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Oedipus orca

Oedipus orca locandina 2

 

In La orca, film precedente a questo Oedipus orca, sequel che riprende dall’esatto punto in cui finiva il film precedente, avevamo lasciato la giovane Alice nel cascinale in cui era stata segregata dopo il sequestro compiuto da tre banditi. La ragazza, che aveva ucciso inspiegabilmente il carceriere Michele, che si era innamorata di lui, si era salvata da una denuncia per eccesso di legittima difesa grazie al commissario che aveva fatto irruzione nel casolare, e che si era attribuito la paternità dell’omicidio.

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Carmen Scarpitta e Rena Niehaus

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Libera, Alice torna  a casa, dove la attendono i genitori. E’ ancora scossa dalla brutta avventura, e nonostante l’accoglienza dei suoi, che la tengono lontana dalla stampa, non riesce a recuperare la serenità perduta. Anche con il suo boy friend il rapporto diventa problematico; il principale motivo , di origine psicologica, resta il risentimento verso suo padre, che secondo Alice non ha voluto pagare il riscatto richiesto dai rapitori.
Ben presto la ragazza matura la convinzione che quello che crede suo padre in realtà non lo sia; così inizia ad indagare sul passato della madre, scoprendo che all’epoca in cui era rimasta incinta di lei, la donna aveva avuto una relazione con Lucio, un’artista.

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Rena Niehaus è Alice

E’ una supposizione, perchè manca una prova certa dell’accaduto. Decide quindi di agganciare l’uomo, che tenta di sedurre,  inutilmente.
Ma la ragazza non demorde, e dopo averlo seguito, riesce ad avere una relazione con lui.
La ragazza, paga della cosa, lascia il suo amante a letto; l’uomo, svegliandosi, cerca di inseguirla, ma scendendo le scale viene colpito accidentalmente da un lastrone di vetro, rimanendo ucciso sul colpo.
Se La orca aveva rappresentato un elemento di novità, grazie alla buona analisi fatta da Eriprando Visconti sui complessi rapporti instauratisi tra Alice e il suo carceriere Michele, Oedipus orca manca proprio di questo elemento fondamentale.

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Il rapporto tra Alice, quello che crede suo padre e il probabile padre naturale sono appena abbozzati e restano solo nelle intenzioni. Leggermente più approfondito il rapporto tra Alice e la madre, ma sempre superficiale, tanto che il film resta in realtà incompiuto.
La colpa non va attribuita certamente a Rena Niehaus, che si conferma attrice di buone qualità, quanto piuttosto ad una sceneggiatura lacunosa, che privilegia i tempi morti, le inquadrature e gli sguardi piuttosto che i dialoghi chiarificatori.
Così il film che probabilmente voleva Visconti resta una mera illusione, trasformandosi in un tedioso racconto didascalico, in cui Alice si muove senza motivi profondi, quasi casualmente.

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Il film non è brutto e condannabile sic et simpliciter, ma di certo manca di profondità.
Attori disciplinati ma nulla più; bene Gabriele Ferzetti, nel ruolo del padre di Alice, bene la Scarpitta in quello della madre della ragazza.

Oedipus orca, un film di Eriprando Visconti. Con Gabriele Ferzetti, Michele Placido, Carmen Scarpitta, Rena Niehaus,Piero Faggioni, Miguel Bosè, Eleonora Morana
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1976.

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Oedipus orca locandina 1

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gennaio 7, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Il belpaese

Il belpaese locandina

Guido, stanco del lavoro su una piattaforma per l’estrazione del greggio nel golfo Persico, decide di rientrare in Italia con i soldi che è riuscito a risparmiare.
Ma già nel momento stesso in cui scende dall’aereo che è atterrato a Milano, l’uomo si rende conto che il belpaese non è più assolutamente quello che ha lasciato nel 1970.
Siamo infatti nel 1977, e il primo approccio con il belpaese è tra il tragico e il surreale; una banda di palestinesi stermina tutti i passeggeri del volo, e Guido si salva solo perchè si è chinato per baciare il suolo.
E’ l’inizio di un incubo per Guido, che dovrà fare i conti con delinquenti di ogni risma, terroristi e indiani metropolitani, femministe e volgari banditi.

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Paolo Villaggio

Nonostante tutto Guido apre un’orologeria, che ben presto viene assalita da banditi e da giovani estremisti che “espropriano” la merce. Durante una delle tante disavventure, Guido si imbatte in “Mia”, una femminista che in realtà non ha nome, ma che Guido chiamerà Mia perchè durante la manifestazione lei ha scandito il famoso “Io sono Mia”.
Le cose non vanno bene per Guido, che passa di disgrazia in disgrazia, fino a subire un devastante attacco al negozio; Mia, della quale è innamorato, decide di avere un figlio con lui, ma poi lo abbandona.

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Silvia Dionisio

Dopo l’ennesimo colpo subito, Guido su consiglio dei parenti, decide di tornare nel golfo Persico.
Ma durante il tragitto verso l’aeroporto, in lui scatta qualcosa: torna sui suoi passi, e decide di non arrendersi, coinvolgendo i vicini del negozio e altra gente, che sembra in attesa solo di qualcuno che faccia il primo passo.
Poi l’happy end, con Mia che lo bacia.
Luciano Salce, a due anni dalla presentazione del campione d’incassi Fantozzi gioca la carta della satira estrema, usando come suo solito le gag già proposte nel mitico Fantozzi e ripresentando anche parte del cast, come la Mazzamauro e Gigi Reder.

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Paolo Villaggio e Pino Caruso

Ma il risultato è quantomai deludente; a parte le gag a getto continuo, che vedono il solito Paolo Villaggio interpretare da par suo l’imbranato anche se fondamentalmente onesto Guido, non si va oltre qualche risata, peraltro nemmeno amara vista l’estrema goliardia delle situazioni proposte.
Tutto è esagerato nel film; più che l’Italia degli anni di piombo, sembra di vedere un regime del SudAmerica in preda alla più totale anarchia.
Il risultato è un film debole sin dalle prime battute, che mostra abbondantemente limiti di sceneggiatura a tutto vantaggio di situazioni farsesche o estreme.

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Tutto, nel film, è volutamente esagerato, come del resto accade nei film con protagonista Villaggio/Fantozzi, ovvero il personaggio sfigato sul quale si abbattono situazioni paradossali ad ogni secondo; e questo alla fine diventa un grande limite del flm stesso, perchè la satira viene accantonata e si assiste ad una serie di situazioni volutamente oltre il limite, con il risulato destabilizzante di privilegiare la farsa in luogo della denuncia.
Qualche sprazzo felice c’è, comunque: belli i dialoghi tra il maturo Guido e Mia, in cui fa capolino l’affetto e l’amore da una parte, dall’altra la contestazione al sistema e la voglia di riappropriarsi di un’identità femminile che non sia solo uno stereotipo o un luogo comune.
Ma è davvero troppo poco.

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Non giova nemmeno la presenza di personaggi surreali e stravaganti, come Carletto, interpretato da un giovane Massimo Boldi, commesso dell’orologeria occupato a spararsi canne mostruose o a bucarsi con eroina, così come appaiono deboli i personaggi di Alfredo/Gigi Reder e l’imprenditrice Gruber, una mal sfruttata Anna Mazzamauro.
L’unico personaggio ben delineato, con una psicologia ben definita resta Mia, interpretata dalla bellissima Silvia Dionisio; Villaggio è bravo, ma troppo simile a Fantozzi, anche se la sua figura è meno macchiettistica e più dolente.
Qualche nota sulla location: a farla da padrone è Milano, con scene girate in strade riconoscibilissime per i milanesi doc come via XX settembre, la Darsena; ma c’è anche buona parte del film ambientata a Roma, con la famosa Villa Giovanelli, abitata dalla Gruber/Mazzamauro e l’Eur, con le sue grandi strade.

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Il belpaese, un film di Luciano Salce, con Paolo Villaggio, Silvia Dionisio, Gigi Reder, Anna Mazzamauro, Ugo Bologna, Massimo Boldi, Pino Caruso Italia 1977 Commedia

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Il belpaese 1

Il belpaese banner protagonisti

Paolo Villaggio     …     Guido Belardinelli
Silvia Dionisio    …     Mia
Anna Mazzamauro    …     Signora Gruber
Pino Caruso    …     Ovidio Camorrà
Gigi Reder    …     Alfredo
Massimo Boldi    …     Carletto
Giuliana Calandra    …     Elena
Raffaele Curi    …     Spadozza
Ugo Bologna    …     Direttore della banca
Leo Gavero    …     Il venditore di orologi
Carla Mancini    …     Lisetta
Saviana Scalfi    …     La moglie del venditore di orologi
Bruno Alias     …     Ospite all’apertura del negozio (uncredited)
Ennio Antonelli    …     Scagnozzo di Spadozza (uncredited)
Fortunato Arena    …      Restauratore (uncredited)
Renato Bassobondini    …     Uomo in sciopero della fame (uncredited)
Nestore Cavaricci    …     Poliziotto (uncredited)
Tom Felleghy    …     Andrea – l’uomo che viene rapito mentre dà indicazioni (uncredited)
Lina Franchi    …     Ospite all’apertura del negozio (uncredited)
Enrico Marciani    …     Signore che inveisce contro le femministe (uncredited)
Giuseppe Marrocco     …     Uomo in fila in banca (uncredited)
Ettore Martini    …     Uomo in banca (uncredited)
Simone Santo    …     Parcheggiatore (uncredited)
Antonio Spinnato    …     Mario (uncredited)
Maria Tedeschi    …     Donna al funerale (uncredited)
Pietro Zardini    …     Impiegato della banca (uncredited)

