Le regine dei sogni anni 70 oggi
Nei vari forum o siti che si occupano di cinema capita spesso di imbattersi in domande del tipo “ma che fine ha fatto quell’attrice? ” oppure “ma oggi com’è diventata? ” .
Curiosità legittima specie quando l’attrice, la starlette o la semplice meteora è scomparsa nel nulla, ritirandosi a vita privata o cambiando completamente lavoro.
Paradossalmente di alcune di esse che occupavano le prime pagine dei giornali specializzati o di quelli scandalistici, non solo non si hanno più notizie, ma mancano anche documentazioni fotografiche recenti.
Che fine ha fatto Anita Strinberg, la bellezza nordica dagli occhi di ghiaccio, com’è diventata? Cosa fanno Marilu Tolo, Femi Benussi e Leonora Fani, Lara Wendel e Susan Scott?
Nonostante le mie lunghe ricerche in rete, alcune di loro sembrano davvero essere scomparse nel nulla.
Mancano non solo notizie biografiche, ma anche foto recenti.
Sembrerebbe che alcune abbiano volutamente staccato la spina, quasi che il cinema fosse stato, per loro, solo un passaggio, una tappa; incuranti della curiosità dei loro fans, vivono esistenze lontanissime dai riflettori.
C’è chi come Marco Giusti è riuscito a contattare alcune di loro, riproponendo nella trasmissione Stracult il loro passato cinematografico, con preziose testimonianze su un mondo ormai quasi completamente dimenticato, quello che si muoveva dietro le quinte del tanto celebrato cinema italiano degli anni settanta. Opera meritoria e lodevole, perchè ha fatto riemergere dalle nebbie del passato splendide attrici come Susan Scott o starlette come Rita Calderoni, ottime comprimarie come Gabriella Giorgelli….
E ci sono anche riviste come Nocturno che negli ultimi 10 anni hanno contribuito a far conoscere alle nuove generazioni tutta una serie di attori e attrici ormai confinate nel limbo, riroponendo il tesoro composto da centinaia di film completamente dimenticati.
Questa prima parte di questa galleria è dedicata ad alcune splendide protagoniste di quel cinema: alcune di loro mostrano gli inclementi segni del tempo, altre si sono trasformate in mature e affascinanti signore.
Tutte però conservano quel fascino che ha incantato intere generazioni, che ci ha fatto sognare, commuovere divertire.
Se qualche lettore avesse foto recenti, notizie di alcune attrici di cui da tempo non si parla più, può contattarmi o tramite gli appositi commenti in fondo alla pagina o tramite mail.
Sarà mia premura aggiornare immediatamente questa galleria, che prossimamente avrà una seconda parte.
Questa galleria non può non partire da una delle più belle e affascinanti star degli anni settanta, ancora oggi donna dal gran fascino: Orchidea De Santis
La regina del film sexy anni settanta, ancor oggi donna bellissima: Edwige Fenech
Era una delle più simpatiche e sexy star, interprete di film come Femina ridens: Dagmar Regine Hader, in arte Dagmar Lassander
Un personale mito, forse la più affascinante in assoluto: Nieves Navarro, conosciuta in Italia come Susan Scott
Non conosciutissima, ma interprete di diversi film di genere: Olga Bisera
Divenne famosissima da noi con Operazione San Gennaro e in seguito con Quando le donne avevano la coda: Senta Berger
Era l’interprete di 5 bambole per la luna d’agosto e di tanti altri film; è rimasta una gran bella signora Ely Galleani
Cantante di buon successo, passata poi alla commedia sexy all’italiana, interprete di film come La supplente, Ecco lingua d’argento: ultima a destra, Carmen Villani
Un’altra interprete molto famosa nel decennio settanta; la bionda e ancor oggi affascinante Barbara Bouchet
Esordì come fotomodella e poi come attrice di fotoromanzi; ha lavorato in film western, in commedie sexy e in thriller. Beba Loncar
Sempre bellissima, affascinante, La ragazza dalla pelle di luna, oggi produttrice di successo: Zeudi Araya

