoro richiesto.
Film quindi in bilico tra luci ed ombre, comunque da vedere, come ogni prodotto del grande regista
Il gatto, un film di Luigi Comencini. Con Ugo Tognazzi, Philippe Leroy, Mariangela Melato, Dalila Di Lazzaro, Aldo Reggiani, Michel Galabru, Jean Martin, Matteo Spinola, Mario Brega, Adriana Innocenti, Armando Brancia, Raffaele Curi, Fabio Gamma, Bruno Gambarotta
Commedia, durata 115 min. – Italia 1977.
Ugo Tognazzi: Amedeo Pegoraro
Mariangela Melato: Ofelia Pegoraro
Dalila Di Lazzaro: Wanda
Michel Galabru: commissario Francisci
Jean Martin: avv. Legrand
Aldo Reggiani: Salvatore
Adriana Innocenti: Principessa
Armando Brancia: capo della polizia
Philippe Leroy: Don Pezzolla
Angelo Matacena: Garofalo
Bruno Gambarotta: l’avvocato dell’immobiliare
Luigi Comencini: vecchio violinista
Mario Brega: killer barbuto
Raffaele Curi: se stesso, telecronista
Fabio Gamma: la guardia del corpo di Garofalo
Matteo Spinola: speaker televisivo
Vittorio Zarfati: anziano al processo
Pino Patti: portiere dello stabile
Franco Santarelli: il brigadiere
Nerina Di Lazzaro: sig.ra Tiberini
Lino Fuggetta: sig. Tiberini
Regia Luigi Comencini
Soggetto Rodolfo Sonego
Sceneggiatura Rodolfo Sonego, Augusto Caminito, Fulvio Marcolin
Produttore Sergio Leone
Casa di produzione Rafran Cinematografica
Distribuzione (Italia) United Artists Europa
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danda Ortona
I viaggiatori della sera
Orso scoppiato, nome d’arte di Galli, un maturo Dj, e Niky, sua moglie, hanno raggiunto i 50 anni. In virtù delle leggi esistenti nel loro futuristico paese, devono lasciare l’attività, la casa e la famiglia, per recarsi un un villaggio residenziale nel quale soggiornare durante la vecchiaia. In realtà tutti gli over 50 vengono inviati nel villaggio per essere, uno dopo l’altro, eliminati fisicamente, tramite un gioco crudele che assomiglia al mercante in fiera.
Niky e Orso partono così da casa loro in compagnia dei freddi, gelidi figli Anna Maria e Francesco, con il fglio di Anna Maria, Gian Luca. L’arrivo nel villaggio crea due diversi stati d’animo nei coniugi; mentre Orso in qualche modo si rassegna alla situazione, Niky decide di staccarsi da tutto quello che era il bagaglio di esperienze, cose e affetti che aveva nella vita fuori dal villaggio. Così si lascia andare a esperienze sessuali con un giovane addetto del villaggio prima, e con un vecchio conoscente poi.
Ferito, Orso reagisce intrecciando a sua volta una relazione con la giovane Ortensia, anche lei addetta alla sorveglianza. Ma Ortensia è anche un’appartenente ad una organizzazione segreta che ha lo scopo di salvare gli “anziani”, e che infatti salva proprio Orso da una morte sicura. Viceversa il tragico gioco del mercante in fiera destina alla crociera della morte, come viene chiamato il premio in palio per i vincitori, proprio Niky.L’organizzazione prepara una fuga in massa di anziani, ma tutto sarebbe vanificato se non fosse per l’intervento di Orso che, distraendo il personale, rapisce suo nipote Gian Luca. L’uomo porta il nipotino in giro per un vecchio e polveroso museo, spiegando al bambino, con voce ironica, ma velata di tristezza, com’era anni addietro la vita degli esseri umani. Ma il bambino, forse per gioco, forse no, giocando con la rivoltella del nonno, lo uccide.
Tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, I viaggiatori della sera, diretto da Ugo Tognazzi nel 1979, è un crudele, nichilista apologo sulla vecchiaia. Ricorda, in alcune parti, il futuristico La fuga di Logan, almeno nella parte che riguarda il gioco scelto come metodo di selezione dei condannati a morte, che nel caso del film diretto da Michael Bay era il Carrousel, e che invece in questo film è un ben più banale e atroce mercante in fiera.