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Regia:     Luciano Salce
Soggetto:     Castellano e Pipolo
Sceneggiatura:     Castellano e Pipolo, Luciano Salce, Paolo Villaggio
Produttore:     Fulvio Lucisano
Scritto da : Franco Castellano, Giuseppe Moccia, Luciano Salce, Paolo Villaggio
Musiche: Gianni Boncompagni, Piergiorgio Farina    , Paolo Ormi
Fotografia :Ennio Guarnieri
Montaggio: Antonio Siciliano
Trucco: Ennio Cascioli, Gianfranco Mecacci,Mario Michisanti
Direttore di produzione: Raimondo Castelli, general organization
Eros Lanfranconi    ….     direttore di produzione
Lamberto Palmieri    ….     direttore di produzione
Egidio Valentini    ….     direttore di produzione

Curiosa pellicola, che affianca trovate “basse” (il quiz d’ingresso, alla Mike Bongiorno) a una denuncia condotta in modo che può apparire qualunquista, ma che fotografa una certa Italia sul finire degli Anni Settanta. Il meccanismo iperbolico, purtroppo, viene presto a noia, per cui il motivo di culto resta, per me, la clamorosa e vistosa presenza di Carla Mancini nel ruolo di Lisetta.

Troppa carne al fuoco (terrorismo, varia criminalità, movimenti studenteschi, femministe, droga, figli dei fiori…). E quando, al fuoco filmico, la carne è troppa, si rischia di rovinarla. Qui Villaggio, una sorta di Fracchiozzi (Fracchia-Fantozzi), si barcamena tra un’esagerazione e l’altra, facendo quel che può, negli evidenti limiti del suo personaggio. Inoltre, la pellicola è penalizzata da un’eccessiva lunghezza, che finisce per appesantirla. Boldi così così. Pur non sollevandosi quasi mai da una generale mediocrità, si può anche vedere, ma perderlo non costituisce reato.

Eccessivo ed estenuante. La sfiga all’ennesima potenza concentrata nel repertorio fantozziano più deprimente, abusato e tedioso (la bomba nel vestito, la masticazione di nascosto, etc.). Una delle peggiori prove di Salce-Villaggio. Finale con pretese sociologiche, invitante all’amicizia e all’ottimismo. La Mazzamauro replica il ruolo della Silvani; la Mancini appare in uno dei suoi ruoli più consistenti.

Pessimo film di Salce, che scade fin da subito in un tremendo qualunquismo e non strappa mai una risata che sia una. Passi per il soggetto, anche se mi è sembrato più un film da Pingitore che non da Salce, ma la sceneggiatura è più un collage di episodi accumulati che altro, con personaggi che entrano ed escono in modo piuttosto casuale (Pino Caruso, ad esempio). Un film invecchiato decisamente male, purtroppo.

Tipico prodotto del cinema di quegli anni, il film (è del mitico ’77 nientemeno) propone un confronto facilone tra le pigre tradizioni degli Anni Sessanta idealizzate da uno spaesato Villaggio, che rientra in Italia dopo anni passati all’estero e la situazione di bailamme paraterroristico, con le violenze di piazza e il crimine diffuso. Se c’erano ambizioni di satira sociale, sono andate a vuoto. Ovviamente non c’è analisi, ma allora sarebbe stato meglio buttarla in farsa. Parlare di ambiguità morale vorrebbe dire sopravvalutare il film. Sbagliato.

gennaio 5, 2010 Posted by | Commedia | , , , , , , , , | 6 commenti

Emanuelle e Francoise, le sorelline

Emanuelle e Francoise le sorelline locandina

Una giovane e bella modella Francoise, tornando a casa da un breve giro in bicicletta, trova il suo boy friend Carlo a letto con un’altra donna; Carlo è un poco di buono, che utilizza la ragazza come un oggetto, obbligandola anche a prostituirsi. La ragazza, umiliata dall’ennesimo tradimento, si getta sotto un treno, lasciando ad una lettera inviata ai genitori il compito di raccontare la sua storia con Carlo. A leggere la lettera è anche Emanuelle, una giornalista con l’hobby della pittura, che decide di vendicarsi dell’uomo seducendolo. Così fa, e dopo averlo agganciato in un ippodromo, lo convince a seguirlo a casa, dove Carlo viene drogato.

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Patrizia Gori è Francoise

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Al risveglio l’uomo si ritrova rinchiuso in un angusto stanzino, legato mani e piedi con delle catene; lo stanzino, completamente insonorizzato, ha uno specchio attraverso il quale è possibile vedere all’esterno dello stesso. Da quel momento l’uomo è costretto a vivere come in un incubo le gesta di Emanuelle; la donna inizia a provocarlo spogliandosi davanti allo specchio, poi inizia a portare a casa occasionali amanti.
Il primo è un meccanico, che la donna seduce nella sua officina, seguito poi da una coppia di donne, una delle quali ex amante di Carlo, con le quali la donna intreccia una relazione saffica.

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Poi, drogato, assiste ad un banchetto con delle persone, in cui crede di vedere, sotto l’effetto di una potente droga, i commensali cibarsi di carne umana, inclusi piedi, mani e interiora. Subito dopo, sempre preda della droga, a carlo arriva la visione di un’orgia, poi di uno stupro perpetrato con una bottiglia, infine Carlo immagina di uccidere Emanuelle con un’accetta da macellaio.
Emanuelle a questo punto rivela a Carlo di essere la sorella di Francoise, e si appresta ad evirarlo con un bisturi.
Ma l’uomo riesce a liberarsi, e inseguita la donna per le scale, la uccide come nel sogno, con un’accetta/coltellaccio; ma sul luogo del delitto arriva la polizia,e Carlo è costretto a rinchiudersi nello sgabuzzino.

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George Eastman è Carlo

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Rosemarie Lindt è  Emanuelle

Un fotografo della scientifica mette in moto il meccanismo di chiusura, e Carlo resta prigioniero nello stanzino, urlando disperato.
Dopo un inizio tranquillo e uno svolgimento senza grossi sussulti, Emanuelle e Francoise si accende nell’ultima parte della pellicola, momento nel quale si consumano le emozioni del film, con la selvaggia scena del banchetto cannibale e con la sequenza efferata dello stupro.

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Nulla di particolarmente cruento, ma la diligente regia di Aristide Massaccesi, alias Joe D’Amato, riesce a rendere coinvolgente le scene. Il film vive sui flash back del racconto di Francoise, fatto attraverso la sua ultima lettera, delle umiliazioni subite dal suo uomo, che ama comunque. C’è spazio anche per i flash back riguardanti i ricordi di Emanuelle della sorella Francoise, che affiorano nel finale del film, e che rafforzano la volontà omicida della donna.
Il film si mantiene su un buon livello di tensione, anche se D’Amato preferisce virare sull’eros;

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nulla di trascendentale, sopratutto alla luce dei film successivi del regista, che subito dopo questo dignitoso prodotto, targato 1975, girerà i film della serie Emanuelle con Laura Gemser prima di dedicarsi alla svolta porno di fine anni 70, culminata nei quattro film girati nei Caraibi, prima di tornare ancora all’horror/thriller con Buio Omega, piccolo gioiellino in perfetto stile splatter.
In Emanuelle e Francoise le sorelline il sesso è un’arma, prima ancora che uno strumento ammiccante al pubblico voyeur; è per questo che le scene di nudo inserite non sono mai seguite, se non in un paio di casi, da amplessi in primo piano. Fanno eccezione le due scene con il meccanico e la sequenza saffica. Nulla di particolare, sopratutto alla luce di quello che sarà il cinema di Massaccesi con e dopo Emanuelle Nera.

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Un buon prodotto, non privo di eleganza, sicuramente ben congegnato, tenendo anche conto del cast, che include personaggi di secondo piano, come George Eastman che interpreta Carlo, Patrizia Gori che interpreta Francoise e Rose Marie Lindt, la terribile Emanuelle.

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I tempi sono buoni, le immagini ben dirette, discrete le atmosfere create dalle musiche di Joe Dynamo.
Emanuelle e Francoise le sorelline, un film di Joe D’Amato (Aristide Massaccesi), con Rose Marie Lindt, George Eastman, Patrizia Gori,Annie Carol Edel,Maria Rosaria Riuzzi,Massimo Vanni Thriller Italia 1975

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George Eastman Carlo
Rosemarie Lindt …     Emanuelle
Annie Carol Edel Mira
Patrizia Gori …     Françoise

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Regia:     Joe D’Amato, Bruno Mattei (non accreditato)
Sceneggiatura:     Aristide Massaccesi, Bruno Mattei
Produttore:     Francesco Gaudenzi
Fotografia:     Aristide Massaccesi
Musiche:     Joe Dynamo

Un ricordo di Luigi Montefiori

“Ci fu questo Françoise (le sorelline) che si girava nella villa del produttore che stava a cinque minuti da casa mia, se no non lo avrei mai fatto.
Siccome era molto vicino quando mi offrì questo ruolo dissi: “Va bene, lo faccio”.
Però gli dovetti (a Massaccesi, n.d.r.) anche riscrivere parte della sceneggiatura, che non ho mai firmato, perché prima era corto e non funzionava.
Mi inventai quella cosa, che poi in realtà copiai da un altro film*, della stanza di vetro, dove lui viene legato, torturato…”

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gennaio 4, 2010 Posted by | Erotico | , , , , , , | 2 commenti

Clio Goldsmith

Clio Goldsmith foto

Clio Goldsmith, attrice francese, parigina purosangue, esordisce con il botto nel 1980; Alberto Lattuada, regista sempre attento, perennemente alla ricerca di nuovi talenti e di nuovi volti, la scrittura per il suo film La cicala, nel quale Clio, esordiente, è chiamata a interpretare il personaggio omonimo, Cicala, una ragazza libera dal temperamento forte e volitivo che si troverà coinvolta, suo malgrado, in un drammone a forti tinte.