Attrice molto brava e preparata, indimenticabile protagonista nel film Novecento di Bertolucci: Stefania Casini
Il fascino e la bellezza intramontabile di una delle più brave attrici del cinema italiano, interprete di film come Profumo di donna: Agostina Belli
Attrice versatile, ha interpretato film di diverso genere, come thriller, western, gialli e alcune commedie sexy: Janet Agren
Sempre invidiabilmente giovane, Martine Brochard
Una delle attrici americane più attive in Italia: Carroll Baker
L’altra reginetta del cinema sexy italiano, Gloria Guida
La reginetta dei decamerotici, Gabriella Giorgelli
Un altro personale mito, l’affascinante Erika Blanc
Una delle attrici più versatili in assoluto, Rosalba Neri
La reginetta della commedia sexy balneare, Annamaria Rizzoli
Riemersa dopo un lunghissimo silenzio, Rita Calderoni
Hardcore
La vicenda è ambientata nel Michigan.
In una piccola comunità in cui tutti si conoscono, retta da un perbenismo non solo di facciata ma elevato a sistema sociale, vive l’imprenditore Jake Van Dorn con la figlia adolescente Kristen.
La piccola comunità ha un senso religioso molto profondo, e infatti vediamo sin dall’inizio i vari componenti partecipare a funzioni religiose e a pranzi in comune.
La giovane Kristen non sembra avere particolari problemi così suo padre, quando la ragazza deve partire per un incontro religioso in California, non si oppone.
Ma dopo la partenza, Kristen smette di dare sue notizie e ben presto suo padre inizia ad allarmarsi.
Jake inizia quindi le sue ricerche, senza però approdare a nulla.
Così, convinto anche da suo cognato assume Andy Mast, uno scafato investigatore privato per trovare sua figlia.
Dopo alcuni giorni Jake riceve una telefonata di Andy, che lo convoca a Los Angeles; l’uomo ha trovato tracce della ragazza.
Andy porta Jake in una saletta dove si proiettano film a luci rosse e dopo averne vinto le resistenze iniziali, proietta un film in super 8 nel quale la giovane Kristen è protagonista di un rapporto sessuale con due uomini.
Lo choc per Jake è fortissimo; decide quindi di mettersi alla ricerca della ragazza aiutato da Andy, ma ben presto scoppia un profondo diverbio tra i due.
Andy infatti ha i suoi metodi di investigazione e al puritano Jake la cosa non và giù.
Così Van Dorn si trasferisce in California di persona e inizia una lunga ricerca in un mondo squallido, quello composto da tutto il mercato del sesso, che lo porterà a scoprire la degradazione dell’essere umano attraverso il mercimonio dei corpi, della dignità stessa di coloro che ne fanno parte.
Dopo alcune vicende, Jake conosce la giovane prostituta Niki, che in qualche modo riesce ad aiutarlo nelle ricerche.
Jake, che si è finto un produttore di film a luci rosse, alla fine riesce a trovare la giovane Kristen, che non è stata rapita come l’uomo credeva, ma che si è allontanata dal padre stanca del suo bigottismo, del rapporto troppo freddo che esisteva tra i due e sopratutto perchè priva di una propria identità personale.
Nel drammatico finale, dopo un colloquio chiarificatore con sua figlia durante il quale l’uomo ammette i suoi sbagli, i due vanno via assieme.
Ma Jake farebbe una brutta fine non fosse per Andy, che nonostante non sia più alle dipendenze di Jake, lo segue salvandogli la vita uccidendo un losco pappone che gestiva la vita di Kristen e di altre sfortunate ragazze.
Hardcore, diretto nel 1978 da Paul Schrader, è un’avvincente film in stile quasi documentaristico.
La vicenda di Jake e di sua figlia Kristen infatti ben presto diventano quasi un pretesto per mostrare lo squallido sottobosco del mondo del porno, del mercato del sesso in tutte le sue numerose manifestazioni.
Il viaggio che fa Jake Van Dorn, un’anima quasi candida in un mondo in cui la perversione morale fa da sfondo alla mercificazione del corpo, al baratto di qualsiasi tipo di dignità per un piccolo mucchio di dollari, è un viaggio diretto verso l’inferno.
Un inferno popolato da giovani allettate dai guadagni facili, da ragazzi che si vendono per pochi soldi, da ragazze costrette a mostrarsi nude e in posizioni sconce all’interno di piccolo locali mal illuminati, nei quali i voyeur di turno infilano gettoni per far assumere alle ragazze all’interno posizioni erotiche particolari.
Hardcore è anche una galleria di volti, di locali, di miseria.
Lo stesso Andy, lo scaltro investigatore che Jake assume, approfitta senza scrupolo delle ragazze che contatta alla ricerca di Kristen, entrando a far parte anche lui di quel miserabile mondo che ruota attorno al mondo della prostituzione.
Si, perchè in realtà proprio di prostituzione si tratta.
La vendita del corpo non avviene solo nel contatto diretto tra chi vende il proprio corpo e chi lo affitta ma anche tra chi assiste alla proiezione di un film porno e la pellicola stessa, perchè dietro quel film porno c’è un mondo privo di scrupoli e di una morale di riferimento, in cui la dignità della persona viene totalmente cancellata, in cui solo il corpo diventa protagonista.
Un qualcosa da vendere, da affittare.
Memorabile la scena in cui Jake, sempre alla ricerca di Kristen, è costretto ad assistere ad uno snuff-movie, uno di quei film in cui la donna protagonista viene seviziata e poi uccisa, il tutto sotto l’occhio freddo di una telecamera.
Jake, che rappresenta il cittadino qualunque, quello che vive e lavora in un’esistenza forse grigia, ma dignitosa, è di fatto una figura estremizzata volutamente da Schrader.
Che preferisce un’anima totalmente candida, rinchiusa in un mondo che ignora totalmente le insidie e i pericoli della vita al di fuori della propria comunità.
Un mondo puritano che arriva a scontrarsi frontalmente con una realtà fatta di squallore ad un livello assolutamente inimagginabile per chi vive protetto nel proprio mondo fatto di cose semplici, di valori condivisi come la famiglia, le riunioni durante le feste, le preghiere.
Un mondo bigotto, sicuramente, ma dai fortissimi valori morali.
Il viaggio all’inferno di Jake si conclude positivamente, ed è questo il messaggio del film.
Si può uscire dall’inferno, ma per una ragazza strappata al quotidiano degrado morale ce ne sono tante che consumano la loro vita e la bruciano dietro il miraggio del denaro facile.
Come Niki, la giovane prostituta che si illuderà di poter uscire da quel tunnel quando conoscerà Jake; un’illusione, davvero, perchè lei è ormai fuori dal mondo “civile” e Jake è un universo totalmente alieno per lei.
Davvero un bel film, quindi, aiutato anche dalla maiuscola prova di George C. Scott, che sembra essere nato per intepretare l’uomo della middle class immerso all’improvviso in una realtà assolutamente sconosciuta, inimmaginabile.
Scott quindi si muove per tutto il film con un’aria smarrita assolutamente consona al personaggio che interpreta; bene anche Peter Boyle nel ruolo di Andy, il navigato e opportunista investigatore privato.
Il ruolo marginale in assoluto lo interpreta Ilah Davis, ovvero quello di Kristen.
La ragazza è una meta, che sembra irragiungibile e come tale rimane nell’ombra fino alla fine, quando ha anch’essa il suo momento di gloria nel corso del drammatico colloquio con il padre.
Il ruolo lo interpreta bene così come brava è Season Hubley, la giovane prostituta Niki.
Un film davvero interessante, dalle tematiche forti.
Tutto il viaggio nel perverso e osceno mondo dell’hardcore, del sesso, è illustrato senza alcuna malizia. Sono davvero poche le scene di nudo, perchè il tutto è lasciato all’immaginazione dello spettatore.
Hardcore, un film di Paul Schrader, con George C. Scott, Peter Boyle, Season Hubley, Dick Sargent,Leonard Gaines, Dave Nichols, Gary Graham,Larry Block, Ilah Davis. Drammatico, Usa 1978
George C. Scott: Jake Van Dorn
Peter Boyle: Andy Mast
Season Hubley: Niki
Dick Sargent: Wes DeJong
Leonard Gaines: Ramada
Dave Nichols: Kurt
Gary Graham: Tod
Larry Block: Det. Burrows
Marc Alamo: Ratan
Ilah Davis: Kristen Van Dorn
Regia Paul Schrader
Soggetto Paul Schrader
Sceneggiatura Paul Schrader
Fotografia Michael Chapman
Montaggio Tom Rolf
Musiche Jack Nitzsche
Scenografia Paul Sylbert
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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“Cosa succede se un rispettabile padre di famiglia è costretto per motivi familiari a confrontarsi con il sordido mondo del cinema pornografico? A questa domanda risponde il film di Paul Schrader, in cui si rappresenta una vera e propria discesa agli inferi del protagonista. Ma in tutto il film la contrapposizione tra moralità e depravazione permea la vicenda, inserita peraltro in un’efficace contesto ambientale.
Dramma a “forti tinte” al quale – in seguito – parecchie altre pellicole faranno riferimento (in maniera più o meno velata). Il regista di Taxi Driver (altro titolo indimenticabile) prima di rimanere coinvolto in blandi remake di horror psicologici (Il Bacio della Pantera, 1982 e Exorcist: The Beginning, 2005) ha girato film estremamente interessanti, avvalendosi – come in tal caso – d’attori di classe (George C. Scott) in grado di conferire (umana) sofferenza ai personaggi, spaventosamente simili ai nostri vicini di casa…
Forse il miglior lavoro di Paul Schrader, autore di tormentata religiosità, questa discesa agli inferi di uno straordinario, intensissimo George C. Scott è un film che non si dimentica. Nel suo crescendo (o meglio, sprofondando) in atmosfere di sempre maggior squallore, solitudine, disperazione, ben rese dalla fotografia aderente, non centra forse tutti i bersagli prefissati, ma scuote, disturba, interroga.
A partire da un certo momento della storia, la pellicola sembra essere una sorta di Taxy driver in tono minore e, fatte le dovute proporzioni, l’efficacia nel descrivere una società malata che affoga nel vizio e nella perversione è molto simile. Otima la regia di Schroeder così come pure buona la sceneggiatura. Bravo come sempre ma soprattutto credibilissimo George C. Scott nell’incarnare un padre che scopre gradualmente e sempre più inorridito la spirale perversa di cui la figlia è caduta vittima. Da riscoprire e rivalutare.
Decisamente un bel film. Ottimo il contrasto tra l’atmosfera invernale e rassicurante della prima mezz’ora e il clima morboso (alla Taxi driver, anch’esso sceneggiato da Schrader) che si respira nel resto del film. La storia è intensa e appassionante, peccato solo per il finale non all’altezza. Ottimo il personaggio di Van Dorn, perfettamente impersonato da un bravissimo George C. Scott che offre una recitazione alla stesso tempo intensa e misurata. Buono anche il resto del cast. Abbastanza efficace la colonna sonora. Consigliatissimo.
Per raccogliere un fiore caduto nel fango, bisogna sporcarsi le mani. Jake, padre di famiglia, onesto nel suo rigore integralista, deve confrontarsi non tanto con il male, quanto con l’ambiguità di un certo mondo, o del mondo in genere, tanto più grande della sua cittadina del Michigan. In una California luminosa e feroce, nell’underground del porno, Jake si scopre sia vincitore che sconfitto quando si volta ancora a guardarli, tutti gli altri fiori nel fango. Film molto datato ma ancora suggestivo, peccato per il finale affrettato e forzato.
Un film che affronta il problema degli adolescenti che, per una sorta di ribellione (in questo caso dovuta alle abitudini religiose, calviniste per la precisione) sono portati a compiere scelte estreme. La pellicola rende alla perfezione, grazie alla bravura degli attori, l’idea del genitore prostrato davanti alla piega degli eventi ma con una voglia di chiarezza e riscatto che George C. Scott trasmette magistralmente. Tutto fa riflettere sull’educazione trasmessa ai figli e le conseguenze negative che possono derivarne sotto forma di “sorprese”.”
Io Emmanuelle
“Acquistate tre saponette per cento lire”
E’ lo slogan che ascolta una bellissima e annoiatissima donna da una radio che le ronza affianco, mentre dorme completamente nuda coperta solo da un lenzuolo verde.
Si vede anche sul balcone del suo elegante appartamento mentre giace sull’asfalto, coperta anche li dal lenzuolo verde.
Inizia così Io Emmanuelle, con dialoghi scarni , anzi, monologhi irritanti, di Ginette, amica di Emmanuelle, la protagonista annoiata. Proviamo a descrivere il film in presa diretta, da spettatore che fa la radiocronaca scritta (un non sense, lo so) di quello che scorre sotto i suoi occhi.
La splendida Erika Blanc
La donna gira nervosamente la manopola di sintonizzazione della radio, che trasmette, con monotonia, la notizia di un bonzo che si è dato alle fiamme, le ultime dal Vietnam, dove infuria la guerra, mentre ossessivamente una voce ripete lo slogan delle tre saponette.
La macchina da presa indugia sugli splendidi occhi di Emmanuelle (Erika Blanc), sul corpo, la segue mentre nuda sale una scala (senza ovviamente inquadrarla mai per intero, siamo nel 1969).
Sono passati circa 10 minuti dall’inizio del film, e un senso di noia mortale sembra pervadere già lo spettatore.
Ed è solo il prologo, perchè la sensazione si trasformerà ben presto in una certezza assoluta.
Altri 5 minuti in cui seguiamo la protagonista andare a spasso per la città, e finalmente dopo 18 minuti! di film ascoltiamo la sua voce dire:”Mio caro cretino professore,ascoltami: sono stufa di sapere che ho bisogno di te”.
Il che è una liberazione, perchè la terribile sensazione di aver perso il senso dell’udito si sta accompagnando a quella più grave di vivere un incubo.
Mentre la solita voce fuori campo continua a proporre le maledette “tre saponette”, Emmanuelle si reca a trovare un tizio, che la accoglie come una vecchia amica.
E’ un logorroico e snob signore di mezz’età, che però resta senza parole quando Emmanuelle gli dice, brutalmente “Ti prego, fammi fare l’amore”
Ora, qualsiasi essere normale che si senta chiedere da un pezzo di donna come la Blanc una cosa del genere come minimo avrebbe dapprima una sincope, e in seguito si lancerebbe lancia in resta (scusate la similitudine da trivio); difatti l’uomo, dopo l’iniziale imbarazzo e dopo un “non ti credo”, impalma in senso biblico la donna, che comunque non sembra apprezzare più di tanto.
Difatti prima di andar via Emmanuelle brucia alcune pagine del libro che l’uomo stava scrivendo, segno inequivocabile che il rapporto è stato scadente.
Dopo di che la insoddisfatta Emmanuelle si reca da un altro amico, un venditore di reggiseni alle prese con una cliente elefantiaca e incontentabile;anche in questo caso, la donna ha un rapporto veloce e inconcludente.
Uscita dall’atelier dell’amico, Emmanuelle sale sulla moto di un giovane cappellone, che si rivelerà essere una specie di hippy pazzoide e cannato all’ennesima potenza;dopo aver fumato un maxi spinello, la donna fugge ancora.
Incontrerà poi un maturo signore in cerca di avventure,una lesbica con la quale avrà un muto scambio di segnali e un incontro ravvicinato in un cesso con tanto di rifiuto da parte della nostra eroina,un giornalista preoccupato più della madonnina che porta al collo che dall’atto sessuale con la sua compagna, nuovamente il cappellone hippy….
Insomma, un tour de force erotico che la lascerà ancor più annoiata di prima.
Io Emmanuelle, diretto da Cesare Canevari nel 1969 è un film mortalmente noioso; non fosse per la splendida protagonista, Erika Blanc, sarebbe da piantare in asso dopo venti minuti di visione.
A parte la raffinata fotografia, si salva pochissimo o niente; la trama in pratica è inesistente o quasi, giocata tutta sull’insoddisfazione della protagonista, una donna che cerca nel sesso un appiglio ad una vita che le appare vuota.
Il che verrà replicato all’infinito negli anni successivi, quando l’erotismo diverrà fatalmente valvola di sfogo, modo per realizzarsi,soddisfazione di istinti primari al confine con la bestialità per passare a fonte di vita o oggetto proibito e via dicendo.
Canevari ha l’unico merito di aver anticipato i tempi proponendo un soggetto molto scabroso per l’epoca.
Siamo a fine anni sessanta, non dimentichiamolo, e le forbici della censura agivano con una forza e una velocità degne di miglior causa.
Ma resta l’unico merito del regista, che tenta inutilmente di abbellire il quadro donandogli una patina di intellettualismo che alla fine riesce solo a indispettire lo spettatore.
Sprecato oltre ogni ragionevole necessità il cast, che include la citata Blanc, che fa il suo con inappuntabile professionalità, la Sannoner, validissima attrice di teatro finita per chissà quale motivo in questa pochade, Adolfo Celi e Paolo Ferrari, entrambi attori di indiscusso pregio che mostrano tutta la loro perplessità per un soggetto in cui evidentemente non credevano mantenendo il minimo sindacale della recitazione.
Un film davvero brutto, quindi, appesantito da situazioni surreali o tragicomiche, come il momento di intimità di Emmanuelle con Sandri in cui quest’ultimo è preoccupato più che dal rapporto con la splendida donna che ha nel letto dall’aver smarrito una catenina.
Il livello è quindi questo, e quello che da più fastidio è la pretenziosità con cui il film cerca di prendersi sul serio.
Il tema sonoro centrale è di Mina,ed anche questo era evitabilissimo.
Io Emmanuelle, un film di Cesare Canevari. Con Erika Blanc, Adolfo Celi, Paolo Ferrari, Milla Sannoner, Sandro Luporini, Lia Rho Barbieri
Drammatico, durata 96 min. – Italia 1969.
Erika Blanc – Emmanuelle
Adolfo Celi – Sandri
Paolo Ferrari – Raffaello
Sandro Korso – Il capellone
Lia Rho-Barbieri – Anita
Ben Salvador – Phil
Milla Sannoner – Ginette
Regia: Cesare Canevari
Soggetto: Cesare Canevari
Romanzo: Emmanuelle Arsan
Musiche:Gianni Ferrio
L’eroina eponima, sempre in cerca di nuove esperienze sentimental-sessuali, è qui affidata alla rossa Erika Blanc, che si concede generosamente in eleganti nudi. Meritevoli soprattutto lo stile registico di Canevari, a base di zoom e primi piani, il montaggio di Messeri e la fotografia di Catozzo. I dialoghi sono pressochè superflui…
Pura tecnica fine a sé stessa. Rappresentare la noia di vivere senza diventare noiosi è molto difficile, ed infatti tolte poche sequenze si assiste ad un’inerte rappresentazione dell’andirivieni di Erika Blanc per Milano mentre si abbandona più volte alle braccia del primo venuto. Di sostanza, insomma, neanche a parlarne… ed i dialoghi sono spesso irritanti. Un film che dimostra ampiamente i suoi 40 anni, purtroppo.
Film noiosissimo che di erotico ha davvero poco. Salvo solo le atmosfere e le ambientazioni tipicamente anni sessanta. Discreta colonna sonora, pessimo tutto il resto; pare che questo film anticipi la fortunata serie con la Crystal, senza ovviamente raggiungerla né sfiorarla in quanto a qualità. Mediocre.
Pellicola per certi versi paradigmatica del cinema erotico anni ’60: sesso castigatissimo di cui fatichiamo a comprendere lo scandalo, dialoghi inascoltabili che tradiscono una attaccamento di fondo agli antichi “valori” che si pretende di sovvertire; ma d’altre parte anche velleità semiautoriali, intellettualismi alienati (o manierismi psichedelici travestiti da tali) nell’uso del montaggio e della musica. La Blank, raramente protagonista, si segue volentieri. Bel quadretto d’epoca, benché immaginario, anzi: sull’immaginario di un’epoca.
Indagine su un delitto perfetto
Un misterioso sabotatore manomette l’aereo del presidente di una importante compagnia; l’uomo muore senza lasciare testamento e neppure disposizioni su chi dovrà succedergli alla guida della società.
La stessa multinazionale ha tre vicepresidenti, Harold Boyd, Sir Arthur Dundee e il giovane Paul de Révère, che sono quindi in lizza per la successione.
Harold Boyd ha sposato una donna ricchissima, Gloria, alle spalle della quale vive disprezzato dalla moglie, alla quale riserba lo stesso sentimento, tradendola con la giovane Polly, che in realtà è manovrata da Arthur Dundee.
Il quale, a sua volta, mira ovviamente alla successione a a capo della multinazionale.
Paul De Revere, il più giovane del gruppo, esce di scena immediatamente; l’auto sulla quale viaggia mentre torna a casa dalla anziana madre Lady Clementine De Revere finisce contro un camion e precipita giù da una scogliera.
Anche in questo caso tutto sembra essere frutto di una tragica casualità, come testimoniano i due guidatori del camion contro il quale si è schiantata l’auto di Paul.

Joseph Cotten è Sir Arthur Dundee
Ma l’auto è stata sabotata, e ad accorgersene è il Soprintendente Jeff Hawks che decide quindi di indagare.
Ma la occulta regia che sembra manovrare dietro le quinte colpisce ancora: a morire questa volta è Arthur Dundee.
La mano misteriosa lo uccide in maniera molto ingegnosa, facendogli andare in corto circuito il pacemaker durante una notte di tempesta.
Anche in questo caso Hawks ha forti sospetti che indicano un omicidio, ma nessuna prova, così come si ritroverà davanti ai cadaveri di Boyd e Gloria che apparentemente si sono uccisi fra di loro, con il suicidio finale di uno dei due.
Ma ecco il colpo di scena.
Paul riappare raccontando una storia credibile; riuscirà a farla franca perchè nonostante i sospetti di Hawks ha un alibi di ferro fornitogli da Polly, sua complice sin dall’inizio.

