La mala ordina
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Luca Canali è un magnaccia di piccolo cabotaggio, che vive ai margini della malavita organizzata.
Ha una moglie e una figlia, e vive separato dalla moglie che lavora come parrucchiera.
Gli accade di venir individuato, dal potente capo di una cosca mafiosa americana, come l’autore di un audace colpo ai danni della cosca stessa, depredata dei proventi di un traffico di droga per il valore di svariati miliardi di lire.
L’uomo viene quindi braccato dai killer mandatigli contro dalla cosca, ma con abilità riesce a cavarsela, tanto che la cosca americana si affida ad una cosca locale quella comandata da don Vito Tresoldi per tentare di punire l’uomo.
Così inizia un’altra dura battaglia, senza esclusione di colpi; il mafioso fa uccidere la moglie e la figlia di Luca, che da quel momento giura vendetta.
E la compie, sterminando la gang del mafioso e uccidendo i due killer americani mandati dalla cosca statunitense.
Fernando Di Leo, dopo il capolavoro Milano calibro 9, prova a rinverdire i fasti del primo capitolo della trilogia del milieu, a cui appartiene questo La mala ordina ,
diretto dal regista pugliese nel 1972, comprendente anche la parte finale, ovvero Il boss e affidando la parte del protagonista a Mario Adorf, già presente nel film precedente.
Lo fa imbastendo un noir ben dosato, in cui azione e ritmo non mancano; memorabile, ad esempio, la lunga sequenza dell’inseguimento di Luca Canali, appeso ad uno sportello di un furgone al guidatore del furgone stesso, chiuso dalla violenta scena in cui Luca sfonda a testate il parabrezza del mezzo.
Forse, rispetto a Milano calibro 9, in La mala ordina c’è meno tensione, la sceneggiatura non è brillantissima e manca il personaggio di spicco di Ugo Piazza, sostituito questa volta da un malvivente di mezza tacca, Luca Canali, piccolo magnaccia che saprà districarsi dai guai in cui involontariamente finirà per cacciarsi; pur tuttavia il mestiere di Di Leo c’è tutto, e si materializza in scene davvero ben congegnate, come il citato inseguimento e sopratutto la parte finale, in cui Luca ha la sua vendetta in un cimitero di auto demolite, in cui uccide i due sicari americani.
Punto debole del film sono le interpretazioni; se da un lato c’è un ottimo Adorf, abilissimo nel tratteggiare la figura un pò guascona di Luca Canali, all’opposto troviamo un Henry Silva, nella parte di uno dei due gangster americani, impegnato a mostrare un quantomai inopportuno sorriso smagliante, assolutamente non indicato in un film che ha una forte vocazione noir.
Più aderente al personaggio invece è Woody Strode, legnoso e rigido ma quantomeno più credibile.
Le parti femminili sono affidate alle bellssime Luciana Paluzzi, Femi Benussi e Sylva Koscina; la prima se la cava dignitosamente nei panni dell’interprete dei due gangster, che troverà la morte nel convulso finale; Femi Benussi, un’autentica sicurezza, è al solito perfetta nel suo ruolo, che questa volta è quello di una prostituta amica e protetta di Luca.

Adolfo Celi è Don Vito Tressoldi
Infine c’è Sylva Koscina, brava ma troppo elegante e fine per interpretare la moglie di Luca, il piccolo pappone che non ha certo una laurea o una cultura; la Koscina pur professionale, sembra davvero un elemento estraneo al film, con quella sua aria aristocratica inadatta al ruolo di parrucchiera e moglie di Luca.
Qualche errore di troppo, quindi, mascherato comunque dalla solita professionalità di Di Leo, un vero marchio di fabbrica.
Un film comunque tra i migliori, nel suo genere; non a caso Tarantino lo cita spesso, assieme al resto della trilogia, tra i film che lo hanno impressionato e influenzato maggiormente.
Buone le musiche di Armando Trovajoli; tra le curiosità, la presenza di lara wendel nei panni della figlia di Luca Canali e il doppiaggio di Mario Adorf, affidato al compianto Stefano Satta Flores.
La mala ordina, un film di Fernando Di Leo, con Mario Adorf, Henry Silva, Woody Strode, Adolfo Celi, Luciana Paluzzi, Franco Fabrizi, Femi Benussi, Gianni Macchia, Peter Berling, Francesca Romana Coluzzi, Cyril Cusack, Sylva Koscina, Jessica Dublin, Omero Capanna, Giuseppe Castellano, Giulio Baraghini, Andrea Scotti, Imelde Marani, Gilberto Galimberti, Franca Sciutto, Ulli Lommel, Vittorio Fanfoni, Giuliano Petrelli, Pietro Ceccarelli, Pasquale Fasciano, Alberto Fogliani, Giovanni Cianfriglia, Guerrino,Lina Franchi,Lara Wendel
Mario Adorf … Luca Canali
Henry Silva … Dave Catania
Woody Strode … Frank Webster
Adolfo Celi … Don Vito Tressoldi
Luciana Paluzzi … Eva Lalli
Franco Fabrizi … Enrico Moroni
Femi Benussi … Nana
Gianni Macchia … Nicolo
Peter Berling … Damiano
Francesca Romana Coluzzi … Trini
Cyril Cusack … Corso
Sylva Koscina … Lucia Canali
Jessica Dublin … Miss Kenneth
Omero Capanna … Vito’s Goon
Giuseppe Castellano … Garagaz
Giulio Baraghini … Gustovino
Andrea Scotti … Garo
Gilberto Galimberti … Vito’s Goon
Franca Sciutto … Ballerina
Ulli Lommel … Ballerina
Vittorio Fanfoni … Uomo di don Vito
Giuliano Petrelli … Uomo di don Vito
Pietro Ceccarelli … Uomo di don Vito
Pasquale Fasciano … Uomo di don Vito
Regia: Fernando Di Leo
Sceneggiatura: Fernando Di Leo, Augusto Finocchi
Prodotto da: Armando Novelli .
Musiche: Armando Trovajoli
Effetti speciali: Basilio Patrizi
“Adorfiano ed alterno. Adorf supera se stesso di Milano Calibro 9. Il film no, per snodi di trama assai meno logici rispetto a MC9, che si perdonano perché Adorf è fantastico, la fotografia è un gioiello etc. Si trovano temi presenti nell’opera di Di Leo: le cose che altrove funzionano, pure qui lo fanno egregiamente, mentre ciò che altrove non convince, non convince neppure qui (il mondo giovanile poi ripreso in Avere vent’anni). Inoltre la Dublin non strappa manco un sorriso, analogo risultato del tremendo Colpo in canna.
Tra i migliori esempi di film di genere italiano, ed ottimo esempio di noir, è anche una delle opere migliori di Fernando Di Leo. Girato con grande ritmo non appare mai patinato e artefatto, ma sempre efficacemente realista e spietato, con sequenze d’azione che, sebbene a volte siano un po’ “forzate”, appaiono sempre efficacissime. Ottima la prova del cast (specie del bravo Mario Adorf), così come la colonna sonora.
Il modesto macrò Luca Canali (Adorf) viene utilizzato come capro espiatorio dal padrino Don Vito Tressoldi (Adolfo Celi): a lui è attribuita la mancata consegna di un carico di droga pari a 3 miliardi delle vecchie lire. L’americano Corso (Cyril Cusack), che ha subìto il contraccolpo economico, invia due killer con lo scopo di dare una vistosa lezione al protettore, in colpa di defezione. Eccezionale noir, ispirato alla larga da Scerbanenco, ma frutto d’una sceneggiatura puramente ascrivibile al grande Di Leo (Ingo Hermes è imposto dalla co-produzione tedesca). Adorf domina e buca lo schermo.
Molto convincente Mario Adorf, nel ruolo di un pappone milanese un po’ sbruffone, che viene incastrato dal boss locale. Il film si trasforma quasi subito in una caccia all’uomo, soprattutto quando arrivano i due sicari per eliminare Canali (Adorf). Bravo il protagonista a costruire il personaggio, che da omuncolo dalla lingua lunga si trasforma in vendicatore, quando viene attaccato negli affetti più cari. Nessuna morale. Il boss difenderà nome e credibilità a tutti i costi. Da vedere.
Altro potente capitolo del noir italiano, che rispetto a MC9 appare meno cupo e tragico e più essenziale, lineare ed immediato. L’immenso Adorf tratteggia un macrò leale con gli amici, tenero con la sua famiglia, ma spietato con gli avversari, che vengono abbattuti dalla furia delle sue testate vendicatrici. Silva è insolitamente plastico, esuberante e parolaio e cede la sua granitica impassibilità al collega Strode. Scelta ottimale di volti (Cusack. Celi, Paluzzi, Coluzzi, Fabrizi, Berling…) e attori-stuntmen (Capanna, Galimberti).
Storia di un piccolo macrò della mala milanese che si ritrova braccato da due spietati killer americani senza un motivo apparente… Di Leo, autore anche del soggetto, è bravo nel descrivere con cura la disperata deriva di un uomo finito in un ingranaggio più grosso di lui, gira scene d’azione di tutto rispetto e tratteggia con cura anche i personaggi secondari. Se aggiungiamo l’interpretazione di un eccellente Mario Adorf, credo di aver reso l’idea di un grande film, senz’altro tra i migliori del regista pugliese.
Grandissimo film di Di Leo che ci regala uno dei più straordinari noir italiani di sempre. Livido, violento e spietato come pochi altri e per questo degno di autori più quotati come Don Siegl e Melville. Sceneggiatura tesa e vibrante. Musiche di Trovatoli che si fondono efficacemente con le immagini. Maestosa la prova di Adorf che ci regala uno splendido personaggio ed un finale assolutamente memorabile.
Una partita di eroina rubata, un pesce piccolo a cui addossare la colpa, una vendetta cieca e rabbiosa. Tutti elementi noti al genere noir, che Di Leo usa con mestiere confezionando un altro film “scerbanenchiano” dopo Milano Calibro 9 (curiosamente, quello è il titolo del racconto da cui viene l’idea di partenza del film). Meno intenso e più fiammeggiante, mette in prima linea un grande Mario Adorf, pappone con una sua dignità che non accetta compromessi e si fa giustizia da solo. Qualche tributo al gusto pop dell’epoca. Il finale è eccessivo “
L’affittacamere

