Le evase, storia di sesso e di violenza
Monica Hadler, una terrorista, fugge dal carcere in cui è rinchiusa grazie all’aiuto del fratello Pierre con la compagnia di tre detenute, tutte psicopatiche e condannate a lunghe pene.
Nella fuga, le donne salgono su un pullman che trasporta alcune atlete che devono gareggiare in incontri di tennis; grazie alla segnalazione di una di loro, Terry, si recano ad una villa in cui abita in solitudine un giudice.
Da quel momento la convivenza tra il gruppo di atlete e le ex detenute diventa un tragico ensemble di storie che si intrecciano drammaticamente tra loro; c’è la detenuta lesbica, Diana, che inizia ai piaceri saffici la giovane Claudine, c’è la detenuta alcolizzata e violenta che sfoga i suoi istinti sulle ragazze e via dicendo.
Il peggio dell’umanità viene fuori dalla convivenza forzata, ed il giudice non si mostrerà migliore delle detenute.
Monica, con il fratello ferito, tenterà inutilmente di mantenere una parvenza di ordine nella casa, e all’arrivo della polizia, dopo che alcune tra le detenute e le evase sono morte, tenterà la fuga grazie a Terry ma…..
Film che incrocia il filone classico del sexploitation con quello del Wip, women in prison, Le evase , storia di sesso e di violenze ad onta del titolo ammiccante ha una sua dignità confermata dallo svolgimento del film stesso, girato come un action movie con qualche interessante introduzione di elementi di novità, come i dialoghi serrati tra le varie protagoniste.
Pur non disponendo di un cast di nomi altisonanti, Giovanni Brusadori, qui nella sua unica regia cinematografica, riesce a tenere alta la tensione, attraverso un ritmo serrato e con la descrizione abbastanza accurata delle varie personalità delle protagoniste.
Un film quasi totalmente al femminile, perchè le presenze maschili sono limitate alle figre del fratello della terrorista Monica, a quella dell’autista del pulman e a quella del giudice.
Tre figure minori, delle quali l’unica ad assumere una qualche valenza è quella del giudice, peraltro in una luce molto negativa.
Tra le figure femminili emerge uno spaccato quasi totale di negatività, nel quale la lotta per la sopravvivenza si mescola all’emergere del peggio che è nascosto in ognuna delle figure; da Monica a terry, da Claudine a Diana, la figura femminile esce quasi a pezzi quando si trova ad essere coinvolta in questioni pure di sopravvivenza; così alla fine, il bagno purificatore di sangue sembra mettere un punto fermo all’intera vicenda, sovrapponendo le figure fra loro senza ch emerga una sola che meriti davvero la salvezza.
Le evase è un discreto film, retto da una buona sceneggiatura e sopratutto, abbastanza sorprendentemente, da una buona recitazione.
Le attrici del film, quasi tutte di secondo piano se si esclude Llli Carati, svolgono bene il loro compito, agevolate anche dalla location quasi claustrofobica del film, che le costringe a tirar fuori il meglio di se; forse la più spaesata tra tutte è proprio Lilli Carati, inadatta al ruolo di cattiva e palesemente in difficoltà, mentre se la cavano decisamente meglio Ines Pellegrini (Terry), ambigua e infida, Marina Daunia (Diana), la più pericolosa del gruppetto delle evase, lesbica e psicopatica, Zora Kerova (Anna) uno dei pochissimi personaggi non integralmente bacati, Dirce Funari (Claudine), vittima predestinata di Diana, dalla quale è costretta ad accettare un insano rapporto saffico.
Un film non eccelso ma decisamente accattivante, sorretto da una buona tensione, quindi.
Un film da riscoprire.
Zora Kerova
Le evase – Storie di sesso e di violenze, un film di Conrad Brueghel (Giovanni Brusadori) Con Lilli Carati, Zora Kerowa, Ines Pellegrini, Filippo Degara,Patrizia (Dirce) Funari, Angela Doria, Marina D’Aunia
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1978.
Lilli Carati … Monica Hadler
Ines Pellegrini … Terry
Marina Daunia … Diana
Zora Kerova … Anna
Dirce Funari … Claudine
Filippo De Gara … Pierre
Ada Pometti … Erica
Artemia Terenziani … Betty
Angela Doria … Bionda
Regia: Giovanni Brusadori
Soggetto: Giovanni Brusadori, George Eastman, Bruno Fontana
Sceneggiatura: Giovanni Brusadori, George Eastman, Bruno Fontana
Produttore: Bruno Fontana, Aldo Maglietti, Dick Randall
Fotografia: Sebastiano Celeste
Montaggio: Pierluigi Leonardi
Musiche: Giuseppe Caruso
Scenografia: Pier Dante Longanesi
Costumi: Vera Cozzolino

Una squadra (sequestrata) di tenniste viene utilizzata come scudo, al seguito d’un gruppo di evase da un carcere. La comitiva di disparate figure femminili finisce per approdare nella villa d’un giudice: ed è all’interno della casa che si consumerà un dramma scandito da atti di violenza e sesso. Pur essendo il classico lavoro sexploitation -con spunto d’avvio a carattere “Women in Prison”- il film può contare su un ottimo cast (oltre alla Carati e alla Funari è da segnalare l’importante presenza di Zora Kerowa, accreditatata come Zora Keer). Dialoghi accurati, poco espliciti e molto intimisti.
Unica regia dell’attore Brusatori, che per l’occasione si firma con uno pseudonimo quasi fiammingheggiante. Dopo una partenza – fuga, ostaggi, contrasti e nefandezze anche tra le vittime e non solo tra le carnefici – davvero potente, il film esaurisce presto le cartucce ripiegandosi su se stesso e terminando con un finale affrettato. La Carati è sotto tono, a differenza della D’Aunia, ringhiante e mascolina, che inizia alle pratiche lesbo l’immacolata Funari. La csc Pometti è cooptata tra le protagoniste.
Ben congegnato nella trama e soprattutto nella varietà/cura dei personaggi, è un film che parte bene e intreccia diverse sottotrame interessanti. Magari troppe, qualcuna infatti non viene chiusa a dovere e il finale è meno incisivo. Violenza e sesso appaiono in dosi contenute ma sono ben gestite e questo pone l’opera oltre la media del genere. Tra gli attori bene il giudice (De Gara) e la detenuta che vuol fare le scarpe alla Carati (una tosta Marina Daunia).
Ecco uno di quei film che partono male ma finiscono bene (nel senso della qualità): inizio tutto da ridere tra terroristi buoni e detenute lesbiche e violente, poi il film si rimette in riga e ci regala una buona ora di tensione e azione. Ottima la Carati, il giudice arrapato e la detenuta lesbica interpretata da un’eccellente Daunia, passabile il resto del cast. Film erotico-azione gustosissimo e da riscoprire.
Forse bisogna vederlo due volte per apprezzarlo bene; la protagonista non spicca sul resto del cast, molto più battagliero. Il film merita un bel voto, in quanto in nessun altro regista, più sponsorizzato e fornito di mezzi, ho visto tirar fuori così bene tutte le componenti più ributtanti della degenerazione e dell’opportunismo, tanto di vittime quanto di carnefici, di fronte all’inevitabile epilogo…
Le belve
Le belve è un film strutturato in 8 episodi, che ricorda il celebre I mostri diretto da Dino Risi nel 1963.
-Primo episodio, Il salvatore
Mentre sta passando per una stradina, un cronista tv si imbatte in un tentativo di suicidio di un uomo, che minaccia di lanciarsi nel vuoto da un cornicione.
