Emanuelle e Francoise, le sorelline
Una giovane e bella modella Francoise, tornando a casa da un breve giro in bicicletta, trova il suo boy friend Carlo a letto con un’altra donna; Carlo è un poco di buono, che utilizza la ragazza come un oggetto, obbligandola anche a prostituirsi. La ragazza, umiliata dall’ennesimo tradimento, si getta sotto un treno, lasciando ad una lettera inviata ai genitori il compito di raccontare la sua storia con Carlo. A leggere la lettera è anche Emanuelle, una giornalista con l’hobby della pittura, che decide di vendicarsi dell’uomo seducendolo. Così fa, e dopo averlo agganciato in un ippodromo, lo convince a seguirlo a casa, dove Carlo viene drogato.
Al risveglio l’uomo si ritrova rinchiuso in un angusto stanzino, legato mani e piedi con delle catene; lo stanzino, completamente insonorizzato, ha uno specchio attraverso il quale è possibile vedere all’esterno dello stesso. Da quel momento l’uomo è costretto a vivere come in un incubo le gesta di Emanuelle; la donna inizia a provocarlo spogliandosi davanti allo specchio, poi inizia a portare a casa occasionali amanti.
Il primo è un meccanico, che la donna seduce nella sua officina, seguito poi da una coppia di donne, una delle quali ex amante di Carlo, con le quali la donna intreccia una relazione saffica.
Poi, drogato, assiste ad un banchetto con delle persone, in cui crede di vedere, sotto l’effetto di una potente droga, i commensali cibarsi di carne umana, inclusi piedi, mani e interiora. Subito dopo, sempre preda della droga, a carlo arriva la visione di un’orgia, poi di uno stupro perpetrato con una bottiglia, infine Carlo immagina di uccidere Emanuelle con un’accetta da macellaio.
Emanuelle a questo punto rivela a Carlo di essere la sorella di Francoise, e si appresta ad evirarlo con un bisturi.
Ma l’uomo riesce a liberarsi, e inseguita la donna per le scale, la uccide come nel sogno, con un’accetta/coltellaccio; ma sul luogo del delitto arriva la polizia,e Carlo è costretto a rinchiudersi nello sgabuzzino.
Un fotografo della scientifica mette in moto il meccanismo di chiusura, e Carlo resta prigioniero nello stanzino, urlando disperato.
Dopo un inizio tranquillo e uno svolgimento senza grossi sussulti, Emanuelle e Francoise si accende nell’ultima parte della pellicola, momento nel quale si consumano le emozioni del film, con la selvaggia scena del banchetto cannibale e con la sequenza efferata dello stupro.
Nulla di particolarmente cruento, ma la diligente regia di Aristide Massaccesi, alias Joe D’Amato, riesce a rendere coinvolgente le scene. Il film vive sui flash back del racconto di Francoise, fatto attraverso la sua ultima lettera, delle umiliazioni subite dal suo uomo, che ama comunque. C’è spazio anche per i flash back riguardanti i ricordi di Emanuelle della sorella Francoise, che affiorano nel finale del film, e che rafforzano la volontà omicida della donna.
Il film si mantiene su un buon livello di tensione, anche se D’Amato preferisce virare sull’eros;
nulla di trascendentale, sopratutto alla luce dei film successivi del regista, che subito dopo questo dignitoso prodotto, targato 1975, girerà i film della serie Emanuelle con Laura Gemser prima di dedicarsi alla svolta porno di fine anni 70, culminata nei quattro film girati nei Caraibi, prima di tornare ancora all’horror/thriller con Buio Omega, piccolo gioiellino in perfetto stile splatter.
In Emanuelle e Francoise le sorelline il sesso è un’arma, prima ancora che uno strumento ammiccante al pubblico voyeur; è per questo che le scene di nudo inserite non sono mai seguite, se non in un paio di casi, da amplessi in primo piano. Fanno eccezione le due scene con il meccanico e la sequenza saffica. Nulla di particolare, sopratutto alla luce di quello che sarà il cinema di Massaccesi con e dopo Emanuelle Nera.
Un buon prodotto, non privo di eleganza, sicuramente ben congegnato, tenendo anche conto del cast, che include personaggi di secondo piano, come George Eastman che interpreta Carlo, Patrizia Gori che interpreta Francoise e Rose Marie Lindt, la terribile Emanuelle.

I tempi sono buoni, le immagini ben dirette, discrete le atmosfere create dalle musiche di Joe Dynamo.
Emanuelle e Francoise le sorelline, un film di Joe D’Amato (Aristide Massaccesi), con Rose Marie Lindt, George Eastman, Patrizia Gori,Annie Carol Edel,Maria Rosaria Riuzzi,Massimo Vanni Thriller Italia 1975
George Eastman Carlo
Rosemarie Lindt … Emanuelle
Annie Carol Edel Mira
Patrizia Gori … Françoise
Regia: Joe D’Amato, Bruno Mattei (non accreditato)
Sceneggiatura: Aristide Massaccesi, Bruno Mattei
Produttore: Francesco Gaudenzi
Fotografia: Aristide Massaccesi
Musiche: Joe Dynamo
Un ricordo di Luigi Montefiori
“Ci fu questo Françoise (le sorelline) che si girava nella villa del produttore che stava a cinque minuti da casa mia, se no non lo avrei mai fatto.
Siccome era molto vicino quando mi offrì questo ruolo dissi: “Va bene, lo faccio”.
Però gli dovetti (a Massaccesi, n.d.r.) anche riscrivere parte della sceneggiatura, che non ho mai firmato, perché prima era corto e non funzionava.
