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I vizi morbosi di una governante

Ileana, figlia del conte De Chablais ritorna a casa con un gruppo eterogeneo di amici, per lo più hippy e contestatori.
Nel castello, ad attenderla, ci sono il padre, ormai ridotto a vivere su una sedia a rotelle e con gravi problemi di comunicazione e il fratello, un giovane con grossi problemi mentali dedito al suo hobby preferito, la tassidermia.
Chiudono il gruppo degli abitanti del castello la governante, il medico di famiglia e un domestico.
Il ritorno di Ileana e la presenza del gruppo di giovani scatena però una serie di terribili omicidi: i ragazzi uccisi mostrano tutti lo stesso modus operandi, cioè l’omicidio brutale e l’estirpazione degli occhi.
Ovviamente il maggior sospettato diviene il minorato fratello di Ileana per via del suo strano e macabro hobby, ma la realtà è un’altra…


Nonostante il titolo sembri indicare un film sexy ai confini con i film a luce rossa che nell’anno 1977, quello d’uscita di I vizi morbosi di una governante iniziavano ad invadere le sale, questo film dicevo di sexy ha ben poco se non nulla.
Siamo di fronte ad un thriller horror di scarsa fattura diretto da Filippo Walter Ratti, regista romano (oggi quasi centenario) alla sua ultima opera dietro la macchina da presa che in precedenza aveva diretto altre opere minori come La notte dei dannati ed Erika.
Più che di un brutto film si può parlare principalmente di un film di rara sciatteria, in cui ad una sceneggiatura approssimativa che in pratica svela il nome del colpevole già dal titolo si aggiunge una recitazione del cast francamente disarmante nella sua pochezza, che vedrà l’enigma risolto dal solito acuto ispettore.


Se il regista ha nelle intenzioni di creare nello spettatore un’atmosfera claustrofobica legata all’attesa del successivo omicidio che si esplica attraverso il rituale dell’espianto degli occhi, ben presto riesce a scontentare lo spettatore stesso con una regia molto approssimativa e priva di idee.
Il blando erotismo mostrato qua e là, quasi a giustificare il titolo molto furbo e ammiccante, è davvero di bassa lega e di certo non è aiutato da attrici su uno standard recitativo molto basso, troppo basso.


Annie Carol Edel ( che qualcuno ricorderà in Calore in provincia e in Blu Jeans), che interpreta la governante Berta, è anche l’unica a mostrare qualche numero, mentre assolutamente deprimente è Isabelle Marchall, attrice specializzata in ruoli sexy che interpreta la contessina De Chablais.
Nel cast figura Corrado Gaipa, l’unico vero professionista del cast assieme alla bella Patrizia Gori, ma i due finiscono sacrificati in ruoli defilati mentre il film scorre in maniera monocorde verso un finale senza sorprese ed anche parecchio arruffato.
Insomma un titolo confuso insieme a quelli di buona parte della produzione della seconda metà degli anni settanta, periodo in cui il cinema italiano iniziò a scendere precipitosamente una china salita con tanta fatica ed entusiasmo negli anni precedenti.


L’idea di fondere il thriller, il giallo, l’erotico in salsa gotica era ormai un’espediente che aveva fatto il suo tempo: Ratti non solo non aggiunge nulla a quanto prodotto fino a quel momento, ma riesce se vogliamo a ridicolizzare questi generi con un film da dimenticare.
Null’altro da segnalare se non una versione digitalizzata per gli amanti del genere.

I vizi morbosi di una governante
Un film di Peter Rush. Con Annie Carol Edel,Corrado Gaipa, Isabelle Marchall,Claudio Peticchio, Ambrogio Molteni, Gaetano Russo, Patrizia Gori .Horror, durata 95 min. – Italia 1977

Corrado Gaipa: L’ispettore
Isabelle Marchall: Ileana De Chablais
Annie Carol Edel: Berta
Gaetano Russo: Bobby Jelson
Giuseppe Colombo: Frank Hoffman
Adler Gray: Gretel Schanz
Patrizia Gori: Elsa Leiter

Regia Filippo Walter Ratti
Sceneggiatura Ambrogio Molteni
Casa di produzione Gi.Ba.Si. Cinematografica
Fotografia Gino Santini
Montaggio Sergio Muzzi
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Gino Tonni

I vizi morbosi di una governante foto 10

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I vizi morbosi di una governante foto 1

ottobre 13, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , , | Lascia un commento

Greta,la donna bestia

 

Quello di Las Palomas è un penitenziario speciale.
In esso infatti sono detenute donne che hanno commesso reati a sfondo sessuale o che hanno devianze relative alla stessa sfera; ci sono ninfomani mescolate a prostitute, lesbiche e un campionario di masochiste molto vario.
La direzione dello stesso è affidata alla perversa e sadica Greta, che tiranneggia le detenute umiliandole in vario modo.
Ma all’interno del penitenziario ci sono anche alcune prigioniere politiche, inviate dalla dittatura che imperversa nel paese dove avvengono i fatti a subire la dura sferza di Greta ; le prigioniere politiche sono trattate se possibile anche peggio, spesso vegnono eliminate fisicamente.


Abbie Phillips, alla ricerca di sua sorella detenuta all’interno di Las Palomas riesce a farsi mandare nel penitenziario con la complicità del Dr. Milton Arcos; qui la ragazza apprenderà la verità sulla sorte di sua sorella, non prima di essere passata attraverso un campionario di umiliazioni da brivido.
Vessata dalla compagne e in particolare da Juana, una delle detenute più violente, amante della direttrice Greta, Abbie riuscirà con coraggio a sopportare tutto, insegnando proprio ad Juana la strada per ribellarsi al dispotismo di Greta.
Sarà infatti l’ex aguzzina di Abbie a dare il via alla rivolta, che si concluderà dramaticamente con la morte di Greta mangiata viva dalla detenute, mentre qualcuno riprende di nascosto tutto l’accaduto….

Nelle due foto: Dyanne Thorne (Greta) e Lina Romay (Juana)

Greta la donna bestia, più conosciuto come Ilsa, The Wicked Warden è un film del 1977 diretto dal regista spagnolo Jesus Franco, che in passato aveva già girato un film con le stesse tematiche, quel 99 donne in cui c’era un cast di grande spessore formato dalle nostre Luciana Paluzzi e Rosalba Neri, da una delle muse di Jess Franco, ovvero Maria Rohm e da Maria Schell, Herbert Lom oltre a Mercedes McCambridge.


Greta è un WIP, ovvero un Women in prison, quel particolare genere cinematografico ambientato dietro le sbarre di carceri spesso violente e annichilenti; ed è un wip particolare, che sfrutta il successo dei due film Ilsa la belva delle SS e Ilsa la tigre del deserto per riproporre Dyanne Thorne, l’attrice che aveva interpretato la kapo nazista in un ruolo che però non ha nulla a che vedere con i due precedenti.
Infatti come gli appassionati del genere ricorderanno, in Ilsa la belva delle SS c’era una conclusione altrettanto feroce di quella ripresa da Franco, con la morte della sanguinaria nazista; qui non siamo durante la seconda guerra mondiale, l’utilizzo del nome Ilsa per il titolo internazionale appare chiaramente come un espediente commerciale.
Questo film è un prodotto in linea con la media dei film del regista spagnolo; nudi a volontà, fotografia curata, ritmo di narrazione lentissimo in una cornice accurata.
Quindi il meglio e il peggio di Franco, dove il meglio è rappresentato dall’indubbia abilità formale del regista e il peggio dalla sciatteria generale, ovvero una sceneggiatura abbastanza prevedibile con un corollario rappresentato da perversioni e sadismo a gogo.

Il film non presenta particolari novità in relazione agli altri prodotti riconducibili al genere WIP; torture, docce, carcerieri sadici sono i veri protagonisti del film, che inizia seguendo la fuga di una detenuta che dopo una lunga caccia viene catturata in casa del dottor Arcos. Sono i primi dieci minuti del film, interminabili perchè girati con i tempi di Franco, estremamente dilatati ma curati nei dettagli.
Di là in poi il film si snoda attraverso la descrizione delle sevizie sia morali che fisiche subite da Abbie, che iniziano con la consueta doccia gelata e terminano con la scena in cui Abbie è costretta da Juana a leccarle il sedere dopo che quest’ultima ha defecato (scena lasciata fortunatamente all’immaginazione dello spettatore).