Dopo essere salito nell’appartamento dell’aspirante suicida, il cronista riesce a speculare sul fatto rinviando il più possibile l’attimo del gesto fatale non per aiutare il disgraziato, ma per biechi motivi di audience.

Françoise Prévost è Clara Borsetti
Helga Linè, la moglie del fachiro e Lando Buzzanca
– La voce del sangue
Borsetti,un imprenditore cerca in tutti i modi di ottenere un appalto, promettendo al committente di ricompensarlo facendogli godere ancora una volta delle grazie della moglie Clara. Ma Borsetti ha fatto male i conti, perchè l’uomo che deve dargli l’appalto è stanco di incontrare sempre Clara. Così i due coniugi arrivano a far prostituire la figlia.
– Il fachiro
Un fachiro italianissimo si esibisce in spettacoli al limite dell’umano; è costretto a ciò per mantenere la sterminata famiglia della moglie, che beve e mangia alle sue spalle; pur di ottenere visibilità durante i suoi spettacoli, il povero fachiro si spinge sempre più in la…….

Maria Baxa, una moglie perfetta?
– Una bella famiglia
Una bella famiglia, una bella casa. Lui sembra un marito gentile e premuroso che accompagna la moglie al lavoro; ma ben presto vediamo di che lavoro si tratta.
Infatti l’uomo fa scendere la moglie dall’auto, le accende una sigaretta, mentre lei si avvia verso un lampione con minigonna e tacchi a spillo.
– Il caso Apposito
La miglior difesa è l’attacco; è il motto di un manager, che quando vede avvicinarsi il rischio che un’ispezione metta a nudo le sue magagne, non esita a ricattare tutti, usando anche la corruzione.
L’ultimo degli ispettori finirà addirittura suicida
– Il cincillà
Con un espediente, il rampollo di un industriale che alleva polli, grazie alla complicità di una donna che presenta come la sua fidanzata, riesce a estorcere una grossa somma di denaro al padre.
– Il chirurgo
Vendetta di un chirurgo che aveva subito un’ispezione nel suo ospedale.

Femi Benussi è Concetta Sparapaoli
– Processo a porte chiuse
Babbaluni, un contadino zotico e ignorante, è accusato da tre belle sorelle di aver abusato di loro mettendole incinta.
Attraverso un’abile strategia difensiva, l’uomo riesce a capovolgere le accuse, finendo per diventare la vittima delle tre donne e ottenendo la loro condanna.
Protagonista assoluto degli otto episodi è Lando Buzzanca, che passa agevolmente dai panni del reporter privo di scrupoli a quelli del contadino scarpe grosse e cervello fino, passando per altri sei personaggi caratterizzati dall’assenza totale di scrupoli.
Le belve, girato nel 1971 dal regista Giovanni Grimaldi, sfruttando una sceneggiatura di Bruno Corbucci alla quale collabora lo stesso regista, è una copia poco più che sfuocata del ben più corrosivo iI mostri, citato all’inizio.
A parte l’episodio iniziale, quello del cronista avvoltoio e quello finale, il più lungo che riesce a strappare qualche sorriso, il film resta abbastanza anonimo nello svolgimento, a causa della scarsa incisività degli episodi.

Annabella Incontrera è Carmela Sparapaoli
Nuoce al film stesso, paradossalmente, proprio la presenza di Buzzanca, che pure è bravo, ma che non riesce a staccarsi dall’effetto macchietta che è cucito su di lui come una seconda pelle.
L’episodio assolutamente trascurabile è quello dedicato alla famiglia modello, svolto in maniera frettolosa e che avrebbe potuto avere ben altro svolgimento.

Ira von Fürstenberg è Filomena Sparapaoli
Il cast è di quelli da ricordare, con la presenza contemporanea di Tino Carraro e di Claudio Gora, e delle bellissime Femi Benussi, Helga Linè, Ira Furstemberg, Annabella Incontrera, Maria Baxa, Francoise Prevost,Magali Noel ,Margaret Lee, oltre alla solita grande Paola Borboni.
Ma il resto rimane abbastanza soporifero, e se il tentativo era quello di strappare qualche sorriso amaro o qualche sorriso divertito, tutto annaspa nella banalità e nella mediocrità, lasciando alla fine una vera sensazione di vuoto.
Le belve, un film di Giovanni Grimaldi, con Lando Buzzanca, Tino Carraro, Claudio Gora, Femi Benussi, Helga Linè, Ira Furstemberg, Margaret Lee, Annabella Incontrera, Maria Baxa, Francoise Prevost, Paola Borboni.Magali Noel, Commedia Italia 1971
Lando Buzzanca … Il Salvatore / Morsetti / Il fachiro / Il marito /ecc.
Ira von Fürstenberg … Filomena Sparapaoli ( “Processo a porte chiuse”)
Femi Benussi … Concetta Sparapaoli ( “Processo a porte chiuse”)
Paola Borboni … Madre del fachiro ( “Il fachiro”)
Magali Noël … Lisa ( “Il cincillà”)
Margaret Lee … Judy ( “Il cincillà”)
María Baxa … La moglie ( “Una bella famiglia”)
Françoise Prévost … Clara Borsetti ( “La voce del sangue”)
Tino Carraro … L’imprenditore ( “La voce del sangue”)
Claudio Gora … Giulio Bianchi ( “Il caso Apposito”)
Annabella Incontrera … Carmela Sparapaoli ( “Processo a porte chiuse”)
Mario Maranzana … Avv. Maranzana ( “Processo a porte chiuse”)
Helga Liné … Moglie del fachiro ( “Il fachiro”)
Philippe Hersent … Placido ( “Il cincillà)
Nino Terzo … Orazio ( “Il salvatore”)
Empedocle Buzzanca … Cav. Apposito ( “Il caso Apposito”)
Vittorio Fanfoni … Assistent del fachiro ( “Il fachiro”)
Renato Malavasi … Prete ( “Il salvatore”)
Carla Mancini … ‘Picculina’ Sparapaoli
Giovanni Nuvoletti … Il giudice ( “Processo a porte chiuse”)
Franco Ressel … Attorney ( “Processo a porte chiuse”)
Alfredo Rizzo … Dott. Apposito ( “Il caso Apposito”)
Regia Giovanni Grimaldi
Soggetto Giovanni Grimaldi, Bruno Corbucci
Sceneggiatura Giovanni Grimaldi, Bruno Corbucci
Produttore Lello Luzi
Casa di produzione Medusa film
Fotografia Gastone Di Giovanni
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Nino Fidenco
Scenografia Aldo Marini
Costumi Giulia Mafai
Trucco Giulio Natalucci
Carnalità
Delitto e castigo in (abbondante) salsa erotica.
Un conte, ricco di nobiltà e di avito castello è costretto a cedere sotto il peso dei propri debiti; così le sue proprietà passano nelle mani dell’avido e allupato professor Lucini,misteriosamente insignito di pomposo titolo, visto che in realtà nel film è un imprenditore con un metro di pelo sullo stomaco.
Licini ha una moglie ammalata gravemente (che lui spinge ancor più verso la morte avvelenandola quotidianamente) e un’amante, Anna, l’infermiera che dovrebbe curare sua moglie.

Femi Benussi, l’infermiera Anna
Un giorno, mentre è a pesca, conosce una bella e biondissima sconosciuta, con la quale intreccia una relazione.