Un film drammaticamente tetro, intervallato soltanto da qualche breve battuta di Orso, un superbo Ugo Tognazzi, che ha come compagna, nel film, una insospettatamente brava Ornella Vanoni, asciutta e cupa, in perfetta sintonia con il dramma a cui assistiamo. Un film non perfettamente riuscito, sopratutto nelle parti in cui Tognazzi si lascia prendere la mano da un eccesso di stigmatizzazione della società in cui vivono i personaggi, senza approfondire in alcun modo i perchè delle scelte dei giovani, che rinunciano sic et simpliciter, di colpo, al patrimonio di conoscenze, di saggezza degli anziani.
Che poi, in effetti, anziani non sono, come dimostra il limite dei 50 anni in base al quale si viene destinati alla morte sicura. Viiceversa riuscita è proprio la parte che riguarda i rapporti tra i giovani, visti in un’ottica fredda, quasi allucinata, in cui emergono ritratti di personaggi aridi, distaccati, quasi gelidi nei loro comportamenti inumani, simboleggiati per esempio dai due figli della coppia, ansiosi di liberarsi di quello che per loro è diventato un evidente epso. La disinibita, spontanea Niky, naturista convinta, oppure Orso, che usa termini “volgari e beceri”, come tiene a sttolineare Anna maria, sono, nel film, i residui di un mondo dissolto.
Il mondo dei giovani è fatto di rapporti interpersonali assolutamente distaccati: fanno sesso come delle macchine, non hanno emozioni, accettano come una Nemesi il dover trapassare a miglior vita alla soglia dei 50 anni. Viene da chiedersi, però, quanto abbiano contribuito i loro genitori, se la colpa sia solo della società, o piuttosto se non ci sia una grossa parte di responsabilità degli stessi. Domande che non trovano ovviamente risposte, visto che il film si muove in una direzione ben precisa, il racconto del percorso di Niky e Orso, un percorso che si concluderà tragicamente.
Il finale lascia comunque aperto uno spiraglio di speranza: Orso rinuncia alla sua vita, in fondo, pur di lasciare una speranza al gruppo di Ortensia, una giovane che non vuole il mondo in cui è costretta a vivere, che non accetta lo status quo. Da segnalare infine la buona prova di Corinne Clery nel ruolo di Ortensia.
In definitiva un gran bel film, asciutto e teso, in cui ad alcune carenze strutturali Tognazzi sopperisce con un insospettato mestiere, dirigendo bene i vari attori e sopratutto dando ritmo e sostanza al racconto.
I viaggiatori della sera,
un film di Ugo Tognazzi. Con Ugo Tognazzi, Ornella Vanoni, Roberta Paladini, Leonardo Benvenuti, William Berger, Corinne Cléry, Pietro Brambilla, Manuel De Blas, José Luis Lopez Vazquéz, Deddi Savagnone, David Fernandez
Fantastico, durata 111 min. – Italia, Spagna 1979.
Ugo Tognazzi: Orso
Ornella Vanoni: Nicki
Corinne Clery: Ortensia
Roberta Paladini: Anna Maria
Pietro Brambilla: Francesco
José Luis López Vázquez: Simoncini
William Berger: Cochi Fontana
Manuel de Blas: Bertani
Deddi Savagnone: Mila
Leo Benvenuti: Zafferi
Davide Fernández: Anton Luca
Regia Ugo Tognazzi
Soggetto Umberto Simonetta (romanzo)
Sceneggiatura Ugo Tognazzi, Sandro Parenzo
Musiche Xavier Battles,Toti Soler
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
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Il commissario Pepe
Siamo nella provincia veneta, a Bassano del Grappa, paese che non viene menzionato mai nel film, ma riconoscibile dalle immagini. Il commissario Pepe, arguto e tranquillo funzionario di polizia, si è adattato in qualche modo ai ritmi della vita di provincia, anche sul lavoro. Routine di ordinaria amministrazione, la sua, in una cittadina in cui sembra non accadere mai nulla, e in cui il massimo della turbativa dell’ordine pubblico sembra essere rappresentato da qualche ubriaco e dalla figura ambigua di un reduce di guerra, privo delle gambe, che sembra essere a conoscenza dei segreti intimi degli abitanti.
Un giorno al commissario arriva l’ordine di indagare su alcuni fatti che hanno a che fare con la morale pubblica; a malincuore Antonio Pepe inizia le indagini, scoprendo che sotto la quiete della cittadina si agitano turpi vizi, storie boccaccesche, prostituzione e persino atti di pedofilia e omosessualità.