Le sorelle Giorgia (Gloria Guida) e Angela Mainardi (Fran Fullenwider) alla dipartita della loro amata zia, si ritrovano ad aver ereditato una villa nei dintorni di Bologna; la costruzione, fatiscente, richiede cure e investimento di denaro.
Giorgia, bella e intraprendente tanto quanto la sorella Angela è goffa e svampita, decidono di trasformare la costruzione in una pensione, confidando anche nell’aiuto del fidanzato di Angela, Lillino (Lino Banfi), un meridionale dotato di un appetito degno di Pantagruel.
E’ Giorgia a darsi da fare per attirare clienti nella pensione; giocando sulla sua bellezza fisica, la ragazza riesce a dirottare nella pensione alcuni professionisti.
Così, alla rinfusa, arrivano prima il maresciallo Pasquale Esposito (Enzo Cannavale), che ben presto si trasforma in un tutto fare, l’avvocato Mandelli (Gianfranco Dettori), accalappiato in maniera involontaria da Giorgia, che va a rifugiarsi in macchina dell’uomo dopo essere rimasta in slip e reggiseno per strada, l’onorevole Vincenzi (Vittorio Caprioli), a cui si aggiungeranno altri personaggi.
Nel frattempo il giudice Damiani, un tipo rigido, moralista e inflessibile, venuto a conoscenza dell’esistenza della pensione, decide di indagare sulla stessa; in contemporanea alla storia si aggiungono altri personaggi, ovvero il Prof. Eduardo Settebeni (Luciano Salce), amico del Mandelli, anch’egli incuriosito da quella struttura sopratutto dopo aver incontrato l’amico reduce da una nottata insonne e Anselmo Bresci (Beppe Pambieri), un tipografo che è l’amante di Rosaria (Marilda Donà), moglie del giudice Damiani.
Ogni personaggio ha le sue manie e i suoi tic; la stessa Angela è affetta da sonnanbulismo, erra infatti di notte per la pensione alla ricerca di cibo, e in stato di incoscienza finisce per andare in camera di Mandelli, mentre l’onorevole Vincenzi si appaga autografando le parti intime della disponibile Giorgia, concupita anche dagli altri protagonisti della storia.

Gloria Guida è Giorgia Mainardi
In un crescendo boccacesco, le vicende si intrecciano quando la moglie del professor Settebeni, insospettita dal comportamento del marito, decide di seguirlo e lo vede entrare nella pensione; contemporaneamente il giudice Damiani decide di vederci chiaro e si reca anche lui sul posto.
Qui in un altalenarsi di situazioni curiose, verranno tutti a trovarsi nella stessa stanza, incluso il giudice e sua moglie, scoperta con le mani nel sacco, ovvero a convegno con il suo amante.

Vittorio Caprioli è l’Onorevole Vincenzi
L’arrivo della signora Settebeni costringe tutti ad un patto di mutuo soccorso per evitare lo scandalo; Settebeni annuncia alla moglie di essere sul posto per acquistare la pensione e trasformarla in una clinica.
Così la furba Giorgia riesce a vendere la struttura al professore e con la sorella e il cognato, finalmente sposi, si trasferisce in Puglia dove l’uomo ha appena ereditato una villa con molte stanze. A Giorgia viene un’idea…
Commedia innocua e senza pretese, questa L’affittacamere, diretta da uno specialista del genere, il regista Mariano Laurenti, che l’anno precedente aveva proposto Il vizio di famiglia , forse la sua commedia sexy più riuscita; anche in questo caso utilizza un cast notevole, in cui compaiono grossi nomi del cinema, come quello di Adolfo Celi, di Luciano Salce, di Lino Banfi e Enzo Cannavale, oltre all’onnipresente Caprioli, a Pambieri e Dettori.