I due, da quel momento, passano gran parte del loro tempo a copulare in ogni posto e ad ogni occasione utile, con tanto di gelosia della infelice Anna, che si vede tradita anche con la cameriera.
Ma il surmenage erotico sarà fatale all’uomo; dopo la morte della moglie, toccherà a lui lasciarci le penne, in un modo, però, che molti invidieranno.
Finale con sorpresina, annunciata e poco probabile.
Thriller? Macchè.
Carnalità, girato nel 1974, è il classico film erotico mascherato in qualche modo da giallo/thriller; mascherato male, però, perchè dopo un quarto d’ora di film si capisce dove il tutto andrà a parare.
Il tempo che basta per vedere qualche torrida scena erotica tra i due improbabili amanti, ovvero Anna e il professore; che la danno addosso di brutto, ma non come la coppia professore/biondina, che si scatenerà in un tourbillon di imprese erotiche, passando dal comodo e tradizionale letto agli stipiti di una porta, al tavolo della cucina ovviamente ingombro di stoviglie fino allo studio dell’esimio professore.
Banale oltremodo, Carnalità diretto da Alfredo Rizzo presenta come unico elemento di rilievo la bella Femi Benussi, questa volta alle prese con un personaggio davvero scabroso.
La splendida attrice quindi recita spesso in costume adamitico, ed è davvero un bel vedere.
L’altra protagonista è l’efebica Erna Schurer, da molti considerata un cult, che personalmente trovo inespressiva come una triglia e sexy come un ghiacciolo.
Poichè de gustibus non est disputandum, non vi resta che immergervi nell’atmosfera di questo film, godendovi tra l’altro la bella Sonia Viviani in topless en plein air, godendovi una trama prevedibile e annunciata, interpretazioni al limite del dilettantismo e poco altro.
La location è quella del castello Odescalchi di Santa Marinella, almeno nella parte finale del film, un’occasione per godere quanto meno di una delle italiche bellezze.
Le altre italiche bellezze, la Viviani e la Benussi, valgono l’intero film.
Carnalità, un film di Alfredo Rizzo, con Femi Benussi, Pupo De Luca, Mario Pisu, Carlo Rizzo, Erna Schürer, Jacques Stany, Lea Gargano, Sonia Viviani Giallo erotico, Italia 1974
Femi Benussi-Anna
Erna Schurer-Roberta
Regia Alfredo Rizzo
Sceneggiatura Alfredo Rizzo,Carlo Keo
Produzione: Goffredo Matassi
Musiche: Carlo Savina
Montaggio:Piera Bruni
Fotografia:Aldo Greci
Rimini Rimini
Rimini, capitale estiva godereccia e balneare è il teatro di alcuni episodi bizzarri che capitano ad un gruppo eterogeneo di persone.
Il pretore tutto d’un pezzo Ermenegildo Morelli fa chiudere il locale a luci rosse di Lola, che decide di vendicarsi del pretore bacchettone.
Organizza così una complicata opera di seduzione, nella quale il magistrato cade completamente.
Lola si vendicherà dell’uomo lasciandolo nudo per ore in acqua, fino a farlo vestire da donna e ballare il tango con un suo complice.
La giovane e bella Liliana è a Rimini per distrarsi, ma una sua amica tenta in tutti i modi di rifilarle un’avventura galante; le presenta perciò un culturista, che però è troppo preso da se stesso per interessarsi alla donna.
Liliana così finisce per accettare nel suo letto il figlio adolescente della sua amica, che al mattino le porta anche la colazione, per poi ricattarla brutalmente.
Don Andrea esce al largo con una piccola imbarcazione e si troverà a doversi difendere nientemeno che da una suora un pò troppo spigliata.
I tre macellai Bove hanno una sorella, Noce, che non fa altro che disperarsi per la scomparsa in mare del marito; riescono a convincere Pino, uno squattrinato don Giovanni da strapazzo, a tentare di sedurre la sorella.
L’uomo in qualche modo ci riesce, ma al momento di concludere si trova di fronte il redivivo marito di Noce.
Sylvia Koscina
Gianni Bozzi ha un disperato bisogno di convincere un imprenditore ha firmare un contratto che lo salvi dai problemi; ma l’imprenditore fa sottili allusioni sulla moglie di Gianni, che così decide di assoldare una prostituta che ne faccia le veci…..
Un cast di attori molto conosciuti, un regista come Corbucci, specializzato in film di discreta fattura a metà strada tra il comico e il grottesco, una serie di buoni sceneggiatori che lavorano al film, come Marco Risi, il fratello di Sergio Corbucci, Bruno oltre a Maurizio Micheli e Mario Amendola.
La miscela di questo film balneare è quella collaudata del cast all star impiegato in brevi sketch comici, spesso surreali, alle volte inverosimili.
Sullo sfondo di una Rimini as usual meta preferita di vitelloni, vacanzieri e spiantati, ricconi e parvenue, si muovono personaggi quasi surreali, alle prese con vicende ai limiti del credibile.
L’episodio più riuscito è sicuramente quello che vede impegnata la coppia Villaggio-Grandi, rispettivamente il pretore Ermenegildo Morelli e la spogliarellista Lola; a parte il solito volto di Villaggio, replicato all’infinito nella stragrande maggioranza dei film da lui interpretati, l’episodio si segnala anche per la scena, divenuta ormai un cult, della bella Lola che scende in costume adamitico da un’amaca, provocando lo svenimento del pretore.
La prorompente sensualità della Grandi, anche se non accompagnata da elevate doti recitative, lascia il segno, ma il resto alla fine non sembra discostarsi molto da un prodotto nato dalle ceneri della commedia sexy, seppellita a fine anni settanta,.ma il cui spirito aleggia in molti prodotti del decennio successivo.
Elvire Audray e Andrea Roncato
Siamo infatti nel 1987, e guardando oggi il film, si vede eccome.
Sono gli anni dell’edonismo reganiano, della Milano da bere, degli Yuppies, gli anni delle cicale e dell’effimero, e il cinema segue la moda, la cavalca e inevitabilmente si sbraca.
Se negli anni settanta la commedia sexy aveva avuto una qualche ragione storica economica e sociale nelle sue motivazioni di affermazione, le commedie balneari come questa nascono dal bisogno quasi fisiologico di allentare la presa su problemi ben più importanti, che pure avrebbero meritato trattazione da parte di registi e produttori.
In realtà la crisi del cinema è ormai conclamata, e per fare un film occorre un cast di richiamo, un tema il più popolare possibile, una leggerezza quasi insostenibile nella trama, nella sceneggiatura, in una parola un film che sia visto senza pensieri, la caratteristica che assumeranno i famosi cinepanettoni.
Al cinema ci si va soprattutto per ridere, e fa nulla se le risate siano provocate da battute di grana grossa.
Corbucci non va giù pesante con le volgarità (una delle caratteristiche della commedia sexy anni 70), ma non eleva certo il prodotto oltre un’aurea mediocrità.
Da Laura Antonelli a Jerry Calà, da Eleonora Brigliadori ad Andrea Roncato passando per Paolo Villaggio.Serena Grandi, Paolo Bonacelli, Adriano Pappalardo, Elvire Audray, Maurizio Micheli, Gigi Sammarchi e tutti gli altri protagonisti, la parola d’ordine è leggerezza.
Il cast quindi si adegua, recitando la propria parte pedissequamente, senza particolari meriti, ma nemmeno demeriti.
