Il domestico
Durante la seconda guerra mondiale Rosario Cavadoni, conosciuto da tutti come Sasa, lavora in mensa come cameriere fino al giorno in cui viene chiamato al servizio del maresciallo Badoglio.
La proclamazione dell’armistizio vede la fuga del maresciallo stesso da Roma mentre il povero Sasa si salva grazie alle sue doti di adattamento ai lavori di casa finendo al servizio di un ufficiale tedesco e in seguito all’occupazione militare americana in Germania ai servizi di un comandante statunitense.
La fine della guerra vede Sasa alla ricerca di un’occupazione in pianta stabile; finisce così per entrare al servizio di Salvatore Sperato, un produttore cinematografico che decide di farlo lavorare nel cinema accanto a sua moglie Lola Mandragali, una popolana sguaiata e becera.
Fallito miseramente il tentativo di diventare attore, Sasa entra a servizio di una famiglia nobile romana, impelagata con il fascismo. Qui Sasa ha modo di rendersi utile al vecchio patriarca portandolo in giro per i bordelli, dove l’uomo alla fine viene colto da malore, proprio mentre Sasa è a colloquio intimo con la simpatica prostituta Rita.
La famiglia del nobile mette a tacere lo scandalo, anche perchè ormai l’epoca dei bordelli si avvia malinconicamente alla conclusione per l’avvento della legge Merlin che stabilì la chiusura della case chiuse.
L’odissea di Sasa continua: l’uomo finisce alle dipendenze di una coppia dalla morale sessuale molto aperta e discutibile e alla fine approda in casa di Ambrogio Perigatti, un ricco petroliere dalle molte ombre.
Qui Sasa ritrova una vecchia conoscenza, la prostituta Rita diventata nel frattempo moglie dell’uomo d’affari.
Sasa avrà modo di rendersi utile guarendo la figlia della coppia da una forma di strabismo: durante lo sbarco dell’uomo sulla luna, infatti, avrà un rapporto intimo con Linda (figlia di Amrogio e Rita) provocando la scomparsa del fastidioso disturbo che Sasa furbescamente attribuirà all’emozione provata dalla ragazza davanti alla tv durante l’allunaggio.
Ma è destino che il domestico non debba trovare tregua: Ambrogio Perigatti coinvolgerà come prestanome il povero domestico in una speculazione,che avrà come risultato la condanna di Sasa alla detenzione.
In carcere finalmente l’uomo potrà dedicarsi al suo lavoro di domestico….
Il domestico, diretto da Luigi Filippo D’Amico su una sceneggiatura di Sandro Continenza e Raimondo Vianello è una gradevole commedia del 1974 appartenente al florido filone della commedia all’italiana e non alla commedia sexy come erroneamente scritto da alcuni recensori della domenica.
L’impianto narrativo infatti è di stampo classico e della commedia sexy non riprende alcuna tematica: le scene sexy infatti sono limitate a qualche topless fugace delle belle protagoniste ed il film vive tutto sulla verve di Lando Buzzanca, chiamato per una volta a interpretare un ruolo brillante defilato dai ruoli sexy a cui l’attore siciliano aveva abituato il pubblico.
Il film percorre 30 anni della storia italiana, con Sasa che si imbatte via via in personaggi arricchiti e volgari, parvenue della borghesia emergente o vecchie glorie della nobiltà, nostalgiche di un passato ormai irrimediabilmente scomparso.
Se nel film manca la profondità, per ovvi motivi trattandosi di una commedia brillante, ci si consola con alcune gag gustose tra le quali spiccano la visita di Sasa con il vecchio nobile in un bordello pochi giorni prima della loro soppressione e la scena dell’allunaggio con la seduzione da parte della giovane Linda del maturo domestico Sasa, che la ragazza provoca in tutti i modi.
Finale agro dolce, o meglio, amaro con Sasa che finisce per fare il suo lavoro dietro le sbarre, condannato da un destino avverso che lo ha visto entrare e uscire da diverse famiglie ognuna delle quali con vizi nascosti, tipici della borghesia rampante dell’Italia post bellica.
Luigi Filippo D’Amico dirige con mano sicura un cast di caratteristi tutti all’altezza, con alcune tra le più belle star del cinema italiano anni settanta: si passa da Femi Benussi (l’attrice Lola Mandragali che odia il caviale e lo rifila al suo cane! ) a Martine Brochard, perfettamente a suo agio nel ruolo della prostituta Rita che sogna di fuggire dal bordello in cui lavora e che vedrà coronato il suo sogno visto che sposerà nientemeno che un petroliere fino a Eleonora Fani, bravissima come suo solito nel ruolo dell’adolescente pruriginosa che guarirà dallo strabismo da cui è affetta grazie alla performance erotica di Sasa.
Ancora, in ruoli di contorno troviamo Erika Blanc, la Silvana commessa in un negozio che si rifiuta di fare la scomoda testimone delle infedeltà della coppia presso la quale lavora Sasa ricordando che guadagna 120.000 lire al mese per lavorare 12 ore al giorno mentre i viziosi padroni di casa se la spassano avendo denaro e tempo libero; troviamo una splendida Malisa Longo in una parte lampo (quella della prostituta del bordello), Ivana Monti nel ruolo della moglie infedele che Sasa cercherà disperatamente di coprire
e accanto a loro attori come Arnoldo Foà (Ambrogio Perigatti), Enzo Cannavale (il produttore Salvatore Sperato),Antonino Faa Di Bruno (il nobile puttaniere) e infine Gordon Mitchell (il Generale Von Werner), tutti a loro agio nei ruoli attribuiti.
Il domestico è un film senza grandi pretese ma riuscito: va detto che alcune scene sono prolisse e che alcune situazioni sono davvero tirate per i capelli, ma nel complesso il film regge e si guarda con piacere.
Come al solito rivolgo l’invito a non fidarsi di alcune recensioni dei critici di alcuni siti, troppo snob per riconoscere un valore minimo ad una pellicola che non sarà un capolavoro ma che è sicuramente meglio di tanti prodotti osannati dai critici stessi.
Questa recensione in particolare, “soldato semplice nella seconda guerra mondiale, “Zazà” viene mandato addirittura a fare l’attendente di Badoglio. Finisce poi al servizio di un ufficiale nazista e, infine, di uno americano. Tipico veicolo per Buzzanca. Comicità facile e scollacciata con velleità satiriche.” mostra un’acredine davvero spiazzante; il film non è affatto scollacciato, ma come ormai sappiamo bene il vero problema è la puzza sotto al naso di parte dei soloni cinematografici.
Il domestico,un film di Luigi Filippo D’Amico. Con Femi Benussi, Luciano Salce, Silvia Monti, Lando Buzzanca, Paolo Carlini, Martine Brochard, Arnoldo Foà, Nanda Primavera, Camillo Milli, Renzo Marignano, Enzo Cannavale, Erika Blanc, Gordon Mitchell, Silvia Monelli, Malisa Longo, Carla Mancini, Mico Cundari, Empedocle Buzzanca
Commedia, durata 105 min. – Italia 1974.
Lando Buzzanca … Rosario Cabaduni, soprannominato ‘Sasa’
Martine Brochard … Rita
Arnoldo Foà … Ambrogio Perigatti
Femi Benussi … Lola Mandragali
Leonora Fani Linda Perigatti
Paolo Carlini … Andrea Donati
Enzo Cannavale … Salvatore Sperato
Antonino Faa Di Bruno…. il nobile
Erika Blanc … Silvana
Luciano Salce … Il regista
Gordon Mitchell … General Von Werner
Erika Blanc…. Silvana
Malisa Longo…Una prostituta
Regia: Luigi Filippo D’Amico
Sceneggiatura: Sandro Continenza e Raimondo Vianello
Musiche : Piero Umiliani
Editing: Renato Cinquini
Produttore: Medusa
Fotografia : Sandro D’Eva
Montaggio : Renato Cinquini
Distribuzione: Medusa
Scenografia : Ennio Michettoni, Franco Velchi
Costumi : Luciana Fortini
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Divertente, ma sbilanciato. Molto buona la prima ora, però cala con la parte popolata da Foà e la Fani, nonostante la bravura degli interpreti, perché è troppo prolissa. Esilarante la parte con la Monti, Marignano, la Blanc (presunta monarchica…). Buzzanca, in ogni caso, è semplicemente eccezionale. E poi ci sono Salce, il grande Faà di Bruno, Cannavale, una sfolgorante Benussi.
Interessante parabola sull’esistenza di un “servo” che viene analizzata (in vérve comica) a partire dall’inizio della carriera (a ridosso della fine della 2a guerra mondiale) sino ad un finale (corrispondende al 1969 e relativo sbarco sulla Luna) che avanza teorie “politiche” esterne al genere: Luigi Filippo D’Amico riesce a mettere insieme momenti esilaranti (basterà ricordare Luciano Salce nella parodia di se stesso), senza scordarsi una sana polemica sulla corruzione politica e sociale, già all’epoca, ai vertici dei ministeri…
Valida commedia sulla lealtà dei servi e i vizi dei padroni, costruita su Buzzanca – al solito siculo e mandrillo – e su una variopinta galleria di attori e starlets: la Fani strabica e lolitesca, la statuaria Monti, la delicata Tanzilli, la Blanc che ghigna come la Facchetti, Foà distributore di bustarelle, Mitchell nazista…Trova spazio pure una parodia di Riso amaro (e del mondo del cinema in generale), con Salce regista e Buzzanca e la Benussi nei ruoli che furono di Gassman e della Mangano.
L’italico servilismo, ma anche il camaleontismo e l’ipocrisia: in questo anomalo Buzzanca-movie, dove il nostro è leccapiedi per vocazione (ma pur sempre mandrillo siculo), i vizi atavici dell’italiano vengono passati in rassegna in una svelta successione di episodi piuttosto ben sceneggiati, dove il migliore è quello con Salce neorealista a dirigere Lando domestico del produttore. Buona scelta dei comprimari, buon assortimento di fanciulle: la dolce e maliziosa Fani (semiesordiente) si fa notare nel ruolo della lolita strabica.
Notevole commedia, probabilmete il miglior film di Buzzanca. I toni sono più seri e impegnati del solito, ma il film è comunque veloce e divertente. Bravissimo Buzzanca, ottimo il resto del cast, pieno di nomi noti. Forse il finale non è troppo convincente, ma il film riesce a volare inaspettatamente in alto. Bellissima la colonna sonora.
Azzardo a definirlo il miglior Buzzanca-movie di tutti i tempi. La qualità della pellicola si manifesta in molti aspetti: innanzitutto il ruolo affibbiato a Buzzanca gli è congeniale e lo si vede convinto (dunque convincente). Bella l’idea di raccontare ad episodi la storia di questo domestico dall’Italia della Seconda Guerra Mondiale fino al 1974, con aspetti anche storiografici. Molto bella la colonna sonora di Piero Umiliani.
Solita commediola con protagonista Lando Buzzanca. Non dissimile da mille altre che l’attore ha interpretato nel corso del suo periodo d’oro. Ha un buon ritmo e due o tre gag apprezzabili, ma in fondo la si dimentica in fretta. Cast non particolarmente in palla, a partire dal protagonista.
Il domestico è un ruolo che si addice alla maestria comica del grande Buzzanca, libero di impersonare le varie caratteristiche di questo lavoratore in tutte le sue accezioni. Si ride anche se non ci si spancia, v’è da dirsi, ma neanche si affonda nel mare magnum triviale cui spesso la commedia italiana di quel periodo ci aveva abituato. La Fani che seduce il bravo Lando posizionando il suo dolce piedino proprio lì (riacquistando al contempo la perfetta simmetria oculistica) vale tutto il film, grazie anche all’espressione di lui…
Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio
Commedia all’italiana del 1983 diretta da Sergio Martino e strutturata in due episodi.
Il primo, Il pelo della disgrazia, narra le vicissitudini di Altomare Secca (Lino Banfi) che ha problemi di vario ordine, sia sul lavoro dove ha come collaboratrice una ragazza svampita, sia a casa con una moglie che vive in pratica incollata alla tv divorando quantità industriali di telenovelas e con una figlia fidanzata ad un giovane a metà strada tra il punk e il lavativo.
Le cose per Altomare sembrano andare malissimo, ma subiscono un’ulteriore accelerazione verso il peggio quando viene a stabilirsi nell’appartamento di fronte al suo Corinto Marchialla, un distinto signore sulla sessantina con una moglie splendida, Ludovica.