A parte questa scena abbastanza disgustosa, l’ultima parte del film è quella che mostra un minimo d’azione dopo quasi un’ora e venti film e mostra la vendetta delle detenute che mangiano viva la crudele Greta.
La scena, che vorrebbe essere splatter, in realtà è ammorbidita dagli effetti speciali, nel senso che siamo al minimo sindacale anche per un z movie horror. Il sangue non è nemmeno rosso e per dare un minimo di pathos alla lunga sequenza, Jess Franco intervalla le scene di cannibalismo con quelle in cui mostra una tigre impegnata nel divorare un pezzo di preda catturata.
In quanto al cast, da segnalare la presenza di Tania Busselier che assolve discretamente il suo compito interpretando la coraggiosa Abbie, quella della ipertrofica Dyanne Thorne ai suoi soliti standard nella parte della crudele Greta e la presenza della musa di Jess Franco nonchè sua moglie Lina Romay. Da rimarcare la presenza dello stesso regista nel ruolo del dottor Milton Arcos.

La Romay, scomparsa nel febbraio del 2012 a soli 57 anni è in scena con un insolito taglio di capelli alla maschiaccio; la sua magnetica presenza è una delle cose rilevanti del film che per il resto può essere definito come un prodotto in linea con la sterminata filmografia di Franco, quindi senza infamia e senza lode.
Il film è disponibile in digitale ed è presente in versione italiana e presumo anche integrale su Youtube a questo indirizzo: http://youtu.be/Op1rVIoDXAg

Greta  la donna bestia
Un film di Jesus Franco. Con Dyanne Thorne, Tanya Busselier,Lina Romay, Erik Falk,Jesus Franco. Titolo originale Hans dime Mämmer – Erotico, durata 91 min. – Svizzera, Francia 1976.

Dyanne Thorne: Greta del Pino
Erik Falk: Dottor Rego
Tania Busselier: Abigail Philips (Aby)
Lina Romay: Juana, detenuta n. 10
Jesús Franco: Dottor Milton Arcos
Peggy Markoff: Carla, detenuta n. 14
Aida Vargas: Detenuta n. 20

Regia Jesús Franco
Soggetto Erwin Dietrich, Jesús Franco
Sceneggiatura Erwin Dietrich, Jesús Franco
Produttore Erwin Dietrich (Elite Film, Zurigo e Monaco)
Fotografia Ruedl Küttel
Musiche Walter Baumgartner

 

Lina Romay

Dyanne Thorne

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settembre 17, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , | Lascia un commento

Sentinel

La giovane e bellissima modella Alison Parker, fidanzata con Michael Learman, un giovane vedovo, riceve da quest’ultimo una proposta di matrimonio con conseguente coabitazione. La ragazza però, molto indipendente, decide di trasferirsi in un appartamento a Manhattan. A farla propendere per questa scelta è la morte dell’anziano padre e i dolorosi ricordi legati alla sua figura. Alison infatti anni prima ha tentato il suicidio, sconvolta dall’aver sorpreso suo padre (già molto avanti negli anni), in un’orgia casalinga con due giovani prostitute.
La scelta dell’appartamento, caldeggiata dall’immobiliarista Logan, si orienta su una vecchia casa dall’aspetto rassicurante, coperta d’edera e silenziosa.
Dopo essersi trasferita, Alison fa conoscenza con gli inquilini della casa, aiutata in questo da un simpatico e invadente vecchietto, Charles Chazen che le fa conoscere gente all’apparenza stramba, come una coppia di lesbiche composta da una donna matura, Gerde Engstrom e la sua giovane e silenziosa amante, Sandra e che le parla dell’inquietante figura di un prete cieco che guarda ossessivamente fuori dalla finestra dell’ultimo piano.


L’incontro con Gerde e Sandra si rivelerà quantomeno sconvolgente, perchè proprio Sandra non esiterà a masturbarsi impudicamente davanti all’allibita Alison, che così in qualche modo avrà un primo approccio davvero poco ortodosso con la sua nuova casa e i suoi co inquilini.
I problemi sono solo all’inizio, per Alison.
Già durante la prima notte vede oscillare il lampadario della casa, sente dei passi provenire dall’appartamento superiore, l’unico che, stando ai discorsi di Chazen, dovrebbe essere disabitato.
Anche degli incubi terribili si affacciano alla mente di Alison, incubi durante i quali vede scene di un’orgia alla quale partecipa anche il suo fidanzato Michael.
L’equilibrio di Alison, già duramente provato dal tentativo di suicidio, sembra vacillare, sopratutto dopo un’esperienza terribile che le capita una notte; la ragazza infatti, sempre più insospettita dai rumori provenienti dal piano superiore, sarà costretta a pugnalare un vecchio ripugnante che la assale.

Cristina Raines

Nel frattempo Michael scopre alcune cose sugli abitanti della casa e scopre che Alison non è andata casualmente ad abitare in quel posto…
Sentinel (The sentinel nell’edizione originale), è un horror quasi dimenticato diretto da Michael Winner nel 1977, tre anni dopo il successo mondiale di Il giustiziere della notte; Sentinel è un film che mescola abilmente il plot di Rosemary’s baby con quello di L’inquilino del terzo piano.
Sono quindi i due film di Polanski a fare da incubatrice per un film davvero particolare, che pur girato su un ritmo non altissimo riesce a coinvolgere lo spettatore in una caccia all’indizio per quella che si rivelerà una storia assolutamente particolare, con tanto di finale a sorpresa.
La storia della giovane e bellissima Alison si snoda quindi su un percorso lineare, attraverso la descrizione del suo rapporto con Michael (che come scopriremo ha  qualcosa da nascondere), del suo doloroso passato con quel tentativo di suicidio che le condizionerà pesantemente la vita fino all’arrivo (assolutamente non casuale) in una casa in cui gli strambi inquilini nascondono qualcosa che Alison purtroppo scoprirà a sue spese.
Winner introduce da subito l’elemento sovrannaturale presentando nelle primissime immagini un consesso a cui partecipano alti prelati, che appaiono preoccupati da qualcosa di estremamente pericoloso, simboleggiato dalla frase “La minaccia esiste“, pronunciata dal prelato di Brotherhood.


Quando vediamo Alison arrivare nella sua nuova casa e notare da subito l’inquietante presenza del prete immobile alla finestra, sappiamo che nella casa c’è non solo qualcosa di arcano e misterioso, ma anche qualcosa di diabolico.
E attraverso il dipanarsi della storia, che diventerà convulsa nel finale dopo una lunga parte descrittiva, apprenderemo della vera natura degli abitanti del condominio, del perchè dell’arrivo di Alison in quella casa e del perchè della presenza inquietante del prete alla finestra.
Sarà un finale sorprendente e ben studiato a dipanare tutti i misteri seminati qua e la dal regista, a portare a compimento la missione di Alison, assolutamente incosapevole della stessa.


Sentinel è un ottimo horror, giocato principalmente sulle atmosfere in luogo degli effettacci e del gore; a parte la splendida scena dello scontro tra Alison e il vecchio, tutto si gioca sul piano psicologico piuttosto che su quello dell’azione e quindi degli effetti speciali.
Per quasi un’ora assistiamo alla preparazione di un finale sorprendente, uno dei più felici del cinema horror; lascia allibiti quindi il leggere critiche anche abbastanza pesanti al film, da parte principalmente di appassionati di cinema, mentre per una volta la critica ufficiale è abbastanza equilibrata nei suoi giudizi.

“Lasciate ogni speranza voi che entrate…”

Quà e la in rete ho letto recensioni che parlano di filmaccio o di boiata, con poco senso del cinema in assoluto: riporto questo giudizio che mi sembra emblematico del modo di concepire il cinema da parte di alcuni spettatori.
FIlm terribile: non capisco i giudizi positivi che ho letto qui, e mi sento di raccomandarne la visione esclusivamente ai cultori più devoti del genere. Il fatto è che sin dall’inizio si respira un’aria di deja vu davvero stantia. In partenza ricorda l’Esorcista, poi passa a Rosemary’s Baby, quindi aggiunge spruzzi di Romero e del Presagio, il tutto senza mai diventare qualcosa di originale. Winner è un regista che usa la macchina da presa come un gorilla manovra una mazza: la finezza non è il suo forte“.
Un genere di critica irrispettoso e poco obiettivo; il film di Winner è ben congegnato, la sua regia asciutta ed equilibrata e la recitazione del cast assolutamente adeguata.


Basti pensare che in questo film ci sono attori del calibro di Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken oltre a camei di Beverly D’Angelo, Tom Berenger e Jeff Goldblum.
In realtà Sentinel è un ottimo prodotto che si avvale di una sceneggiatura con i fiocchi, tratta di peso dal romanzo di Jeffrey Konvitz che qui collabora alla sceneggiatura stessa, ben diretto dallo stesso Winner e ottimamente interpretato, con su tutte la splendida prova dell’attrice Cristina Raines (che rivedremo nello stesso anno nel grandissimo I duellanti) e che è più nota al pubblico come attrice televisiva.
La sua performance è convincente e affascinante; il personaggio di Alison, nella sua recitazione, acquista spessore ed è caratterizzato in modo tale da surclassare il pur stellare cast.