Giancarlo Dettori è L’avvocato Mandelli
Il cast femminile è composto da Gloria Guida, dalla sfortunata Fran Fullenwider, morta nel 1997 e dalla bella Marilda Donà; la Guida e la Donà rivaleggiano più in bellezza e sex appeal, piuttosto che in bravura, ma assolvono discretamente il loro ruolo, visto che a loro era rihiesto solo l’essere belle e fisicamente apprezzabili.
Qualche risata quà e là, qualche situazione buffa, alcuni nudi davvero notevoli, qualche incredibile gaffe nella sceneggiatura, come quella che vede la Guida entrare seminuda nell’auto di Dettori e lo stesso utilizzare la chiave per aprire la porta.
In un film che si propone solo come passatempo per stimolare due risate sono cose ampiamente giustificabili; per fortuna manca la solita componente scurrile, davvero molto limitata o inesistente, il che rende questo prodotto, se non memorabile, almeno degno di essere visto.
La recensione del Morandini, ancora una volta, porta fuori strada: “Ereditata da una zia contessa una villa malridotta vicino a Bologna, due intraprendenti sorelle la trasformano in una pensione molto, molto ospitale che attira i maschi della zona. Nell’orto del cinema erotico-pornografico Laurenti si è fatto un nome. Non manca il sale dell’umorismo”
Se, come detto, “non manca il sale dell’umorismo” allora perchè bollare con il voto minimo il film?
L’affittacamere, un film di Mariano Laurenti. Con Vittorio Caprioli, Gloria Guida, Giancarlo Dettori, Luciano Salce, Lino Banfi, Adolfo Celi, Enzo Cannavale, Vincenzo Crocitti, Fran Fullenwider, Giuseppe Pambieri, Giuliana Calandra, Dino Emanuelli, Marilda Donà
Erotico, durata 100 min. – Italia 1976.
Gloria Guida … Giorgia Mainardi
Lino Banfi … Lillino
Enzo Cannavale … Pasquale Esposito
Vittorio Caprioli … Onorevole Vincenzi
Adolfo Celi … Giudice Damiani
Giancarlo Dettori L’avvocato Mandelli
Fran Fullenwider … Angela Mainardi
Giuseppe Pambieri … Anselmo Bresci
Luciano Salce … Prof. Eduardo Settebeni
Marilda Donà … Rosaria la moglie di Damiani
Giuliana Calandra Adele Bazziconi – moglie di Settebeni
Dino Emanuelli … Notaio
Francesco D’Adda Orazio
Vincenzo Crocitti Paziente di Settebeni
La moglie di mio padre
Un ricco industriale e vedovo lombardo, Antonio, convola a nozze con una donna parecchio più giovane di lui; l’uomo va in crisi ilgiorno in cui si rende conto di non poter appagare sessualmente la moglie, iniziando così una relazione adulterina, anche se passeggera, con una giovanissima. La situazione si complica notevolmente con l’arrivo di Claudio, figlio dell’industriale, giovane playboy che ben presto scopre di essere attratto, ricambiato, dalla giovane matrigna.
Luigi Pistilli
La donna, Laura, nutre dubbi su se stessa, incolpandosi in qualche modo dei problemi del marito, finendo per ingaggiare una prostituta per prendere lezioni di seduzione. Tutto finisce in tragedia quando la donna, andato via il giovane Claudio, rifiuta di tornare con il marito, preferendo la sua nuova vita indipendente; Antonio non accetta la cosa e l’uccide.
Carroll Baker
Immerso in un’atmosfera opprimente, decadente, La moglie di mio padre è un film con qualche pregio e moltissime pecche; se riesce, in qualche modo, ad essere una visione del disfacimento della famiglia (siamo negli anni settanta, nel 1976 per la precisione), dei suoi valori ormai in crisi, non sfugge alla logica di una sceneggiatura semplicistica e piena di pecche.
A parte il triangolo ormai abusato marito-moglie-figlio, appare evidentissima la distonia tra la storia e le scene di erotismo, nelle quali c’è anche, insolitamente, il bravo Adolfo Celi, che non riesce con il mestiere a coprire l’evidente imbarazzo. Bene invece Carroll Baker, sempre capace di ricoprire il ruolo assegnato con grazia e bravura. Un film in tono minore, nonostante il cast fosse di buon livello; vanno citati anche Cesare Barro, nel ruolo del giovane Claudio, Luigi Pistilli in quello dello psicanalista dell’industriale,
Gabriella Giorgelli
la solita bellissima Femi Benussi nel ruolo di una moglie fin troppo disponibile e quello della giovane e sfortunata Jenny Tamburi in quello di un’amica della Baker. Il film è diretto da Andrea Bianchi, che in passato aveva diretto diligentemente Nude per l’assassino, con taglio molto pesante, forse troppo per una pellicola con molte pretese assolutamente ridimensionabili dopo la sua visione.
Adolfo Celi
La moglie di mio padre, un film di Andrea Bianchi. Con Adolfo Celi, Carroll Baker, Jenny Tamburi, Cesare Barro,Luigi Pistilli, Femi Benussi, Gabriella Giorgelli
Erotico, durata 92 min. – Italia 1976.
Carroll Baker: Laura
Adolfo Celi: Antonio
Cesare Barro: Claudio
Luigi Pistilli: Carlo
Gabriella Giorgelli: Prostituta
Dada Gallotti: amica di Patrizia
Caterina Barbero: Gabriella
Carla Spessato: Magda
Femi Benussi: Patrizia
Jenny Tamburi: Diana
Regia Andrea Bianchi
Soggetto Andrea Bianchi, Massimo Felisatti
Sceneggiatura Andrea Bianchi, Massimo Felisatti
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Capitol International, Koala Cinematografica
Fotografia Franco Delli Colli, Franco Villa
Montaggio Mariano Arditi
Musiche Guido De Angelis, Maurizio De Angelis
Trucco Romana Piolanti
Chi l’ha vista morire

Una bambina, Nicole, viene uccisa in Svizzera; non assistiamo, materialmente all’omicidio, ma vediamo la sua baby sitter andare alla sua ricerca. La scena cambia e ci troviamo a Venezia; la protagonista questa volta è Roberta, figlia di uno scultore Franco Serpieri e di Elizabeth, che vive in Olanda, lontana dal marito dal quale si è un pò distaccata, tant’è vero che vediamo l’uomo avere un’avventura galante con un’altra donna. Un giorno, mentre la bambina sta giocando con i suoi amici, sparisce misteriosamente, cercata inutilmente dal padre. Verrà ripescata nel Canal Grande il giorno dopo, con il volto riverso nell’acqua.
Ai funerali della piccola Roberta arriva anche Elizabeth, che cerca di riprendere, in qualche modo, il dialogo interrotto con Franco. Il quale, disperato, decide di svolgere indagini per conto suo. Indagando anche sulla morte di una bambina figlia di un artigiano del vetro, Franco scopre che quest’ultimo è stato aiutato da un filantropo, l’avvocato Bonaiuti.

Il dolore di Elizabeth, la splendida Anita Strindberg
A poco alla volta Franco si rende conto che un misterioso legame unisce Bonaiuti, Ginevra, una bellissima donna che sembra il trait d’union con l’avvocato, il mercante Serafian, un losco antiquario che è in società con Ginevra. Sarà quest’ultima a dare la svolta alle indagini, morendo in un cinema, uccisa dal misterioso assassino delle bambine, che uccide successivamente anche l’avvocato Bonaiuti. Scampato alla morte, grazie al figlio di Ginevra, Franco arriverà all’agghiacciante verità, dopo che anche Elizabeth ha corso il rischio di essere uccisa.
Girato in una Venezia crepuscolare, immersa nell’atmosfera tipica autunnale della città lagunare, Chi l’ha vista morire sembra un tributo a A Venezia, un dicembre rosso schocking, di Roeg, anche se le analogie tra i due film si fermano solo alla location e all’atmosfera. Il film in effetti è un robusto thriller, teso, aiutato da una colonna sonora ossessiva, e si avvale di un cast ad alto livello, nel quale figurano Anita Strindberg nel ruolo di Elizabeth, il debole George Lazenby, forse sottotono nel ruolo drammatico di Franco, un Adolfo Celi sibillino e bravissimo in quello dell’antiquario Serafian e la splendida attrice di origini italiane Dominique Boschero, nel ruolo di Ginevra.
Chiude il cast un giovane Alessandro Haber, che ha un ruolo chiave nel film,quello di padre James. Un film senza sbavature, diretto nel 1972 dal bravissimo Aldo Lado, maestro nel creare atmosfere d’attesa, giocate sulla recitazione e su dialoghi scarni ed essenziali. Ancora una volta segnalo l’assoluta mancanza di buona fede del Morandini, che bolla il film come scadente: la trama riportata dal critico che scrive per l’editore è sbagliata e lacunosa.
Viene da chiedersi cosa facesse la sera che proiettavano il film. In ultimo segnalo la presenza di una minidiva, quella Nicoletta Elmi che girerà diversi buoni thriller all’italiana, e che è bravissima nell’interpretare il ruolo di Roberta.
Chi l’ha vista morire, un film di Aldo Lado. Con Adolfo Celi, George Lazenby, Anita Strindberg, José Quaglio, Dominique Boschero.Alessandro Haber, Peter Chatel, Piero Vida, Vittorio Fanfoni, Rosemarie Lindt, Nicoletta Elmi
Giallo, durata 90 min. – Italia 1972
George Lazenby: Franco Serpieri
Anita Strindberg: Elizabeth Serpieri
Adolfo Celi: Serafian
Dominique Boschero: Ginevra Storelli
Peter Chatel: Filippo Venier
Piero Vida: giornalista
José Quaglio: avvocato Nicola Bonaiuti
Alessandro Haber: padre James
Nicoletta Elmi: Roberta Serpieri
Rosemarie Lindt: Gabriella
Giovanni Forti Rosselli: Francesco Storelli, figlio di Ginevra
Sandro Grinfa: commissario De Donato
Regia Aldo Lado
Sceneggiatura Francesco Barilli, Massimo D’Avak, Aldo Lado, Ruediger von Spiess
Produttore Enzo Doria
Casa di produzione Dieter Geissler Filmproduktion, Doria G. Film, Roas Produzioni
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Angelo Curi
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Gisella Longo, Alessandro Parenzo
Trucco Franco Schioppa