Lino Banfi con Dagmar Lassander…
Il superstizioso Altomare, a cui capitano ormai disavventure come al biblico Giobbe, attribuisce le disgrazie al nuovo venuto; sarà un mago a predire all’uomo la fine dei suoi guai se riuscirà ad estirpare al malefico vicino un pelo che l’uomo ha sul petto.
Da quel momento iniziano una serie di divertenti vicissitudini per Altomare, che è anche oggetto di attenzioni dalla splendida Ludovica: l’uomo rinunecrà ad un appunamento galante pur di poter togliere il pelo famoso dal petto di Corinto.
Ci riuscirà alla fine, rasando completamente il petto dello sfortunato Corinto che non è affatto la causa delle disgrazie di Altomare.
Infatti, come scoprirà con costernazione, la responsabile di tutto è la domestica di casa Secca, una praticante ridi voodoo…
Paola Borboni
Il secondo episodio, Il mago, vede protagonista uno scalcinato maghetto di periferia, Gaspare Canestrari, che per sopravvivere mette in scena spettacoli indecorosi.
L’uomo è talmente mal ridotto da dover accettare ospitalità dalla sua fidanzata e da suo cognato, ma le cose per lui cambiano un giorno mentre sta passando sotto il balcone della Marchesa De Querceto.
Anna Kanakis e Johnny Dorelli
La donna, molto anziana, attratta dalla sua voce lo fa entrare nella sua stanza da letto, dove fa bere a Gaspare una pozione che a suo dire lo trasformerà in un mago potentissimo in cambio di un semplice gelato al pistacchio.
Lo scettico Gaspare ben presto deve ricredersi, perchè si trasforma in un autentico mago capace di vari prodigi.
Il sortilegio tuttavia svanirà per incanto alla morte della Marchesa; preso dalla sua fama e dal successo Gaspare ha dimenticato di comprare il famoso gelato e i suoi poteri svaniscono nel momento peggiore, durante una diretta tv nella quale si appresta a sfidare il mago Silvan…
Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio è una commedia di sufficiente livello, con due episodi però molto diseguali come ritmo e divertimento. Se il primo, Il pelo della disgrazia vede protagonista un irresistibile Lino Banfi, autentico alfiere di un certo tipo di comicità in bilico tra una dose tollerabile di volgarità e una maschera espressiva di consumata abilità, il secondo vede protagonista un Johnny Dorelli poco ispirato e molto a disagio con una storia peraltro confezionata in fretta e furia.
Milena Vukotic
Nel primo episodio sono esilaranti le varie vicissitudini del povero Altomare, che sembra calamitare attorno a se tutte le negatività possibili e immaginabili; come non restare attoniti per esempio di fronte alle mancate avventure con due donne del calibro di Janet Agren e Dagmar Lassander? Oppure come restare indifferenti di fronte alla reazione di Corinto-Mario Scaccia che si risveglia con il torace completamente rasato da Altomare, alla ricerca del pelo maledetto?
A ciò si aggiunga anche la presenza di ottimi comprimari come le citate Lassander e Agren, oltre alla sempre bravissima Milena Vukotic e a quella della simpatica salentina Gegia.
Menzione d’onore per Mario Scaccia, grandissimo attore di teatro che si diverte un mondo nel ruolo del luciferino Corinto, in realtà assolutamente innocente dall’accusa di essere un menagramo.
L’episodio con protagonista Dorelli ha qualche momento ilare, per merito della grande Paola Borboni che bestemmia come un carrettiere e che caratterizza da par suo il personaggio della Marchesa.
Bello anche lo schetch con protagonista una giovane Anna Kanakis nei panni di una donna che quando bacia o ha rapporti sessuali emana fortissime scariche elettriche.
Film da serata di svago che può valere una visione.
Occhio malocchio prezzemolo e finocchio, un film di Sergio Martino. Con Janet Agren, Johnny Dorelli, Lino Banfi ,Milena Vukotic, Dagmar Lassander,Anna Kanakis, Renzo Montagnani, Paola Borboni,Mario Scaccia Adriana Russo.Commedia, durata 119 min. – Italia
Episodio 1, Il pelo della disgrazia
Lino Banfi: Altomare Secca
Milena Vukotic: Giovanna Secca
Janet Agren: Helen
Gegia: Mariella Secca
Elisa Kadigia Bove: Jenny, la governante
Dagmar Lassander: Ludovica Marchialla
Mario Scaccia: Corinto Marchialla
Luigi Costa Uzzo: Il Commissario
Bruno Rosa: Bruno. il commesso
Franco Javarone: il Re dell’Occulto
Andrea Azzarito: Carluccio
Jessica Leri: Commessa negozio
Dino Cassio: Ispettore torinese
Episodio 2, Il mago
Johnny Dorelli: Il Mago Gaspar
Paola Borboni: Marchesa De Querceto
Mario Brega: Alberigo
Franco Solfiti: Presentatore gara dei maghi
Ugo Bologna: Commendatore Raggiotti
Nicoletta Pietrasanti: Aiutante mago
Renzo Montagnani: Cavaliere Aldovrandi
Roberto Della Casa: un cliente del Mago
Silvan: sé stesso
Adriana Russo: la moglie di Gaspar
Anna Kanakis: una cliente del Mago
Calogero Caruana: Provocatore del Mago
Luigi Leoni:Artemio
Regia Sergio Martino
Soggetto Franco Bucceri, Romolo Guerrini, Roberto Leoni, Franco Verrucci
Sceneggiatura Mario Amendola, Franco Bucceri, Bruno Corbucci, Romolo Guerrini, Roberto Leoni, Sergio Martino, Franco Verrucci
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo
Storia di un matrimonio tra innamorati che non riesce ad essere consumato per un motivo banale: lui è abituato a folleggiare con altre disinibite donne e di fronte alla verginità della moglie vede sfiorire d’incanto la sua virilità.
Il riassunto della trama potrebbe essere costituito da queste due righe.
Nel film infatti accade molto poco, se non il racconto delle peripezie di Carlo Danieli, ricco industriale ovviamente di origini siciliane che dopo aver “navigato” in lungo e in largo nei porti accoglienti di disponibili donzelle, decide di impalmare la bella Elena.

Katia Christine è Elena, la sposina
Ma ecco che la prima notte di nozze accade il fattaccio.
Carlo non riesce a consumare e ben presto la faccenda diviene di dominio pubblico.
Sarà la mamma di Elena, la signora Virginia che di matrimoni se ne intende, a salvare quello di sua figlia con un espediente.