Inutile citare le prove degli altri attori anche perchè alcuni compaiono solo per alcune sequenze o in ruoli secondari.
Purtroppo Sentinel è un film quasi dimenticato, che però è rintracciabile in formato digitale; ho recuperato una splendida versione in dvx e ho potuto quindi rivedere questo film dopo oltre trent’anni.

Sentinel
Un film di Michael Winner, con Cristina Raines,Ava Gardner,Martin Balsam,John Carradine,José Ferrer,Arthur Kennedy,Burgess Meredith,Sylvia Miles,Eli Wallach,Christopher Walken, Beverly D’Angelo, Tom Berenger, Jeff Goldblum Horror, Usa 1977

Ava Gardner

Martin Balsam

Eli Wallach

Christopher Walken

Burgess Meredith

Jeff Goldblum

The Sentinel (1977)

Cristina Raines: Alison Parker
Chris Sarandon: Michael Lerman
Eli Wallach: Detective Gatz
Christopher Walken Detective Rizzo
Martin Balsam: Prof. Ruzinsky
John Carradine: Fr. Francis Matthew Halloran
José Ferrer: Prelato di Brotherhood
Ava Gardner: Miss Logan
Arthur Kennedy: Monsignor Franchino
Burgess Meredith: Charles Chazen
Sylvia Miles: Gerde Engstrom
Deborah Raffin: Jennifer
Jerry Orbach: Michael Dayton
Beverly D’Angelo: Sandra
Hank Garrett: James Brenner
Jeff Goldblum: Jack

Regia Michael Winner
Soggetto Jeffrey Konvitz
Sceneggiatura Jeffrey Konvitz, Michael Winner
Fotografia Richard C. Kratina
Montaggio Bernard Gribble, Terry Rawlings
Effetti speciali Robert Laden, Dick Smith
Musiche Gil Melle
Scenografia Edward Stewart

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agosto 16, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , , , , , , , , , , , | 7 commenti

Non aver paura della zia Marta

Richard Hamilton, sua moglie Nora e i due figli Giorgia e Maurice partono per la residenza di campagna di proprietà della zia di Richard, Marta.
E’ un fine settimana speciale, per Richard; lui, sua zia Marta, non la vede da tantissimi anni, in quanto la donna è stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico.
All’arrivo nella casa di campagna la famiglia Hamilton è accolta dal custode della stessa, che non nasconde la sua ostilità verso gli Hamilton.


Mentre in un clima poco idilliaco, in contrasto con la bellezza del posto, gli Hamilton sono in attesa di ricevere la visita di zia Marta, un misterioso assassino inizia a massacrare i componenti della famiglia.
Vengono uccisi in sequenza Maurice, Nora e Giorgia, quest’ultima accoltellata brutalmente mentre fa la doccia.
L’assassino arriva anche a mettere a tavola tutta la famiglia sterminata, mentre Richard apprende finalmente la verità su sua zia e sull’identità dell’assassino.
Quest’ultimo altro non è che il custode, che ha ucciso tutta la famiglia di Richard per vendicare Marta che venne rinchiusa dalla mamma di Richard in un manicomio da sua sorella, che voleva impadronirsi dell’eredità di Marta stessa per se e per suo figlio Richard.


Dopo aver scoperto che il custode della casa conserva il corpo mummificato di Marta, Richard ingaggia una lotta mortale con il custode, che avrebbe la meglio se non avvenisse un colpo di scena: Richard non ha vissuto realmente i fatti descritti, ma ha semplicemente sognato tutto.
In realtà ha avuto un incidente nel quale tutta la sua famiglia è perita, con conseguente vendetta finale di zia Marta.
Mario Bianchi, regista di b movies fino a questo esperimento di thriller/horror peraltro degno del suo passato di regista di film minori, dirige un’opera che definire brutta è solo esercizio di stile.
Mal diretto, con una sceneggiatura elementare in modo allarmante ed un finale assolutamente fuori dalla logica, Non aver paura della zia Marta può essere definito il classico esemplare di cinema trash dei tardi anni 80.


Difficilissimo, se non impossibile, trovare un solo elemento rimarchevole in un film in cui gli unici momenti di tensione (davvero relativa) sono legati alle morti in rapida successione dei vari componenti della famiglia Hamilton.
Le uniche due occasioni riguardano la morte di Nora, decapitata in una soffitta e quella di Giorgia, assassinata mentre fa la doccia con la mdp che indugia sulle prosperose forme di Jessica Moore mentre per il resto del film predomina un senso di involontaria comicità, legata a scenette insulse come il pestifero fratellino Maurice che spaventa sua sorella con una lucertola (sic)

o quella sicuramente di comicità assoluta in cui Richard si ritrova a tavola con tutti i suoi familiari morti e seduti come stessero per mangiare mentre lui si guarda attorno con espressione stupita ma non più di tanto.
Parlavo prima della sceneggiatura, così astrusa e sconclusionata da risultare involontariamente comica; perchè il custode conserva il corpo brulicante di vermi della famigerata zia Marta e lo bacia con passione? Che legame esisteva fra loro due? Come ha fatto zia Marta, folle dopo esser stata rinchiusa ingiustamente in manicomio, ad uscire dallo stesso e perchè non si è ripresa la sua eredità?
Sono domande elementari alle quali però il regista non risponde, preferendo puntare sulla mano misteriosa che massacra la famiglia con efferatezza, su qualche scenetta blandamente erotica (vedere i nudi fugaci della Russo e quelli più corposi della Morre) e su qualche effettaccio horror.


Nel film non c’è nient’altro, se non confusione, noia e banalità.
Il cast è assemblato a basso costo, come del resto il film  e mostra la corda con il compianto Gabriele Tinti spaesato come non mai, con una Adriana Russo in evidente imbarazzo e con Jessica Moore che esprime solo un fisico appetitoso e procace.
Null’altro da segnalare in una pellicola davvero scialba e che non vale assolutamente nemmeno una visione di sfuggita.


Non avere paura della zia Marta
Un film di Mario Bianchi. Con Adriana Russo, Gabriele Tinti, Jessica Moore, Maurice Poli Thriller, durata 88 min. – Italia 1989.

Adriana Russo: Nora Hamilton
Gabriele Tinti: Richard Hamilton
Anna Maria Placido: mamma di Richard
Jessica Moore: Georgia Hamilton
Maurice Poli: Thomas
Massimiliano Massimi:
Edoardo Massimi: Maurice Hamilton
Sacha M. Darwin: zia Marta

Regia Mario Bianchi
Soggetto Mario Bianchi
Sceneggiatura Mario Bianchi
Produttore Luigi Nannerini, Antonino Lucidi
Casa di produzione Distribuzione Alpha Cinematografica
Fotografia Silvano Tessicini
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Gianni Sposito
Trucco Pino Ferranti

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luglio 10, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , | 4 commenti

La notte dei diavoli

Un uomo attraversa in auto una zona sinistra e desolata della ex Jugoslavia; siamo nel 1972, l’uomo si chiama Nicola.
Mentre percorre una strada, Nicola si imbatte improvvisamente in una donna e per evitarla sbanda con il risultato di danneggiare l’auto.
Messosi alla ricerca di aiuto, Nicola incontra un’abitazione in cui vive la famiglia Ciuvelak, che accetta con molta titubanza di prestargli aiuto; è una ben strana famiglia, quella dei Ciuvelak, composta da Gorka, da sua moglie, da Jovan, un uomo con evidenti problemi psicologici, dalla bellissima Sdenka e dalla piccola Irina.
Jovan in qualche modo gli ripara l’auto, ma prima che Nicola possa ripartire assiste ad un omicidio efferato, quello di Gorka, il capofamiglia ad opera di Jovan; il giovane alla fine conficca un paletto acuminato nel petto dell’anziano morto, usando un rituale antico per uccidere i vampiri. E in realtà la famiglia Ciuvelak altro è che un gruppo di Wurdalak, una razza speciale di vampiri, che trasforma coloro che vogliono possedere in uno strano mix che ricorda un pò i vampiri e un pò gli zombie.


Nicola decide di scappare e rivolgersi alla polizia locale,ma questi ultimi rifiutano decisamente di intervenire in quanto a conoscenza del terribile segreto dei Wurdalak.
A Nicola non resta da fare altro che tentare di riprendersi l’auto ma la decisione si rivela fatale; assediato dalla famiglia e inseguito anche da Sdenka, che sembra innamorata di lui Nicola riesce in qualche modo a fuggire ma l’esperienza subita è stata talmente forte da farlo uscire di senno.
Internato in un manicomio italiano, Nicola tenta inutilmente di raccontare la sua tragica odissea ai medici; poi un giorno si vede arrivare in ospedale Sdenka, che sembra assolutamente normale.