Anthony Steel è il Soprintendente Jeff Hawks
Una trama ingarbugliata, con colpo di scena finale, per un giallo non sempre convincente, anzi a tratti forzato e poco credibile.
Indagine su un delitto perfetto, regia di Giuseppe Rosati, film girato nel 1978 ebbe diverse traversie di lavorazione, tanto che venne dapprima sospeso e poi ripreso (pare per mancanza di fondi), il che giustificherebbe alcune discrepanze temporali e alcune sequenze apparentemente senza molta logica.
Siamo di fronte ad un giallo ambientato in Inghilterra, di tipica derivazione dai gialli di Agatha Christie, ma con attori internazionali ad interpretare personaggi inglesi.
Un cast ad alto livello, tra l’altro, che include Adolfo Celi, Joseph Cotten, Alida Valli, Janet Agren, Leonard Mann, Anthony Steel, Paul Muller e Gloria Guida, che fanno il loro lavoro con inappuntabile professionalità.
Peccato per la farraginosità della trama, per le incongruenze e per il finale davvero tirato per i capelli, perchè per larghi tratti il film avvince, anche se è girato con tempi e sequenze molto blande.
Le location sono davvero molto belle, come quella della casa/tenuta dei coniugi Boyd, in cui viene girata una scena di caccia alla volpe molto ben fatta, sicuramente costosa e sfarzosa.
La regia è di maniera, senza grossi fronzoli, buone le musiche di Savina.

L’inatteso ritorno di Paul De Revere
Indagine su un delitto perfetto, un film di Giuseppe Rosati. Con Joseph Cotten, Adolfo Celi, Leonard Mann, Alida Valli,Claudio Gora, Franco Ressel, Anthony Steel, Janet Agren, Gloria Guida
Giallo/Thriller, durata 90 min. – Italia 1978.
Gloria Guida – Polly
Leonard Mann – Paul De Revere
Joseph Cotten – Sir Arthur Dundee
Adolfo Celi – Sir Harold Boyd
Anthony Steel -Soprintendente Jeff Hawks
Janet Agren – Lady Gloria Boyd
Alida Valli – Lady Clementine De Revere
Franco Ressel – Sergente Phillips
Paul Muller – Gibson
Mario Novelli – Sabotatore
Regia Aaron Leviathan (Giuseppe Rosati)
Soggetto Aaron Leviathan
Sceneggiatura Aaron Leviathan
Produttore Ferry Flay
Casa di produzione C.L.C.
Distribuzione (Italia) Ciat Martino
Fotografia Jerry Delawaree
Montaggio Frank Robertson
Musiche Carlo Savina
Scenografia Robert Frogs

“Colpo di coda di un certo filone thrilling italiano con qualche ambizione (il cast internazionale) e d’impostazione classica, ma rabberciato alla meglio e infatti pieno di tempi morti e smagliature. Sprecato il grande Celi, Cotten ormai fuso, la Gloria invece è sempre un bel vedere. Leonard Mann/Manzella ora fa il medico, e diciamo che il cinema non ha perso poi tanto. Inconsistente.
Discreto giallo ereditario con meccanismo à la Agatha Christie, da cui si riprende uno dei suoi classici trucchi per nascondere l’identità dell’assassino (in realtà facilmente intuibile, anche ricordando la disposizione dei nomi nei titoli di testa). Non mancano alcuni stilemi argentiani e omicidi brutali e ingegnosi, come quello di con il pacemaker di Cotten. Apprezzabile soprattutto per il nutrito cast internazionale, che affianca la Guida al sullodato Cotten.
Cast grandioso per questo film che -com’è noto- venne interrotto e ripreso solo molto tempo dopo e senza poter disporre di tutti gli attori che sarebbero serviti. Lo sviluppo narrativo è comunque piuttosto lineare nonostante le traversie produttive, peccato solo che il film giunga ad un finale davvero inverosimile. Qualche esterno cartolinesco londinese e le solite ville romane, ovviamente. La Guida mostra il pelo, il che non è un dettaglio.
Afflitto da disavventure produttive, il film si regge su un colpo di scena finale (per altro non del tutto imprevedibile agli spettatori più scafati) assolutamente inverosimile per non dire truffaldino. Fino a quel momento la pellicola non regge malissimo (nonostante la tensione non sia certo alle stelle), ma l’epilogo rovina tutto. Curioso e ricchissimo il cast.
Film interrotto per mancanza di soldi, poi ripreso e completato (ma pare senza pagare nessuno) e in qualche modo comunque fatto uscire in sala (in alcune sequenze si usò una controfigura della Guida perchè l’attrice non era disponibile a riprendere la lavorazione). Tenta di fare il giallo all’inglese e in Inghilterra è infatti ambientato, ma si aggroviglia in una miriade di colpi di scena degni della peggior telenovela brasiliana. Per non parlare dell’evento chiave, su cui si snoda tutto il mistero: improponibile. Però il cast è eccezionale.
Giallo con un cast davvero fenomenale. Non manca nessuno: la Guida, la Agren, la Valli… e funziona anche sul versante maschile con gli ottimi Celi, Cotten (degno di nota il suo omicidio molto violento), Gora, Ressell, Tom Felleghy! C’è pure Paul Muller! La storia ha qualche punto morto e vero e il finale non convince troppo (decisamente aperto a mio avviso), ma si fa vedere. Sufficiente. Ottime musiche di Carlo Savina.
Ambientazione inglese per questo film che ricorda i gialli del passato a causa delle sue atmosfere plumbee e i guanti neri spesso in evidenza. Un intreccio industriale tra faide e morti accidentali con lo scontato sorpresone finale. Cast di buon livello ma regolato in maniera aziendale. La Guida si concede a destra e pure a manca.
Non male. Si trasporta il killer argentiano coi guanti di pelle nel giallo inglese raffinato e ne esce un discreto film stile Agatha Christie (scordatevi quindi il sangue e la violenza). Ha qualche motivo d’interesse in un’ottima fotografia e in belle scenografie, nelle piacevoli musiche di Savina e, soprattutto, nello strepitoso cast: Celi, la bella Guida (fa il sicario!), Cotten (vittima dell’unica morte un po’ violenta e sadica), Manzella, la Valli… Anche la sceneggiatura fila bene, peccato per il finale. Raffinato: Due pallini e mezzo.
Interessante giallo con commistioni in stile Agatha Christie e pseudo/argentiane (guanti di pelle neri e cappello), si fa vedere con gusto grazie ad un ottimo montaggio in grado di supplire alle traversie produttive e ai buchi di sceneggiatura sparsi qua e là. I giallisti più smaliziati scopriranno dopo un quarto d’ora chi è l’assassino e non si lasceranno certo sorprendere dal colpo di scena finale… però il risultato finale è più che dignitoso. Ottimo cast e sempre audace la Guida con un paio di nudi integrali decisamente gratuiti.”
Malia, vergine e di nome Maria
Torino, anni settanta, estrema periferia della città.
Tra baracche, ladri, lavoratori e pensionati, prostitute e truffatori, la vita scorre scandita dalla miseria e dall’emarginazione sociale.
C’è chi per sopravvivere ricorre alla vendita di filtri d’amore dai dubbi risultati e chi è costretta, come Maddalena, a prostituirsi per sopravvivere e per aiutare il proprio pappa, c’è l’omosessuale di per se già discriminato dalla sua provenienza e c’è chi come la mamma di Maria, una ragazza epilettica, specula sulle capacità della ragazza di predire il futuro.
E’ un’umanità dolente e sofferente, che ha una sua fede primitiva infarcita però di riti e credenze pagane, a cui inutilmente Don Vito, il bravo parroco locale cerca di mettere un freno.
Don Vito è un prete d’altri tempi, consapevole della difficoltà di portare il suo messaggio pastorale tra gente che è costretta a vivere in condizioni sociali aberranti, ai limiti di una civiltà del benessere che ha attirato una folla di disperati dal sud con il miraggio della ricchezza.
Tutto si è invece trasformato nel trapianto da una realtà di miseria e fame ad una realtà dove è cambiata solo la geografia del paesaggio.
Tra questi emarginati, dove la sopravvivenza è davvero legata solo ad un ipotetico intervento divino, da tutti auspicato come l’unica soluzione alla squallida realtà che vivono, avviene un miracolo, o meglio, quello che la gente del posto suppone tale.
La quattordicenne Maria, durante una riunione in cui deve predire la buona sorte ai presenti, viene colta da una crisi epilettica e cade in uno stato di catalessi.
Tutti gli abitanti della borgata la credono morta incluso Don Vito che le impartisce l’estrema unzione e ne ordina i funerali.
Durante la notte la ragazza si sveglia dal coma in cui era caduta, con ovvia sorpresa di tutti, inclusa quella della mamma che la crede uno spirito malvagio.
Per gli abitanti della borgata è un miracolo, testimoniato in seguito dal fatto che la ragazza risulta essere incinta.
Poichè Maria è solo una bambina e non ha avuto rapporti sessuali con nessuno dei borgatari, ecco che tutti gridano al miracolo.

Una intensa Andrea Ferreol è Maddalena, la prostituta
Ad approfittarne è sopratutto la madre, che mette su un fiorente commercio legato al miracolo; nel frattempo Don Vito viene richiamato dalle alte sfere ecclesiastiche che lo rimproverano di non aver avuto polso nella gestione del caso, lasciando che la superstizione si impadronisse della gente del posto.
Inutilmente il prelato cerca di convincere il giudicante delle difficoltà di guidare un gregge che si affida ormai a Dio quasi come l’unica soluzione alle traversie quotidiane, attraverso una fede istintiva in cui si mescolano antichi retaggi incluse le forme più estreme di superstizione.
La vicenda tocca il culmine quando si apprende la verità sulla maternità della ragazza; il padre del nascituro altri non è che il nipote di Don Vito, ovvero Rocco, un ragazzo minorato che durante il coma della ragazza ha approfittato di lei.
Quando Don Vito svela alla borgata intera radunata davanti alla casa di Maria la verità, la gente, delusa e indignata, tenta di linciare sia la ragazza, sia Don Vito e Rocco.

Maddalena e il suo pappone interrotti nell’intimità dalle urla di Maria
Alla fine tutto si sistema; Maria abortisce e viene spedita con Rocco da una parente di Don Vito, che decide di abbandonare l’abito talare ma di restare tra la sua gente, non più come prete, ma come uomo che ne condivide il destino e la dura vita.
Malia, vergine e di nome Maria, diretto da Sergio Nasca nel 1975 è un film molto bello, addirittura eccellente, girato con mano ferma e idee chiare su una sceneggiatura assolutamente originale.
Nasca, che veniva dalla buona prova di Il saprofita, riesce a descrivere con intelligenza e indubbia capacità la vita difficile dei meridionali trapiantati, le loro condizioni di degrado morale e sociale, la difficoltà di integrazione con un mondo che non li capisce e spesso non li accetta, il loro rapporto con la religione, che diventa l’unica speranza di redenzione da un rpesente fatto di squallore e miseria.

La presunta resurrezione di Maria
Memorabile la sequenza iniziale in cui degli incaricati del comune, tutti torinesi Doc, fanno domande assurde agli abitanti per stilare il censimento degli abitanti, tipo “Quanti bagni ha”, “quali sono i suoi svaghi”, domande retoriche nella loro follia perchè rivolte ad una realtà che a mala pena riesce a racimolare di che vivere, per soddisfare solo incombenze più immediate, mangiare e avere un tetto sulla testa.
Il regista punta l’indice non solo sulle condizioni di degrado economico e materiale, ma sopratutto su quelle spirituali in cui versa l’umanità che popola la borgata; privi di riferimento, gli abitanti si affidano a quanto di peggio può esserci nell’estremo rifugio della fede, ovvero la superstizione, che finisce per condizionare pesantemente la vita di ognuno di loro.

Turi Ferro, bravissimo, è Don Vito
Il tutto mentre la chiesa, l’organo che dovrebbe occuparsi della salute delle loro anime, deputa al povero Don Vito la terribile responsabilità di “pascolare le loro anime”; e Don Vito, uomo onesto e coraggioso, si sforza inutilmente di impartire il suo messaggio, arrivando alla fine al gesto estremo di lasciare la tonaca, consapevole ormai dell’assoluta inutilità di poter modificare la situazione solo con le belle parole e i messaggi di speranza.
Il coraggioso film di Nasca coglie nel segno, dipingendo quindi un ritratto cupo, forte e vivido di una realtà scomoda, spesso accantonata.
Lo fa con un linguaggio diretto, scenograficamente ben rappresentato e ottimamamente recitato dalle sue componenti artistiche.

L’equivoco tra Maddalena e Don Vito
Seganlo quindi l’ottimo Turi Ferro nei panni del coraggioso Don Vito, la brava Andrea Ferreol in quelli della prostituta Maddalena, della ex bambina dei miracoli Cinzia De Carolis in quelli di Maria, di un insolitamente drammatico Alvaro Vitali che intrepreta Rocco e ancora una intensa Clelia Matania nel ruolo della mamma di Maria, di Leopoldo Trieste nei panni del mago Nicola e di Enzo Cannavale nei panni di Simone.

