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Senza buccia

Senza buccia locandina

Quattro amici trascorrono le vacanze estive alle isole Eolie in Sicilia.
Sono i due fratelli Giuliano e Nora, ricchi e annoiati ragazzi della Lombardia bene, Barbara la fidanzata di Giuliano e il giovane e timido Daniele.
Quest’ ultimo è il classico ragazzo disinibito solo a parole; in realtà è ancora a digiuno di donne, un pò per la timidezza e un pò perchè sembra imbranato.

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Ilona Staller è Trella

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Lo dimostra il fatto che Nora, stufa di attendere il primo passo del giovane, molla tutto e se ne va con degli amici.
Il terzetto superstite un giorno incontra casualmente in mare una coppia di giovani scandinavi rimasti in panne con la loro barca; i due, naturisti convinti, accettano l’invito di Giuliano di aspettare nella villa dei suoi genitori l’arrivo di qualcuno che possa sistemare la loro imbarcazione.
Per Barbara, la ragazza di Giuliano, iniziano i problemi; Trella, la ragazza scandinava, va in giro nuda tutto il tempo e su di lei alla fine mette gli occhi il suo fidanzato.Barbara arriverà a tentare il suicidio, mentre nel frattempo nella villa arriva un’amica della famiglia di Giuliano; è Adriana, una bella e affascinante donna, che ben presto diventa l’ossessione di Daniele.

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Olga Karlatos è Adriana

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Lilli Carati è Barbara

Il giovane si innamorerà perdutamente della donna, che gli cederà prima di tornarsene a casa.
Senza buccia,di Marcello Aliprandi, ricavato da una sceneggiatura di Ugo Liberatore, è un banale filmetto senza grosse pretese; già il titolo è indicativo di dove si voglia andare a parare, ovvero in una mega sfilata di nudi integrali, una volta tanto anche maschili.
La storia è ovviamente quanto di più banale si potesse immaginare, ed è sviluppata senza grossa fantasia, anche perchè francamente c’era ben poco da inventari, oltre alla solita avventura del ragazzo con la donna matura e la solita bega amorosa tra fidanzati, questa volta culminata con un tentativo di suicidio.

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Tra le protagoniste femminili, ovvero Lilli Carati, che è Barbara, Ilona Staller, che interpreta Trella e la Olga Karlatos, che interpreta Adriana, l’unica a mantenere un livello decoroso di recitazione è proprio quest’ultima, che è anche l’unica a mantenere la buccia.
La stessa Karlatos è di gran lunga più seducente, vestita, della Staller e della Carati nude; va da se che la Staller figura praticamente solo come nudo itinerante, vista la sua assoluta mancanza di espressività.
Il film è girato nello splendido scenario dell’isola di Vulcano, nelle Eolie; mare stupendo e natura lussureggiante, che finiscono per essere uno dei motivi di interesse della pellicola.

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Per quanto riguarda i tre attori maschi, ovvero Maurizio Lupi, Juan Carlos Naya, Maurizio Interlandi, stendiamo un velo pietoso; a parte l’imbarazzante difficoltà di interpretazione, i tre sono molto a disagio nel ruolo dei naturisti.
Aliprandi, che veniva dal discreto successo del thriller soprannaturale Un sussurro nel buio mostra evidenti limiti con il genere erotico;siamo nel 1979, e tornerà sul set con il discreto Morte in Vaticano.

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Senza buccia, un film di Marcello Aliprandi, con Lilli Carati, Olga Karlatos, Ilona Staller, Maurizio Lupi, Juan Carlos Naya, Maurizio Interlandi, Taida Urruzola, Miki Vouk Erotico, Italia 1979

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Olga Karlatos     …     Adriana Berri
Juan Carlos Naya    …     Daniele
Maurizio Interlandi    …     Giuliano
Taida Urruzola    …     Nora
Miki Vouk    …     Bjorn
Ilona Staller    …     Trella
Lilli Carati    …     Barbara
Maurizio Lupi    …     Maurizio

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Regia Marcello Aliprandi
Soggetto Ugo Liberatore
Sceneggiatura César Fernández Ardavín
Fotografia Raúl Pérez
Montaggio Giorgio Serrallonga
Musiche Pino Donaggio
Scenografia Fernando Imbert
Costumi Jaime Pérez Cubero

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gennaio 26, 2010 Posted by | Erotico | , , , , | 8 commenti

Storie di vita e malavita

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Nel 1975 Carlo Lizzani, dopo aver diretto Mussolini ultimo atto, gira un film strutturato come un documentario sul losco e sporco mondo dello sfruttamanento minorile della prostituzione. Il titolo, Storie di vita e malavita, sembra anticipare il contenuto dello stesso, un viaggio attraverso più storie di ragazze che per svariati motivi entrano nel mondo della prostituzione, rimanendone fatalmente vittime.

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Sono storie di ragazze che vengono dal sud, quindi figlie di realtà particolarmente abbruttenti, oppure figlie della buona borghesia settentrionale, accomunate dall’età, dall’inesperienza e dalla fragilità; già dalle scene d’esordio si intuisce che il film di Lizzani non si limita solo alla denuncia, ma intende sferrare un colpo diretto all’ipocrisia e contemporaneamente denunciare il losco sottobosco di papponi, depravati e viziosi che ruota attorno al mondo del sesso.

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La prima storia, quella di una madre vestita da stracciona, che viaggia con la figlia minorenne fingendo di chiedere passaggi agli autotrasportatori, a cui poi offre la propria ragazza per 5000 lire è già il primo segnale di vite vissute in prossimità dell’inferno; un inferno fatto di miseria, squallore e mancanze di prospettive per una vita dinitosa.
Anche la seconda storia è una di quelle che parlano di miseria, di fame e emigrazione; la giovanissima Rosina, a cui è morto il padre in un incidente sul lavoro, arriva al nord per cercare lavoro. Si innamora di un giovane, Salvatore detto velluto, che la illude e poi la spinge, lentamente e inesorabilmente, sul sentiero della prostituzione, dove la ragazza sperimenterà la propria degradazione umana (davvero molto forte e disturbante la scena del cliente che intinge scarpe e pane nel bidet colmo di acqua lurida); quando tenterà di fuggire, per ritornare a casa in Sardegna, decisa ad accettare il destino che la vuole moglie di un uomo molto più anziano, verrà sfregiata dal suo amante.

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C’è poi la storia di Gisella, ragazza costretta a vivere in una famiglia dalla mentalità ristretta, educata in maniera eccessivamente repressiva dal punto di vista dell’educazione sessuale, finita per caso in un giro squallido e venduta al miglior offerente perchè vergine, c’è Daniela, prostituta per noia e per ribellione verso una famiglia che si disinteressa completamente di lei, presa com’è dalla sua vita oziosa e amorale, con un padre che frequenta ragazzine prostitute e una madre ninfomane.

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C’è la ragazza rimasta incinta, scaricata al nord per soffocare lo scandalo, che finirà per prostituirsi; le toglieranno il bambino e lei finirà in una struttura psichiatrica, ormai incapace di comunicare.
Storie terribili, di sfruttamento e di isolamento, di vite bruciate nel fiore degli anni; come la storia di Albertina, baby prostituta che “lavora” ovunque capiti, nel camerino di un grande magazzino dell’epoca o in una cabina telefonica o quella di Laura, che finirà sul marciapiede con l’unica compagnia di un cane, che verrà ammazzato da una banda di papponi.

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Tutte storie che ovviamente finiscono male, perchè non c’è uscita dall’inferno, o per le meno non un’uscita dignitosa, ma solo degradante; l’unica storia a concludersi diversamente è proprio quella inziale. La madre che fa prostituire per bisogno la figlia, in collaborazione con quest’ultima, ucciderà un pappone che taglieggiava le due donne.