Qualche forzatura di troppo c’è, come Andrea Roncato vestito da prete, credibile come un musulmano che si sbafi di carne di maiale, oppure il debole, fragilissimo episodio che vede protagonista la signorina buonasera della Mediaset, Eleonora Brigliadori, nei panni di una splendida donna sedotta da un dodicenne; una storia strampalata, sia come scelta dei soggetti sia come conclusione.
Ma siamo di fronte ad un prodotto tipicamente estivo, come l’anguria o il calippo, per cui la storia è sempre la stessa, prendere o lasciare.
Il divertimento è limitato, ma tutto ciò scende in secondo piano di fronte all’aspettativa dello spettatore; chi vede Rimini Rimini sa perfettamente cosa lo aspetta.
E allora, contento lo spettatore, contenti tutti.
Rimini Rimini, un film di Sergio Corbucci. Con Laura Antonelli, Jerry Calà, Eleonora Brigliadori, Andrea Roncato, Paolo Villaggio, Serena Grandi, Paolo Bonacelli, Adriano Pappalardo, Elvire Audray, Maurizio Micheli, Gigi Sammarchi, Mario Pedone, Camillo Milli, Livia Romano, Sebastiano Somma, Alex Vitale, Arnaldo Ninchi, Giuliana Calandra, Monica Scattini, Sylva Koscina Italia 1987 genere Commedia
Paolo Villaggio … Ermenegildo Morelli
Serena Grandi … Lola Sarti
Laura Antonelli … Noce Bove
Jerry Calà … Gianni Bozzi
Maurizio Micheli … Pino Tricarico
Andrea Roncato … don Andrea
Eleonora Brigliadori Liliana Corsi
Elvire Audray … La suora
Livia Romano … Marisa
Paolo Bonacelli … Ing. Pedercini
Sylva Koscina … Contessa Pedercini
Adriano Pappalardo … Gustavo, marito di Noce
Monica Scattini … Simona
Gigi Sammarchi … Massimiliano Ponchielli
Arnaldo Ninchi … Arnaldo, fratello di don Andrea
Giuliana Calandra … Moglie di Jerry
Enrico Appetito … Fratello di Noce
Andrea Azzarito … Fratello di Noce
Regia Sergio Corbucci
Soggetto Mario Amendola, Bruno Corbucci, Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Maurizio Micheli, Marco Risi, Gianni Romoli, Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Mario Amendola, Bruno Corbucci, Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Maurizio Micheli, Marco Risi, Gianni Romoli, Bernardino Zapponi
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Tatiana Casini Morigi
Scenografia Marco Dentici
Costumi Nicoletta Ercole
La coda dello scorpione
Kurt Baumer, un uomo d’affari, muore in un incidente aereo; il velivolo su cui viaggia esplode mentre è in volo.
Sua moglie Lisa, mentre tutto ciò accade, è a letto con con il suo amante Philip; riceve una telefonata che la informa della triste notizia, così, qualche giorno dopo, viene convocata dalla compagnia di assicurazioni con la quale Kurt Baumer ha stipulato un’assicurazione sulla vita, con un premio di 1.000.000 di dollari.
La donna quindi si reca ad Atene, presso l’agenzia della capitale greca, nella quale è disponibile la somma che le spetta, tallonata da Peter Lync, un agente della compagnia incaricato di verificare l’estraneità della donna nella morte del marito.
Ad Atene, Lisa viene contattata da Lara Florakis, un’amante di suo marito, che le chiede di dividere la somma che la donna ha riscosso, ricevendone in cambio un fermo diniego.
Inspiegabilmente, Lisa chiede di riscuotere l’intera cifra in contanti, ma la cosa le diventerà fatale, perchè mentre è in albergo, viene barbaramente uccisa, mentre il denaro scompare.
Anita Strindberg
Janine Reynaud
Da quel momento gli avvenimenti prendono un ritmo incalzante: Peter viene avvicinato da Cleo Dupont, una bella e affascinante giornalista alla ricerca di scoop, e ben presto i due diventano amanti.
Nel frattempo muore assassinata Lara Florakis, mentre la polizia insegue il fantomatico assassino, che sembra un’ombra inafferrabile.
Anche l’Interpool si muove, e mette sulle tracce di Peter e più in generale, su quelle dell’assassino di Lisa un suo agente, che ben presto si convince che in realtà Baumer non è morto, ma ha simulato l’incidente per riscuotere l’assicurazione.
George Hilton
L’agente Interpool e il commissario greco Stavros, però, seguono anche Peter, che a loro giudizio è coinvolto in qualche modo nei vari omicidi; così tra vari colpi di scena si arriva alla soluzione finale.
La coda dello scorpione, diretto da Sergio Martino nel 1971, è un buon thriller, caratterizzato da una trama ben congegnata e arricchita da colpi di scena, sopratutto nel finale quando la matassa si dipana.
Se la storia non è propriamente originale, Martino supplisce a questa mancanza con tanto mestiere, avvalendosi anche di un buon cast, nel quale figurano George Hilton, l’investigatore della compagnia di assicurazioni ambiguo e dongiovanni, Evelyn Stewart, che interpreta Lisa Baumer con sufficiente bravura, la bella e affascinante Anita Strindberg,
che interpreta Cleo, che alla fine sarà l’unica a salvarsi giustamente la pelle; bene anche gli attori di contorno, con la solita sicurezza di Luigi Pistilli, il commissario Stavros e di Janine Reynaud nella parte di Lara Florakis.
Ottimo anche Alberto de Mendoza nel ruolo di John Stanley.
Film scorrevole, nel quale Martino sceglie non a caso di puntare più sulla trama e sul suo sviluppo piuttosto che sui soliti elementi di contorno, come gli effetti splatter o le solite scene gratuite di sesso.
Difatti nel film mancano sia i primi che le seconde; di sangue non se ne vede, se non nei vari omicidi, e di sesso non c’è nemmeno l’ombra, fatti salvi due momenti in cui la Stewart e la Strindberg sono in intimità con i rispettivi compagni.
Ma sono davvero scene da educande.
Segnalo la bella sequenza in cui Janine Reynaud viene inseguita in casa e uccisa davanti alla finestra,carica di tensione; ricorda moltissimo quella successiva girata da Dario Argento nel suo Profondo rosso, in cui la sensitiva viene uccisa dal suo assassino e muore con la gola tagliata dai vetri della finestra.
Qui manca l’elemento dei vetri in frantumi, ma in pratica la scena è presso che uguale.
Impeccabile il commento sonoro di Bruno Nicolai, impeccabile la fotografia, impreziosita dalla location greca.
Il finale, a sorpresa ma non più di tanto, è forse l’unica nota stonata del film; l’inseguimento tra le rocce appare poco coinvolgente, così come la soluzione dell’enigma.
Ma davvero era pretendere troppo da un prodotto senza ambizioni particolari e che invece si traduce in una lieta sorpresa.
Il film è disponibile in una splendida riduzione divx all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=wkT8WIEZnBw
La coda dello scorpione, un film di Sergio Martino. Con Luigi Pistilli, George Hilton, Evelyn Stewart, Anita Strindberg Giallo, durata 92 min. – Italia 1971.
