I prosseneti
Il conte Davide e sua moglie, la contessa Gilda, a corto di soldi, trasformano la loro lussuosa villa in un postribolo usando come esca giovani ragazze per una clientela speciale.
Si tratta infatti di professionisti preda di perversioni particolari o comunque alla ricerca di cose proibite.
Così nel corso del film vediamo sfilare la giovane Odile, figlia di una donna stuprata e torturata dai mercenari che si prostituisce per rivivere sul proprio corpo (e nella propria mente) le sofferenze della madre e che guarda caso verrà accontentata incontrando un mercenario ancora alla ricerca di sfogo alle sue perversioni sessuali; l’uomo utilizzerà la ragazza come campo di battaglia per una macabra messa in scena di un attacco militare oltre che ovviamente per sfogare le proprie perversioni sessuali.
Juliette Mayniel
Altro personaggio incredibile è Giorgio, un regista teatrale che crea un’allucinante messinscena utilizzando una ragazza, Silvia, pronta a tutto pur di soddisfare il suo maturo cliente così come aberrante è la figura di un ambasciatore che viene lasciato dalla sua donna ed è alla ricerca di una donna che possa in qualche modo incarnarla visivamente.
Tra questi squallidi personaggi ci sono loro, le ragazze, prostitute per scelta, come la diciottenne che partecipa all’orgia finale con un entusiasmo degno di miglior causa e Linda, una ragazza attirata nella villa con la promessa di un lavoro in tv e che verrà invece drogata e indotta a prostituirsi con il ricatto.
Nel finale, un’orgia santifica l’assurda riunione di pervertiti che hanno tentato di acquistare un pezzo dei loro osceni desideri per renderli reali, mentre i due coniugi pensano al domani.
Due fotogrammi con Ilona Staller
I prosseneti, di Brunello Rondi, è un ‘opera profondamente disprezzata dai critici sin dalla sua uscita, nel 1976.
E direi con tutte le ragioni possibili e immaginabili.
Insopportabilmente spocchioso, snob come gran parte del cinema di questo regista, I prosseneti nasconde dietro citazioni colte e un’aria da piece teatrale il vuoto più assoluto, colmato dal regista con una quantità abnorme di scene di nudo e di situazioni scabrose, anche se va detto che nelle versioni televisive del film (probabilmente sforbiciate) la resa delle stesse è attenuata.
Se nella logica cinematografica di Rondi c’era l’intenzione di mostrare il vuoto della classe sociale presa di mira, una specie di borghesia/aristocrazia arricchita e viscida oltre l’immaginabile e di mostrare come contraltare la condizione delle donne, costrette a ruoli di subalternità in nome del dio denaro, quello che vien fuori alla fine è un pasticcio pesantissimo e noioso in modo patologico.
Silvia Dionisio con Luciano Salce
L’eccessiva verbosità, i dialoghi presunti colti, la mancanza totale di sentimenti dei personaggi tutti negativi, inclusi anche le presunte vittime ovvero le ragazze che si prostituiscono vanno a creare una situazione di disagio perenne che è talmente visibile nel film da tramutarsi in un qualcosa di amorfo, privo di forma in tutti i sensi.
Non siamo di fronte ad un film di denuncia, perchè i personaggi sono talmente esasperati nei loro difetti da risultare fuori dal mondo, il tutto condito dall’insopportabile musica di Bacalov che ondeggia tra il barocco veneziano e la musichetta di un film hardcore.
Difficilissimo salvare qualcosa di questo film; nonostante un parterre di attori di ottimo livello.
Purtroppo quando un film inizia con frasi tipo ” e tutto aumenta, mi domando e dico dove andremo a finire” difficilmente uno può aspettarsi elementi di novità eclatanti.
Stefania Casini
Non che usare monologhi di questo genere sia gravissimo, per carità: è il contesto generale, quindi la storia legata alla velatissima critica sociale del film a rendere insopportabile il tutto.
Anche nei vari rapporti tra le prostitute e gli occasionali clienti le cose non cambiano.
Nell’incontro tra Odile e il mercenario ci sono frasi come “per me il prossimo è solo oggetto di tortura” oppure “nessuno sa che sono così, perchè in tutti questi anni di amore occasionale nessuno è riuscito a scoprirmi sono riuscito a mimetizzarmi bene“, frasi dicevo che danno l’idea della banalità assoluta del tutto perchè mescolate spesso a citazioni o situazioni paradossali.
Dispiace anche vedere il bel cast assemblato per il film annaspare attorno ad una trama che si avvita attorno a se stessa sempre più; Alain Cuny, Juliette Mayniel, le sorelle Silvia e Sofia Dionisio, Stefania Casini fanno il loro dovere ma sembrano anche spaesati, quasi increduli mentre è davvero una cosa triste vedere un grande come Luciano Salce alle prese con un ruolo ridicolo come quello che interpreta nel film.
L’unica davvero a suo agio è Ilona Staller; la futura pornostar recita (recita?) sempre nuda quindi appare nel suo ruolo naturale.
Leggendo quà e là le recensioni di molti spettatori, ho trovato giudizi molto contrastati sulla pellicola, giudizi divisi tra “a favore” e “decisamente contro”; personalmente ho sempre detestato Rondi, come del resto Samperi e Mogherini, autori di un cinema da furbetti del quartierino, spesso sopravvalutato per vari motivi.
In quanto alla reperibilità del film, circolano versioni abbastanza decenti della stessa per cui non dovrebbe essere difficile trovarne una in formato dvx che soddisfi o spettatore; in quanto al valerne la pena, è un altro discorso.
I prosseneti
Un film di Brunello Rondi. Con Luciano Salce, Alain Cuny, Stefania Casini, Silvia Dionisio,Juliette Meyniel, Ilona Staller, Jean Valmont, José Quaglio, Gabriella Lepori, Juliette Mayniel, Consuelo Ferrara Erotico, durata 100′ min. – Italia 1976.
Stefania Casini: Odile
Alain Cuny: Il conte Davide
Silvia Dionisio: Silvia
Sofia Dionisio: Carla
Consuelo Ferrara: Linda
Sonja Jeannine: Jule
Gabriella Lepori: Giusi
Juliette Mayniel: La contessa Gilda
José Quaglio: José
Luciano Salce: Giorgio
Ilona Staller: Lyl
Jean Valmont: Aldobrando
Vittorio Ripamonti: il Commendatore, Direttore Generale della TV
Maria Tedeschi: Consuelo
Regia Brunello Rondi
Sceneggiatura Brunello Rondi
Produttore Anselmo Parrinello
Casa di produzione Helvetia Films
Fotografia Gastone Di Giovanni
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Luis Enríquez Bacalov
Scenografia Elio Micheli
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Zenabel

Nel 1627 vive nel borgo di San Omobono di Sotto la bella Zenabel, intrepida spadaccina, bravissima lottatrice e femminista anti litteram.
La ragazza, che è sempre vissuta libera e selvaggia, apprende un giorno dall’uomo che l’ha allevata come fosse sua figlia di essere in realtà la figlia di un duca, a cui il barone spagnolo Alonso Imolne ha tolto il regno e la vita.
La ragazza è stata affidata all’uomo che l’ha cresciuta, lontana dai pericoli rappresentati dal barone Alonso , convinto di non avere nessun rivale legittimo che possa richiedere i possedimenti del defunto duca.
Zenabel riunisce attorno a se altre ragazze che, come lei, vogliono maggiore libertà e che sono disposte a seguirla nella sua lotta per rivendicare i possedimenti del padre.
Con l’aiuto delle compagne, libera alla sagra delle vergini un gruppo di ragazze destinate a fare da compagnia agli amici del barone; ritornata sulle montagne, Zenabel conosce il bandito Gennaro, soprannominato il ribelle, che si innamora di lei e decide di seguirla nella sua battaglia contro il barone Alonso.
Dopo varie peripezie, Zenabel verrà catturata dai soldati del barone, ma grazie a Gennaro riuscirà all’ultimo momento a scampare alla morte; sconfitto il barone e riottenuti i suoi possedimenti la bella Zenabel rinuncerà al titolo e alle terre per vivere libera tra le sue montagne con Gennaro.
Zenabel, diretto da Ruggero Deodato nel 1969 è un film cappa e spada con venature leggermente erotiche che rieccheggia in qualche modo le avventure di Isabella duchessa dei diavoli, film tratto dall’omonimo fumetto e portato sullo schermo da Sergio Corbucci nello stesso anno in cui esce Zenabel.
A differenza del film di Corbucci,ambientato in Francia mentre Zenabel è ambientato in Italia, il film di Deodato si segnala per qualche scena umoristica in più e per una certa cura nei dettagli e nella fotografia, pur risultando alla fine sostanzialmente di buon livello come il film di Corbucci.
La protagonista principale è Lucretia Love, attrice che si era fatta le ossa con alcune comparsate in mezza dozzina di film; qui è alla sua prima parte da attrice principale e se la cava molto bene, nei limiti di un film avventuroso che non richiede particolari doti espressive. In possesso di un fisico asciutto e scattante, aiutata da una bellezza notevole e da una certa dose di humour, la Love fa il suo inserendosi in un racconto che Deodato gira con indubbia mano felice.
Il gran merito di Deodato è quello di inserire, in questo film, una certa dose di ironia che nel film di Corbucci era praticamente assente.
Certo, alcuni discorsi proto femministi (siamo nel 1969), appaiono più una concessione alla platea che una reale necessità della pellicola, virata tutta all’avventura e condita da un erotismo mal celato ma tenuto sotto controllo in maniera ossessiva.
Siamo in un periodo in cui le maglie della censura sono strettissime e Deodato concede quanta epidermide può senza eccedere, ben sapendo che il film avrebbe corso il rischio di essere falcidiato dalla commissione atta a giudicare la morale pubblica, istituzione altamente ipocrita che si arrogava il diritto di decidere quali cose potevano essere viste dai poveri spettatori e quali no.