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Film molto amaro e pessimista, questo di Lizzani; se un limite c’è, è da ricercarsi nella recitazione spesso dilettantistica dei protagonisti, sicuramente voluta dal regista per far assomigliare il film ad un documentario. Il che provoca ovviamente problemi di leggibilità dello stesso film, che spesso si smarrisce in bilico tra la cronaca e la necessità di mantenere comunque la stuttura narrativa del film.
Le storie sono angoscianti, purtoppo anche molto vicine alla realtà; le cronache di quegli anni (siamo nel 1975) non differiscono dalle nostre; la crudeltà, lo sfruttamento e l’emarginazione sono sempre uguali. Sono solo cambiati gli schiavi. Oggi la nuova schiavitù viene dall’Europa dell’Est, piuttosto che dall’America latina o dall’Africa.

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Lizzani anticipa i tempi con un’opera dignitosa e coraggiosa, pur piena di difetti e imperfezioni.
La denuncia è dura e circostanziata, le storie reggono pur nel limite citato delle interpretazioni del cast, spesso a livello dilettantistico; un’opera comunque molto forte, spietata a tratti, che è davvero conosciuta dai pochi che la videro nei cinema dell’epoca.

L’argomento trattato, il divieto ai minori, hanno fatto si che la pellicola sprofondasse nell’oblio. Oggi gira una versione Dvd della Rarovideo di qualità molto bassa, come testimoniato dalle foto che vedete nella galleria; comunque resta un film da vedere, perchè rappresenta uno spaccato ai più ignoto dei vizi anni settanta, della morale ipocrita e perbenista dell’epoca e dei costumi sessuali degli italiani.

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Storie di vita e malavita, un film di Carlo Lizzani, con Cinzia Mambretti,Cristina Moranzoni, Annarita Grapputo, Anna Curti, Danila Grassini, Lidia Di Corato, Nicola Del Buono, Lidia Costanzo, Sergio Masieri, Arturo Corso, Flora Saggese.Drammatico, Italia 1975

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Nicola de Buono: Velluto
Mario Mattia Giorgetti:
Franca Aldrovandi: la psicologa
Enzo Fisichella: giudice
Mimmo Craig: capo dell’agenzia
Domenico Seren Gay: cliente
Anna Curti: Antonietta Barni
Cinzia Mambretti: Rosina
Cristina Moranzoni: Gisella
Lidia Di Corato: Laura
Danila Grassini: Albertina
Annarita Grapputo: Daniela
Susanna Fassetta: ragazza dell’autostop
Bianca Verdirosi: altra ragazza dell’autostop
Giuliana Rivera: madre di Gisella
Franca Mantelli: padrona della “casa”
Paola Fajola: madre di Daniela
Sandro Pizzocchero: Alberto

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Regia Carlo Lizzani
Sceneggiatura Mino Giarda, Carlo Lizzani
Produttore Carlo Maietto
Produttore esecutivo Carlo Maietto
Casa di produzione Thousand cinematografica
Distribuzione (Italia) Thousand cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Franco Fumagalli
Costumi Lia Morandini

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gennaio 25, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | 2 commenti

Il thriller all’italiana

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Uno dei generi cinematografici più seguiti, e di conseguenza più remunerativi, nella storia del cinema italiano è il giallo all’italiana, ribattezzato con il solito termine riassuntivo inglese “thriller”, divenuto poi un clichè appiccicato a tutte le produzioni che spaziavano dal giallo al noir con la denominazione “thriller all’italiana”
Parafrasando la Genesi, all’inizio fu Bava; il regista ligure, a lungo considerato dalla critica miope un regista buono solo per i b movie, diresse nel 1962 il giallo La ragazza che sapeva troppo: era la prima volta che sullo schermo arrivavano contaminazioni tra generi diversi, ovvero il giallo classico, l’horror e persino il sentimentale, rappresentato dalla storia d’amore tra i protagonisti.


Un fotogramma dal film Gatto nero (Black cat) di Lucio Fulci

La casa con la scala nel buio
Scena tratta da La casa con la scala nel buio, di Lamberto Bava

Il film caratterizzato da una fotografia sontuosa, che diverrà il marchio di fabbrica di Bava, pur risentendo di una recitazione debole, fissò i paletti di quella che sarebbe diventata poi la produzione seriale di tantissimi film basati sul canovaccio assassino/morti/sangue, un trittico a cui si aggiungerà nel corso degli anni, sopratutto nel decennio settanta, un pizzico più o meno abbondante di erotismo.
Quando nel 1964 Bava diresse 6 donne per l’assassino, film di ben altro livello in confronto a La ragazza che sapeva troppo, il regista fissò un altro tassello nei canoni del genere; l’uso di una fotografia a colori molto carica, quasi saturata, che sembrava riprendere il gotico pre anni sessanta, ancora pieno di mostri di ogni genere, spesso ricavati da opere letterarie, come Frankenstein o Dracula.


Gatti rossi in un labirinto di vetro, di Umberto Lenzi


Carroll Baker e la Stewart in Il coltello di ghiaccio, di U.Lenzi

Un altro elemento di novità fissato dal grande Bava è la presenza, costante, dell’assassino: è sempre quasi invisibile, irriconoscibile, fino al colpo di scena finale. Uccide spesso donne, in maniera efferata, per svariati motivi. Interesse o lussuria, odio o altro, la vittima sacrificale è quasi sempre di sesso femminile.
Il genere inaugurato da Bava resta in incubazione per qualche anno; la morale corrente non permette ancora l’uso di immagini troppo cruente, così come una delle caratteristiche peculiari del thriller all’italiana, il nudo femminile utilizzato sopratutto nelle scene pre morte o pre agguati è ancora quasi inesistente per motivi censori.

Il medaglione insanguinato
Scena tratta da Il medaglione insanguinato, di Massimo Dallamano


La corta notte delle bambole di vetro, di Aldo Lado

L’anno in cui inzia la diffusione più importante dei primi prodotti del filone è il 1968; il regista Romolo Guerrieri dirige Il dolce corpo di Deborah, che racchiude tutti gli elementi citati come archetipi.
Il plot racchiude il classico triangolo lui-lei l’altra, la cospirazione diabolica, la vittima predestinata, qualche timida apparizione di nudo. Carroll Baker e Evelyn Stewart mostrano timidamente seni e profili nudi, la trama mescola e contamina horror e sadismo, colpi di scena e menti diaboliche, pathos e sangue. Gli ingredienti ci sono tutti ormai, il genere è pronto per iniziare la sua avventura.


La morte ha sorriso all’assassino, di Aristide Massaccesi (Joe D’Amato)

Dall’altra parte dell’oceano, in maniera assolutamente indipendente, il regista Polanski crea Rosemary’s baby, che nella trama, nello sviluppo e nelle situazioni sembra essere una specie di manifesto del giallo horror; alcuni registi italiani metabolizzano il tutto, fanno tesoro e aspettano il momento propizio.
Sempre nel 1968 esce un altro film a forti connotazioni thriller: si tratta di La morte ha fatto l’uovo, un bizzarro esperimento che coniuga il giallo ad una spruzzatina di eros contaminandolo con una trama noir; il risultato è altalenante, ma il successo del genere è ormai assicurato.


Femi Benussi in Nude per l’assassino, di Andrea Bianchi

Nel 1969 infatti ancora Bava ci riprova con Il rosso segno della follia, imbastendo una storia “forte”, con omicidi in serie operati da un colpevole che conosciamo sin dagli inizi. Un ribaltamento di situazioni, ancora una volta, e un nuovo canone da gestire. Chi l’ha detto che un film non possa partire al contrario, seguire cioè l’evoluzione di una mente malata sapendo in anticipo a chi appartiene?
E’ il 1970 però l’anno fondamentale per lo sviluppo e l’affermazione del genere.


La sanguisuga conduce la danza, di Alfredo Rizzo

Coincide con l’uscita nelle sale di L’uccello dalle piume di cristallo, di Dario Argento, che ne cura anche soggetto e sceneggiatura. Il film contiene molti elementi di novità, che si coniugano alla perfezione con una tama elaborata e ricca di colpi di scena. L’uso sapiente della ripresa in soggettiva, che da allora sarà ripresa in molti altri film del filone, si mescola alla capacità innovativa di Argento di creare atmosfera attraverso l’uso alchemico di musica, immagini e pathos, che arriveranno a toccare la vetta con Profondo rosso, probabilmente il giallo/thriller meglio riuscito della storia del cinema italiano.
Il grandissimo successo del film funziona da detonatore: tutti iniziano a scrivere soggetti in tema, molti produttori fiutano l’affare e non lesinano finanziamenti a registi che sottopongono loro dei copioni gialli.