George Hilton … Peter Lynch
Anita Strindberg … Cléo Dupont
Alberto de Mendoza … John Stanley
Ida Galli … Lisa Baumer (come Evelyn Stewart)
Janine Reynaud … Lara Florakis
Luigi Pistilli … Commissario Stavros
Tom Felleghy … Mr. Brenton
Luis Barboo … Sharif
Lisa Leonardi … Hostess (come Annalisa Nardi)
Tomás Picó … George Barnet
Piccolo gioiello del “giallo” italiano, girato con eleganza e stile, caratteristiche -queste- riscontrabili nel Martino “touch”. Il film, pur subendo l’influenza del giallo (come titolo allude) alla “Dario Argento”, si distingue per una narrazione ibrida: c’è il noir, c’è l’erotismo tipico del Lenzi “paranoico” e ci sono interpreti che offrono, con rara intensità, performance indimenticabili (Hilton, Strindberg, Pistilli e la Stewart). Né mancano una buona dose di cinema estremo (l’omicidio con bottiglia) e una bella soundtrack.
Altro buonissimo lavoro di Sergio Martino, che compensa l’incolmabile lacuna della defezione di Edwige (ma le signore presenti sono di gran classe) con la consueta accuratezza della messa in scena. L’ambientazione greca fa scattare nei veterani sceneggiatori (in anticipo sul Davinotti) il gioco delle associazioni, in particolare con i nostri thriller spionistici degli anni ’60 spesso ivi ambientati (tout se tient). La trama si incasina un po’, ma poco male. Ottimo Hilton. Eccellente riuscita
Discreto cast, discreta sceneggiatura, risultato, un discreto giallo, senza particolari pretese, con un considerevole numero di ammazzamenti (praticamente, una strage per un malloppo, giustificata solo in parte con la classica frase della vittima “Sei pazzo!”). Le uccisioni sono piuttosto cruente e anche realistiche (taglio della gola, coltellata nello stomaco, coccio di bottiglia nell’occhio…) e la colonna sonora è decente (la cosa più interessante e riuscita è la credo corda di violino pizzicata prima dell’uccisione). Un’occhiata la merita, ma non va al di là del prodotto ben presentato.
L’intricato plot gastaldiano si dispiega su una struttura narrativa simile a Psyco, nella quale l’abile mano registica di Martino inscena feroci omicidi di derivazione argentiana non estranei pure all’estetica di Bava; ad Argento si allude, quasi ironicamente, anche con il riferimento al famoso “particolare rivelatore”. Il cast è buono e Hilton, specie nel finale, riserva una delle sue prove migliori; Pistilli è un commissario amante dei puzzle e la Strindberg occupa degnamente il trono lasciato vacante della Fenech.
Martino dirige un ottimo giallo di stampo argentiano, con bravura innata. La confezione è ottima (basta citare solo la musica di Bruno Nicolai) e il regista può contare su un cast di eccelenti attori specialisti del genere (Strindberg, Hilton, De Mendoza, Pistilli, ma anche i bravi Janine Reynaud, Ida Galli e Luis Barboo). Una volta tanto la soluzione finale funziona alla perfezione con un movente solido (i soldi). Una vera e propria prova di regia l’omicidio della Reynaud. Tom Felleghy è un notaio.
Martino è forse colui che ha sfornato i gialli migliori negli Anni Settanta: storie semplici, comprensibili, girate divinamente, con un estremo gusto per l’inquadratura e sottili omaggi-citazioni. Prova ne è questo giallo esotico a metà strada tra Bava e Argento, ma che passa anche attraverso snodi narrativi colti, come l’ingrandimento fotografico preso da Blow Up di Antonioni. È un giallo quasi spionistico (con echi di 007!) che pare un’avventura di Diabolik, iconicamente evocato nella figura dell’assassino.
Buonissimo giallo che parte leggermente in sordina per poi salire sempre più di ritmo, con una notevole mezz’ora finale. Interpretato piuttosto bene, vede la presenza di un cast di tutto riguardo, con un George Hilton veramente strepitoso. Locations suggestive.
Orgasmo
Catherine è una ricca e piacente vedova, che giunge a Roma per distrarsi; la cura del suo ingente patrimonio è affidata ad un procuratore amico, Bryan.
La donna si gode il suo relax nella magnifica villa che la ospita, fino a quando un giorno, a guastare il tutto arriva un giovane affascinante, Peter.
L’uomo inizia a corteggiare la donna, che ben presto cede al fascino del giovane; i due quindi vivono assieme qualche giorno di intensa passione, fino a quando arriva nella villa l’enigmatica Eva, a suo dire sorellastra di Peter.
Le cose ovviamente non stanno così: difatti tra i due giovani, Peter e Eva, c’è una evidente relazione, che crea seri problemi di gelosia in Catherine, palesemente in difficoltà davanti al fascino della ragazza.
Tra i tre ben presto nasce un innaturale triangolo amoroso, nel quale è evidente l’interesse dei due giovani verso il patrimonio della ereditiera, che è costretta a subire anche umiliazioni da parte della coppia, che si comporta da padrona di casa, costringendo Catherine a liberarsi della sua severa governante Teresa, per poi spingere la donna verso il consumo e abuso di alcool.
Peter e Eva decidono così di eliminare Catherine, simulando una disgrazia; a venire loro incontro è anche la tendenza di Catherine all’autodistruzione, quasi la donna sentisse dei sensi di colpa per la morte dell’anziano marito, che la donna stessa tende a coprire abusando di alcool.
I due diabolici amanti decidono così di portare Catherine sull’orlo di un esaurimento nervoso, dopo aver brigato affinchè lo stesso Peter venisse nominato erede universale dei beni di Catherine.
Il caso vuole che Catherine, semi drogata e in preda ai fumi dell’alcool, salga sul tetto della casa, dove si materializza all’improvviso la figura dell’amico procuratore Bryan, che la solleva e la getta di sotto.
I tre quindi hanno agito di comune accordo, e difatti diventano beneficiari delle fortune di Catherine, ma al solito il diavolo fa le pentole e non i coperchi.
Infatti Peter ed Eva trovano la morte in un incidente d’auto e Bryan scopre che i parenti di Catherine, che hanno sempre sospettato di lei e sono riusciti ad avere le prove che la stessa ha ucciso il suo maturo marito, hanno ottenuto la gestione dei beni della defunta, che spettano loro di diritto.
Come se non bastasse, la polizia decide di aprire un’inchiesta sulle vere cause del presunto suicidi di Catherine…….
Penalizzato da un titolo morboso e ambiguo, Orgasmo, che in origine doveva chiamarsi Paranoia, e che venne invece distribuito in Italia con il titolo palesemente ammiccante di Orgasmo, è un thriller del 1969 diretto da Umberto Lenzi, che segna l’inizio della fruttuosa collaborazione tra il regista di Massa Marittima e la bionda attrice americana Carrol Baker, famosa in America per l’accostamento a Marilyn Monroe e sopratutto per il film di Elia Kazan Baby Doll – La bambola viva.
Siamo di fronte ad un film di buona fattura, che centra tutta la sceneggiatura sul complesso rapporto esistente tra Eva, Peter e Catherine, personaggi ambigui le cui personalità sono appena accennate, lasciando allo spettatore la scelta sul come interpretare le loro azioni, che spesso sono motivate da motivi abietti, come l’interesse ecc.
Anche se sceneggiato in maniera incerta, il film ha una notevole tensione, pur presentando passaggi molto lenti, che a tratti spezzano la tensione del film; il mestiere di Lenzi tuttavia è indubbio, e lo si nota sopratutto nella capacità del regista di rendere impenetrabili i tre protagonisti, le cui gesta e le cui motivazioni appaiono sempre pervase da un’ambiguità di fondo, vera forza del film.
