Daniela Giordano
Chiunque cerchi dati anagrafici o biografici di Daniela Giordano, la bellissima attrice siciliana, troverà generalmente scarni dati relativi ai suoi 37 film, girati tra il 1967 e il 1980, data dell’ultima apparizione cinematografica. In più troverà un breve sunto tratto dal Dizionario del cinema italiano, di Enrico Lancia e Roberto Poppi, edito da Gremese, nel quale viene definita, letteralmente “attrice di non grandissime risorse, ma splendida donna, che non sfigura nel panorama poco edificante del cinema di genere del decennio 1969-1979”
A parte la scarsa lungimiranza dei due autori, che dimenticano come il thriller all’italiana o il poliziesco all’italiana, molti film della commedia stessa, siano oggi oggetto di rivalutazione globale, oltre che essere fonte di ispirazione per molti acclamati registi di oltre oceano (Tarantino e Scorsese, solo per esempio), il giudizio su Daniela Giordano è fortemente limitativo.
Quante volte quella notte
Se è vero che tra i film interpretati non ci sono i capolavori, è indubbio che la bella attrice palermitana abbia dato un apporto personale adeguato anche i copioni che le venivano sottoposti, mostrando doti recitative all’altezza.
Sono ben altre le bellone senza talento espresse dal cinema italiano, e alcune di loro sono celebrate come delle grandi attrici, per i soliti misteri insondabili del mondo del cinema, che nega il talento ove c’è e viceversa.
Daniela nasce a Palermo il 7 novembre del 1947, e subito dopo aver ultimato gli studi, arriva al cinema grazie alla vittoria nel concorso di bellezza più famoso, Miss Italia, che si aggiudica nel 1966; la cosa le vale una piccola parte in Play boy, di Ezio Battaglia, uno dei tanti musicarelli costruiti attorno alla figura del cantante più popolare del momento, in questo caso casco d’oro Caterina Caselli e nello stesso anno per I barbieri di Sicilia , film comico diretto da Marcello Ciorciolini, costruito attorno all’inossidabile coppia Franchi-Ingrassia.
Le segrete esperienze di Luca e Fanny
Il buon riscontro ricevuto, spinge Daniela Giordano ad accettare altri ruoli, che così partecipa, nel 1968, a due ruoli in film western. Il fatto di essere bruna, una tipica bellezza mediterranea, la rende credibile sia in Il lungo giorno del massacro, di Alberto Cardone, in cui è Paquita sia in Joe… cercati un posto per morire!, di Carnimeo, in cui è Juanita; entrambi i film sono discreti successi, come del resto accadeva a quasi tutti i film del genere western, nati attorno alla seconda giovinezza del genere dovuta al grande successo dei film di Leone. Una piccola parte è anche quella interpretata in Susanna… ed i suoi dolci vizi alla corte del re , film famoso più che altro per la presenza di altre due future star del cinema anni settanta, le bellissime Edwige Fenech, quasi agli esordi e Femi Benussi.
Per Daniela il cammino è decisamente difficile; le parti che le vengono offerte sono poco più che comparsate, anche se va detto che fa eccezione quella di Luisa in Vedo nudo di Dino Risi, nel quale è una ragazza che accetta un appuntamento con un fotografo di donne discinte, e che non riuscirà ad avere con lui un rapporto perchè l’uomo all’improvviso vede sparire la sua virilità;
le due opere sempre girate nel 1969, Un esercito di cinque uomini di Italo Zingarelli e il successivo …e vennero in quattro per uccidere Sartana! di Demofilo Fidani sono due western con piccole parti, ma importanti perchè le permettono di farsi conoscere ancora di più. Tra il 1970 e il 1971 gira Le ombre roventi, di Mario Caiano al fianco di William Berger, il western Buon funerale, amigos!… paga Sartana di Carnimeo, La sfida dei MacKenna di Klimovsky, Bolidi sull’asfalto a tutta birra di Bruno Corbucci, film costruito attorno al grande campione di motociclismo Giacomo Agostini;

Una tomba aperta, una bara vuota
film che si fa notare anche per la presenza del cantante Sergio Leonardi, del futuro cabarettista e comico Gianfranco D’Angelo. La Giordano sembra relegata i ruoli di secondo piano in film western o in B movie, come Il suo nome era Pot, di Lucio Dandolo e Demofilo Fidani e I quattro pistoleri di Santa Trinità di Giorgio Cristallini, quando le si presenta l’occasione della vita. A scritturarla per Quante volte… quella notte è Mario Bava, che le offre il ruolo principale, quello di Tina Brandt, in un film inespresso, confuso, che racconta la storia di una ragazza che viene violentata ( o forse no) da un play boy, in un gioco d’inganni e false verità.