Ma tant’è, il film passa la commissione e arriva nelle sale, dove riscuote un discreto successo anche se ovviamente limitato al solo pubblico, visto che i critici arricciarono il naso e snobbarono qualsiasi recensione verso il film
Anche se ormai pesantemente datato, Zenabel è un film gradevole con un cast di buon livello, in cui figurano John Ireland, Lionel Stander, Fiorenzo Fiorentini e Fiammetta Baralla; buona come già detto la fotografia e buona la regia di Deodato, che l’ anno prima si era distinto con Gungala la pantera nuda, uno dei tanti film ambientati nella giungla.
Purtroppo di questo film girano solo riduzioni da VHS assolutamente inguardabili; gli stessi fotogrammi illustrativi che ho racimolato per illustrare il film provengono da logore versioni riversate da analogico.
2 gennaio 2015
Oggi il film è disponibile su You Tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=-yd1Sdd9klw in una discreta versione
Zenabel
Un film di Ruggero Deodato. Con Lionel Stander, Lucretia Love, Mauro Nicola Parenti, Fiorenzo Fiorentini, Beatrice Bensi, Carlo Pisacane, Nello Pazzafini, Ignazio Leone, Andrea Scotti, Elisa Mainardi, Dada Gallotti, Mario Cecchi, Margherita Simoni, John Ireland, Geneviève Audrey, Adriana Alben, Anna Recchimuzzi, Christine Davray, Luigi Leoni Avventura-durata 93 min. – Italia 1969.


Lucretia Love … Zenabel
John Ireland … Don Alonso Imolne
Lionel Stander … Pancrazio
Mauro Parenti … Gennaro
Fiorenzo Fiorentini … Cecco
Elisa Mainardi … Amica di Zenabel
Luigi Leoni … Baldassarre
Ignazio Leone … Guardia
Fiammetta Baralla … L’altra amica di Zenabel
Carlo Pisacane … Mendicante
Andrea Scotti … Don Carlos

Regia:Ruggero Deodato
Sceneggiatori:Gino Capone (sceneggiatura,storia),Ruggero Deodato,Antonio Racioppi
Produzione: Andrea Fantasia,Mauro Parenti
Musiche: Bruno Nicolai, Ennio Morricone
Fotografia: Roberto Reale
Montaggio:Antonietta Zita
Costumi: Angela Passalacqua
















La morte risale a ieri sera

Donatella Berzaghi, figlia di Amanzio, una giovane minorata psichica che ha circa 20 anni ma i comportamenti di una bambina sparisce misteriosamente di casa.
Suo padre disperato si rivolge alla polizia; è l’investigatore Duca Lamberti con il collega Mascaranti ad occuparsi delle indagini.
Aiutato marginalmente da una prostituta e indagando nello squallido mercato del sesso, Lamberti scoprirà la terribile fine della ragazza, che però verrà vendicata dal padre…
La morte risale a ieri sera, tratto dal romanzo I milanesi ammazzano il sabato di Giorgio Scerbanenco esce nelle sale nel 1970, un anno dopo in discreto successo del libro dello scrittore di origine ucraina, morto prematuramente a Milano subito dopo l’uscita del romanzo.


Il romanzo, quarto ed ultimo della serie dedicata all’investigatore Lamberti (il personaggio di Lamberti era già stato interpretato da Bruno Crémer in Il caso “Venere privata” di Boisset) è anche l’ultima fatica dello scrittore, che scomparve come già detto nello stesso anno; il regista Duccio Tessari firma la sceneggiatura con l’aiuto di Artur Brauner e Biagio Proietti , saltando piè pari la parte introduttiva dedicata alla storia personale di Lamberti e introducendo il film con il tenero rapporto esistente tra la bellissima e sfortunata Donatella e suo padre Amanzi, mentre sparisce dal film anche la ninfomania della ragazza, costretta a vivere come una reclusa per evidenti motivi.


Beryl Cunningham
Di qui si snoda la vicenda, attraverso un’attenta descrizione del mondo sotterraneo della delinquenza milanese, quella che viveva ai margini della metropoli occupando le zone d’ombra dell’operosa città; un’indagine che parte da un’intuizione di Lamberti, uomo profondamente cinico ma anche umano, che capisce da subito che la ragazza è stata circuita da una banda che sfrutta ragazze a fini sessuali e che dopo alcuni tentennamenti si getterà anima e corpo alla ricerca di Donatella.


Gillian Bray
Tessari, regista specializzato in western ( suoi Una pistola per Ringo,Il ritorno di Ringo,Vivi o, preferibilmente, morti) mostra di avere confidenza con il genere thriller/poliziesco, anche se in questo caso è improprio parlare di appartenenza del film a questi generi.
La morte risale a ieri sera è più un noir, con i tempi classici del genere e una cura verso i dettagli davvero maniacale: si respira l’atmosfera dei noir francesi, nel film, che pur incedendo lentamente, avvolge lo spettatore in un’atmosfera opprimente e cupa.
Costretti a seguire una caccia che intuiamo da subito essere destinata a finire male, noi spettatori siamo trasportati attraverso una Milano che non è quella da bere, bensi quella polverosa e anziana come una nobile decaduta, quella dai palazzi a volte anonimi dietro i quali si nascondono storie turpi, con le vite di anonimi cittadini sospese su fili da equilibristi, come quella della sfortunata Donatella che non ha nemmeno le capacità per reagire ed opporsi a qualcosa che non può capire a causa del suo handicap.

Il film oltre che essere una descrizione accurata dei metodi investigativi di Lamberti, è anche una descrizione dell’ostinazione di un padre, Amanzio, che nella vita ha ormai solo quella ragazza affidata a lui come unico motivo di vita.
Così, dopo aver seguito la caccia alle ombre di Lamberti e dopo aver toccato con mano la disperazione di un padre privato dell’ultimo amore della vita, siamo trasportati verso un finale cattivo: la legge non può punire oltre un certo limite gli autori di un gesto particolarmente odioso come quello perpetrato ai danni di Donatella, così è Amanzio a fare giustizia.

Frank Wolff

Gabriele Tinti
Una giustizia che elimina solo una parte del problema, non certo il problema stesso ma che è indicativo di uno stato d’animo che era molto diffuso tra gli italiani, spesso preda di una delinquenza arrogante e sprezzante a cui la legge non riusciva a porre argine.
Tessari restituisce con molta fedeltà le atmosfere plumbee di Scerbanenco, creando un film in cui non c’è sangue, non c’è splatter o pistolettate ma solo una tensione latente e una grande precisione nella descrizione di ambienti e atmosfere.
Paradossalmente, sceglie per un film ambientato a Milano e descritto cosi minuziosamente nelle sue atmosfere da Scerbanenco attori protagonisti che milanesi non sono: a cominciare dall’americano Frank Wolff, che interpreta con misura e abilità il ruolo del principale protagonista, il poliziotto Duca Lamberti proseguendo poi con l’altro protagonista del film, Amanzio Berzaghi interpretato da Raf Vallone che di origine era calabrese.
E non sono milanesi Gabriele Tinti, Eva Renzi, Gillian Bray e Beryl Cunningham oltre a Gigi Rizzi.
Ma la “milanesità” del film c’è tutta, a cominciare dalla sigla introduttiva I giorni che ci appartengono cantata da Mina che scorre malinconica mentre vediamo i titoli di testa scorrere con sullo sfondo un tram che attraversa la città; così come milanese è la sequenza in cui vediamo Amanzio raggiungere casa sua, attraversando una città quasi indifferente se non ostile.

La parte iniziale del film è davvero un piccolo gioiello, con la sequenza che mostra Amanzio mentre si prende cura di quella che è la sua bambina, la splendida Donatella donna nel corpo ma bambina nel cuore e nel cervello, aiutandola a indossare un reggiseno, attrezzo infernale con cui la ragazza è palesemente in difficoltà.
Un film quindi assolutamente ben congegnato, fedele al romanzo e questa è una rarità, viste le numerose pessime trasposizioni dalla parola scritta al mondo della celluloide e sopratutto ben interpretato.
Per quanto riguarda la sua reperibilità, non dovrebbero esserci in giro versioni digitali ma non ci metto la mano sul fuoco; tra l’altro La morte risale a ieri sera è un film che non passa da una vita in tv per cui è sicuramente un’impresa trovare una versione del film che sia decente da vedere.
Il film è ora disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=SoMHUU-_4Ow in una buona versione audio/video.

La morte risale a ieri sera
Un film di Duccio Tessari. Con Frank Wolff, Raf Vallone, Eva Renzi, Beryl Cunningham, Checco Rissone, Gigi Rizzi, Gabriele Tinti, Marco Mariani, Stefano Oppedisano, Giorgio Dolfin, Gillian Bray Poliziesco, durata 102′ min. – Italia 1970.