Anita Strindberg in Una lucertola con la pelle di donna, di Lucio Fulci

Nascono così decine di film che riecheggiano, in qualche modo, il titolo del film di Argento, in modo da caratterizzare presso il pubblico il loro prodotto; sarà una costante anche degli anni a venire, che si allargherà ad altri prodotti, come i decamerotici, nati dal successo del Decameron di Pasolini, dal filone conventuale, da quello militare (dottoresse, colonnelli ecc)  e via discorrendo. Molti prodotti sono validi, molti altri di discreta fattura, la maggior parte scadenti: non può essere altrimenti, perchè le ragioni di cassetta spesso inducono i produttori ad assoldare registi o attrici di scarso valore, quando anche di valore nullo.

Il solito Bava ci riprova con  5 bambole per la luna d’agosto, questa volta fallendo clamorosamente il bersaglio con un film scontato, che lui stesso metterà tra i più brutti della sua carriera; non sarà l’unico a bucare clamorosamente un film, come del resto inevitabile, quando ci si trova a doversi confrontare con le regole del mercato, con i diktat dei produttori, con sceneggiature imposte, con cast costruiti a seconda delle necessità del momento del budget e via discorrendo.


Cosa avete fatto a Solange?, di Massimo Dallamano


La sorella di Ursula,
di Enzo Milioni

E’ il momento di dare un’occhiata alla filmografia dei registi più importanti del genere, citando, di volta in volta, i prodotti più riusciti del genere.
Uno dei registi che meglio coltivò il genere, con risultati decisamente soddisfacenti fu Umberto Lenzi, autore di Così dolce… così perversa (1969), Orgasmo (1969), Paranoia (1970), il trittico girato in poco più di due anni con la costante dell’attrice principale, Carroll Baker. Il successo della trilogia portò Lenzi a giare anche il debolissimo Un posto ideale per uccidere, con la giovanissima Ornella Muti e con Ray Lovelock come protagonista maschile, Il coltello di ghiaccio (1972), ancora con la Baker come protagonista, unitamente a Evelyn Stewart e Sette orchidee macchiate di rosso (1972),Spasmo (1974) e infine Gatti rossi in un labirinto di vetro (1975), prima di passare ad un altro redditizio filone, quello del poliziesco all’italiana, in gergo tecnico poliziottesco.


Pierre Clementi, protagonista di La vittima designata di Maurizio Lucidi

Ovviamente non si può parlare di thriller senza citare Dario Argento, che negli anni settanta dettò legge nel filone, grazie a film come il citato L’uccello dalle piume di cristallo, a Il gatto a nove code, 4 mosche di velluto grigio, Profondo rosso e Suspiria, che rappresenta una ulteriore evoluzione, la contaminazione tra thriller, horror e soprannaturale.
I film di Argento sono i più visti, i più ammirati e ovviamente anche i più copiati; le innovazioni del regista romano fanno scuola, e diventano il punto di riferimento di molti registi del genere thriller.
Un altro regista da citare, per il contributo determinante dato al filone giallo è Lucio Fulci, che propose prodotti innovativi, come Una lucertola con la pelle di donna, thriller onirico e visionario venato di erotismo, Non si sevizia un paperino, ottimo lavoro assecondato da un bel cast, nel quale spiccano nuovamente la Bolkan, già protagonista della lucertola, Thomas Milian e Barbara Bouchet, per giungere al noir paranormale, Sette note in nero, forse il suo lavoro più equilibrato.


Eva Czemerys, protagonista del film L’arma, l’ora e il movente, di Francesco Mazzei

Nel 1969 lo stesso Fulci aveva fatto da apripista con l’ottimo Una sull’altra, un film che ebbe parecchi guai con la censura, sia per la presenza di scene sexy sia per la trama morbosa. Accanto a Fulci va citato Enzo Miraglia, autore di due buoni lavori, La dama rossa uccide sette volte (1972), caratterizzato da una trama ben elaborata e da un cast all’altezza e La notte che Evelyn uscì dalla tomba (1971), forse più debole strutturalmente ma sempre di buon livello.
Scorrendo gli almanacchi cinematografici alla ricerca di registi di gialli, spesso ci si imbatte in registi come Duccio Tessari, assolutamente poliedrici, che si sono cimentati in svariati campi; nel settore giallo di lui vanno citati La morte risale a ieri sera (1970) e Una farfalla con le ali insanguinate (1971), opere discete ma nulla più, oppure nel nome di Giuseppe Bennati, autore del debole L’assassino ha riservato nove poltrone (1974)

L'iguana dalla lingua di fuoco
L’iguana dalla lingua di fuoco di Riccardo Freda


Murderock, di Lucio Fulci

Decisamente improntata al giallo la produzione di uno dei più fecondi registi italiani, Sergio Martino, che diresse Lo strano vizio della signora Wardh (1971), thriller con venature erotiche che lanciò la bella Edwige Fenech, che lavorò anche nei successivi Tutti i colori del buio (1972) e  Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972), prima che il regista girasse I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973), ultimo suo contributo al genere thriller.
Accanto ai citati registi, che decretarono la diffusione del genere elevandolo anche di rango, nonostante i pareri molto negativi della critica dell’epoca, sempre poco attenta al cinema italiano e ai suoi forti elementi di novità, vanno citati assolutamente prodotti e registi che tirano fuori opere originali e interessanti.
Dopo un omaggio ad uno dei film più belli della storia del cinema italiano, La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, innovativo e intelligente prodotto realizzato con pochi soldi e tante idee,
citerei tra i registi Massimo Dallamano, autore dell’ottimo Cosa avete fatto a Solange?


Nero veneziano, thriller/horror diretto da Ugo Liberatore

Armando Crispino, regista di L’etrusco uccide ancora (1972), gran bel thriller caratterizzato da tensione latente, senza eccessivo uso di sangue e splatter, autore anche del visionario Macchie solari (1974), contaminazione del giallo con l’horror e il paranormale, Aldo Lado, autore di due pilastri fondamentali come Chi l’ha vista morire (1972) e L’ultimo treno della notte (1975), opere affascinanti anche se diversissime come tematiche e del mediocre La corta notte delle bambole di vetro (1971).
Ancora, occorre citare Tonino Valerii che nel 1972 diresse l’ottimo Mio caro assassino, uno dei gialli meglio congegnati, Sergio Sollima, autore di Il diavolo nel cervello (1972), Luciano Ercoli, regista di La morte accarezza a mezzanotte, La morte cammina con i tacchi alti, e poi ancora Mario Caiano, Silvio Amadio….


Orgasmo, di Umberto Lenzi

Il genere ebbe quindi una vasta diffusione, oltre a numerosi proseliti; servì inoltre da trampolino di lancio per attrici e attori che ne ricavarono vasta popolarità oltre che scritture per altri generi di film; il giallo, con la commedia sexy e il poliziottesco, fu il genere completamente autoctono con più spettatori in assoluto, complice anche la mancanza totale di concorrenza.
Sino al 1976, probabilmente l’ultimo anno dell’età dell’oro del cinema, la mancanza della Tv, che si limitava a trasmettere sui canonici canali di stato pochi film alla settimana, peraltro abbondantemente datati, permise al cinema di godere ancora dell’afflusso massiccio di spettatori.


La bellissima Susan Scott in Passi di danza su una lama di rasoio, di M. Pradeaux

Il thriller arrivò come popolarità e quindi come audience a tirare fino al 1977, quando un’insieme di più fattori ne decretò se non la scomparsa, la drastica riduzione delle opere girate; uno di questi fu la comparsa delle commedie erotiche, che pian piano finirono per soppiantare le commedie sexy, un altro motivo è quello citato dell’avvento delle tv private, che portarono alla nascita di una miriade di emittenti che programmavano e sfornavano, a getto continuo, centinaia di pellicole al giorno, con la drammatica conseguenza di far calare paurosamente il numero di spettatori nel cinema.