Holocaust 2000
Il sogno di Robert Caine è di costruire una moderna centrale termonucleare,potentissima;un sogno che però è avversato da diverse persone,per motivi svariati. Eva,sua moglie,è contraria per motivi ecologisti,il leader del paese nel quale la centrale deve essere costruita la ritiene una cosa pericolosissima;uno degli scienziati che ha studiato il progetto è convinto che i danni sarebbero superiori ai vantaggi,e c’è in ultimo un sacerdote convinto che il figlio di Caine,Angel,altro non sia che l’incarnazione del diavolo,che vorrebbe far approvare la pericolosa costruzione per provocare l’Apocalisse.
Ad uno ad uno gli avversari del progetto muoiono in circostanze misteriose;il leader del paese africano che doveva ospitare la centrale muore in maniera orribile,decapitato dai rotori di un elicottero sul quale doveva salire.
Robert,messo sull’avviso dal sacerdote,intuisce che dietro le morti c’è un disegno oscuro;aiutato dalla sua nuova compagna,la giornalista Sara,tenta di uccidere il figlio,ma viene fermato e chiuso in un manicomio,dove rischia la vita.Nel frattempo Sara,che ha dato alla luce una bambina,è in pericolo,perché Angel vuole uccidere sua figlia.Ma Robert,fuggito provvidenzialmente dal manicomio,salva sia la donna che la bambina,e scappa lontano.Angel avrebbe campo libero,ma la bimba di Sara,come recitano le profezie,può fermarlo.
Diretto nel 1977 da Alberto De Martino,con un cast di livello eccellente,del quale fanno parte Kirk Douglas,nel ruolo di Caine,Agostina Belli in quello di Sara,Romolo Valli in quello del sacerdote,Holocaust 2000 è un discreto prodotto,uscito però in ritardo rispetto ad altri film del filone demoniaco,come Omen,La maledizione di Damien.Molti punti deboli in una sceneggiatura non certo impeccabile,ma sorretta dalle buone prove degli artisti.Tutto il discorso ecologista viene affrontato di straforo,e è questo il limite del film;la trama punta troppo sul rapporto tra Robert e suo figlio Angel,sulle implicazioni demoniache invece che sull’ecologia e sul pericolo della centrale.
Un film di Alberto De Martino. Con Adolfo Celi, Anthony Quayle, Ivo Garrani, Agostina Belli, Kirk Douglas, Simon Ward, Romolo Valli, Alexander Knox, Spiros Focas, Sergio Serafini, Vittorio Fanfoni, Massimo Foschi, Eugenio Masciari, Virginia McKenna, Geoffrey Keen, John Carlin, Gerard Hely, Peter Cellier, Penelope Horner, Caroline Langrishe, Joanne Dainton. Genere Fantastico, b/n 106 minuti. – Produzione Italia, Gran Bretagna 1977.
Regia Alberto De Martino
Produzione Edmondo Amati Maurizio Amati
Scritto da Sergio Donati Alberto De Martino
Distribuito da Erico Menczer
Editing Vincenzo Tomassi
Kirk Douglas … Robert Caine
Simon Ward … Angel Caine
Agostina Belli … Sara Golan
Anthony Quayle … Professor Griffith
Virginia McKenna … Eva Caine
Spiros Focás … Harbin
Ivo Garrani … The Prime Minister
Alexander Knox … Professor Ernst Meyer
Adolfo Celi … Dr. Kerouac
Romolo Valli … Monsignor Charrier
Massimo Foschi … Arab Assassin
Geoffrey Keen … Gynecologist
John Carlin … Robertson
Peter Cellier … Sheckley
Gerard Hely … Clarke
Amici miei Atto II
Abbiamo lasciato il gruppo scanzonato e dissacrante di amici alle prese con il funerale del Perozzi e con l’ultima atroce beffa perpetrata ai danni del pensionato. Monicelli,per riprendere il discorso,affida le vicende all’uso sapiente del flashback,e ci mostra i 5 alle prese con le loro vicende famigliari e con nuove,crudeli ma esilaranti beffe.
C’è il Necchi (questa volta impersonato da Renzo Montagnani) alle prese con la sua perenne gelosia;il Perozzi afflitto come al solito dai suoi problemi,tra i quali un figlio serioso e agli antipodi rispetto al padre; il conte Mascetti,nobile decaduto,che cerca di mantenere la sua dignità,e il Sassaroli,il primario annoiato, alla ricerca della botta di vita,oltre al solito Melandri.
Le beffe sono di quelle che fanno epoca,come quando il gruppo fa sgomberare la torre di Pisa con la scusa che è pericolante,mentre loro con dei cavi invitano la gente a tirare per evitare che la stessa cada;c’è l’espediente del conte Mascetti,che abbaglia giovani attricette con fiori e inviti a cena,che dopo la rituale notte di sesso,si trasformano in una fuga ignominiosa dello stesso,senza pagare i conti. C’è la distruzione del paesino,con i nostri che vanno in piccoli paesini della Toscana,vestiti di tutto punto come ingegneri o tecnici e comunicano alla gente che proprio sul paese dovrà passare l’autostrada,con conseguente abbattimento di case,chiese ed edifici.
E c’è anche spazio per lo humour nero e per la commozione,come nel momento in cui il conte Mascetti,adirato con gli amici,viene colpito da un ictus che lo riduce sulla sedia a rotelle; parteciperà ad una gara per paraplegici,dove arriverà ultimo sotto la bandiera pisana,per fare un dispetto ai cittadini di quella città.
Monicelli nel primo film si era divertito con un humour duro e graffiante; nel secondo film affiora invece un pessimismo quasi leopardiano,tutte le zingarate del gruppo di amici diventano più crudeli,una metafora del cupo pessimismo che sembra voler trasmettere il regista attraverso immagini forti,come la già citata corsa di portatori di handicap.
Amici miei II segna la fine della grande stagione della commedia all’italiana,che da quel momento non avrà quasi più spazio al cinema;l’amarezza e la drammatica corrosività di Monicelli,sembrano essere un epitaffio sulla commedia all’italiana,in piena crisi di idee ma sopratutto di interpreti. Il cupo pessimismo del film sembra avvolgere la storia,rendendola sicuramente meno brillante del primo atto,Amici miei,ma sicuramente più tesa ad un’analisi spietata di un periodo,di una generazione in crisi con il rapporto verso l’età e le nuove generazioni.
Amici miei atto secondo,
un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Gastone Moschin, Renzo Montagnani, Paolo Stoppa, Franca Tamantini,
Milena Vukotic, Alessandro Haber, Philippe Noiret, Angela Goodwin, Tommaso Bianco, Domiziana Giordano.
Genere Commedia, colore 117 minuti. – Produzione Italia 1982.
* Ugo Tognazzi: Il Conte Mascetti – Raffaello “Lello” Mascetti
* Gastone Moschin: Il Melandri – Architetto Rambaldo Melandri
* Adolfo Celi: Il Sassaroli – Professor Alfeo Sassaroli
* Renzo Montagnani: Il Necchi – Guido Necchi
* Milena Vukotic: Alice Mascetti
* Franca Tamantini: Carmen Necchi
* Marisa Traversi: Anita Esposito, l’amante del Perozzi
* Angela Goodwin: Laura Perozzi
* Alessandro Haber: Paolo, il vedovo
* Domiziana Giordano: Noemi
* Tommaso Bianco: Fornaio
* Paolo Stoppa: Sabino Capogreco, lo strozzino
* Philippe Noiret: Il Perozzi – Giorgio Perozzi
* Fiorentina Bussi: Twister
* Enio Drovandi: Poliziotto
* Maurizio Scattorin: il figlio del Perozzi
Regia Mario Monicelli
Soggetto Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli, Mario Monicelli
Produttore Luigi De Laurentiis, Aurelio De Laurentiis
Distribuzione (Italia) Filmauro
Fotografia Sergio D’Offizzi
Montaggio Ruggiero Mastroianni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Gianna Gissi
Fare un bel sequel non è da tutti. Il seguito di Amici Miei ci riesce benissimo, inserendo uno splendido Montagnani al posto di Del Prete e trovando un asso di briscola nello strozzino, non disegnato, ma addirittura scolpito, da Paolo Stoppa. Tante scene di culto. Io ne preferisco una solitamente poco citata, benché presa di peso da Causa di divorzio di Fondato: il vigile (Enio Drovandi) che ferma gli amabili Amici e guarda la patente del Necchi. Ovviamente non mancano coloro che, ultra-esagerando, vanno oltre la lettura anti-femminile e parlano di velata omosessualità. Insopportabili.
Il primo Amici miei (una delle ultime grandi commedie italiane) rimane insuperabile; il sequel (pur essendo confezionato con classe, non per niente alla regia rimane il grande Monicelli) non è all’altezza; si tratta di un film spiritoso con trovate talvolta originali, ma lo spirito del primo film si è perduto per sempre. Manca sopratutto il sentimento nostalgico-malinconico che pervadeva il primo film (specie nel finale) anche se gli attori fanno ancora bene la loro parte.
Caposaldo, a tratti persino meglio del primo (Montagnani è un bel valore aggiunto). L’intera sequenza del cimitero, dal fulminante “sbiriguda” con cui Tognazzi inizia la sua tiritera all’efferato duetto Celi-Haber sulla tomba di Agata, “amica e amante impareggiabile”, vale da sola tutta la cinematografia di sedicente comicità toscana dgli ultimi 15 anni.
Ritornano i compagnoni scherzosi di Amici miei, dopo la morte di uno di loro, ma sempre in vena di zingarate (magari in flashback), tra cataclismi (l’alluvione di Firenze) e piccole burlette, in mezzo a drammi familiari o avventure passeggere. Tutto tra spensierata comicità e sottile malinconia. Un buon film, che tiene alto il livello della confezione già acquisito nel precedente lavoro, senza però la sorpresa dell’originalità.