Così è, in effetti: la ragazza era tenuta a distanza dalla famiglia Ciuvelak e poichè non era amata dalla stessa era stata messa in disparte dalla famiglia stessa.
Ma questo Nicola non lo sa e …….
Chiunque abbia visto il mitico I tre volti della paura di Mario Bava uscito nel 1963 ricorderà l’episodio I Wurdalak, che vedeva come protagonista Gorca, un anziano capofamiglia uscito di casa per andare a caccia di un vampiro (Gorca era interpretato da Boris Karloff); ebbene La notte dei diavoli, regia di Giorgio Ferroni ricalca in vari punti la storia di Bava, pur staccandosene in vari punti per ovvi motivi.
Non un remake, quindi, ma una storia a se stante, che Ferroni, regista specializzato in peplum e spaghetti western (suoi sono Per pochi dollari ancora,Un dollaro bucato, Il leone di Tebe) dirige con mano ferma e con un buon senso del ritmo e della tensione.
Del resto il regista si era già cimentato con l’horror in Il mulino delle donne di pietra, e con ottimi risultati; in La notte dei diavoli si cimenta con il genere gotico-vampiresco ma deve fare i conti con un budget estremamente limitato riuscendo però alla fine a consegnare un prodotto gradevole e di un certo fascino.
Certo, la narrazione ha tempi morti e qualche lungaggine di troppo; l’idea del flashback alla fine risulta vincente ma la storia rischia più volte di impantanrsi proprio per la mancanza di mezzi.


Non è facile diluire in un’ora e mezza di film una storia con pochi protagonisti e ambientata quasi totalmente in una casa nascosta nella foresta; Ferroni fa i salti mortali, affidando a Gianni Garko il ruolo dell’italiano Nicola che diverrà la vittima designata di una famiglia di Wurdalak, vampiri dalle caratteristiche speciali che vivono nascosti in una casa sinistra, tenuti a debita distanza dalla popolazione ( e dalle forze dell’ordine) locali, che conoscono il terribile segreto dei Ciuvelak.Il ruolo di Sdenka è affidato alla bellissima Agostina Belli, che aveva già interpretato un gotico, ovvero il film di Merino Il castello dalle porte di fuoco.


La Belli è sensuale e affascinante e il ruolo di Sdenka le ritaglia uno spazio di ambigua presenza all’interno della famiglia di vampiri, cosa che aggiunge l’elemento suspence al racconto prima del finale a sorpresa (se vogliamo anche crudele) che chiuderà il film.
Come Bava, Ferroni si basa sul racconto I Wurdalak, di Aleksej Tolstoi ottenendo un film godibile, forse uno dei migliori gotici italiani; è il suo penultimo film ed è un vero peccato, perchè il gotico-horror era sicuramente un genere nelle sue corde.


Il resto del cast si muove con disinvoltura, partendo dal solito Umberto Raho, qui nei panni del direttore del manicomio nel quale viene ricoverato Nicola, passando per la giovanissima Cinzia De Carolis (la piccola Irina) e con la presenza di altri caratteristi di sicuro affidamento comeTeresa Gimpera,Rosita Torosh,Roberto Maldera,Stefano Oppedisano e Maria Monti.


La notte dei diavoli è un film quasi dimenticato, non fosse per la sparuta schiera di amanti del gotico italiano; osteggiato alla sua uscita dalla critica, che ne vide un rifacimento in peggio del film di Bava, peraltro poco amato dalla stessa critica, in realtà è un prodotto molto valido.
Non è da tutti riuscire a ricreare un’atmosfera cupa e sinistra senza utilizzare gli stanchi stereotipi del genere, ovvero gli effetti splatter e il solito immancabile sesso.


Ferroni consegna al pubblico invece un prodotto armonico ed interessante, nei limiti angusti imposti dalla mancanza di soldi e quindi di mezzi; la dove manca la pecunia Ferroni supplisce con la tecnica e un uso sapiente del suo mestiere.
Alla fine il film soddisfa e ad avere torto è quella parte di critica ( e di pubblico) incapace di capire che un film lo si può apprezzare anche per l’atmosfera, per il senso di opprimente e latente paura che può generare. In questo Ferroni ottiene pienamente quanto cercato.
Un film da recuperare che è stato rieditato in digitale ma che purtroppo non ha circolazione sul piccolo schermo.

La notte dei diavoli
Un film di Giorgio Ferroni. Con Agostina Belli, Cinzia Carolis, Gianni Garko, Mark Roberts, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Teresa Gimpera, Maria Monti, Roberto Maldera Horror, durata 91 min. – Italia 1972.

Gianni Garko: Nicola
Agostina Belli: Sdenka
Roberto Maldera: Jovan
Bill Vanders: Gorka Ciuvelak
Cinzia De Carolis: Irina
Maria Monti: la strega
Teresa Gimpera: Elena
Umberto Raho: dr. Tosi
Sabrina Tamborra: Mira
Rosita Torosh: infermiera
Luis Suarez: Vlado
Tom Felleghi: sig. Robinson
Renato Turi: brigadiere Kovacic

Regia Giorgio Ferroni
Soggetto Aleksei Konstantinovich Tolstoi
Sceneggiatura Eduardo Manzanos Brochero, Romano Migliorini, Gianbattista Mussetto
Produttore Luigi Mariani
Casa di produzione Filmes, Due Erre Cin.ca (Roma)
Distribuzione (Italia) Produzioni Atlas Consorziate
Fotografia Manuel Berenguer
Montaggio Gianmaria Messeri
Effetti speciali Carlo Rambaldi
Musiche Giorgio Gaslini
Scenografia Eugenio Liverani, Jaime Perez Cubero, Josè Luis Galicia
Costumi Elio Micheli
Trucco Massimo Giustini

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luglio 7, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , | 3 commenti

La casa della paura

La casa della paura locandina

Una ragazza scende le scale in penombra di una casa; appena varcato il portone della stessa, mentre sta incamminandosi lungo un marciapiede, viene aggredita e trascinata a bordo di un auto, nella quale viene drogata.
Cambio di scena: Margaret Bradley sta varcando anch’essa una soglia, quella della prigione dov’è stata rinchiusa per qualche tempo sotto l’accusa di aver detenuto droga. Nonostante la ragazza si sia professata innocente, è stata rinchiusa nel carcere dal quale finalmente sta per uscire.
Grazie all’interessamento di Alicia Songbird, assistente sociale che ha preso a cuore la sua odissea, Margaret trova alloggio presso la casa della signora Grant.
Qui Margaret si trova ben presto a fare i conti con l’aria minacciosa che la casa stessa possiede; nella camera nella quale alloggia la ragazza scopre una misteriosa macchia rossa semi nascosta da un tappeto. Ma non è l’unico fatto inquietante che accade, perchè Margaret avverte distintamente dei passi misteriosi che provengono dalla parte esterna della casa.
Uscita per prendere aria e sopratutto per calmarsi, la ragazza viene avvicinata dal figlio della signora Grant, che le propone un sonnifero per prendere sonno.

La casa della paura 4

Daniela Giordano

La casa della paura 10

Karin Schubert

Ma durante la notte arriva anche una strana visione a perseguitare Margaret, quella di una minacciosa figura con un cappuccio e un mantello rosso che sembra volerla aggredire; è un incubo o qualcosa di strano sta accadendo nella casa?
Un altro cambio di scena ci porta presso un gruppo di persone, fra cui ci sono la signora Grant e suo figlio intente a sacrificare una ragazza, la stessa che abbiamo visto aggredire all’inizio del film. La ragazza viene uccisa e il suo corpo scaraventato giù per un dirupo.
Cosa accade in quella casa? A scoprirlo saranno proprio Margaret e il fratello della ragazza uccisa, che giungeranno a smascherare il diabolico gruppo e sopratutto il vero capo dello stesso, la misteriosa figura ammantata di rosso.

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La casa della paura (The girl in room 2 A) è un fiacco e inoffensivo thriller-horror diretto nel 1974 da William Rose, regista assolutamente sconosciuto da noi qui alla sua quinta e ultima prova come regista.
E verrebbe da dire per fortuna, vista l’approssimazione grossolana che coinvolge tutte le componenti del film, dalla sceneggiatura alla direzione tecnica, con l’unica nota di merito rappresentata dalla presenza di Daniela Giordano, che fa quello che può pur in presenza di un copione di serie z e delle parimenti belle Rosalba Neri e Karin Schubert che però hanno delle parti limitatissime e che quindi restano in scena davvero poco.
Cosa non funziona nel film?

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Praticamente tutto.
Dopo un promettente inizio, con la ragazza rapita e uccisa, il film va gradatamente ammosciandosi con conseguente trascinamento stanchissimo verso la parte finale, quando qualche scena di sevizie e sopratutto la scoperta del misterioso capo della combriccola riporta la pellicola ad un minimo sindacale di interesse per la stessa.
Il cast, a parte le citate attrici, presenta attori di qualche richiamo che però alla fine si segnalano soltanto per la prova incolore offerta.