L’annuncio alla popolazione della borgata
Il film ebbe un buon successo di critica ma anche varie vicissitudini; venne accusato infatti di vilipendio della religione e di blasfemia, anto da dover modificare il titolo da Vergine e di nome Maria, in Malia.
Un atteggiamento bigotto e incredibilmente ottuso da parte di qualche magistrato che chiudeva gli occhi sulla dilagante pornografia per aprirli di colpo su un film scomodo, coraggioso e difficile, uno di quelli che aveva l’unico torto di far pensare.
Malia, vergine e di nome Maria, un film di Sergio Nasca. Con Tino Carraro, Leopoldo Trieste, Andréa Ferréol, Cinzia Carolis, Turi Ferro, Clelia Matania, Nicola Di Pinto, Renato Chiantoni, Franco Pesce, Marco Mariani, Renato Pinciroli, Dada Gallotti, Enzo Cannavale, Valentino Macchi, Sandro Dori, Marino Masé, Giancarlo Badessi, Alvaro Vitali
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1975-77.
Turi Ferro – Don Vito
Andréa Ferréol – Maddalena
Cinzia De Carolis – Maria
Alvaro Vitali – Rocco
Clelia Matania – Anna, madre di Maria
Renato Pinciroli – Giuseppe
Leopoldo Trieste – Nicola
Enzo Cannavale – Simone
Jean Louis – Luca
Sandro Dori – Matteo
Tino Carraro – Il vescovo
Giampiero Vinciguerra -Prospero
Regia Sergio Nasca
Soggetto Sergio Nasca
Sceneggiatura Sergio Nasca
Casa di produzione Cipdi
Fotografia Giuseppe Aquari
Musiche Sante Maria Romitelli
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“Coraggioso e insolito, attacca la religione tradizionale tutta dogmi e colpevole di diffondere tra il sottoproletariato ignoranza e credulità. Riuscitissima per questo l’ambientazione in una baraccopoli torinese popolata da immigrati meridionali ed emarginati, poverissimi e superstiziosi. Molto ricco il cast, in cui spiccano Turi Ferro prete concreto e perspicace, Vitali chierichetto muto, Masè coriaceo lenone, Ferreol prostituta redenta, Trieste fattucchiere capellone, Carraro viscido vescovo.
Una delle non poche rivisitazioni evangeliche in chiave moderna che il nostro cinema ci regalò negli anni ’70. Il film, che vanta un ottimo cast, mi è piaciuto nonostante qualche forzatura, in virtù di una regìa che ha evitato gli scivoloni nel ridicolo ed anche di un finale spiazzante e perfettamente logico. La De Carolis, enfant prodige del nostro cinema finita poi nell’erotico, è già piuttosto disturbante a 15 anni.
Sfolgorante opera del sottovalutato Sergio Nasca, che aiutato da un ottimo cast prende brillantemente di petto le ambiguità della Chiesa, l’ignoranza e la bassezza del sottoproletariato e l’avidità disumana del capitale, in un ritratto grottesco ma azzeccato, duro e mai consolatorio, di un’Italia non così dissimile da quella odierna. Bene Turi Ferro, Alvaro Vitali giustifica l’impegnativa etichetta di attore felliniano.
Interessante e originale, capace di mettere il dito nella piaga (e infatti subì un sequestro da parte della censura cattolica). Sbagliata la scelta di basare il finale non tanto sul colpo di scena, quanto sulle sue conseguenza, ma è un difetto su cui si può sorvolare. Davvero curiosi alcuni personaggi e veramente odiosa la bambina miracolosa, perfettamente impersonata da Cinzia De Carolis. Anche il resto del cast è notevole e vede come protagonista il bravo Turi Ferro. Tra gli interpreti secondari attori come Trieste, Vitali e Cannavale.
Un film classificabile come “commedia nera” ma che strizza l’occhio a situazioni pruriginose e fintamente ecclesiali (il titolo rimane piuttosto eloquente, in questo senso). “Malia” miscela riti esorcistici, commedia nera, film religioso (e nello stesso qual tempo scabroso) e si serve di un cast ricco e variopinto. Parzialmente anticipatore di alcune tematiche (meglio analizzate nel successivo Brutti sporchi e cattivi), il film di Nasca riprende l’ambientazione di borgata (ma stavolta a Torino) de Lo scopone scientifico.
Indubbiamente buono. Non lascia adito a interpretazioni, da quanto il messaggio è chiaro. La più grossa piaga è l’ignoranza, ma le istituzioni fanno di tutto per mantenerla tale, non permettendo neppure che questa povera gente si crei l’illusione di un miracolo, quando quest’ultimo è creato da usanze, superstizioni o mistificazioni ancora più dannose della cultura tradizionale. Eccellente Turi Ferro.
Alla sua uscita il film provocò un notevole scandalo, comprensibilmente, e fu sequestrato. Nasca era un regista discontinuo (vedasi il pallosissimo D’annunzio) ma capace di guizzi non indifferenti come in questo caso.”
Mala, amore e morte

Un misterioso killer spara ad una donna mentre la stessa ha appena acquistato dei giornali. La defunta era la proprietaria in una pensione, La mimosa, che ora viene ereditata dalla giovane e bella Marisa. Ma per la ragazza è l’inizio di una serie di guai, perchè la defunta zia era la centro di un complicato caso riguardante un piccolo scrigno pieno di diamanti, ai quali sono interessati anche tre malavitosi e un misterioso ospite della pensione.
Dopo una serie di vicende, Marisa e l’ospite, che in realtà è un ispettore di polizia, recupereranno la refurtiva nella tomba di un garibaldino che partecipò alla presa di Porta Pia, e avranno la meglio sui tre gangster da operetta e sulla svampita donna del capobanda. Finale in rosa con Marisa e l’ispettore che si godono finalmente il loro sbocciato amore.

Nonostante il titolo sia assolutamente fuorviante, Mala amore e morte, film targato 1975 per la regia di Tiziano Longo su soggetto di Paolo Barberio e Piero Regnoli contiene qualche elemento giallo unito ad elementi polizieschi, che però virano decisamente verso il comico/farsesco. Dei tre componenti del titolo, l’unico ad essere rappresentato è proprio l’amore, che alla fine trionfa come in ogni classica commedia tra la bella Marisa e il misterioso ospite della pensione Mimosa, che si rivelerà essere un ispettore di polizia alla ricerca della chiave che conduca ad una fortuna in diamanti, che la defunta proprietaria della pensione stessa aveva contribuito ad occultare.


La mala è rappresentata da tre gangster assolutamente scombinati, che parlano con un buffissimo accento e sopratutto sono lontani anni luce dal prototipo dei banditi feroci e senza pietà, incluso il loro capo, che si da arie da uomo raffinato. A loro si aggiunge una svampitissima ragazza, che è l’amante del capo, e che per tutta la durata del film non indossa quasi mai un vestito. La morte invece è davvero la grande assente, perchè a parte la defunta zia, l’unico morto non muore davvero mai, ricomparendo sempre e contribuendo a creare scompiglio nelle idee già di per se confuse di Marisa. Una commedia ironica, quindi, che mescola allegramente elementi del giallo a quelli tipici della commedia sexy; il risultato finale è un film che a sprazzi ha qualche momento di divertimento, pur essendo abbastanza scombinato. La commedia regge anche per merito di una splendida Femi Benussi, che appare davvero confusa dagli avvenimenti, ma anche (sopratutto) divertente nel ruolo di Marisa, che appare travolta dagli avvenimenti. Se la Benussi mostra con generosità le sue grazie, ancor di più fa Gabriella Lepori, praticamente sempre svestita, che interpreta l’amante del capo gangster, una ragazza svampita in maniera patologica e affetta da idiosincrasia verso qualsiasi forma di vestiario.

Nel film il ruolo dell’ispettore è interpretato da Gianni Macchia; l’attore pugliese non si prende sul serio e appare per tutta la durata del film con un sorriso ironico che sembra quasi farsi beffe dello spettatore, anticipando in qualche modo il tono da pochade che la pellicola andrà assumendo nel corso del suo svolgimento.
Brevi parti per Gigi Ballista, troppo presto fuori scena e per la Prevost, ammazzata dopo 5 minuti di film. Se la storia appare abbastanza scontata, tuttavia qualche elemento di divertimento c’è, anche se è poca roba; tuttavia non siamo di fronte alla solita commediaccia scollacciata e triviale, ma ad un prodotto con una qualche dignità.

Mala amore e morte,un film di Tiziano Longo, con Femi Benussi, Gianni Macchia, Gabriella Lepori, Gigi Ballista, Francoise Prevost, Giallo/commedia,Italia 1975 
Femi Benussi-Marisa Belli
Gianni Macchia-Marco Ranalli/Carlo Martini
Massimo Mollica-Barone Francesco De Carolis
Gabriella Lepori-Sissi
Françoise Prevost-Adalgisa Belli
Renato Pinciroli-Custode cimitero
Gigi Ballista-Avvocato Giorgi
Danika La Loggia-Entreneuse
Giulio Baraghini-Mimì, guardia del corpo
Franca Scagnetti-Donna delle pulizie
Regia;Tiziano Longo
Sceneggiatura:Paolo Barberio,Piero Regnoli
Produzione:Ermanno Curti
Musiche:Filippo Trecca
Fotografia:Franco Delli Colli
Montaggio:Mario Gargiulo
Orchidea De Santis : intervista
Quando si cresce a pane e cinema, come ha fatto chi vi scrive, si finisce per affezionarsi in qualche modo a dei film a degli attori e a delle attrici; così si finisce per crearsi dei personali cult, che nel mio caso possono essere i film di Leone o di Kubrick, di Monicelli piuttosto che di Bertolucci, ad attori come Mastroianni e Eastwood, ad attrici come la Monroe.
Ecco, le attrici.
Nel 1970 vidi, in prima visione, un film che si chiamava Concerto per pistola solista; era un gioiellino, un thriller ironico in puro stile british, che mi divertì tantissimo.
Nel cast c’era un ‘attrice che iniziai a seguire con sempre maggiore interesse; nel film interpretava Evelyn , una cameriera un pizzico maliziosa che aveva una caratteristica che poi personalmente ho trovato fondamentale sia nelle attrici che nelle donne, ovvero il sorriso.
Lei aveva, in quel film (ma lo avrebbe mantenuto per molto tempo) quel sorriso aperto, spontaneo e sbarazzino che sarebbe poi diventato il suo personale “marchio di fabbrica”, un brutto termine che però serve a indicare la sua caratteristica peculiare.
Bella, bionda, affascinante, ecco Orchidea De Santis, attrice di talento e donna passionale, vera.
Lo intuisci dalla sua maniera di recitare, spontanea e poco costruita.
Lo intuisci quando leggi quello che scrive, quando si racconta, senza falsi pudori e con genuinità, quando “piccona” qualche mito del cinema alla sua maniera, raccontando non solo le luci ma anche le piccole e grandi meschinità che inevitabilmente ne fanno parte.
Dicevo che ho iniziato a seguirla con interesse, in quella sua carriera che non l’ha portata ad essere una star di primo piano, ma un’attrice che comunque ha un seguito assolutamente inaspettato tenendo conto che ormai sono passati quasi trent’anni da quello che fu l’ultimo film che la vide protagonista, Arrivano i gatti (anche se per la verità il suo ultimo ruolo risale al 1992, Le amiche del cuore).
Ho avuto la fortuna di poterla contattare sul suo blog e un po’ timidamente, lo confesso, le ho chiesto di rispondere a qualche mia domanda.
Con grande sorpresa, ha accettato, mostrando una disponibilità assolutamente inaspettata.
E’ nato così questo colloquio, che riporto integralmente.
Quello che viene fuori è il ritratto di una donna che non ha falsi rimpianti, che ha fatto sempre quello in cui credeva, riuscendo ad allontanarsi da un mondo, quello del cinema, che spesso ha fagocitato e distrutto alcune delle sue protagoniste, come la Antonelli, la Carati, Paola Senatore, Karin Schubert…
Colleghe meno fortunate o semplicemente meno forti caratterialmente.
Lei, la forza di carattere, ce l’ha da vendere; quante attrici avrebbero lasciato un mondo così importante come quello del cinema reinventandosi in qualche modo una vita, diversa e meno “in vista” ?
Orchidea lo ha fatto, ed è per questo che chi vi scrive ha, oggi, la certezza di aver scelto il suo personale mito senza sbagliare.
Non solo un’attrice, ma una donna.
E che donna…..
“Nelle varie interviste che hai concesso in questi anni, come quella per la rivista Nocturno o quella più completa e esaustiva da cui è nato il libro di Melelli ti viene appiccicata, a mio giudizio in maniera molto riduttiva, l’etichetta di regina dei decamerotici, quasi che la tua carriera fosse stata costruita attorno a questo genere di pellicole, dimenticando che hai lavorato con De Sica, con Salce, con Vicario e Rossati, Sollima, Lupo ecc.
Quanto ti va stretta questa etichetta, quanto ti ha fatto “soffrire” in passato questa miopia di critici e esperti di cinema?”
-Quello che dici in parte può essere vero ma ci tengo ad evidenziare alcune cose; credo che Nocturno quanto Melelli nutrono per me stima e credo anche affetto e pur incoronandomi “regina dei Decameroni” lo hanno fatto, sono certa, senza che quest’ appellativo sminuisse la mia professionalità. E’ fuori da ogni discussione che avendo partecipato a più di un decamerone e soprattutto come nel caso del “Decamerone Proibito” e in quelli che hanno fatto degli ottimi incassi al botteghino, segno evidente del gradimento del pubblico e soprattutto quello di provincia, che questa corona può calzarmi bene. Infatti come spesso affermo, non sono mai stata premiata nè dal pubblico nè dalla critica per i film in cui speravo, mentre la “gloria” sempre tanto attesa direi che mi è arrivata dai cosiddetti film di serie B che ancora oggi vantano numerosi estimatori. Anche se stento a comprendere ancora questo fenomeno, sono felice che abbiano una vita così duratura.
Tu citi il film di Rossati e Scavolini, a cui sono molto affezionata, quello di Sollima e Vicario, ma anche film più ricchi per il cast quali appunto “Ettore lo Fusto” con la pletora di attori che tu hai elencato, o “L’invasione” di Yves Allegret con Michael Piccoli e Lisa Gastoni, oppure quello con Gerard Dèpardieu “ Tre simpatiche carogne” e ancora e finisco una lista che potrebbe continuare, lo sconosciuto film di un regista di cui molto si è parlato in questi giorni al Festival di Venezia Jerzy Skolimowski ” Le avventure di Gerard” con Peter Mc Enery, Claudia Cardinale, Eli Wallach ed altri. Insomma l’etichetta oggi non mi va stretta ma all’epoca, non posso negare, mi ha fatto soffrire proprio perchè i miei tentativi di farmi valere in ruoli in film diciamo più di “prestigio”, è risultato sempre vano.