Daniela Giordano in Batton story- Le impiegate stradali
Non è il miglior Bava, ma Daniela se la cava egregiamente; nel frattempo il cinema italiano ha scoperto il filone thriller, dopo la scomparsa del western all’italiana, così Daniela Giordano entra nei cast di Una tomba aperta… una bara vuota di Alfonso Balcazar, brutto e raffazzonato film a metà strada tra l’horror e il thriller, in Violenza contro violenza e in Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave , di Sergio Martino, nel quale interpreta il ruolo di Fausta, l’amante di Oliviero, scrittore alcolizzato, e in cui ha davvero una piccola parte.
Nel frattempo il cinema, grazie allo straordinario successo del western comico Lo chiamavano Trinità, scopre un altro ricco filone; proliferano le commedie/western con la denominazione Trinità nei titoli; la Giordano, che come abbiamo visto aveva già alcuni western all’attivo, viene scritturata per Scansati… a Trinità arriva Eldorado, diretto da Diego Spataro nel 1972, con l’onnipresente Gordon Mitchell e per Trinità e Sartana figli di… diretto da Bolzoni. Film poco conosciuti e passati subito nel dimenticatoio, così come è un insuccesso La casa della paura, film di William Rose, che rappresenta il ritorno sullo schermo di Daniela, avvenuto nel 1974, dopo due anni di fermo;
La casa della paura, nonostante il buon cast che include anche Rosalba Neri, Raf Vallone, Brad Harris e Karin Schubert, si rivela un fiasco, e viene anche sbeffeggiato dalla critica per la sceneggiatura pasticciata. Nonostante abbia la parte principale, Daniela Giordano non spicca nell’aurea mediocrità della pellicola, e da questo momento la sua carriera va incontro ad una involuzione costante. La riprova è La cameriera, di Roberto Bianchi Montero, stanca pellicola erotica del filone commedia sexy; non va decisamente meglio nemmeno con L’infermiera di mio padre, di Mario Bianchi, nel quale è affiancata da Maria Pia Conte, destinata a diventare una meteora.
Dopo una breve apparizione nel bel Roma violenta, di Marino Girolami, nel quale interpreta la bella Erika, la Giordano lavora in Malocchio (Eroticofollia), un thriller con connotazioni soprannaturali confuso, diretto da Mario Siciliano.In pratica la storia cinematografica di Daniela Giordano è segnata proprio da queste scelte; i film successivi sono quasi dei B movie, come Il vizio ha le calze nere, di Tano Cimarosa, thriller piatto nel quale lavora con Magda Konopka (l’ex Satanik anni 60) e con l’affascinante Dagmar Lassander. Nello stesso anno, il 1975, è con lando Buzzanca e Martine Brochard nel brutto Il fidanzamento, di Giovanni Grimaldi, nel quale è la moglie di Riccardo Garrone, fratello del protagonista Lando Buzzanca, che interpreta Luigi, uno strano tipo che inganna la fidanzata procrastinando le nozze all’infinito.Nel 1976 la troviamo sul set di ben 5 film, l’unico dei quali abbia un minimo di valore è Inquisicion, diretto e interpretato dal grande Paul Naschy;
gli altri, a partire da L’adolescente, di Alfonso Brescia, sono le solite stracche commediole erotiche, nelle quali l’unica cosa di rilievo sono le curve delle protagoniste, come la Sonia Viviani che lavora con lei, o come quelle di Femi Benussi, che interpreta con lei i due film successivi, Batton story- Le impiegate stradali, insulsa commedia su un gruppo di prostitute che decide di gestirsi da sole e Un toro da monta, di Roberto Mauri, film noioso in maniera patologica. Dopo aver girato La portiera nuda, di Luigi Cozzi accanto a Erika Blanc, Daniela Giordano lavora per la penultima volta in Il braccio violento della mala, uno degli ultimi film del genere poliziottesco e chiude la sua carriera cinematografica con l’orrido Le segrete esperienze di Luca e Fanny, un film in cui si trova accanto a Enzo Garinei a chiacchierare per buona parte del film nel giardino di una splendida casa, mentre il protagonista Luca, si dedica all’erotismo; il film, girato con abbondanti inserti porno, chiude in maniera desolante la carriera della bella attrice.