Quella villa accanto al cimitero
Quella villa accanto al cimitero, thriller/horror di Fulci

Fattori ve ne furono altri, ma sicuramente meno importanti di questi; naturalmente il genere non scomparve del tutto, anzi.
Molti registi continuarono a lavorare sul genere thriller, ne nacquero degli altri, accanto agli ormai collaudati nomi di lenzi, Fulci, Argento & c; ma l’epoca d’oro era ormai definitivamente tramontata, e il thriller mutò pelle, diventando sempre più estremo nei contenuti e nelle immagini.
Il sexy prese sempre più il sopravvento, mentre lo splatter divenne uno dei cardini degli stessi film; malinconicamente, anche per il genere arrivò il tramonto, fino alla sua scomparsa quasi definitiva agli albori degli anni novanta.


Una splendida Erika Blanc, protagonista di Cosi dolce cosi perversa, di Lenzi

Il giallo/thriller all’italiana è stato uno dei prodotti più snobbati dai critici; i soloni del cinema hanno sempre storto il naso davanti alle opera di Fulci, di Lado e altri, limitandosi ad una tiepida accoglienza solo per Dario Argento, arrivando persino ad etichettare Bava come maestro del B movie.
Il solito atteggiamento miope che non deve stupire; sono gli stessi critici che esaltano Tarantino, per esempio, e che sono diventati rossi di vergogna quando lo stesso ha esaltato Bava come maestro e come suo principale ispiratore.
I casi si sono ripetuti, sopratutto ultimamente; anche registi come Scorsese hanno omaggiato, pubblicamente, registi italiani poco considerati dalla critica ufficiale.


Carroll Baker e Jean Sorel in Paranoia, sempre di Lenzi

Il che non può che rallegrare, sapendo che finalmente viene resa giustizia ad un’epoca cinematografica che fu la più creativa dell’intera storia cinematografica italiana, e che ha consegnato alla stessa opere di assoluto livello, ancorchè ormai impolverate e in attesa di una riscoperta.

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Mimsy Farmer nell’ottimo Il profumo della signora in nero, di Francesco Barilli


Una farfalla con le ali insanguinate, di Duccio Tessari


Barbara Bouchet in La dama rossa uccide sette volte, di Enzo Miraglia


Angela Covello in I corpi presentano tracce di violenza carnale, di Sergio Martino


La morte della dottoressa Ullman, Macha Meryl in Profondo rosso di Dario Argento


Reazione a catena,
di Mario Bava


L’ultimo treno della notte,
di Aldo Lado

Annie Belle in La casa sperduta nel parco, di Deodato


Barbara Bouchet
in La tarantola dal ventre nero di Paolo Cavara

Ancora Barbara Bouchet in Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci


Buio Omega, di Joe D’Amato


Dominique Boschero in Chi l’ha vista morire, di Aldo Lado

Filmscoop, il blog di Paul Templar

gennaio 21, 2010 Posted by | Biografie | | 2 commenti

Cara dolce nipote

Cara dolce nipote locandina

Il cavalier Corrado è il vedovo inconsolabile della bellissima Laura; vive nel ricordo della donna, conservandone gelosamente anche i vestiti ed evitando di frequentare persone di sesso femminile.
Il suo personale microcosmo entra in crisi con l’arrivo della bella e disinibita Daniela, che con le sue forme, ma sopratutto con la sua malizia, crea forti turbamenti nello zio.

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Ursula Heinle

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Femi Benussi

La ragazza ben presto viene spiata da Corrado, ma non solo; suscita l’interesse di Franco, un semplice addetto all’aeroporto che si spaccerà, con la ragazza, per un pilota a caccia di gonne, un maturo e raffinato don Giovanni che beve champagne.
L’uomo, che tenta subito di agganciare la ragazza, non è altro che un tipo qualsiasi, che ottiene gli nici successi in campo amoroso con la procace cameriera di Corrado, la bella Marietta; per conquistare Daniela, usa una bambola gonfiabile e voci registrate per dare a intendere la sua abilità di conquistatore.
Nel frattempo Corrado è sempre più turbato dalla nipotina, che dal canto suo, non disdegna di mostrarsi nuda sotto la doccia, e in atteggiamenti ammiccanti.

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La ragazza, con il suo comportamento disinibito, crea anche qualche imbarazzo al maturo zio, che è costretto ad intervenire per proteggerla, come quando Daniela finisce in un party a base di droghe.
Alla fine, la ragazza, stufa del comportamento dello zio, sempre ossessionato dal ricordo di Laura, che in effetti non era un modello di serietà matrimoniale, come confesserà l’uomo alla ragazza, finisce per prendere in mano la situazione, portando via dalla casa dello zio tutti i vestiti della defunta, eliminando così alla radice il feticcio che costringeva Corrado a non guardare le altre donne.

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Femi Benussi

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Ursula Heinle

Così a Corrado e Franco non resta altro da fare che consolarsi con la disponibile Marietta, mentre Daniela va via con un pilota che la corteggiava.
Cara dolce nipote è un tentativo di creare una commedia che ricalchi i qualche modo la trama di Malizia, coniugandola con quella di Grazie zia e di tanti altri B movie che popolarono il cinema italiano degli anni settanta.
Una commediola senza pretese, anche garbata se vogliamo, perchè l’elemento erotico è limitato solo alla visione delle belle nudità della sconosciutissima Ursula Heinle, rimasta tale anche dopo il film, visto che dopo l’esperienza con questo film scomparve nel nulla. L’altra protagonista è la bella Femi Benussi, che nel 1977, data di uscita del film, aveva 32 anni ed era nel pieno della bellezza e della maturità.

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Il regista, Andrea Bianchi, specialista in commedie a sfondo sexy (ricordiamo per esempio La moglie siciliana e La moglie di mio padre) se la cava senza imbarazzi, pur nell’estrema limitatezza di una sceneggiatura molto semplice.
Il film è gradevole, niente di più: mancano le scurrilità tipiche dei prodotti di fine anni settanta, non ci sono le solite scene di sesso simulato, ci sono solo le rotondità della Heinle e quelle ridottissime della Benussi , quattro qttori, o megli cinque, contando la figura marginale del pilota con cui va via la ragazza e nient’altro.
Onestamente fare di più con un cast risicato e senza soldi era davvero sperare troppo
Il film è girato tra Milano e Sesto San Giovanni.

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Cara dolce nipote, un film di Andrea Bianchi. Con Femi Benussi, Lucio Flauto, Ursula Heinle, Francesco Parisi Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.

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Ursula Heinle … Daniela
Femi Benussi … Marietta
Francesco Parisi … Franco
Lucio Flauto … Corrado

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Regia Andrea Bianchi
Sceneggiatura Piero Regnoli
Produzione Gabriele Crisanti,Vincenzo Genesi,Giuliano Simonetti
Musiche Elsio Mancuso
Fotografia Franco Villa
Montaggio Mariano Arditi

gennaio 19, 2010 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

Fraulein Kitty

Durante l’occupazione nazista della Francia, nel 1943, i capi delle SS per spiare ufficiali e semplici graduati dell’esercito, allo scopo di individuare spie o semplici insoddisfatti del regime, organizzano un bordello ambulante, utilizzano un treno diretto in Germania, che riporta a casa i militari.
L’organizzazione del tutto è affidata a Kitty Ackermann, una spietata prostituta, che non esita a far uccidere coloro che in qualche modo si macchiano di colpe più o meno gravi nei confronti del Reich. Kitty, amante del maggiore Franz Holbach, usa il pugno di ferro: ama anche sedurre i giovani soldati, eliminandoli subito dopo.