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Si parte con Raf Vallone che sembra interessato più a rimpinguare il proprio conto in banca che a mostrare un minimo di decoro recitativo per passare ad Angelo Infanti, anche lui molto al di sotto del suo standard recitativo. Da dimenticare anche Richard Harris, adattissimo ai peplum ma assolutamente privo di espressività il che conferisce ad una sceneggiatura penosa un’aria da film parrocchiale che marchia indelebilmente la pellicola.
Girato don due lire, quasi tutte assorbite dal cachet degli attori, La casa della paura va consegnato agli archivi del cinema ( e possibilmente anche sepolto) come un prodotto povero e brutto.

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Più che un film, sembra una trasposizione del celebre Killing, un fumetto fotoromanzo che ebbe un certo seguito negli anni sessanta; a favore di quest’ultimo gioca la staticità delle immagini, che nel film sono in movimento ma che provocano il mal di mare vista l’assolta imperizia del regista.
Fotogrammi sovra e sotto esposti, ondeggiamenti della macchina da presa e altro costituiscono il biglietto da visita di un film da dimenticare in cui si può salvare solo il finale, con la soluzione e la scoperta del misterioso incappucciato, prevedibile ma non in maniera lampante.
Il film è stato proposto, raramente, nella vecchia versione ricavata dalle VHS con la fatale conseguenza di sembrare ancora più brutto di quello che è in realtà; per gli amanti del genere segnalo la versione digitalizzata, che quantomeno restituisce un minimo di decoro ad una pellicola altrimenti degna di essere sepolta negli archivi.

Il film è ora disponibile in streaming, in un’ottima versione all’indirizzo http://www.nowvideo.sx/video/b21a80e2e5b3e

La casa della paura (The girl in room 2 A),

di William Rose, con Daniela Giordano, Rosalba Neri, Raf Vallone, Karin Schubert, Angelo Infanti, Brad Harris, Frank Latimore, Giovanna Galletti, Nuccia Cardinali, Dada Gallotti, Marian Fulop, Annamaria Liberati, James Saturno, Salvatore Billa, Carla Mancini- Thriller-Horror Italia 1974

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La casa della paura banner personaggi

Daniela Giordano … Margaret Bradley
Raf Vallone … Dreese
John Scanlon … Jack Whitman
Angelo Infanti … Frank Grant
Karin Schubert … Maria
Rosalba Neri … Alicia Songbird
Brad Harris … Charlie
Giovanna Galletti … Mrs. Grant
Nuccia Cardinali … La signora Craig
Dada Gallotti … Claire

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Regia: William Rose
Sceneggiatura: William Rose e Gianfranco Baldanello
Produzione: William Rose e Dick Randall
Musiche: Berto Pisano
Fotografia: Mario Mancini
Montaggio:Piera Bruni,Gianfranco Simoncelli

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giugno 25, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , , , | 1 commento

Sensitività (Sensività)-Kyra la signora del lago

Sensività locandina

Sensitività, o Kyra – La signora del lago, o anche L’ultima casa vicina al lago o Sensività (titolo originale) è un film conosciuto più per le sue disavventure che per i suoi pregi artistici, peraltro molto ridotti.
Diretto da Enzo G. Castellari nel 1979, rappresenta l’unica incursione nel campo dell’horror metafisico da parte del regista romano e arriva nelle sale due anni dopo il discreto risultato di Quel maledetto treno blindato, un curioso film bellico diretto dallo stesso Castellari nel 1977.
Sensitività ebbe vicende molto travagliate, a partire da una distribuzione cinematografica penalizzante che portò il film nelle sale per un ristrettissimo periodo; l’insuccesso ai botteghini convinse la casa cinematografica Video Kineo ad acquisire i diritti della pellicola, cosa che avvenne in maniera non indolore.

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Il film di Castellari venne affidato ad Alfonso Brescia che stravolse la trama originale, girò altre scene sostituendo l’attrice protagonista Leonora Fani con una controfigura con il risultato finale di ottenere un prodotto ibrido e sconclusionato che rese il film irriconoscibile.
Poichè già di per se la sceneggiatura originale era debole e poco convincente il guazzabuglio divenne totale e il film si rivelò economicamente un altro fallimento.
Del film di Castellari si persero le tracce e a tutt’oggi coloro che hanno visto la versione originale, mai più trasmessa nel mercato televisivo si contano sulla punta delle dita.

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Il titolo del film in origine era Sensività, ma nella versione spagnola divenne Sensitività, titolo con il quale il film è passato sul piccolo schermo; il giudizio tecnico sul film va quindi mediato su quella che è la parte originale dello stesso,  per intenderci diretta da Castellari.
La stessa sceneggiatura originale prevedeva uno svolgimento della pellicola sui binari della storia nera con elementi horror, erotici e metafisici che nella versione da noi conosciuta come Kyra la signora del lago sono in parte persi e in parte assolutamente incomprensibili.

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In quest’ultima versione, quella che attualmente circola (sporadicamente) in orari impossibili e su canali televisivi a visibilità limitata, la storia è incentrata sulle vicende di Lilian, una ragazza orfana che ritorna al proprio paese natale, per scoprire che dopo ogni rapporto sessuale con giovani del luogo, nel corso dei quali perde la conoscenza finendo per sembrare morta, avviene un omicidio.
Il tutto è legato ad un’antica maledizione e a Kyra, una divinità crudele e alla presenza in paese della gemella di Lilian, Lilith (antico personaggio della cosmogonia ebraica e mesopotamica, considerata dagli ebrei la prima moglie di Adamo e dai mesopotami un demone crudele).
La contemporanea presenza delle due gemelle risveglia quindi l’antica maledizione, amplificata dall’odio viscerale che Lilith porta per Lilian, che la ragazza considera responsabile delle disavventure che ha vissuto.
L’odio mortale tra le due gemelle porterà alla tragedia finale, quando Lilith aggredirà Lilian, arrivata in paese con una moto, provocandone la caduta dalla stessa che prenderà fuoco durante il mortale duello tra le ragazze, che moriranno per colpa della benzina infiammatasi dopo l’uscita dal serbatoio della moto.

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Leonora Fani

Il plot ha quindi una tematica di base non originale, che Castellari sviluppa svogliatamente come del resto testimoniato dal regista stesso che ha ricordato quanto poco credesse in questo progetto. Tuttavia, nelle parti attribuibili sicuramente al regista romano si nota un’eleganza formale e un uso della fotografia di sicuro livello, segno dell’indubbia abilità del regista romano.
Il giudizio sul film andrebbe quindi formulato visionando la versione originale del film, dimenticando per un attimo quella farraginosa e incoerente di Brescia; Sensitività ha un suo fascino, delle belle scene e un minimo di tensione anche se l’horror non è certamente il genere preferito da Castellari, che infatti non girerà più prodotti di questo genere.
Tra le scene aggiunte nella nuova sceneggiatura ce ne sono alcune che muovono al riso invololontario, tanto appaiono fuori contesto e inserite per ovviare all’assenza dell’attrice protagonista, la Fani; si vedano in tal senso le immagini della mano insanguinata che affiora dall’acqua o quelle dell’ascia che sfonda le porte inserite senza alcuna logica.
Come giustamente fa notare D.P. nel suo esaustivo articolo scritto per il mensile Nocturno (http://www.nocturno.it/news/sensivita-vs-kira-la-signora-dellago?AspxAutoDetectCookieSupport=1),

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la differenza tra l’idea iniziale di Castellari e la realizzazione successiva di Brescia appare evidente sin dalle battute iniziali.
Abbastanza previdibile e scontata appare la sequenza iniziale, con la mamma di Lillian e la stessa bambina insieme su una barca, seguito dall’arrivo in paese di un misterioso motociclista con casco che si rivelerà essere la stessa Lillian mentre ben diversa era l’introduzione studiata da Castellari.
In definitiva, il giudizio sul film non può essere oggettivo almeno per quanto riguarda la prima stesura del film, troppo differente dalla seconda; anche il finale è completamente differente e mortifica l’opera di Castellari banalizzandola con una sbrigativa morte di entrambe per lo scoppio della moto, mentre in origine la sequenza prevedeva un finale in cui le due ragazze finivano per unirsi in un legame incestuoso.
Poichè molto difficilmente ritroveremo in rete la versione originale del film, dobbiamo accontentarci di quella di Brescia, che ovviamente non vale una visione nemmeno distratta; a scusante del regista romano va detto che è difficilissimo modificare una pellicola senza avere nemmeno la presenza dell’attrice protagonista, dovendo quindi contare solo su controfigure e artifici di scena.