Lenzi considerava questo come uno dei suoi film migliori, ma per il solito caso fortuito, il film ebbe molto più successo all’estero, dove venne distribuito con il titolo Paranoia, cosa che poi generò parecchia confusione allor quando il regista diresse l’opera italiana Paranoia, utilizzando sempre la Baker come sua musa.
Con Paranoia e Così dolce… così perversa, Orgasmo fa parte della trilogia thriller di Lenzi, probabilmente il migliore dei tre film, anche se va detto che i successivi ebbero maggior successo in Italia; un film pre Argento, che diventerà con L’uccello dalle piume di cristallo il regista italiano di thriller più celebrato.
Orgasmo resta opera godibile, mantenendo alto lo standard di riferimento delle pellicole di genere, appoggiato al commento sonoro di Piero Umilani, ben interpretato dagli attori protagonisti, ovvero Catherine-Carrol Baker, che da anche un tocco di erotismo molto soft al film ( le scene di nudo più importanti furono montate solo nella versione internazionale), come Lou Castel che interpreta molto bene l’ambiguo Peter Donovan, che si destreggia tra due donne molto diverse ma a loro modo molto seducenti, da Colette Descombes, una sensuale e diabolica Eva, che però non ebbe una carriera luminosa, e dai due co-protagonisti Tino Carraro, che interpreta il finto amico di Catherine, Bryan e infine Lilla Brignone, l’arcigna governante Teresa.
Qualche cenno sull’abitudine, tutta italiana, di proporre titoli ambigui e ammiccanti per suscitar interesse negli spettatori.
Orgasmo, nello specifico del film, è inteso come frenesia, non di certo nell’eccezione sessuale della parola; difatti le scene sexy, almeno per quanto riguarda la versione italiana, non va oltre qualche nudità della Baker e qualche scena molto casta sul rapporto saffico tra Eva e Catherine; tuttavia il titolo può ingenerare equivoci, come più volte accaduto in seguito, cosa alla quale lo stesso Lenzi si rifece, girando sempre con la Baker Così dolce così perversa, altro titolo ammiccante con quel “perversa” che stimola più i sensi che la curiosità.
Anche in quel caso si trattò di un thriller, molto lontano dal filone erotico che poi imperversò per tutti gli anni settanta.
Piccoli trucchetti per attirare pubblico, considerando anche l’epoca in cui vennero proposti al pubblico, un periodo storico in cui la censura la faceva da padrone.
Furono tanti, infatti, i film sottoposti a sequestro, spesso con la benedizione dei produttori, che vedevano in questo un formidabile veicolo pubblicitario.
Il film è disponibile in versione completa su Youtube in una versione accettabile all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=u89kGjN5Idc
Orgasmo, un film di Umberto Lenzi. Con Colette Descombes, Tino Carraro, Carroll Baker, Tina Lattanzi, Lou Castel, Franco Pesce, Lilla Brignone, Calisto Calisti, Gaetano Imbrò, Jacques Stany
Giallo, durata 91 min. – Italia 1969.
Carroll Baker … Catherine West
Lou Castel … Peter Donovan
Colette Descombes … Eva
Tino Carraro … Bryan Sanders
Lilla Brignone … Teresa
Franco Pesce … Martino
Tina Lattanzi … Zia di Catherine
Jacques Stany … Ispettore
Regia: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Umberto Lenzi, Ugo Moretti, Marie Claire Solleville
Produzione: Salvatore Alabiso
Musiche: Piero Umiliani
Art Direction :Giorgio Bertolini

Morboso (per l’epoca) e lentuccio. Lo trovo inferiore a Paranoia (il migliore) e a Il coltello di ghiaccio. Certo: la Baker è bella e intensa, Castel è bravo, il colpo di scena finale è notevolissimo (ma forse il film doveva chiudersi lì), però ci si arriva stavolta con lentezze e ripetitività che, specialmente a causa dell’abitudine ai più convulsi ritmi odierni, lo rendono meno gustoso delle pellicole prima citate. Fra le cose gradevoli i riferimenti a situazioni pressoché identiche presenti nel leggendario Che fine ha Fatto Baby Jane?
Primo esemplare (diretto da Lenzi, che già la Baker presenzia – lo stesso anno – nel film di Romoli, sceneggiato dal grande Gastaldi: Il Dolce Corpo di Deborah) di un trittico morboso (per l’epoca del girato) per l’insistenza di nudi associati a questioni ereditarie (qua fratello e sorella tentano di indurre una ricca vedova al suicidio per impossessarsi dei suoi beni). Leggermente farraginoso, per via d’una lentezza indotta dal tema narrativo e per dialoghi eccessivamente dilungati, resta esemplare di rilievo nel contesto pre-Dario Argento.
Archetipo e vertice del giallo complottista lenziano, garantisce una tensione senza cedimenti, grazie alla morbosa crudeltà che si insinua nei soffocanti rapporti tra la vittima e i due amanti-aguzzini. La Baker, vedova ricca e fragile e la coppia di giovinastri-seduttori Castel e Descombes costituiscono un bel trio di protagonisti, appoggiati dal sempre ottimo Carraro e dalla scontrosa Brignone. La regia adotta uno stile eclettico e dinamico, con montaggi caleidoscopici e addirittura una parentesi che si richiama al gotico.
Fa parte di una sorta di trilogia (insieme a Paranoia e a Così dolce… così perversa) ed è il migliore dei sexy-thriller lenziani. Pur non essendo particolarmente originale (gli spettatori più smaliziati non dovrebbero metterci molto a capire il “gioco”) il meccanismo funziona ed intrattiene piacevolmente, fino ad arrivare al bel colpo di scena finale. Si è mantenuto molto bene nel tempo. Musiche, tartassanti, di Umiliani. Bravi i protagonisti. Una piccola chicca da recuperare.
Bel thriller erotico di Lenzi, piacevole ed intrigante per tutta la durata. La sceneggiatura è ben struttutata e scorre senza intoppi fino ad un colpo di scena svelato magistralmente, a cui segue un’inutile postilla. Buona la regia e bravi gli attori. Bella colonna sonora di Piero Umiliani. Alcune idee (come la cena servita alla protagonista: là c’era un topo, qui un ranocchio) sono riprese da Che fine ha fatto baby Jane?. La versione americana contiene scene più spinte, ma è tagliata di gran parte del finale.
Lenzi si dedica ad un’opera alquanto insolita. Una donna ereditata una profonda ricchezza dal defunto marito, fa la conoscenza di due baldi giovani che la tenteranno e la usano per i loro giochi. Tutto per un semplice interesse… Il cast è buono e ricorda lontanamente alcuni film di oggi. Salvabile e da vedere.
Il tamburo di latta
Polonia, anni venti.
Oskar nasce dal matrimonio infelice tra sua madre Agnes Koljaiczek e il com
merciante Anselmo Matzerath.
La donna ha una relazione anche con suo cugino Jan Bronski, che potrebbe essere in teoria il padre del bambino.
Il giorno del suo terzo compleanno, Oskar scopre la relazione tra sua madre e Jan, mentre si china sotto un tavolo; disgustato dalla cosa, si avvia verso la cantina e si lascia cadere per le scale.
Da quel momento il piccolo smette di crescere, tra la costernazione dei suoi; la caduta sembra avergli dato anche dei poteri particolari, come la capacità di emettere suoni ad alta frequenza in grado di rompere vetri nel raggio di centinaia di metri.
Oskar così cresce in un corpo da bambino, rifiutandosi di far parte di quel mondo degli adulti che trova ipocrita e bestiale.