Lo sconcertato commissario, che ha una relazione segretissima con Matilde, una bella ragazza del posto, si imbatte in Silvia, una studentessa minorenne legata ad uno squallido personaggio che si prostituisce un pò per noia e un pò per amore, in una suora che ha atteggiamenti lesbici nei confronti di una sua allieva, in una nobildonna che organizza strani festini, nella sorella di un collega della polizia che fa una vita mondana,
industriali che frequentano minorenni e dulcis in fundo, scopre che Matilde, la sua donna, in realtà durante le assenze per lavoro, a Milano, posa per delle foto pornografiche con il soprannome di Yolanda. L’amareggiato commissario, che ha raccolto un sostanzioso dossier sui vizi della cittadina, parla con il suo superiore, che lo invita a fare piazza pulita solo dei pesci piccoli, risparmiando notabili e persone in vista, per non turbare l’ordine sociale e sopratutto per evitare, in campagna elettorale, un grosso scandalo.
Una mattina Pepe, recatosi davanti alla locale chiesa, vede entrare tutti i personaggi coinvolti nello scandalo per partecipare alla messa; appare chiaro che i potenti hanno una vita regolamentata dall’ipocrisia. Commettono i peggiori peccati, salvo poi confessarsi e riprendere tutto come prima. Pepe, che dovrebbe a questo punto mandare sotto processo i piccoli, probabilmente i meno colpevoli, sceglie di non scegliere; brucia il dossier raccolto faticosamente, rassegna le dimissioni e si reca a prendere Matilde dalla stazione.
Ma quando arriva il treno, lui non aspetta la donna: si incammina triste e solitario sul viale della stazione, rivlge un’occhiata alla camera e con sguardo triste e malinconico dice ” E voi? Siete tutti leoni? ”
Il commissario Pepe, film del 1969 diretto da Ettore Scola è uno splendido affresco della vita di provincia, quella provincia italiana laboriosa ma anche viziosa sotto il suo manto di perbenismo; è una denuncia, amara e malinconica, del sistema di potere che garantisce ai forti l’impunità su qualsiasi cosa, che sia un reato morale o più grave.
Antonio Pepe, che ha una dignità, una moralità adattabile si, ma scevra da compromessi, alla fine sceglie la via più difficile, quella di non scegliere, lasciando al suo sostituto il compito di riaprire le indagini o far finta di nulla. Dovrà essere lui, il suo successore a decidere, commenta amaro nel finale: se sarà peggiore di lui dovrà accettare quello che lui non ha voluto subire , incriminerà i pesci piccoli salvando i potenti; se sarà migliore di lui farà quello che lui non ha avuto il coraggio di fare, cioè incriminare tutti senza favoritismi.
Antonio Pepe è interpretato in maniera ineguagliabile da Ugo Tognazzi, che presta il suo volto, la sua recitazione, al malinconico personaggio di Scola; malinconico si, ma anche arguto, ironico ,a tratti sarcastico. Interpretazione tra le migliori in assoluto di un grande attore, capace di cogliere le minime sfaccettature dei personaggi. Altrettanto brava è Silvia Dionisio, giovanissima, che interpreta la equivoca studentessa Silvia, così come brava è Marianne Comtell, che interpreta Matilde, fidanzata all’apparenza perbenista del commissario.
Cameo per Rita Calderoni, la giovane circuita dalla sua superiora, e per Elsa Vazzoler, nel ruolo di una simpaticissima mondana in pensione. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Ugo Facco de La Garda, e a distanza di 40 anni è godibile come quando uscì.
Il commissario Pepe,un film di Ettore Scola. Con Ugo Tognazzi, Giuseppe Maffioli, Silvia Dionisio, Marianne Comtell, Elsa Vazzoler,Pippo Starnazza, Gino Santercole, Dana Ghia, Elena Persiani, Rita Calderoni
Commedia, durata 107 min. – Italia 1969.