L’esordio di Orchidea nel film Queste pazze pazze donne (il ruolo è quello di Dora) 1963
“Gordiano Lupi invece, uno che di cinema se ne intende come pochi, afferma di trovare in te tanto talento, spesso mal sfruttato da registi e produttori, e ti definisce “una creatura solare”,
privilegiando in un certo senso la tua capacità di essere donna prima che attrice, quasi che il tuo lavoro, all’epoca altro non fosse che un bell’hobby più che una ragione di vivere, cosa che condivido in assoluto. E’ la verità oppure quell’appellativo, quell’etichetta di regina dei decamerotici in fondo rispecchia la realtà delle cose?”
Gordiano è una persona molto gentile e mi fa molto piacere godere della sua stima.
Lavoro e vita per me hanno da sempre marciato insieme. Mai però il lavoro è stato sopra ogni altra cosa, anche se, come saprai, il desiderio di fare l’attrice l’ho sentito già dalla più tenera età. La mia natura è istintiva e ho sempre indirizzato il mio cammino verso l’ esperienzale che includesse tutto ciò con cui vengo in contatto. Non mi è mai interessato un mondo circoscritto e votato solo in una direzione. La vita è affascinante e bellissima. E’ un immenso dono. Perché non attingere ad essa a piene mani? Ecco forse è quest’atteggiamento che viene fuori dalla mia immagine pubblica e uno sguardo attento lo può percepire nel modo che tu e Gordiano avete fatto. Voglio mettere in chiaro una cosa che delinea meglio questo mio modo di prendere le cose. Non provengo da una famiglia agiata che mi ha permesso il lusso di giocare con le mie ambizioni. Non posso neanche dire che la mia estrazione sociale fosse bassa, piuttosto direi che appartengo ad una famiglia di idealisti con mio padre in testa, ma non ricca. Siamo stati attraversati da parecchie vicissitudini che però non mi sembra il caso entrarne in merito più di tanto.
La fortuna che ho avuto è stata quella di avere in qualche modo un tacito, discreto sostegno famigliare che non mi ha messo i bastoni tra le ruote più di tanto, lasciandomi libera e dandomi la possibilità di poter fare della mia vita la mia esperienza e la mia ricchezza. La mia prima necessità dunque è ed è sempre stata il rispetto di una certa etica personale. Sono sempre stata attenta a rispettarmi e a farmi rispettare e pur amando moltissimo il mio lavoro non ho ritenuto opportuno dargli quella priorità e dedizione totale che invece viene richiesta e questo è stato il conto che ho dovuto pagare riguardo la carriera.

Orchidea interpreta il ruolo di Sandy in Sette cadaveri per Scotland Yard
“La tua carriera di attrice inizia prestissimo, tuttavia è nel 1970 che inizi davvero ad interpretare ruoli importanti, tant’è vero che in due anni giri ben 16 film; il primo vero successo è Quelli belli siamo noi, con Carlo Delle Pia ne, Ric e Gian, Carlo Dapporto, la Biagini…
Nel film c’era il bello e dannato Maurizio, leader dei New Dada, c’era un giovane ed inesperto Lino Banfi; che ricordo hai di questo film e del suo cast?
In particolare vorrei chiederti una cosa; il Morandini, per alcuni una specie di Bibbia, lo definisce “una modesta congerie di canzoni e scene di rozza comicità”.
Sembra l’inizio di un rapporto complicato tra i film che interpreti e il mondo dei soloni della critica; come hai vissuto questo ostracismo nei confronti delle pellicole in cui comparivi, spesso etichettate come rozze, scollacciate o peggio?”
Il ricordo di questo film? Innanzi tutto la Biagini che il primo giorno che ci incontrammo espresse la sua non simpatia per me perché un suo uomo aveva una fissa per me senza che io ne fossi a conoscenza però.
Scherzi a parte Maurizio era così come lo descrivi tu. Uno strano tipo molto attraente per noi giovani fanciulle, introverso e anche molto taciturno e riservato. Ho un buon ricordo di lui e mi sono trovata a mio agio lavorandoci. Poi Dapporto. Adorabile! Si divertiva molto e ci faceva divertire. Una persona garbata elegante mai volgare e questo direi di tutto lo straordinario cast di comici presenti nel film.
In quanto alle varie Bibbie del cinema, non ho mai fatto più di tanto caso a ciò che dicono i “luminari “in nessun campo. Anzi quel loro atteggiamento di detentori della Verità mi fa sorridere. In ogni caso che dire, anch’io molti dei miei film non li consiglierei di vedere. Tuttavia ai fini della carriera so che il loro sapiente giudizio ha inciso parecchio e lungi da me pensare che quel genere avrebbe attratto positivamente buone critiche. Il buffo è che è stato così anche nel caso di film come ” Una macchia rosa” o ” Il nero” o addirittura e torno sempre quì ” Colpo di Stato” la critica è stata critica:-).Però ad onor del vero conservo un paio di ritagli di giornali con critiche tra cui una di Gianluigi Rondi relativa questa a Ettore lo Fusto, in cui fa una nota di approvazione per la mia interpretazione di Briseide.

L’ultimo film interpretato: Le amiche del cuore, di Michele Placido (il ruolo è quello di Elena, la mamma ex tossica)
– Sempre nel 1970 giri Concerto per pistola solista, di Lupo, un autentico gioiellino a metà strada tra il thriller e la commedia, uno splendido esempio di cinema serio ammantato di comicità. Anche qui discreto successo di pubblico, ma la rivalutazione del film arriverà solo in tempi relativamente recenti. Siamo alle solite, no? Questo film, di pura ambientazione british, ti vede al fianco della famosa soprano Moffo, di Gastone Moschin e altri bravi caratteristi, e venne girato in una splendida villa della quale non ho mai saputo l’ubicazione. Ricordi dov’era e sopratutto,toglimi una curiosità:sembra che nel film vi divertiate davvero molto. Avevate raggiunto il giusto grado di amalgama, c’era qualcosa di speciale tra di voi del cast oppure è solo un’impressione personale?
Anche questo è un film a cui sono affezionatissima! Mi è per caso capitato di rivederlo dopo tutti questi anni recentemente in TV e sono rimasta molto colpita dall’ottima fattura. Si, hai ragione, il film è un ottimo esempio di cinema italiano con umorismo molto anglosassone. Anche quì il cast è eccezionale, c’è anche Marisa Fabbri ma anche Giacomo Rossi Stuart, padre dell’oggi famoso e bravo Kim, ma anche Chris Cittell che oggi è molto noto in Inghiterra perchè da circa vent’anni è protagonista di una fortunata serie TV.
E vengo alla tua curiosità. Il film è stato interamente girato in Inghilterra, precisamente in una località al nord di Londra; Lowestoft nella contea del Suffolk. Un posto vicino al mare in una villa che come avrai visto era di una bellezza mozzafiato. Il film mi impegnò per diverse settimane. Tutti i personaggi ,essendo un film corale, dovevano essere a disposizione, perciò la convivenza fu direi totale ed è vero che eravamo molto affiatati e in modo molto raro e anche se all’epoca questo succedeva spesso, in quest’occasione la fusione è stata veramente totale.
Un fotogramma e la locandina tedesca di Gli invincibili tre
“Esco un attimo dal seminato, se non ti spiace e passo al personale; una delle tue caratteristiche è un’aria sottilmente ironica, alle volte anche sarcastica, l’aria di chi ha imparato presto cos’è la vita e di conseguenza decide di prenderla sul serio molto relativamente. E’ così?
Non ti vedo, per fare un esempio, nei panni dell’adolescente complessata o della ragazza in cerca di Godot, quanto piuttosto in quelli di una persona che da subito sa cosa chiedere alla vita e sopratutto cosa aspettarsi.
O no?”
Hai colto anche questo. Sono dovuta crescere per una serie di ragioni molto in fretta e visto che dovevo frequentare un mondo non proprio semplice per perseguire nel mio sogno, percepivo la durezza della vita e invece di adagiarmi nei tormenti che sarebbero stati inutili e distruttivi, ho reagito adottando la maschera dell’ironia e sarcasmo come difesa. Così adattandomi a quest’atteggiamento ho fatto la mia strada senza prendere niente sul serio, niente di quel mondo così futile e provvisorio e tanto meno me stessa in quei panni di attrice. Non immagini quanta gioia mi da il fatto che ci siano persone che come te lo abbiano intuito.
Mi piace definirmi una persona cresciuta sulla strada, senza che questo che dico venga mal interpretato ovviamente:-) e come si sa la strada è un’ottima maestra.