Mi inventai quella cosa, che poi in realtà copiai da un altro film*, della stanza di vetro, dove lui viene legato, torturato…”
Salon Kitty
Salon Kitty è il film più controverso di Tinto Brass, girato nel 1975 in due versioni, una per il cinema estero e l’altra per il cinema italiano, vista l’impossibilità di ottenere il visto della censura per un prodotto in cui c’è un’abbondanza di scene ad alto contenuto erotico che sarà superata solo dal Caligola. Va detto subito che Salon Kitty ebbe reazioni assolutamente contrastanti, alla sua uscita, sia dal pubblico che dalla critica specializzata; demonizzato, stronacato, oppure valutato positivamente, pur senza nessun entusiasmo particolare, il film comunque colpì come pochi nel segno, andando a pescare dall’armadio dei ricordi uno degli episodi più oscuri della seconda guerra mondiale, l’esistenza del famigerato Salon Kitty un bordello realmente esistente nella Berlino nazista, nel quale spie del partito nazionalsocialista spiavano i ricchi tedeschi o anche i militari nazisti che lo frequentavano.
Theresa Ann Savoy e Tina Aumont
Basandosi sul romanzo di Peter Narden, e adattandolo allo schermo, con molta libertà, Brass racconta la storia di Kitty Kellermann, cantante, soubrette e artista, nonchè tenutaria della casa di tolleranza Salon Kitty, costretta dal tenente delle SS Wallemberg a licenziare le prostitute che lavorano nel bordello in favore di un gruppo di donne appartenenti per la maggior parte alla Germania bene.
Le donne dopo il reclutamento, vengono costrette a mostrare la loro fede nel nazionalsocialismo addestrandosi nel più turpe dei modi, attraverso cioè una serie di perversioni erotiche degne di una bolgia infernale.
Le donne infatti, allo scopo di valutarne le effettive attitudini, vengono sottoposte a incontri erotici aberranti con nani deformi, uomini senza gambe, ebrei, zingari o costrette ad avere rapporti sessuali con animali, rapporti omosessuali e via dicendo, in un crescendo bestiale di depravazione.
Le ragazze del bordello iniziano così a lavorare, non sapendo, però, che le loro gesta erotiche sono solo un paravento: tutto viene spiato, registrato, al fine di scoprire chi, tra i generali, i militari o i potenti abbia la tendenza o idee diverse da quelle del nazismo.
Margherita, una bella e ricca ragazza tedesca, della quale si è infatuato il tenente Wallemberg, conosce un pilota, Hans Reiter, e se ne innamora; quando scopre che l’uomo è stato impiccato per colpa di Wallemberg, la ragazza decide di vendicarsi.
Con l’aiuto di Kitty e di un italiano, Margherita tende una trappola a Wallemberg, che finisce per fare la fine di molte delle sue vittime; verrà infatti ucciso a colpi di pistola in una sauna.
Film molto crudo sopratutto in alcune scene, davvero al limite del guardabile, Salon Kitty ha alcuni pregi e molti difetti: i pregi sono una fotografia asciutta ed essenziale, che incupisce la storia dando un ulteriore tocco di drammaticità al tutto, una recitazione di ottimo livello del cast, decisamente di qualità, che compone il film.
I difetti, molti, sono evidenziati dall’eccessiva lunghezza del film (almeno nella sua versione integrale), con lunghi dialoghi o scene di sesso portate davvero ai limiti della pornografia; vero è che l’azione in pratica si svolge in un bordello, e che quindi un minimo di realismo è lecito.
Ma Brass indugia troppo nel mostrare le perversioni a cui vengono sottoposte le ragazze dell’aristocrazia tedesca, in particolare nella scena del reclutameno, quando tutte le ragazze vengono convocate in un immenso salone, sotto una gigantesca bandiera con la svastica, e costrette ad avere rapporti con i soldati tedeschi che sono presenti.
Scene che durano diversi minuti, così come durano troppo alcune delle scene girate nelle stanze delle ragazze, con la descrizione delle perversioni dei vari generali e colonnelli; lo spazio dedicato a Margherita, vera protagonista della storia, risulta alla fine marginale, sopratutto alla luce della scarsa profondità data a quello che è il personaggio principale.
I nazisti assomigliano troppo a delle macchiette, cosa che in realtà non erano affatto, purtroppo.
Così alla fine il film sembra piuttosto incoerente, quasi che l’eccesso visivo dell’erotismo sbandierato ogni minuto provochi una specie di overdose nello spettatore.
Brass tenta in qualche modo di distingersi da Visconti e dal suo La caduta degli dei, punando troppo sul lato grottesco, la dove il maestro aveva puntato sul lato tragico del nazismo; alla fine il risultato è altalenante, proprio perchè il film manca di un suo stabile equilibrio.
Scrive Morandini :
“T. Brass cava un film per uomini soli con un apporto figurativo di prim’ordine dove bisogna continuamente levarsi il cappello per salutare il passaggio di Visconti, Bertolucci, Cavani, Chaplin, Barbarella, l’Histoire d’O, Arancia meccanica, Cabaret, persino Freaks e la commedia all’italiana.”
C’è del vero, ma le citazioni, da sole, non bastano.
La Cavani con Portiere di notte aveva puntato sul lato oscuro di un rapporto sado masochistico tra una vittima e il suo ex carnefice, con una profondità ben maggiore di Salon Kitty; del film di Kubrick, citato da Morandini, c’è solo la violenza. Una violenza però che non nasce dalla noia, dalla difficoltà di adeguamento alle leggi sociali o come valvola di sfogo di una società malata, come suggerito da Kubrick.
Quella di salon Kitty è una violenza che nasce dalla perversione, da parte di gente che provocò 50 milioni di morti, mentre nel film gli stessi appaiono come una massa di degenerati, capaci solo di emozionarsi davanti alla sfilata delle truppe (il generale che costringe la prostituta che è con lui a mettersi il suo cappello e scimmiottare Hitler) in maniera buffonesca.