Clio Goldsmith Miele di donna 2

Clio Goldsmith Miele di donna 1

Clio Goldsmith in due scene tratte da Miele di donna

Siamo nel 1980, come già detto è Clio ha 23 anni, essendo nata a Parigi nel 1957; il cognome denota le sue origini tedesche, infatti la sua famiglia proviene dalla Germania; prima di trasferirsi definitivamente in Francia, i suoi hanno abitato per un certo tempo in Inghilterra;la sua famiglia discende da Benedict Hayum Salomon Goldschmidt, banchiere che nel 700 forniva il Granduca di Toscana.

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Il regalo (Le cadeau)

Clio Goldsmith Plein sud
Con Patrick Dewaere in Plein sud

La cicala è per lei un film importante; ha un volto fresco e giovane, buone doti espressive, e grazie al discreto successo che il film ottiene, pure in un periodo di grossa crisi cinematografica, si fa notare in un mondo estremamente competitivo come quello del cinema. Infatti il regista Gianfranco Angelucci la vuole con se in Miele di donna, nel quale le viene affidata la parte di Anny, una ragazza creata dalla fantasia di una scrittrice e protagonista di un romanzo dall’esito imprevedibile.

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Le grand pardon

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Clio Goldsmith in L’enticelle

Per quanto il film sia un esperimento mal riuscito, goffo e tendenzialmente noioso, Clio non sfigura affatto, grazie a quella sua aria spaesata che rende alla perfezione il personaggio di Anny, che passerà attraverso strane esperienze in una pensione abitata da ancor più strani individui.
E’ il suo momento migliore: con soli due film , si è costruita una buona fama, tant’è vero che viene immediatamente chiamata sul set di La storia vera della signora delle camelie; a volerla è un altro regista italiano di fama, Mauro Bolognini, che riduce per lo schermo il successo letterario di Alexandre Dumas.

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Ancora dal film Miele di donna……

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… e dal film Le grand pardon

Nel film Clio lavora accanto a Isabelle Huppert, la Alphonsine Plessis protagonista del romanzo, a Gian Maria Volonté e Bruno Ganz, oltre al solito Fernando Rey, con il quale ha recitato in Miele di donna.
Il suo ruolo, quello di Clemence, non è tra quelli principali, visto che la vera protagonista rimane la Huppert, eroina in negativo del romanzo e del film.
Il film successivo, sempre del 1981 è Plein sud, di Luc Béraud, girato al fianco di Patrick Dewaere e Jeanne Moreau; il film, un noir, la vede protagonista nei panni di Caroline, una donna misteriosa che sconvolge la vita di un professore universitario. Un film importante, questo, che le permette un’altra scrittura in Italia, nel film di Marco Tullio Giordana La caduta degli angeli ribelli.

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Con Virna Lisi nel film La cicala

Lei ha la parte principale, quella di Cecilia, una donna normale con una vita assolutamente normale, che cambia irreparabilmente il giorno in cui apprende che  suo padre è in fin di vita. Sconvolta, la donna si concede ad un automobilista di passaggio, con il quale vivrà una storia appassionata che finirà male. Il film non riscuote successo, per colpa di una sceneggiatura approssimativa. E’ quindi una battuta d’arresto in una carriera, fino a quel momento, ricca di soddisfazioni.

Clio Goldsmith L’étincelle 1
L’enticelle

Si arriva quindi al 1982, quando la venticinquenne Clio decide di sposare Carlo Alessandro Puri Negri, un importante dirigente d’azienda, nipote del fondatore delle industrie Pirelli.
Il ruolo di moglie e successivamente di madre evidentemente la appaga, anche se continua il suo lavoro cinematografico con La donna giusta, di Paul Williams, uno strano film in cui è una delle donne della vita di un cronista donnaiolo che all’improvviso decide di convertirsi ad uno stile di vita più morigerato.
Il film non riscuote un gran successo, ma Clio lavora ancora, questa volta in Le grand pardon, di Alexandre Arcady, e nel ben più importante Le cadeau, uscito in Italia con il titolo tradotto letteralmente Il regalo, che il regista Michel Lang trae dal libro di Terzoli Anche i bancari hanno un’anima.

Clio Goldsmith Plein sud 2
Plein sud

Nel film è Barbara, una giovane prostituta che alcuni amici “regalano” per una sera ad un bancario in procinto di andare in pensione.
Per due anni Clio resta in attesa di una scrittura che la convinca; nel frattempo è diventata mamma, per cui torna sullo schermo solo nel 1984, nel film L’etincelle, nuovamente diretta da Lang. Nel film è Dale, una giovane sposa in attesa che è contesa da un padre e suo figlio.
Il film è il suo ultimo lavoro cinematografico, perchè comparirà, dopo di allora, solo in un film per la tv, diretto da Dino Risi, …e la vita continua.
Nel 1985 divorzia, dopo solo tre anni di matrimonio, da Carlo Alessandro Puri Negri; la delusione per la fine del matrimonio e uno strano episodio riguardante un’ammiratore che la molestava, la spingono a lasciare le scene.
Di lei si parlerà nel 1991 per il suo nuovo matrimonio con Mark Shand, fratello della compagna di Carlo d’Inghilterra, Camilla Parker-Bowles.

Clio Goldsmith La donna giusta

Nel film La donna giusta

Clio Goldsmith Il regalo 1

Il regalo

Clio Goldsmith Plein sud 3

Plein sud

Oggi, Clio Goldsmith vive in Italia con suo marito; non è più rientrata su un set televisivo, svolge solo attività benefiche.
Aldilà delle sue scelte professionali e umane, che l’hanno portata a interrompere una carriera cinematografica che si prospettava brillante, Clio è rimasta nella memoria degli spettatori come un’attrice di buon livello, affascinante e sexy, con quella sua aria da maliziosa donna in bilico tra ingenuità e malizia.

…e la vita continua (1984) (TV)
L’étincelle (1984)
Il regalo- Le cadeau (1982)
Le grand pardon (1982)
La donna giusta (1982)
La caduta degli angeli ribelli (1981)
Plein sud (1981)
La storia vera della signora dalle camelie (1981)
Miele di donna (1981)
La cicala (1980)

gennaio 2, 2010 Posted by | Biografie | | Lascia un commento

Salon Kitty

Salon Kitty locandina

Salon Kitty è il film più controverso di Tinto Brass, girato nel 1975 in due versioni, una per il cinema estero e l’altra per il cinema italiano, vista l’impossibilità di ottenere il visto della censura per un prodotto in cui c’è un’abbondanza di scene ad alto contenuto erotico che sarà superata solo dal Caligola. Va detto subito che Salon Kitty ebbe reazioni assolutamente contrastanti, alla sua uscita, sia dal pubblico che dalla critica specializzata; demonizzato, stronacato, oppure valutato positivamente, pur senza nessun entusiasmo particolare, il film comunque colpì come pochi nel segno, andando a pescare dall’armadio dei ricordi uno degli episodi più oscuri della seconda guerra mondiale, l’esistenza del famigerato Salon Kitty  un bordello realmente esistente nella Berlino nazista, nel quale spie del partito nazionalsocialista spiavano i ricchi tedeschi o anche i militari nazisti che lo frequentavano.

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Theresa Ann Savoy e Tina Aumont

Basandosi sul romanzo di Peter Narden, e adattandolo allo schermo, con molta libertà, Brass racconta la storia di  Kitty Kellermann, cantante, soubrette e artista, nonchè tenutaria della casa di tolleranza Salon Kitty, costretta dal tenente delle SS Wallemberg a licenziare le prostitute che lavorano nel bordello in favore di un gruppo di donne appartenenti per la maggior parte alla Germania bene.
Le donne dopo il reclutamento, vengono costrette a mostrare la loro fede nel nazionalsocialismo addestrandosi nel più turpe dei modi, attraverso cioè una serie di perversioni erotiche degne di una bolgia infernale.

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Le donne infatti, allo scopo di valutarne le effettive attitudini, vengono sottoposte a incontri erotici aberranti con nani deformi, uomini senza gambe, ebrei, zingari o costrette ad avere rapporti sessuali con animali, rapporti omosessuali e via dicendo, in un crescendo bestiale di depravazione.
Le ragazze del bordello iniziano così a lavorare, non sapendo, però, che le loro gesta erotiche sono solo un paravento: tutto viene spiato, registrato, al fine di scoprire chi, tra i generali, i militari o i potenti abbia la tendenza o idee diverse da quelle del nazismo.