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Per quanto riguarda il cast, splendida la prova di Leonora Fani,, che si conferma attrice di razza anche se ancora una volta bisogna segnalare la miopia dei produttori e dei registi che non la scritturarono (salve rarissime eccezioni) per film che ne esaltassero la grandi capacità interpretative e il carisma che l’attrice veneta possedeva. Così così la Adriani mentre il resto del cast fa il suo dovere; belle le musiche di Maurizio e Guido De Angelis, bella la fotografia.
Per quanto riguarda la documentazione fotografica che ho scelto per questa recensione, occorre ricordare che si tratta della seconda versione del film, quella di Brescia, che ho eliminato le parti più scabrose e che essendo la fonte una riduzione in analogico di una vecchia VHS i fotogrammi stessi del film appaiono di bassissima qualità.

Sensitività
Un film di Enzo Girolami Castellari. Con Caterina Boratto, Leonora Fani, Vincent Gardenia, Wolfango Soldati Drammatico, durata 92 min. – Italia, Spagna 1979.

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Leonora Fani: Lilian
Patricia Adriani: Lilith
Caterina Boratto: Kira
Vincent Gardenia: Pittore anziano
Wolfango Soldati: Manuel
Enzo G. Castellari: Ispettore

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Regia Enzo G. Castellari versione originale
Regia Alfonso Brescia versione Kyra la signora del lago
Soggetto José Maria Nunez
Sceneggiatura Leila Bongiorno, José Maria Nunez
Casa di produzione Cinezeta
Distribuzione (Italia) Alpherat Orange
Fotografia Alejandro Ulloa
Montaggio Gianfranco Amicucci
Musiche Maurizio De Angelis, Guido De Angelis

giugno 10, 2012 Pubblicato da: | Horror | , | Lascia un commento

Un’ombra nell’ombra

La giovane Carlotta Rhodes con le sue amiche Elena Merrill, Raffaella e  Agatha decide di avere rapporti sessuali con Lucifero; Elena e Carlotta partoriscono due bambine, Anna e Daria.
Per le donne l’unione con il demone significa la castità assoluta; Lucifero è geloso e non ammette che una delle sue adepte possa diventare la donna di un mortale.
Le due figlie di Lucifero crescono mostrando due caratteri completamente diversi; mentre Anna Merrill, figlia di Elena è una ragazza normalissima e di indole fondamentalmente buona Daria Rhodes impara da subito a capire la forza dei suoi poteri. Al contrario di Anna, Daria è una ragazza cattiva e disumana, che tenta di aumentare i suoi poteri per poter dominare gli altri.

Valentina Cortese e Paola Tedesco (Elena e Anna Merril)

Lara Wendel (Daria Rhodes)

Anna finisce per non accettare i poteri demoniaci che possiede e sceglie di suicidarsi, lasciando nello sconforto Elena; la donna è un’insegnante e fra le sue allieve c’è proprio Daria, che non esita a mostrare alla donna i poteri di cui dispone.
Elena, già duramente provata dalla morte di Anna, non regge alle pressioni psicologiche di Daria e ne segue il triste destino.
A quel punto le tre amiche superstiti decidono di correre ai ripari e riunitesi chiedono l’aiuto di un prete in crisi di vocazione.

Anne Heywood (Carlotta Rhodes)

Il prete tenta un’impossibile esorcismo su Daria, che, aiutata da Lucifero, riesce a sconfiggere il prete; vittoriosa, prende un taxi e si fa accompagnare a piazza San Pietro, decisa a lanciare la sfida al capo della cristianità.
Come si può notare già dal plot, Un’ombra nell’ombra tenta disperatamente di rinverdire i fasti di L’esorcista, mescolando anche parte della storia di The Omen-Il presagio; ma Pier Carpi, regista e sceneggiatore del film indeciso su che binari mantenere la pellicola, ovvero se privilegiare l’horror a scapito della velocità della pellicola finisce per rimanere a mezza strada creando sin dall’inizio un filmaccio a cui ben presto verrà a mancare ogni motivo di interesse, trasformando il film stesso in un pasticcio aggravato anche da una trama inverosimile e arruffata come poche.
Più che un horror, siamo di fronte ad una bizzarria con momenti che inducono al riso più che al tremito; basta seguire la prima fase del film per capire cosa ci attende, con un balletto introduttivo che porta all’orgia in cui Lucifero fa sue le donne che vorrebbero adularlo (ma in cambio di cosa?) in cui senza nessuna logica vediamo le protagoniste dimenarsi discinte e lascive.

Marisa Mell

Il seguito mostra che l’impatto deludente dell’inizio della pellicola purtroppo è solo un prologo ad un film in cui non solo non accade nulla di rilevante, ma in cui ci si annoia mortalmente nel seguire le vicissitudini delle due protagoniste, le demoniache figlie di Lucifero che seguono vite parallele interrotte, nel caso di Anna, da un volontario suicidio per scampare al dominio dell’angelo ribelle.
Il tutto senza alcun approfondimento psicologico del personaggio; mi si obietterà che in fondo, davanti ad un horror demoniaco non è che bisogna formalizzarsi più di tanto.
Il guaio è che mentre in L’esorcista viene sviscerata la vicenda personale di Regan e a margine di quella della madre, in Omen-Il presagio assistiamo alle nefandezze del piccolo Damian e alle indagini del padre che porteranno lo stesso a scoprire l’orribile segreto della nascita dell’anticristo, in Un’ombra nell’ombra tutto sembra andare avanti per forza d’inerzia, con personaggi malamente delineati che sembrano agire per motivi francamente incomprensibili.

Irene Papas

La scena finale dell’esorcismo e la conseguente vittoria della diabolica Daria sono poi quanto di peggio visto in film a sfondo demoniaco; John Philip Law appare così stralunato e fuori parte da suscitare tenerezza e al tempo stesso costernazione.
Una parte consistente del film si svolge in una scuola, precisamente nella classe in cui insegna Elena Merrill e in cui come alunna troviamo la diabolica Daria; la ragazza sfida l’amica di sua madre mostrando di che tempra è fatta, aggredisce senza motivo uno dei ragazzini che vorrebbe essere suo amico, si comporta insomma come la degna figlia di indegno padre.
Il tutto però con un’approssimazione di tempi, di situazioni e se vogliamo con una recitazione così fuori dalle righe da rendere ancor più strampalato il risultato finale.
Pensare che nel cast ci sono attrici di sicuro valore, come Anne Heywood (Carlotta Rhodes) che però appare fuori parte nonchè pesantemente penalizzata da un ruolo poco delineato, come Valentina Cortese (Elena Merrill), l’unica forse a livello di uno standard accettabile, come Lara Wendel (Daria Rhodes) che fa il suo senza infamia e senza lode, anch’essa penalizzata dalle astrusità della trama.

Molto marginali le figure di Marisa Mell (Agatha) e Irene Papas (Raffaella) pesantemente penalizzate dalla mancanza di contorno e di spessore dei loro personaggi.
Bene Paola Tedesco, almeno per le poche sequenze che la vedono protagonista nel ruolo della sfortunata Anna.
In quanto a Lucifero, interpretato da Enzo Miani, non vale la pena spendere una parola, tanto palesemente ridicola risulta sia la caratterizzazione dell’attore che il personaggio in se.
Completa il disastro su tutti i fronti una colonna sonora debole e inadatta composta Stelvio Cipriani; da segnalare in ultimo la presenza in piccolissime parti di alcune buone caratteriste del cinema italiano come Carmen Russo (la protagonista del bizzarro balletto iniziale), di Patricia Webley e di Sofia Dionisio.

In quanto a Carpi, regista di questa bizzarra e bislacca pellicola, c’è poco da dire se non rallegrarsi del fatto che Un’ombra nell’ombra sia stata la seconda e ultima prestazione cinematografica, che fece seguito al suo precedente lavoro Povero Cristo interpretato da un Mino Reitano palesemente inadatto e penalizzato da una sceneggiatura sciagurata, in cui assistiamo alle avventure di un investigatore incaricato di provare l’esistenza nientemeno che del messia.
Di Pier Carpi preferisco ricordare la feconda e brillante attività di fumettista

(sue le sceneggiature di I Naufraghi, Lancillotto, Bob Lance, Zakimort, Teddy Bob, Boy, Brancaleone, l’Agente senza Nome, Kolosso, I Serpenti, Uranella, Jessica) e quella di scrittore (La morte facile (1964),Storia della magia, Il mistero di Sherlock Holmes e Le società segrete (1968), Cagliostro il taumaturgo (1972), I mercanti dell’occulto (1973), Un’Ombra nell’Ombra, Rasputin (1975), Le profezie di Papa Giovanni XXIII (1976), Palazzo d´Estate (1978), La Banda Kennedy (1980), Il caso Gelli (1982), Il diavolo (1988), Il venerabile (1993), Gesù contro Cristo (1997).
Film praticamente inguardabile, con l’unico pregio di aver riproposto sullo schermo le attrici citate su, alcune rispolverate dal malinconico cassetto dei ricordi in
cui erano finite, ovvero Marisa Mell e Anne Heywood.