Sono ancora tutti in grande forma i compagnoni, armati di supercazzole e vogliosi di zingarate; e dico proprio tutti, visto che, grazie a voli nel passato, viene anche riesumato (e menomale) il Perozzi. Le gag riuscite si sprecano, passando dalle peggio vigliaccate, ai colpi bassi (come sempre, anche tra loro). Non mancano, comunque, i momenti piuttosto amari (la situazione del conte Mascetti e famiglia). Regge bene fino alla fine, a parte qualche colpo non proprio a segno (l’inesistente spasimante), restando notevole e da vedere.
Seguito che nulla aggiunge né toglie al primo capitolo, ma che può vantare sempre le superlative interpretazioni dei protagonisti e alcune gag ben riuscite (su tutte, quella del cimitero con Haber e quella della torre di Pisa). Ottimo Stoppa nella parte dell’usuraio gabbato. Tra una zingarata e l’altra, torna ad aleggiare l’ombra della morte, che questa volta minaccia Tognazzi.
Di assoluto livello questo secondo capitolo, con la solita amarezza di fondo ad ancora molte scene strepitose. Il film a mio avviso guadagna anche dalla sostituzione del mediocre Duilio Del Prete con l’ottimo Renzo Montagnani, ed anche l’usuraio intepretato da Paolo Stoppa è protagonista di alcuni momenti grandiosi. Forse alcuni passaggi tra il “presente” ed i flashback non sono perfetti, ma che importa. Da vedere anche solo per gli ultimi 5′, che mostrano un Tognazzi da applausi a scena aperta.
Secondo capitolo che presenta tante affinità col primo, al quale in definitiva non aggiunge nulla di nuovo: zingarate di varia natura, una “tonificante” vena di cattiveria e la morte che aleggia in maniera prepotente. Anche il cast (quasi immutato) fa la sua parte. Il divertimento non manca anche se il risultato finale è un passo indietro rispetto al capostipite. Tuttavia il livello è ancora buono.
Secondo atto per i goliardi fuori tempo. Entra Montagnani per Del Prete: ovvio miglioramento, che aumenta il rimpianto per il talento sprecato dall’attore nella sua carriera. La struttura è sostanzialmente la stessa. La morte del Perozzi dà lo spunto, poi si torna alle zingarate, alcune memorabili come la crocefissione e il “rigatino”. Non tutto è di gran gusto (la contorsionista messa in valigia e buttata su un autobus è una trovata esagerata e stupida) e si perde un po’ il senso vero del primo film. Comunque si ride tantissimo.
Mentre il primo capitolo rientra a pieno merito tra i capolavori della “commedia all’italiana”, questo secondo atto risulta un film divertente e nulla più. Rispetto all’originale forse manca la novità delle “zingarate” dei cinque amici ma ancor più manca l’approfondimento psicologico dei protagonisti. Comunque Monicelli è regista intelligente e sa come far funzionare lo spettacolo ed inoltre la sostituzione di Del Prete con Montagnani è sicuramente positiva, così la pellicola risulta molto godibile. Ottimo anche Paolo Stoppa nel ruolo dello strozzino.
Al netto degli anacronismi imposti dalla necessità di ripescare il Perozzi e inserirlo in un flashback della Firenze alluvionata, oltre che di un tono meno introspettivo e più leggero che calza a pennello alla new entry Montagnani, la struttura base del primo film è salva, comprese la burla prolungata (qui al bravo Stoppa, nel primo a Blier) e la morte che aleggia sul finale. Non c’è l’atmosfera del capostipite, si compensa con maggiore cattiveria: gli “zingari” assecondano alla perfezione una sceneggiatura ben congegnata.
Non male. Vi sono numerosi “episodi” divertenti, come per esempio quello dell’alluvione con Moschin che esclama “ma guarda se Dio per salvare la tua verginità doveva inondare Firenze!”, l’usuraio, le foto oscene. Monicelli firma una buona regia. Ottimo il cast d’attori, non solo quelli principali. Godibile.
Decisamente inferiore al primo atto. La comicità diventa più crudele e surreale, e se molte scene sono memorabili altre non riescono a colpire nel segno. Inoltre la storia dopotutto non è che una serie di episodi, e rispetto al numero 1 mancano sia l’approfondimento dei personaggi che la malinconia di fondo. Comunque il cast è sempre straordinario (Montagnani al posto di Del Prete funziona benissimo) e la regia di Monicelli, cinica e sarcastica, funziona ancora alla grande.
Se l’entrata in scena di Montagnani pare funzionare bene e la verve dissacrante del primo episodio non si è smarrita, tuttavia il filo narrativo è meno lineare, sembra adesso di procedere per gag successive. Tra queste mi piace ricordare il figlio del Perozzi a pigione dal Mascetti, l’operazione ai reni dello strozzino, l’alluvione. Più grossolani invece altri passaggi, come quello alla torre di Pisa e la corsa delle carrozzine. I temi di fondo del primo film vengono confermati, ma l’effetto non è più lo stesso.
Secondo atto che si mantiene agli alti livelli del primo per quel che riguarda la comicità delle situazioni, la vincente struttura a flashback, qui utile per ripescare il prezioso Noiret e la prova attoriale dei 5 amici, anche qui spumeggianti, geniali e impagabili (Moschin forse fa sbellicare più di tutti). Ottimo anche il contributo degli sventurati che capitano loro a tiro come Stoppa e uno strepitoso Haber. Monicelli dirige il tutto col piglio giusto. Tanti gli episodi memorabili: al cimitero, l’alluvione, la gravida, il servizio torri…
Sequel delle avventure degli zingari. Si ride parecchio, ma là con una nota malinconica evidente, qui c’è la voglia di costruire scene efficaci tralasciando quasi del tutto (occhio al finale) lo spirito del primo film. Ecco dunque pezzi divenuti celeberrimi: Adelina, Stoppa, la beghina e l’alluvione, la Via Crucis, ecc. ecc. Grandissimo Celi nella parte del cinico (quasi più che nel primo).
Quando il sequel non delude lo spettatore! Qui siamo di fronte ad un capolavoro di cinema comico, o commedia se si preferisce. Qui abbiamo situazioni boccaccesche, scherzi più o meno volgari, e abbiamo anche il cattivo cinismo. Alcune scene sono assolutamente memorabili e non v’è possibilità alcuna di trovar qui un solo punto debole. Attori al top, regia al top, sceneggiatura al top. Insomma un capolavoro. Peccato per l’immensa boiata del terzo capitolo, che quasi danneggia i Monicelliani!
Mentre il primo era un divertente e riuscito misto tra dramma e commedia, in questa seconda puntata è netta la dimensione comica della vicenda. I quattro protagonisti ricordano episodi del passato (che vengono mostrati in flashback e in cui riappare il Sor Perozzi/Noiret) e vivono divertenti avventure nel presente. Il tutto sotto la calibrata regia del maestro Monicelli. Grandissimi una volta di più i protagonisti, con la new entry Montagnani al posto di Del Prete. Raffica di scene memorabili.
Nient’altro che un buon film. La sensazione di già visto è sin troppo pesante, tanto che a tratti sembra di assistere ad un remake più che ad un sequel. Manca completamente l’atmosfera del capostipite e la sostituzione di Del Prete con Montagnani è quasi emblematica delle intenzioni che animano quaesto secondo capitolo: fare ridere, punto. Invece paradossalmente l’effetto comico risulta inferiore al primo capitolo, a causa di situazione esagerate ed una certa grossolanità di fondo.
Bello quanto il primo, in certi momenti anche di più. Montagnani rimpiazza degnamente Del Prete, conferendo alla sua figura da “bottegaio” un’aria più leggera. Questa volta il riso, più che amaro, è nero: nemmeno la morte riesce a dividere i cinque bischeri (vedi la bella idea dei flashback sul Perozzi) e si scherza amabilmente sui cimiteri, sui tradimenti e persino sulle malattie. Il ritmo malin-comico si mantiene sempre su alti livelli.
Per certi versi l’ho trovato addirittura superiore al primo: più ritmo, scherzi più accattivanti e divertenti, Montagnani più in parte di Del Prete, ma la storia è un po’ affaticata con i continui flashback tra passato e presente (che servono a riportare in scena Noiret). Comunque un cult del cinema italiano, pieno di grandi dialoghi e con un cast eccezionale che, oltre ai cinque protagonisti, conta comprimari del calibro di Haber e Stoppa. Imperdibile.
Se nel geniale capostipite veniva voglia di invecchiare, qui si sente forse il peso dell’età. Gli attori non sono più freschi 50enni e la stessa sceneggiatura pare richiamarsi troppo all’originale, quasi per dovere di sequel. Da verificare l’eventuale presenza di errori figli dell’esigenza di spettacolo (il grandioso Sassaroli era già un “amico” con il figlio del Perozzi fanciullo?). Cionondimeno e nonostante la debolezza nell’approfondimento psicologico dei 5, ne risulta una buonissima commedia, arricchita da qualche perla indimenticabile.
Diabolik