Diventa amico di un discreto corteggiatore di sua madre, l’ebreo Markus, che gli regala un tamburo di latta, dal quale Oskar non si separerà più.
Gli anni passano, con Oskar che è rimasto un bambino, anche se soltanto nel corpo, accettato in quella sua strana situazione da tutti.
E’ il momento delle leggi razziali, così il ragazzino assiste al montare della cieca bestialità nazista, che si materializza nelle odiose leggi anti ebraiche e con la morte del suo amico Markus, che si uccide prima di poter essere deportato in un lager.
Muore anche sua madre, suicida per non dover mettere al mondo un altro figlio, muore Jan, che viene fucilato a Danzica mentre cerca di resistere all’annessione della Polonia; il mondo degli adulti sta mettendo in mostra il peggio di se, così Oskar, che ha conosciuto il nano Bebra, medita di lasciare casa e girare l’Europa con la compagnia circense dello stesso; nel frattempo suo padre Anselmo prende in casa la giovane Marie, che ha più o meno la stessa età del figlio.
Oskar scopre così le prime pulsioni sessuali, anche se più che turbato ne resta preoccupato.
La ragazza diviene l’amante del padre, e grazie all’involontaria complicità di Oskar, resterà incinta.
Oskar lascia la casa e si avvia con Bebra verso una lunga tournee europea, durante la quale conosce la nana Roswitha, della quale diventa l’amante; la gioia dei due dura poco, perchè la ragazza morirà durante un bombardamento.
La strana catena di lutti che sembra accompagnare Oskar continua al suo ritorno a casa, proprio mentre la città è liberata dai russi; suo padre viene ucciso da un soldato ancora una volta con la complicità involontaria di Oskar.
Il giorno della sepoltura di Anselmo, getta il suo inseparabile tamburo nella fossa in cui giace la bara del padre, e subito dopo vi si getta dentro, quasi a simboleggiare il suo passaggio all’età adulta.
La guerra sta finendo e Marie, con Oskar bendato e trasportato in una carriola, si avvia verso il treno, alla ricerca di un difficile futuro.
Il tamburo di latta, del regista tedesco Volker Schlöndorff, adattato per cinema dal romanzo omonimo di Günter Grass è uno straordinario e unico film sull’infanzia, sui traumi della stessa, sul parallelo con il mondo cattivo, malvagio e ipocrita degli adulti.
Un film molto cattivo, in cui affiora la vena intrisa di malinconia del regista, che tratteggia tutta una serie di figure guardate nei loro peggiori difetti; è un mondo da non imitare, quello degli adulti, ed è per questo che Oskar si rifiuta di crescere, di appartenere a quell’universo alieno fatto di tradimenti e bugie, di sesso e violenza.
Un mondo dal quale il piccolo si isola, proprio mentre sta montando in Germania e in Europa la folla nazista.
Così, accanto alle storie popolari dell’amore tra Jan e Agnes, il loro adulterio al quale Anselmo guarda di straforo, quasi senza interesse, assistiamo al montare della violenza nazista, tra l’avallo acritico della borghesia tedesca e quello del popolo tedesco stesso, irretito ma anche sciaguratamente consapevole degli orrori ai quali stava partecipando.
Il film ha un percorso abbastanza lineare, con scene che sembrano incastrarsi come in un gioco di scatole cinesi; memorabile la sequenza della nascita di Oskar, tratteggiata dalle parole che il piccolo protagonista recita “”Ho visto la luce del mondo sotto forma di due lampadine da 60 watt“, quasi a sottolineare la sofferenza fisica di appartenere ad un mondo che lui percepisce già negativo, quasi in una specie di legame extra uterino.
Le sequenze a cui assistiamo mettono in luce da subito le debolezze dei protagonisti, visti più nel loro ordinario squallore che nel meglio delle loro inesistenti virtù; il padre infingardo la madre adultera e libertina, il suo amante in copia carbone, anche lui adultero e libertino e via via in un campionario di umanità che sembra quasi assolvere il piccolo Oskar dal suo peccato originale, quello di non voler far parte di quel mondo incomprensibile.
C’è un evidente parallelo tra il piccolo Oskar e la storia della Germania nel ventennio prima della guerra e quella che comunque rialzerà la testa arrivando fino al boom economico.

La mamma di Oskar, interpretata dalla bravissima Angela Winkler
Anche Oskar, a fine guerra, ritornerà nel mondo degli adulti dal quale è fuggito, ora che tutti i legami di sangue sono scomparsi, quasi a significare una nuova nascita, una verginità intonsa e assoluta.
Un passaggio all’età adulta simboleggiata dalla rinuncia al suo amato tamburo, che lascerà nella fossa con il padre, non prima però di averne regalato uno al suo fratellastro (o figlio?), un chiaro avvertimento su ciò che il bambino dovrà affrontare nel corso della vita.
Non ho letto il libro di Grass, per cui non o quanto differisca dal film; di certo il film ha una sua valenza molto forte;
Schlöndorff è aiutato, oltre che dal suo eccellente mestiere, da un cast davvero notevole, in cui ogni attore recita la parte della vita.
E’ il caso di Angela Winkler, una Agnes Matzerath libertina, sofferente e gaudente al tempo stesso, donna alle prese con le sue pulsioni carnali e sconvolta da un figlio con il quale ha un legame fortissimo, ma che non riesce a capire fino in fondo; altra perla di bravura quella di Mario Adorf nei panni di Anselmo Matzerath, marito becco anche per scelta, fannullone e opportunista, così come di gran livello la parte interpretata da Charles Aznavour, quella del commerciante di giocattoli ebreo Markus, l’uomo che sceglierà la morte all’ignominia e all’infamia dei campi di concentramento.
Bene anche Daniel Olbrychski che interpreta Jan, mentre un discorso a parte merita David Bennent,praticamente perfetto nel ruolo di Oskar ; il suo volto mobile esprime di volta in volta innocenze e perfidia, semplicità e stupore.
Un bambino che percorre un mondo che non ama, che impara ad approfittare degli adulti diventando un camaleonte che segue le opportunità che si presentano, comportandosi così come quei grandi che detesta.
Un cenno alla fotografia davvero perfetta e ai costumi, che sembrano tirare di peso lo spettatore immergendolo in quelle atmosfere tristi del periodo pre seconda guerra mondiale.
Un film da non perdere, capace di emozionare e commuovere, un film sull’infanzia vista da un’angolazione davvero speciale.
Il tamburo di latta,un film di Volker Schlöndorff. Con Mario Adorf, Angela Winkler, David Bennent, Charles Aznavour, Andréa Ferréol, Tina Engel, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Wojciech Pszoniak, Joachim Hackethal, Gerda Blisse, Berta Drews, Heinz Bennent, Marek Walczewski, Katharina Thalbach, Mieczyslaw Czechowicz, Fritz Hakl, Mariella Oliveri, Roland Teubner, Ernst Jacobi, Werner Rehm, Ilse Page, Kate Jaenicke, Wigand Witting, Karl-Heinz Tittelbach, Emil Feist, Herbert Behrent, Brunc Thost, Zygmunt Huebner
Titolo originale Die Blechtrommel. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 142 min. – Germania, Francia 1979.