Lando Buzzanca e Katia Christine, i due coniugi
La prima notte del dottor Danieli industriale con il complesso del giocattolo esce sugli schermi italiani nel 1970 per la regia di Giovanni Grimaldi, che aveva diretto il protagonista della commedia, Lando Buzzanca, un anno prima in Puro siccome un angelo papà mi fece monaco… di Monza.
Il regista, intuite le particolari doti comiche dell’attore siciliano, gli affida un ruolo decisamente mortificante in una commediaccia piena di luoghi comuni che pure sorprendentemente ebbe un gran riscontro di pubblico, diventando uno dei film più visti dell’annata.
Un mistero questo di difficile soluzione.
Il film è piatto come una tavola da biliardo, con trovate comiche di grana grossa e sopratutto povero anche di situazioni sexy che erano poi uno dei motivi del successo di questo genere di pellicole.
Quello che infastidisce di più nel film è lo stereotipo del maschio siculo orgoglioso della sua potenza sessuale messo in crisi dal fiasco della prima notte di nozze con conseguenti pettegolezzi sulla vicenda scatenati proprio dal dottore chiamato a visitare l’uomo. Inoltre il film si infila ben presto negli abusati doppi sensi di natura sessuale, non dimenticando ovviamente di porgere come contraltare la vicenda di Laura, moglie di Federico (un uomo di una certa età) affetta dal problema opposto, ovvero l’iper attività sessuale di suo marito che la costringe ad un esaurimento nervoso.
Come vediamo, ci sono tutti gli ingredienti pruriginosi e vetusti delle commedie sexy; ad aggravare il bilancio fallimentare del film da ogni punto di vista, si aggiunga l’inespressività totale di Katia Christine, chiamata a interpretare il ruolo della mogliettina insoddisfatta del dottor Danieli.
L’attrice si segnala solo per un paio di topless e null’alto, mentre appena sulla sufficienza troviamo Francoise Prevost, ormai quarantenne e con alle spalle il successo dello scabroso Brucia ragazzo brucia; l’attrice si barcamena decentemene nel ruolo della suocera un tantino “esuberante” e con alle spalle una grossa esperienza nel ramo matrimoniale.
Malissimo Saro Urzi nel ruolo del dottore lingua lunga che alla fine corteggerà la vedova Virginia.
Da segnalare nel film la presenza della principessa Ira Furstenberg nel ruolo della sventurata Laura affetta da surmenage sessuale e di Enzo Garinei.

Ira Furstenberg è Laura, alle prese con l’insaziabile marito
Film che davvero non merita altri commenti e che risulta oggi assolutamente inguardabile.
La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo,un film di Gianni Grimaldi. Con Lando Buzzanca,Katia Kristine, Françoise Prévost, Alfredo Rizzo, Saro Urzì, Linda Sini, Enzo Garinei, Carletto Sposito, Ira Fürstenberg, Ileana Rigano,Renato Malavasi, Francesco Sineri
Commedia, durata 93 min. – Italia 1970.
Lando Buzzanca: Carlo Danieli
Françoise Prévost: Virginia
Katia Christine: Elena
Alfredo Rizzo: Federico
Carletto Sposito: Totò
Linda Sini: Concettina, moglie di Totò
Enzo Garinei: Chevron
Renato Malavasi: Direttore dell’hotel
Ileana Riganò: Teresa Durini
Ira Fürstenberg: Laura
Saro Urzì: Il medico dell’hotel
Regia Giovanni Grimaldi
Soggetto Giovanni Grimaldi, Bruno Corbucci
Sceneggiatura Giovanni Grimaldi
Casa di produzione Princeps Cinematografica
Distribuzione Medusa
Fotografia Aldo Greci
Montaggio Dolores Tamburini
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Giulia Mafai
Tre sotto il lenzuolo
Film in tre episodi, diretti dai due registi Michele Massimo Tarantini, autore di Sabato mattina e di L’omaggio e dal regista Domenico Paolella (con lo pseudonimo Paolo Dominici) autore Non, non è per gelosia.
Episodi riguardanti tematiche sessuali e coniugali, in puro stile commedia all’italiana.
Primo episodio, Sabato mattina; Andrea, in cirsi di astinenza sessuale, è felice di passare finalmente il sabato mattina con la bella moglie Giulia. Per poter restare tranquillo, spedisce via da casa la domestica Rosita.
Ma Giulia inizia a ricevere telefonate dalla madre e da altra gente, con la conseguenza che l’entusiasmo iniziale di Andrea man mano scema.
Mentre attende la conclusione di una delle tante telefonate della moglie, spia la bellissima vicina Anita mentre prende il sole in topless.
La aggancia e inizia con lei un tour de force erotico che lo lascia esausto; inaspettatamente Giulia smette le telefonate, ma Andrea ovviamente non può più soddisfarla.

Nei due fotogrammi: Lorraine De Selle
Secondo episodio No, non è per gelosia: in casa di Irene si installa Vittorio, suo ex marito mentre in casa della donna si trova il suo nuovo compagno Giorgio.
L’uomo, dapprima geloso, stabilisce un buon rapporto con l’ex marito e i due in combutta decidono di far ingelosire la donna, che alla fine sceglierà un terzo incomodo, il dipendente di un negozio vicino.
Terzo episodio,L’omaggio: per un equivoco Mario Sgarbozzi trova nella sua camera d’albergo, dove ha incontrato un cardinale con cui ha concluso un’affare e che gli ha promesso un regalo, una donna che in realtà non è affatto quello che lui crede.
Sidny, la donna, ha litigato con il marito e ha riparato proprio nella camera di Mario; l’arrivo della moglie dell’uomo provocherà un putiferio.
La donna credendo che il marito l’abbia tradita, si concederà al segretario del cardinale.

Nei due fotogrammi: Sonia Viviani
Tre sotto il lenzuolo è la classica commedia sexy di fine decennio settanta, per intenderci quella ormai in chiaro debito d’ossigeno, ovvero priva di spunti originali e con tematiche logore e stantie.
In primis il vecchio e buon sesso, off course.
Tarantini e Dominici confezionano un prodotto senza infamia e senza lode, non particolarmente volgare ma neanche molto divertente.
Le classiche trovate della moglie che scopre la presunta amante del marito in una camera d’albergo, il marito che anela ad una giornata d’amore con la moglie e poi finisce a letto con la bella e disponibile vicina sono espedienti troppo sfruttati per riuscire in qualche modo ad essere coinvolgenti.
A questo va aggiunto il penalizzante cast femminile, dove ad eccezione della splendida Orchidea De Santis, vengono utilizzate starlet poco espressive dal punto di vista recitativo come Sonia Viviani, Patricia Webley e Lorraine De Selle.
Un tantino meglio Daniela Poggi, quantomeno simpatica, così come nulla da eccepire c’è sulla splendida forma fisica delle protagoniste.
Orchidea De Santis
Meglio il cast maschile, con il solito Maccione a farla da padrone e un imbarazzato Walter Chari in forte disagio; impalpabile Giuffrè.
Questi film seriali di fine decennio venivano realizzati spesso puntando più sul nome dei protagonisti che sulle sceneggiature; Tre sotto il lenzuolo è un evidente esempio di povertà di mezzi.
Difatti la produzione assolda un buon cast, almeno per metà dei protagonisti, ma alla fine ambienta il tutto fra mura domestiche con un enorme risparmio di investimenti nelle scene di esterni.
E ancora una volta risulta penalizzante per lo spettatore sorbirsi scenette trite e ritrite in cui l’unico elemento di novità è rappresentato dalle starlette più o meno disposte a concedere qualche centimetro di epidermide.
Probabilmente il film venne girato in pochissimi giorni; un esempio banalissimo è dato dall’episodio con Lorraine De Selle e Maccione.
La De Selle indossa per tutto il periodo dello stesso l’identico paio di mutandine, mentre il regista inquadra per lunghi minuti Sonia Viviani mentre si bagna in cortile.
Espedienti che mostrano sia povertà d’idee sia povertà di mezzi.
Tre sotto il lenzuolo, un film di Michele Massimo Tarantini, Paolo Dominici. Con Orchidea De Santis, Walter Chiari, Sonia Viviani, Aldo Maccione, Daniela Poggi, Carlo Giuffrè, Mario Valdemarin, Aldo Giuffré, Venantino Venantini, Liana Trouché, Cindy Leadbetter,
Film a episodi, durata 91 min. – Italia 1979.
Walter Chiari … Giorgio Mori – il marito di Irene / episodio ‘No, non è per gelosia’
Orchidea de Santis … Rosita – la domestica / episodio ‘Sabato mattina’
Lorraine De Selle … Giulia – la moglie di Andrea / episodio ‘Sabato mattina’
Aldo Giuffrè … Il cardinale / episodio ‘L’omaggio’
Carlo Giuffrè … Il Signor Sgarbozzi/ episodio ‘L’omaggio’
Patricia Webley … Sidny – una bella ragazza americana / / episodio ‘L’omaggio’ ‘L’omaggio’
Aldo Maccione … Andrea – il marito di Giulia / / episodio ‘L’omaggio’ ‘Sabato mattina’
Daniela Poggi … Irene Mori / / episodio ‘L’omaggio’ ‘No, non è per gelosia’
Liana Trouche … Olga Scarbozzi – le moglie di Scarbozzi / / episodio ‘L’omaggio’
Mario Valdemarin … Vittorio- il primo marito di Irene / / episodio ‘No, non è per gelosia’
Sonia Viviani … Anita/ episodio ‘Sabato mattina’
Regia di Paolo Dominici (Domenico Paolella) (episodio “No, non è per gelosia”) (con il nome Paolo Dominici)
Michele Massimo Tarantini (episodi “Sabato mattina”, “L’omaggio”)
Sceneggiatura Teodoro Corrà storia (con il nome Teodoro Agrimi)
Massimo Fiore storia
Giorgio Mariuzzo storia e sceneggiatura
Michele Massimo Tarantini
Musiche originali di Franco Campanino
Fotografia di Sergio Rubini e Pier Luigi Santi
Camera d’albergo
Emma Crocetti è la figlia di un proprietario d’hotel; è un’appassionata di cinema e si diletta di regia con i suoi due amici Guido e Tonino. Desiderosi di sfondare nel mondo della regia, il terzetto costituisce la cooperativa “La svolta” e decidono di girare un reality ante litteram piazzando una telecamera all’interno delle stanze dell’albergo. Messo assieme del materiale amatoriale con l’uso di mezzi di fortuna, i tre presentano parte del loro prodotto ad un regista ormai in disarmo, il commendator Achille Mengaroni che possiede anche una casa di produzione, la Ursus.
Enrico Montesano
Quello che i tre non sanno è che l’uomo è pieno di debiti ed inseguito dai suoi creditori; Mengaroni dopo aver visionato il materiale fiuta tuttavia il colpo e suggerisce ai tre di ampliare i filmati in loro possesso aggiungendo delle altre scene e contemporaneamente di strappare agli ignari protagonisti il consenso all’utilizzo delle immagini. Nasce così un autentico reality nel reality, con protagonisti Fausto e Flaminia. Il primo è un netturbino, mentre la donna lavora in una scuola guida.
Monica Vitti
Alla ricerca di una sistemazione Flaminia decide di sposare il proprietario della scuola, il corpulento e manesco Cesare De Blasi. Così loro malgrado Fausto e Flaminia sono costretti a frequentarsi e ben presto la passione tra di loro rinasce. La morale che se ne ricava è che nella vita prima o poi l’amore e i veri sentimenti trionfano. Diretto da Mario Monicelli nel 1981 Camera d’albergo è un prodotto incolore e insapore.
Vittorio Gassman
La scarsa vena di Monicelli (anche i grandi alle volte fanno errori) la si nota in tutto il film, nella mollezza di un soggetto francamente abbastanza banale (anche se sceneggiato da Age e Scarpelli e dallo stesso Monicelli) e sopratutto nella piatta recitazione di tre grandi protagonisti del cinema italiano, Vittorio Gassman, Enrico Montesano e Monica Vitti. I tre personaggi a loro affidati, rispettivamente il regista squattrinato Achille, il netturbino dai buoni sentimenti Fausto e la scontenta Flaminia sembrano tagliati con l’accetta e sono anche mal caratterizzati, segno dell’abulica volontà dei tre attori alle prese con un film in cui probabilmente non credevano.
Il soggetto debole, le lunghe sequenze girate in albergo, le banali storie riprese dai tre improvvisati registi fanno il resto; banalissima la sequenza delle svedesine nude che alla fine scoprono la telecamera nascosta e anche tutte le altre storielle appiccicate senza molta credibilità al film che si snoda noiosamente fino ad un finale che è quanto di più banale uno si possa aspettare.