Margherita, una bella e ricca ragazza tedesca, della quale si è infatuato il tenente Wallemberg, conosce un pilota, Hans Reiter, e se ne innamora; quando scopre che l’uomo è stato impiccato per colpa di Wallemberg, la ragazza decide di vendicarsi.

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Con l’aiuto di Kitty e di un italiano, Margherita tende una trappola a Wallemberg, che finisce per fare la fine di molte delle sue vittime; verrà infatti ucciso a colpi di pistola in una sauna.
Film molto crudo sopratutto in alcune scene, davvero al limite del guardabile, Salon Kitty ha alcuni pregi e molti difetti: i pregi sono una fotografia asciutta ed essenziale, che incupisce la storia dando un ulteriore tocco di drammaticità al tutto, una recitazione di ottimo livello del cast, decisamente di qualità, che compone il film.
I difetti, molti, sono evidenziati dall’eccessiva lunghezza del film (almeno nella sua versione integrale), con lunghi dialoghi o scene di sesso portate davvero ai limiti della pornografia; vero è che l’azione in pratica si svolge in un bordello, e che quindi un minimo di realismo è lecito.

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Ma Brass indugia troppo nel mostrare le perversioni a cui vengono sottoposte le ragazze dell’aristocrazia tedesca, in particolare nella scena del reclutameno, quando tutte le ragazze vengono convocate in un immenso salone, sotto una gigantesca bandiera con la svastica, e costrette ad avere rapporti con i soldati tedeschi che sono presenti.
Scene che durano diversi minuti, così come durano troppo alcune delle scene girate nelle stanze delle ragazze, con la descrizione delle perversioni dei vari generali e colonnelli; lo spazio dedicato a Margherita, vera protagonista della storia, risulta alla fine marginale, sopratutto alla luce della scarsa profondità data a quello che è il personaggio principale.

I nazisti assomigliano troppo a delle macchiette, cosa che in realtà non erano affatto, purtroppo.
Così alla fine il film sembra piuttosto incoerente, quasi che l’eccesso visivo dell’erotismo sbandierato ogni minuto provochi una specie di overdose nello spettatore.

Brass tenta in qualche modo di distingersi da Visconti e dal suo La caduta degli dei, punando troppo sul lato grottesco, la dove il maestro aveva puntato sul lato tragico del nazismo; alla fine il risultato è altalenante, proprio perchè il film manca di un suo stabile equilibrio.
Scrive Morandini :

“T. Brass cava un film per uomini soli con un apporto figurativo di prim’ordine dove bisogna continuamente levarsi il cappello per salutare il passaggio di Visconti, Bertolucci, Cavani, Chaplin, Barbarella, l’Histoire d’O, Arancia meccanica, Cabaret, persino Freaks e la commedia all’italiana.”
C’è del vero, ma le citazioni, da sole, non bastano.

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La Cavani con Portiere di notte aveva puntato sul lato oscuro di un rapporto sado masochistico tra una vittima e il suo  ex carnefice, con una profondità ben maggiore di Salon Kitty; del film di Kubrick, citato da Morandini, c’è solo la violenza. Una violenza però che non nasce dalla noia, dalla difficoltà di adeguamento alle leggi sociali o come valvola di sfogo di una società malata, come suggerito da Kubrick.
Quella di salon Kitty è una violenza che nasce dalla perversione, da parte di gente che provocò 50 milioni di morti, mentre nel film gli stessi appaiono come una massa di degenerati, capaci solo di emozionarsi davanti alla sfilata delle truppe (il generale che costringe la prostituta che è con lui a mettersi il suo cappello e scimmiottare Hitler) in maniera buffonesca.

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La realtà, che conosciamo, è di ben altra natura.
Un film eccessivo, come del resto nello stile di Brass.
Ma è indubbio che Salon Kitty sia un film che fa dell’eccesso la sua bandiera.
E l’eccesso, cinematograficamente, non è mai la scelta migliore.
Due righe sugli attori: bene Helmut Berger e Ingrid Thulin (scritturati da Brass forse in ossequio al film di Visconti o per mere considerazioni commerciali), brava Teresa Ann Savoy, bene anche Bekim Fehmiu, l’Hans Reiter che verrà impiccato, inappuntabile Steiner; brevi apparizioni per Tina Aumont, Paola Senatore,Rosemarie Lindt e Stefano Satta Flores.

Salon Kitty, un film di Tinto Brass. Con John Steiner, Helmut Berger, Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores, Maria Michi, Therese Ann Savoy, Paola Senatore, Tina Aumont, Bekim Fehmiu, Rosemarie Lindt, Gigi Ballista, Clara Colosimo, John Ireland, Giancarlo Badessi, Malisa Longo, Paola Maiolini, Gengher Gatti, Alena Penz, Sara Sperati, Aldo Valletti, Salvatore Baccaro, Luciano Rossi
Drammatico, durata 130 min. – Italia 1975.

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Salon Kitty banner personaggi

Helmut Berger …     Helmut Wallenberg
Ingrid Thulin …     Kitty Kellermann
Teresa Ann Savoy …     Margherita
John Steiner …     Comandante SS
Sara Sperati …     Helga
Maria Michi …     Hilde
Rosemarie Lindt …     Susan
Paola Senatore …     Marika
John Ireland …     Cliff
Tina Aumont …     Herta Wallenberg
Alexandra Bogojevic …     Gloria
Dan van Husen …     Rauss
Stefano Satta Flores …     Dino
Bekim Fehmiu …     Hans Reiter
Luciano Rossi …     Dr. Schwab
Gianfranco Bullo …     Wolff
Gigi Ballista …     Generale
Margherita Horowitz …     Madre di Margherita
Alain Naya …     Ufficiale tedesco
Clara Colosimo …     Cuoca
Malisa Longo …      Kitty Girl
Annie Ross …     Kitty Kellermann (voce cantante)
Salvatore Baccaro Prigioniero (uncredited)
John Bartha …     Agente Gestapo  (uncredited)
Tom Felleghy …     Agente Gestapo  (uncredited)
Tito LeDuc …     Frankie (uncredited)
Pietro Torrisi …     Zingaro tatuato (uncredited)

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Regia:     Tinto Brass
Soggetto:     Peter Norden (romanzo), Antonio Colantuoni, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Sceneggiatura:    Tinto Brass, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Produttore:     Ermanno Donati, Giulio Sbarigia (Coralta Cinematografica)
Fotografia:     Silvano Ippoliti
Montaggio:     Tinto Brass
Musiche:     Fiorenzo Carpi, José Padilla, Bruno Nicolai
Scenografia:     Ken Adam
Costumi:     Jost Jacob,Ugo Pericoli

Sul Davinotti, sito sul quale scrivono appassionati di cinema, ho letto questi commenti che trascrivo:
“Estenuante ed eccessivo (specie nella lunghezza) pasticcio erotico di marca brassiana che sprizza cattivo gusto da tutti i pori. Il “merito”, si fa per dire, è da dividere a metà tra regia e sceneggiatura. Il plot è solo una scusa per mostrare nudità e perversioni assortite oltre che per assecondare il voyeurismo del regista. La rappresentazione dei nazisti poi è oltre modo macchiettistica ed inverosimile. A tratti poi, come spesso accade nei lavori di questo regista, il film è inutilmente volgare e sopra le righe.”

Oppure:

“Orgia di kitsch, feticismo d’accatto e perversioni nazi-sado-maso da banco dei remainders cucite addosso a una trama inconsistente, che diventa risibile quando vuol mostrare la presa di coscienza della puttana innamorata e la conseguente vendetta. Una caduta degli dei for dummies sporcaccioni, in cui sono coinvolti purtroppo attori come Berger e Thulin, anche se è a quest’ultima che si deve l’unico momento da salvare (il ballo double-face) in questa pellicola di rara bruttezza e volgarità.”

dicembre 31, 2009 Posted by | Drammatico, Erotico | , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

La signora della notte

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Una classica coppia borghese, con lui, Marco, preciso e ordinato, anche per via della sua professione (è un ingegnere) e con lei, Simona,  insegnante di ginnastica aerobica a fare la brava mogliettina docile e fedele. Quadro idilliaco destinato a mutare quando una sera, rientrando dalla consueta passeggiata con il suo cagnolino, Simona viene assalita e violentata da un giovane. La violenza, lungi dal traumatizzarla, si trasforma in una rivelazione: la donna scopre di provare piacere durante il rapporto con il giovane, esplorando quindi una nuova dimensione della propria sessualità.

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Da quel momento il quadretto idilliaco cambia visceralmente; la donna inizia ad accettare le varie avance che le vengono offerte, anzi, inizia a provare un sottile piacere nel provocare reazioni nei maschi che incontra. Così assistiamo ad un incontro tra Simona e un suo amante impegnati in un focoso amplesso in auto, a quello con un cacciatore in una toilette, dove la donna, prima di congiungersi con l’uomo, pratica una fellatio con conseguente masturbazione al fucile dello stesso.

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A lungo andare la donna si trasforma quindi in una Signora della notte, periodo temporale in cui ama trasgredire per ricavarne perverso piacere. Le cose cambiano quando Marco finalmente si rende conto delle relazioni extraconiugali della donna. Ne segue un violento litigio, con tanto di ceffoni, che ha come conseguenza la separazione tra i coniugi. Ma tra i due, evidentemente, c’è qualcosa di più profondo, così Marco saprà riconquistare l’amore ( e la fedeltà? ) della moglie, usano un escamotage.