Il film di Mario Bava è il secondo tentativo di portare sul grande schermo avventure tratte dai fumetti per adulti (così erano marcati i nuovi protagonisti del crimine) subito dopo il discutibile esito di Kriminal, diretto da Umberto Lenzi,che precedette di due anni l’uscita dell’antieroe creato dalle sorelle Giussani.
Per il cast Bava chiamò John Philipp Law,assolutamente anonimo e la bella Marisa Mell che sarebbe poi scomparsa in giovane età per un brutto male; Law prese il posto di Jean Sorel,che sicuramente avrebbe dato ben altri stimoli al personaggio dark del fumetto,mentre la Mell,che non sfigurò,prese il posto della Deneuve,refrattaria a girare scene di nudo.La trama è abbastanza complessa,nonostante tutto; Diabolik ruba una grossa somma,usando uno dei suoi trucchi e sfugge alla polizia rifugiandosi in una caverna,dove lo attende Eva Kant. Ginko,l’ispettore mortale nemico del re del terrore,umiliato,fa una retata in cui cade un grosso criminale,Valmont,che per salvarsi la pelle promette di far catturare Diabolik. Nel frattempo Diabolik effettua un nuovo,grande furto,rubando una collana di smeraldi,con un ingegnoso trucco;inserisce una fotografia statica davanti alle telecamere di sorveglianza,quindi fugge lasciando con un palmo di naso i poliziotti,nero come la notte nella sua caratteristica tuta.
Intanto Valmont riesce con un trucco a rapire Eva Kant e chiede come riscatto il malloppo messo su da Diabolik con gli utlimi due furti;il re del terrore accetta,ma mentre è sull’aereo di Valmont,lo afferra e si getta nel vuoto;riesce così a carpire all’uomo l’informazione su dove Eva è tenuta prigioniera.
Il ministro degli interni francese,dopo il tentativo fallito,decide di mettere una taglia gigantesca su Diabolik,che reagisce facendo saltare i palazzi del fisco,provocando una crisi economica colossale;così,per salvare l’economia,si decide di fondere l’oro dello stato in un solo gigantesco lingotto. Diabolik fa saltare il treno su cui è il lingotto e lo recupera dal fondo del mare con un sommergibile con Eva si nasconde in un rifugio;ma Ginko è sulle sue tracce e Diabolik,dopo una colluttazione,viene colpito da un getto di oro.
Sembra la fine,ma durante una visita di Eva alla sua statua d’oro,approfittando di un momento di disattenzione di Ginko,strizza l’occhio alla complice.Difficile dare un giudizio,oggi,su un film di 40 anni fa. Bava gira,più che un film,un documentario stravagante su un personaggio che si prestava a ben altro risultato di quello ottenuto.Probabilmente la presenza del legnoso Law,assolutamente improponibile in un ruolo che sembra virato più all’ironia che ad una resa pari a quella del fumetto,giocò una parte importante. Il cast era di buon livello,con Michel Piccoli,Adolfo Celi,Claudio Gora e Renzo Palmer;tuttavia il film non riesce mai a coinvolgere veramente,trasformandosi via via che la pellicola scorre,in un’helzapoppin di situazioni paradossali.Un vero peccato,per quella che fu un’occasione perduta.
Il film è disponibile su You tube in una versione completa, di buona qualità, all’indirizzo : http://www.youtube.com/watch?v=78KD3wypnak
Diabolik, un film di Mario Bava. Con Claudio Gora, Adolfo Celi, Lucia Modugno, Michel Piccoli, Renzo Palmer, Caterina Boratto, Marisa Mell, Carlo Croccolo, John Philip Law, Isarco Ravaioli, Giulio Donnini, Andrea Bosic, Tiberio Mitri, Annie Gorassini, Giorgio Gennari, Lidia Biondi, Mario Donen, Federico Boido. Genere Drammatico, colore 105 minuti. – Produzione Italia 1967