Un vero peccato, perchè Monicelli ci aveva abituato ad uno standard di ben altro livello. Quello che colpisce maggiormente è la conduzione scialba di un film che già nelle premesse appare scontato, vista l’interazione tra la storia dei due ex amanti che riscoprono se stessi e le storielle molto prevedibili che i tre registi girano all’insaputa dei protagonisti. Così la moglie vergine e i vari personaggi ripresi in stile Grande fratello, mentre fanno abluzioni o canticchiano opere liriche, mentre espletano le loro necessità fisiologiche oppure attentano alle virtù delle cameriere appaiono molto sgradevoli e assolutamente prive di fascino. Le gag o le battute francamente sono davvero discutibili; un esempio è il dialogo tra Flaminia e Cesare:” Sai, per un momento ho pensato che tu mi avessi sposato per il mio nome…” “Perchè?” “Perchè mi chiamo Flaminia, come l’autovettura” Con questo genere di battute ovviamente non si va lontano, nemmeno con le gag delle botte da orbi e con le trite altre che scorrono sullo schermo.
Il voyeurismo reality raramente ha avuto tocchi di finezza, proprio per le sue caratteristiche specifiche, ovvero lo scavare nell’intimo delle persone alle prese con le piccolezze della vita quotidiana. Con queste premesse, senza una trama convincente e con attori assolutamente fuori parte o svogliati era inevitabile il fallimento del progetto. Monicelli non mostra mai, in nessun momento,il suo leggendario talento e il suo spirito corrosivo anche se va detto molti spettatori del film, all’epoca, lo assolsero quasi con formula piena. Ma un periodo di crisi è assolutamente comprensibile; non dimentichiamo che l’anno precedente il grande regista toscano aveva avuto un’altra battuta d’arresto con Temporale Rosy,con protagonisti Faith Minton e Depardieu impegnati in una storia d’amore ambientata nel mondo del catch, mal riuscita e bizzarra.
Per fortuna Monicelli ci regalerà nel 1982 Il Marchese del Grillo che rimane una delle sue perle più preziose. In definitiva Camera d’albergo non vale una visione, anche se ovviamente resta una spalla sopra tutte le boiate che vennero prodotte purtroppo a partire dal 1979 in poi.
Camera d’albergo,un film di Mario Monicelli. Con Enrico Montesano, Monica Vitti, Vittorio Gassman, Gianni Agus, Fiammetta Baralla,Franco Ferrini, Nando Paone, Tommaso Bianco, Roger Pierre, Luciano Bonanni, Ida Di Benedetto, Néstor Garay, Beatrice Bruno, Daniele Formica Commedia, durata 99 min. – Italia 1981
Vittorio Gassman: Achille Mengaroni
Monica Vitti: Flaminia
Enrico Montesano: Fausto Talponi
Roger Pierre: Cesare De Blasi
Béatrice Bruno: Emma
Ida Di Benedetto: Moglie vergine
Néstor Garay: Cesare Di Blasi
Gianni Agus: Se stesso
Franco Ferrini: Gianni
Daniele Formica: Aldo
Jacques Ciron: Vittorio
Nando Paone: Guido Bollati
Paul Muller: Hans
Isa Danieli: Maria
Fiammetta Baralla: Tassista
Tommaso Bianco: Sergio
Regia Mario Monicelli
Soggetto Agenore Incrocci, Mario Monicelli, Furio Scarpelli
Sceneggiatura Agenore Incrocci, Mario Monicelli, Furio Scarpelli
Produttore Luigi De Laurentiis, Aurelio De Laurentiis
Distribuzione (Italia) Filmauro
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Ruggiero Mastroianni
Musiche Detto Mariano
Vieni avanti cretino
Per una volta posso tralasciare la consueta introduzione con la trama del film, perchè Vieni avanti cretino, film del 1982 diretto da Luciano Salce è costruito con criteri tipici dell’avanspettacolo, ovvero con una sequenza di sketch slegati fra loro, uniti da un’esilissima trama.
Che vede protagonista Pasquale Baudaffi, appena uscito di galera, che viene aiutato da suo cugino Gaetano a reinserirsi nella società; l’uomo cerca di trovargli un lavoro, e Pasquale da quel momento vivrà una esilarante odissea fatta di equivoci e malintesi attraverso situazioni grottesche e paradossali.


La gag ambientata nel garage, protagonista Michela Miti
Pasquale infatti dapprima finirà in uno studio dentistico (è appena uscito di galera e sente impellente il bisogno di una donna) scambiandolo per un bordello, poi davanti ad una inflessibile esaminatrice che lo boccerà all’esame da guardacaccia, poi come improbabile garagista al quale vengono sottratte tutte le auto da custodire, per finire poi come cameriere e apprendista “custode” e controllore di quadri elettrici.
Il film è costruito e cucito addosso a Lino Banfi, qui alle prese con un ruolo da assoluto protagonista per una volta tanto privo di copione e lasciato libero di caratterizzare il personaggio (in realtà quasi inesistente) di Pasquale, autentica macchietta e caricatura del passaguai ad oltranza.

Nella foto, a destra, Moana Pozzi
Tutto quindi si snoda attraverso scenette tipiche dell’avanspettacolo, con equivoci e battute qualche volta volgarotte o con situazioni ai limiti dell’assurdo come la deliziosa sequenza (patrimonio proprio dell’avanspettacolo) che si svolge all’interno dello studio dentistico.

Il comico colloquio per diventare guardacaccia
Il surreale dialogo tra Pasquale e un cliente dello studio, un ingegnere capitato lì per estrarre un dente si svolge in un clima esilarante, aiutato anche dalla mimica di Gigi Reder che proprio con Salce trovò la sua affermazione grazie al ruolo del ragionier Filini in Fantozzi.
Gustoso anche lo sketch in cui Pasquale viene letteralmente preso a ceffoni da Don Peppino, un sacerdote in trasferta con i suoi parrocchiani che lo riconosce come suo concittadino, così come gradevole è la gag nel garage, protagonista una splendida Michela Miti che vorrebbe concedersi a Pasquale ma viene fermata dai suoi gelosissimi fratelli.

Lo sketch dell’equivoco Studio dentistico- casa d’appuntamento (a destra Ramona Dell’Abate)
Luciano Salce, che veniva da due anni di fermo dopo l’incerto Rag. Arturo De Fanti, bancario precario (1980), protagonista un Paolo Villaggio spaesato, riprende dopo 12 anni il discorso interrotto con Basta guardarla, splendido affresco sul mondo dell’avanspettacolo intriso di ironia ma anche di malinconia, usando questa volta l’arma della comicità per omaggiare un mondo ormai completamente lasciato ai margini dello spettacolo stesso.
Lo fa però usando ritmo e puntando sopratutto su un Lino Banfi che si era fatto le ossa negli anni settanta attraverso la commedia sexy, anche se con risultati discontinui.

I due cugini Pasquale e Gaetano, interpretati da Lino Banfi e Franco Bracardi
Paradossalmente però è proprio grazie a questo film (che viene dopo l’ottimo Fracchia la belva umana) che Banfi mostra appieno tutto il suo talento; finiti i fasti della commedia sexy, l’attore pugliese può finalmente dedicarsi a ruoli comici di ben altro spessore di quelli interpretati fino ad allora.
Così Banfi è libero di imperversare nel film con la sua carica di simpatia che diventa sempre più forte con lo scorrere del film: che sia il cameriere costretto a portare una marea di caffè ad una cliente o che sia il sostituto del tenore costretto a improvvisare un recital in dialetto pugliese, Banfi fa il suo caratterizzando un personaggio tra i migliori della sua lunghissima carriera.