Ugo Tognazzi: Antonio Pepe
Giuseppe Maffioli: Nicola Parigi
Silvia Dionisio: Silvia
Tano Cimarosa: agente Cariddi
Marianne Comtell: Matilde Carroni
Dana Ghia: Suor Clementina
Elsa Vazzoler: vecchia prostituta
Véronique Vendell: Maristella Diotallevi
Rita Calderoni: Clara Cerveteri
Elena Persiani: Marchesa Norma Zaccarin
Pippo Starnazza: ubriacone
Gino Santercole: Oreste
Nogara Gervasio: Barista dell’hotel
Regia Ettore Scola
Soggetto Ugo Facco De La Garda, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Tatiana Casini Morigi
Musiche Armando Trovajoli
Costumi Gianni Polidori
La Califfa
Irene Corsini e Annibale Doberdò sono due personaggi agli antipodi, sia per livello sociale, sia per il posto che occupano nella società; la prima è la vedova di un operaio ucciso dalla polizia mentre manifestava a Parma, il secondo è dall’altro lato della barricata.
Romy Schneider è Irene Corsini, la Califfa
E’ un padrone, un industriale, il nemico di classe di irene, soprannominata la Califfa per la sua autorità, per la sua determinazione e per il suo coraggio. Tutto divide i due protagonisti della storia; lei è un’operaia, umile e coraggiosa, lui è ricco, ha cultura; ma è anche un industriale fuori dagli schemi, uno che conosce le problematiche del mondo del lavoro, e che vorrebbe riconoscere agli operai i loro diritti.
Ovviamente è osteggiato proprio da quel mondo gretto e chiuso che annovera fra se capitani d’industria rinchiusi dietro i loro meschini interessi di bottega. Sembrerebbe che tra i due mondi, quello di Doberdò e quello di irene non ci sia spazio per il dialogo; e in effetti il primo atteggiamento di Irene nei confronti di Annibale è di completa chiusura, composto com’è da un insieme di pregiudizi antichi.
Ugo Tognazzi è Annibale Doberdò
Ma un giorno l’atteggiamento della donna cambia, quando, durante un acceso dibattito, vede Doberdò tenere testa, con spavalderia, ai suoi stessi amici di lavoro, difendendo posizioni assolutamente impopolari. L’uomo contesta agli altri industriali l’atteggiamento tenuto verso un imprenditore, costretto a fallire e quindi a porre termine alla sua vita suicidandosi. Irene inizia a interessarsi all’uomo, e cminia con lui un dialogo quasi impossibile, burrascoso. Tuttavia, con il tempo, la donna capisce che Doberdò ha davvero degli ideali, anche se non applicabile, e poco alla volta se ne innamora e ne diventa l’amante.
E’ un amore impossibile, tra due mondi inconciliabili. Eppure Doberdò fa u esto eclatante, che però segnerà la sua fine; rileva la fabbrica dell’industriale suicida, e la affida in gestione agli operai. E’ una mossa che il mondo imprenditoriale non può accettare, in alcun modo, perchè segnerebbe un pericoloso precedente e l’inizio di qualcosa dalla portata incalcolabile. Così il potere costituito corre ai ripari e un giorno, all’uscita da un convegno, Doberdò, che è in compagnia della sua amata Califfa, viene ucciso.
La Califfa, diretto da Alberto Bevilacqua , scrittore e girnalista, nel 1971, affronta tematiche molto attuali all’epoca; il conflitto tra calssi sociali, aprticolarmente aspro dopo l’autunno caldo, le rivendicazioni operaie, sposando la causa di questi ultimi, la grezza e miope visione del mondo che ta cambiando irreversibilmente da parte di una classe industriale che non vuol vedere oltre l’uscio della porta.
Ma questo film è anche una storia d’amore impossibile, quell’amore che però può anche vincere distanze siderali, avvicinando due mondi molto distanti grazie alla forza di sentimenti, in grado di abbattere barriere e pregiudizi. Il film è una straordinaria prova di bravura di due grandi artisti,Romy Schneider, bellissima e dolene, e Ugo Tognazzi, assolutamente credibile nei panni dell’onesto industriale. Il commento sono è di quelli da ricordare; il tema del film, di ennio Morricone, è struggente e appropriato.
Un film di Alberto Bevilacqua. Con Ugo Tognazzi, Enzo Fiermonte, Romy Schneider, Marina Berti.
Roberto Bisacco, Massimo Serato, Gianni Rizzo, Gigi Reder, Guido Alberti, Franco Ressel, Nerina Montagnani, Ernesto Colli, Luigi Casellato, Massimo Farinelli, Giancarlo Prete, Gigi Ballista
Drammatico, durata 99 min. – Italia 1970.