Una delle foto che mette in risalto la sua splendida figura…
“Una domanda che con il cinema centra marginalmente all’apparenza.
Hai detto (cito a memoria, perdonami): “Poi un giorno tutto finisce e tu ti chedi perchè, ma non trovi una risposta”
L’hai detto con uno dei tuoi splendidi sorrisi, che però non è riuscito a mascherare una profonda amarezza. Hai poi trovato una risposta convincente alla cosa? Ti riferivi anche alle conseguenze dell’incidente di Verona,che ti portarono ad un lungo esilio dal cinema?”
No, non è per il film ” Arrivano i gatti”. Certo quello è stato un blocco forzato alla mia carriera, ma molto è attribuibile alla mia decisione perchè dopo questa triste vicenda ho preso coscienza che stavo pasticciando troppo con la mia vita inclusa la carriera che stentava a farmi affermare come avrei voluto e l’ho interrotta volontariamente.
Invece riguardo alla annotazione, penso di non dire niente di strano quando affermo che tutto nella vita ha una fine. Certo che lo dico con una certa amarezza, ma non si può negare che è così. Il lavoro di un attore è un pò come per i calciatori dura poco rispetto alla lunghezza di una vita.Certo è che si può comunque continuare a cavalcare l’onda anche se si è affievolita con maestria come pochi riescono a fare, mi viene in mente la Sandrelli o la Virna Lisi ma bisogna avere coscienza che tutto è per un tempo limitato.
“L’incontro con Salce, sul set di Come imparai ad amare le donne del 1966… Quali sensazioni provasti nel recitare davanti ad uno dei registi più arguti e intelligenti del cinema italiano, come fu il primo giorno del “Ciak si gira” di quel film, circondata com’eri da Michèle Mercier e Anita Ekberg,Elsa Martinelli e Robert Hoffmann?
Ti è successo di rivivere quei momenti come accade a quasi tutti coloro che sognano il primo giorno di scuola o il giorno degli esami?”
Quei momenti li rivivo solo quando sono stimolata da domande come stai facendo ora tu. Salce è una delle persone di cinema che ho conosciuto a cui sono particolarmente affezionata perchè, non solo mi ha diretta in più di un film tra cui quello ai miei esordi,ma è stato anche un magnifico, divertente e mai volgare collega con cui ho recitato in parecchie occasioni.
Certo che durante le riprese di “Come imparai ad amare le donne” mi sentivo nella fossa dei leoni! Però l’incoscienza di quell’età mi ha molto aiutata a superare il senso di inadeguatezza e misurarmi con chi era più esperto con una certa disinvoltura.
Due fotogrammi tratti da Il tuo dolce corpo da uccidere
“In un’altra tua intervista hai smitizzato in qualche modo i rapporti che si creano tra i protagonisti dei vari film, mostrando un lato decisamente poco edificante degli stessi. Mi riferisco alle meschinerie, alle gelosie che hai stigmatizzato; quindi era davvero così difficile avere rapporti umani o d’amicizia con i colleghi e le colleghe?
Non ti chiedo dei nomi, ma ci sono stati attori e attrici con le quali proprio non sei entrata in sintonia, in che percentuale?”
Beh si gelosie tantissime e invidie anche, e sopratutto, in un mondo fatto di rapporti superficiali e opportunistici dove si respira molto l’aria dell’ipocrisia, non è possibile per una persona con certi valori accettarlo o condividere questi atteggiamenti.
Io sono per natura una persona che trova sempre il lato buono delle persone ed ho sempre evitato conflitti di questo genere, per cui non ho mai avuto particolari problemi con le mie colleghe. Inoltre, spesso nei film che ho interpretato, non mi sono mai veramente trovata gomito a gomito con le altre attrici, perciò non è che non voglio fare nomi ma è proprio perchè non ce ne sono state, ma lotte interne ne ho viste parecchie da spettatrice più che partecipante.
“Sempre nel 1970 giri Il tuo dolce corpo da uccidere, di Alfonso Brescia, un thriller di mediocre fattura,lenziano fino al midollo, ma anche antesignano di un cinema che ebbe tanta fortuna negli anni settanta. In questo film sei l’unica a recitare su uno standard di alto livello, visto che Ardisson e la Prevost mostrano lacune paurose. Sul set avesti la stessa impressione?
Una domanda cattiva, in aggiunta; ma un attore come Ardisson,un’attrice come la Prevost, erano scelti con quale criterio, per il loro bel volto, per il cachet o cosa?”
Vedi che anche tu non dai per buono tutti i prodotti, anche se penso che Alfonzo Brescia sia stato un discreto regista anche se non particolarmente apprezzato e riconosciuto come Lenzi?
Ti ringrazio di ciò che dici riguardo la mia recitazione ma penso che anche gli altri ce l’abbiano messa tutta. Forse è che spesso pur plasmandomi nel personaggio che interpreto cerco di essere abbastanza naturale ma soprattutto faccio attenzione a ciò che il regista vuole. Nel caso di questo film di due attori erano sulla cresta dell’onda per cui credo che se il regista non è sufficientemente forte e consapevole di avere a disposizione delle star li lascia andare a ruota libera può succedere che gli attori strafacciano fino ad esagerare e si lascino sfuggire ciò che veramente l’interpretazione di quel personaggio richiede. In quanto alla scelta degli attori e ancora oggi è così, avviene su richiesta della distribuzione, così è anche se il produttore pensa che siano nomi di richiamo.
“Amore e morte nel giardino degli dei, un gioiellino. Purtroppo trascurato dal pubblico e dalla critica rivalutato solo 40 anni dopo. Interpreti un ruolo drammatico, quello di Viola, che salva Azzurra , la protagonista, da un suicidio indotto. Lavori al fianco di Erika Blanc, un’altra attrice capace e di gran fascino; com’erano i rapporti tra voi due?
Secondo te perchè Scavolini,il regista, è praticamente scomparso pur avendo mostrato ottime doti? Ci credevi, in quel film? “
Certo che ci credevo in quel film ! Sauro Scavolini ma anche Romano due fratelli che all’epoca erano in simbiosi, tipo i Taviani, il primo come anche tu dici buon regista e il secondo straordinario direttore della fotografia e operatore alla macchina, sono scomparsi perchè queste cose succedono. Non ne conosco la ragione effettiva bisognerebbe chiederlo a Sauro. Romano so che fa documentari e cinema indipendente. Anche questo è un film che ricordo con affetto perchè quella Viola mi rassomiglia molto. Il film che tu definisci gioiellino, era anche un pò pesante, forse anche un po’ lento ma certamente molto curato e con una fotografia bellissima.
In quanto ai miei rapporti con Erica, che ho ritrovato parecchi anni dopo il film in una commedia teatrale con Fiorenzo Fiorentini, sono sempre stati ottimi. Erica è folle, una donna scatenata piena di vitalità, divertente e particolarmente in teatro ci siamo frequentate di più che nel cinema e siamo andate molto d’accordo.
Orchidea nell’intervista concessa per il documentario Eurotika!
“Hai lavorato con molti bravi caratteristi, come Montagnani, Vargas, Fiorenzo Fiorentini, Venantini, solo per citarne alcuni. Gente che ha lavorato in un mucchio di film, dando loro spesso quel tocco in più grazie alla loro professionalità. Con quali di loro sei riuscita a instaurare un rapporto umano, chi riusciva davvero a farti ridere, nel senso che sapeva essere il compagnone, l’amico e il confidente senza essere necessariamente l’uomo interessato solo alle tua bellezza e alla tua femminilità?”
Certamente uno dei miei preferiti è Renzo Montagnani con il quale, forse proprio perchè ci siamo ritrovati spesso sul set, si era stabilita una complicità recitativa che si è ripercossa anche nel rapporto umano. Ci siamo frequentati anche fuori dal set perchè eravamo rappresentati dallo stesso agente, Fausto Ferzetti. Ci si incontrava spesso in un certo ristorante romano e anche se eravamo in compagnia di altre persone univamo i tavoli per parlare e farci due risate. Era uno spasso il toscanaccio Renzo! Anche Fiorenzo Fiorentini, che mi tenne a battesimo a teatro, mi accolse nella sua numerosa e rumorosa famiglia, con enorme affetto. Arguto colto ed intelligente Fiorenzo ti incantava quando parlava della sua Roma e di tutti quegli aspetti o aneddoti sconosciuti ai più. A lui/ noi, spesso si univano Gigi Magni e Ghigo De Chiara. Si organizzavano spesso cenette in una bettola romana,Candido, e intorno al tavolo di legno e carta come tovaglia, con del buon vino rosso, iniziava ogni volta una sorta di itinerario tra storie, aneddoti e spesso la protagonista era la Roma papale.
Con l’amico Renzo Montagnani in Una bella governante di colore
“Sei stata tra le prime a scoprire le potenzialità infinite della rete, aprendo un tuo sito e un blog, nel quale ti racconti con schiettezza e nel quale riveli fatti e aneddoti altrimenti sconosciuti.
Molti tuoi colleghi e colleghe viceversa snobbano Internet, rimanendo in un algido silenzio, staccando la spina da quello che potrebbe essere il filo diretto del contatto con il pubblico che ha decretato il loro successo.
Tu perchè l’hai fatto?
Hai una spiegazione sul perchè molti invece preferiscono non dare più alcuna notizia di se?”
Sono una persona per natura curiosa ed attenta a ciò che mi succede intorno. Non resto chiusa nella mia torre di celluloide o nei ricordi. Ti ho già detto che vivo per la vita e non per la carriera. Non credo di peccare di presunzione dicendo di essere stato unico esempio tra i colleghi ad aver sviluppato interesse per tutto ciò che già parecchio tempo prima si intravedeva delle future tecnologie. Me lo ricordo ancora quando parlando con colleghi o gente di cinema sostenendo che la televisione avrebbe affossato pesantemente la produzione cinematografica, mi sentivo dare della visionaria. Quante volte ho tentato di far spostare l’ attenzione dai vecchi obsoleti book fotografici sostituendoli con una presentazione dell’attore davanti ad una telecamera, con la sua voce, il suo modo di esprimersi e non solo esibendo il suo bel faccino, tra l’altro molto curato dalla sapienza del fotografo. Da subito ho apprezzato le potenzialità dell’elettronica sperimentando mie idee con l’ausilio delle prime pesantissime telecamere. Riguardo internet devo però confessare che agli inizi anch’io mi sono avvicinata con diffidenza e un atteggiamento snob nei confronti del computer, che poi comunque ho superato. Il motore di tutto è stato che durante le prime navigazioni notai con non poca sorpresa la mia forte presenza in rete, sto parlando di almeno 15 anni fa, anche se ciò mi fece sentire molto fiera di essere entrata in quel mondo del futuro, trovai che quello che c’era e che mi riguardava era un pò scomposto e poco esaustivo. Così nel 2006, capitò che un amico webmaster mi chiese di occuparsi lui del mio sito ufficale e devo a lui il convincermi a rendere vivo il sito allegandogli il blog. Non sapevo neanche cosa fosse un blog nel 2006 e soprattutto avevo una sorta di impaccio nello scrivere, non mi ero mai cimentata in questa nuova dimensione. Per cui sono molto grata al blog e sono anche molto fiera perchè mi ha dato la possibilità di rinnovarmi con un nuovo talento, quello della scrittura.
Mi chiedi perchè i miei colleghi o colleghe snobbino questo mezzo. Ti posso dire che penso che per ognuno di loro ci possa essere una motivazione. Non so, posso azzardare qualche ipotesi se vuoi; innanzitutto scrivere e comunicare così non è proprio facile facile per chi è abituato ad avere altri che scrivono. Poi credo che, come è accaduto a me inizialmente, può esserci una posizione snobistica, oppure semplicemente non sono interessati. Perchè non danno notizie di se? Anche quì dovresti chiedere loro, i motivi sono tanti e penso per ognuno diverso…poi si può supporre tutto ciò che viene in mente.
“Il vizio di famiglia, di Mariano Laurenti; un film riuscito, di successo.
C’è un’intesa speciale, per esempio, tra te e Montagnani, una complicità che rende ancora più credibile la vostra storia, quella dei due complici che alla fine beffano tutti.
Ti rendevi conto di questo, durante la lavorazione?
Mi sembra che il tuo fosse un ruolo che ti divertiva, è così?”
Con Montagnani l’ho già detto c’era un’intesa sul piano recitativo molto forte e con lui era piuttosto semplice perchè era un collega sensibile, garbato, oltre che bravissimo e simpatico. Si è così, ci siamo molto divertiti nei nostri personaggi in quel film, anche durante le riprese.