Il sosia di Benigni e Adriana Russo
Aiutato anche dall’inappuntabile presenza di numerosi caratteristi all’altezza del loro compito come Franco Bracardi (il cugino Gaetano, protagonista del formidabile sketch del ristorante),del citato Reder e della Miti oltre che da piccole partecipazioni di Ramona Dell’Abate, Moana Pozzi, Adriana Russo.
Un film che riesce a divertire, tenendo conto che siamo nei primi anni ottanta, quindi nel pieno della crisi cinematografica che non fu soltanto di incassi, ma anche di idee; qui di idea vincente c’è quella di salce di uscire dallo schema del film basato su una trama per divertire semplicemente con le gag che si usavano negli anni sessanta.

Il finale del film, Lino Banfi è con Luciano Salce che interpreta se stesso
Vieni avanti cretino, un film di Luciano Salce. Con Lino Banfi, Franco Bracardi, Moana Pozzi, Michela Miti, Mimmo Poli,Luciano Salce, Gigi Reder, Dada Gallotti, Ennio Antonelli, Paolo Paoloni, Luciana Turina, Alfonso Tomas, Giuseppe Spezia, Annabella Schiavone, Nello Pazzafini, Roberto Della Casa, Jimmy il Fenomeno, Dino Cassio, Pietro Zardini, Giulio Massimini, Anita Bartolucci, Ramona Dell’Abate, Mireno Scali, Danila Trebbi, Francesca Viscardi, Adriana Russo
Commedia, durata 98 min. – Italia 1982.
Lino Banfi: Pasquale Baudaffi
Michela Miti: Carmela
Franco Bracardi: Gaetano Baudaffi
Anita Bartolucci: Marisa
Ramona Dell’Abate: Assistente dentista
Gigi Reder: Ingegnere
Jimmy il fenomeno: Raffaele
Dino Cassio: Don Peppino, il Prete Pugliese
Moana Pozzi: Accompagnatrice
Nello Pazzafini: Gargiulo
Adriana Russo: Ragazza al bar
Mireno Scali: Ragazzo al bar
Luciano Salce: se stesso
Alfonso Tomas: Dr. Tomas
Roberto Della Casa: Marito geloso
Paolo Paoloni: Direttore
Giulio Massimini: Cardinale
Pietro Zardini: Radames
Annabella Schiavone:esaminatrice
Luciana Turina:padrona del barboncino
Regia Luciano Salce
Soggetto Franco Bucceri, Roberto Leoni, Lino Banfi
Sceneggiatura Franco Bucceri, Roberto Leoni, Lino Banfi
Produttore Giovanni Bertolucci, Aldo U. Passalacqua
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Fabio Frizzi
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Più che un film con trama, tante scenette d’avanspettacolo (quella del dentista è vecchia di decenni) cucite insieme da un’esilissimo intreccio (Banfi che cerca lavoro). Il livello, va da sé, è quanto di più disuguale si possa immaginare. Resta, indelebile, il nostro che entra in azienda scortato dalla Pozzi e dalla Viscardi, le quali lo affidano al più indimenticabile degli Alfredo Thomas visti al cinema, il quale viene premiato dalla nostra soddisfazione. Fosse stato sempre così divertente, il film sarebbe stato un rozzo capolavoro.
Vero e proprio cult movie della commedia italiana di genere, è diretto da un buon regista come Luciano Salce (al quale si devono i primi grandissimi Fantozzi) e rappresenta la consacrazione cinematografica di Lino Banfi. Il comico pugliese è il grande mattatore della pellicola, che non possiede una vera e propria trama (e tantomeno una sceneggiatura), ma è piuttosto la raccolta di una serie di gag spesso irresistibili, raramente più fiacche.
Una comicità ricca di trovate e gag esilaranti, che meglio mettono in rilievo la corposità (e al tempo stesso la parlata) di un Lino Banfi qua al meglio del suo lato “cabarettistico”. Affiancato da nomi di certo interesse (su tutti l’indimenticabile Gigi Reder/Filini), circondato da bambole di una bellezza ammaliante (Michela Miti e Moana Pozzi), diretto da un regista burlone ma intelligente, Banfi propone qua una delle sue migliori performance. Da non dimenticare il nervoso e “sclerato” Alfonso Tomas che offre un contributo non “marginale”.
Uno dei Banfi più divertenti. Quasi senza trama, con una -inutile- cornice metacinematografica che apre e chiude il film, passa da una scenetta alla seguente in un crescendo di risate. Da Filomenha al dottor Tomas, dalla Miti nudissima che fa ingrifare Banfi al Gargiulo di Pazzafini, dall’uranismo alla scena dal dentista con un grande Gigi Reder, le sequenze memorabili sono davvero troppe. Misteriosamente, non è mai uscito in vhs in Italia: per fortuna da qualche anno c’è il dvd Federal Video.
Non una pellicola dalla trama lineare ma un collage di scenette più o meno divertenti che vedono come protagonista assoluto Banfi che tiene in piedi la baracca grazie anche all’aiuto di alcuni bravi comprimari. Non tutto è di primo pelo, non tutto funziona bene ma fa il suo sporco lavoro riuscendo a strappare molte risate allo spettatore.
Uno dei migliori film di Banfi (inferiore solo a Spaghetti a mezzanotte). Una trama esilissima lega insieme una serie di scenette divertentissime, condite con la piacevolissima colonna sonora di Fabio Frizzi. Banfi è scatenato, ma anche gli altri attori, tra cui i simpaticissimi Franco Bracardi e Alfonso Tomas, sono bravissimi. Negli ultimi minuti si ha una leggera caduta di tono, ma il resto del film è eccezionale, anche se con una storia più elaborata poteva diventare un capolavoro.
Mediocre ma divertente a tratti, con tentativi di metalinguaggio abbastanza patetici. Banfi è in forma anche se come sempre limitato ma riesce a far ridere; o meglio fan ridere le situazioni attorno a Banfi, tipo il buon Reder, in una gag vecchissima o l’immortale Thomas coi suoi tic. Lo so è una comicità da deficienti scherzare sui tic, è troppo facile, ma io sto ancora ridendoci sopra dal 1982!! Il sedere della magnifica immortale Moana è in bella evidenza.
Una delle ultime interpretazioni memorabili di Banfi; e che interpretazione! Il comico dà libero sfogo all’improvvisazione, ma anche alla sua esperienza nel mondo del cabaret da cui è partito. Il sagace Salce, reduce dai bellissimi film con Villaggio, trova in Banfi l’interprete perfetto per la sua comicità surreale e dissacrante, inserendo anche qualche scorcio metacinematografico per nulla disprezzabile. Le gag sono eccezionali, da scompisciarsi, grazie anche a spalle di primordine come Reder, Bracardi e Tomas. Divertentissimo!
Lino Banfi superstar in questo gustoso omaggio all’avanspettacolo. E’ sin troppo ovvio che Vieni avanti cretino sta a Banfi come Totò a colori sta a Totò. Nulla più che una raccolta di gustose scenette d’avanspettacolo legate assieme pretestuosamente. Benché sia divertentissimo e faccia sganasciare dalle risate, alla lunga stanca e si fatica ad arrivare a fine visione. Molto meglio se gustato un po’ per volta, scena per scena. Salce confeziona il tutto egregiamente, sfogando anche la sua vena cinefila.
Favoloso! Uno dei più riusciti film comici di Salce con un Lino Banfi in ottima forma, accompagnato da un ottimo Bracardi. Le gag sono una migliore dell’altra (forse quella del dentista è un po’ deboluccia), in particolare la scena con Michela Miti, quella dei caffè al bar (“me chiamo Salvatore Gargiulo… se sbagli la comanda io ti rompo il…”) e soprattutto la scena con Alfonso Tomas.
Siamo, di solito, abituati a vedere Lino Banfi fare parti da “carnefice”, nelle commedie anni ’70/80, ma qui è “vittima” d’esilaranti gag a non finire, che il regista, Luciano Salce, dirige con la sua abituale ironia. E noi si ride, pensando a quell’Italia più semplice dei primi anni ’80, rappresentata in questo film. Oltre all’ottimo Banfi, sono da applausi anche gli altri attori che vi compaiono. La trama non è poi importante, sono le gag che danno un senso alla pellicola. All’epoca, Nonno Libero era molto lontano (per fortuna, direi). Da tre.
Luciano Salce è il primo che vede in Lino Banfi le qualità per il grande salto e gli consegna tra le mani un canovaccio narrativo deboluccio; ma Banfi tira fuori dal cilindro un’interpretazione memorabile, una prova maestosa che lo consacra re indiscusso della “commedia all’italiana” grazie a trovate geniali, improvvisazioni perfette e un ritmo che, seppur con qualche caduta di tono e stile, risulta essere piacevole anche a molti anni di distanza dall’uscita. Indimenticabile la “cancion anglo-iberico-pugliese” Filomeña. Cult assoluto.
Uno dei migliori Banfi in una commedia che, per quanto non abbia spunti né pretese di capolavoro, fa divertire e ridere di gusto. Certo, alcune situazioni sono vecchie come il cucco (Tomas ha fatto una carriera con i suoi tic), ma vederle fa morire. Gli episodi, eccezion fatta per quello con il direttore anti-gay, che non mi impazzire, sono ottimi. Rimane ben impresso quello al bar con il sosia di Benigni e la bella ragazza dagli aulici pensieri… Assolutamente imperdibile.
Discreto, ma non uno dei migliori interpretati da Banfi. Salvo le scene più famose (tipo quella dell’incontro con il prete, quelle con il barista Gargiulo, al dentista, Filomena e l’incontro tra Banfi e un ispirato Thomas), vi è poco altro da segnalare. Più di Banfi meglio i comprimari, tra cui un divertito Reder. Così così la regia di Salce. Comunque, nel genere si è visto di peggio.
I
Il film in cui Lino Banfi dà il meglio di sé e spreme al massimo le sue grandi doti da caratterista. Impossibile non ridere nemmeno dopo averlo visto tantissime volte. La gag che amo di più è quella con Gigi Reder, ma non è da meno quella finale con Alfonso Tomas in un ruolo decisamente celebre. Assolutamente cult la canzone di flamenco pugliese. Carico anche di molte comparse tra cui Adriana Russo e Jimmy il fenomeno. Film obbligatorio per chiunque ami la commedia italiana anni ’70-’80.
Un Banfi memorabile in una pellicola che esalta le sue doti comiche “gestuali”, oltre che quelle canoniche relative all’uso del suo pugliese “storpiante”. Si ride di gusto per tutto l’arco del film ma l’episodio del laboratorio in cui Thomas (il dottor Thomas!!!) assume lo zio Lino per un lavoro “semplice” ha qualcosa di superbo, in un’iperbole di comicità che nulla ha da invidiare ai grandi comici del passato.
Mi ha fatto ridere, ma Banfi mi piace nella commedia sexy, mentre questa è una serie di straviste scenette da avanspettacolo, alle quali l’attore dà smalto, con la sua energia, con la sua mimica, col suo linguaggio (anche corporeo). Riesce a rinfrescare anche la gag – vecchissima – del pranzo in trattoria “inventato”, e rende quasi chapliniano l’episodio della telescrivente. Ma si sente la mancanza di una vera trama, poi credo che Banfi dia il meglio interagendo con belle donne: qui lo fa solo, brevemente e noiosamente, con la Miti. Così così.
In questo film si può apprezzare in tutta la sua verve comica il grandissimo Lino Banfi. La ricerca di un lavoro dopo il carcere porta il nostro amato protagonista a una girandola di situazioni che lo portano a incontrare personaggi bizzarri e strampalati. Ogni mini-scenetta è divertentissima e, tra un equivoco e l’altro, le risate si sprecano.
Indubbiamente una raccolta delle migliori di tutte le possibilità cabarettistiche, meglio dire “da avanspettacolo”, di un Lino Banfi comunque simpatico anche nelle scenette le più scontate. Dove ho riso veramente è stato durante l’esibizione canora di Filomena; non solo perché Banfi è bravissimo, ma per tutta la preparazione, la scenografia e i personaggi di contorno tutti perfetti che fanno da degna cornice all’esibizione stessa. La sceneggiatura è poco più che dilettantistica, come pure il finale auto-assolutorio.
I
Straripante comicità di Banfi & company, con una grandissima regia di Luciano Salce, un vero maestro della commedia all’italiana. Banfi riesce a far passare battute molto d’avanspettacolo per fresche e garbate barzellette da bar. Il corollario di belle attricette (senza offesa, si capisce) è opera di Salce amante del gentil sesso, e si vede. La storia è fatta di tanti piccoli separietti uniti da un solo e unico comun denominatore, la comicità. Bello e buono, imperdibile!
Senza Parole. Un capolavoro della comicità italiana. Banfi in forma paurosa, divertentissimo, attivissimo e immenso! Episodi e gag uno più divertente dell’altro! Da sottolineare la presenza dei grandi Nello Pazzafini, Dino Cassio, Jimmy il Fenomeno, Alfonso Tomas, Gigi Reder. Un cult da vedere, rivedere e rivedere e ridere fino allo svenimento.
Incredibile capolavoro di comicità, ricco di gag ormai entrate nell’immaginario collettivo: il caffè con utopia, l’equivoco dello studio dentistico ex casa d’appuntamenti, gli schiaffi col prete, l’esame ornitologico, Filomenha, i tic nervosi nell’azienda del Dottor Tomas che non è mai in sede… Un Banfi scatenato e a tutto campo che si concede poche volgarità (si nota che alla regia c’è Salce e non Cicero o Tarantini) e diverte tantissimo. Comparsate per Michela Miti e Ramona Dell’Abate e un piccolo cameo di una giovanissima Moana Pozzi.
Salce raccoglie il meglio di Banfi, quello che trapelava dalle pellicole scollacciate (e non) precedenti e imbastisce una trama per far emergere tutto ciò che fino ad allora non era trapelato, ovvero la comicità convincente di un attore completo e non di un caratterista com’era stato giudicato Banfi fino ad allora. Il risultato è una summa banfiana di sketches, alcuni dei quali (i caffè, l’esame ornitologico, il dentista l’azienda elettronica, gli schiaffi) si sono incollati nella memoria collettiva.
Buon esempio di cinema non certo “alto” ma estremamente efficace. Una delle prove più memorabili di Banfi, vero mattatore del film, il quale è legato insieme da una trama che più semplice non si può. Ma la sapiente mano di Salce sa come valorizzare la comicità debordante dell’attore, inanellando una gag dietro l’altra (quasi tutte entrate nella hall of fame, trash se vogliamo, della commedia nostrana); cosparge il film di qualche dotta citazione cinefila e soprattutto circonda Banfi di gustosissime spalle. Strumento di risata perpetua.
Imposto a ritmo di svariati passaggi televisivi, assorto a livello di cult quando invece non è proprio il miglior film di Banfi. Michela Miti non è certo a livello di Bouchet o Fenech e il suo episodio è proprio banalotto. Altri episodi si basano su doppi sensi e equivoci e comunque Banfi è più imbranato del solito, quasi fantozziano (non a caso la regia è di Salce). Per ridere abbastanza dobbiamo aspettare l’ultima parte… con un grande Alfonso Tomas. Però meglio i film di Cicero, Martino, Laurenti e Tarantini… anche se non si chiamano Salce!
Grande cult con un Banfi al top della forma, aiutato da un ottimo cast, in questo lavoro di Salce (che non si fa mancare la denuncia sociale); rimane memorabile per i suoi sketch con Dino Cassio, Tomas, Bracardi e soprattutto in quello indimenticabile con il grande Gigi Reder! Qui si tocca l’apice della comicità, confezionando gag memorabili piene di equivoci e doppi sensi; è uno di quei pochi film in cui si ride sempre, dall’inizio alla fine, grazie ad un Lino goffo e disgrazieto, che grazie alla sua ingenuità si rende spassosissimo! Mitico!
Avanspettacolo travestito da cinema. Tutte le sequenze sono rielaborazioni di scenette vecchie di decenni, che anche le più scalcinate compagnie hanno messo in scena almeno una volta. Ma qui c’è Banfi, che quel mondo ha vissuto e amato: la sua è una prestazione di cuore e il pubblico lo recepisce. Anche le spalle (Cassio, Tomas, Reder) vengono dal varietà e gli reggono il gioco magnificamente. Salce dirige con passione e gusto, ma il film risulta ripetitivo e alla lunga rischia di annoiare.
Semplicemente MEMORABILE!!! E infatti chi non lo conosce a memoria? Banfi è travolgente e una risata… la strappa a tutti. Si consiglia di rivederlo al calduccio della guardiola del portiere (preferibilmente uranista) sorseggiando un caffè con humour, perché la soddisfazione dello spettatore è il nostro maggior premio…. piripiripiahiahi!!! Ha parleto alendelon!