Un percorso cinematografico, quello della Giordano, privo di acuti e privo di quel film che illumina una carriera; colpa di scelte sbagliate, probabilmente, o colpa della miopia dei produttori che non hanno voluto insistere su di lei affidandole ruoli meno “leggeri”; un vero peccato, perchè le doti c’erano, aldilà del fascino innegabile che ci ha regalato la sua bellezza intrigante
Violenza contro la violenza
Ombre roventi
L’adolescente
Cercati un posto per morire
I barbieri di Sicilia
La casa della paura
Una tomba aperta,una bara vuota
Un esercito di cinque uomini
Scansati,a Trinità arriva Eldorado
Quante volte quella notte
La cameriera
Due fotogrammi da Il lungo giorno del massacro
Il fidanzamento
Ancora da Il fidanzamento
Roma violenta
Susanna e i suoi dolci vizi alla corte del re
La sfida dei Mackenna
Karamurat la belva dell’Anatolia
Joe cercati un posto per morire
Merkwürdige Lebensgeschichte des Friedrich Freiherrn von der Trenck
Trinità e Sartana figli di …
La portiera nuda
Le segrete esperienze di Luca e Fanny (1980)
I miei peggiori amici 1978
La portiera nuda (1976)
Un toro da monta (1976)
Le impiegate stradali – Batton Story (1976)
L’adolescente (1976)
Inquisición (1976)
Il vizio ha le calze nere (1975)
Il fidanzamento (1975)
Malocchio (1975)
L’infermiera di mio padre (1975)
Roma violenta (1975)
La cameriera (1974)
La casa della paura (1973)
Trinità e Sartana figli di… (1972)
Scansati… a Trinità arriva Eldorado (1972)
Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972)
Quante volte… quella notte (1972)
Violenza contro violenza 1972
Una tomba aperta… una bara vuota 1972
Il suo nome era Pot (1971)
I quattro pistoleri di Santa Trinità (1971)
Bolidi sull’asfalto a tutta birra (1970)
La sfida dei MacKenna (1970)
Le ombre roventi (1970)
Buon funerale, amigos!… paga Sartana (1970)
…e vennero in quattro per uccidere Sartana! (1969)
Un esercito di cinque uomini (1969)
Vedo nudo (1969)
Susanna… ed i suoi dolci vizi alla corte del re
Joe… cercati un posto per morire! 1968
Il lungo giorno del massacro 1968
I barbieri di Sicilia (1967)
Play-Boy (1967)
La femme publique
Andrzej Zulawski dirige, nel 1984, Femme publique, opera complessa a tal punto da risultare indigesta ai più. Ma non ai critici, che generalmente stravedono per i film quasi incomprensibili, e che etichettano come parti geniali opere che francamente lasciano perplessi i poveri spettatori, spiazzati da continui capovolgimenti di situazioni, con immagini che si inseguono senza un filo conduttore, quasi un film nel film.
Femme publique è opera eccessiva; contorta, principalmente.
Ethel, una bellissima modella che spesso posa nuda per guadagnarsi la pagnotta, viene scritturata da un regista per una parte in un film liberamente ispirato ai Demoni, opera letteraria di Dostojevski. Lucas, il regista, si trasforma in una specie di pigmalione, e tenta di modificare sia il carattere che la personalità di Ethel, portandola attraverso un percorso fatto di parole e atti, a quella che lui ritiene la maturazione di un’artista, ovvero la trasformazione della persona in un attore slegato dalla persona stessa, che a questo punto deve annientarsi per lasciare libero sfogo proprio all’artista.
Fin qui la trama sembrerebbe semplice; in realtà tutto si ingarbuglia, perchè compaiono sulla scena un inserviente, profugo cecoslovacco Milan, la cui moglie è stata tempo addietro l’amante di Lucas. Sia la donna, sia Milan che Lucas moriranno in vari modi, così come morirà uno strano cardinale lituano in visita a Parigi: la cosa la apprendiamo dalla tv.
Lo so che riassunta in questo modo la trama sembra surreale; tuttavia il film lo è, surreale, anzi, direi strambo. l’unica cosa davvero comprensibile, almeno nella sua dinamica, è il finale, in cui Lucas improvvisamente sceglie di impiccarsi durante le riprese, quasi a simboleggiare uno dei personaggi dei Demoni.
A questo punto, quando stanno scorrendo i titoli di coda, lo spettatore viene preso dal dubbio: che sia stato preso per i fondelli?
Propendo per una risposta affermativa.
Molti critici, che osannano registi come lo Zulawski di Femme publique, si esaltano davanti a quella che sembra complessità, ma che spesso è solo delirio onanistico. Quello che il regista mostra in questo film sconclusionato e inconcludente, fatta salva la magnifica prestazione di Valerie Kapriskj, che da sola illumina lo schermo. Non tanto per le sue doti interpretative, peraltro eccellenti, quanto per le sue scene di nudo, che sono l’unico vero motivo per sorbirsi due ore di cinema che massacra le parti intime; scene di nudo che fanno venir voglia di cambiare titolo al film trasformandolo in un più consono Femme pubique.