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Questo in breve il plot di La signora della notte, film di Pietro Schivazappa, autore non particolarmente prolifico fino al 1985, data di uscita di questo film erede della commedia sexy all’italiana, ormai divenuta border line della commedia softcore. Il regista, autore tra l’altro del buon Femina ridens, girato nel 1969 con la Lassander e Leroy e di Una sera c’incontrammo, commedia grottesca con Dorelli e la compianta Fran Fullenwider sceglie la via più facile per portare sugli schermi un’operazione ad assoluto scopo commerciale, ovvero spingere tutto, dai dialoghi alle immagini, sul sesso spinto e sulle giunoniche forme di Serena Grandi, di li a poco valorizzata ulteriormente dal famoso Miranda di Tinto Brass.

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Il film non ha alcuna dote particolare; la Grandi gira nuda in lungo e in largo, esponendo le burrose forme e producendosi in amplessi vari, inclusa qualche variazione Sul tema come nel caso della scena descritta della fellatio al fucile. La trama quindi viene piegata alla necessità di mostrare quanto più possibile del corpo della stessa Grandi, all’epoca del film in forma straordinaria. La ventisettenne attrice bolognese si impegna al meglio; ma la sua è una recitazione di tipo corporale, e non poteva essere altrimenti vista la trama del film. A parte la sua presenza e quella di Tiberio Mitri e di Stanko Molnar, il cast non si segnala se non per la latitanza da un minimo accettabile di sapienza recitativa.

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Alla fine lo spettatore va via dalla sala cinematografica convinto di essersi imbattuto in un onesto film erotico che nulla ha a che fare con il cinema vero, con l’aggravante che la parte voyeuristica della pellicola si limita all’esposizione, in tutte le salse, delle abbondanti natiche e degli oltraggiosi seni fuori misura di una Serena Grandi che recita solo con il corpo.
Probabilmente alla stragrande maggioranza del pubblico stesso la cosa resta totalmente indifferente; dopo 15 minuti di pellicola l’interesse per la storia precipita a zero, poi sotto zero, e gli unici momenti in cui la tensione sale sono quelli in cui ci si appresta alla nuova avventura erotica dell’insoddisfatta Simona.

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Film inutile e mortalmente noioso, quindi; Schivazappa, che dopo questo film girerà solo opera per la tv, si commiata dal cinema con un film che non meriterebbe nemmeno i commenti prolissi come questo.
Per una volta scrive bene un recensore del famoso sito cinematografico che così spesso contesto per le inesattezze dei plot narrati:
“Serena Grandi è una moglie insoddisfatta che si concede ad amanti occasionali per sfuggire alla monotonia della vita coniugale. Storiellina esile confezionata su misura per le gustose esibizioni della protagonista. Involontariamente umoristico il finale (i coniugi ritrovano un equilibrio quando fanno l’amore per procreare, e non per esclusivo piacere).”
Ultima annotazione: faccio eccezione alla regola e non attribuisco un voto alla pellicola.
Anzi, faccio di meglio; ignoro la pessima idea che ho avuto perdendo un’ora e mezza davanti ad uno schermo per guardare un prodotto così indignificante e scialbo.

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La signora della notte, un film di Piero Schivazappa. Con Serena Grandi, Tiberio Mitri, Fabio Sartor, Stanko Molnar, Francesca Topi
Commedia, durata 93 min. – Italia 1985.

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Serena Grandi: Simona
Fabio Sartor: Marco
Francesca Topi: Giuliana
Tiberio Mitri: Il barista

Regia: Piero Schivazappa
Sceneggiatura: Galliano Juso, Piero Schivazappa
Produzione:San Francisco Metro Film
Distribuzione:Medusa Distribuzione-Videogram
Montaggio:  Daniele Alabiso
Scenografia:  Bruno Amalfitano
Fotografia:  Giuseppe Ruzzolini
Musiche:  Guido De Angelis, Maurizio De Angelis

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

“Il film esibisce subito le credenziali: finiti i titoli di testa, si comincia con un congiungimento carnale. In auto, scomodissimo, da tergo. La media con cui questi congressi si susseguono è di uno ogni 7 minuti. Gli intervalli sono spesso riempiti da lezioni collettive di ginnastica aerobica che sono, discretamente allusive, simulazioni degli stessi. (¿) Il contenuto evidente del film è il masochismo. Schivazappa, regista colto, non trascura un’allusione: canna da fucile, bossolo che s’infila nella canna, bottiglia ecc. Il suo contenuto latente è la fallocrazia al livello più basso. Li conoscete quei maschietti che, sfusi o in compagnia, preferibilmente di sera, apostrofano per la strada le signore sole dicendo: ‘Ven scià che t’aduperi’, vieni qui che ti adopero, nei dialetti dell’Alta Lombardia, oppure con altre introduzioni altrettanto esplicite? Quella è l’ideologia di ‘La signora della notte’. Cinema minimale come quello dei fratelli Lumière, il porno riproduce sempre una scena delle origini: l’ingresso del treno nella stazione della Ciotat. Ma non si tratta più dello stesso treno né delle stesse stazioni.” (Morando Morandini, ‘Il Giorno’, 15 Aprile 1986)

“Il titolo, dunque, sta a simboleggiare la parte celata della donna, il suo lato notturno, sviluppato in una chiave che sintetizza Bataille, Reich e anni di autocoscienza femminista. Ma se gli intenti sono validi, dove il film rivela il suo lato debole è proprio nel discorso per immagini, ovvero nel compiacimento che lo spinge ai limiti del pornografico. Non c’è volgarità, tuttavia le situazioni era meglio suggerirle che costruirle così dettagliatamente: ne avrebbe guadagnato, in termini di spessore quasi psicanalitico, l’intera storia. Peccato, perché la pellicola rischia di farsi una fama da luci rosse (e, invece, è tutt’altra cosa, nonostante la pulita regia di Paolo Schivazappa e l’interpretazione solare di Serena Grandi (ma qui, a differenza del personaggio di Miranda, e di una solarità solcata da dubbi ed angosce). Gli altri interpreti sono Fabio Sartor (Marco), Alberto Di Stasio, Francesca Topi, Stanko Molnar e, in una breve apparizione, Tiberio Mitri.” (‘Il Tempo’, 15 Marzo 1986)

“Nel sottosuolo del film ci sarà anche il proposito di fotografare le smanie di certi sposi, e soprattutto di frugare nell’inconscio di signore che preferiscono essere prese con la violenza, ma poiché le ragioni della bottega prevalgono sull’ambizione dell’autore la superficie è d’una tristezza e monotonia senza fine: un susseguirsi di contorsioni sessuali, nei luoghi più vari, con dimenìo di bacini, parole sconce di circostanza e appropriate scritte sui muri, tette e pubi in libertà, e per ciliegina un uso improprio delle bottiglie di birra. Dispiace molto che un regista come Piero Schivazappa, dimentico dei suoi meriti di documentarista televisivo, per tornare al cinema dopo dieci anni si sia andato a impantanare in questa storia di gemiti e cosce, servita da dialoghi banalissimi nella loro scabrosità e da interpreti di terza fila. L’accoglienza riservatagli dal pubblico si condensa negli schiamazzi di chi, in sala, lamenta il dimagramento della protagonista rispetto a Miranda, e fra le comparse riconosce il pugile Tiberio Mitri.” (Giovanni Grazzini, ‘Il Corriere della Sera’, 13 Aprile 19

dicembre 30, 2009 Posted by | Erotico | , , , , , | 1 commento

Miele di donna

Miele di donna locandina

Una giovane donna attraversa la città assolata, sale sulla sua Golf cabriolet e si ferma davanti ad una villa elegante; l’insegna sulla porta ci informa che si tratta della Chirone editrice.
La donna suona e ad aprire arriva un signore elegante, l’editore Chirone. La donna estrae una pistola e obbliga l’uomo ad entrare in casa; poi, dopo aver chiuso ermeticamente tutte le finestre,costringe l’uomo a sedersi e gli porge un manoscritto, costringendo Chirone a leggerlo a voce alta.

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Catherine Spaak

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Fernando Rey

Il manoscritto racconta le vicende di Anny, una giovane all’apparenza candida, che giunge nella pensione Desiderio proveniente da un posto non citato.
All’interno della pensione è accolta dalla procace proprietaria, che la mette a suo agio.
Poco alla volta Anny fa conoscenza con le strane, sopratutto stravaganti persone che sono pensionate nella struttura; si parte da Ines, una giovane governante maltrattata dalla proprietaria (scopriremo poi che è sua sorella), per passare ad uno strano e elegante maestro di ballo, passando per un affascinante sconosciuto che abita una stanza perennemente immersa nel buio nella quale non fa altro che esercitarsi nel coltivare la migliore forma fisica, per finire con una strana donna vestita come una dark lady che in seguito si rivelerà essere una donna dominante con velleità sadiche.