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Malisa Longo

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Tra le ragazze del treno, ingaggiate per tenere occupati piacevolmente i militari, c’è Liselotte, una giovane tedesca che lavora anche come spia; il suo compito è esattamente lo stesso di Kitty, solo che agisce per motivi diametralmente opposti. Lei deve individuare, infatti, tutti coloro che per un motivo o per l’altro, sono stanchi del regime nazista, per farli diventare cospiratori in clandestinità. La ragazza si innamora, ricambiata, proprio del maggiore Holbach, che è ormai disilluso dalla politica nazista, e che aderisce ben presto alle idee della ragazza.

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Durante il viaggio, il convoglio viene attaccato dai clandestini, mentre è ancora in territorio francese: i due amanti tentano così la fuga, ma vengono raggiunti dalla spietata Kitty, che uccide con un colpo di pistola Liselotte. Un partigiano fa giustizia.
Fraulein Kitty (conosciuto anche come Elsa fraulein SS ) è un film da inserire nel genere nazisploitation, anche se diverge dalla totalità del filone d’appartenenza per la mancanza di cruente scene di tortura, tipiche dei film che caratterizzarono questo specifico genere.
Una spruzzata di sesso, qualche scena di nudo, e un teno che corre per le campagne della Francia, un pizzico di suspense legata ai giochi clandestini dei partigiani da un lato e dagli spioni di Fraulein Kitty Ackermann dall’altro e poco più.

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Evidente il tributo al più celebre Salon Kitty di Tinto Brass, film capostipite (involontario) del florido filone nazi; sin dal titolo il richiamo all’opera di Brass, datata 1975, Fraulein Kitty ricalca pedissequamente Salon Kitty. C’è l’ex prostituta che gestisce il tutto, con la differenza che in salon Kitty la maitresse non era in uniforme; c’è la centrale di ascolto usata non per ricatto ma solo come arma difensiva.
Ci sono i buoni (Liselotte, il maggiore), i cattivissimi, ovvero la Kitty Ackermann: tutto secondo copione per un film che non presenta particolari motivi di interesse, vista la trama molto scontata, i dialoghi abbastanza monotoni e la parata di bellezze scarmigliate.

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Unico vero motivo di interese del film è la presenza della bellissima Malisa Longo, attrice di buone qualità spesso relegata in ruoli di secondo piano: in Fraulein Kitty ha la parte della protagonista, e la rende bene, facendosi apprezzare anche per la florida bellezza, esposta con generosità.
Nella mediocrità più aurea il resto del cast, che comprende il poco espressivo Olivier Mathot, il tormentato Holbach, Claudine Beccarie, destinata ad una poco onorevole carriera nel cinema porno e la bella Patrizia Gori, un’altra attrice dalle discrete doti poco utilizzate nel cinema o meglio, mal sfruttate.

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La regia di Patrice Rhomm, regista presso che sconosciuto ai più, è piatta e uniforme, senza alcun guizzo creativo. Rhomm, che diresse il duo Longo- Gori anche in Helga la lupa di Spilberg, diresse giusto qualche filmetto senza particolari ambizioni

Fraulein Kitty, un film di Patrice Rhomm, con Claudine Beccarie, Patrizia Gori, Malisa Longo, Jules Mathau, Pamela Stafford,Olivier Mathot, Italia 1977

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Malisa Longo …     Kitty-Elsa Ackermann
Olivier Mathot …     Maggiore  Frantz Holbach
Patrizia Gori …     Liselotte Richter
Pamela Stanford    Gundrun, la cantante
Claudine Beccarie
Erik Muller
Rudy Lenoir    …     Generale von Glück
Jean Le Boulbar    …     Werner
René Gaillard    …     Mheim
Thierry Dufour    …     Disertore
Nadine Pascal
Roger Darton    …     Heim
Daniel White    …     Ufficiale al piano
Dany Chennevieres
René Douglas    …     Ufficiale Ss

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gennaio 18, 2010 Posted by | Erotico | , , , | Lascia un commento

Riavanti,marsch….

A vent’anni di distanza dal servizio militare, cinque ex soldati vengono richiamati, per quaranta giorni in caserma, per apprendere l’uso di missili teleguidati.
Ognuno di loro, in vent’anni, ha avuto alterna fortuna.
Giovanni Crippa è stato il più fortunato, perchè è diventato un industriale: anche se per lui i problemi non mancano, afflitto com’è da una moglie che lo cornifica e da un’amante sanguisuga; Alessio invece , nonostante tre lauree, è rimasto un intellettuale di sinistra, che sogna la rivoluzione e vive da precario con una signora russa, Matrioska; poi c’è Francesco Paternò, nobile siciliano, barone per l’esattezza, tormentato dall’incubo che la giovane moglie possa cornificarlo.

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Paola Quattrini e Renzo Montagnani

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Carlo Giuffrè, Alberto Lionello, Stefano Satta Flores

Infine, Otello, che non ha fatto fortuna, vive sul GRA di Roma con un camper che gli viene sequestrato vendendo panini alla porchetta e cocomeri e Pietro, anonimo marito di una parrucchiera, uomo però felicemente sposato.
Le diverse personalità, le diverse vite vengono così riportate assieme dalla naia; per i cinque sarà un po come ritornare ai vent’anni, e l’occasione servirà per riannodare i rapporti fra di loro ma non solo.
Tra scherzi di ogni genere e angherie da parte del solito colonnello dispettoso, che li costringe a scavare un’inutile bunker, i cinque troveranno il modo di stare una svolta alla loro vita.

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Alberto Lionello e Sandra Milo

Giovanni ritroverà l’amore e la possibilità di liberarsi di moglie e amante grazie all’incontro con una sua vecchia fiamma, Zaira, ex prostituta che gestisce una pompa di benzina, donna dal cuore grande e dai sentimenti autentici; Francesco, il barone, ritroverà la giovane moglie e quindi la sua tranquillità, Pietro scoprirà di avere avuto durante il periodo militare una figlia, otterrà un lavoro da Giovanni, mentre Alessio, scapolone convinto che tutte le donne siano delle poco di buono, troverà l’amore e un nuovo camper grazie alla generosità di Giovanni.

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Carlo Giuffrè e Adriana Russo

Anche Alessio avrà la sua parte di gloria trovando finalmente l’amore.
Riavanti marsch, film di Luciano Salce del 1979, è una commedia amarognola che prende un po qua e un po la temi portanti di altri film: evidente il tributo ad Amici miei, almeno nella parte ironica degli scherzacci e dell’amicizia tra reduci, come è ancora più evidente il tributo a C’eravamo tanto amati nella parte nostalgica degli amici che si ritrovano dopo tanti anni, con un bagaglio di esperienze molte delle quali negative.

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Silvia Dionisio

Alla fine il risultato è un ibrido molto modesto; Salce non graffia, forse perchè indeciso sul tono da dare al film.
Amici miei era graffiante, ironico e dissacrante, C’eravamo tanto amati nostalgico e malinconico: Riavanti marsch resta in bilico tra tutte queste caratteristiche, puntando però sullo sberleffo, tentanto anche la via drammatica, come nel caso della storia di Pietro, che troverà una figlia della quale ignorava l’esistenza.
Ma il tono dato al tutto resta leggero, quasi Salce avesse esaurito quella sua carica ironica, dissacrante che ne aveva caratterizzato la produzione precedente: così il film resta nelle intenzioni, limitandosi a far sorridere di volta in volta, sopratutto negli scherzacci da caserma, tralasciando invece le storie personali dei cinque che avrebbero meritato ben altro sviluppo.

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Olga Karlatos

Succede quando non si sposa una sceneggiatura originale, ma ci si limita al compitino in classe.
Il che è un vero peccato, tenendo conto anche del cast di buon livello che il regista chiamò a recitare: si va da Renzo Montagnani a Aldo Maccione, da Carlo Giuffrè a Stefano Satta Flores, oltre a Gigi Reder, Alberto Lionello (forse il più convincente di tutti), le bellissime Olga Karlatos e Silvia Dionisio, Paola Quattrini, Sandra Milo e Adriana Russo, Annamaria Rizzoli e Carmen Russo.