La donna della domenica
Torino.
E’ una caldissima giornata estiva e la città è quasi deserta.
In un appartamento cittadino si compie un dramma: l’architetto Garrone, un viscido e traffichino frequentatore dei margini della società bene torinese viene ucciso brutalmente.
L’arma del delitto è quantomeno inusuale.
All’architetto infatti è stato sfondato il cranio con un pesante fallo di pietra.
A dirigere le indagini viene chiamato il romano Santamaria che da subito si rende conto di ritrovarsi tra le mani una brutta gatta da pelare.
L’uomo infatti frequentava il salotto buono della città, in particolare quello dei coniugi Dosio che lo disprezzavano apertamente.
L’esclusivo gruppo lo tollerava pur ritenendolo un uomo gretto e meschino;sopratutto Anna Carla Dosio, l’annoiata moglie dell’industriale Dosio era in prima linea tra i detrattori del losco architetto.

Marcello Mastroianni (Santamaria) e Jean Louis Trintignant (Massimo Campi)
Quando i superiori di Santamaria apprendono i nomi di coloro che sono indagati per il delitto, iniziano a premere sull’inquirente per raccomandargli prudenza.
Le indagini iniziano così proprio nella cerchia dei frequentatori del salotto, fra i quali c’è la coppia omosessuale composta da Massimo Campi, erede di una ricchissima e antica famiglia torinese e da Lello Riviera, un giovane timido e riservato che ama Massimo profondamente.

Claudio Gora, il viscido architetto Garrone
L’unica traccia che ha Santamaria è la descrizione sommaria dell’assassino fatta da colui che ha scoperto il cadavere, il geometra Bauchiero, che descrive la presenza sul luogo del delitto di una donna bionda che indossava un impermeabile, che aveva con se una borsa sportiva arancione e nelle mani un tubo porta disegni.
Muovendosi con circospezione in un ambiente che mostra di avere tanti segreti, alcuni dei quali innominabili e sopratutto una morale gretta e meschina tipica di un ambiente esclusivo poco propenso all’apporto esterno di persone considerate socialmente “al di sotto”, Santamaria arriverà alla soluzione dell’enigma trovando l’insospettabile colpevole e sopratutto allacciando una fugace relazione con la bella signora Dosio che alla fine lo pianterà per riprendere la solita oziosa e inutile vita da ricca borghese.

La bottega dei falli di pietra
Tratto dal bellissimo romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini edito nel 1972, La donna della domenica è la quasi fedele trasposizione del romanzo stesso operata da Luigi Comencini nel 1975, con esiti assolutamente felici.
Il grande regista di Salò mette la sua ironia, una volta tanto non pesante in eccesso e sopratutto non colorata di nero al servizio di un’opera cinematografica che si segnala per tutta una serie di peculiarità.
Prima di tutto per la splendida sceneggiatura curata dagli stessi scrittori del romanzo ampliata dalla presenza di due fini sceneggiatori come Age e Scarpelli, poi per la presenza di un cast di grandissimo livello e infine per l’abilità di Comencini di riprendere le atmosfere del romanzo riportandole con grande fedeltà sullo schermo.
Sono cose che contribuiscono in maniera determinante alla credibilità del film stesso, che per lunghi periodi appassiona, diverte, fa riflettere anche se sempre in maniera leggera, così come leggera e la vicenda che seguiamo sullo schermo.