La dottoressa sotto il lenzuolo
Sempre a proposito di Il vizio di famiglia, lavori con la Fenech e con Nieves Navarro (Susan Scott), altre due bellissime dello schermo.
Come donne, aldilà della loro bellezza, come le trovavi?C’era un minimo di rapporto extra lavoro, tra di voi?
Tra le belle donne e non solo tra le attrici c’è sempre una sorta di rivalità e competizione, ma direi anche di vulnerabilità perchè innanzitutto non si è mai contente di ciò che si ha, sembra sempre che l’altra abbia qualcosa che tu non hai e poi forse incosciamente si sente che la bellezza e la giovinezza è effimera e dura poco. Con le colleghe, non dovendo condividere scene insieme, è difficile entrare in stretto contatto durante la lavorazione dei film per questo non posso esprimere un parere. Non era sufficiente darsi il buongiorno al trucco e poi avere tutti gli altri tempi separati per capire qualcosa dell’altra. Io poi nelle ore di pausa, che potevano essere quello un momento di incontro, preferivo parlare e stare al tavolo con le maestranze che trovavo più divertenti e più spontanee. L’unica nel “Il vizio di famiglia”con la quale si creò istintivamente una sorta di intesa e che ho anche frequentato fuori set è stata Juliette Meniel ( madre di Alessandro Gassman), veramente una gran bella donna, anche simpatica, semplice e gradevole.
“Come attrice e come donna hai attraversato gli anni più fecondi dal punto di vista artistico e sociale della nostra storia. Alla rinfusa cito il cinema più creativo e la musica rock, i cantautori e il divorzio, l’aborto e il femminismo ecc.
Eppure, larga parte della retorica di molti storici identifica quel decennio come gli anni di piombo, quasi fosse stato l’elemento più importante quello delle p38.
Come ti spieghi questa contraddizione?
Quando ti volti indietro, ti rendi conto della fortuna che abbiamo avuto a vivere quegli anni straordinari oppure li consideri solo una tappa come le altre?”
Penso che innanzitutto si era giovani e ogni momento storico vissuto da giovani ha un sapore particolare ed unico. Non c’è contraddizione nell’identificare quel periodo fecondo come dici tu, con la retorica degli storici che lo liquida come “anni di piombo”; penso che ogni periodo storico ha risvolti buoni e cattivi.
Però c’è da dire che guardando il mondo di oggi sono contenta e mi ritengo privilegiata di aver vissuto gli anni della mia giovane età in quel periodo.
“Il tuo processo di allontanamento dal cinema inizia sul finire degli anni settanta, e subisce il colpo definitivo con il ricordato episodio di Verona. Qualcosa quindi covava sotto la cenere; era una crisi di identità profonda legata al tuo lavoro o aveva anche implicazioni personali? Ti è pesato molto allontanarti da quel mondo che in fondo era stato così importante per te e che ti aveva dato tanto?”
Certo che mi è pesato l’allontanamento dal cinema, ci sono praticamente cresciuta in quel mondo! Non è stato per nulla facile perchè lo amavo quel lavoro e non sapevo fare altro che quello. Fa parte però del mio coraggio il mio essere nel mondo in una sorta di sfida continua . Se ho paura di saltare io salto e poi si vedrà, questa è la mia filosofia.
Sotto la cenere covava essenzialmente il mio non sentirmi realizzata nel modo in cui aspiravo e una certa insoddisfazione in ciò che stavo facendo. Stavo maturando e quei personaggi che continuavano a propormi non mi divertiva più interpretarli, per questo motivo, dopo l’incidente andai in tournèe con Mario Scaccia e mi riaffacciai nel cinema nel ’92 accettando un ruolo nel film di Michele Placido” Le amiche del cuore” , proprio perchè il personaggio che avrei dovuto interpretare era totalmente diverso dai soliti. Poi in seguito un altro ruolo interessante in un tv movie per rai uno ” Il caso Redoli”. Insomma il mio atteggiamento dal ’92 è proprio quello di chi ha smesso di nutrire ulteriori speranze ma senza tirarsi indietro, infatti se una proposta la trovo molto allettante l’accetto anche se in questo panorama desertico è sempre più difficile.
“Hai detto: “Ho amato, sono stata amata, ho fatto quello che volevo, mi sono divertita”
In fondo, quando si legge quello che scrivi, si capisce che ti consideri una privilegiata. Eppure qualcosa che volevi e che non hai avuto ci deve essere. Cosa?
E adesso, cosa farai da grande?”
Si, avrei voluto poter suonare uno strumento e continuare a coltivare il canto con il quale ho iniziato i miei primi passi nel mondo dello spettacolo. Però ho imparato a comunicare in altri modi come nel blog o in radio nei programmi radiofonici per Rai 2 che ho fatto per anni. Ho prodotto e condotto i primi programmi sugli animali per varie emittenti televisive private, ho realizzato rassegne di cinema nell’ambito dell’estate romana con grande successo. Insomma ho esteso la mia professione in altri campi e anche la mia vita ne ha beneficiato perchè ho allargato l’ambito delle mie competenze continuando a realizzare i miei sogni, per cui come faccio a non sentirmi privilegiata? Poi cosa farò da grande, anche se questa domanda mi fa sfuggire un sorriso, non so, ma certamente è mia intenzione continuare a rispondere ad interviste come la tua e vivere sempre con più intensità la vita che per me è il più grande dei privilegi.
Due fotogrammi tratti dal film Ride bene chi ride ultimo
Arrivano i gatti
La biografia di Orchidea: https://filmscoop.wordpress.com/2009/03/13/orchidea-de-santis/
Il sito di Orchidea: http://www.orchideadesantis.it/
Il blog di Orchidea: http://orchideadesantis.blogspot.com/
Il piatto piange
Un gruppo di amici, oziosi e annoiati, si riunisce a Luino nell’albergo di uno della compagnia.
Siamo agli inizi degli anni Trenta, il fascismo è da poco al potere, ma al gruppo dei gaudenti poco importa, anzi.
A loro della politica interessa poco; le loro serate passano in interminabili partite a carte, fra sberleffi e boccacceschi racconti sulle prodezze amatorie dei componenti del gruppo.
Sbruffonate, certo, ma non quelle di Mario Tonino detto il Camola; lui con le donne ha davvero fortuna, forse perchè affronta la vita e le cose come un gioco.

Andrea Ferreol, la cantante moglie del capostazione
Camola è il segretario del locale avvocato, i suoi amici sono un barbiere, un capostazione, un professore…in pratica, gli uomini del paese che hanno una funzione sociale. Tutti insieme oziano, in una città che sembra oziosa allo stesso modo, incurante degli avvenimenti tragici che sembrano avvicinarsi come nubi nere; quando il gruppetto non è impegnato a giocare a carte, o a prendersi beffe dello Spreafico, il locale dirigente del partito fascista, frequentano la casa d’appuntamenti di Mamma Rosa, da poco trasferitasi con le sue ragazze nel paese.
Il Camola ben presto seduce dapprima la moglie di un casellante delle ferrovie, poi la bella Ines, la ragazza più bella del paese e infine una giovane fascista.
Quest’ultima dopo che un mediconzolo gli ha diagnosticato una malattia venerea e dopo che un suo amico gli ha fatto bere la balla che per guarire deve andare con una ragazza ancora vergine.
Così, tra una beffa e un litigio, tra giochi e indolenza, si consumano le giornate del gruppo, mentre attorno a loro scorre pigramente la vita della cittadina, scossa solo dalla morte di Mamma Rosa e dalle spedizioni punitive dello Spreafico avvenute in concomitanza con i festeggiamenti del 21 aprile.
Il piatto piange, diretto da Paolo Nuzzi nel 1974 e tratto dall’omonimo romanzo di Pietro Chiara, è una trasposizione abbastanza fedele del romanzo stesso, del quale cerca di ricostruire l’atmosfera indolente, pigra che lo caratterizza.
E lo fà in maniera abbastanza originale, perché il film scivola via senza grosse sbandate, riuscendo a catturare l’attenzione dello spettatore con i fatterelli, tutto sommato abbastanza banali, che avvengono nel paese.

Due fotogrammi con la splendida Agostina Belli, Ines
Merito non solo della sceneggiatura a cui lavorarono in tre, lo stesso scrittore, il regista e Maria Pia Sollima, ma anche grazie al bel cast che il film riunisce attorno alla figura principale del Camola, interpretato molto bene da Aldo Maccione.
L’attore torinese da respiro al suo personaggio, un uomo dai robusti appetiti sessuali, poco disposto a prendere sul serio la vita o quello che gli accade intorno.
Accanto a lui, il grande Erminio Macario, che interpreta il Brovelli, un reduce un pochino tocco della prima guerra mondiale che si prende lo sfizio di mollare una pedata nel didietro ad un fascista.
Molto bene anche la bella e brava Agostina Belli, la Ines bramata dal Camola (che riuscirà a goderne le grazie) e dal viscido Spreafico, che inutilmente le farà la corte.
Ci sono poi Andrea Ferreol, l’unica ad andare sopra le righe con il personaggio (un tantino isterico) della cantante lirica moglie del capostazione che fa becco il marito, c’è Guido Leontini che al solito interpreta il personaggio più antipatico del film, lo Spreafico.
E infine attori come Claudio Gora (il dottore), Daniele Vargas (l’Avvocato) e nientemeno che Bernard Blier nel ruolo del parroco.
Piccola parte per Maria Antonietta Beluzzi che interpreta Mamma Rosa; l’attrice, che aveva 44 anni all’epoca in cui fu girato il film, compare in una scena di nudo piuttosto ardito, anche se non particolarmente apprezzabile dal punto di vista estetico.
Un film di buon livello, gradevole, che ha il merito di ricreare le atmosfere ovattate tipiche del romanzi di Chiara; un film in cui l’ironia è palpabile, che qualche vota esprime la stessa con guizzi beceri. Ma sono difetti davvero veniali, perchè il tutto non sfugge mai dalle mani del regista, che riesce a portare a termine un prodotto con dignità senza mai scivolare nella farsa. Il film è disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=gmGd18l93k4 in una versione molto buona qualitativamente
Il piatto piange,
un film di Paolo Nuzzi. Con Erminio Macario, Agostina Belli, Andréa Ferréol, Aldo Maccione, Claudio Gora, Bernard Blier, Daniele Vargas, Elisa Mainardi, Renato Pinciroli, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Loredana Martinez, Nazzareno Natale, Guido Leontini, Armando Brancia, Renato Paracchi, Franco Diogene, Angelo Pellegrino, Piero Chiara
Commedia, durata 110 min. – Italia 1974.

Maria Antonietta Beluzzi, Mamma Rosa
Aldo Maccione: Mario Tonini detto il Camola
Erminio Macario: Brovelli
Agostina Belli: Ines
Maria Antonietta Beluzzi: mamma Rosa
Andréa Ferréol: Cantante lirica
Aldo Maccione: Mario “Camola” Tonini
Claudio Gora: Il dottor Ferri
Bernard Blier: Il parroco
Daniele Vargas: L’Avvocato
Elisa Mainardi: Wilma Sperzi
Renato Pinciroli: Rimediotti
Loredana Martinez: Flora
Nazzareno Natale: Bertinelli, lo stalliere
Guido Leontini: Spreafico
Armando Brancia: Mazzaturconi, il federale
Renato Paracchi: Il “cliente” di Bellinzona
Franco Diogene: Peppino, il barbiere
Angelo Pellegrino: Giuseppe Migliavacca, il sarto
Piero Chiara: Un cliente del caffè con giornale
Maria Antonietta Beluzzi: mamma Rosa
Regia Paolo Nuzzi
Soggetto Piero Chiara,
Sceneggiatura Piero Chiara, Paolo Nuzzi, Maria Pia Sollima
Fotografia Arturo Zavattini
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Franco Micalizzi, Rudy Knabl, Sandro Blonksteiner
Scenografia Mario Ambrosino
Costumi Mario Ambrosino, Angela Parravicini
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“Non ho mai capito perché anche i cinefili dalla mente più aperta, più anticonformisti, sempre pronti a rivalutare ignobili filmacci, non abbiano mai riscoperto questa gradevole pellicola d’ambientazione provinciale (e d’epoca fascista), ispirata all’omonimo romanzo (1962) di Piero Chiara. Certo, non è perfetta, i tempi morti purtroppo non mancano, ma tutti gli interpreti sono affiatati e il risultato è comunque gradevolissimo da visionare.
Vezzosa pellicola di ambientazione luinese (in realtà girato ad Orta San Giulio: si vede anche l’isoletta in mezzo al Cùsio), con gradevolissimi caratteristi. Accanto ad un ottimo Maccione, ruotano l’Agostina , Gora, Diogene, Leontini, Maffioli, Vargas, Pellegrino… In più ci sono due assi come Bernard Blier (che ha la faccia di uno che è nato per fare l’attore) e Macario (non proprio eccelso, ma lo si guarda sempre con affetto). Film non grande, ma legittimamente di piccolo culto.
Distribuito nelle edicole (ormai in anni lontani, tipo 1996-1997) nella serie Commedia Sexy all’Italiana (Shendene & Moizzi) il film non brilla per ritmo, essendo statico (fissato attorno ad un tavolo) e costringendo a piangere, non solo il piatto, ma pure lo spettatore. Il pianto poi si dilunga, di fronte allo sperpero d’un cast di spessore (risalta il simpatico Macario) ed alla perfetta ricostruzione degli ambienti d’epoca (anni ’30). L’obiettivo del film è mancato in pieno, ma merita una visione.
Gustoso e salace, in tono con la poetica di Chiara (che co-sceneggia e fa una fugace apparizione su una panchina ad ammirare la Belli). Maccione straordinario, ricostruzione accurata. Un film riuscito.”
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San Pasquale Baylonne, protettore delle donne
Nell’immaginario paesino di Busolone è in corso una processione, alla quale partecipa gran parte del paese, per invocare San Pasquale Baylonne. Tra i fedeli ci sono Bastiana, una bella donna sposata ad un uomo molto più anziano di lei che invoca il santo per favorire la virilità del marito, c’è Menica che chiede il ritorno del marito dalla Germania, c’è un’indemoniata che cerca di guarire immergendosi nel fiume locale in una nassa per pesci.
Il tutto è opera di Giuseppe Cicerchia detto il Femminaro, un sedicente mago che opera in paese con l’aiuto di un giovane muto.
In realtà Giuseppe è solo un piccolo truffatore, che si è installato in paese sfruttando la dabbenaggine e la credulità dei locali, suscitando contemporaneamente le ire di Don Gervasio, il parroco del piccolo paese, che lo vede come il fumo negli occhi.