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Silvia Dionisio e Renzo Montagnani

Davvero un’occasione sprecata, per mancanza di coraggio o forse, più semplicemente, per necessità di cassetta: l’errore fondamentale resta quello di aver tentato di nobilitare un genere, quello militar/caserma, ormai troppo sfruttato per essere ancora credibile.

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Aldo Maccione e Carmen Russo

Troppo vicino l’esempio dei vari La dottoressa ci sta con il colonnello e affini per dare credibilità ad un film che vuole distaccarsi dal genere ma che finisce per assumerne gli stilemi.
Riavanti, marsch…

un film di Luciano Salce. Con Sandra Milo, Olga Karlatos, Stefano Satta Flores, Renzo Montagnani, Silvia Dionisio,Alberto Lionello, Carlo Giuffrè, Adriana Russo, Nello Pazzafini, Gigi Reder, Paola Quattrini, Elisa Mainardi, Venantino Venantini, Roger Browne, Rita Forzano, Aldo Maccione, Carmen Russo, Renato Cecilia, Renzo Rinaldi
Commedia, durata 118 min. – Italia 1979.

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Stefano Satta Flores: Alessio
Adriana Russo: Valeria
Annamaria Rizzoli: Immacolata
Gigi Reder: Colonnello
Paola Quattrini: Sofia
Renzo Montagnani: Pietro Bianchi
Sandra Milo: Zaira
Aldo Maccione: Otello Cesarini
Alberto Lionello: Giovanni Crippa
Olga Karlatos: Elena
Carlo Giuffré: Il Barone Francesco Paternò
Silvia Dionisio: Marina
Venantino Venantini: Sergente Sconocchia

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Regia:     Luciano Salce
Soggetto:     Augusto Caminito, Teodoro Agrimi
Sceneggiatura:     Luciano Salce, Augusto Caminito
Casa di produzione:     Produzioni Atlas Consorziate
Distribuzione (Italia):     PAC
Fotografia:     Sergio Rubini
Montaggio:     Antonio Siciliano
Musiche:     Piero Piccioni

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gennaio 16, 2010 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , , | 2 commenti

La morte cammina con i tacchi alti

La morte cammina con i tacchi alti locandina 3

Nel locale commissariato di Parigi vengono convocati la spogliarellista Nicole e il suo amante Michel, un giovane senza arte ne parte, che in pratica è il mantenuto della donna, come sottolinea il commissario con ironia durante il colloquio.
Scopo dello stesso è appurare se Nicole sappia dove suo padre, un abilissimo ladro,  abbia nascosto, prima di morire su un treno, i proventi del suo ultimo furto, dei diamanti.
La donna nega e il commissario è costretto a rilasciarla, non prima di averla messa in guardia sui pericoli che corre.
La donna, che si esibisce in un locale notturno, inizia a ricevere telefonate minatorie da parte di un uomo che utilizza, per camuffare la voce, un apparecchio laringeo.

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Susan Scott (Nieves Navarro)

Assalita in casa dal misterioso uomo, Nicole, che riesce a vederlo solo negli occhi, si convince che il misterioso assalitore altro non sia che il suo compagno Michel; la donna ritrova infatti delle lenti a contatto colorate nel suo bagno.
Abbandona quindi l’amante per seguire in Inghilterra il dottor Robert, un distinto gentleman che la corteggia; ma Michel riesce a rintracciare il posto dove la donna è andata a vivere, e la segue.

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La vicenda si ingarbuglia quando la stessa Nicole viene ritrovata morta: i sospetti ovviamente cadono tutti sul giovane Michel, che per salvarsi dall’accusa è costretto ad agire da solo.
Riuscirà a dimostrare la sua innocenza?
La morte cammina con i tacchi alti, film del 1971 diretto da Luciano Ercoli è un thriller di discreta fattura costruito su un canovaccio abbastanza affidabile.

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Dopo un inizio in cui la protagonista la bellissima Susan Scott o Nieves Navarro gira praticamente nuda per alcuni minuti, il film decolla, anche se va detto che siamo comunque nell’ambito di un discreto prodotto artigianale.La trama c’è, anche se Ercoli si diverte per tutto il film a seminare falsi indizi per mantenere il prodotto ad un pathos dignitoso.
Così, dopo diversi colpi di scena e attraverso l’uso di flashback, si arriva alla conclusione, che però lo spettatore più smaliziato ha già individuato.
Ma il film regge,  anche grazie ad Andreu e al solito, bravo Frank Wolff; le musiche discrete di Stelvio Cipriani condiscono un prodotto non disprezzabile

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La morte cammina con i tacchi alti, un film di Luciano Ercoli. Con Frank Wolff, Nieves Navarro, Simón Andreu, Carlo Gentili, Georges Rigaud, José Manuel Martín, Fabrizio Moresco, Luciano Rossi, Claudie Lange, Susan Scott, George Rigaud
Giallo, durata 93 min. – Italia 1971.

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La morte cammina con i tacchi alti personaggi

Frank Wolff …     Dottor. Robert Matthews
Susan Scott …     Nicole Rochard
Simón Andreu …     Michel Aumont
Carlo Gentili …     Ispettore Baxter
George Rigaud …     Capitano Lenny
José Manuel Martín …     Smith
Fabrizio Moresco …     Bergson
Luciano Rossi …     Hallory
Claudie Lange …     Vanessa Matthews

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La morte cammina con i tacchi alti cast

Regia: Luciano Ercoli
Prodotto da: José Frade
Musiche: Stelvio Cipriani
Editing: Angelo Curi
Costumi: Osanna Guardini
Effetti speciali: Antonio Molina

gennaio 15, 2010 Posted by | Thriller | , , , | Lascia un commento

La signora gioca bene a scopa?

La signora gioca bene a scopa locandina

Michele è un commerciante di scarpe, napoletano trapiantato in Emilia, con due debolezze: il gioco e le donne. Il primo dei due vizi, il poker, è responsabile del suo temporaneo tracollo economico. Il suo socio, Peppino, non manca di fargli notare la ormai drammatica situazione economica in cui versa; a questo punto Michele è costretto a ricorrere alle armi della seduzione, riallacciando la precedente relazione con la pittrice Giulia. Grazie alla donna, Michele riesce a sedurre la ricca sorella Monica, un’allevatrice di polli; ma la situazione si ingarbuglia quando a casa di Monica e Giulia, dove ormai Michele si è trsaferito come amministratore delle due donne, arriva uno scrittore di libri erotici, Alberto, con la moglie Eva.

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Aldo Giuffrè e Edwige Fenech

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Lia Tanzi

Quest’ultima, una tedesca che riesce a far l’amore solo sotto l’acqua, dapprima tratta con disprezzo Michele, per poi diventare un’insaziabile amante. Stretto nel giro a tre, Michele ben presto mostra la corda e decide di correre ai ripari. Riesce con uno stratagemma a insinuare nei letti delle due il suo commesso Peppino, un giovane timido ma molto dotato (sessualmente) L’espediente ha successo, e Tonino diventa immediatamente l’amante delle due donne. Ma la cosa si rivela un’arma a doppio taglio per Michele: il giovane, infatti, lo soppianta ben presto, ma non solo. Eva, di cui ormai Michele è quasi innamorato, dopo avergli soffiato i soldi frutto di un’epica notte d’amore con le due sorelle, fugge piantando sia lui che il marito Alberto.