Pino Caruso ( Commissario De Palma) e Lina Volonghi (Ines Trabusso)
Leggera, si, nonostante il delitto iniziale; prima di tutto per la scelta dell’arma da parte dell’assassino, un fallo di pietra, poi per la mancanza totale dell’elemento sangue.
C’è stato un delitto, è vero, ma la cosa ha poca importanza.
Prima di tutto perchè il defunto è un essere spregevole, uno di quelli che l’umanità non piange di certo poi perchè le vicende dei vari sospettati prendono immediatamente il sopravvento su tutto.
L’ambiente indolente, a tratti vizioso, principalmente afflitto da una morale piccolo borghese ed esclusiva che lo avvolge come una cortina impenetrabile ci suona così antipatico che non parteggiamo per nessuno dei protagonisti.
Forse l’unico a suscitare un piccolo moto di simpatia è l’innamoratissimo Lello, che diverrà poi la seconda vittima della vicenda quando verrà ucciso al mercato del Balun dopo aver capito chi è l’assassino.

Jacqueline Bisset è Anna Carla
Seguiamo così il buon Santamaria alle prese con i superiori che da un lato lo spingono ad usare la massima circospezione ( un vero e proprio tentativo di insabbiamento, in effetti) e alle prese anche con un movente che all’inizio sembra più passionale che venalmente economico.
Così, dopo una vasta carrellata di tutti i personaggi implicati nella storia, ci ritroviamo immersi in un giallo in cui l’ironia di Comencini fa da musa invisibile.
Splendida la visita di Santamaria e di Anna Carla Dosio alla fabbrica di falli di pietra che si conclude con la distruzione di un bel mucchio degli stessi, destinata al mercato degli stranieri, con Anna Carla tutta eccitata dalla novità rappresentata sia dagli eventi che scuotono il torpore dorato in cui vive, sia dall’attrazione che prova per il bel commissario romano.

Lello confessa la sua relazione con Massimo
Quando il film si conclude, restiamo con un tantino di amaro in bocca non certo per la delusione nello scoprire le motivazioni del colpevole, quanto perchè sono passate due ore di sano divertimento e vorremmo usufruirne ancora.
Grazie sopratutto a Marcello Mastroianni che disegna splendidamente la figura del cinico ma sorridente Santamaria, uno che affronta la vita come un gioco a cui partecipare con il distacco più grande possibile; merito di una bellissima Jacqueline Bisset che è naturalmente predisposta al ruolo della donna di classe, ricca elegante e bella e sopratutto annoiata dalla sua vita dorata fatta del nulla più totale, ovvero cene, parrucchiere e pettegolezzi.

A sinistra: Aldo Reggiani (Lello Riviera)
E merito anche del cast variegato di caratteristi e non che affollano la pellicola; a partire da Pino Caruso, il Commissario De Palma anche lui furbo e cinico, per proseguire con la coppia omosessuale Jean Louis Trintignant e Aldo Reggiani (Massimo Campi e Lello Riviera), entrambi credibilissimi nel ruolo degli amanti impossibili.
Claudio Gora è inscindibile dal suo personaggio interpretato, quel Garrone viscido come una lumaca senza guscio, Lina Volonghi si cala perfettamente nel ruolo di Ines Tabusso, la donna che si lamenta del via vai di prostitute che ha sotto casa (memorabile la sequenza della caccia ai frequentatori di lucciole, che produrrà alcune grosse sorprese, non tutte piacevoli)

La splendida Jacqueline Bisset
Spazio anche a grandi caratteristi come Gigi Ballista, Antonino Faà di Bruno, Omero Antonutti e segnalazione per il visagista delle dive, Gil Cagnè che interpreta se stesso rifacendosi ironicamente il verso.
Insomma, una commedia tinta di giallo, gustosa, fresca e divertente che permette di passare due ore davanti allo schermo in perfetta sintonia con quello che accade sullo schermo, impigrendosi al caldissimo sole di Torino, sorridendo dei tanti vizi che costellano la vita sociale dell’alta borghesia della città stessa.
Sopratutto riconciliandosi con un certo tipo di cinema, quello della commedia, che nella metà degli anni settanta doveva fare i conti da un lato con la triste realtà degli anni di piombo, dall’altro con un cinema in cui la volgarità e il sesso avevano purtroppo largo spazio.
Infine, menzione d’onore per la precisa e puntuale colonna sonora di Ennio Morricone

Al centro della foto l’indimenticabile Franco Nebbia
La donna della domenica, un film di Luigi Comencini. Con Claudio Gora, Jacqueline Bisset, Jean-Louis Trintignant, Marcello Mastroianni, Aldo Reggiani,Pino Caruso, Gigi Ballista, Tina Lattanzi, Lina Volonghi, Clara Bindi, Giuseppe Anatrelli, Ennio Antonelli, Omero Antonutti, Renato Cecilia, Mauro Vestri, Antonio Orlando, Franco Nebbia
Commedia/Giallo, durata 105 min. – Italia 1975.

La retata sotto casa della Trabusso

Le indagini dei due commissari

La seconda vittima, Lello Riviera

Gigi Ballista (la location è il mercato Balon di Torino)
Marcello Mastroianni: Commissario Santamaria
Jacqueline Bisset: Anna Carla Dosio
Jean-Louis Trintignant: Massimo Campi
Aldo Reggiani: Lello Riviera
Pino Caruso: Commissario De Palma
Lina Volonghi: Ines Tabusso
Franco Nebbia: Bonetto
Maria Teresa Albani: Virginia Tabusso
Omero Antonutti: Benito
Claudio Gora: l’architetto Garrone
Gigi Ballista: Vollero
Fortunato Cecilia (col nome di Renato Cecilia): Nicosia
Tina Lattanzi: la madre di Massimo
Antonino Faà di Bruno: il padre di Massimo
Gil Cagné: il parrucchiere
Mauro Vestri: ragioner Cerioni:
Giuseppe Anatrelli: commissario
Antonio Orlando: Salvatore
Ennio Antonelli: ceramista Zabataro
Dante Fioretti: ragioner Buccero
Regia Luigi Comencini
Soggetto Fruttero e Lucentini
Sceneggiatura Fruttero e Lucentini, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli
Produttore Marcello D’Amico
Fotografia Luciano Tovoli
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Mario Ambrosino arredamento di Claudio Cinini
Costumi Mario Ambrosino