* Romy Schneider: Irene Corsini, La “Califfa”
* Ugo Tognazzi: Annibale Doberdò
* Marina Berti: Clementine, moglie di Doberdò
* Roberto Bisacco: Bisacco
* Gigi Ballista: Il Principe Industriale
* Guido Alberti: Il monsignore
* Massimo Serato: L’industriale fallito
* Franco Ressel: Un industriale
* Massimo Farinelli: Giampiero Doberdò
* Giancarlo Prete: Amante di Irene
* Stefano Satta Flores: Un operaio
* Gigi Reder: Cameriere
* Gianni Rizzo: Un industriale
* Nerina Montagnani: Domestica dei Doberdò
* Eva Brun: Moglie dell’industriale fallito
* Luigi Casellato: Questore
* Enzo Fiermonte: Operaio sindacalista
Fotografia: Roberto Gerardi
Montaggio: Sergio Montanari
Effetti speciali:
Musiche: Ennio Morricone
Tema musicale:
Scenografia: Giantito Burchiellaro
Costumi: Luciana Marinucci
Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna di rifiuti. Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo. Insomma, non ti ripulisci più perché, l’onestà di andare in fondo alle cose, chi ce l’ha in questa Italia lazzarona, dove tutti, i loro peccati, li nascondono come beni di contrabbando, solo per puntare il dito contro le debolezze degli altri? Questa è la cristiana carità che io conosco, questo il volersi bene dei fratelli…
Io, invece, una di quelle che badano all’apparenza e poi fanno i comodi allo scuro, non lo sono stata mai: l’Irene Corsini, detta Califfa, quello che ha dentro ce l’ha in faccia e costi quel che costi!
Per questo, chi m’incontrava in quei giorni amari, evitava persino di guardarmi, tanto mi si leggeva in faccia quanto mi accanivo sulla tragedia della mia vita:
“Califfa mia,” mi dicevo “sei proprio arrivata in fondo, peggio di così, solo la galera e la morte!…” E pensare, invece, che ancora tanto dovevo aspettarmi dalla vita.
Nell’anno del signore
Siamo nella Roma papalina, nella prima parte del 1800; il cardinale Rivarola (Ugo Tognazzi), con l’ausilio del colonnello Nardoni (Enrico Maria Salerno), delegato all’ordine pubblico, dirige con pugno di ferro la città.

Enrico Maria Salerno, il Cap. Nardoni
Nino Manfredi è Cornacchia
Ma c’è malcontento tra la gente, e il malcontento si esprime sopratutto tra i liberali, insofferenti al regime imposto dal papa re; il ciabattino Cornacchia (Nino Manfredi), un cinico e intelligente popolano, scopre che don Spada ha deciso di tradire la causa carbonara, e informa il chirurgo Montanari e il giovane Targhini dell’accaduto.

Cornacchia si trasforma in Pasquino
I due così feriscono mortalmente lo Spada, e delle indagini si occupa il disilluso Nardoni. Nel frattempo Giuditta, una giovane e bellissima ebrea (Claudia Cardinale), che vive in casa di Cornacchia ma è innamorata di Montanari, cerca disperatamente di far scappare l’amato.

A sinistra, Robert Hossein è il dottor Montanari
I due vengono arrestati dal colonnello, condotti davanti al ferito e riconosciuti autori dell’attentato. Ne segue un processo farsa, senza alcuna difesa, in seguito al quale i due uomini vengono mandati a morte. Giuditta, sconvolta, accusa Cornacchia di essere un cinico osservatore,che assiste impassibile anche agli unici tentativi di ridare libertà ad un popolo ormai disilluso e privo di reazioni.
Cornacchia rivela alla donna la verità; dietro la sua figura di umile ciabattino, si nasconde nientemeno che Pasquino, l’autore di libelli più temuto dal clero, che usa la penna per sferzare una classe clericale impegnata troppo nel potere temporale e troppo poco in quello spirituale. Nel frattempo a consolare i due condannati a morte viene inviato un umile prete, innamorato della sua fede e della sua missione, che cerca di convincere i due ad accettare i sacramenti religiosi;

Ugo Tognazzi, sua eminenza Rivarola
il frate ( uno strepitoso Alberto Sordi) perorerà la salvezza dei due presso il cardinale Rivarola, ma inutilmente. Ne ricaverà una lezione di cinismo abietto, che mostra il senso di decadenza raggiunto dalla chiesa. Per salvare la vita ai due e per amore di Giuditta, Cornacchia arriva a proporre al cardinale Rivarola la consegna di Pasquino in cambio della vita dei due patrioti, inutilmente.