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Edwige Fenech

Michele è alla disperazione, ma accade un imprevisto; Tonino non regge al super lavoro con le due sorelle e muore d’infarto. Michele può così riprendere il suo posto tra le due donne. Film diretto da Giuliano Carnimeo nel 1974, La signora gioca bene a scopa? è la classica commedia sexy di metà anni settanta, con qualche nudo (qui affidato a Edwige Fenech), qualche lazzo volgarotto e qualche battuta anche simpatica. Se il film non si distacca dal filone delle commedie per palati grossolani, quantomeno ci si rifà gli occhi con qualche scena di nudo, peraltro molto castigata, della sempre splendida Fenech, che questa volta parla con un buffo accento inglese. Il cast è fatto da ottimi caratteristi e vede la presenza anche di Carlo delle Piane, che interpreta il commesso Tonino, che pagherà la sua avidità con un infarto, di Carlo Giuffrè, nei panni del playboy Michele, di Didi Perego e Franca Valeri,

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rispettivamente le due sorelle Monica e Giulia, di Enzo Cannavale, al solito a suo agio nei panni di spalla, questa volta di Giuffrè, infine di Gigi Ballista, Gervasio, colui che spenna sistematicamente Michele e di Oreste Lionello, simpatico nel ruolo del marito di Eva. Film senza grossi meriti, ma nemmeno con grossi demeriti, qualche battuta la risata la strappa anche se, come già detto, siamo nell’ambito della commedia sexy più disimpegnata.

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La signora gioca bene a scopa? un film di Giuliano Carnimeo. Con Edwige Fenech, Didi Perego, Franca Valeri, Carlo Giuffrè, Adriana Facchetti, Oreste Lionello, Enzo Cannavale, Enzo Andronico, Vittorio Fanfoni, Gigi Ballista, Enzo Robutti, Carla Mancini, Lia Tanzi, Commedia, durata 90 min. – Italia 1974

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La signora gioca bene a scopa 1

La signora gioca bene a scopa personaggi

Carlo Giuffrè     …     Michele Cammagliulo
Edwige Fenech    …     Eva
Didi Perego    …     Monica
Franca Valeri    …     Giulia Nascimbeni
Carlo Delle Piane    …     Tonino
Lia Tanzi    …     Marisa
Gigi Ballista    …     Gervasio Caminata
Oreste Lionello    …     Alberto
Enzo Cannavale    …     Peppino
Adriana Facchetti    …     Giuditta
Enzo Andronico    …     Dottore
Enzo Robutti    …     Primo Guendalini

La signora gioca bene a scopa cast

Regia: Giuliano Carnimeo
Sceneggiatura: Tito Carpi, Carlo Giuffrè
Prodotto da : Gianfranco Couyoumdjian, Luciano Martino
Editing: Eugenio Alabiso
Costumi: Rosalba Menichelli
Direzione musicale: Alessandro Alessandroni
Art department: Antonio Visione

gennaio 13, 2010 Posted by | Erotico | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il miele del diavolo

Il miele del diavolo locandina

Storia di un tormentato rapporto di coppia tra lei, Cecilia, una giovane poco più che ventenne e lui, Gaetano, un giovane musicista appassionato di sax. Tra i due la personalità dominante è quella di Gaetano, giovane perverso e amorale, che non disdegna rapporti gay ed è sempre alla ricerca di variazioni sessuali per accontentare le proprie perversioni. La ragazza accetta, non senza grossi problemi psicologici, questo rapporto di sudditanza, fatto di umiliazioni sessuali, di giochi erotici che vanno oltre i suoi tabu.

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Una mattina, mentre Cecilia e Gaetano sono su una moto, avviene un incidente, causato dal giovane che costringe la ragazza al solito degradante gioco erotico; Gaetano urta la testa e viene ricoverato d’urgenza in ospedale.
Qui viene sottoposto ad una delicatissima operazione chirurgica al cranio, effettuata dal dottor Guido, un playboy di mezz’età sposato con Carole.
La donna, stanca dei continui tradimenti del marito, è sul punto di chiedere il divorzio. Guido, così, in uno stato d’animo alterato, si appresta a operare Gaetano.

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Il giovane muore sotto i ferri, con grande dolore della sua compagna; Cecilia, convinta che le responsabilità della morte vadano attribuite al dottor Guido, riesce a circuirlo i qualche modo, lo sequestra e lo confina in una villa, vigilata anche da un cane feroce, Black.
Qui Cecilia sottopone il povero dottore ad una serie interminabile di giochi perversi e umilianti: si spoglia davanti alui, provocandolo per poi negarsi, picchia Guido costringendolo a mangiare nella ciotola del cane, restituendo quindi all’incolpevole dottore tutte le umiliazioni che aveva subito da Gaetano.

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Corinne Clery

Ma la ragazza non ha la vocazione della carnefice: poco alla volta inizia a guardare Guido con occhi diversi, forse capendo come il suo precedente ruolo di vittima nel rapporto con il musicista fosse stato in realtà un capitolo da chiudere al più presto, e che la morte di gaetano, lungi dall’essere una tragedia, si era rivelata per lei una liberazione.
La ragazza inizia ad amare il dottore, e dopo averlo liberato, decide di avere con lui una storia d’amore.

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Sindrome di Stoccolma , sadismo, masochismo, rapporti erotici malati: Il miele del diavolo, lavoro softcore di Lucio Fulci, parte già con il piede sbagliato, compiacendosi in maniera morbosa nell’esplicitazione di scene erotiche e perverse. Basti pensare alla sequenza del sax, utilizzato da Gaetano in modo improprio sul corpo della donna.
Fulci, che aveva collaborato anche al film La gabbia, altro pessimo prodotto tirato su alla rinfusa da Patroni Griffi, sceglie la scorciatoia di un erotismo quasi esplicito, al servizio di una storia malata con un’ambientazione morbosa che però non buca mai, trasformandosi in una squallida esibizione del corpo della protagonista, Bianca Marsillach, bello da vedere e nulla più.

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Il mestiere del regista, sicuramente mostrato meglio in altre occasioni nel Miele del diavolo non va oltre una mediocre ambientazione, quindi espressa attraverso luoghi e situazioni al limite del surreale, mentre tutta la storia scorre in maniera sempre più improbabile, fino al finale spiazzante con la vittima e il carnefice che scelgono l’amore dopo aver sperimentato la sua negazione, ovvero l’umiliazione e il sesso drogato e sfrenato.

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A parte la Marsillach generosamente nuda, il cast sembra lavorare al di sotto del minmo sindacale; breve parte per Corinne Clery, anche lei in costume adamitico e prestazioni dei due attori principali, Halsey e Madia incolori.
Film da dimenticare, quindi, sopratutto per la morale che se ne ricava alla fine, dopo aver sopportato un’ora e mezza di esibizioni soft core di nudità e perversioni, tra l’altro nemmeno troppo spinte e quindi poco apprezzabili anche dagli inguaribili guardoni ammalati di sado masochismo.

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Il miele del diavolo, un film di Lucio Fulci. Con Corinne Cléry, Brett Halsey, Blanca Marsillach, Stefano Madia Erotico,  durata 82 min. – Italia  1986

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Regia: Lucio Fulci
Soggetto e sceneggiatura: Jaime Jesús Balcázar,Lucio Fulci,Ludovica Marineo,Vincenzo Salviani
Fotografia: Alejandro Ulloa
Montaggio: Rita Antonelli,Vincenzo Tomassi
Scenografia: Marta Caveza
Sonoro: John Gayford,Bruno Moreal,Claudio Pochini
Musica: Claudio Natili
Produzione: Vincenzo Salviani

Regia Lucio Fulci
Soggetto Ludovica Marineo, Vincenzo Salviani, Jesus Balcazar, Lucio Fulci
Sceneggiatura Ludovica Marineo, Vincenzo Salviani, Jesus Balcazar, Lucio Fulci
Produttore Franco Casati, Sergio Martinelli, Vincenzo Salviani
Casa di produzione Selvaggia Film, Balcazar s.a.s.
Fotografia Alessandro Ulloa
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Claudio Natili
Scenografia Marta Caveza
Trucco Joaquin Navarro


gennaio 11, 2010 Posted by | Erotico | , , , , | 1 commento

Giochi di fuoco

Giochi di fuoco locandina

Di Alain Robbe-Grillet , regista francese scomparso recentemente, ho visto solo due film, Spostamenti progressivi del piacere e questo Giochi di fuoco, datato 1974; dico subito che i due film che ho visto sono un’autentica sfida visiva, giocati come sono su incastri degni delle famose scatole cinesi. Grillet si divertiva a montare, rismontare e poi montare ancora i film, trasformandoli a piacimento in corso d’opera, con il risultato di lasciare lo spettatore sconcertato di fronte agli improvvisi capovolgimenti di trama, di situazioni, con finali che mettevano a dura prova lo stesso spettatore.