La realtà, che conosciamo, è di ben altra natura.
Un film eccessivo, come del resto nello stile di Brass.
Ma è indubbio che Salon Kitty sia un film che fa dell’eccesso la sua bandiera.
E l’eccesso, cinematograficamente, non è mai la scelta migliore.
Due righe sugli attori: bene Helmut Berger e Ingrid Thulin (scritturati da Brass forse in ossequio al film di Visconti o per mere considerazioni commerciali), brava Teresa Ann Savoy, bene anche Bekim Fehmiu, l’Hans Reiter che verrà impiccato, inappuntabile Steiner; brevi apparizioni per Tina Aumont, Paola Senatore,Rosemarie Lindt e Stefano Satta Flores.
Salon Kitty, un film di Tinto Brass. Con John Steiner, Helmut Berger, Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores, Maria Michi, Therese Ann Savoy, Paola Senatore, Tina Aumont, Bekim Fehmiu, Rosemarie Lindt, Gigi Ballista, Clara Colosimo, John Ireland, Giancarlo Badessi, Malisa Longo, Paola Maiolini, Gengher Gatti, Alena Penz, Sara Sperati, Aldo Valletti, Salvatore Baccaro, Luciano Rossi
Drammatico, durata 130 min. – Italia 1975.
Helmut Berger … Helmut Wallenberg
Ingrid Thulin … Kitty Kellermann
Teresa Ann Savoy … Margherita
John Steiner … Comandante SS
Sara Sperati … Helga
Maria Michi … Hilde
Rosemarie Lindt … Susan
Paola Senatore … Marika
John Ireland … Cliff
Tina Aumont … Herta Wallenberg
Alexandra Bogojevic … Gloria
Dan van Husen … Rauss
Stefano Satta Flores … Dino
Bekim Fehmiu … Hans Reiter
Luciano Rossi … Dr. Schwab
Gianfranco Bullo … Wolff
Gigi Ballista … Generale
Margherita Horowitz … Madre di Margherita
Alain Naya … Ufficiale tedesco
Clara Colosimo … Cuoca
Malisa Longo … Kitty Girl
Annie Ross … Kitty Kellermann (voce cantante)
Salvatore Baccaro Prigioniero (uncredited)
John Bartha … Agente Gestapo (uncredited)
Tom Felleghy … Agente Gestapo (uncredited)
Tito LeDuc … Frankie (uncredited)
Pietro Torrisi … Zingaro tatuato (uncredited)
Regia: Tinto Brass
Soggetto: Peter Norden (romanzo), Antonio Colantuoni, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Sceneggiatura: Tinto Brass, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Produttore: Ermanno Donati, Giulio Sbarigia (Coralta Cinematografica)
Fotografia: Silvano Ippoliti
Montaggio: Tinto Brass
Musiche: Fiorenzo Carpi, José Padilla, Bruno Nicolai
Scenografia: Ken Adam
Costumi: Jost Jacob,Ugo Pericoli

Sul Davinotti, sito sul quale scrivono appassionati di cinema, ho letto questi commenti che trascrivo:
“Estenuante ed eccessivo (specie nella lunghezza) pasticcio erotico di marca brassiana che sprizza cattivo gusto da tutti i pori. Il “merito”, si fa per dire, è da dividere a metà tra regia e sceneggiatura. Il plot è solo una scusa per mostrare nudità e perversioni assortite oltre che per assecondare il voyeurismo del regista. La rappresentazione dei nazisti poi è oltre modo macchiettistica ed inverosimile. A tratti poi, come spesso accade nei lavori di questo regista, il film è inutilmente volgare e sopra le righe.”
Oppure:
“Orgia di kitsch, feticismo d’accatto e perversioni nazi-sado-maso da banco dei remainders cucite addosso a una trama inconsistente, che diventa risibile quando vuol mostrare la presa di coscienza della puttana innamorata e la conseguente vendetta. Una caduta degli dei for dummies sporcaccioni, in cui sono coinvolti purtroppo attori come Berger e Thulin, anche se è a quest’ultima che si deve l’unico momento da salvare (il ballo double-face) in questa pellicola di rara bruttezza e volgarità.”
La signora della notte
Una classica coppia borghese, con lui, Marco, preciso e ordinato, anche per via della sua professione (è un ingegnere) e con lei, Simona, insegnante di ginnastica aerobica a fare la brava mogliettina docile e fedele. Quadro idilliaco destinato a mutare quando una sera, rientrando dalla consueta passeggiata con il suo cagnolino, Simona viene assalita e violentata da un giovane. La violenza, lungi dal traumatizzarla, si trasforma in una rivelazione: la donna scopre di provare piacere durante il rapporto con il giovane, esplorando quindi una nuova dimensione della propria sessualità.
Da quel momento il quadretto idilliaco cambia visceralmente; la donna inizia ad accettare le varie avance che le vengono offerte, anzi, inizia a provare un sottile piacere nel provocare reazioni nei maschi che incontra. Così assistiamo ad un incontro tra Simona e un suo amante impegnati in un focoso amplesso in auto, a quello con un cacciatore in una toilette, dove la donna, prima di congiungersi con l’uomo, pratica una fellatio con conseguente masturbazione al fucile dello stesso.
A lungo andare la donna si trasforma quindi in una Signora della notte, periodo temporale in cui ama trasgredire per ricavarne perverso piacere. Le cose cambiano quando Marco finalmente si rende conto delle relazioni extraconiugali della donna. Ne segue un violento litigio, con tanto di ceffoni, che ha come conseguenza la separazione tra i coniugi. Ma tra i due, evidentemente, c’è qualcosa di più profondo, così Marco saprà riconquistare l’amore ( e la fedeltà? ) della moglie, usano un escamotage.