La splendida Orchidea De Santis è Bastiana
Giuseppe vivacchia quindi sulle spalle del popolino, ottenendo in cambio di improbabili filtri d’amore, il necessario per vivere e qualche volta anche favori sessuali.
Riesce infatti a sedurre la bella Bastiana convincendola dapprima a spogliarsi e infine a congiungersi con lui per verificare se la donna è davvero sana come dice! e ricambiando poi il favore ottenuto con un intruglio di sua invenzione.
Gabriella Giorgelli è Menica
Nel piccolo borgo però arriva il Mago di Bagnacavallo, devoto di San Costantino, un altro piccolo truffatore che gira con il suo carro insieme ad una donna corpulenta, Fatima che funge da assistente.
Samuele Calì, il mago, si industria per soffiare a Giuseppe i suoi clienti gonzi, inscenando finte passeggiate sui carboni ardenti, finte auto flagellazioni con un pugnale da teatro ecc.
La lotta tra i due esaspera ancor di più Don Gervasio, che si rivolge inutilmente alle forze dell’ordine.
Riuscirà a vincere la partita in un modo singolare, favorito da un avvenimento che ribalterà la situazione.
Samuele organizza un finto esperimento di levitazione, facendosi calare dal campanile della chiesa, favorito dall’oscurità e da un argano piazzato all’interno di esso dalla sua compagna Fatima.
Ma Giuseppe, salito per scoprire il trucco del rivale, ne causa la morte allorquando appare nella semioscurità a Fatima, che sorpresa lascia la manovella dell’argano.
La morte di Samuele, sfracellatosi al suolo, sembrerebbe lasciare partita vinta a Giuseppe.
Don Gervasio però escogita una trappola; sorprende il mago di ritorno da un convegno amoroso con una bella contadina, e complici un suo cognato attore e la compagnia di attori che lavora con lui, fa credere all’ingenuo mago di essere incappato nientemeno che nel diavolo in persona.
Sconvolto, Giuseppe lascia il paese con il suo fido assistente muto; mentre si allontana su una stradina di montagna, al pulmanino sul quale viaggia si guastano i freni…..
San Pasquale Baylonne, protettore delle donne è un film del 1976, diretto da Luigi Filippo D’Amico, che aveva diretto l’interprete principale del film, Lando Buzzanca, in altre due mediocri pellicole, L’arbitro e Il domestico.
Ma se le precedenti avevano qualche piccolo guizzo che ne permetteva una visione che quanto meno non annoiava, San Pasquale Baylonne non ne ha nemmeno uno. Un battuta per tutte; Nazzareno ” Te devo fa na confessione, io manco a Dio ce credo” Cesira ” Ma che sei, comunista?” Nazzareno ” Manco; sono un libero pensatore”
Si tratta in sostanza di una farsaccia in puro stile decamerotico, nella quale il protagonista, un piccolo truffatore di ancor più piccola tacca vivacchia a spese della credulità popolare.
Non si ride quasi per nulla, e ci si accontenta delle solite beffe di Buzzanca, ormai stanca replica di se stesso, che non brilla limitandosi a replicare all’infinito il suo personaggio ormai caratterizzato dall’erotomania e da un linguaggio dialettale becero e triviale.

Stella Carnacina, che interpreta la finta indemoniata innamorata di Giuseppe
Nello squallore, nella pochezza generale del film, aggravata da una trama labilissima usata a solo uso e consumo del protagonista, si segnala però il buon cast allestito dal regista.
Compaiono infatti Lionel Stander nei panni di Don Gervasio, ennesima interpretazione di un prelato dell’attore nato nel Bronx, del bravo e mal utilizzato Gianni Cavina (il mago concorrente Samuele) e delle tre bellezze femminili presenti nel film.
Orchidea De Santis (la bella e ingenua Bastiana), Gabriella Giorgelli (Menica) e Stella Carnacina (l’indemoniata) fanno la loro parte con professionalità e regalano le uniche delizie del film; nel film stesso c’è anche una giovanissima Giuliana De Sio, che si produce in un nudo acquatico nella scena in cui lei e il fidanzatino, nipote di Don Gervasio, vengono sorpresi da quest’ultimo mentre si bagnano completamente nudi nel fiume.
Un film decisamente brutto, quindi, uno dei primi a segnare l’involuzione della commedia sexy, ormai sempre più priva di idee e destinata ad avere vita breve.
San Pasquale Baylonne protettore delle donne, un film di Luigi Filippo D”Amico. Con Orchidea De Santis, Stella Carnacina, Memmo Carotenuto, Lionel Stander, Lando Buzzanca, Toni Ucci, Gina Rovere, Nerina Montagnani, Gianni Cavina, Gabriella Giorgelli, Enzo Santaniello, Nino Terzo, Giuliana De Sio, Franco Bracardi
Commedia, durata 100 min. – Italia 1976
Giuliana De Sio
Lando Buzzanca – Giuseppe Cicerchia il Femminaro
Stella Carnacina – Indemoniata
Orchidea de Santis – Bastiana
Gabriella Giorgelli – Menica
Gina Rovere – Fatima , l’assistente di Samuele
Francesco De Rosa – Il muto, complice di Giuseppe
Loretta Persichetti – Donata
Guido Cerniglia – Il barbiere gay
Gianni Cavina – Il mago concorrente,Samuele Calì
Lionel Stander – Don Gervasio
Luigi Bonos – Antonio Pocaterra
Nino Terzo – Brigadiere dei carabinieri
Franco Bracardi – Il padre dell’indemoniata
Toni Ucci – Renato il contadino
Nello Pazzafini – Prospero
Giuliana de Sio – Cesira ,la ragazza di Nazzareno
Alina De Simone – Esmeralda Scrocchio
Franca Dominici – La suora
Nerina Montagnani – Nicolina
Nicola Natalia – Rolando
Enzo Santaniello – Nazzareno , nipote di don Gervasio
Regia: Luigi Filippo D’Amico
Soggetto: Castellano e Pipolo
Prodotto da: Gianni Hecht Lucari
Musiche: Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
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Mediocrissimo film con Buzzanca, che ha tre-quattro guizzetti che, con un po’ di generosità, gli evitano l’obbrobrio della monopalla. Pochissimo funziona in quella che pare una serie di quadri su una Ciociaria dell’Ottocento (Fusolone richiama ovviamente Frosinone), contaminata da elementi contemporanei. Né basta ad alzare il livello una citazione da La strada di Fellini. Nel finale qualche pesante volgarità e un tocco di blasfemia rendono un po’ surreale l’avvenuta messa in onda su RAIUNO…
Curioso ibrido fra farsa scollacciata e filone ciociaro, da Per grazia ricevuta a Scherzi da prete, il film merita una parziale rivalutazione per la sua incontenibile anarchia stilistica e narrativa, il curioso sapore di stampo etnografico e documentaristico, i bizzarri (e sicuramente non voluti) riferimenti che vanno da Fulci a Rondi, da Jacopetti a Pasolini. Fuori da ogni controllo, Buzzanca e D’Amico fanno del loro meglio (o peggio, s’intende) mentre Gianni Cavina ci regala una splendida performance nei panni del “mago” concorrente.
Au pair girl (Le femmine sono nate per fare l’amore)
Quattro ragazze provenienti da diverse nazioni (Svezia, Danimarca, un posto non specificato dell’Asia e dalla Germania) giungono in Inghilterra per lavorare come ragazze alla pari.
Randi, Anita, Nan-Lee e Christa avranno storie differenti; Randi, la tedeschina, è destinata ad essere ospitata da una ricca famiglia, ma avrà diverse peripezie.
Il rampollo della famiglia va a prenderla in aeroporto con tanto di Rolls, ma durante il ritorno a casa si ritrovano con una gomma a terra e devono riparare in un fienile. Qui la ragazza finisce in un abbeveratoio, finisce per strapparsi un vestito e i due decidono di andare in giro in città (dopo che hanno riparato l’auto) per trovare dei vestiti di ricambio. Finiranno in uno studio di un fotografo pazzo che utilizzerà la ragazza per un servizio senza veli.
Nan-Lee, anch’essa ospite di una ricca famiglia, avrà l’ingrato compito di svezzare il rampollo di famiglia, vergine e inibito,
mentre la biondissima Anita, la più disinibita del gruppo, viene ospitata in una casa abitata da due anziani coniugi.
La metterà a soqquadro con la sua vitalità e con i suoi costumi liberi, prima di finire nel letto di un ricco arabo, letto da quale fuggirà inseguita dal maturo signore.
L’ultima delle quattro, Christa, sarà quella che farà l’esperienza peggiore, perchè si incapriccerà di un musicista e perderà la sua verginità, mentre il musicista si consolerà subito dopo con una disponibile cantante.
Le quattro ragazze, dopo le avventure che hanno vissuto, si ritrovano all’agenzia di collocamento con il loro piccolo bagaglio di esperienze.
Au pair girl, (Le femmine sono nate per fare l’amore) diretto da Val Guest nel 1972, è una commedia tipicamente british nell’ambientazione, nel racconto, nello humour, decisamente incomprensibile per noi italiani.
A parte le gag, che davvero fanno sorridere poco, sono le situazioni surreali in cui vengono a trovarsi le quattro protagoniste a lasciare di stucco.
Randi, interpretata da Gabriella Drake, riesce in pochi minuti a far danni e a infilarsi in una situazione tragicomica (in verità più tragica che comica); entra in un fienile, sale su una soffitta, cade in un abbeveratoio, si strappa i vestiti e naturalmente rompe l’anima a Malcom, il ragazzo che è andato a prenderla,
per trovare dei nuovi vestiti, con il risultato che dopo una breve ricerca finiranno sul set improvvisato di un fotografo di spot pubblicitari, in cui la ragazza, senza fare una piega verrà impegata (naturalmente nuda) per una pubblicità di un alcolico. Avrà poi la pessima idea di indossare i gioielli di famiglia dello sfortunato Malcom, cosa che provocherà l’ovvio allontanamento da casa.
Nan Lee, interpretata malamente da Me Me Lai è invece la solita anima pia che si sacrifica per erudire il pupo ricco e nobile assolutamente all’oscuro di cose che riguardano il sesso; le sequenze che la vedono protagonista sono le più penose per il pesante debito che ha l’attrice con la recitazione.
Anita ha appena il tempo di arrivare a casa dei coniugi che dovranno ospitarla che inzia il suo eprsonale show, entra in camera da letto, si spoglia nuda davanti all’imbarazzata e anziana padrona di casa, corre a farsi una doccia, compare nuda davanti al padrone di casa, si infila nel letto di un arabo ( molto inglese poco arabo) che vuole naturalmente farle la festa e fugge a tutta velocità, il tutto naturalmente senza una logica e senza un dialogo degno di essere riportato: Naturalmente verrà sbattuta fuori di casa per essere tornata fuori dall’orario consentito!
L’ultima protagonista, Christa, una finta ingenua (almeno dall’espressione), finisce nel letto di un cantante, dopo aver schivato avance di vario tipo da loschi figuri incontrati nel locale nel quale suona colui che le strapperà la poco difesa verginità.
Film imbarazzante per la pochezza assoluta sia della trama, praticamente inesistente, sia per la recitazione davvero parrochhiale di tre delle quattro protagoniste.
A salvarsi è la sola Gabriella Drake, il tenente Gay Ellis della fortunata serie UFO; bella e sexy, l’attrice inglese si fa apprezzare sopratutto per lo splendido fisico, mostrato in più occasioni come mamma l’ha fatto.
Stendiamo un pietosissimo velo invece su Me Me Lai, trasportata fuori dai film che l’hanno resa nota, i cannibal movie e incapace di mostrare quel minimo sindacale di recitazione che valga un contratto cinematografico.
Anche l’attrice di Burma si segnala solo per alcuni nudi nelle sequenze che la riguardano, le meno numerose; evidentemente il regista scelse di tenerla in scena il meno possibile, per non ridicolizzare un film di per se abbastanza scarso.
Astrid Frank, bionda e ben fatta fisicamente recita come se stesse girando un filmino in famiglia; l’unica differenza con quest’ultimo consiste nel fatto che l’attrice gira perennemente nuda.
E’ sicuramente un bel vedere, ma le sue gag nel film sono da oratorio e degne di un filmato amatoriale.
L’ultima attrice presente nel film è Nancy Wait, che nel corso della sua carriera girerà ltri due o tre film; il che è comprensibile alla luce dell’assolta mancanza di qualsiasi capacità recitativa.
Au pair girl è solo una festa per gli occhi ( i nudi sono davvero tanti) e per il revival ambientale che presenta; abiti, scarpe, acconciature sono un festival anni settanta, che visti oggi lasciano un sapore amarognolo di nostalgia.
Detto questo c’è ben poco da aggiungere.
Per un italiano vedere una commedia come questa significa davvero rimpiangere l’ultimo dei decamerotici al risparmi girati negli anni settanta. Curiosamente, questo genere di film ebbe un grosso successo in Inghilterra, ed ebbe numerosi imitatori.
Au pair girl (Le femmine sono nate per fare l’amore) un film di Val Guest, con Gabriella Drake, Me Me Lai, Astrid Frank, Nancy Wait, Erotico, Inghilterra 1972
Astrid Frank – Anita Sector
Johnny Briggs – Malcolm
Gabrielle Drake – Randi Lindstrom
Me Me Lai – Nan Lee
Nancie Wait – Christa Geisler
Joyce Heron – Mrs. Stevenson
Daphne Anderson -La signora Howard
Geoffrey Bayldon – Il signor Howard
Roger Avon -Rathbone
Rosalie Crutchley – Lady Tryke
Harold Bennett -Lord Tryke
Julian Barnes – Rupert
John Le Mesurier – I signor Wainwright
Richard O’Sullivan – Stephen
Derek Gray – Il contadino
Regia: Val Guest
Sceneggiatore: David Adnopoz,Val Guest,David Grant
Produzione:Guido Coen,Kenneth Shipman
Musiche:Roger Webb
Fotografia:John Wilcox
Montaggio:John Colville



































































































































































































