Raf Vallone: Amanzio Berzaghi
Frank Wolff: Commissario Duca Lamberti
Gabriele Tinti: Mascaranti
Gillian Bray: Donatella Berzaghi
Eva Renzi: moglie di Lamberti
Gigi Rizzi: Salvatore
Beryl Cunningham: Herrero
Wilma Casagrande: Concetta
Checco Rissone: Ing – Salvarsanti
Marco Mariani: Franco Baronia
Jack La Cayenne: Franco Baronia – l’altro
Stefano Oppedisano: collega di Salvatore
Regia Duccio Tessari
Soggetto dal libro I milanesi ammazzano al sabato di Giorgio Scerbanenco
Sceneggiatura Artur Brauner, Biagio Proietti, Duccio Tessari
Produttore Artur Brauner, Giuseppe Tortorella
Casa di produzione Central Cinema Company Film, Filmes Cinematografica, La Lombard Filmes Cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Lamberto Morra
Musiche Gianni Ferrio
Incipit del romanzo
Duca Lamberti disse: “Si”. Non era un’interrogazione, era un’approvazione.
L’uomo anziano ma robusto, solido, largo, muscoloso, velloso alle orecchie e alle sopracciglia, dall’altra parte del tavolo, riprese a parlare.


Les aventuriers du Rio Verde (TV mini-serie)
– Manana (1993)
– Le barrage (1992)
1992 Beyond Justice
1991 Il principe del deserto (TV mini-serie)
1990 Il gorilla (TV series)
– Le gorille et l’amazone (1990)
1990 C’era un castello con 40 cani
1988 Una grande storia d’amore (TV movie)
1988 Guerra di spie (TV mini-serie)
1986 Bitte laßt die Blumen leben
1985 Baciami strega (TV movie)
1985 Caccia al ladro d’autore (TV serie)
– Il ratto di Proserpina (1985)
1985 Tex e il signore degli abissi
1984 Nata d’amore (TV mini-serie)
1981 Un centesimo di secondo
1978 L’alba dei falsi dei
1976 La madama
1976 Safari Express
1975/I El Zorro la belva del Colorado
1974 L’uomo senza memoria
1974 Uomini duri
1973 Tony Arzenta – Big Guns
1973 Gli eroi
1972 Forza ‘G’
1971 Viva la muerte… tua!
1971 Una farfalla con le ali insanguinate
1970 La morte risale a ieri sera
1970 Quella piccola differenza
1969 Vivi o, preferibilmente, morti
1968 I bastardi
1968 Meglio vedova
1967 Per amore… per magia…
1966 Bacia e spara
1965 Il ritorno di Ringo
1965 Una pistola per Ringo
1965 Una voglia da morire
1964 La sfinge sorride prima di morire – stop – Londra
1963 Il fornaretto di Venezia
1962 Arrivano i titani

Soundtrack del film




Due flani del film

Giorgio Scerbanenco
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Cinema: appunti e ricordi (Parte seconda)

Scrivere su un blog che parla di cinema significa, personalmente, trasmettere la passione per una forma d’arte che si è imparato a conoscere ed amare da molto più tempo che la memoria ricordi.
Significa anche che non avendo vincoli editoriali o laccetti di nessun genere, visto che un blog non ha nessun padrone ed è la forma di manifestazione del pensiero più libera in assoluto, significa dicevo potersi prendere d’autorità il lusso di non parlare per una volta del tale film o della tale biografia, ma abbandonarsi ai ricordi.
Con la speranza che a qualcuno la cosa interessi e che non abbandoni dopo due righe quello che colui che scrive cerca di raccontare.
Certo succederà, forse in maniera anche vistosa.
Ma oggi questo blog conta su una frequenza di visitatori superiore alle 4500 unità.
Il che può significare che a qualcuno piace anche scartabellare tra gli aneddoti, le storie e gli avvenimenti di un periodo più o meno remoto; ed è proprio a questa fascia di lettori che mi rivolgo usando la parola scritta per far riemergere dai miei ricordi fatti, aneddoti e storie di cinema appartenenti ad un passato che ai più non dirà nulla perchè non c’erano e ai meno porterà invece alla mente storie vissute nell’infanzia e nell’adolescenza accanto alla musa cinema, che per tanti anni è stato lo svago primario di diverse generazioni.
Nel precedente post riguardante il cinema e i ricordi accennavo alla fatidica data dell’anno di grazia 1970 come anno fondamentale per il consolidamento della mia passione per il cinema.
L’occasione mi si presentò quando, finito il primo anno delle superiori, per guadagnarmi due lire (per l’esattezza mille e cinquecento al giorno) accettai di lavorare per un’agenzia di distribuzione cinematografica con l’inquietante qualifica di “verificatore di pellicole”.
In realtà si trattava di un lavoro estremamente semplice, che consisteva nel fare passare una bobina (pizza) sotto le dita attraverso un apparecchietto molto semplice che era composto da due piatti paralleli su cui si appoggiava da un lato la bobina intera e dall’altro l’inizio della pellicola.

La sempre bellissima Silvia Dionisio in Il marito in collegio

Nino Manfredi e Delia Boccardo nell’ottimo Per grazia ricevuta
Prima di andare oltre va detto che un film era composto generalmente da 5 o 6 bobine, che l’operatore cinematografico montava su due ruore che inseriva poi nel proiettore (i famosi due tempi); ovviamente c’erano casi sporadici in cui il film durava tre ore o anche oltre (come Waterloo, Ben Hur, I 10 comandamenti) e che avevano un numero di bobine superiori e che dividevano il film in tre tempi.
Tutto questo può apparire una specie di deja vu qualora si sia visto lo splendido Nuovo cinema Paradiso, in cui appare chiara la dinamica della proiezione di un film, dalla fase di montaggio fino alla parola fine.
Come dicevo prima, la pellicola scorreva così tra le dita e se il film era in condizioni passabili molto difficilmente si agiva sui fotogrammi e il lavoro consisteva principalmente nel sistemare con del comunissimo scotch i denti della pellicola, scotch poi bucato da un geniale apparecchietto che tagliava eventualmente il fotogramma rovinato e risistemava i fori della pellicola.

Orchidea De Santis nell’introvabile Nel labirinto del sesso
Ma le cose non erano quasi mai così semplici; l’agenzia nella quale lavoravo aveva una gran quantità di film di visione successiva e che quindi necessitavano di riparazioni continue.Spesso alcune parti di pellicola erano così malridotte da necessitare di tagli di pellicola più o meno robusti.

Gabriella Giorgelli nel decamerotico Novelle licenziose
Alle volte i tagli si ripetevano in maniera così massiccia che nelle visioni parrocchiali arrivavano pellicole che dalla durata originale di un’ora e trenta a mala pena superavano l’ora con conseguenze facilmente immaginabili.
Accanto alle pellicole tradizionali c’erano i cosidetti provini, chiamati anche presentazioni; in pratica erano dei “prossimamente” spesso falsi come Giuda, in quanto anticipavano la pellicola e sfuggivano alle maglie della censura presentando scene che poi spesso non comparivano nel film.

Un grande successo del decennio settanta: Mimi Metallurgico, con Giannini e la Melato
Grazie a questo lavoro, che era anche abbastanza noioso e ripetitivo, disponevo di una tessera Agis che mi permetteva di entrare in tutti i cinema e non solo; potevo vedere anche i film vietati ai minori, grazie anche alla mia statura (1metro e 75 a 15 anni), cosa che mi ha permesso di vedere film come Arancia meccanica, La montagna sacra o Ultimo tango a Parigi.
La conseguenza pratica è stata una overdose di film, visto che andavo a cinema una sera si e l’altra pure, tanto da esaurire le prime e le seconde visioni e dovermi accontentare alle volte di visioni successive.

Un grande film anti militarista: Mattatoio 5
Cosa che mi ha permesso però di vedere tanti film passati inosservati, sopratutto nei giorni con meno affluenza, quando i cinema mettevano in cartellone pellicole assolutamente sconosciute.
Il 1970, il 1971 e il 1972 sono stati anni assolutamente straordinari per il cinema italiano; una fase di creatività unica e irripetibile, con una mole enorme di film distribuiti accompagnati da un’affluenza di spettatori nei cinema mai più registrata.
Il vero cruccio di un’intera generazione di ragazzi era il fatidico “Vietato ai minori di anni 18”, un divieto che in pratica allontanava dalla visione di molti film una mole consistente di giovani appassionati. I controlli all’ingresso (sia al botteghino che allo “straccia-biglietti) erano molto severi, sopratutto sul finire dei 60 e per i primi 3-4 anni dei 70; era richiesta, implacabilmente,la carta d’identità, che gli under 18 ovviamente non possedevano e che spesso non possedevano nemmeno i 18 enni. Non dimentichiamo infatti che la legge della maggiore età a 18 anni fu promulgata nel 1975 e che prima di allora l’uso di possedere dei documenti era decisamente poco diffusa.

Una splendida Marilu Tolo in Assassinio al cimitero etrusco
Si usavano tutti i sotterfugi possibili e immaginabili, spesso con esiti comici: si inventavano le storie più inverosimili per dichiarare la propria età e solo raramente le maschere abboccavano ( o facevano finta di farlo) alle fantasiose storie raccontate. In alcuni casi sporadici erano presenti anche i carabinieri, quasi la visione di un film corrispondesse ad un’azione sovversiva.
Un caso emblematico, nella mia città, avvenne nel cinema Palazzo in concomitanza con la proiezione di La ragazza dalla pelle di luna; due implacabili carabinieri bloccarono l’ingresso del pubblico controllando minuziosamente i documenti di persone anche di età ben superiore a quella posseduta.