John Phillip Law: Diabolik
Marisa Mell: Eva Kant
Michel Piccoli: ispettore Ginko
Adolfo Celi: Ralph Valmont
Claudio Gora: capo della polizia
Terry Thomas: ministro degli interni/ministro delle finanze
Renzo Palmer: nuovo ministro degli interni
Caterina Boratto: Lady Clark
Andrea Bosic: direttore della banca
Giulio Donnini: dottor Vernier
Lucia Modugno: prostituta
Carlo Croccolo: camionista
Annie Gorassini: amante di Valmont
Mario Donen: Sergente Danek

Regia Mario Bava
Soggetto Adriano Baracco, Angela e Luciana Giussani, Dino Maiuri
Sceneggiatura Mario Bava, Dino Maiuri, Brian Degas, Tudor Gates
Produttore Dino De Laurentiis, Bruno Todin
Casa di produzione Dino De Laurentiis Cinematografica, Marianne Productions
Distribuzione (Italia) Paramount Pictures
Fotografia Antonio Rinaldi, Mario Bava
Montaggio Romana Fortini
Effetti speciali Carlo Rambaldi
Musiche Ennio Morricone
Tema musicale Deep Down
Scenografia Flavio Mogherini
Costumi Luciana Marinucci, Giulio Coltellacci, Carlo Rambaldi
Trucco Otello Fava
Doppiatori italiani
Giancarlo Maestri: Diabolik
Gigi Proietti: ispettore Ginko
Emilio Cigoli: Ralph Valmont
Roberto Villa: capo della polizia
Renzo Palmer: ministro degli interni/ministro delle finanze
Adriana De Roberto: Lady Clark
Vittorio Di Prima: direttore della banca
Dante Biagioni: dottor Vernier
Carlo Buratti: medico alla Morgue
Amici miei
Nel 1975 il cinema erotico,sviluppatosi attorno al precursore involontario del genere,il Decameron di Pasolini, mostrava la corda,dopo aver inondato gli schermi con novelle licenziose, monache vogliose e conventi gaudenti, Monicelli proponeva al pubblico quello che diverrà uno dei film più importanti della cinematografia italiana, Amici miei.
Fenomeno di costume, ma non solo; esempio rarissimo di un cinema che sposa alla perfezione il divertimento, anche se in questo caso molto amaro e vestito di malinconia, l’impegno, sottolineato dalla storia di un gruppo di amici che rifiutano il conformismo e che non vogliono invecchiare,e una serie di sentimenti che si avvertono palpabili,fin dalle prime scene.Malinconia, rimpianto,voglia di non cedere alla vecchiaia,ma anche tristezza appaiono elementi di un film che non è e non sarà una sfilata di gag,ma il ritratto,a volte impietoso,a volte sardonico,di personaggi che in fondo ci appaiono patetici,con la loro necessità di esorcizzare il fantasma della vecchiaia.
Il film,che si snoda attraverso le vicende del gruppo di goliardici amici,contrariamente a quanto stabilito dalla legge della commedia all’italiana,non ha l’happy end,anzi,ha un finale assolutamente amaro;e la grandezza di Monicelli,di questo impietoso ritratto di quelli che sono,in fondo,dei naufraghi,acquista ancora più valore,slegato com’è dalla logica del botteghino e dell’incasso.
Quattro amici cinquantenni,goliardici,ironici e dissacratori si muovono in un arco temporale definito tra il decennio 60 e e il 70;c’ è il Perozzi,io narrante del film,che è un giornalista con poca voglia di lavorare,combattuto tra il desiderio di mandare a quel paese la sua famiglia,composta da una moglie e da un figlio di un conformismo addirittura patetico.
C’è il Melandri, architetto, che insegue un sogno femminile irrealizzato,e che per una donna riuscirebbe anche ad abbandonare gli amici; c’è il Necchi,un barista,che appare come l’unico ad avere un centro di gravità,visto che è felicemente sposato,e che gestisce la sala bar con annesso biliardo dove gli amici si riuniscono per sperimentare beffe e burle,o solo per svagarsi dalle loro giornate tristemente uguali;c’è il conte Mascetti,uno strano tipo di nobile che ha gettato al vento la sua eredità e quella della moglie,che vive di prestiti e che comunque mantiene un’aura di nobiltà decaduta,con la sua relazione adulterina con una giovane,
mentre la sua famiglia vive alle soglie del decoro;e infine il professor Sassaroli,che non fa parte del gruppo originario,ma che incuriosito dalla vitalità dei quattro amici ed annoiato dal suo lavoro,ben presto si trasformerà nell’anima del gruppo.I cinque si spingono oltre i limiti della stessa burla,arrivando,nel finale,quando ci sarò la morte del Perozzi,a sbeffeggiare la stessa fine della vita dell’amico,in un impeto che dissacra i fondamenti stessi della vita;inutile ricordare le burle terribili che il gruppo di amici assesta ad una società tetra,buia.
Basti ricordare la scena della stazione,un classico del cinema,in cui il gruppo prende a ceffoni i passeggeri di un treno in partenza,o ancora quella terribile fatta ad un avventore opportunista del bar,a cui vien fatto credere che il gruppo altro non è che una banda di trafficanti,con conseguenze esilaranti nello svolgimento del film.
Monicelli gira un film tecnicamente perfetto,che mescola ironia,tristezza,amarezza,malinconia e la profonde a piene mani in ogni singola inquadratura,con un finale grottesco che esorcizza anche la vecchia con la falce. Amici miei è probabilmente uno dei film più belli della storia del cinema proprio per la mescolanza di tutte queste caratteristiche,ma non solo.Anche per la straordinaria prova del cast,con Philippe Noiret che interpreta splendidamente il Perozzi,con un grandissimo Ugo Tognazzi nel ruolo del conte Mascetti,nobile decaduto ma orgoglioso;con Gastone Moschin,forse il personaggio meno riuscito,più anonimo del gruppo,leggermente infido,quello che in un gruppo non manca mai,nel ruolo del Melandri;un incredibile Adolfo celi,quasi satanico nel ruolo del professor Sassaroli,che ritrova una nuova giovinezza al fianco di quel gruppo di pazzi,ed infine il Necchi,forse un grillo parlante,forse no,l’unico che abbia una parvenza di vita normale,e che difatti rimane ai margini del gruppo.
Un film memorabile,che diventerà la pietra miliare del cinema anni 70,e che rinvigorirà con nuova linfa la stanca commedia all’italiana.
Amici miei
Un film di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Duilio Del Prete, Adolfo Celi, Olga Karlatos, Bernard Blier, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Milena Vukotic, Franca Tamantini, Marisa Traversi, Silvia Dionisio, Angela Goodwin, Mauro Vestri, Mario Scarpetta. Genere Commedia, colore 109 minuti. – Produzione Italia 1975.
Ugo Tognazzi: Raffaello “Lello” Mascetti
Gastone Moschin: Rambaldo Melandri
Philippe Noiret: Giorgio Perozzi
Duilio Del Prete: Guido Necchi
Adolfo Celi: professor Alfeo Sassaroli
Bernard Blier: Nicolò Righi
Marisa Traversi: l’amante di Perozzi
Milena Vukotic: Alice Mascetti
Franca Tamantini: Carmen Necchi
Olga Karlatos: Donatella Sassaroli
Silvia Dionisio: Titti
Angela Goodwin: Laura Perozzi
Maurizio Scattorin: il figlio di Perozzi
Mauro Vestri: neurologo
Regia Mario Monicelli
Soggetto Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Sceneggiatura Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Produttore Carlo Nebiolo
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Giuditta Mafai
Trucco Franco Di Girolamo
– Anch’io ho sofferto. Ho sofferto come un cane per quasi tre quarti d’ora…
– Cos’è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.
– Sii astuto come un cervo. “Che bischerate tu dici? Il cervo non è astuto. Semmai, astuto come una volpe.”Sì, ma la volpe ‘un c’ha mica le corna.
– Ho incontrato un angelo..”Un angelo maschio o femmina?” Gli angeli non hanno sesso!! “Insomma c’ha le poppe o non c’ha le poppe!??!”
– Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché, divento subito vegetariano
– Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due.
– Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?