Questo in breve il plot di La signora della notte, film di Pietro Schivazappa, autore non particolarmente prolifico fino al 1985, data di uscita di questo film erede della commedia sexy all’italiana, ormai divenuta border line della commedia softcore. Il regista, autore tra l’altro del buon Femina ridens, girato nel 1969 con la Lassander e Leroy e di Una sera c’incontrammo, commedia grottesca con Dorelli e la compianta Fran Fullenwider sceglie la via più facile per portare sugli schermi un’operazione ad assoluto scopo commerciale, ovvero spingere tutto, dai dialoghi alle immagini, sul sesso spinto e sulle giunoniche forme di Serena Grandi, di li a poco valorizzata ulteriormente dal famoso Miranda di Tinto Brass.
Il film non ha alcuna dote particolare; la Grandi gira nuda in lungo e in largo, esponendo le burrose forme e producendosi in amplessi vari, inclusa qualche variazione Sul tema come nel caso della scena descritta della fellatio al fucile. La trama quindi viene piegata alla necessità di mostrare quanto più possibile del corpo della stessa Grandi, all’epoca del film in forma straordinaria. La ventisettenne attrice bolognese si impegna al meglio; ma la sua è una recitazione di tipo corporale, e non poteva essere altrimenti vista la trama del film. A parte la sua presenza e quella di Tiberio Mitri e di Stanko Molnar, il cast non si segnala se non per la latitanza da un minimo accettabile di sapienza recitativa.
Alla fine lo spettatore va via dalla sala cinematografica convinto di essersi imbattuto in un onesto film erotico che nulla ha a che fare con il cinema vero, con l’aggravante che la parte voyeuristica della pellicola si limita all’esposizione, in tutte le salse, delle abbondanti natiche e degli oltraggiosi seni fuori misura di una Serena Grandi che recita solo con il corpo.
Probabilmente alla stragrande maggioranza del pubblico stesso la cosa resta totalmente indifferente; dopo 15 minuti di pellicola l’interesse per la storia precipita a zero, poi sotto zero, e gli unici momenti in cui la tensione sale sono quelli in cui ci si appresta alla nuova avventura erotica dell’insoddisfatta Simona.
Film inutile e mortalmente noioso, quindi; Schivazappa, che dopo questo film girerà solo opera per la tv, si commiata dal cinema con un film che non meriterebbe nemmeno i commenti prolissi come questo.
Per una volta scrive bene un recensore del famoso sito cinematografico che così spesso contesto per le inesattezze dei plot narrati:
“Serena Grandi è una moglie insoddisfatta che si concede ad amanti occasionali per sfuggire alla monotonia della vita coniugale. Storiellina esile confezionata su misura per le gustose esibizioni della protagonista. Involontariamente umoristico il finale (i coniugi ritrovano un equilibrio quando fanno l’amore per procreare, e non per esclusivo piacere).”
Ultima annotazione: faccio eccezione alla regola e non attribuisco un voto alla pellicola.
Anzi, faccio di meglio; ignoro la pessima idea che ho avuto perdendo un’ora e mezza davanti ad uno schermo per guardare un prodotto così indignificante e scialbo.
La signora della notte, un film di Piero Schivazappa. Con Serena Grandi, Tiberio Mitri, Fabio Sartor, Stanko Molnar, Francesca Topi
Commedia, durata 93 min. – Italia 1985.


Serena Grandi: Simona
Fabio Sartor: Marco
Francesca Topi: Giuliana
Tiberio Mitri: Il barista

Regia: Piero Schivazappa
Sceneggiatura: Galliano Juso, Piero Schivazappa
Produzione:San Francisco Metro Film
Distribuzione:Medusa Distribuzione-Videogram
Montaggio: Daniele Alabiso
Scenografia: Bruno Amalfitano
Fotografia: Giuseppe Ruzzolini
Musiche: Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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“Il film esibisce subito le credenziali: finiti i titoli di testa, si comincia con un congiungimento carnale. In auto, scomodissimo, da tergo. La media con cui questi congressi si susseguono è di uno ogni 7 minuti. Gli intervalli sono spesso riempiti da lezioni collettive di ginnastica aerobica che sono, discretamente allusive, simulazioni degli stessi. (¿) Il contenuto evidente del film è il masochismo. Schivazappa, regista colto, non trascura un’allusione: canna da fucile, bossolo che s’infila nella canna, bottiglia ecc. Il suo contenuto latente è la fallocrazia al livello più basso. Li conoscete quei maschietti che, sfusi o in compagnia, preferibilmente di sera, apostrofano per la strada le signore sole dicendo: ‘Ven scià che t’aduperi’, vieni qui che ti adopero, nei dialetti dell’Alta Lombardia, oppure con altre introduzioni altrettanto esplicite? Quella è l’ideologia di ‘La signora della notte’. Cinema minimale come quello dei fratelli Lumière, il porno riproduce sempre una scena delle origini: l’ingresso del treno nella stazione della Ciotat. Ma non si tratta più dello stesso treno né delle stesse stazioni.” (Morando Morandini, ‘Il Giorno’, 15 Aprile 1986)
“Il titolo, dunque, sta a simboleggiare la parte celata della donna, il suo lato notturno, sviluppato in una chiave che sintetizza Bataille, Reich e anni di autocoscienza femminista. Ma se gli intenti sono validi, dove il film rivela il suo lato debole è proprio nel discorso per immagini, ovvero nel compiacimento che lo spinge ai limiti del pornografico. Non c’è volgarità, tuttavia le situazioni era meglio suggerirle che costruirle così dettagliatamente: ne avrebbe guadagnato, in termini di spessore quasi psicanalitico, l’intera storia. Peccato, perché la pellicola rischia di farsi una fama da luci rosse (e, invece, è tutt’altra cosa, nonostante la pulita regia di Paolo Schivazappa e l’interpretazione solare di Serena Grandi (ma qui, a differenza del personaggio di Miranda, e di una solarità solcata da dubbi ed angosce). Gli altri interpreti sono Fabio Sartor (Marco), Alberto Di Stasio, Francesca Topi, Stanko Molnar e, in una breve apparizione, Tiberio Mitri.” (‘Il Tempo’, 15 Marzo 1986)