Leonora Fani in un film rarissimo, pressochè introvabile: Eden no sono (Il giardino dell’Eden)
Per avere un’idea della situazione, si guardi Romanzo popolare di Monicelli, ovvero la gustosa scena in cui un’implacabile maschera ( interpretata dal grande giornalista sportivo Beppe Viola) rifiuta di fare accedere Ornella Muti, visibilmente incinta perchè sprovvista di documenti.
Per un ragazzo vedere un decamerotico, il genere più tartassato dai divieti, era un’impresa titanica; tuttavia spesso le maschere, sopratutto in settimana, chiudevano un occhio o anche tutti e due.
Nell’immaginario collettivo Edwige Fenech e Femi Benussi, Malisa Longo e Orchidea De Santis, Gabriella Giorgelli e tutte le altre protagoniste di questo specifico genere erano considerate pressochè delle dee, da venerare e sbirciare con un pò di lubrica curiosità.

Laura Antonelli nello sconosciuto Sledge
C’è ovviamente da sorridere della cosa; alla luce di quanto sarebbe accaduto più tardi sugli schermi, con la triste stagione degli hardcore, quei film in cui le attrici citate e altre mostravano semplicemente i loro splendidi corpi senza scivolare quasi mai nel volgare (almeno le attrici citate) pensare a quella stagione muove i lucciconi agli occhi, segno di un paese ancora ingenuo, nonostante tutto, che si scandalizzava per delle tette in primo piano e osservava con stupore passivo quella che sarebbe stata la triste litania degli anni di piombo, ovvero la stagione delle stragi e del terrorismo.
Per quanto riguarda il cinema nello specifico, siamo nel periodo di massima fioritura di generi, di affermazioni di attori e attrici, di biglietti venduti; le sale agli inizi dei settanta diventano sempre più confortevoli, gli spettatori fanno spesso la fila. Leggendaria quella provocata da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che bloccò per ore le strade attorno al cinema romano dove veniva proiettato il film di Rosi.

Jessica Lange nel polpettone (indigesto) King Kong
In effetti gli anni che vanno dal 1968 al 1973 sono i più importanti sia dal punto di vista quantitativo dei film prodotti sia dal punto di vista commerciale; spesso gli attori giravano tre film contemporaneamente, altri riuscivano nell’impresa di comparire in una quindicina di pellicole interpretate nel corso di un solo anno solare.
Tutto sembrava non dover finire mai, il cinema era la gallina dalle uova d’oro e anche film di nessun valore avevano un minimo di spettatori con conseguente rientro dei soldi spesi per produrre i film stessi. Un grosso errore di prospettiva, probabilmente non preventivabile; chi, del resto, poteva immaginare il peso preponderante che avrebbe avuto la televisione con la nascita delle televisioni commerciali?

La mini diva Elmi in Il medaglione insanguinato

Gloria Guida nell’introvabile Scandalo in famiglia
Nella prossima parte dedicata ai miei ricordi cinematograici, parlerò del periodo che va dal 1974 al 1979, anno in cui vengono consegnati alla storia i favolosi anni settanta del cinema italiano. E’ ovviamente una data indicativa, visto che gli ultimi tre anni del decennio apparterranno solo anagraficamente al decennio, ma cinematograficamente saranno di bassissimo spessore.


Stefania Sandrelli in Delitto d’amore

Michela Miti in I ragazzi di celluloide

Karin Schubert in Tutti per uno, botte per tutti

La compianta Romy Schneider in Gli innocenti dalle mani sporche

L’ultimo film del grande Hitchcok, Frenzy

Femi Benussi in La ragazza di via Condotti

Evelyn Stewart in Quel maledetto giorno di fuoco

Eva Czemerys in Il figlio della sepolta viva

Erika Blanc in La portiera nuda

Dagmar Lassander in Emanuelle nera n.2

Catherine Spaak, Con quale amore, con quanto amore
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Cose molto cattive

Kyle Fisher e Laura Garrety stanno per coronare il loro sogno.
I due infatti preparano le nozze con Laura impegnatissima a disegnare ogni minimo dettaglio della cerimonia, che per lei si presenta indimenticabile.
Ma Kyle com’è abitudine deve anche celebrare l’ultima notte da scapolo, il famoso addio al celibato e con gli amici Robert Boyd, i fratelli Adam e Michael Berkov e Charles Moore parte per Las Vegas.
Qui festeggiano in modo trasgressivo l’ultima notte da scapolo di Kyle con droga e alcool e in compagnia di una spogliarellista che non disdegna prestazioni extra.
Ma Michael, che ha un rapporto sessuale con la ragazza in un bagno incappa in un drammatico incidente; la ragazza urta la testa contro una sporgenza vicino ad uno specchio e muore sul colpo.


Sopraggiungono gli amici e preso atto della situazione, iniziano a discutere animatamente, decidendo così di non chiamare la polizia.
Ma un sorvegliante dell’albergo arriva per chiedere spiegazioni e il gruppo è costretto ad uccidere anche lui.
Il bagno è un lago di sangue, così Kyle e gli altri decidono dapprima di disfarsi dei due corpi e in seguito di armarsi di secchi e mazze per lavare per terra e ripulire il tutto.
Dopo di che, fatti a pezzi i corpi, partono per il deserto del Nevada dove seppelliscono i resti dei due sventurati.
Tornati a casa, ognuno riprende come se nulla fosse la propria vita, incluso Kyle che naturalmente nasconde l’accaduto a Laura.

L’unico ad essere in disaccordo è Adam, il fratello di Michael che litiga con quest’ultimo in maniera violenta; Adam muore incidentalmente così il gruppo rimanente ha ora due problemi.
Il primo, liberarsi del corpo di Adam, il secondo quello di sapere se lo stesso Adam ha o no rivelato qualcosa a Lois Barlow, moglie dello stesso Adam.
Boyd decide di tagliare la testa al toro e uccidere la donna, rimediando nella collutazione con Lois un terribile colpo ai genitali.
Così i corpi seppelliti diventano 4, mentre c’è anche il problema dei due figli della coppia Adam-Lois, uno dei quali ha problemi fisici.
A questo punto Kyle non può più tacere la verità e informa piangendo Laura della situazione.
La donna, inaspettatamente, prende in mano la situazione e uccide Kyle colpendolo con un pesante posacenere.
Ora sono rimasti in tre, e finalmente Kyle e Laura convolano a nozze.

L’unico testimone dell’accaduto è Charles, che così è condannato a morte da Laura.
Ma quando ormai tutto sembra deciso per la sorte di Charles, Kyle ha un soprassalto di coscienza e decide di lasciare in vita l’amico.
Sulla strada del ritorno dal deserto, Kyle e Charles hanno un terribile incidente, durante il quale rimangono feriti gravemente; a Kyle vengono amputate le gambe mentre Charles resta paralizzato e in stato quasi neuro vegetativo.
Laura, che si ritrova a dover badare ai due uomini ormai ridotti a larve umane e ai due figli di Adam e Lois affidati a loro dopo la morte dei genitori, esce per strada e urla….

Cose molto cattive (Very bad things nell’originale americano, tradotto letteralmente nell’edizione italiana) è un noir diretto da Peter Berg nel 1998; un film nero, duro e cattivo oltre che impregnato di un sottile humour cattivo assolutamente atipico nella cinematografia proveniente dagli States.
Il regista americano crea un’opera solida sia dal punto di vista della sceneggiatura sia nel suo svolgimento; i personaggi, dopo l’ubriacatura iniziale a base di sesso, alcool e droga si trovano di fronte a situazioni che per essere gestite richiedono solo onestà e lucidità, ma reagiscono nel peggiore dei modi.

Reagiscono con il crimine, laddove sarebbe bastata semplicemente una autodenuncia alle autorità, visto che la vittima iniziale è tale solo per un malaugurato incidente.
La paura dello scandalo, una considerazione della vita umana molto ma molto bassa e sopratutto una dose massiccia di opportunismo portano dei potenziali onesti cittadini a trasformarsi in belve assetate di sangue.
Così il percorso del gruppo di amici, che poi tale non è alla luce degli accadimenti seguenti si trasforma in un bagno di sangue, con i tre colpevoli superstiti che in qualche modo vengono puniti duramente.
Laura è costretta a fare da balia ad un gruppo di persone ormai menomate, Kyle finisce senza gambe su una sedia a rotelle mentre Charlse paga il fratricidio con una paralisi che lo relega su una sedia a rotelle per giunta privo di movimenti alle articolazioni superiori.


Il fio delle colpe dei tre è quindi pagato; non c’è un tribunale civile e una condanna scontata alla galera, ma una condanna peggiore, quella ad una vita da infermo o da badante degli infermi come nel caso di Laura.
Ecco perchè parlavo di humour nero, all’inizio.
Berg castiga tutti i protagonisti in varie maniere; tutti infatti sono responsabili della morte del sorvegliante, barbaramente ucciso solo per evitare lo scandalo.
Tutti pagano, a partire da Adam, ucciso proprio da suo fratello Michael anche se involontariamente, colpito da una Nemesi che si abbatterà sull’intero gruppo.


E si abbatte anche sulla sventurata Lois, privata prima del marito e poi della vita in maniera crudele.
Berg quindi mette in scena un dramma cattivo e sporco, dove tutti sono colpevoli e dove tutti sono in fondo figli della società dell’apparire, che mostra fino in fondo le sue carenze morali e la deriva di valori fondanti di riferimento; a riprova dello humour nero di Berg anche il cane di Charles finisce per restare senza una zampa e quindi campare nel gruppo di portatori di handicap che si raduna in casa di Laura.
Se questa tematica appare suggerita, è solo perchè Berg privilegia l’atmosfera e il dettaglio del patto di sangue che poco alla volta lega i vari amici del gruppo.