La femme publique, un film di Andrzej Zulawski. Con Lambert Wilson, Valerie Kaprisky, Francis Huster Drammatico, durata 113 min. – Francia 1984.
Valérie Kaprisky … Ethel
Francis Huster … Lucas Kessling
Lambert Wilson … Milan Mliska
Patrick Bauchau …Il padre di Ethel
Giselle Pascal … Gertrude
Roger Dumas … André, il fotografo
Diane Delor … Elena Mliska
Jean-Paul Farré … Pierre
Olivier Achard …primo assistente
Yveline Ailhaud … Rachel
Michel Albertini … Maurice
Marianne Basler … Una giovane anarchica
Lucas Belvaux … François
Regia: Andrzej Zulawski
Sceneggiatura:Dominique Garnier.Andrzej Zulawski
Produzione:René Cleitman
Musiche:Alain Wisniak
Fotografia:Sacha Vierny
Montaggio:Marie-Sophie Dubus
Production Design :Bohdan Paczowski
Mangiati vivi
Una serie di misteriosi e raccapriccianti omicidi si abbatte sulla città di New York: un misterioso assassino, armato di una cerbottana che lancia micidiali dardi intrisi di un letale veleno estratto dalle ghiandole dei cobra, dopo aver assassinato alcune persone, muore investito da un camion.
Ivan Rassimov
Addosso all’uomo la polizia rinviene una pellicola girata dalla sorella di Sheila Morris, Diana, e la polizia convoca quindi Sheila sia per informarla della cosa sia sperando in un qualche aiuto da parte della donna. Visionando la pellicola, Sheila apprende che Diana probabilmente è entrata a far parte della Setta della Purificazione, guidata dal santone Melvyn Jonas, che ha abbandonato la civiltà per rifugiarsi in Guinea, in una zona impenetrabile, pericolosissima, sia per l’ambiente, particolarmente ostile, sia per la presenza di tribù dedite al cannibalismo.
Decisa a ritrovare sua sorella Diana, Sheila parte per la Guinea, dove conosce Mark, un ex combattente del Vietnam ora ridotto a fare la guida. Con il miraggio di un compenso molto alto, trentamila dollari, Sheila convince la riluttante guida a mettersi in cammino per la giungla. I due partono così sulle tracce di Diana; la marcia di avvicinamento al villaggio sarà un’autentica odissea, ma i veri pericoli attendono la coppia proprio nel villaggio.
Melvyn Jonas guida il gruppo dei fuggitivi dalla civiltà con mano dura e rituali pagani; per aumentare l’ascendente sulla gente, non esita a usare droghe, oltre a servirsi di alcuni nativi per scoraggiare fughe e defezioni. Sheila e Mark stessi vengono costretti all’obbedienza; la donna, drogata, viene stuprata con un fallo artificiale. Diana, riemersa dai fumi delle droghe che il santone le somministrava, chiede a Sheila di organizzare la fuga. I tre, con la collaborazione di Mownara, una donna nativa rimasta vedova, riescono a fuggire, ma devono separarsi.
Diana e Mownara, inseguite dai cannibali, vengono divorate vive, mentre Sheila e Mark, allo stremo delle forze, dopo una rocambolesca fuga inseguiti dai cannibali, riescono a saltare su un elicottero inviato alla loro ricerca. Jonas, resosi conto che a breve avrà l’esercito contro, convince i suoi seguaci a morire in un rituale di suicidio collettivo.Rientrati a New York, Sheila e Mark apprendono dello sterminio di massa; all’appello però manca proprio Jonas, che sembra essere fuggito. La donna scopre anche che Diana aveva donato tutti i loro beni al santone. Mangiati vivi ppartiene alla nutrita schiera dei cannibal movie, il genere a cui proprio Lenzi, regista del film, diede un contributo importante con il primo film che inaugurò la serie, Il paese del sesso selvaggio.
In questa pellicola utilizza nuovamente Me Me Lay e Ivan Rassimov, che avevano ben lavorato nella pellicola citata. Il film è di buona fattura, anche se purtroppo, ancora una volta, si segnala anche per la presenza di scene disgustose riguardanti l’uccisione di animali, in questo caso dei coccodrilli e dei serpenti. Il finale del film, violentissimo, ricorda la terribile storia del reverendo Jim Jones e del suicidio di massa avvenuto nella Guyana nel 1978 .