“Nel sottosuolo del film ci sarà anche il proposito di fotografare le smanie di certi sposi, e soprattutto di frugare nell’inconscio di signore che preferiscono essere prese con la violenza, ma poiché le ragioni della bottega prevalgono sull’ambizione dell’autore la superficie è d’una tristezza e monotonia senza fine: un susseguirsi di contorsioni sessuali, nei luoghi più vari, con dimenìo di bacini, parole sconce di circostanza e appropriate scritte sui muri, tette e pubi in libertà, e per ciliegina un uso improprio delle bottiglie di birra. Dispiace molto che un regista come Piero Schivazappa, dimentico dei suoi meriti di documentarista televisivo, per tornare al cinema dopo dieci anni si sia andato a impantanare in questa storia di gemiti e cosce, servita da dialoghi banalissimi nella loro scabrosità e da interpreti di terza fila. L’accoglienza riservatagli dal pubblico si condensa negli schiamazzi di chi, in sala, lamenta il dimagramento della protagonista rispetto a Miranda, e fra le comparse riconosce il pugile Tiberio Mitri.” (Giovanni Grazzini, ‘Il Corriere della Sera’, 13 Aprile 19
Miele di donna
Una giovane donna attraversa la città assolata, sale sulla sua Golf cabriolet e si ferma davanti ad una villa elegante; l’insegna sulla porta ci informa che si tratta della Chirone editrice.
La donna suona e ad aprire arriva un signore elegante, l’editore Chirone. La donna estrae una pistola e obbliga l’uomo ad entrare in casa; poi, dopo aver chiuso ermeticamente tutte le finestre,costringe l’uomo a sedersi e gli porge un manoscritto, costringendo Chirone a leggerlo a voce alta.
Il manoscritto racconta le vicende di Anny, una giovane all’apparenza candida, che giunge nella pensione Desiderio proveniente da un posto non citato.
All’interno della pensione è accolta dalla procace proprietaria, che la mette a suo agio.
Poco alla volta Anny fa conoscenza con le strane, sopratutto stravaganti persone che sono pensionate nella struttura; si parte da Ines, una giovane governante maltrattata dalla proprietaria (scopriremo poi che è sua sorella), per passare ad uno strano e elegante maestro di ballo, passando per un affascinante sconosciuto che abita una stanza perennemente immersa nel buio nella quale non fa altro che esercitarsi nel coltivare la migliore forma fisica, per finire con una strana donna vestita come una dark lady che in seguito si rivelerà essere una donna dominante con velleità sadiche.
La ragazza, alla fine, scoprirà la sessualità grazie al misterioso culturista.
Di colpo tutto si interrompe, e si scopre che quello di Anny era solo un sogno.
Non solo; la scrittrice con la pistola non ha minacciato l’editore casualmente.
Lei è la compagna (o forse la moglie, il film non lo spiega) dell’editore; i due in pratica hanno creato un nuovo gioco delle parti per rivitalizzare il loro rapporto.
Letta così, la sceneggiatura sembra semplice e lineare, anche se un pochino sempliciotta.
In pratica le cose stanno diversamente, perchè dopo abbondanti 15 minuti, passati tra le schermaglie che intercorrono tra l’editore e la scrittrice, ci troviamo proiettati in un film quasi incomprensibile nelle sue vere motivazioni.
Il percorso di Anny, che sembrerebbe un percorso iniziatico, propedeutico a qualcosa di indefinito, si trasforma in un incomprensibile vagabondare tra le stanze della pensione Desiderio, in cui vive gente che si muove come in sogno, senza motivazioni e senza passato. Chi è la proprietaria della pensione, cosa fa effettivamente nella stessa? Perchè maltratta sua sorella, che relazioni ci sono tra i vari avventori? Ma la domanda principale resta una: chi è Anny, da dove viene, qual’è il suo passato?
Domande che potrebbero non avere un senso qualora l’intento del regista, Gianfranco Angelucci sia stato quello di raccontare con l’ausilio di una storia blandamente erotica, che ricorda alla lontana l’iniziazione erotica di O, la protagonista di Histoire d’O, un percorso similare fatto dalla ingenua Anny all’interno della pensione Desiderio.
In questo caso il film non centra nessuno dei suoi obiettivi, trasformandosi in una noiosissima storia senza capo ne coda usata come pretesto per giustificare la storia esistente tra i due veri protagonisti, l’editore e la scrittrice, che forse usano la stessa per tenere sveglio il loro legame.
Qualunque sia l’intento di Gianfranco Angelucci, il film, nonostante un gran cast, si rivela soporifero oltre ogni limite consentito; i personaggi, che sembrano muoversi senza alcuna motivazione di fondo, finiscono per perdere di interesse con conseguente trasformazione in tedio da parte dello spettatore.
Eppure il cast è di prim’ordine; a partire da Fernando Rey, l’editore, per proseguire poi con Catherine Spaak, la scrittrice, con Clio Goldsmith, la bella Anny, con Donatella Damiani, dalle forme sovrabbondanti eppure esposte con insolita sobrietà, da Adriana Russo, che è Ines per finire con la solita bella e affascinante
Susan Scott o Nieves Navarro che si voglia e con Luc Merenda, il misterioso pensionante con la fissa del fisico perfetto.