Che, come abbiamo visto, finiranno per pagare un prezzo altissimo alla loro viltà.
Il regista è anche aiutato da un ottimo cast, nel quale spiccano Christian Slater (Robert Boyd), Cameron Diaz (Laura) e Jeanne Tripplehorn (Lois), sempre bella e affascinante, anche quando è sacrificata in un ruolo secondario. Bene anche gli altri, a partire da Orser finendo con Favreau, forse l’unico un tantino al di sotto dell’ottimo standard imposto al gruppo.
C’è tensione nel film, così come c’è ritmo e pathos.
Un film bello e affascinante, che si segue davvero con piacere e che non delude affatto.
Cose molto cattive
Un film di Peter Berg. Con Daniel Stern, Cameron Diaz, Christian Slater, Jeanne Tripplehorn, Jon Favreau,Jeremy Piven.
Titolo originale Very Bad Things. Drammatico, durata 100 min. – USA 1998.







Jon Favreau … Kyle Fisher
Leland Orser … Charles Moore
Cameron Diaz … Laura Garrety
Christian Slater … Robert Boyd
Jeremy Piven … Michael Berkow
Daniel Stern … Adam Berkow
Jeanne Tripplehorn … Lois Berkow
Joey Zimmerman … Adam Berkow Jr.

Regia Peter Berg
Soggetto Peter Berg
Sceneggiatura Peter Berg
Fotografia David Hennings
Montaggio Dan Lebental
Effetti speciali Jason Collins, Larry Fioritto
Musiche Peter Berg, Stewart Copeland, Christina Schlieske, Willie Bobo, Donald Byrd, Steve Jeffries, Peter Lea-Cox, Daniel May, George Michael, Daniel J. Moore, Robin Parry, Jesus Perez
Scenografia Katherine Lucas



Breezy
Storia d’amore tra un maturo immobiliarista e una ragazzina hippy; lui più che cinquantenne, lei diciottenne, si incontrano, si amano, si lasciano per gl apparenti inconciliabili problemi derivanti dalla grande differenza di età e poi decidono comunque di affrontare assieme un pezzo di vita, lasciando al destino la durata del loro amore.
In sintesi è questa la trama di Breezy, diretto nel 1973 da Clint Eastwood, seconda prova del grande attore e regista americano venuta subito dopo l’ottimo esordio sugli schermi di Lo straniero senza nome, girato nello stesso anno.
Una storia vista altre volte sullo schermo, ma che Eastwood porta in scena con un’abilità da consumato regista e con una sensibilità incredibile, in netto contrasto con la sua apparente rudezza e con i ruoli da macho interpretati precedentemente.
William Holden
Kay Lenz
La storia di Frank Harmon, maturo e disilluso over cinquanta, divorziato e solitario incrocia casualmente l’esistenza di Edith Alice “Breezy” Breezerman, una ragazzina dall’aspetto hippy, che ha perso entrambi i genitori in un incidente e che vive la sua vita con la spensieratezza della sua età.
La incrocia nell’attimo esatto in cui concede un passaggio alla ragazza, la porta a casa sua per ospitarla una notte e si fa convincere dalla stessa ad accompagnarla a vedere l’oceano.
La dolcezza, il romanticismo e la ingenua fiducia che Breezy ha nella vita e nella gente fa breccia nel cuore del cinico Frank, che è appena uscito da una storia con una donna che ha scelto di sposare un altro in virtù dell’indecisione di Frank nell’abbandonare lo stile di vita da lupo solitario che lo caratterizza.
Breezy irrompe nella vita di Frank come un vento selvaggio, portando la freschezza dei suoi anni e dei suoi ideali, avvolgendo il maturo Frank in un sogno fatto di nuove pulsioni e di nuovi palpiti di un cuore che sembrava aver smesso di battere, inaridito da tanti anni di vita solitaria.

Breezy si innamora davvero di quell’uomo così differente da lei, lui la ricambia dapprima con titubanza, poi senza remore.
I due scoprono così le varie fasi dell’innamoramento: la scoperta delle cose in comune, del desiderarsi, dell’amore tout court, ma hanno ovviamente il problema legato alla grande differenza d’età che indubbiamente esiste.
“Hai più del doppio della mia età“, dice amaramente Frank alla sua giovane amante e la cosa diverrà evidente quando in un negozio d’abbigliamento una commessa scambierà Breezy per la figlia di Frank.
Ma alla ragazza questo non importa; per lui lascia gli amici e si accontenta di vivere al suo fianco nei ritagli di tempo che Frank riuscirà a trovare.
Poi, un giorno, proprio mentre la relazione sembra essersi stabilizzata, ecco che Frank è costretto a fare i conti con l’anagrafe e la realtà, o almeno con la parte più sgradevole di essa: un suo amico, a cui si è rivolto per confidargli la novità della sua storia d’amore con Breeze, gli racconta la sua vita privata, tutta l’invidia provata per Frank che ha il coraggio di avere una relazione con una ragazzina, il suo fallimento nel matrimonio e tutte le delusioni derivanti dall’età, dagli acciacchi ecc.
Per Frank è un colpo, che lo costringe a rivedere le sue scelte, inclusa ovviamente quella di frequentare una ragazza tanto più piccola; entrano in ballo le convenzioni sociali, l’impossibilità di immaginare un futuro nel quale lui, ormai avviato sul viale del tramonto possa decidere di dividere la sua vita con una ragazzina.
Così, tornato a casa, lascia Breezy.
Ma qualche tempo dopo, al capezzale della donna con cui aveva avuto una relazione e che ha avuto un incidente durante il viaggio di nozze, nel quale è morto il neo marito, Frank riceve un prezioso consiglio che lo fa riflettere: “Vivi ogni attimo come fosse l’ultimo, non lasciare che la vita ti scivoli addosso”
Così Frank va a trovare Breezy; i due si avviano assieme, consapevoli che probabilmente la loro storia non potrà durare ma che comunque andrà vissuta giorno per giorno.
Breeze è un film tenero e malinconico, un apologo sull’amore e sulla differenza d’età, sui mille problemi che questa condizione può portare, sia a livello psicologico che negli aspetti del quotidiano.
Ed è anche una lezione di speranza e di vita. L’amore può abbattere i pregiudizi e le barriere a condizione che lo si accetti per quello che è senza porre date di scadenza ma vivendolo come un’avventura in cui il finale e tutt’altro che scritto.
Se all’apparenza la cosa può sembrare banale e la storia già vista altre volte, il merito di Eastwood è quello di aver proposto una storia che se non contiene elementi di novità, si lascia guardare con piacere per la freschezza e la tenerezza delle situazioni, dei dialoghi che caratterizzano il film.
Basta una passeggiata in riva al mare, bastano le attenzioni di Breezy, quel suo affidarsi totalmente al suo uomo, quella sua incrollabile fiducia nella vita per gettare un ponte sull’ampio fossato che li divide.
In fondo l’età anagrafica esiste solo come numeri, Breezy ne è consapevole e in questo si mostra addirittura più matura di Frank, accettando dalla vita quello spiraglio di luce che la stessa le ha offerto.
E quando Frank capirà questa semplice verità sarà pronto a camminare con lei, verso un futuro incerto ma che li vedrà percorrere la strada assieme, consapevoli che vivere giorno per giorno è già un gran vivere, sapendo di avere una persona accanto.
La malinconia presente nel film, legata alla personalità di Frank, uomo disilluso e cinico si mescola quindi alla freschezza di Breezy, ragazza maturata attraverso il dolore della perdita dei genitori, che ha imparato da quella tragedia a vivere senza programmi, girovagando qua e la e prendendo dalla vita quello che offre, senza guardare agli aspetti più negativi che la stessa offre.
Tra i due alla fine quella che ha da insegnare è proprio lei, Breezy; la ragazzina hippy e allegra finisce per impartire al maturo Frank una lezione di vita, che l’uomo apprenderà e farà sua, lasciando finalmente da parte le remore e le convenzioni e vivendo quella storia d’amore come uno straordinario dono della vita stessa.
Se il film è bello e misurato, malinconico e tenero lo si deve anche alla sapiente alchimia che Eastwood riesce a creare attraverso un uso eccellente della fotografia, degli scenari e sopratutto grazie anche all’abilità dei due protagonisti.