Me Me Lai
Quando Umberto Lenzi gira Mangiati vivi, l’eco della terribile storia del massacro della Guyana era ancora molto viva; il film infatti è datato 1980, quindi erano passati solo due anni dai tragici fatti di Jonestown, quando oltre 900 persone si immolarono per la follia del reverendo Jones. Il film si lascia vedere, il ritmo c’è e la sceneggiatura non perde colpi; Lenzi aggiunge anche scene piccanti, come lo stupro rituale di Mownara, oppure le scene della violenza subita da Diana ad opera dei nativi agli ordini di Jonas.
Molto crude le scene di violenza, girate con indubbia abilità, incluse le famigerate scene in cui Diana e Mownara vengono mangiate a pezzi staccati dal corpo mentre sono vive. raccapricciante la scena della mutilazione di diana, a cui viene strappato un seno e una gamba da un cannibale, che poi divora il tutto con evidente soddisfazione. Il cast, oltre ai citati Rassimov e Me Me Lai, include la bella Janet Agren, che interpreta dignitosamente Sheila Morris e Paola Senatore, che interpreta Diana. Il ruolo di Mark è affidato a Robert Kerman, che se la cava discretamente. Nel film, in una piccola parte c’è anche Mel Ferrer
Mangiati vivi, un film di Umberto Lenzi. Con Janet Agren, Mel Ferrer, Paola Senatore, Ivan Rassimov.Robert Kermann, Franco Fantasia, Me Me Lai Horror, durata 94 min. – Italia 1980. –
Robert Kerman: Mark Butker
Janet Agren: Sheila Morris
Ivan Rassimov: reverendo Melvyn Jonas
Me Me Lay: Mownara
Paola Senatore: Diana Morris
Regia: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Umberto Lenzi
Fotografia: Federico Zanni
Montaggio: Eugenio Alabiso
Musiche: Budy Maglione
Una lucertola con la pelle di donna
Il sogno si mescola alla realtà, creando un groviglio inestricabile in cui è praticamente impossibile capire cosa sia veramente accaduto in casa Durer, sopratutto che ruolo abbia avuto Carol Hammond nella vicenda, una donna elegante, bella e sensuale. Lo scenario è una Londra inusuale, così come sono inusuali i personaggi di questo film: atmosfera di sospetto, pazzia, perversione, sembrano avvolgere i personaggi, rendendoli più simili a casi psichiatrici che a persone normali, quelle persone con una vita normale, con una famiglia normale e con un lavoro che li attende la mattina.

Florinda Bolkan è Carol, Anita Strindberg è Julie
Ma Carol, Julia, Jean e gli altri non sembrano affatto normali: o forse lo sono, ma in una dimensione diversa da quella che noi conosciamo.
Carol Hammond, bella e affascinante, si reca da uno psichiatra, il dottor Kerr e gli racconta delle sue strani visioni; la notte è tormentata da sogni onirici, i cui vede la vicina di casa, la bellissima e disinibita Julie Durer, impegnata con lei in strani giochi erotici, che culminano con un rituale assassinio finale, in cui Carol, armata di coltello, uccide la donna.
Frammenti di sogno?
Per lo psichiatra la soluzione è nel complesso rapporto di invidia/gelosia che Carol prova verso la donna, e liquida il tutto come un normalissimo e banale gesto liberatorio, in cui Carol sfoga solo virtualmente con la violenza il suo istinto latente.
Ma le cose non sono affatto così semplici, e difatti qualche giorno dopo la bella Julie viene trovata uccisa proprio con le modalità indicate da Carol nel sogno. E’ lei l’assassina?
Per l’ispettore Corvin non ci sono dubbi: la presenza sullo scenario del delitto di una pelliccia e di un fermacarte che appartengono a Carol sono elementi sufficienti per indicare nella donna l’autrice del delitto. Ma durante le indagini, subito dopo l’incriminazione di Carol, ecco comparire vari personaggi che in qualche modo potrebbero essere coinvolti nell’omicidio e che potrebbero aver avuto un valido movente per compiere il delitto accusando Carol del crimine.
C’è suo marito, Frank, che ha una relazione adulterina, c’è Deborah, l’amante di Frank, c’è Joan la figlia di Frank quindi la figliastra di Carol, che ha uno strano legame con degli hippy che sembrano essere stati testimoni dell’omicidio, c’è il padre di Carol…..
Tutti, in qualche modo, sembrano avere delle motivazioni che potrebbero aver portato uno di loro a compiere l’omicidio.
Per quanto poco persuaso dal racconto di Carol, l’ispettore Corvin prosegue le sue indagini, non tralasciando alcuna pista.
Pazientemente, Corvin ricostruisce tutti i tasselli della vicenda, e alla fine conferma l’ipotesi iniziale: a uccidere Julie è stata proprio Carol, legata da un morboso e torbido rapporto alla donna.