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Clio Goldsmith

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Donatella Damiani

La ragazza, alla fine, scoprirà la sessualità grazie al misterioso culturista.
Di colpo tutto si interrompe, e si scopre che quello di Anny era solo un sogno.
Non solo; la scrittrice con la pistola non ha minacciato l’editore casualmente.
Lei è la compagna (o forse la moglie, il film non lo spiega) dell’editore; i due in pratica hanno creato un nuovo gioco delle parti per rivitalizzare il loro rapporto.

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Letta così, la sceneggiatura sembra semplice e lineare, anche se un pochino sempliciotta.
In pratica le cose stanno diversamente, perchè dopo abbondanti 15 minuti, passati tra le schermaglie che intercorrono tra l’editore e la scrittrice, ci troviamo proiettati in un film quasi incomprensibile nelle sue vere motivazioni.
Il percorso di Anny, che sembrerebbe un percorso iniziatico, propedeutico a qualcosa di indefinito, si trasforma in un incomprensibile vagabondare tra le stanze della pensione Desiderio, in cui vive gente che si muove come in sogno, senza motivazioni e senza passato. Chi è la proprietaria della pensione, cosa fa effettivamente nella stessa? Perchè maltratta sua sorella, che relazioni ci sono tra i vari avventori? Ma la domanda principale resta una: chi è Anny, da dove viene, qual’è il suo passato?

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Domande che potrebbero non avere un senso qualora l’intento del regista, Gianfranco Angelucci sia stato quello di raccontare con l’ausilio di una storia blandamente erotica, che ricorda alla lontana l’iniziazione erotica di O, la protagonista di Histoire d’O, un percorso similare fatto dalla ingenua Anny all’interno della pensione Desiderio.
In questo caso il film non centra nessuno dei suoi obiettivi, trasformandosi in una noiosissima storia senza capo ne coda usata come pretesto per giustificare la storia esistente tra i due veri protagonisti, l’editore e la scrittrice, che forse usano la stessa per tenere sveglio il loro legame.

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Qualunque sia l’intento di Gianfranco Angelucci, il film, nonostante un gran cast, si rivela soporifero oltre ogni limite consentito; i personaggi, che sembrano muoversi senza alcuna motivazione di fondo, finiscono per perdere di interesse con conseguente trasformazione in tedio da parte dello spettatore.
Eppure il cast è di prim’ordine; a partire da Fernando Rey, l’editore, per proseguire poi con Catherine Spaak, la scrittrice, con Clio Goldsmith, la bella Anny, con Donatella Damiani, dalle forme sovrabbondanti eppure esposte con insolita sobrietà, da Adriana Russo, che è Ines per finire con la solita bella e affascinante

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Adriana Russo

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Susan Scott (Nieves Navarro)

Susan Scott o Nieves Navarro che si voglia e con Luc Merenda, il misterioso pensionante con la fissa del fisico perfetto.
Un cast assolutamente sprecato, quindi, in un film totalmente inespresso in qualsiasi ottica lo si voglia vedere, fatte salve le belle immagini della Goldsmith nature, che da sole valgono la metà del prezzo del biglietto.
Ma solo la metà, però.

Miele di donna, un film di Gianfranco Angelucci. Con Catherine Spaak, Fernando Rey, Clio Goldsmith, Luc Merenda, Adriana Russo, Lino Troisi, Donatella Damiani
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1981.

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Clio Goldsmith: Annie
Catherine Spaak: scrittrice
Donatella Damiani: padrona della pensione
Fernando Rey: editore
Luc Merenda: uomo della stanza
Adriana Russo: Ines
Lino Troisi: pensionato

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Regia Gianfranco Angelucci
Soggetto Gianfranco Angelucci, Liliana Betti
Sceneggiatura Gianfranco Angelucci, Liliana Betti, Eligio Herrera
Casa di produzione Vogue Film
Fotografia Jaime Deu Casas
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Riz Ortolani

dicembre 29, 2009 Posted by | Erotico | , , , , , , , | 3 commenti

Il fiore dai petali d’acciaio

Il fiore dai petali d'acciaio locandina

Non fosse per la sua estrema rarità e per il fatto che è passato in tv non più di tre volte, di Il fiore dei petali d’acciaio non parlerebbe nessuno, se non i cultori del genere thriller/erotico e gli appassionati di cine rarità.
Un film relegato quindi in un cantuccio, principalmente per le scene erotiche contenute, molto forti anche per un film di stampo prettamente giallo-thriller, come del resto indicato dal titolo, che ammicca per l’ennesima volta al precursore L’uccello dalle piume di cristallo.

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Paola Senatore e Pilar Velasquez

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Un film decisamente in tono minore, comunque, come ha avuto modo di constatare chi lo ha visionato.
Il plot è abbastanza semplice, anche se va detto che il suo svolgimento può anche spiazzare.
Un ricco e affascinante dottore, Andrea Valenti, ha una relazione con Daniela, una bella ragazza molto disinibita (scopriremo che ha anche una relazione lesbica con Lena); inoltre ha una relazione con una donna misteriosa.

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Ormai stanco della stessa, una sera provoca la morte della misteriosa donna durante una lite: è una morte involontaria, perchè il dottore, mentre la sta picchiando, fa cadere la donna su una scultura in acciaio raffigurante un fiore, con lunghi petali acuminati. Non sapendo cosa fare del corpo, il dottore decide di sezionarlo e farlo scomparire. Quello che non sa è che un misterioso testimone ha fotografato tutto e che quindi si appresta a ricattarlo.Intanto accade un altro fatto inquietante: Daniela è misteriosamente scomparsa.
La sparizione della ragazza non convince la sua sorellastra Evelyn, che decide di rivolgersi alla polizia; l’ispettore Garrano, a cui Evelyn racconta la storia, decide di indagare sulla vita, all’apparenza irreprensibile del dottor Andrea, e scopre così che l’uomo è sposato con una donna ricoverata da tempo in un ospedale psichiatrico, in quanto affetta da disturbi della sessualità.

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Ma la donna risulta irreperibile, in quanto, guarita, è stata dimessa dall’ospedale.
Ad aggravare la posizione del dottore arriva però l’improvvisa morte di Evelyn, anche lei uccisa con il famoso fiore dai petali d’acciaio. A questo punto l’ispettore ha la certezza che Andrea ha a che fare con la morte di Evelyn e la sparizione di Daniela. Può arrestarlo, ma il dottore si proclama innocente. C’è un altro colpevole? Ma chi è la donna misteriosa uccisa involontariamente? E perchè tutte le donne della storia sembrano legate a filo doppio?
Mi fermo quà con la trama.

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Film non privo di un suo fascino, Il fiore dai petali d’acciaio ha moltissimi buchi nella sceneggiatura, oltre ad essere molto lento e quasi noioso nel suo svolgimento, con scene splatter praticamente inesistenti mentre abbondano scene di sesso anche se mai esplicite. Tuttavia, pur non essendo certo un film da segnalare, non è inguardabile. La scoperta che si fa durante il film degli strani rapporti che ha avuto il dottore con le due vittime e con le altre donne della vicenda contribuisce quanto meno a tener desta l’attenzione dello spettatore, fino al finale debole, ma in linea con il racconto.

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Sicuramente interessanti, a livello visivo, le protagoniste, a cominciare da Daniela, interpretata da una giovane e fascinosa Paola Senatore, passando per Lena, la bellissima e sexy Pilar Velasquez per chiudere con Carroll Baker, impegnata in uno dei suoi abituali ruoli a metà strada tra il sexy e il drammatico, questa volta senza infamia e senza lode.
Gianfranco Piccioli, il regista, non si può definire certo regista attento, ma quanto meno mostra buona volontà e un minimo di padronanza della cinepresa; abbondano gli oggetti tipici anni settanta, le immancabili bottiglie di whisky, le mattonelle blu e bianche, i tappeti molto alti, tanto fumo e arredamenti che oggi farebbero la fortuna di un antiquario vintage.

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Nulla di particolare, quindi, siamo di fronte ad un prodotto che stiracchia la sufficienza, ma che può essere una festa per gli occhi per coloro che amano immergersi nelle tipiche atmosfere settantiane.

Il fiore dai petali d’acciaio, un film di Gianfranco Piccioli, con Gianni Garko, Carroll Baker, Ivano Staccioli, Pilar Velazquez, Paola Senatore, Angelo Bassi, Giuseppe Mattei, Eleonora Morana, Alessandro Perrella, Umberto Raho.Thriller Italia 1973

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Gianni Garko …     Dr. Andrea Valenti
Carroll Baker …     Evelyn
Ivano Staccioli …     Ispettore Garrano
Pilar Velázquez …     Lena
Paola Senatore …     Daniela
Umberto Raho …     Psichiatra
Alba Maiolini
Giuseppe Mattei
Eleonora Morana Sergente
Alessandro Perrella …     Poliziotto

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Regia: Gianfranco Piccioli
Prodotto da : Mauro Berardi, Riccardo Cerro
Musiche: Marcello Giombini
Cinematography :Antonio Borghesi
Film Editing :Attilio Vincioni
Production Design :Rita Sala,Enor Silvani
Costumi: Silvio Laurenzi

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dicembre 28, 2009 Posted by | Thriller | , , , , , | 2 commenti

Ursula Andress

Ursula Andress foto

Come ha confessato in una sua intervista di qualche tempo fa, Ursula Andress ha l’Italia nel sangue, nel destino e nella fortuna. Quel destino che le fece incontrare, da ragazza, ancora minorenne, un giovane italiano con il quale fuggì di casa per una fuga d’amore interrotta soltanto dai genitori, che la riportarono indietro. Sempre l’Italia anche nella carriera, con un terzo dei circa 50 film interpretati di provenienza italiana.