Il cinico cardinale si appresta a far arrestare il ciabattino, che, prudentemente, si rifugia in un convento, chiedendo asilo. I due patrioti salgono così sul patibolo, con Montanari che, scuro e triste, pronuncia davanti a mastro Titta, il famoso boia di Roma, le parole :”buonanotte,popolo”
Nell’anno del signore, aldilà delle sue battute, è un amaro resoconto di un’epoca buia, quella del potere temporale della chiesa, che costituì una delle vergogne della Roma del XVIII secolo; amaro,cinico e crudele come i suoi protagonisti, preda delle loro passioni e vittime, pertanto delle loro scelte. Luigi Magni girò, nel 1969, questo splendido affresco di un’epoca, con un cast stellare;Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Pippo Franco, Robert Hossein, uno splendido e cinico Nino Manfredi, Britt Ekland, sono gli splendidi interpreti di una delle commedie satiriche più belle del cinema italiano. il film divenne campione di incassi e fu il più visto di quell’anno.
Nell’anno del signore, un film di Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Robert Hossein,Enrico Maria Salerno Marco Tulli, Emilio Marchesini, Stefano Oppedisano, Pippo Franco, Britt Ekland, Stelvio Rosi, Renaud Verley. Genere Commedia, colore 105 minuti. – Produzione Italia 1969.
Nino Manfredi: Cornacchia/Pasquino
Enrico Maria Salerno: Cap. Nardoni
Claudia Cardinale: Giuditta Di Castro
Robert Hossein: Leonida Montanari
Renaud Verley: Angelo Targhini
Ugo Tognazzi: Card. Rivarola
Alberto Sordi: Frate
Britt Ekland: Principessa Spada
Pippo Franco: Allievo di Pasquino
Fotografia: Silvano Ippoliti
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Musiche: Armando Trovajoli
Scenografia: Carlo Egidi, Joseph Hurley
Popolo,sei na’ monnezza (Alberto Sordi)
“Ci sei stata a letto? (Cornacchia); “No, per terra”(Giuditta)
“Ti dirà una cosa che al mondo non sa nessuno:secondo me questi giudei sono esseri umani quasi come noi ” (Il cardinale Rivarola)
È il cuore il flagello dei popoli. Se vuoi essere un uomo strappati il cuore dal petto e buttalo lì dove sguazzano le vacche. (Cornacchia)
Li morti pesano. E morti così, senza delitto, con na burla de processo, pesano più peggio, e col tempo diventano la cattiva coscienza del padrone. (Cornacchia)
La bella che guarda il mare | lalala lalala lalala | ha un nome che fa paura | libertà libertà libertà. (Leonida Montanari)
Noi siamo sempre dalla parte giusta. (Rivarola) Pure quando sbagliamo? (Il frate) Soprattutto quando sbagliamo. (Rivarola)
“Cornacchia noi vogliamo solo la libertà.. e anche tu la vuoi..”(Montanari) “Io?… me premen’cappio della libertà.. a che me serve? io quando è giorno m’arzo, quando è ora de magnà me metto a sede, e quando è scuro me ne vado a letto.. io ho il precetto pasquale obbligatorio.. nun bevo, nun betemmio, nun rompo li cojoni…. e voglio bene a una donna che vuò bene a n’artro…. faccio la rivoluzione? io me sputerebben’faccia da me.. eccolo..” (Cornacchia)
Claudia Cardinale
Alberto Sordi
Enrico Maria Salerno
Nino Manfredi
Ugo Tognazzi
Un breve cenno storico sulla figura di Pasquino
Anche una statua può parlare.
Può farlo per secoli,e diventare portavoce di denunce e satira,di sonetti e composizioni alle volte blasfeme,ma assolutamente irresistibili.
Pasquino è la statua che più di tutte ha rappresentato nel corso dei secoli,l’anima più autenticamente goliardica e sarcastica della popolazione romana.
Una statua di età ellenistica,forse del III A.C.,danneggiata e mutilata nel corso dei secoli;eppure sempre li,sin dal giorno del suo ritrovamento,nel 1501,nei pressi di piazza Navona.