Giochi di fuoco 12

Agostina Belli

Va da se che a questo punto parlare di una trama lineare diventa impossibile,visto che il film in oggetto, Giochi di fuoco, assomiglia più ad un sogno ( o ad un incubo) , con continui capovolgimenti di logica, temporali e in ultimo anche di location.
Provo a descriverne sommariamente il plot, avvisando comunque che è ampiamente contestabile, a seconda di come uno abbia interpretato le scene.
Una ragazza, Carolina, viene apparentemente rapita mentre è in stazione; la ragazza è figlia di un banchiere, e tutto sembra avere immediatamente una logica. Ma Caroline non è stata rapita e rientra regolarmente a casa. Il padre riceve richieste di riscatto da una misteriosa organizzazione, e decide quindi di nascondere la ragazza in un posto particolare, una specie di pensionato molto lussuoso.

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Jean Louis Trintignant

A consigliarlo, in tal senso, è il commissario Laurent; ma il posto si rivela ben presto, agli occhi della ragazza, come un bordello di lusso, dove avvengono strani rituali e dove arrivano ragazze che vengono rapite per essere date in pasto ai frequentatori del posto.
Laurent convince Georges De Saxe, il padre della ragazza, a pagare l’ingente riscatto richiesto dai rapitori della stessa, ma il capo dei rapitori, Franz, con uno stratagemma si impossessa della somma, beffa i poliziotti facendo arrestare un suo complice e fugge.

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Anicee Alvina e Philippe Noiret

Nel frattempo Caroline riesce a liberarsi dei suoi carcerieri e scappa, ma viene riacciuffata poco dopo e ricondotta nel suo luogo di prigionia, dove però non arriverà mai; l’auto che la trasporta incrocia Franz in fuga e nasce un conflitto a fuoco tra gli ex compagni di Franz e lo stesso. L’auto sulla quale è Caroline si ribalta e la ragazza muore. Sembra tutto finito, ma ecco ancora un cambio di rotta del film. La ragazza riappare misteriosamente, raggiunge Franz e si invola con lo steso e il bottino.
Una trama che sembrerebbe quasi comprensibile se si esclude il finale; ma garantisco che raccontarla nel modo in cui ho riassunto il tutto richiede uno sforzo notevole di fantasia oltre che un adattamento ad un percorso logico che nel film è assolutamente da interpretare.

Giochi di fuoco 3

Giochi di fuoco 1

Già dall’inizio bisogna districarsi tra il rapimento vero o presunto della ragazza, seguito subito dopo dalla presenza del doppio personaggio interpretato da Jean Louis Trintignant, ovvero il commissario Laurent e il rapitore Franz. Da questo momento in poi si naviga davvero a vista,perchè quello che si vede sembra essere capovolto nei fotogrammi successivi, con l’aggiunta di un ulteriore elemento di confusione, ovvero i dialoghi dei vari protagonisti, che sembrano parlare della trama stessa, delle sue evoluzioni, di fatti a loro accaduti (forse), portando il tutto, e di conseguenza lo spettatore, in una dimensione in cui l’onirico, il reale, sembrano confondersi senza soluzione di continuità. Così le figure dei protagonisti assumono ambivalenze completamente ambigue; Georges De Saxe è il padre della ragazza, ma è anche in contemporanea uno dei soci del famoso pensionato.

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Sylvia Kristel

Un gioco complesso, che finisce per portare lo spettatore in un labirinto di specchi, in cui l’uscita dallo stesso non è una sola, ma molteplice.
Un cinema fatto di divertimento, quello di Robbe Grillet, di stravolgimento dei canoni del cinema stesso, che diventa surrealista o anche iperrealista; lo spettatore deve capire il ero ruolo dei personaggi, o semplicemente adattarsi ad uno di essi, senza però attendersi una qualche rivelazione o uno sviluppo che indichi qual’è, ammesso che esista, la strada indicata dal regista.

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Film complicato e strambo, se vogliamo; per due ore si è chiamati a giocare, a fare gli investigatori, o semplicemente chiamati a districarsi tra le immagini. A confondere di più le idee, ecco una sovra esposizione di corpi nudi, a partire da quello generosamente esposto della compianta Anicee Alvina, protagonista anche di Spostamenti progressivi del piacere, attrice scomparsa improvvisamente nel 2006 a soli 53 anni, bravissima anche nel giocare il ruolo fondamentale di Caroline con una serie di espressioni facciali spiazzanti.Nel cast ci sono anche Philippe Noiret, figura ambigua e inclassificabile (immagino la faccia di un ipotetico spettatore che entri a metà film e che veda il banchiere fare il bagno alla figlia con occhi poco paterni), che tratteggia da par suo il personaggio rendendolo indecifrabile oltre ogni immaginazione.

C’è Jean Louis Trintignant, anch’egli reduce da Spostamenti progressivi del piacere, dopplerganger in due ruoli antitetici, poliziotto/bandito, enigmatico fino alle battute finali; c’è Agostina Belli, in un ruolo sacrificato, quello della cameriera di casa De Saxe, c’è Sylvia Kristel, reduce dal successo di Emmanuelle.

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Il tutto è condito da un’infinità di sequenze di nudo, che hanno portato alcuni recensori a catalogalo come film erotico; il che è un errore marchiano, perchè l’erotismo presunto del film non ha nulla di morboso o accattivante.
Sembra infatti figlio di un esperimento scientifico; il sesso è asettico e serve come una cornice serve ad un pittore per arricchire la tela sulla quale ha dipinto.
In ultimo, un consiglio; se vedete Giochi di fuoco, Le jeu avec le feu come recita il titolo originale, fatelo senza aspettarvi il cinema tradizionale.

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Guardatelo come guardereste un quadro di Picasso del periodo cubista o come leggereste l’Ulisse di Joyce: senza questi accorgimenti restereste spiazzati in maniera totale da quello che è un cinema che assomiglia ad una serie di sogni notturni, quei sogni che si rincorrono senza una logica, sfalsati su più piani temporali.

Giochi di fuoco, un film di Alain Robbe-Grillet. Con Jean-Louis Trintignant, Sylvia Kristel, Philippe Noiret, Agostina Belli, Anicée Alvina,Serge Marquand, Vernon Dobtcheff
Titolo originale Le jeu avec le feu. Commedia, durata 109 min. – Francia 1974.

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Giochi di fuoco banner personaggi

Jean-Louis Trintignant     …     Franz / Francis Laurent
Philippe Noiret    …     Georges de Saxe / Il suo doppio
Anicée Alvina    …     Carolina de Saxe
Sylvia Kristel    …     Diana Van Den Berg
Agostina Belli    …     Maria, cameriera di de Saxe
Serge Marquand    …     Mathias
Charles Millot    …     Rapitore
Vernon Dobtcheff    Messaggero
Jacques Seiler    …     Conducente del taxi / Domestico di d’Erica / Il prete
Michel Berto    …     Il Vice Commissario
Christine Boisson    …     Christina la ragazza nel bagagliaio / Desdémone
Marc Mazza    …     Un messagero
Nathalie Zeiger    …     Tania, la ragazza con i cani
Joëlle Coeur    …     La sposa
Jacques Poirson    Maître d’hôtel
Gérard Melki    …     Maître d’hôtel
Mario Santini    …     Un rapitore
Elisabeth Strauss    …     La cantante / Léonore
Maurice Vallier    …     Bonaud, il capo della banda
Jean-Louis Tristan    …     Un rapitore

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Regia: Alain Robbe-Grillet
Scritto da : Alain Robbe-Grillet
Prodotto da: Alain Coiffier per  La Société du Film
Editing: Bob Wade
Costumi: Georges Bril, Hilton McConnico
Trucco: Jacky Bouban

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gennaio 8, 2010 Posted by | Commedia | , , , , , | Lascia un commento