Un’ombra nell’ombra
Un film di Pier Carpi. Con Irene Papas, Valentina Cortese, Paola Tedesco, Marisa Mell,Anne Heywood, John Philip Law, Frank Finlay, Ian Bannen, Sonia Viviani, Lara Wendel, Carmen Russo
Horror, durata 106 min. – Italia 1979.

Anne Heywood    …     Carlotta Rhodes
Valentina Cortese    …     Elena Merrill
Frank Finlay    …     Paul
John Phillip Law    …     L’esorcista
Marisa Mell    …     Agatha
Irene Papas    …     Raffaella
Paola Tedesco    …     Anna Merrill
Lara Wendel    …     Daria Rhodes
Ian Bannen    …     Il professore
Ezio Miani    …     Lucifero
Carmen Russo        Una ballerina
West Buchanan    …     Peter Rhodes
Marina Daunia    …     Prostituta
Patrizia Webley    …     Prostituta

Regia     Pier Carpi
Soggetto     Pier Carpi
Sceneggiatura     Pier Carpi e Audrey Strinton
Fotografia     Guglielmo Mancori
Montaggio     Manlio Camastro
Musiche     Stelvio Cipriani
Scenografia     Piero Basile
Costumi     Michaela Gisotti

Soundtrack del film

Maggio 22, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Halloween: la notte delle streghe

Nella notte del 31 ottobre, mentre sta per iniziare Halloween, Michael Myers che è poco più di un bambino si traveste da tragico Pierrot e uccide la sorella maggiore con un grosso coltello da cucina.
Siamo agli inizi degli anni sessanta e Michael viene internato in un manicomio dove passa 15 anni della sua vita chiuso in un mutismo assoluto, quasi assente, fissando con ostinazione solo il muro davanti a se.
Fuggito dal manicomio, Michael torna in Illinois con in mente una sola idea, fissa: uccidere sua sorella Laurie Strode e chiunque sia al suo fianco.


L’unico a tentare di contrastarlo è lo psicologo Sam Loomis, che lo ha avuto in cura…
Uno dei primi film (forse il primo in assoluto) ambientato nella notte delle streghe, Halloween è anche il progenitore assoluto del genere slasher (dall’inglese To slash”, ferire profondamente con un’arma affilata), una variazione sanguinolenta dell’horror in cui gli atti criminali sono generalmente compiuti da uno o più criminali che inseguono e uccidono le loro vittime con oggetti da taglio affilati.
Il film diretto da John Carpenter nel 1978 non è in assoluto il primo film a mostrare nei dettagli la realizzazione di un piano criminale portato a termine in maniera sanguinolenta con l’ausilio di armi da taglio; lo aveva già fatto il nostro Mario Bava con Reazione a catena (Bay of blood) nel 1971, in cui compare la celebre sequenza in cui due ragazzi che amoreggiano su un letto sono trafitti da una lancia.


Ma è il primo in cui uno psicopatico mascherato (che diverrà un topos dei futuri film del genere slasher) utilizza un coltellaccio per assassinare le sue vittime in modo così esplicito.
Carpenter, a corto di soldi, fa fruttare l’ingegno costruendo una pellicola affascinante sotto tutti i punti di vista, facendo leva sulle paure e le fobie degli spettatori con l’uso intelligente di una sceneggiatura ridotta all’osso ma dal potente impatto visivo.
La scelta di creare un assassino sicuramente piscopatico e sociopatico con il volto coperto da una maschera rende il protagonista delle gesta criminali impermeabile alle emozioni umane, così lo spettatore si ritrova a dover immaginare cosa possa spingere l’assassino, quale possa essere la mossa successiva, in che modo colpirà e in quale momento sferrerà i suoi colpi letali.


A ciò il regista americano aggiunge una colonna sonora da vero incubo, scritta e suonata personalmente al pianoforte, cosa abbastanza inusuale tenendo conto che per sua stessa ammissione Carpenter non conosceva le note musicali e di conseguenza gli spartiti.
L’apertura del film è un evidente tributo a Profondo rosso di Dario Argento; Carpenter infatti utilizza la nenia infantile che Argento aveva usato per il suo capolavoro inserendo le parole di una filastrocca che recita “Black cats and goblins and broomsticks and ghosts.Covens of witches with all of their hopes.You may think they scare me. You’re probably right.Black cats and goblins on Halloween night.(Trick or treat!)” ovvero “Gatti neri e goblin e manici di scopa e fantasmi.Consessi di streghe con tutte le loro speranze.Puoi pensare che mi spaventino. Probabilmente hai ragione.Gatti neri e goblin nella notte di Halloween.(Dolcetto o scherzetto!)”


Da quel momento in poi lo spettatore è proiettato in un incubo a occhi aperti, incubo amplificato dalla particolare atmosfera che anche a livello inconscio crea la notte di Halloween, con il suo esplicito riferimento a spiriti e defunti, trascinato per i capelli anche da una fotografia che materializza gli incubi nascosti.
E Michale Myers un po incarna uno spirito, come vedremo nel finale, quando all’horror si sovraporrà l’elemento sovrannaturale con il corpo di Michael misteriosamente scomparso dal viale sul quale è precipitato.
Un finale aperto, come del resto testimoniato dai sequel del film, che però non si avvicineranno nemmeno lontanamente all’opera di Carpenter, che resta unica per gli elementi che ho descritto.


Un altro dei punti di forza del film è la location particolare, ovvero il teatro in cui si muove Michael alla ricerca di sua sorella e delle vittime che cadranno sotto i colpi della sua follia; siamo in un quartiere composto da una silenziosa, linda e pinta serie di villette immacolate che creano un contrasto violento proprio con il crimine seriale del giovane.
Chi mai potrebbe immaginare che in un posto così tranquillo possa scatenarsi da un momento all’altro l’inferno?
Carpenter gioca proprio con questo, così come gioca con la paura profonda che ispira l’uomo mascherato che assomiglia tanto al babau delle storie che si raccontano ai bambini per farli stare zitti.
Quindi, a conti fatti, è facilmente comprensibile il motivo per cui il film sia diventato con il passare degli anni un cult.
Un cult, tra l’altro, in cui si muove un cast formato da attori poco conosciuti, la cui unica eccezione è rappresentata da Donald Pleasence che interpreta il dottor Sam Loomis.


A corto di soldi, con un budget di poco superiore ai 300.000 dollari, Carpenter si industria con quello che può: ingaggia per il ruolo di Laurie Strode la giovane Jamie Lee Curtis, che all’epoca del film aveva appena 20 anni ed era nota principalmente per essere la figlia di due grandissimi di Hollywood, Tony Curtis e Janet Leigh.
Jamie Lee ricambia la fiducia con una prova maiuscola, alla luce anche della sua scarsa confidenza con il set, visto che l’unica esperienza precedente era stata una particina in Prova d’Intelligenza (The Bye-Bye Sky High I.Q. Murder Case), un episodio del telefilm Il Tenente Colombo.
In quanto a Pleasence, unica star del cast, la sua prova è così convincente che verrà chiamato successivamente per i sequel del film, ovvero Halloween II – Il signore della morte (1981) per la regia di Rick Rosenthal,

per Halloween IV – Il ritorno di Michael Myers (1988) diretto da Dwight H. Little, per Halloween V – La vendetta di Michael Myers (1989) diretto da Dominique Othenin-Girard e infine per Halloween 6 – La maledizione di Michael Myers di Joe Chappelle che sarà l’ultimo suo film perchè a febbraio del 1995 l’attore inglese scomparirà all’età di 76 anni.
In quanto a Carpenter, Halloween segna un punto fondamentale della sua carriera di cineasta; reduce dai lusinghieri successi di Dark Star e di Distretto 13: le brigate della morte (Assault on Precinct 13, 1976) Carpenter sbanca il box office, cosa che gli permetterà di accedere a finaziamenti meno sparagnini.
Da questo momento arriva un periodo d’oro per lui che si concretizzerà in una serie di eccellenti pellicole come Fog (The Fog, 1980), il magnifico 1997: fuga da New York (Escape from New York, 1981),La cosa (The Thing, 1982) e Christine, la macchina infernale (Christine, 1983)
Ritornando ad Halloween, il film ha il gran merito di aver inaugurato un genere che anche se considerato di nicchia dai critici, finirà per avere un nutrito numero di seguaci attratti dalle infinite varianti che il film stesso offre.