La stessa Carol ha costruito abilmente il sogno, le varie combinazioni che si susseguono nel film, anticipando una difesa difficilmente smontabile, non fosse stato per l’arguzia dell’ispettore.
Il film di Fulci, girato nel 1971, mette tanta carne al fuoco, probabilmente troppa.Però va detto subito che l’impianto narrativo è di prim’ordine, anche se si fa fatica a capire il simbolismo di molte scene, in cui la realtà finisce per assomigliare al sogno, in cui verità e menzogna si mescolano in un groviglio in cui appare impossibile orientarsi.
Il fascino del film è sostanzialmente questo: sappiamo come avviene l’omicidio, vediamo Carol commetterlo, ma prendiamo per buono il racconto della donna allo psichiatra e iniziamo a sospettare di tutti.
Anita Strindberg
Invece, alla fine,la verità è banale, ed era sotto gli occhi di tutti.
Nessun intuito paranormale, nessuna visione premonitrice, ma la banalità assoluta di una mente deviata che organizza diabolicamente un omicidio che ha un solo punto debole, che alla fine farà crollare miseramente tutto il piano
Se il film ha dei punti deboli strutturali, Fulci, con il suo grande mestiere, riesce a mascherarli, unendo alcune situazioni presenti nei nuovi canoni del thriller all’italiana ( sesso morboso, scene splatter come quella dei cani) alla potenza delle immagini sia reali che sognate, rendendo in pratica impossibile il distinguere una strada vera e univoca della storia.
Scena memorabile quella del laboratorio con i cani squartati e legati, con il cuore in prima vista, scoperti da Carol; un trucco magnifico che costò a Fulci la denuncia per maltrattamenti su animali.
Pubblicità gratuita per l’inventore delle scene, il grande Rambaldi, che iniziò così a diventare famoso come creatore di particolari effetti speciali.
Il cast se la cava con diligenza; bene la Bolkan nel ruolo dell’imperscrutabile Carol, bene Anita Strindberg in quello di Julie.
Il quadro delle presenze femminili è completato da altre due splendide donne, l’altera Silvia Monti nel ruolo di Deborah e l’esile e acerba Ely Galleani in quello di Joan
Cast maschile di secondo piano, sia rispetto alla storia narrata sia all’effettivo valore della recitazione;asciutto e compassato Stanley Baker nel ruolo dell’ispettore Corvin, inapuuntabile Jean Sorel nel rulo di Frank.
Una lucertola con la pelle di donna. Un film di Lucio Fulci. Con Florinda Bolkan, Leo Genn, Jean Sorel, Stanley Baker, Franco Balducci.Georges Rigaud, Gaetano Imbrò, Ezio Marano, Silvia Monti, Anita Strindberg,Ely Galleani
Titolo inglese; Lizard in a woman’s skin Giallo, durata 91 min. – Italia 1971.

Florinda Bolkan … Carol Hammond
Stanley Baker … Ispettore Corvin
Jean Sorel … Frank Hammond
Silvia Monti … Deborah
Alberto de Mendoza … Sergente . Brandon
Penny Brown … Jenny (ragazza hippy)
Mike Kennedy … Hubert (ragazzo hippy)
Ely Galleani … Joan Hammond
George Rigaud … Dr. Kerr
Ezio Marano … Lowell (Uomo della scientifica)
Franco Balducci … McKenna
Luigi Antonio Guerra … Poliziotto
Erzsi Paál … Signora Gordon
Gaetano Imbró … Poliziotto
Leo Genn … Edmond Brighton
Regia: Lucio Fulci
Soggetto: Lucio Fulci, Roberto Gianviti
Sceneggiatura: Lucio Fulci, Roberto Gianviti, José Luis Martinez Molla, André Tranché
Produttore: Edmondo Amati
Produttore esecutivo: Renato Jaboni
Casa di produzione: Apollo Films, Atlantida Films, Les Films Corona
Fotografia: Luigi Kuveiller
Montaggio: Jorge Serralonga, Vincenzo Tomassi (supervisione)
Effetti speciali: Carlo Rambaldi, Eugenio Ascani
Musiche: Ennio Morricone
Scenografia: Román Calatayud, Nedo Azzini, Maurizio Chiari
Costumi: Maurizio Chiari
Trucco: Franco Di Girolamo, Gloria Fava
L’infermiera nella corsia dei militari
Grazia, giovane e bella cantante, più che brava, procace, ha una relazione con Johnny, il gestore un tantino losco del night nel quale lavora. L’uomo le chiede di fingersi un’infermiera, per poter recuperare due quadri appartenuti a sua madre, rubati e ora nascosti all’interno della clinica psichiatrica del professor Larussa. Così Grazia entra nella clinica,dove ovviamente abbondano i fuori di testa, inclusi i classici generali e il pittore con qualche dote.