Una statua che ha finito per identificarsi anche con la piazza dove,da 5 secoli,sfida le intemperie,piazza Parione,oggi chiamata Piazza di Pasquino.
Perché venne chiamata Pasquino?
Possediamo solo leggende,sull’origine del suo nome.
Secondo alcuni era un calzolaio,divenuto famoso per i suoi versi satirici;secondo altri un taverniere,secondo altri ancora un docente con quel nome,a cui gli studenti,ravvisando una somiglianza con la statua,avevano finito per ribattezzarla goliardicamente.
La statua divenne immediatamente famosa perché qualcuno,con spirito burlesco,lasciò un’epigramma canzonatorio verso un nobile.
Da allora si diffuse l’abitudine di affiggere cartelli,sonetti,poesie in rime,accuse e denunce ai suoi piedi.
I più colpiti erano i prelati,bersaglio della popolazione e degli scrittori si sonetti;ben presto diventarono così numerosi che si moltiplicarono anche i luoghi di esposizione,e nacquero altre statue parlanti.
Ma Pasquino restò la più famosa;si prendevano in giro i papi e i cardinali,si sbeffeggiava la nobiltà e i personaggi famosi.
Celebre rimase la frase “Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”,ovvero quello che non fecero i barbari fecero i Barberini,con chiaro riferimento a papa Urbano VIII,della famiglia Barberini,che aveva fatto asportare i rilievi bronzei del Pantheon per permettere a Bernini la costruzione dell’orrido baldacchino di San Pietro.
Ben presto le pasquinate divennero così pungenti da allarmare sia la santa sede che i suoi notabili;l’esercizio della satira,soprattutto ben dettagliata,con evidente intervento di qualcuno che detestava un suo collega e che riportava pettegolezzi destinati a restare nell’ombra del vaticano,finì per diventare imbarazzante per tutti.
Clamoroso l’episodio di Clemente VII,che morì dopo una lunga malattia;un papa malvisto,tant’è vero che al collo di Pasquino comparve un eloquente ecce qui tollit peccata mundi (ecco colui che toglie i peccati del mondo).,riferito evidentemente al medico che lo ebbe in cura,e che lo curò male,ma che fece,chiaramente,un piacere alla popolazione.
A qualcuno,come Adriano VI,i motti di spirito non andarono giù:definito lingua marcia dai romani,cercò di vendicarsi facendo gettare la statua,cosa che per fortuna non avvenne.
I suoi consiglieri,sicuri che la cosa avrebbe comportato una sollevazione popolare,riuscirono a distorglielo,e Pasquino restò al suo posto.
Ben presto però le pasquinate divennero così insolenti che si rese necessario un intervento del papato,che decise di comminare pene severe a chi avesse contribuito ad appendere al collo della statua qualsiasi scritto di natura satirica.
Cosa che ottenne un risultato assolutamente modesto;gli autori dei versi si moltiplicarono a dismisura,nonostante alcuni di loro,presi in fragrante,fossero stati puniti severamente.
La nascita dei sonetti satirici,tra cui i più famosi divennero quelli del Belli e la contemporanea fine del potere temporale del papato,coinciso con l’unità d’Italia,smorzarono il fenomeno.
Pasquino parlò sicuramente di meno,ma sempre con la sua lingua velenosa e tagliente.
Se ne accorse anche il Duce,quando fece rimettere a nuovo Roma per la venuta del Fuhrer.
Al collo di Pasquino comparve un eloquente:
“Povera Roma mia de travertino!T’hanno vestita tutta de cartone pè fatte rimirà da ‘n’imbianchino…”
Dal blog www.paultemplar.wordpress.com

























































































































































































































































