La Curtis finirà anche per avere una nomination all’Oscar, vinto quell’anno dalla bravissima Jane Fonda mentre Carpenter cederà i diritti del film anche alla tv, incassando una cospicua somma; il regista però dovrà fare i conti con la censura televisiva e sopratutto con i tempi della tv. Carpenter risolse il tutto aggiungendo 12 minuti di scene tagliate che non cambiavano la struttura del film.


Halloween: la notte delle streghe
Un film di John Carpenter. Con Donald Pleasence, Jamie Lee Curtis, Nancy Stephens, Charles Cyphers, Kyle Richards,Nancy Kyes, P.J. Soles, Brian Andrews, John Michael Graham, Arthur Malet, Mickey Yablans, Brent Le Page, Adam Hollander, Robert Phalen, Tony Moran
Titolo originale Halloween. Horror, durata 91 min. – USA 1978

Jamie Lee Curtis: Laurie Strode
Donald Pleasence: dottor Sam Loomis
Nancy Kyes: Annie Brackett
P.J. Soles: Lynda van der Klok
Charles Cyphers: sceriffo Leigh Brackett
Will Sandin: Michael Myers (6 anni)
Tony Moran: Michael Myers (23 anni)
Sandy Johnson: Judith Myers

Genere Horror
Regia John Carpenter
Soggetto John Carpenter, Debra Hill
Sceneggiatura John Carpenter, Debra Hill
Fotografia Dean Cundey
Montaggio Charles Bornstein, Tommy Lee Wallace
Effetti speciali Conrad Rothmann
Musiche John Carpenter
Scenografia Tommy Lee Wallace

Daniela Igliozzi: Laurie Strode
Gianni Bonagura: dottor Sam Loomis
Emanuela Rossi: Annie Brackett
Isabella Pasanisi: Lynda van der Klok
Vittorio Di Prima: sceriffo Leigh Brackett
Angiolina Quinterno: Marion Chambers

aprile 19, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , | Lascia un commento

Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea

Tre ragazzi e una ragazza che ritornano da una vacanza restano a secco di benzina proprio mentre sta per scatenarsi un temporale.
I quattro si trovano in una zona semi deserta e di conseguenza cercano un riparo nell’unico posto che incontano, una villa isolata.
La sinistra dimora è abitata da una donna molto bella e misteriosa, che li accoglie ma da quel momento i quattro si troveranno prigionieri di un incubo, sopratutto la ragazza…
Trama non raccontabile, quella di Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea a meno di non voler svelare l’unico elemento che fa da collante ad una vicenda intrisa di mistero con elementi gotici e horror.
Diretto da Riccardo Freda nel 1972, Tragic ceremony diventato in italiano Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea è un film misconosciuto, rimasto per lunghissimi anni sepolto nelle cineteche prima di essere ripescato e trasmesso da qualche tv privata.

Luciana Paluzzi

Camille Keaton

Un film molto strano che parte come un mistery, si sviluppa come un thriller e termina come un horror, con qualche sequenza splatter messa su da Rambaldi, che crea trucchi al solito molto efficaci.
Freda girò questo film tra molte difficoltà e fu costretto ad abbandonare il set, che venne rilevato da Ratti; questo raccontano le cronache dell’epoca e possono essere delle motivazioni per la clandestinità del film stesso, che scomparve del tutto sopratutto dopo lo scarso successo del film, che venne visto da pochissimi fedeli del regista.


Il quale aveva diretto l’anno precedente il thriller L’iguana dalla lingua di fuoco, con discreto successo ma ormai lontano dallo standard qualitativo che l’aveva reso uno dei registi più interessanti dei due decenni precedenti.
Strano film, Estratto dagli archivi; immerso in un’atmosfera da incubo, ambientato pressochè totalmente in una villa che sembra nascondere oscure minacce, vive i suoi momenti migliori proprio quando crea atmosfere da incubo allacciate alla figura di Jane, l’unica donna del gruppo di amici che avrà la sventura di capitare nel posto sbagliato e che pagherà con la vita la scoperta di quello che accade nella villa misteriosa.
Strano anche per l’ambientazione gotica in epoca contemporanea; i ragazzi infatti, veri e propri hippy almeno negli atteggiamenti e nei vestiti, si ritroveranno immersi in un’atmosfera d’altri tempi, con una padrona di casa (Lady Alexander) enigmatica ed affascinante con un consorte subalterno e succube, Lord Alexander.


La storia quindi si sviluppa all’interno di questa villa misteriosa, dove accadranno fatti anche inspiegabili e non certo per questioni di trama.
Freda infatti gira un’opera che sembra più un incubo psichedelico, con richiami alla metafisica piuttosto che un film tradizionale; il tutto si condenserà alla fine in una storia dall’intreccio abbastanza improbabile ma con una sua logica anche se distorta.
Purtroppo non mi è possibile addentrarmi in spiegazioni più esaustive se non raccontando particolari che toglierebbero il gusto allo spettatore di guardare questo prodotto che ha un suo fascino sinistro.
Legato, come già detto, all’ambientazione tipica dell’horror gotico con in più una trama a tratti confusa a tratti sviante, che però troverà la sua logica conclusione in un finale che svelerà i ruoli chiave di Jane e Lady Alexander.


Nel film ci sono parti con un fascino sinistro, legate alle grandi capacità di Freda di usare la suspence anche in funzione ambientale; se il temporale è un classico molto sfruttato del cinema thriller/horror, appare funzionale alla scena in cui i giovani incontrano l’ambiguo benzinaio, così come fascinosa è la sequenza che porta Jane a scoprire quello che realmente accade all’interno della villa.
E’ la parte migliore del film, con Jane che impugna un candeliere e si immerge nella casa in penombra, che sembra presagire momenti terribili.
Ambientazione dark e gotica quindi, nella quale si muovono a loro agio le due protagoniste principali, ovvero Jane e Lady Alexander rispettivamente interpretate da Camille Keaton e Luciana Paluzzi.


La prima, nipote del grandissimo Buster fa del suo meglio per dare sostanza al personaggio di Jane che se appare priva di una psicologia profonda diventa con lo scorrere del film personaggio tragico e legato ad un destino segnato. Camille, che qualche anno dopo lavorerà nel truculento Non violentate Jennifer si era messa in mostra nell’ottimo thriller Cosa avete fatto a Solange? e in questo film conferma l’ottima impressione destata nel film di Dallamano nel quale aveva interpretato il ruolo della sventurata Solange.
Decisamente bene Luciana Paluzzi, che interpreta il ruolo chiave della storia, quello dell’enigmatica Lady Alexander; l’ex Bond girl è donna dal fascino sensuale, è elegante e sopratutto è attrice di razza.


Sacrificato nel ruolo di consorte troviamo Luigi Pistilli, la solita sicurezza mentre il resto del cast si muove con disinvoltura.
Se il film può essere giudicato positivamente, lo si deve in primis alle capacità di Freda di utlizzare la MDP con padronanza, alla sua dote specifica di creare atmosfere lugubri e avvincenti; grazie all’ottima scelta di un tema musicale davvero ispirato, composto dal bravissimo Stelvio Cipriani, almeno la parte ambientale regge e supera la sufficienza.
Lo spettatore odierno potrà trovare mille difetti e buchi nella sceneggiatura, probabilmente a ragione; ma non vanno dimenticate le peripezie del film e sopratutto l’abitudine, a tratti sciagurata, di voler cavalcare l’onda del momento.


Nel 1972 infatti siamo nel pieno del boom del thriller/giallo/horror, con decine di produzioni che si accavallano spesso però con esiti discutibili; il Freda degli anni 70 non è il massimo, nel senso che il meglio di se lo ha già dato. I 5 film successivi al già debole A doppia faccia, ultimo film del decennio sessanta, non brilleranno affatto per originalità o per interesse.
Invece questo film può meritare una visione, sopratutto alla luce della recente pubblicazione in digitale, che permette di apprezzare il gioco di ombre che Freda riesce a creare.

 

Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea, un film di Riccardo Freda , con Camille Keaton,Luciana Paluzzi, Luigi Pistilli,Máximo Valverde,José Calvo,Irina Demick,Paul Muller Thriller-Horror Spagna-Italia 1970

Camille Keaton … Jane
Tony Isbert … Bill
Máximo Valverde … Joe
Luigi Pistilli … Lord Alexander
Luciana Paluzzi … Lady Alexander
José Calvo … Benzinaio
Giovanni Petti … Fred
Irina Demick … Madre di Bill
Paul Muller … Il dottore
Beni Deus … Ferguson

Regia: Riccardo Freda
Sceneggiatura: Mario Bianchi,José Gutiérrez Maesso,Leonardo Martín
Produzione: José Gutiérrez Maesso
Musiche: Stelvio Cipriani
Fotografia: Francisco Fraile
Montaggio: Jolanda Benvenuti
Effetti speciali: Carlo Rambaldi

aprile 16, 2012 Pubblicato da: | Horror | , , , | Lascia un commento