Il romanzo di Fruttero & Lucentini
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Bissetiano. Impossibile non innamorarsi di Jacqueline Bisset, che sposa bellezza ed eleganza in modo splendido. Grandissimo cast, con una Lina Volonghi fantastica, da urlo. Ma tutti sono bravissimi. Ci sono anche, fra i tanti, Gigi Ballista (antiquario disonesto), Antonutti, Anatrelli puttaniere. In picccolo ruoli, ma con una bella battuta, Mauro Vestri e Antonino Faà di Bruno. Non per provare tensione, ma per provare divertimento intelligente. “Deus ex machina” risolutivo un po’ diverso dal libro di Fruttero e Lucentini: già perdonato.
Tratto da un bel romanzo di Fruttero & Lucentini, il film si avvale dell’ottima sceneggiatura di Age & Scarpelli, che rimangono fedeli al romanzo, adattandolo in maniera ottimale ai tempi cinematografici. Ottima la ricostruzione dell’ambiente alto borghese di Torino, rispetto al quale il commissario Santamaria (romano trapiantato in Piemonte) mostra sempre un elegante distacco (Mastroianni appare attore ideale per il ruolo). Buona la caratterizzazione psicologica dei personaggi e cast (non solo il protagonista) all’altezza.
Age & Scarpelli, particolarmente attivi con Totò, imbastiscono una sceneggiatura dalle sfumature grottesche (quasi da commedia), ma che poi approdano – con millimetrica precisione – al giallo. Ottima la regia di Comencini, che riesce a valorizzare un cast significativo, partecipe e coinvolto con professionalità nella realizzazione del film. Titolo memorabile, per via d’un “modus operandi” del killer che sembra avere influenzato future produzioni (ora mi sovvengono solo L’Osceno Desiderio e La Sorella di Ursula).
Era inevitabile perdere per strada molte delle finezze del classico romanzo di Fruttero & Lucentini (basti per tutte l’inestinguibile cruccio dell’americanista Bonetto per lo sprezzante “taluno” sparato da un conferenziere rivale… ), ma un film è un film, e questo è buono. Mastroianni è un credibile Santamaria, la Bisset una dea, notevolissimo il cast secondario, col miglior ruolo al cinema della Volonghi. Forse stecca il solo Trintignant, non sempre vispo. Buono.
Discreta riduzione cinematografica del bel romazno giallo di Fruttero e Lucentini. Il ritmo non è certo vertiginoso (come d’altronde nel libro) eppure riesce ad essere abbastanza intrigante e coinvolgente. Peccato che la regia di Comencini sia un po’ troppo piatta. Buone invece le interpretazioni degli attori.
Chi ha ucciso il traffichino Garrone? Nei primi 10 minuti il film ci presenta tutti i sospettati, per poi riunirli tutti sul luogo del secondo omicidio. Bella gente, impiegati comunali, galleristi truffaldini, tutti indagati da Mastroianni, scettico e sornione, e da Pino Caruso, esuberante e perennemente sopra le righe. Da un famoso romanzo, Comencini mette in scena una Torino non molto filmata dal nostro cinema, con un cast di stelle e caratteristi doc. Il meccanismo giallo non è granché (un po’ alla Ellery Queen), ma il film si vede con piacere.
Discreta pellicola in bilico tra giallo e commedia. Registicamente il film non fa una piega, la fotografia è notevole e le musiche di Morricone sono un po’ sottotono ma comunque ben arrangiate e sempre piazzate al posto giusto. Molto lenta la sceneggiatura, soprattutto nella prima parte, anche se il coinvolgimento cresce lentamente per poi diventare molto elevato nell’ultima mezz’ora. Ottimo cast, con un perfetto trio di protagonisti e soprattutto pieno di gustosissime apparizioni in ruoli secondari.
Partendo dall’ottimo giallo di Fruttero & Lucentini, Comencini confeziona una discreta trasposizione che però si concede troppe libertà. Rispetto al testo la storia viene un po’ troppo semplificata e snellita, a discapito di alcuni personaggi fondamentali. Da ricordare soprattutto per il sempre bravo Mastroianni che dona al suo commissario Santamaria un buono spessore e l’ironia giusta.
Bella prova corale, equilibrio tra regia ferma e attori di gran livello che sanno condividere tra loro la scena e soprattutto alla base un gran bel romanzo. Un testo importante, ben scritto, dove in fondo l’ambientazione, l’atmosfera e lo sviluppo dei caratteri dei personaggi prevale sull’intreccio in senso stretto. Un’affascinante Torino, per certi versi sempre un po’ segreta e secretata al grande pubblico. Tre pallini.
Un giallo impeccabile, con un’ottima ricostruzione, ottimi personaggi e una trama solo apparentemente nella norma, ma che diventa incalzante pian piano che si dipana la matassa della brillante sceneggiatura su cui la pellicola si basa. Una Torino inedita e un film che brilla ad ogni fotogramma, musicato da una soundtrack di Morricone semplicemente superba.
Magari l’intellettuale di turno seduto sulla poltrona con la faccia un po’ schifata e il sopracciglio inarcato pensa che dormirà per tutto il film, ma sceneggiatori, regista, musicisti, attori e perfino i costumisti, si meritano un bel “bravo”. Perchè questo è un film dei singoli e anche corale. Immagino che ci sarà voluta una grande fermezza per disciplinare tanti mostri di bravura: un plauso a Comencini, tanto bravo da non sovrapporsi alla storia. La location del Balùn è da menzionare. Mastroianni è il solito grande attore, godibilissima Lina Volonghi.
Pregevole tentativo (imitato poco e male) di “terza via” al giallo italiano, qui epurato dai fremiti pruriginosi del filone lenzian-martiniano (ma se ne mantiene il contesto “vip”) e dalla violenza di quello argentiano. Comencini firma un giallo “maturo”, che coniuga grotteschi personaggi da commedia con il realismo mutuato dal poliziesco di costume. Non è perfetto ma non è nemmeno, come poteva sembrare dalla matrice letteraria, solo un film tutto sceneggiatura e attori: si respira aria di cinema, anche grazie a Tovoli e Morricone.
Da una storia poco intrigante il regista ha realizzato un gran bel film, che si fa guardare molto piacevolmente. Bravi tutti gli attori (in particolare Mastroianni) e bellissime le ambientazioni in una splendida Torino.
I gusti di Dusso
Bel film, cast all stars per la trasposizione cinematografica di uno dei migliori gialli italiani, scritti dalla premiata ditta Fruttero e Lucentini. Ambientazioni stile Anni Settanta molto gustose, protagonista bellissima (una Bisset in gran forma), sceneggiatura tutto sommato all’altezza del libro (e non era certo impresa facile). Claudio Gora si segnala in una delle sue migliori interpretazioni di viscido squallore, Mastroianni rende con la consueta maestria la sorniona nonchalance del Commissario Santamaria.
Da un capolavoro della scrittura non poteva uscire un film scadente. Questo bel giallo, torinese nell’anima, rimane come una delle opere più riuscite degli anni Settanta. Cast di prim’ordine con Mastroianni e Trintignant su tutti, trama complicata e storia appassionante. Con tutto un sostanzioso contorno di personaggi genuinamente macchiettistici e coloriture regionali che danno vita ad un’ambientazione molto definita: è il maggior pregio del film. Grande fotografia dell’Italia che fu: vicina a noi ma irrimediabilmente perduta.
Questa è una di quelle pellicole in cui attori come Mastroianni, magari in cerca di riposo da pellicole più impegnate, avrebbero potuto limitarsi a seguire il copione senza particolari sforzi interpretativi, considerate le intenzioni modeste del film. Invece, guarda caso, il film e l’attore in questione si rivelano essere molto al di sopra di qualunque aspettativa; la trama ha uno sviluppo apparentemente lento, poi progressivamente si infittisce, fino alla scoperta finale dell’assassino; ma prima di questa c’è sempre tempo per gustare i piccoli spunti di comicità che Comencini ha disseminato.

Che dottoressa, ragazzi
Un piccolo borgo della Sicilia è in rivolta, perchè in paese dopo la morte del vecchio medico condotto nessuno può garantire l’assistenza medica.
Così sul posto viene mandata una procace dottoressa teutonica, che al suo arrivo sull’isola trova rifugio in casa di una famiglia stramba, composta da un facoltoso agricoltore, da Rosalia, moglie svampita dell’uomo, da Sasà il figlio timido e foruncoloso, dall’allupato nonno che tenta sempre di allungare le mani e dalla cameriera Carmelina che deve tenere a bada le lunghe mani dei tre componenti maschi della famiglia.
La dottoressa deve far fronte da subito a situazioni impreviste, come le attenzioni pesanti dei maschietti di casa, di quelle di alcuni suoi pazienti e sopratutto con la “consueta” ignoranza della popolazione locale.
Dopo alcune disavventure, la dottoressa avrà una relazione con Sasà che finalmente è dventato uomo e potrà svolgere il suo lavoro con rinnovata lena.
Commediaccia semi- erotica, indisponente e sciatta, Che dottoressa ragazzi rappresenta uno dei punti più bassi della commedia sexy.
Il perchè è individuabile dopo 5 minuti dall’inizio del film; l’arrivo di Grun (non sono certissimo del nome dell’improbabile dottoressa), medico disinibito e abituato alla famosa cultura del nord trova un’immediata accoglienza da parte dei galletti della famiglia che la ospiterà, mostrando da subito il solito repertorio di luoghi comuni sul machismo del sud.
Non solo; ad aggravare la fiera dei luoghi comuni ecco arrivare una’utentica perla, a cui assistiamo con sgomento; una ragazza si reca da Grun perchè ritiene di essere incinta “da due giorni”.
Alla legittima perplessità della dottoressa, la ragazza (che è ancora vergine, come ha modo di constatare Grun), risponde che due giorni prima un giovane l’ha portata in un fienile e le si è strofinata addosso.
“Disonorata sono”, conclude la ragazza con un accento siciliano assolutamente improbabile!
Ecco, il tenore della pellicola è questo: non si ride nemmeno per errore anzi, ci si indigna davanti alla fiera, al festival dei luoghi comuni che il regista del film Baldanelli propone praticamente ad ogni sequenza del film.
Lui, baldanelli, due anni dopo girerà un’altra perla, uno dei film più trash della storia del cinema, quell’Incontri molto ravvicinati del quarto tipo che rappresenterà il fondo del fondo della commedia erotica.
Ad aggravare il tutto, se possibile, la recitazione del cast maschile degna di un canile.
Unico elemento di un relativissimo interesse è rappresentato dal cast femminile, visto che le tre protagoniste quanto meno conoscono il loro mestiere.
Maria Pia Conte, la dottoressa, in realtà altro non deve fare che spogliarsi e lei accontenta tutti mettendo in mostra un corpo prosperoso e null’altro; Mariangela Giordano, la Rosalia svampita e sciocchina che vive in casa con i tre galletti perennemente allupati fa il suo, castigatissima come non mai perchè concede solo la schiena nuda al tourbillon di seni e natiche del film.
Infine la sventurata Femi Benussi, capitata sul set sbagliato e alle prese con un personaggio ridicolo, la cameriera un pò esibizionista e un tantino porcella; sentirla parlare in siciliano è una tortura indicibile e tra l’altro i suoi fans debbono accontentarsi solo di un paio di sequenze in cui mostra seni e natiche.
Insomma, un disastro completato anche dalla mancanza di una location con cui rifarsi gli occhi; poichè il film non è erotico nemmeno per errore, lo spettatore può consolarsi con le grazie di Maria Pia Conte e nulla più.
Un film da scansare come una malattia esantematica.
Ps: il solito ineffabile Morandini tira fuori questa mini recensione che è uno spasso: “Dopo le studentesse, le supplenti, le infermiere, ora sono le dottoresse a far da specchietto per le allodole per attirare il pubblico dei guardoni. La solita Femi Benussi fa il medico condotto in un’isoletta. Ovvio che gli abitanti si inventino malattie di ogni genere pur di farsi visitare dalla bellona; altrettanto ovvio che le rispettive mogli non vedano di buon occhio il nuovo medico condotto.”
Per una volta il critico, che ovviamente si è ben guardato da vedere il film, per sua fortuna, azzecca la recensione. Come abbia potuto confondere la Conte con la Benussi resta però un intrigante mistero.
Che dottoressa, ragazzi!
Un film di Gianfranco Baldanello. Con Femi Benussi, Mariangela Giordano, Francesco Parisi, Maria Pia Conte,Lucio Como
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.


Maria Pia Conte … Sigrun
Femi Benussi … Carmelina
Lucio Como … Max Colombi
Francesco Parisi … Mimì
Mariangela Giordano … Rosalia
Vincenzo De Toma … Nonno Checco

Regia Gianfranco Baldanello
Sceneggiatura Odoardo Fiory, Giuseppe Maggi
Produttore Gabriele Crisanti, Vincenzo Genesi
Produttore esecutivo Giuliano Simonetti
Casa di produzione Cinematografica Generale Enterprise
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mariano Arditi
Musiche Elsio Mancuso
































































































































































