Frank è interpretato da un grande William Holden, misurato e dolente anche se palesemente invecchiato rispetto al personaggio di Frank che ha cinquant’anni; l’attore americano durante la lavorazione del film aveva 53 anni, ma appare palesemente invecchiato sopratutto a causa dell’abuso di alcool dal quale l’attore stesso era dipendente.
La vera sorpresa è Kay Lenz, fresca, bella e simpatica; la sua caratterizzazione del personaggio di Breezy è impeccabile e gran merito della riuscita del film va ascritto a lei e alla sua interpretazione.
Un gran bel film, Breezy.
Editato in digitale, è facilmente rintracciabile in qualsiasi versione.
Breezy
Un film di Clint Eastwood. Con William Holden, Kay Lenz, Roger C. Carmel Commedia drammatica, durata 105′ min. – USA 1973.
William Holden: Frank Harmon
Kay Lenz: Edith Alice Breezerman (‘Breezy’)
Roger C. Carmel: Bob Henderson
Marj Dusay: Betty Tobin
Joan Hotchkis: Paula Harmon
Jamie Smith-Jackson: Marcy
Norman Bartold: L’uomo nell’auto
Shelley Morrison: Nancy Henderson
Dennis Olivieri: Bruno
Eugene Peterson: Charlie
Lew Brown: Ufficiale di polizia
Richard Bull: Dottore
Johnnie Collins III: Norman
Don Diamond: Maitre
Scott Holden: Veterinario
Sandy Kenyon: Agente
Jack Kosslyn: Tassista
Mary Munday: Cameriera
Frances Stevenson: Commessa
Regia Clint Eastwood
Soggetto Jo Heims
Sceneggiatura Jo Heims
Produttore Robert Daley
Fotografia Frank Stanley
Montaggio Ferris Webster
Musiche Michel Legrand
Scenografia Alexander Golitzen
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Sentinel

La giovane e bellissima modella Alison Parker, fidanzata con Michael Learman, un giovane vedovo, riceve da quest’ultimo una proposta di matrimonio con conseguente coabitazione. La ragazza però, molto indipendente, decide di trasferirsi in un appartamento a Manhattan. A farla propendere per questa scelta è la morte dell’anziano padre e i dolorosi ricordi legati alla sua figura. Alison infatti anni prima ha tentato il suicidio, sconvolta dall’aver sorpreso suo padre (già molto avanti negli anni), in un’orgia casalinga con due giovani prostitute.
La scelta dell’appartamento, caldeggiata dall’immobiliarista Logan, si orienta su una vecchia casa dall’aspetto rassicurante, coperta d’edera e silenziosa.
Dopo essersi trasferita, Alison fa conoscenza con gli inquilini della casa, aiutata in questo da un simpatico e invadente vecchietto, Charles Chazen che le fa conoscere gente all’apparenza stramba, come una coppia di lesbiche composta da una donna matura, Gerde Engstrom e la sua giovane e silenziosa amante, Sandra e che le parla dell’inquietante figura di un prete cieco che guarda ossessivamente fuori dalla finestra dell’ultimo piano.

L’incontro con Gerde e Sandra si rivelerà quantomeno sconvolgente, perchè proprio Sandra non esiterà a masturbarsi impudicamente davanti all’allibita Alison, che così in qualche modo avrà un primo approccio davvero poco ortodosso con la sua nuova casa e i suoi co inquilini.
I problemi sono solo all’inizio, per Alison.
Già durante la prima notte vede oscillare il lampadario della casa, sente dei passi provenire dall’appartamento superiore, l’unico che, stando ai discorsi di Chazen, dovrebbe essere disabitato.
Anche degli incubi terribili si affacciano alla mente di Alison, incubi durante i quali vede scene di un’orgia alla quale partecipa anche il suo fidanzato Michael.
L’equilibrio di Alison, già duramente provato dal tentativo di suicidio, sembra vacillare, sopratutto dopo un’esperienza terribile che le capita una notte; la ragazza infatti, sempre più insospettita dai rumori provenienti dal piano superiore, sarà costretta a pugnalare un vecchio ripugnante che la assale.


Cristina Raines
Nel frattempo Michael scopre alcune cose sugli abitanti della casa e scopre che Alison non è andata casualmente ad abitare in quel posto…
Sentinel (The sentinel nell’edizione originale), è un horror quasi dimenticato diretto da Michael Winner nel 1977, tre anni dopo il successo mondiale di Il giustiziere della notte; Sentinel è un film che mescola abilmente il plot di Rosemary’s baby con quello di L’inquilino del terzo piano.
Sono quindi i due film di Polanski a fare da incubatrice per un film davvero particolare, che pur girato su un ritmo non altissimo riesce a coinvolgere lo spettatore in una caccia all’indizio per quella che si rivelerà una storia assolutamente particolare, con tanto di finale a sorpresa.
La storia della giovane e bellissima Alison si snoda quindi su un percorso lineare, attraverso la descrizione del suo rapporto con Michael (che come scopriremo ha qualcosa da nascondere), del suo doloroso passato con quel tentativo di suicidio che le condizionerà pesantemente la vita fino all’arrivo (assolutamente non casuale) in una casa in cui gli strambi inquilini nascondono qualcosa che Alison purtroppo scoprirà a sue spese.
Winner introduce da subito l’elemento sovrannaturale presentando nelle primissime immagini un consesso a cui partecipano alti prelati, che appaiono preoccupati da qualcosa di estremamente pericoloso, simboleggiato dalla frase “La minaccia esiste“, pronunciata dal prelato di Brotherhood.


Quando vediamo Alison arrivare nella sua nuova casa e notare da subito l’inquietante presenza del prete immobile alla finestra, sappiamo che nella casa c’è non solo qualcosa di arcano e misterioso, ma anche qualcosa di diabolico.
E attraverso il dipanarsi della storia, che diventerà convulsa nel finale dopo una lunga parte descrittiva, apprenderemo della vera natura degli abitanti del condominio, del perchè dell’arrivo di Alison in quella casa e del perchè della presenza inquietante del prete alla finestra.
Sarà un finale sorprendente e ben studiato a dipanare tutti i misteri seminati qua e la dal regista, a portare a compimento la missione di Alison, assolutamente incosapevole della stessa.

Sentinel è un ottimo horror, giocato principalmente sulle atmosfere in luogo degli effettacci e del gore; a parte la splendida scena dello scontro tra Alison e il vecchio, tutto si gioca sul piano psicologico piuttosto che su quello dell’azione e quindi degli effetti speciali.
Per quasi un’ora assistiamo alla preparazione di un finale sorprendente, uno dei più felici del cinema horror; lascia allibiti quindi il leggere critiche anche abbastanza pesanti al film, da parte principalmente di appassionati di cinema, mentre per una volta la critica ufficiale è abbastanza equilibrata nei suoi giudizi.

“Lasciate ogni speranza voi che entrate…”
Quà e la in rete ho letto recensioni che parlano di filmaccio o di boiata, con poco senso del cinema in assoluto: riporto questo giudizio che mi sembra emblematico del modo di concepire il cinema da parte di alcuni spettatori.
“FIlm terribile: non capisco i giudizi positivi che ho letto qui, e mi sento di raccomandarne la visione esclusivamente ai cultori più devoti del genere. Il fatto è che sin dall’inizio si respira un’aria di deja vu davvero stantia. In partenza ricorda l’Esorcista, poi passa a Rosemary’s Baby, quindi aggiunge spruzzi di Romero e del Presagio, il tutto senza mai diventare qualcosa di originale. Winner è un regista che usa la macchina da presa come un gorilla manovra una mazza: la finezza non è il suo forte“.
Un genere di critica irrispettoso e poco obiettivo; il film di Winner è ben congegnato, la sua regia asciutta ed equilibrata e la recitazione del cast assolutamente adeguata.


Basti pensare che in questo film ci sono attori del calibro di Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken oltre a camei di Beverly D’Angelo, Tom Berenger e Jeff Goldblum.
In realtà Sentinel è un ottimo prodotto che si avvale di una sceneggiatura con i fiocchi, tratta di peso dal romanzo di Jeffrey Konvitz che qui collabora alla sceneggiatura stessa, ben diretto dallo stesso Winner e ottimamente interpretato, con su tutte la splendida prova dell’attrice Cristina Raines (che rivedremo nello stesso anno nel grandissimo I duellanti) e che è più nota al pubblico come attrice televisiva.
La sua performance è convincente e affascinante; il personaggio di Alison, nella sua recitazione, acquista spessore ed è caratterizzato in modo tale da surclassare il pur stellare cast.


Inutile citare le prove degli altri attori anche perchè alcuni compaiono solo per alcune sequenze o in ruoli secondari.
Purtroppo Sentinel è un film quasi dimenticato, che però è rintracciabile in formato digitale; ho recuperato una splendida versione in dvx e ho potuto quindi rivedere questo film dopo oltre trent’anni.
Sentinel
Un film di Michael Winner, con Cristina Raines,Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken, Beverly D’Angelo, Tom Berenger, Jeff Goldblum Horror, Usa 1977


Ava Gardner

Martin Balsam

Eli Wallach

Christopher Walken

Burgess Meredith

Jeff Goldblum




Cristina Raines: Alison Parker
Chris Sarandon: Michael Lerman
Eli Wallach: Detective Gatz
Christopher Walken Detective Rizzo
Martin Balsam: Prof. Ruzinsky
John Carradine: Fr. Francis Matthew Halloran
José Ferrer: Prelato di Brotherhood
Ava Gardner: Miss Logan
Arthur Kennedy: Monsignor Franchino
Burgess Meredith: Charles Chazen
Sylvia Miles: Gerde Engstrom
Deborah Raffin: Jennifer
Jerry Orbach: Michael Dayton
Beverly D’Angelo: Sandra
Hank Garrett: James Brenner
Jeff Goldblum: Jack

Regia Michael Winner
Soggetto Jeffrey Konvitz
Sceneggiatura Jeffrey Konvitz, Michael Winner
Fotografia Richard C. Kratina
Montaggio Bernard Gribble, Terry Rawlings
Effetti speciali Robert Laden, Dick Smith
Musiche Gil Melle
Scenografia Edward Stewart