Lino Banfi è il Professor Larussa
La donna è costretta anche a difendersi dalle lunghe mani dei pazienti, oltre che a doversi guardare dal professor Larussa, un uomo che ha problemi con la moglie, che crede frigida. Dopo diverse peripezie, Grazia rintraccia i due famosi quadri, proprio nella stanza di peppino, il pittore fuori di testa. scopre però che non si tratta di due quadri della madre di Johnny, ma di due preziosissimi Caravaggio, rubati, ovviamente.

Alvaro Vitali è il pittore pazzo
Scopre anche che Johnny non ha alcuna intenzione di farla diventare una cantante famoa, ma che intende vendere i quadri e scappare in America con la sua amante. Grazia, così, con l’aiuto dell’assistente di larussa, sventa il piano. Non diventerà una cantante famosa, in compenso troverà l’amore.
Mariano Laurenti, autore di questo L’infermiera nella corsia dei militari, ha diretto, nel corso della sua carriera, una cinquantina di film, quasi tutti appartenenti alla commedia sexy:
Nelle due foto: Nadia Cassini è Grazia
sono suoi alcuni titoli di culto, come Quel gran pezzo dell’Ubalda, La vedova inconsolabile ringrazia quanti la consolarono e Il vizio di famiglia. Lasciata la Fenech, Laurenti punta sulla Cassini, sicuramente molto meno dotata di capacità artistiche, ma fisicamente splosiva, grazie al corpo perfetto. Inserisce nel cast l’onnipresente e bravo Banfi, lo mescola a Alvaro Vitali, Susan Scott, Karin Schubert e Carmen Russo e tira fuori una gradevole commediola, assolutamente insolita nel desolante panorama di fine anni settanta.
Siamo infatti nel 1979, e la crisi del cinema è ormai esplosa a livello quasi mondiale; la stessa commedia sexy ha ormai pochi proseliti, tuttavia Laurenti gira un film in cui qualche risata la si fa, anche se ovviamente siamo al livello tipico di questi film. Tuttavia non è un prodotto da bocciare in toto, non fosse, come già detto, per le discrete battute, una trama una volta tanto non basata solo sulle gag, e per il best cast al femminile che il film propone. Certo, chiedere alla Cassini o a Carmen Russo di recitare è davvero troppo, tuttavia in una pellicola di questo tipo si può sorvolare, accontentandosi di ammirare le perfette forme delle due attrici, di ridacchiare con Banfi e Vitali, il che, con i tempi che correvano nel 1979, non era cosa da poco.
Susan Scott (Nieves Navarro) è Veronica Larussa
L’infermiera nella corsia dei militari , un film di Mariano Laurenti, con Lino Banfi, Nadia Cassini, Paolo Giusti, Enzo Andronico,Elio Zamuto, Karin Schubert,Susan Scott, Gino Pagnani, Alvaro Vitali, Carmen Russo
Commedia, durata 88 min. – Italia 1979.
Nadia Cassini … Grazia Mancini
Lino Banfi … Prof. Amedeo La Russa
Paolo Giusti … Prof. Santarelli
Karin Schubert … Eva
Elio Zamuto … John
Renato Cortesi … Ugolini
Marcello Martana Moretti
Gino Pagnani … Ottavio
Ermelinda De Felice … Suor Fulgenzia
Enzo Andronico … Cav. Galeazzo Gedeone
Carmen Russo … Modella
Alvaro Vitali …. Peppino, Il pittore pazzo
Jimmy il Fenomeno … Il guardiano
Luigi Uzzo … Gustavo – male Nurse
Vittoria Di Silverio L’amante di Johnny
Susan Scott (Nieves Navarro) Veronica Larussa
Regia: Mariano Laurenti
Soggetto: Mariano Laurenti, Francesco Milizia
Sceneggiatura: Mariano Laurenti, Francesco Milizia
Fotografia: Federico Zanni
Montaggio: Alberto Moriani
Musiche: Gianni Ferrio
Ultimo tango a Zagarol
Franco, sposato con Margherita, lavora nello squallido alberghetto a ore della moglie; Margherita, una donna tirannica e sovrappeso, lo obbliga ad una dieta da fame. Un giorno, stanco delle angherie della donna, Franco decide di andarsene, e dopo aver rinfacciato alla moglie la relazione che la stessa intrattiene con un pensionante, molla tutto e va via.