L’opinione di Simone tratta dal sito http://www.mymovies.com
Signori che dire… Di capolavori nella storia del cinema ce ne sono stati tanti in passato e più che andiamo avanti con le generazioni se ne vedono sempre meno non occorre essere dei geni per capirlo.. Quello che il Maestro Monicelli ci ha regalato è una cultura cinematografica e un insieme di emozioni difficili da dimenticare. Film che richiama una comicità/tragica per il susseguirsi degli eventi, come la morte del Perozzi o il malore del Mascetti e la vita che va avanti come è sempre andata con allegria senza mai prendere tutto sul serio tra risate scherzi battute prese in giro, il tutto legato da una profonda amicizia che ci fa capire quanto è bella la vita. Per finire ringrazio antani come se fosse fochi fatui con saluti bitumati alla redazione.
L’opinione del sito http://www.filmscoop.it
(…) Una nobile macchietta, un perdente dal grande cuore (“Un eroe dei nostri tempi”, “Il Marchese del Grillo”). Questi sono i tratti che caratterizzano la commedia di Monicelli: un’ironia mai fine a sé stessa, che non scade mai nel demenziale, ma che è sempre percorsa da una leggera venatura drammatica. O forse al contrario: una drammaticità che non scade mai nel patetico, ma che viene sempre stemperata nelle tragicomiche vicende dei piccoli grandi eroi nostrani. Personaggi che diventano icone del cinema, resi indimenticabili dalle interpretazioni dei più grandi attori del “gotha” cinematografico italiano: tra gli altri, Totò, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Alberto Sordi.
Monicelli è da annoverare tra i padri della migliore commedia italiana, un genere a cui il Maestro ha saputo dare un rinnovato lustro, tanto da rendere le commedie italiane note in tutto il mondo. Il suo indiscusso talento e la sua creativa genialità, premiati con numerosi riconoscimenti a livello internazionale, hanno fruttato al regista ben sei nomination agli Oscar. Un livello impensabile per le commedie nostrane d’oggigiorno.
Se il lascito artistico di Monicelli consiste in un’enorme produzione cinematografica (regista di oltre sessanta film, sceneggiatore di un centinaio), il suo lascito morale risiede nello spirito sagace, intelligente ed ottimista con cui abilmente sdrammatizzava ogni situazione. Sul suo sito ufficiale campeggia tutt’oggi una significativa citazione di Sant’Agostino: “Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra”.(…)
L’opinione di Fabio1971 dal sito http://www.filmtv.it
Antani come se fosse Mario Monicelli ma anche un po’ Pietro Germi, visto che, se la cirrosi epatica non l’avesse stroncato prima, l’avrebbe girato lui. E allora il primo amico, altro che zingaro, è proprio Monicelli, che non può che ringraziare Germi e gli dedica il film, un Monicelli sul livello della sua grande guerra prematurata e dei soliti tarapii tapiochi anche un po’ ignoti e pure compagni al grido di “Branca, Branca, Branca, leon, leon, leon”. Non mancano un Totò, o un Gassman, o un Sordi, perchè posterdati per due, anzi per cinque, c’è pur sempre un Tognazzi che è molto di più di una supercazzola, anche prematurata, ma sempre come fosse baciato da una grazia nelle sfumature che non è tanto un clacsonare, perchè allora potremmo dire, per il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, oltre che i supercazzolanti Moschin, Noiret, Del Prete, Celi e lo sventurato Blier, che non hanno di certo perso i contatti col tarapia tapioco. E no, perchè antani come trazione per due anche con cofandina, il disincanto e i toni crepuscolari di un film che insieme a tutti quelli che si erano tanto amati dell’anno precedente sta (e continua a stare) alla commedia italiana degli anni Settanta come i mostri sorpassanti di Risi scappellavano quella dei Sessanta fifty fifty come fosse mea culpa. La cifra stilistica supercazzolata, infatti, sia in Scola che in Monicelli, è la memoria, lo sguardo tarapiocante al passato, l’inadeguatezza al presente, in definitiva la presa di coscienza di una generazione schiava dello sbiriguda veniale, cinico, amaro, soprattutto con ribaltone ma sempre col sorriso sulle labbra, di certo non riconducibile esclusivamente alla goliardia o ad una beffarda trivialità da osteria. Manca ancora la scoliana giornata particolare e poi sulle glorie della commedia nostrana potrà calare finalmente il sipario con la barella anche per due. Aspetti, mi porga l’indice: ecco, lo alzi così, guardi, guardi, guardi, lo vede il dito? Lo vede che stuzzica?
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Commedia divertentissima ma anche amara e spietata, dove è evidente la mano del Germi più graffiante. Cinque vitelloni che ricorrono a frizzi e lazzi per alleviare incertezze, sofferenze ed insoddisfazioni. Eccellenti tutti gli attori. Ad un certo punto Celi cita il suo Emilio Largo di Thunderball mettendosi una benda sull’occhio. Capolavoro della commedia italiana.
007 Thunderball-Operazione tuono


Operazione tuono segna il ritorno di Terence Young dietro la macchina da presa;il tandem ormai collaudatissimo con Sean Connery nel ruolo di James Bond prosegue,con la quarta avventura della serie,sempre tratta dai romanzi di Fleming.

Una splendida Claudine Auger è Domino
Largo (Adolfo Celi),il numero 2 della SPECTRE,ha intenzione di rubare da un aereo due testate atomiche con le quali ricattare l’Inghilterra e il mondo.M,il capo dell’Intelligence inglese riceve il messaggio e prima di cedere al ricatto manda in Kenia 007,con l’incarico di fare il possibile per recuperare le bombe.
Qui Bond,con l’aiuto di Domino (una delle donne di Largo),nuova Bond girl,penetra all’interno di una base sottomarina in cui sono custodite le bombe,le recupera,e dopo una furibonda battaglia tra sommozzatori trasportati via aereo ,chiamati da Bond e tra gli uomini di Largo,lea partita fnisce con James che insegue lo yacht di Largo e lo uccide.

Sean Connery è James Bond, Agente 007
Spettacolare e pieno di effetti speciali,prodigiosi per l’epoca in cui venne girato il film,Operazione tuono fu un grande successo di pubblico;meno,ovviamente di critica,sempre pronta a colpire film all’apparenza disimpegnati e fatti per il puro intrattenimento. La Bond girl di turno è la bellissima Claudine Auger,algida e sdegnosa nel ruolo di Domino,pentita di prassi e pronta a seguire il fascino indiscreto dell’agente inglese;ottima la prova di Celi,che disegna un Largo satanico,spietato.
La colonna sonora è cantata da Tom Jones,,cantante assai in voga nel 1965.
007 Operazione Tuono,
un film di Terence Young, con Sean Connery,Claudine Auger, Bernard Lee,Lois Maxwell,Desmond Llewelyn,Rik Van Nutter,Adolfo Celi,Luciana Paluzzi, Guy Doleman,Philip Locke
Martine Beswick,Molly Peters colore 129 minuti. – Produzione Gran Bretagna
James Bond Sean Connery
Felix Leiter Rik Van Nutter
Fiona Volpe Luciana Paluzzi
Emilio Largo, SPECTRE #2 Adolfo Celi
Dominique ‘Domino’ Derval Claudine Auger
Count Lippe Guy Doleman
Paula Caplan Martine Beswick
M Bernard Lee
Q Desmond Llewelyn
Miss Moneypenny Lois Maxwell
Major Francois Derval Paul Stassino
Vargas Philip Locke
Regia Terence Young
Soggetto Ian Fleming, Kevin McClory, Jack Whittingham
Sceneggiatura John Hopkins, Richard Maibaum
Fotografia Ted Moore
Montaggio Ernest Hosler
Musiche John Barry, Monty Norman
Tema musicale Thunderball – Tom Jones
Pino Locchi: James Bond
Maria Pia Di Meo: Dominique “Domino” Derval
Giorgio Capecchi: M
Rosetta Calavetta: Miss Moneypenny
Gino Baghetti: Q
Sergio Graziani: Felix Leiter
Rita Savagnone: Fiona Volpe
Cesare Barbetti: Conte Lippe
Mario Mastria: Francois Derval
Sergio Tedesco: Vargas
Giulio Panicali: Ernst Stavro Blofeld
Gianni Bonagura: Wladislav Kutze
Fiorella Betti: Paula Caplan
Valeria Valeri: Patricia Fearing

















































































































































































































