Un cast assolutamente sprecato, quindi, in un film totalmente inespresso in qualsiasi ottica lo si voglia vedere, fatte salve le belle immagini della Goldsmith nature, che da sole valgono la metà del prezzo del biglietto.
Ma solo la metà, però.
Miele di donna, un film di Gianfranco Angelucci. Con Catherine Spaak, Fernando Rey, Clio Goldsmith, Luc Merenda, Adriana Russo, Lino Troisi, Donatella Damiani
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1981.
Clio Goldsmith: Annie
Catherine Spaak: scrittrice
Donatella Damiani: padrona della pensione
Fernando Rey: editore
Luc Merenda: uomo della stanza
Adriana Russo: Ines
Lino Troisi: pensionato
Regia Gianfranco Angelucci
Soggetto Gianfranco Angelucci, Liliana Betti
Sceneggiatura Gianfranco Angelucci, Liliana Betti, Eligio Herrera
Casa di produzione Vogue Film
Fotografia Jaime Deu Casas
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Riz Ortolani
Malabimba
Uno spirito vendicativo, una famiglia poco raccomandabile, in cui tutti i componenti hanno qualcosa di morboso da nascondere, un pizzico di sesso ( eufemismo, perchè di sesso ne vedremo a profusione), poco sangue.
Malabimba è il precursore di un mini genere che includerà pellicole molto scadenti, come La bimba di satana, che sarà un remake virtuale di questo film, o Patrick vive ancora, altro scadente film dedicato a spiriti e forze diaboliche.
Sono i classici ingredienti che mescola Andrea Bianchi in questo Malabimba ( The Malicious Whore ), un film che mescola anche qualche elemento gotico, almeno come ambientazione a qualche elemento horror, rimasto solo nelle intenzioni, visto che di horrorifico c’è solo la scena invero disgustosa della fellatio praticata da Bimba ,ormai posseduta, al vecchio zio paralitico.
Mariangela Giordano è Suor Sofia
La trama si dipana attraverso lo spirito di Lucrezia, una donna vissuta nel castello dove vive l’attuale famiglia proprietaria dello stesso, che, evocata durante una seduta spiritica peraltro abbastanza comica e scombinata, si impadronisce dello spirito della giovane Bimba. da quel momento un’ondata di lussuria sconvolge le vite degli occupanti del castello. La stessa Bimba inizia a cambiare voce, a comportarsi in modo sguaiato e sessualmente provocatorio; sua zia Nais seduce il padre di Bimba e via dicendo.
Nelle due foto: Patricia Webley è Nais
Non è immune dall’atmosfera malsana della casa nemmeno una religiosa, suor Sofia, educatrice dell’adolescente Bimba, che avverte l’oscura presenza di un’entità diabolica. Così, tra un accoppiamento innaturale tra cognati, sguardi maliziosi e gambe aperte in maniera inequivocabile, si arriva al culmine delle manifestazioni possessive, con Bimba che arriva a far morire d’infarto il suo anziano zio paralitico praticandogli una fellatio che almeno lo farà morire contento. In ultimo, Bimba indurrà al peccato anche la povera suor Sofia, costringendola ad un innaturale rapporto lesbico; suor Sofia, capita l’antifona, decide di liberare la casa dallo spirito malvagio facendosi “prendere” dallo stesso. Poi, salita sul punto più alto del castello, si getta nel vuoto. Bimba ora è libera.
Un pò Esorcista, almeno nelle intenzioni, un po pecoreccio, come testimoniato dai numerosi accoppiamenti che si susseguono durante il film, con protagonista la procace Patricia Webley, la famigerata Nais del film, Malabimba dopo un inizio dignitoso, con la solita famiglia italiana che vive nel solito castello diroccato (Balsorano,bellissimo, tra l’altro), scade ben presto nel già visto e nell’erotico più spinto. Chi ha avuto la possibilità di vedere la versione uncut per il mercato straniero ed è affetto da incontrollabile smania voyeuristica, troverà di che consolarsi. Le scene di sesso spinto abbondano, anche se va detto che non vedono coinvolte nè Mariangela Giordano e nemmeno Patricia Webley, chiaramente doppiate negli inserti hard che furono girati ad esclusivo vantaggio del mercato estero.
Un film sicuramente brutto e inutile, proprio per la preponderante presenza di erotismo a scapito della narrazione, che poteva sicuramente avviarsi su ben altri binari. Il mestiere di andrea Bianchi c’è ed è indiscutibile: tuttavia non basta a risollevare di nulla un film confuso e anche noioso, oltre che involontariamente comico in alcuni passaggi.
Malabimba, un film di Andrea Bianchi, con Enzo Fisichella, Katell Laennec, Patricia Webley, Pupita Lea, Elisa Mainardi, Giuseppe Marrocu, Mariangela Giordano– Italia 1979
Katell Laennec … Daniela Karoli
Patrizia Webley … Nais
Enzo Fisichella … Andrea
Giuseppe Marrocco … Fratello di Andrea
Elisa Mainardi … La Medium
Giancarlo Del Duca … Giorgio
Pupita Lea … Madre di Andrea
Mariangela Giordano … Suor Sofia
Regia Andrew White
Sceneggiatura Piero Regnoli
Produttore Gabriele Crisanti
Casa di produzione Filmarte
Fotografia Franco Villa
Musiche Elsio Mancuso, Berto Pisano
Scenografia Giovanni Fratalocchi
Trucco Mauro Gavazzi
La punition
Britt, una bella ragazza insofferente della vita nella provincia francese, decide di andare a Parigi, per dare una svolta alla sua vita; giunta nella capitale, conosce Francoise, una donna molto ambigua, che in cambio di denaro, le fa conoscere l’ancor più ambiguo Manuel.