Ingaggiato da una regista fuori di testa, Franco racimola il denaro necessario per prendere in fitto un appartamento in cui il vecchio affittuario, un artista, è morto divorato dai topi.
Qui conosce una ragazza che rifiuta di dirgli anche il suo nome, e che lo obbliga a stravaganti giochi sessuali, come lo stendersi su una rete da letto con due campanelli in mano, mentre lei elettrifica la stessa.
Sempre più affamato, Franco sottosta agli strani giochi, finchè non sa che sua moglie è morta: convinto di aver ereditato l’alberghetto, Franco torna a casa, ma scopre che la moglie non è affatto morta. La stessa, dietro consiglio della madre, ha finto la dipartita per costringere il marito a tornare a casa. Franco scappa nuovamente, e per strada scopre che la misteriosa ragazza conosciuta nell’appartamento altro non è che una prostituta. Ancora una volta in fuga, Franco si rifugia, inseguito dalla ragazza, nell’alberghetto. La moglie e la ragazza lo supplicano di restare con loro, e Franco accetta. In cambio chiede da mangiare e del…..burro.
Gustosa parodia di Ultimo tango a Parigi, il film di Nando Cicero vede per la prima volta Franco Franchi esibirsi in un ruolo d’attore comico si, ma decisamente impegnativo, lontano dai clichè ai quali il bravo attore siciliano aveva abituato il pubblico. La storia sembra surreale, così come il suo svolgimento, sopratutto nelle parti che integrano la figura della stravagante regista che dovrebbe documentare i comportamenti degli italiani nelle toilette; ma la storia resta comunque intrigante, sottilmente amara anche se girata in chiave volutamente farsesca.
Nel ruolo della ragazza senza nome troviamo una bellissima Martine Beswick, ex Bond girl, mentre la regista è una splendida Franca Valeri, ironica come suo solito. La vera sorpresa, come già detto, è costituita da Franco franchi, che da spessore e sottile humour al suo ruolo dello sfortunato Franco, angariato da una moglie fedifraga e da un’amante che lo tiene a stecchetto sia in fatto di sesso che di semplice soddisfazione del primario bisogno di franco,mangiare.
Davvero gustose le scene girate nello squallido appartamento, che in qualche modo appare più squallido ancora di quello dal quale prende modello, l’appartamento che vede la muta storia di sesso tra i due sconosciuti di Ultimo tango a parigi. Siparietto gustoso quello con Nicola Arigliano, il misterioso amante di Margherita, costretto a vivere come un recluso dalla donna, e condannato alla vita di un’oca all’ingrasso.
In definitiva un film da rivalutare, anche se va detto che sono tanti coloro che hanno attribuito a questo film l’etichetta di cult, sopravanzando anche il ben più famoso Ultimo tango di Bertolucci.
Ultimo Tango a Zagarol, un film di Nando Cicero, con Nicola Arigliano, Martine Beswick, Ugo Francareggi, Franco Franchi, Carla Mancini, Gina Rovere, Franca Valeri Italia 1973, Commedia
Franco Franchi: Franco
Martine Beswick: la ragazza
Nicola Arigliano: Marcello
Franca Valeri: la regista
Gina Rovere: Margherita
Loredana Mongardini: Maria
Nerina Montagnani
Ugo Fangareggi: l’operatore
Luciano Bonanni: l’ingegnere
Franca Scagnetti: partecipante alla gara di tango
Nerina Montagnani: addetta alla toilette
Grazia di Marzà: madre di Margherita
Giuseppe Bruno Bossio: selezionatore
Jimmy il Fenomeno: cliente dell’albergo a ore
Regia: Nando Cicero
Soggetto: Mario Mariani
Sceneggiatura: Marino Onorati
Produttore: Mario Mariani
Fotografia: Luciano Trasatti
Montaggio: Alessandro Peticca
Musiche: Ubaldo Continiello, Franco Franchi
























































































































































































































































































