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La merlettaia
Beatrice, una ragazza bella ma timida e discreta, ha una vita normale: lavora presso un parrucchiere come apprendista e vive un’esistenza senza sussulti accanto a sua madre.
La sua amica Marylene, lasciata dall’amante, la convince a fare una vacanza a Cabourg, in Normandia e qui Beatrice conosce Francois, uno studente affascinante figlio di una nobile famiglia.
Tra i due l’amore è improvviso e travolgente e da quel momento trascorrono le vacanza sempre insieme.
Ma anche il breve periodo di relax volge al termine e i due devono ritornare alle loro esistenze così differenti;
nonostante il parere opposto delle rispettive famiglie, i due giovani innamorati decidono di andare a vivere assieme e per qualche tempo l’amore che li unisce sembra essere tanto forte da superare le barriere sociali e le convenzioni.
Ma dopo poco tempo Francois si stanca del legame e decide di lasciare la ragazza che accetta a capo chino la decisione dell’uomo, lascia l’appartamento e riprende la monotona esistenza precedente.
Ma qualcosa in lei si è rotto per sempre.
Beatrice si ammala gravemente di anoressia e in preda a turbe psichiche finisce per essere internata in un ospedale psichiatrico.
Ed è li che Francois la raggiunge e ……
La merlettaia ( o La dentelliere nell’edizione francese, The lacemakers in quella inglese) prende il suo titolo da uno dei quadri più belli di Jan Vermeer ed è un film diretto da Claude Goretta nel 1977.
Il regista elvetico, specializzato in sceneggiati tv, gira un film malinconico e triste con un finale virato al pessimismo imbastendo una storia d’amore sullo sfondo delle evidenti contraddizioni tra sentimento e ragione, tra realtà amara e sogni disillusi.
Beatrice è una ragazza del proletariato, con un’esistenza tranquilla e anonima, una delle tante esistenze che si consumano all’ombra della capitale francese.
E’ una ragazza come tante, quieta e sognatrice, timida e tranquilla che in fondo non sogna altro che avere un lavoro e trovare un giorno il grande amore.
Francois è all’opposto uno studente proveniente dall’aristocrazia parigina, ricco e viziato, che ignora ovviamente l’esistenza di routine del proletariato parigino non per colpa sua, ma semplicemente perchè la vita gli ha dato un ruolo sociale ben preciso e un’esistenza dorata e senza problemi.
I due mondi, paralleli e antitetici non potrebbero incontrasi mai, differenti e distanti come sono ma a fare da trait d’union c’è un sentimento, ovvero qualcosa che alle volte travalica convenzioni e regole sociali.
Ma il sentimento più antico e profondo, ovvero l’amore, ha delle regole precise: deve essere bilaterale e totale per poter abbattere secoli di convenzioni sociali, deve essere profondo ed assoluto.
In realtà Francois è solamente infatuato della sensibile Beatrice e per lui la relazione non è altro che un momento di distrazione, un’avventura come tante. Nonostante Beatrice sia la donna dei sogni di qualsiasi uomo, tenera ed appassionata com’è, il frivolo Francois sembra non cogliere gli aspetti pregnanti della psicologia della ragazza. I suoi discorsi e la bieca motivazione che addurrà per lasciare la fragile Beatrice mostrano come il rapporto tra i due in realtà sia stato visto come qualcosa di grande e assoluto solo dalla ragazza, che possiede sentimenti profondi a differenza del suo compagno.
Non sarà infatti tanto la differenza di classe sociale a distruggere il rapporto quanto la noia e il desiderio di andare oltre di Francois, espressione classica di un ceto sociale arrogante e privo di valori, privo fondamentalmente di quel sentimento che Beatrice possiede per due ma che non può in alcun modo colmare il divario esistente nella coppia.
L’amore è il sentimento supremo, ma non è la bussola universale evidentemente; così alla passione che Beatrice mette nel rapporto, al suo amore così profondo Francois risponde con le convenzioni sociali e la rigidità delle regole che puntellano il suo mondo, creando le premesse per una tragedia che puntualmente si verificherà quando la ragazza vedrà i suoi sogni andare in fumo.
Si può morire, per amore, e Beatrice questo farà delusa dal suo amante che in fondo altro non è che un bambino viziato e sconfitta da una società che ha delle regole precise e invalicabili.
Quando la dolce ragazza comprenderà che il suo è stato un sogno breve, avrà la forza di analizzare anche il contesto in cui tutto è avvenuto e si renderà conto che in fondo tutto ciò che ha vissuto aveva un epilogo scritto nelle premesse.
La favola di Cenerentola è quello che è, una favola e le favole nella vita quotidiana non esistono.
Goretta dipinge un quadro che assomiglia in modo impressionante all’originale pittorico di Vermeer; nel quadro la giovane ricamatrice è il soggetto principale ed assoluto, lavora in un luogo disadorno ed è il centro focale del dipinto, che illustra la cura e la meticolosità con cui il soggetto affronta il suo lavoro e Beatrice altro non è che un’apprendista di un lavoro altrettanto umile, una parrucchiera di umili origini.
I due volti, quello della merlettaia di Vermeer e quello di Isabelle Huppert, splendida interprete del film, possono quasi sovrapporsi prima di prendere le strade che ognuna delle due prenderà Della merlettaia del dipinto abbiamo colto un attimo, un frammento della sua vita sospeso in eterno. Di lei non sappiamo nulla, non sappiamo chi è, da che famiglia viene, sappiamo solo che ricama con estrema attenzione. Di Beatrice alla fine conosciamo tutto, dalla sua profondità di sentimenti fino alla sua fragilità psichica, quella fragilità che la condurrà ad un triste destino.
Perchè lei è incapace di accettare un ruolo che altri hanno disegnato : il suo amore dovrebbe spezzare le catene ma le catene si riveleranno impossibili da scalfire e questo segnerà la sconfitta non solo dell’amore di Beatrice ma anche la fine dei sogni e l’irruzione prepotente di una realtà in cui i sogni muoiono all’alba.
La merlettaia è un film bellissimo e triste. Con diverse chiavi di lettura in cui lo spettatore può addentrarsi se vuole e parteggiare per una tesi invece che a favore di un’altra (l’amore impossibile, le differenze sociali ecc.) oppure può semplicemente lasciarsi andare e osservare una storia che delicatamente racconta l’impossibilità della realizzazione di un sogno o di una favola.
Goretta traccia una storia quasi normale, vista al cinema molte volte e nella vita reale ancor di più con un linguaggio poetico di rara bellezza ed equilibrio.
Era facile cadere nella trappola del vittimismo, dipingendo Beatrice come un’eroina sfortunata ed era altrettanto facile dipingere la società parigina aristocratica e superba come un coacervo di antichi vizi e scarse virtù.
Il regista svizzero non fa nulla di tutto questo e ci consegna un dramma lineare nel suo percorso interpretato splendidamente da quella grande attrice che è Isabelle Huppert, che regala attimi intensi ogni qualvolta presta il suo volto magicamente malinconico ad un personaggio indimenticabile come quello di Beatrice.
In fondo La merlettaia è anche una grande prestazione d’autore, in cui un ottimo regista,Goretta ed una bravissima attrice, la Huppert, esprimono il meglio del loro talento al servizio di una pellicola che finisce per diventare indimenticabile.
La merlettaia è un film quasi invisibile nelle programmazioni televisive, per cui consiglio caldamente ai lettori di questo blog di cercarlo in rete o in qualche versione dvx, che sono tratte da fonti digitali (il film è da tempo disponibile in dvd) e che quindi riescono a restituire l’aria di malinconica bellezza che il film stesso ispira.
La merlettaia
Un film di Claude Goretta. Con Isabelle Huppert, Yves Beneyton, Florence Giorgetti, Michel De Ré, Jean Obé, Monique Chaumette, Annemarie Düringer, Renata Schroeter Titolo originale La dentellière. Drammatico, durata 108′ min. – Svizzera 1977.
Isabelle Huppert: Beatrice
Yves Beneyton: François
Florence Giorgetti: Marylène
Annemarie Düringer: Beatrice
Sabine Azéma: Corinne
Michel de Ré … Il pittore
Monique Chaumette …La madre di François
Jean Obé … Il padre di François
Regia Claude Goretta
Soggetto Pascal Lainé
Sceneggiatura Claude Goretta e Pascal Lainé
Fotografia Jean Boffety
Montaggio Joële Van Effenterre
Musiche Pierre Jansen
Scenografia Claude Chevant e Serge Etter
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Vi prego di dedicare pochi secondi per rispondere al sondaggio che segue:le vostre opinioni sono importantissime!
Quando le donne avevano la coda
Un gruppo di cavernicoli che vive in una zona selvaggia incappa un giorno in uno strano animale, con tanto di coda, caduto in una trappola; Filli, la preda, non è un animale ma una donna molto astuta, che però finirebbe arrosto non fosse per la “cotta” che il selvaggio Ulli prende per lei.
I cavernicoli, non abituati alla presenza di una donna, da quel momento scoprono rivalità e sopratutto iniziano a litigare fra loro, mentre Filli rivendica, con il passare del tempo, il diritto a gestire il proprio corpo.
Su una sceneggiatura esilissima, tesa a privilegiare l’aspetto grottesco e ridanciano della storia raccontata, Pasquale Festa Campanile crea nel 1970 un film che farà da capostipite ad un genere, quello sexy/cavernicolo che avrà altri epigoni, come il mediocre sequel Quando le donne persero la coda e il brutto Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don.
Se il Brancaleone di Monicelli aveva creato un genere cinematografico nuovo, con un linguaggio irresistibile a metà strada tra l’italiano moderno e quello medioevale, Quando le donne avevano la coda fa un’operazione apparentemente simile, anche se i due film ( e i loro sequel) sono completamente diversi fra loro e non solo come ambientazione.
Il film del regista lucano infatti si snoda sui binari di una comicità forse un tantino grezza e triviale, ma di sicuro effetto, tanto da risultare uno dei film più visti della stagione 70, proprio alle spalle di Brancaleone alle crociate di Monicelli.
Un film che mescola un colorito linguaggio preistorico con gag forse volgarotte ma dall’effetto comico garantito;
nei limiti ovvi di un film che non ha alcuna velleità di impegno, Quando le donne avevano la coda è godibile e divertente, grazie anche alla presenza di un cast di attori comici di alto livello, con l’aggiunta di Giuliano Gemma al suo primo vero ruolo comico.
Anche Pasquale Festa Campanile si mostra a suo agio con il genere comico; dopo Adulterio all’italiana e Dove vai tutta nuda, arriva il terzo successo consecutivo nel genere commedia prima del grandissimo successo di Il merlo maschio.
Nel film alcune gag sono esilaranti, a cominciare dalla sequenza in cui Ulli incontra Filli e viene da quest’ultima catechizzato sul ruolo che una donna può rivestire per l’uomo in luogo di fungere da cibo; divertenti anche le sequenze con protagonista Renzo Montagnani, unico gay tra la combriccola di cavernicoli che ovviamente vedrà come fumo negli occhi l’arrivo di Filli.