Costui svolge una vita dal doppio aspetto; in realtà è uno sfruttatore della prostituzione. Infatti gestisce due case d’appuntamento, una delle quali è a Parigi, ed è destinata ad una clientela facoltosa, mentre l’altra, con sede a Lione, è solo un bordello degno dei bassifondi. Britt, che tenta di ribellarsi al suo sfruttatore, passa così dal vizioso giro della ricca Parigi a quello ancor più vizioso di Lione, dove viene custodita da Raymond, mentre intrattiene rapporti sessuali con le persone più pervertite della città. Con il passare del tempo tra Raymond e Britt nasce l’amore.
Così la ragazza riesce a convincere il suo ex carceriere a portarla a Parigi; al gruppo si unisce una donna mentalmente instabile, che, una volta nella capitale, uccide Manuel. Britt e Raymond, convinti di dover fare i conti con l’organizzazione del defunto pappone, fuggono ,ma vengono raggiunti da un emissario dell’organizzazione, pagato dalla madre di Manuel, che uccide Britt.
Giallo con forti connotazioni erotiche, La punition è un film molto convenzionale strutturato attorno ad una sceneggiatura che privilegia la parte erotica piuttosto che quella puramente narrativa. Diretto da Pierre-Alain Jolivet, nel 1973, sfrutta principalmente la bellezza fisica ( e in questo caso anche la discreta recitazione) di Karin Schubert. La parte del lercio Manuel è affidata a Georges Geret, mentre quella dell’ambigua Francoise è interpretato da Claudie Lange. Un film non brutto, ma troppo legato all’erotismo e strutturato attorno alle nudità,peraltro apprezzabili, della bella Schubert.
La punition, un film di Pierre-Alain Jolivet. Con Karin Schubert, Amidou, Georges Géret Drammatico, durata 91 min. – Francia 1973.


Karin Schubert : Britt
Georges Géret : Manuel
Amidou : Raymond
Claudie Lange : Françoise
Anne Jolivet : Gloria
Marcel Dalio : Il libanese
Jacques Destoop : L’avvocato
Marc Doelnitz : L’uomo col pappagallo
Jean-Paul Marin : Germain
Henri Déus : Antoni
Jean Lescot : L’ingegnere
André Dumas : Il promotore
Anne-Marie Coffinet : La giornalista
Albert Augier : L’albergatrice

Regia: Pierre-Alain Jolivet
Sceneggiatura:Xavière,Richard Bohringer,Pierre-Alain Jolivet
Musiche:Bookie Binkley
Fotografia:Bernard Daillencourt
Montaggio:Noëlle Balenci
Production design:Eric Simon
L’infermiera nella corsia dei militari
Grazia, giovane e bella cantante, più che brava, procace, ha una relazione con Johnny, il gestore un tantino losco del night nel quale lavora. L’uomo le chiede di fingersi un’infermiera, per poter recuperare due quadri appartenuti a sua madre, rubati e ora nascosti all’interno della clinica psichiatrica del professor Larussa. Così Grazia entra nella clinica,dove ovviamente abbondano i fuori di testa, inclusi i classici generali e il pittore con qualche dote.

Lino Banfi è il Professor Larussa
La donna è costretta anche a difendersi dalle lunghe mani dei pazienti, oltre che a doversi guardare dal professor Larussa, un uomo che ha problemi con la moglie, che crede frigida. Dopo diverse peripezie, Grazia rintraccia i due famosi quadri, proprio nella stanza di peppino, il pittore fuori di testa. scopre però che non si tratta di due quadri della madre di Johnny, ma di due preziosissimi Caravaggio, rubati, ovviamente.

Alvaro Vitali è il pittore pazzo
Scopre anche che Johnny non ha alcuna intenzione di farla diventare una cantante famoa, ma che intende vendere i quadri e scappare in America con la sua amante. Grazia, così, con l’aiuto dell’assistente di larussa, sventa il piano. Non diventerà una cantante famosa, in compenso troverà l’amore.
Mariano Laurenti, autore di questo L’infermiera nella corsia dei militari, ha diretto, nel corso della sua carriera, una cinquantina di film, quasi tutti appartenenti alla commedia sexy:
Nelle due foto: Nadia Cassini è Grazia
sono suoi alcuni titoli di culto, come Quel gran pezzo dell’Ubalda, La vedova inconsolabile ringrazia quanti la consolarono e Il vizio di famiglia. Lasciata la Fenech, Laurenti punta sulla Cassini, sicuramente molto meno dotata di capacità artistiche, ma fisicamente splosiva, grazie al corpo perfetto. Inserisce nel cast l’onnipresente e bravo Banfi, lo mescola a Alvaro Vitali, Susan Scott, Karin Schubert e Carmen Russo e tira fuori una gradevole commediola, assolutamente insolita nel desolante panorama di fine anni settanta.
Siamo infatti nel 1979, e la crisi del cinema è ormai esplosa a livello quasi mondiale; la stessa commedia sexy ha ormai pochi proseliti, tuttavia Laurenti gira un film in cui qualche risata la si fa, anche se ovviamente siamo al livello tipico di questi film. Tuttavia non è un prodotto da bocciare in toto, non fosse, come già detto, per le discrete battute, una trama una volta tanto non basata solo sulle gag, e per il best cast al femminile che il film propone. Certo, chiedere alla Cassini o a Carmen Russo di recitare è davvero troppo, tuttavia in una pellicola di questo tipo si può sorvolare, accontentandosi di ammirare le perfette forme delle due attrici, di ridacchiare con Banfi e Vitali, il che, con i tempi che correvano nel 1979, non era cosa da poco.