Mario Adorf … Alfred Matzerath
Angela Winkler … Agnes Matzerath
David Bennent … Oskar Matzerath
Katharina Thalbach … Maria Matzerath
Daniel Olbrychski … Jan Bronski
Tina Engel … Anna Koljaiczek (jung)
Berta Drews … Anna Koljaiczek
Roland Teubner … Joseph Koljaiczek
Tadeusz Kunikowski … Onkel Vinzenz
Andréa Ferréol … Lina Greff
Heinz Bennent … Greff
Ilse Pagé … Gretchen Scheffler
Werner Rehm … Scheffler
Käte Jaenicke … Mutter Truczinski
Regia Volker Schlöndorff
Soggetto Günter Grass
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Franz Seitz, Volker Schlöndorff, Günter Grass
Produttore Franz Seitz
Casa di produzione Franz Seitz Film, Bioskop Film, Artémis Film, Hallelujah Film, GGB-14, Argos Films, Jadran Film, Film Polski
Fotografia Igor Luther
Montaggio Suzanne Baron
Effetti speciali Georges Jaconelli
Musiche Maurice Jarre
Costumi Dagmar Niefind, Inge Heer, Yoshy Yabara
Trucco Rino Carboni, Alfredo Tiberi
Nero veneziano
Mark, un ragazzo di quattordici anni, cieco e sua sorella Christine rimangono orfani dei genitori, e vanno a vivere con gli zii che gestiscono una pensione nell’isola della Giudecca a Venezia.
Mark è un ragazzo molto sensibile, dotato di particolari poteri; spesso ha delle visioni in cui anticipa il futuro, nelle quali vede chiaramente un uomo che lui è convinto essere il demonio.
All’interno della pensione infatti alcuni sinistri presagi di Mark si avverano; muore impiccato lo zio, poi è la volta della zia, poi ancora di un amico di Mark.
Il ragazzo ha una sola persona che in qualche modo crede in lui; è Giorgio, il fidanzato di sua sorella, l’unico che gli mostra amicizia e che sembra prestar fede ai racconti del ragazzo.
Sua sorella intanto inizia a diventare sempre più strana, ma si avvia comunque all’altare con il suo fidanzato.
La morte improvvisa di Giorgio lascia Mark completamente solo, mentre Christine, che ha ereditato la pensione inizia a circondarsi di strani personaggi, fra i quali spicca un pensionante fascinoso, Dan, che altri non è che l’uomo visto nelle visioni da Mark.
Ely Galleani, una delle adepte di Christine
Nella pensione arrivano anche alcune ragazze equivoche, che sembrano girare attorno a Christine con gran devozione; la ragazza intanto ha scoperto di essere incinta, pur non avendo avuto rapporti con nessuno se non in una sorta di dormiveglia, in cui appare al suo fianco il sinistro Dan.
Mark trova consolazione e credito presso padre Stefani, l’unico che sembra avvertire l’aria sinistra che gira attorno a Christine; ma anche il religioso morirà, subito dopo aver tentato di battezzare il figlio di Christine, Alex.
In un drammatico finale, Mark ha il sopravvento sul neonato, e mentre è nel cimitero dove è sepolto il cognato Giorgio, vede proprio l’amico scomparso che gli racconta e conferma la natura diabolica di Alex.
Le ultime immagini che Mark vede, dopo che ha riacquistato miracolosamente la vista bagnandosi gli occhi con l’acqua del pozzo che è nella pensione, è quella di Alex tra le braccia di Christine.
Il demonio non può morire……
Ultimo film diretto da Ugo Liberatore nel 1978, Nero veneziano è un anomalo horror con venature thriller, massacrato all’epoca della sua uscita sia dalla critica che da buona parte del pubblico.
In realtà il film non è affatto malvagio, pur essendo evidenti i tributi ai caposaldo del genere, con più di un occhio strizzato al celebre film di Roeg “A Venezia un dicembre rosso shocking”; il tributo è assolutamente chiaro, sopratutto nella scelta di ambientare il film a Venezia, nella particolare esposizione fotografica usata e nell’aria di sovra naturale che pervade la pellicola.
Un film troppo sottovalutato, che ha delle pecche solo in fase di sceneggiatura: il soggetto di Ottavio Alessi è spesso confuso, lasciando troppa libertà di immaginazione allo spettatore.
Va aggiunta anche la scellerata decisione di Liberatore di affidare il ruolo del demonio all’insulso Yorho Voyagis, che sembra un bamboccione in vacanza premio nella sua città preferita.
Il volto dell’attore rimane quasi sempre impenetrabile, con un sorrisino che vorrebbe sembrare enigmatico e invece assomiglia ad uno spocchioso sorriso di sufficienza.
Però il film ha una sua dignità, sopratutto grazie all’ambientazione, con una Venezia misteriosa e cupa, come raccontata nel titolo; il nero veneziano è rappresentato dalla vicenda, dai luoghi misteriosi come il cimitero della Giudecca, dalla pensione in cui si svolgono i fatti.
Un film a tratti blasfemo, come nella sequenza in cui le prostitute che circondano Christine inscenano una parodia dell’Ultima cena che è una delle cose da dimenticare del film.
Se Renato Cestiè se la cava egregiamente, anzi, bene nel ruolo di Mark, il giovane veggente cieco, molto algida e fredda appare Rena Niehaus nel ruolo dell’ambigua Christine, che sin dall’inizio appare visceralmente antipatica allo spettatore, mentre bravo è Fabio Gamma ad interpretare Giorgio, lo sfortunato fidanzato/marito della diabolica Christine.
Tra le co-protagoniste vanno citate tre attrici comprimarie come Ely Galleani, l’ex diva dei fotoromanzi Angela Covello e Lorraine De Selle, tutte interpreti di ruoli di prostitute, le stesse che diverranno la corte dei miracoli di Christine.
La migliore interpretazione di questi ruoli secondari è quella di Olga Karlatos, che interpreta Madeleine Winters.
Come già detto, la segnalazione più importante va alla fotografia e alla direzione artistica di Canevari, Ugo Liberatore dirige bene il film, che risulta alla fine il migliore dei sette girati fino al 1978, di gran lunga superiore ai mediocri Incontro d’amore e Noa Noa.
Angela Covello
Nero veneziano, un film di Ugo Liberatore. Con Renato Cestié, José Quaglio, Rena Niehaus, Yorgo Voyagis, Fabio Gamma, Olga Karlatos, Ely Galleani, Angela Covello,Lorraine De Selle
Horror, durata 93 min. – Italia 1978
Renato Cestiè … Mark
Rena Niehaus … Christine
Yorgo Voyagis … Dan
Fabio Gamma … Giorgio
José Quaglio … Padre Stefani
Ely Galleani … Christine
Angela Covello … Christine’s Friend
Lorraine De Selle … Christine’s Friend
Florence Barnes … Christine’s Friend
Olga Karlatos … Madeleine Winters / Vicky’s Mother / The Midwife on the ferry
Bettine Milne … Grandmother
Tom Felleghy … Martin Winters






















































































































































































































































