Oltre a Mulè, Giuffrè e Frank Wolff, nel cast figura il bravissimo Lino Toffolo, che in precedenza era stato anche nel cast del Brancaleone, oltre al solito Lando Buzzanca.
Accolto molto bene dal pubblico il film di Campanile ebbe invece un’accoglienza freddissima dai critici che evidentemente non perdonarono al regista lucano il successo ottenuto; destino che si ripeterà più volte nel corso della sua lunga carriera come con i film Jus primae noctis, La calandria, Conviene far bene l’amore,Come perdere una moglie e trovare un’amante, tutti snobbati dalla maggioranza dei critici mentre in realtà erano tutti film di pregevole fattura.
Qualche parola va spesa necessariamente per la bellissima protagonista femminile del film, l’attrice austriaca Senta Berger, che divenne un’autentica star proprio grazie a questo film.
La Berger è di una bellezza esagerata ed è sexy pur non comparendo mai nuda nel film, ma solo con un ridottissimo slip che accentua le sue splendide forme. Anche lei è una rivelazione in un ruolo comico e da quel momento infatti girerà diversi film della commedia sexy, con buoni risultati.
Cameo anche per Paola Borboni e segnalazione sia per la allegra colonna sonora di Ennio Morricone sia per il soggetto steso nientemeno che da Umberto Eco; sceneggiatura a più mani tra Festa Campanile e la coppia Ottavio Jemma-Lina Wertmüller.
Se è vero che siamo di fronte ad un film pesantemente datato, non dobbiamo dimenticare che questo film segnò davvero un’epoca; per un anno intero rimase sugli schermi sia in prima che in seconda visione, in un periodo in cui di certo non mancava l’offerta. E va ricordato ai saputelli che stroncarono il film che almeno metà delle commedie italiane dell’intero decennio settanta erano di livello ben più grossolano di questo film.

In ultimo ricordo come il film sia di difficile reperibilità in digitale e che quindi le immagini che compaiono a corredo di questo film provengono da riversaggi in VHS.

Quando le donne avevano la coda
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Francesco Mulè, Giuliano Gemma, Aldo Giuffré, Frank Wolff, Paola Borboni, Lando Buzzanca, Senta Berger, Renzo Montagnani, Lino Toffolo, Gabriella Giorgelli Commedia, durata 110′ min. – Italia 1970.
Senta Berger … Filli
Giuliano Gemma … Ulli
Frank Wolff … Grr
Renzo Montagnani … Maluc
Lino Toffolo … Put
Francesco Mulé … Uto
Aldo Giuffrè … Zog
Paola Borboni … Capo della tribu delle donne preistoriche
Lando Buzzanca … Kao
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Umberto Eco
Sceneggiatura Marcello Coscia,
Pasquale Festa Campanile,Ottavio Jemma,Lina Wertmüller
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Ennio Morricone
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Permette? Rocco Papaleo

Rocco Papaleo è un ex pugile, dall’indole bonacciona e fiduciosa; emigrato dalla Sicilia per tentare la fortuna in America, dopo aver lasciato la boxe perchè troppo tenero per uno sport così grintoso, Rocco è finito a lavorare come ascensorista in Alaska.
Un giorno decide di seguire dei suoi amici a Chicago per vedere dal vivo un importante incontro di boxe; qui Rocco per un pelo evita di essere investito dall’auto guidata dalla bella modella Jenny, che per scusarsi in qualche modo, invita l’uomo a vedere l’incontro nel suo appartamento.

Marcello Mastroianni
L’invito nasconde ben altro, ma l’ingenuo Rocco non raccoglie la malizia insita nella donna: incapace com’è di capire le sottigliezze maliziose della donna, finisce per gettare alle ortiche quella che può essere un’avventura galante.
Equivocando l’atteggiamento della donna, il candido Rocco finisce per seguire sempre più spesso la donna,tentando inutilmente di restare solo con lei. L’uomo finisce così come un agnello tra i lupi, in una città dove la regola d’oro sembra essere la sopravvivenza ad ogni costo.

L’ingenuo e spaesato Rocco diventa così preda del peggio della città.
Finirà per incontrare un sordido campione di umanità, nel quale spiccano le figure di una prostituta che non esita a mettergli nel letto la figlia minorenne e altre figure meschine, fino a quando non verrà pestato a sangue e derubato.
Scosso dall’episodio, ma nonostante tutto ancora fiducioso nell’umanità, con una voglia di comunicare anche commovente, Rocco tenta un’impossibile approccio con la bella Jenny, che per tutta risposta lo assale gridandogli il suo disprezzo per la sua natura gentile e fiduciosa.


E’ questo il punto di svolta, quello che mette in crisi il bravuomo e che lo costringe ad un atto estremo; sicuro di non poter sopravvivere in un mondo di lupi, in una giungla dove conta solo la legge della sopravvivenza, Rocco Papaleo si arma con una potente bomba e da quel momento diventa una mina vagante, pronto a farsi giustizia alla prima occasione utile.
Permette? Rocco Papaleo è un gran bel film firmato da uno dei migliori registi italiani, Ettore Scola.
Diretto nel 1971, segue due tra le migliori opere del regista, Il commissario Pepe del 1969 e Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) del 1970 ed è un film malinconico, pessimista e amaramente descrittivo della condizione degli emigrati italiani in America, pur non essendo questa la tematica fondamentale del film.

Il tema portante è infatti la solitudine emotiva del protagonista, un uomo profondamente buono e ingenuo, fiducioso e dal gran bisogno di comunicare, che vede infranti tutti i suoi tentativi per colpa di una società disumana e alienante come quella americana, competitiva all’eccesso e dominata da rapporti interpersonali aridi ed egoistici.
Rocco Papaleo è un uomo con dei valori di riferimento molto forti, che svaniranno del tutto quando finalmente, dopo tante delusioni e dopo il colpo di grazia dato dalla cinica Jenny, che gli rimprovera i fallimenti della sua vita e dipinge i suoi pregi come dei difetti imperdonabili, finirà dicevo per prendere coscienza del fatto che chi è agnello è destinato fatalmente ad essere preda dei lupi e che dopo questa amara constatazione, deciderà di difendersi con una bomba, che l’uomo, emulo del bombarolo de andreiano, porterà con se per utilizzarla nella prima occasione utile.

E’ un’America ostile e disumana, quella descritta da Scola, che tuttavia privilegia più l’introspezione psicologica del personaggio Papaleo, messo in chiaro contrasto con la società a stelle e strisce, ormai destinata ad un futuro fatto di egoismi personali portati all’esasperazione.
L’incarnazione fisica di Rocco Papaleo è uno straordinario Marcello Mastroianni che crea un personaggio dolorosamente umano, simpatico e perdente, un perdente nella vita, è vero, ma che moralmente giganteggia in un mondo di nani.
L’attore laziale occupa la scena da consumato ed espressivo talento naturale, capace di rendere le sfumature del suo personaggio con enorme naturalezza; accanto a lui una bella Laureen Hutton e cosa abbastanza insolita, un cast di comprimari praticamente sconosciuti, evidente tributo all'”americanicità” del film.


Permette? Rocco Papaleo è un bel film, molto sottovalutato all’epoca della sua uscita nelle sale per motivi inspiegabili; forse l’abbondanza di prodotti di alto livello spinse i critici a storcere il naso, forse giocarono altri fattori.
Sta di fatto che questo è un film da vedere assolutamente.
Permette? Rocco Papaleo
Un film di Ettore Scola. Con Marcello Mastroianni, Lauren Hutton, Tom Reed, Margot Novak,Umberto Tagliavini, Brizio Montinaro Commedia, durata 123′ min. – Italia 1971.









Marcello Mastroianni … Rocco
Lauren Hutton … Jenny
Tom Reed … Gengis Khan
Margot Novak … Linda
Umberto Travaglini … Alcantara

Regia Ettore Scola
Soggetto Peter Goldfarb, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Peter Goldfarb, Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Armando Trovajoli


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