Ursula Andress Licenza di uccidere
Ursula Andress in 007 licenza d’uccidere

Ursula, bellezza straordinaria, altera, è nata a Berna nel 1936, e dopo una fulminea carriera da fotomodella, esordisce nel cinema a diciotto anni, nel 1954, nel celebre Un americano a Roma, del grande Steno, nel quale ha una piccola parte accanto al gigante Sordi, che si apprestava a diventare ormai una star del cinema italiano. La sua eccezionale bellezza non passa inosservata,

Ursula Andress Colpo in canna
Nel film Colpo in canna

tanto che in due anni gira altri tre film, La figlia di Mata Hari di Renzo Merusi, un brutto film ambientato in oriente sull’invasione giapponese delle isole del Borneo, seguito da La catena dell’odio di Piero Coschi e da Le avventure di Giacomo Casanova ,nuovamente diretta da Steno.
Se le doti recitative sono appena sufficienti, la Andress si distingue principalmente per una bellezza assolutamente straordinaria; ed è la bellezza a valerle un ruolo cinematografico che la consegnerà alla leggenda. Terence Young, che si appresta a dirigere 007 Licenza di uccidere, tratto dal romanzo di Jan Fleming Dottor No, la scrittura e le affida la parte di Honey Rider nel film da lui diretto.

Ursula Andress L'infermiera
L’infermiera

Ursula Andress La montagna del dio cannibale
La montagna del dio cannibale

La scena in cui Honey/Ursula esce dall’acqua, in un bikini succinto bianco, guardata con stupore da James Bond-Sean Connery, diventa una seconda pelle. Il film ha un successo straordinario, e lancerà anche al cinema il mito dell’agente segreto inglese con licenza di uccidere. Ma è anche la notorietà mondiale per Ursula: siamo nel 1962, e la ventiseienne attrice svizzera diventa di colpo una star. Hollywood la chiama a se; lavora in L’idolo di Acapulco, film del 1963 diretto da Richard Thorpe, al fianco di Elvis Presley, in I quattro del texas, nel ruolo di  Maxine Richter diretto da un altro grande di Hollywood, Robert Aldrich, in un film con un grande cast, che include Frank Sinatra, la nuova stella lanciata da Fellini Anita Ekberg, Dean Martin e Charles Bronson

Ursula Andress Letti selvaggi
La Andress in Letti selvaggi

e ancora in Sfida sotto il sole di John Derek, accanto allo stesso Derek, a Sammy Davis Jr. e a Robert Duvall. E’ proprio con  Derek il primo matrimonio dell’attrice: un matrimonio destinato a durare pochissimo, e che si concluderà nel 1966 con il divorzio dall’attore/regista. I film successivi, La dea della città perduta e Ciao Pussycat, una mega produzione diretta da Donner su soggetto di Woody Allen, brillante scrittore americano, conosciuto per la verve umoristica, riscuotono un buon successo; è sopratutto Ciao Pussycat a mostrare che l’attrice può anche entrare in cast e in film dal contenuto in stile commedia brillante.

Ursula Andress Sole rosso
Sole rosso

Infatti il suo lavoro successivo è L’uomo di Hong Kong, una scatenata commedia umoristica girata al fianco di Jean Paul Belmondo, ricca di colpi di scena.
Nel 1965, sempre più famosa, accetta di lavorare in uno dei film più sottovalutati degli anni sessanta, il visionario La decima vittima, di Elio Petri,tratto da The Seventh Victim di Robert Sheckley,romanzo a metà strada tra il fantascientifico e il surreale.

Ursula Andress Spogliamoci cosi senza pudor
Nella commedia Spogliamoci così senza pudor

La Andress è Caroline Meredith, una abilissima killer che deve uccidere la sua decima vittima per diventare campione di decatlhon; la sua ultima vittima, un indolente (tipico romano almeno nelle intenzioni di Petri) Mastroianni, che finirà per innamorarsi di lei, con tanto di matrimonio finale tra vittima e cacciatrice.
Ancora una volta va rimarcata una peculiarità dell’attrice: la sua straordinaria avvenenza fisica e la sua particolare bellezza le danno però un aspetto algido e freddo, che finiscono per caratterizzarsi in una scarsa mobilità del viso e in una espressione mimica limitata. E’ uno dei motivi per cui la Andress finirà, nella seconda parte della sua carriera, per partecipare a film di scarso valore.

Ursula Andress L'infermiera 2
Ancora un fotogramma da L’infermiera

Subito dopo il film di Petri, che ebbe scarsa fortuna per poi essere rivalutato nel corso del tempo come prodotto eccezionalmente innovativo, la Andress lavora in La caduta delle aquile, classico film bellico diretto da John Guillermin che narra le gesta di una pattuglia di aviatori impegnata nella Grande guerra, e successivamente in Operazione San Gennaro di Dino Risi, divertente commedia interpretata da Totò, Nino Manfredi, Senta Berger, Mario Adorf e Dante Maggio in cui i protagonisti cercano nientemeno che di rubare il tesoro di San Gennaro.

Ursula Andress- Acapulco

Acapulco

Nel 1967 Ursula torna nel cast di un film di James Bond, nel ruolo di Vesper Lynd; si tratta dello scombinato Agente 007 Casino Royale, un fiasco clamoroso a cui parteciparono i registi John Huston, Val Guest, Ken Hughes, Joseph McGrath e Robert Parrish e il cast ricchissimo che lo componeva, ovvero David Niven, Charles Boyer, William Holden, Deborah Kerr, Ursula Andress,Daliah Lavi, Peter Sellers, Woody Allen, John Huston, Joanna Pettet, Orson Welles, George Raft, Jean-Paul Belmondo, Jacqueline Bisset.

Ursula Andress I 4 moschettieri
I quattro moschettieri

La Andress si ritrovò su un set che sembrava preda di un isterismo di massa, causato dalla lite tra Peter Sellers e sua moglie Britt Ekland, che rivolse troppe attenzioni a Orson Welles, tanto che l’attore inglese fini per non rivolgere più la parola all’illustre collega attore e regista, con il risultato finale che i registi furono costretti a girare le scene che vedevano i due attori protagonisti in controcampo. Il film, una sgangherata parodia di James Bond si rivelò un fiasco, ma la Andress, per sua fortuna, aveva un ruolo limitato; dopo aver partecipato, nel 1968 a Le dolci signore e La stella del sud, l’attrice svizzera gira nel 1970 il curioso Colpo da 500 milioni alla National Bank (Perfect Friday) , nel quale compare completamente nuda, mentre nel 1971 è nel cast del western Sole rosso, con Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress, Toshiro Mifune, Capucine diretto da Terence Young; il film è un western atipico, in cui si assiste ad una strana alleanza tra un samurai e un fuorilegge per recuperare una spada che il samurai deve consegnare al Presidente degli Stati Uniti.

Ursula Andress La decima vittima
La decima vittima

Ursula Andress Scontro di titani
Scontro di titani

Anche questa volta la sua recitazione è sufficiente, ma nulla più. L’attrice ha 35 anni, quindi è nel pieno della maturità fisica; la bellezza è sempre notevole, ma il cinema inizia a riservarle le prime amarezze. In tre anni gira solo film leggeri, commedie allegre senza grosse pretese, come Africa Express, del 1975 accanto a Giuliano Gemma, l’erotico L’infermiera, classica commedia sexy degli anni 70 in cui però da modo di far apprezzare al suo pubblico il fisico assolutamente scultoreo che possiede, in una serie di nudi da antologia. Segue Spogliamoci così senza pudore, altra commedia sexy a episodi diretta da Sergio Martino, seguito da Safari express, questa volta diretta da Duccio Tessari, in cui ricostruisce la coppia formata con Giuliano Gemma con il quale aveva lavorato nel discreto Africa Express.

Ursula Andress La caduta delle aquile
Dove osano le aquile

Ormai l’attrice lavora stabilmente in Italia; infatti nel 1976 Enzo Castellari la chiama per lavorare in Le avventure e gli amori di Scaramouche, filmetto senza pretese e di scarso successo in cui è l’unica attrice di una certa fama a prendere parte al cast.Segue il buon thriller Doppio delitto, diretto da Steno, con la partecipazione anche di Agostina Belli, Peter ustinov e Marcello Mastroianni; segue il mal riuscito Colpo in canna , film del 1975, diretto da Fernando Di Leo, bizzarro tentativo da parte del regista pugliese di coniugare un poliziesco/thriller con i canoni della commedia ironica. Ancora una volta l’unica cosa degna del film è la bellezza sfolgorante della Andress, sempre ad altissimi livelli estetici.

Ursula Andress Casino royale
Casino Royale

Ursula Andress L'ultima chance
Ursula Andress in L’ultima chance

Il successivo La montagna del dio cannibale, diretto da Sergio Martino, nel quale è Susan Stevenson, una donna alla ricerca del marito, sperduto tra le foreste della Nuova Guinea infestata di cannibali. Un film di modesta levatura, ancora una volta; così come modesti sono i risultati di Letti selvaggi, film diretto da Luigi Zampa nel 1979, una delle ultime, stanche commedie all’italiana, costituito da otto episodi con protagonisti nomi di rilievo del cinema, come Monica Vitti, Sylvia Kristel e Monica Vitti, oltre ad un giovanissimo e surreale Roberto Benigni.
Questo può essere definito l’ultimo film importante in cui la Andress ha una parte da protagonista.