Susan Scott (Nieves Navarro) è Veronica Larussa
L’infermiera nella corsia dei militari , un film di Mariano Laurenti, con Lino Banfi, Nadia Cassini, Paolo Giusti, Enzo Andronico,Elio Zamuto, Karin Schubert,Susan Scott, Gino Pagnani, Alvaro Vitali, Carmen Russo
Commedia, durata 88 min. – Italia 1979.
Nadia Cassini … Grazia Mancini
Lino Banfi … Prof. Amedeo La Russa
Paolo Giusti … Prof. Santarelli
Karin Schubert … Eva
Elio Zamuto … John
Renato Cortesi … Ugolini
Marcello Martana Moretti
Gino Pagnani … Ottavio
Ermelinda De Felice … Suor Fulgenzia
Enzo Andronico … Cav. Galeazzo Gedeone
Carmen Russo … Modella
Alvaro Vitali …. Peppino, Il pittore pazzo
Jimmy il Fenomeno … Il guardiano
Luigi Uzzo … Gustavo – male Nurse
Vittoria Di Silverio L’amante di Johnny
Susan Scott (Nieves Navarro) Veronica Larussa
Regia: Mariano Laurenti
Soggetto: Mariano Laurenti, Francesco Milizia
Sceneggiatura: Mariano Laurenti, Francesco Milizia
Fotografia: Federico Zanni
Montaggio: Alberto Moriani
Musiche: Gianni Ferrio
Desiderando Giulia
Un insolito triangolo amoroso, una femme fatale, uno scrittore in crisi (l’ennesimo), un giovane scrittore rampante che non esita a sedurre la sorella dello scrittore in crisi pur di raggiungere i propri scopi.
In sintesi la trama di Desiderando Giulia è questa; ma ovviamente fermarsi ad un Bignami del sunto non è certo chi si aspetta una descrizione del film. E allora ecco più o meno la trama di questo filmetto realizzato da Andrea Barzini con molta mediocrità e su una sceneggiatura già vista e impalpabile.
Emilio, che vive con sua sorella Amalia, ha da tempo smesso di scrivere; un giorno conosce Stefano, un giovane che vorrebbe diventare anche lui scrittore, e inizia a corregergli quanto scritto fino ad allora. Stefano gli fa conoscere Giulia, una strana donna dal comportamento sfuggente. La ragazza ha una vita quantomeno disordinata; lavora come modella, e si concede evidentemente diverse avventure,
Preso dal vortice della pasione, Emilio si rende ben presto conto che Giulia è per lui una vera e propria droga; ma la donna lo tradisce senza ritegno, inoltre evita accuratamente di legarsi a lui. Così ben presto la storia tra i due diventa un delirio sensuale, al quale Giulia si concede, costringendo però il suo amante ad una serie di umilazioni. Intanto Stefano, che ha sedotto la povera Amalia, inizia a trascurarla e ad allontanarsi anche da Emilio, avendo raggiunto il suo scopo.
Così lo scrittore tenta di consolarsi tra le braccia di Giulia, che inevitabilmente mostra di essere una donna amorale e viziosa; lo coinvolge anche in uno squallido menage a tre, durante il quale Emilio fa a pugni con l’altro lato del triangolo. Giulia mostra inoltre pericolose tendenze non solo alla poligamia, ma inclinazioni verso la droga. Emilio accetta tutto, ma nel frattempo Amalia, delusa, si uccide gettandosi nel mare. Quando Emilio, chiamato dalla polizia, vede il cadavere della sorella, si rifugia nella casa laciatagli dai genitori, dove Giulia lo raggiunge ancora una volta, prima di lasciarlo del tutto.
Film decisamente noioso, mal interpretato, nonostante la rpesenza di Valeria D’Obici e di Sergio Rubini, Desiderando Giulia non sfugge al clichè del film erotico rivestito da una sottilissima patina di ambizioni assolutamente inespresse, permettendo allo spettatore sbadigli a non finire, intervallati dai monumentali nudi di serena Grandi, che fa del suo meglio per mettere in mostra le giunoniche forme, accontentando così almeno la parte voyeuristica dello spettatore.
Il resto è solo noia, sconfinata, in un film che non decolla mai; le premesse, sin dalle prime inquadrature, non ci sono, per cui spettatore avvisato……
Per una volta concordo in assoluto con questo giudizio tratto dal famoso sito che spesso stigmatizzo:
“Da Senilità (1898) di Svevo, già filmato da Bolognini (1962) con Claudia Cardinale, Barzini ha ricavato un film vacuo, decorativo, al servizio del greve erotismo all’amatriciana della Grandi, trasferendo l’azione da Trieste a Roma.”
Sintetico, approvabile sic et simpliciter
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Desiderando Giulia, un film di Andrea Barzini. Con Serena Grandi, Sergio Rubini, Valeria D’Obici, Massimo Sarchielli.Giuliana Calandra, Johan Leysen
Drammatico erotico, durata 92 min. – Italia 1986.
Serena Grandi: Giulia
Johan Leysen: Emilio
Valeria D’Obici: Amalia
Sergio Rubini: Stefano
Regia Andrea Barzini
Soggetto Gianfranco Clerici, Andrea Barzini
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Andrea Barzini, Domenico Matteucci
Casa di produzione Dania Film – Filmes International
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Mario Vulpiani
Musiche Antonio Sechi






















































































































































































































