Ursula Andress What’s new Pussycat
What’s new Pussycat

Gira ancora I quattro moschettieri nel 1981 e Scontro di titani, una mega produzione a sfondo mitologico in cui ovviamente è chiamata a ricoprire il ruolo di Venere, dea dell’amore. Anche se ha 40 anni, l’attrice è ancora bellissima e avvenente, ma da quel momento il cinema le riserverà solo la partecipazione a Messico in fiamme del 1982; da quel momento in poi Ursula lavorerà in produzioni televisive, come Manimal e Love Boat, con l’eccezione rappresentata da Liberté, égalité, choucroute , film diretto da Jean Yanne nel 1985, ambientato durante la rivoluzione francese nel quale è Maria Antonietta, consorte di Michel Serrault/Luigi XVI.

In seguito lavorerà ancora in serie televisive, anche di fama come Falcon crest, Pietro il Grande, l’italianissimo Fantaghirò.
Se la carriera cinematografica della Andress non si può definire da grande star, la vita privata dell’attrice ha avuto invece proprio le caratteristiche della vedette, inseguita e fotografata per i suoi amori e le sue relazioni amorose, a cominciare da quella con il regista pigmalione Derek, passando per gli attori con cui ha avuto relazioni più o meno lunghe, come Jean Paul Belmondo, Warren Beatty, Ryan O Neal e Harry Hamlin, 20 anni più giovane di lei, con il quale ha avuto il figlio Dimitry.

Ursula Andress Doppio delitto
Doppio delitto

Come considerazione finale, si può dire che la bellissima attrice è oggi un mito più per le scene memorabili di 007 licenza di uccidere che per lo svolgimento della sua carriera; una carriera onorevole, in cui però manca l’acuto, il film importante, l’interpretazione memorabile.

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Ursula Andress Klassäzämekunft

Klassäzämekunft

Ursula Andress Colpo da 500 milioni

Perfect friday

Ursula Andress Fantaghiro 4

Fantaghirò 4

Ursula Andress L'uomo di Hong Kong

L’uomo di Hong Kong

Ursula Andress-Messico in fiamme

Messico in fiamme

Ursula Andress-Le dolci signore

Le dolci signore

Ursula Andress-Le avventure e gli amori di Scaramouche

Le avventure e gli amori di Scaramouche

Ursula Andress-La stella del sud

La stella del Sud

Ursula Andress-La dea della città perduta

La dea della città perduta

Ursula Andress-I 4 del Texas

I 4 del Texas

Ursula Andress-Fantaghirò 3

Fantaghirò

Ursula Andress-Cremaster 5

Cremaster

Ursula Andress Die Vogelpredigt

Die Vogelpredigt

Ursula Andress Man Against the Mob The Chinatown Murders

Man Against the Mob The Chinatown

Ursula Andress Banner filmografia

Liberté, égalité, choucroute (1985)
The Fifth Musketeer (1979)
Letti selvaggi (1979)
La montagna del dio cannibale (1978)
Doppio delitto (1977)
Le avventure e gli amori di Scaramouche (1976)
Africa Express (1976)
Safari Express (1976)
Spogliamoci così senza pudor (1976)
L’infermiera (1975)
Colpo in canna (1975)
L’ultima chance (1973)
Sole rosso (1971)
Perfect Friday (1970)
L’étoile du sud (1969)
Le dolci signore (1968)
Casino Royale (1967)
Once Before I Die (1966)
The Blue Max (1966)
La decima vittima (1965)
L’uomo di Hong Kong (1965)
What’s New Pussycat (1965)
She (1965)
Nightmare in the Sun (1965)
4 for Texas (1963)
Fun in Acapulco (1963)
007 licenza di uccidere (1962)
Le avventure di Giacomo Casanova (1955)
La catena dell’odio (1955)
Un americano a Roma (1954)

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dicembre 25, 2009 Posted by | Biografie | | 2 commenti

L’estate assassina

L'estate assassina locandina

L’estate assassina è la storia di una vendetta sognata da una donna, compiuta dal di lei marito ed eseguita, portata a compimento con freddezza verso persone che alla fine scopriremo essere innocenti.
Un plot intrigante, quindi, quello di L’etè meurtrier, L’estate assassina, film del 1983 diretto da Jean Becker.
L’azione si svolge in Francia, in una località del sud,in Provenza, nei primi anni settanta. Una strana famiglia arriva in un paese: ne fanno parte una donna di mezz’età,conosciuta come Eva Braun, di origine tedesca, un vecchio su una sedia a rotelle, la bella e misteriosa Elaine, chiamata Elle.

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Isabelle Adjani

Elle ha sin da piccola avuto grossi problemi psicologici: la madre le ha raccontato di aver subito violenza da tre camionisti di passaggio, cosa che l’ha fatta crescere rancorosa e colma di vendetta, oltre ad averle causato incubi e problemi esistenziali. Appena arrivata in paese, Elle suscita l’interesse dei giovani locali, ma lei dedica le sue attenzioni ad un giovane meccanico del posto, Florimond, che finirà per sposare. La madre del ragazzo mostra da subito la sua contrarietà: lei aveva tirato su il figlio con molti sacrifici, essendo il padre di Florimond morto da tempo. L’uomo le aveva lasciato, come unica eredità, la casa in cui abita e una vecchia pianola.

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In realtà è proprio l’innocuo strumento musicale il vero fulcro della storia; la madre di Elle aveva infatti raccontato molte volte alla figlia di essere stata violentata da tre camionisti che trasportavano una pianola.
Per cui Elle aveva sposato Florimond, figlio di uno dei tre trasportatori, per compiere la sua vendetta. Ma le cose andranno molto diversamente da come architettato dalla ragazza….
Difficile raccontare di più del film senza svelare completamente la trama, tra l’altro molto intricata; la pellicola si distingue inoltre per la complessità della sceneggiatura, basata su un romanzo, oltre che su una capacità di rappresentazione delle immagini ben più importante delle parole.

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L'estate assassina 4

Quello che più conta, per il regista, è l’ambientazione e la sfaccettatura complessa dei protagonisti del film. Elle, per esempio, appare come una ragazza che persegue, sin dall’inizio, un suo specifico scopo. Scopriremo che questo scopo è la vendetta, che si abbatterà però anche su vittime innocenti.
Un film complesso, non privo di fascino ma anche abbastanza ingarbugliato, che richiede necessariamente molta attenzione nei suoi passaggi cruciali. Gli attori recitano bene, sopratutto Isabelle Adjani, che nel 1983, all’epoca dell’uscita nelle sale cinematografiche di L’estate assassina, aveva lavorato principalmene per la Tv e in qualche film importante come Adele H, Driver e Nosferatu. L’attrice se la cava alla grande, dando un’aria imbronciata, sexy e impenetrabile al personaggio affidatole, Elaine “Elle”, finendo per surclassare i pur bravi compagni di set, fra i quali segnalo Alain Souchon, il Florimond marito della protagonista, Jenny Clève, la madre di Elle, Suzanne Flon,

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ovvero la vecchia Nine soprannominata la cognata.
Un film a tratti oscuro, carico di significati simbolici e allegorici, ben resi però visivamente dal regista Jean Becker,in Italia praticamente uno sconosciuto; echi di Hitchcock e musiche particolari pervadono il film, sin dall’apertura, con l’anziano che trascina stancamente la pianola. Da sottolineare anche lo stridente contrasto tra l’atmosfera idilliaca della Provenza francese, con le sue campagne morbidamente abbandonate sotto il sole, e la violenza che si scatenerà a breve, fino alla tragica conclusione.
Film davvero strano, particolare.

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L’estate assassina, un  film di Jean Becker. Con Isabelle Adjani, Suzanne Flon, Alain Souchon, François Cluzet  Titolo originale L’été meurtrier.  Drammatico,  durata 130 (123) min. – Francia  1983.

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L'etstae assassina banner protagonisti

Isabelle Adjani …     Eliane Wieck  ‘Elle’
Alain Souchon …     Florimond
Suzanne Flon …     Nina , ‘Cognata’
Jenny Clève    …     Signora Montecciari – la madre di Florimond
Maria Machado
…     Paula Wieck Devigne , ‘Eva Braun’ – madre di Eliane
Evelyne Didi …     Calamité
Jean Gaven    …     Leballech
François Cluzet
…     Mickey
Manuel Gélin …     Boubou
Roger Carel …     Henri alias ‘Henri IV’
Michel Galabru …     Gabriel Devigne – padre di Eliane
Marie-Pierre Casey La signora  Tussaud
Cécile Vassort …     Josette
Edith Scob …     La dottoressa

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Regia Jean Becker
Soggetto Sébastien Japrisot (romanzo)
Sceneggiatura Jean Becker e Sébastien Japrisot, dall’omonimo romanzo di Sèbastien Japrisot
Fotografia Étienne Becker
Montaggio Jacques Witta
Musiche Georges Delerue
Scenografia Jean-Claude Gallouin
Costumi Thérèse Ripaud

dicembre 23, 2009 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento