Ornella Muti
Ornella Muti, all’anagrafe Francesca Rivelli, è una delle poche dive dello schermo ancora sulla breccia dopo quarant’anni; nata a Roma il 9 marzo 1955, figlia di un giornalista napoletano e di una scultrice di origine Estone, ha esordito nel cinema nel 1970, dopo aver partecipato per qualche tempo agli storici fotoromanzi della Lancio, introdotta in quel campo dalla splendida sorella, Claudia Rivelli, che sul finire degli anni sessanta era probabilmente l’attrice più famosa in quel settore.
Francesca, non ancora Ornella, lavora per due anni alla Lancio, aiutata dalla sorella poco meno che ventenne; per due anni, dal 1969 al 1971, è accanto ad attori del settore, lanciati poi sul grande schermo, come Franco Gasparri. La scuola del fotoromanzo le servirà per imparare le pose, gli atteggiamenti, le espressioni, che faranno nel futuro la sua fortuna di donna e attrice.

Ornella Muti agli esordi in un fotoromanzo Lancio con sua sorella Claudia Rivelli

Il primo film di Ornella Muti: La moglie più bella
L’esordio nel mondo del cinema è casuale; il regista Damiano Damiani, che stava preparando il cast per il film La moglie più bella, che prendeva spunto dalla storia realmente accaduta del rapimento di una donna siciliana che poi aveva rifiutato di sposare il suo rapitore, facendolo arrestare e condannare, la sceglie per il ruolo principale,grazie anche alla complicità della sorella, che la invia al provino al suo posto.
Fu lo stesso regista a cambiarle il nome, ispirandosi alla protagonista di un romanzo di D’Annunzio; nacque così Ornella Muti, nome d’arte di Francesca che lei non cambierà più.
Il film ebbe un grande successo, e la quindicenne attrice si trovò immediatamente spalancata la carriera cinematografica.
In soli quattro anni girò una decina di film, che svariavano dal thriller giallo, come Un posto ideale per uccidere di Umberto Lenzi (nel cast c’era la bravissima Irene Papas) al drammatico Il sole nella pelle, dove ritrova quello che sarà poi suo marito, l’attore Alessio Orano, film diretto da Giorgio Stegani, fino a Fiorina la vacca, un decamerotico tra i più allegri e scanzonati, arricchito da un notevole cast assemblato dal regista Vittorio De Sisti, comprendente le belle Janet Agren e Eva Aulin oltre al simpaticissimo Renzo Montagnani.

Ornella Muti in Fiorina la vacca
Tra il 1972 e il 1975 i film che l’attrice gira appartengono ai filoni più disparati, quasi tutti film destinati alla cassetta; i titoli sono Un solo grande amore di Claudio Guerín al fianco di Lucia Bosè, Esperienze prematrimoniali di Masò nuovamente al fianco di Alessio, il grande successo di Vicario, Paolo il caldo, accanto a Giannini, Le monache di Sant’Arcangelo di Paolella, Verginità di Andrei.
Se si esclude Paolo il caldo, film di un livello superiore sia per l’ottima regia di Vicario, sia per la fedele trasposizione del romanzo di Brancati, i film che interpreta fino ai vent’anni sono film di buon successo, ma non ancora tali da poter essere definiti memorabili e degni del suo talento.
Nel 1974, dopo due film tipicamente ambientati in ambito adolescenziale, ossia L’amante adolescente, di Masò film spagnolo nel quale l’altro unico italiano è Sergio Fantoni e La segretaria,di Francisco Lara Polop girato accanto a Philippe Leroy, arriva una scrittura importante.
Il regista Calderone la chiama per il film drammatico Appassionata, nel quale divide la scena con un’altra attrice destinata ad una lusinghiera carriera, Eleonora Giorgi: Il risultato è un film che se non incontra il favore della critica, si rifà ai botteghini; Ornella è semplicemente bellissima, è brava e lo dimostra lavorando, nello stesso anno, con Ugo Tognazzi in Romanzo popolare, di Mario Monicelli, una bella storia d’amore tra un operaio molto più maturo di lei e una ragazza del sud, che trapiantata al nord riuscirà a vivere una sua vita indipendente, dopo aver lasciato il maturo marito.
E’ la consacrazione del suo talento e della sua bellezza; da quel momento l’attrice lavorerà con i registi più importanti del cinema italiano, alternando lavori davvero impegnativi in film difficili, come nel caso dei film girati con Ferreri ad altri più leggeri.
Come una rosa al naso, per la regia di Franco Rossi (accanto a Gassman e Adolfo Celi), Il mio primo uomo di Camus precedono il grande successo di critica di L’ultima donna, di Marco Ferreri, in cui è Valerie, la nuova compagna di un ingegnere abbandonato dalla moglie, un cupo e corrosivo apologo di Ferreri sulla famiglia.
Anche Giuliano Montaldo la vuole con se, nel suo ottimo L’agnese va a morire, cosi come la chiama Tonino Cervi nel parzialmente riuscito Ritratto di borghesia in nero, nel quale l’attrice suscita scandalo per la realistica scena saffica con Senta Berger.
Nel 1978, alla vigilia ormai della terribile crisi che il cinema sta per appressarsi a vivere, Ornella Muti è una delle pochissime attrici ad avere visibilità anche internazionale; merito del talento, certo, ma anche di una sagace scelta dei copioni e sopratutto della estrema poliedricità della stessa attrice.
Basti pensare ai tre film successivi girati dalla Muti; La stanza del vescovo, di Dino Risi, nel quale è la protagonista assoluta accanto a Ugo Tognazzi, è un dramma, mentre I nuovi mostri, di Monicelli, è una commedia satirica, anche se non perfettamente riuscita. Infine Giallo napoletano di Sergio Corbucci è un inusuale thriller/comico, nel quale l’attrice gareggia in bravura con Marcello Mastroianni.
Chiude degnamente, e sulla cresta dell’onda, i fantastici anni settanta (non solo personali, ma di tutto il cinema) con due film drammatici, Eutanasia di un amore di Enrico Maria Salerno e Primo amore, ancora una volta sotto la regia di Dino Risi, ancora una volta con partner l’ottimo Ugo Tognazzi.
Il 1980 segna il suo passaggio ad un cinema anche più frivolo; le produzioni importanti ormai diminuiscono a vista d’occhio, il cinema ha perso l’orientamento preciso del decennio precedente e un’ondata di film erotico/porno, a braccetto con le nuove, sguaiate commedie all’italiana nata sulle ceneri della gloriosa commedia all’italiana decapitano quasi totalmente l’universo femminile che aveva popolato le produzioni precedenti.
La Muti vola in America, per il mediocre e pretenzioso Flash Gordon, mega produzione diretta da Mike Hodges con un cast stellare che include Max Von Sidow, Timothy Dalton, la nostra Mariangela Melato….
Lei è la bellissima principessa Aura, la donna di cui si innamora l’avventuriero spaziale Flash.
L’attrice ha 25 anni, è nel pieno della bellezza e della maturità artistica; è sulla breccia da dieci anni ed è un volto ormai familiare al pubblico.
Così si permette il lusso di giocare su più tavoli; ottiene un enorme successo al fianco di Celentano in Il bisbetico domato, di Castellano e Moccia bissato l’anno successivo, il 1981, da Innamorato pazzo.
I due film sono campioni d’incasso delle due stagioni, ma Ornella continua a lavorare in produzioni di qualità, come nel drammatico Storie di ordinaria follia, al fianco di Gazzara, con cui girerà l’anno successivo il bel film La ragazza di Trieste.
Il cinema degli anni ottanta risente in realtà di più fattori concomitanti; se da un lato è subentrata una crisi dovuta al calo degli spettatori, attratti dalla sfrenata offerta delle tv private, che in pratica passano centinaia di film al giorno sul piccolo video, dall’altro lato risente anche della crisi d’idee che attanaglia il cinema.

Ornella Muti in La ragazza di Trieste
Così, nel caso della Muti, l’aver saputo fiutare il momento giusto per accettare di far parte di film nazional popolari depone sicuramente a favore della sua intelligenza di “animale cinematografico” ; l’attrice è nata per il cinema, ha talento, è ancora bellissima e cosa incredibile riesce ad essere simpatica anche al difficile popolo delle spettatrici.
Lei non è una rivale, è semplicemente una star, inarrivabile, un modello da seguire anche per la sua eleganza, per il suo savoir faire.
Continuando l’alternanza tra vari generi, Ornella Muti lavora in altre commedie di gran successo, come Nessuno è perfetto di Pasquale Festa Campanile, nel curioso ruolo di Chantal, un transessuale del quale si innamora Renato Pozzetto, in Bonnie e Clyde all’italiana, film di un altro grande del cinema italiano, Steno, questa volta al fianco di Paolo Villaggio e in Un povero ricco (con Pozzetto) e La ragazza di Trieste, entrambi girati con Pasquale Festa Campanile.
Anche le produzioni internazionali si contendono l’attrice; Volker Schlöndorff la chiama per il noioso Un amore di Swann, Marco Ferreri la richiama a se, ancora una volta, per Il futuro è donna, mentre con l’emergente Francesco Nuti gira due film, Tutta colpa del paradiso e Stregati.
Continuando ad essere la più amata dagli italiani, lavora con l’emergente Verdone in Io e mia sorella, nella commedia ad episodi Grandi magazzini del duo Castellano e Moccia e nel ben più serio Cronaca di una morte annunciata , uno degli ultmi film di Francesco Rosi, tratto dal romanzo di Gabriel García Márquez
Così vanno in archivio anche gli anni ottanta, nel quale l’attrice ha confermato tutto il suo talento; intuisce le potenzialità del nuovo genere emergente, quello delle fiction televisive, così viene scritturata per Casanova, di Simon Langton, alternando da quel momento in poi il lavoro cinematografico con quello televisivo.
Negli anni novanta la troviamo sul set di importanti produzioni, come Il viaggio di Capitan Fracassa di Ettore Scola, Stasera a casa di Alice di Carlo Verdone, Il Conte Max, che Christian De Sica riporta sullo schermo 40 anni dopo il grande successo avuto dal padre nel ruolo del giovane che si finge nobile, in uno dei primissimi cine panettoni, Vacanze di Natale ’91 di Oldoini.
La tv sembra diventare, per la Muti, un nuovo traguardo; negli anni novanta parteciperà ad alcune tra le più importanti tra esse, come Il grande Fausto di Sironi accanto al Coppi interpretato da Castellitto, L’avvocato Porta di Giraldi al fianco di Proietti e nel remake di Il conte di Montecristo, al fianco di Depardieu, nel ruolo di Mercedes, la donna amata da Edmond Dantes.
La popolarità della Muti all’estero è così rilevante che l’attrice inizia a lavorare praticamente in pianta stabile sopratutto oltr’Alpe; da L’amante bilingue di Aranda a Oscar – un fidanzato per due figlie di John Landis, passando per Compromesso d’amore di Santiago San Miguel, è tutto un fiorire di produzioni estere.
Tendenza che l’attrice accentuerà nel decennio 2000, con i film Last Run , Cavale, Après la vie,Un couple épatant (questi ultimi diretti da Belvaux), People; in Italia, a parte Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, si limita ad apparire in produzioni televisive che ottengono comunque un lusinghiero successo, come la recentissima Il sangue e la rosa.
Come abbiamo visto, la carriera della Muti non ha mai avuto in pratica momenti di stasi; oltre cento film e sceneggiati interpretati stanno a testimoniare un successo che la vede protagonista da ormai 40 anni; quarant’anni in cui la giovanissima e acerba Francesca Rivelli si è trasformata nella matura e affascinante Ornella Muti.
Uno dei nomi più conosciuti all’estero, erede di quella tradizione che ha esportato, prima di lei, i grandi nomi di Silvana Mangano, Anna Magnani, Sophia Loren, solo per citare le più famose.
Oggi l’attrice ha 55 anni anni, è nonna e madre; alterna il suo lavoro cinematografico a quello televisivo, come del resto ha sempre fatto.
Un presente che sicuramente 40 anni addietro, quando esordi in La moglie più bella, nel fatidico ruolo di Francesca Cimarosa, non avrebbe probabilmente mai ipotizzato.
Forse era anche nel suo destino quel titolo del film, La moglie più bella, un titolo che ancora oggi le si addice come una seconda pelle.

Cronaca di una morte annunciata
Un posto ideale per uccidere

Tutti figli di mammasantissima
The unscarred

Il viaggio di capitan Fracassa
Somewhere in the city
Le monache di Sant’Arcangelo
La segretaria
Il grande Fausto Coppi
Il conte di Montecristo
Grandi magazzini
Eutanasia di un amore
Codice segreto
Un solo grande amore
Tutti figli di mammasantissima
Casanova
Come una rosa al naso
Compromesso d’amore
Esperienze prematrimoniali
Eutanasia di un amore
L’amante bilingue
Ritratto di borghesia in nero
Doc.West-La sfida (Tv)
Geld und liebe
Il grande Fausto
Io non ci casco
Les bronzes amis pour la vie
Oscar un fidanzato per due figlie
SOKO 5113 (Tv)
The Heart Is Deceitful Above All Things
Io non ci casco (2008)
Postcards from Rome (2008)
Civico zero (2007)
Ripopolare la Reggia (2007)
L’inchiesta (2006)
Les bronzés 3: amis pour la vie (2006)
Vendredi ou un autre jour (2005)
Di que sí (2004)
The Heart Is Deceitful Above All Things (2004)
People (2004)
Uomini & donne, amori & bugie (2003)
Un couple épatant (2002)
Après la vie (2002)
Cavale (2002)
Hotel (2001)
Last Run (2001)
Una lunga lunga lunga notte d’amore (2001)
Domani (2001)
Um Crime Nobre (2001)
Jet Set (2000)
Terra del fuoco (2000)
Panni sporchi (1999)
The Unscarred (1999)
L’inconnu de Strasbourg (1998)
Somewhere in the City (1998)
Widows – Erst die Ehe, dann das Vergnügen (1998)
Mordbüro (1997)
Pour rire! (1996)
Mi fai un favore (1996)
Compromesso d’amore (1995)
L’amante bilingue (1993)
Estasi (1993)
Non chiamarmi Omar (1992)
Once Upon a Crime… (1992)
Vacanze di Natale ’91 (1991)
Il conte Max (1991) .
La domenica specialmente (1991)
Oscar (1991)
Stasera a casa di Alice (1990)
Il viaggio di Capitan Fracassa (1990)
Aspetta primavera Bandini (1989)
‘O re (1989)
Codice privato (1988)
Il frullo del passero (1988)
Io e mia sorella (1987)
Cronaca di una morte annunciata (1987)
Stregati (1987)
Grandi magazzini (1986)
Tutta colpa del paradiso (1985)
Il futuro è donna (1984)
Un amour de Swann (1984)
Un povero ricco (1983)
La ragazza di Trieste (1982)
Love & Money (1982)
Bonnie e Clyde all’italiana (1982)
Innamorato pazzo (1981)
Nessuno è perfetto (1981)
Storie di ordinaria follia (1981)
Il bisbetico domato (1980)
Flash Gordon (1980)
La vita è bella (1979)
Primo amore (1978)
Eutanasia di un amore (1978)
Giallo napoletano (1978)
I nuovi mostri (1977)
Mort d’un pourri (1977)
La stanza del vescovo (1977)
Ritratto di borghesia in nero (1977)
L’agnese va a morire (1976)
L’ultima donna (1976)
Come una rosa al naso (1976)
La joven casada (1975)
Leonor (1975)
Romanzo popolare (1974)
Appassionata (1974)
Cebo para una adolescente (1974) …. Maribel
Una chica y un señor (1974)
Verginità (1974)
Le monache di Sant’Arcangelo (1973)
Paolo il caldo (1973)
Tutti figli di Mammasantissima (1973)
Experiencia prematrimonial (1972)
La casa de las palomas (1972)
Un solo grande amore (1972)
Fiorina la vacca (1972)
Un posto ideale per uccidere (1971)
Il sole nella pelle (1971)
La moglie più bella (1970)
La vergine, il toro e il capricorno
Gianni Ferretti, architetto di grido e marito della splendida Giulia, seduce tutte le donne che gli capitano a tiro; un giorno, ospite di un amico nella sua villa, ha un rapporto con la moglie del proprietario, la Signora Scapicolli, nella vasca da bagno.
Giulia, insospettita dal comportamento del marito, che la sera accampa scuse per non avere rapporti con lei, lo segue nella notte e attraverso il buco della serratura scopre l’adulterio.
Il giorno dopo, davanti agli amici esterrefatti, si denuda, prende per mano un ospite inglese e si rinchiude nel garage della villa, simulando di avere un rapporto con l’uomo.
Disperato, Gianni promette alla moglie di non tradirla più, ma dopo poco tempo ci ricasca con la sua dattilografa, Enrica.
E’ Luisa, un’amica di Giulia, ad avvisare la donna della nuova infedeltà del marito.
Giulia, a questo punto, pianta tutto e si rifugia ad Ischia, dove ben presto la sua bellezza miete le prime vittime; a farne le spese è Felice Spezzaferri, un playboy di provincia, che tenta in tutti i modi di sedurre Giulia.
Nel frattempo Gianni sta cercando disperatamente la moglie, e dopo una serie di disavventure, scopre che anche Enrica, la segretaria, lo tradisce; con l’inganno riesce a sedurre Luisa, facendosi dire il nascondiglio della moglie.
Che nel frattempo si è consolata con Patrizio, un giovane mantenuto da una turista; quando Gianni arriva, non può far altro che accettare la situazione.
Sul traghetto che riporta i coniugi a casa Gianni ha però modo di agganciare proprio l’ex donna di Patrizio.
Luciano Martino dirige, nel 1977, La vergine il toro e il capricorno film appartenente as usual al genere sexy- commedia; lo fa con una storia assolutamente scontata, fatta dal classico binomio corna/bellona di turno; la musa questa volta è Edwige Fenech, affiancata da un cast notevole di caratteristi.
Ma la storia, già di per se banalissima, perde ulteriore consistenza per la mancanza di gag, nonostante nel cast figurino i migliori protagonisti della commedia sexy, ovvero Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Alberto Lionello, Aldo Maccione…..

Ria De Simone, la Signora Scapicolli
A parte le rituali docce della Fenech (cronometrati 3 minuti buoni di docce, su un totale di 90 minuti di pellicola!) il film si segnala solo per l’uso del turpiloquio, assolutamente ingiustificato, e per le nudità molto abbondanti della Fenech, questa volta affiancata anche dalla brava Lia Tanzi; il resto è davvero poca cosa, a partire dallo scontatissimo tema delle corna, passando per l’immancabile guardone con binocolo che spia la provocante Giulia e Luisa, per finire al belloccio di turno, Ray Lovelock, che riesce a godersi tanto ben di Dio alla faccia del marito becco e anche contento.
Il cast, alle prese con una commedia spompata in partenza, si arrangia come può, mancando questa volta il pezzo forte del genere, ovvero la battuta sarcastica; qui predomina la battuta da caserma, tipica dei Pierini che arriveranno di la a poco.
Così appaiono decisamente sprecati Lionello e Maccione, la Bisera e la De Simone, Carotenuto e Vitali, la Tanzi e la stessa Fenech, la Schurer, Garrone e tutto il resto del notevole cast; un film che non prende mai, che parte in sordina e termina anche peggio.
Un esempio di battute che circolano nel film: ” Scrivi, dattilografa: sei la mia puttanografa“; il livello ahimè è questo….
Trovo molto pertinenti questi due sintetici commenti, che condivido appieno, presi il primo dal Davinotti e il secondo dal Morandini:
“Ho visto questo film quasi senza nemmeno accennare un mezzo sorriso. Purtroppo i meccanismi comici sono un po’ troppo forzati e vaghi, poco definiti; la colpa è più che altro di una sceneggiatura troppo ripetitiva e allungata all’infinito: una semplice storiella di corna che sarebbe potuta durare la metà. Alvaro Vitali, poi, compare pochissimo e si limita a diventare rosso in faccia ripetendo l’adagio “Che Bona-che Bona”. Film pessimo, più che una commedia è una storiella scema con sequenze di nudo.”
“Tradita a ripetizione dal marito, speculatore edilizio, la bella Giulia decide di rendergli la pariglia. Farsa imperniata ossessivamente sul tema delle corna con dialoghi di programmatico cattivo gusto.”
Edwige Fenech e Lia Tanzi
Il film è disponibile su You tube,in una versione accettabile qualitativamente all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=Zpm7PEM-qhc
La vergine, il toro e il capricorno, un film di Luciano Martino Con Edwige Fenech, Aldo Maccione, Alberto Lionello, Ugo Bologna, Riccardo Garrone, Cesarina Gheraldi, Adriana Facchetti, Mario Carotenuto, Tiberio Murgia, Fiammetta Baralla, Erna Schurer, Ray Lovelock, Pinuccio Ardia, Gianfranco Barra, Gabriella Lepori, Giacomo Rizzo, Lia Tanzi, Alvaro Vitali, Olga Bisera, Laura Trotter, Anna Melita, Michele Gammino
Erotico, durata 90 min. – Italia 1977.
Edwige Fenech … Gioia Ferretti
Alberto Lionello … Gianni Ferretti
Aldo Maccione … Felice Spezzaferri
Olga Bisera … Enrica
Alvaro Vitali … Alvaro
Erna Schürer … Tourist with Patrizio
Michele Gammino … Raffaele
Mario Carotenuto … Pietro Guzzini
Giacomo Rizzo … Peppino Ruotolo
Fiammetta Baralla … Aida, la cameriera
Gianfranco Barra … Alberto Scapicolli
Lars Bloch … Professore mericano
Sabina De Guida … Marchesa
Ria De Simone … Signora Scapicolli
Adriana Facchetti … Moglie di Guzzoni
Riccardo Garrone … Il marito di Enrica
Cesarina Gheraldi … Zoraide, la madre di Gianni
Gabriella Lepori … La segretaria di Gianni
Patrizia Webley … Moglie di Raffaele
Lia Tanzi … Luisa
Ray Lovelock … Patrizio Marchi
Dante Cleri … Venditore di gelati
Sofia Lombardo … Un’altra segretaria di Gianni
Regia Luciano Martino
Soggetto Luciano Martino
Francesco Milizia
Sceneggiatura Cesare Frugoni
Luciano Martino
Francesco Milizia
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Franco Pisano
Maladolescenza
Prima di iniziare a parlare di Maladolescenza, alcune debite premesse.
Il film di Murgia, per temi e immagini, è un film che presenta davvero difficoltà di trattazione, essendo un film che utilizza attori giovani, parla di un argomento giustamente tabù come la sessualità adolescenziale, presenta immagini che per molti, incluso chi scrive, sono disturbanti e difficili da metabolizzare.
Pure esorcizzare qualcosa spesso significa semplicemente nascondere la testa sotto la sabbia; in effetti basta solo emendare, sopratutto a livello di documentazione fotografica, la pellicola dalle scene disturbanti, che in realtà coprono il 5% del film.
Qualcuno dirà che anche un solo fotogramma di quelli incriminati è abbastanza; ed ha ovviamente ragione.
Non esiste in alcun modo giustificazione all’utilizzo, sia pure per fini artistici, di nudità infantili, che possa avallare qualsiasi opera le utilizzi e dare così una patente di legalità all’opera stessa.
Lara Wendel
Per cui, a livello di documentazione visiva del film, ho scelto i fotogrammi neutri che illustrano alcune fasi del film; non c’è alcun motivo valido per postare i fotogrammi scabrosi, che sono fuorvianti sopratutto se estrapolati dal film, che resta opera discutibile fin quanto si vuole ( e lo è davvero), ma che “avrebbe”, ed uso il condizionale il merito di toccare un problema che in realtà esiste, l’universo della sessualità adolescenziale.
Non è moralismo, sopratutto da parte di chi, come me, parla di cinema sopratutto di genere, e quindi ha a che fare con tematiche scabrose.
Ma l’utilizzo di immagini disturbanti riguardanti minorenni non ha alcuna giustificazione; non ne ha perchè il mondo dei ragazzi dovrebbe essere illustrato in ben altro modo, come dico più avanti nella recensione, perchè nulla può giustificare atti che vengano illustrati, sia pur per finzione, in maniera velleitaria, nudi e crudi.
Un film maledetto, Maladolescenza.
In parte per la tematica, ovvero la sessualità nella pre adolescenza, in larga parte per la raffigurazione visiva della storia, affidata ad attori in erba poco più che dodicenni, impegnati nell’esplorazione del mondo della sessualità, con nudi integrali e azioni di sesso che spesso provocano fastidio se non peggio.
Dico subito, a scanso di equivoci, che Maladolescenza è un film con una sua dignità, letteralmente affogata,fatta a pezzi proprio dalla decisione di Murgia, il regista, di utilizzare attori giovani per dare il massimo della veridicità alla storia.
Martin Loeb
Un tema di per se scabroso si sarebbe potuto trattare anche con immagini meno esplicite, lasciando all’immaginazione dello spettatore le varie situazioni che man mano vengono illustrate nel film; Murgia invece punta la macchina da presa sui giovani protagonisti, riprendendoli in situazioni scabrose, come nel caso della Wendel ripresa mentre orina, oppure descrivendo dettagliatamente i rapporti sessuali che i tre intrecceranno nel film.
La tematica del film, le immagini, il finale sono ovviamente qualcosa che trascende il film in se; ci si può e ci si deve interrogare sul limite che un film deve avere, pur rispettando il diritto di chiunque di portare sullo schermo una storia senza dover subire l’odiosa censura.
Un problema che Maladolescenza ha portato in tutti i paesi in cui è stato proiettato; la Germania, per esempio, che ha sempre avuto una censura labilissima, ha condannato definitivamente il film all’oblio, ritirando dal commercio tutte le copie analogiche e digitali del film nella sua versione completa, quella cioè di 91 minuti che il regista Pier Giuseppe Murgia girò nel 1977.
In Italia il film circola ancora, anche se limitatamente all’home video; nessuna tv privata o pubblica ha mai presentato l’opera sul piccolo schermo, alimentando in qualche modo la leggenda nera del film.
Veniamo alla trattazione delle tematiche del film, che partono dalla storia di Laura e Fabrizio, due adolescenti che condividono le vacanze d’estate essendo vicini dicasa; Laura è una ragazzina molto timida e sentimentale, Fabrizio un ragazzo molto introverso. I due sono nella fase critica dell’adolescenza, quando cioè le pulsioni della sessualità iniziano a farsi sentire con forza.
Fabrizio, che divide le sue giornate con il cane Xilot, è diventato un ragazzo con strani scatti di crudeltà, che mette in mostra proprio l’estate in cui si svolge il racconto. Inizia a tormentare la ragazzina, dapprima lanciandole addosso un serpente, poi torturando e uccidendo un uccellino sotto i suoi occhi.
Laura appare soggiogata, tant’è vero che quando Fabirzio la porta con se alla Montagna blu, dove i due ragazzi hanno scoperto una caverna con una grande pozza d’acqua, accetta senza discutere di avere un rapporto sessuale con il ragazzo.
A complicare il rapporto appena nato tra i due ragazzi arriva Silvia, un’altra adolescente ben diversa da Laura; tanto è dolce e timida Laura, tant’è disinibita e vivace Silvia.
La nuova arrivata capisce che Fabrizio subisce in qualche modo il suo fascino; così prende il posto di Laura che diventa, di riflesso vittima non più solo di Fabrizio ma anche di Silvia.
I due tiranneggiano la ragazza, mentre aumenta a dismisura la loro crudeltà nei confronti della stessa.
Le umiliazioni si sommano; i due fanno l’amore davanti a Laura, la umiliano orinandole addosso e proseguono così mentre i giorni passano.
Sul finire dell’estate un giorno Fabrizio decide di portare Silvia con Laura alla Montagna blu, nella caverna da loro scoperta; mentre fuori scoppia una tempesta, Silvia, impaurita, perde tutta la sua baldanzosità rivelandosi per quella che è, una ragazzina con atteggiamenti da grande. E’ in arrivo la tragedia finale……
Un film con tre attori è decisamente difficile da gestire, sopratutto quando i tre attori sono semplicemente dei ragazzini; il risultato lo si vede nelle pause, negli sguardi, nell’immaturità generale che permea il film.
Le scene di nudo, di sesso ssimulato, la scabrosità del racconto in realtà non hanno nulla di erotico, immerse come sono in un contesto privo di argomenti erotizzanti; tuttavia lascia sicuramente sconcertati la disinvoltura con cui una ragazzina di dodici anni come Eva Ionesco
Eva Jonesco
interpreti scene davvero scabrose che avrebbero messo in imbarazzo anche una donna. Lo stesso dicasi di Lara Wendel,l’altra protagonista femminile, che quantomeno mostra disagio e impaccio proprio nelle scene di nudo.
Che francamente si sarebbero potuto evitare, lasciando alle parole, alle intenzioni tutto quello che viene invece puntualmente mostrato.
Naturalmente ciò non avviene, e non sapremo mai con quanta buona fede Murgia abbia messo in scena il suo film, ovvero se ci abbia marciato su, contando sullo scandalo che avrebbe suscitato il film oppure se abbia candidamente deciso di rappresentare una tematica cosi forte e controversa con immagini e situazioni crude, reali.
Come dicevo all’inizio, il film ha qualche momento buono, ha dalla sua una ricerca fotografica elegante e una certa abilità nel dirigere le scene; ha, per contro, oltre al senso di fastidio che possono generare le immagini delle due ragazzine, un andamento molto lento, che finisce per appesantire troppo una storia già di per se priva di sorprese, fatta debita eccezione per il finale assolutamente inaspettato.
Non giova al film nemmeno l’assenza di un solo punto di riferimento dell’universo adulto; manca un confroto un dialogo, una confessione di uno dei protagonisti rapportato al mondo degli adulti.Altro appunto da fare al regista è l’aver usato, come purtroppo molti suoi colleghi in quel decennio infausto dal punto di vista dell’educazione e del rispetto per gli animali, uccelli vivi come sfogo del sadismo di Fabrizio.
Sono passati ormai oltre trent’anni dall’uscita sugli schermi di Maladolescenza; oggi credo sarebbe pressochè impossibile girare un film di quel tipo, con attori così giovani in ruoli tanto scabrosi.
Le leggi attuali impediscono per fortuna l’esposizione di nudità nei film; la cultura di oggi è molto più attenta ai problemi dell’infanzia, anche se, paradossalmente, l’educazione sessuale e la stessa sessualità hanno abbassato di molto la soglia di conoscenza delle stesse problematiche.
Il film di Murgia, pur fra mille difetti, ha un pregio: quello di sollevare un velo su un universo che esiste, ma che per pudore tentiamo sempre di accantonare.
Quasi che la sessualità e il suo mondo debbano avere necessariamente un età per diventare affrontabili.
Può essere una manier ipocrita di vedere le cose, o forse solo pudica.
Di certo un film come Maladolescenza, così com’è strutturato, non aiuta ad affrontre un argomento così spinoso, proprio per la sovraesposizione di immagini di corpi d’adolescenti.
In ultimo, un’annotazione sulla location; il film venne girato in Austria, ovviamente per aggirare le leggi censorie italiane. Le montagne verdi, i boschi fitti appartengono alla Carinzia, zona selvaggia e bellissima.

Maladolescenza, un film di Pier Giuseppe Murgia, con Lara Wendel, Martin Loeb, Eva Jonesco Italia 1977
Martin Loeb: Fabrizio
Lara Wendel: Laura
Eva Ionesco: Silvia
Iro: Xilot (il cane)
Regia Pier Giuseppe Murgia
Sceneggiatura Pier Giuseppe Murgia, Peter Berling, Dieter Geissler (dialoghi)
Versione italiana di Barbara Alberti e Amedeo Pagani
Produttore Franco Cancellieri
Casa di produzione Cinema 23 Film
Distribuzione (Italia) Petra Cinematografica
Fotografia Elias Lothar Stickelbrucks
Montaggio Inga Seyric
Musiche Jürgen Drews
Tema musicale Pippo Caruso
Scenografia Helga Wandl
Costumi Isolde Jovine
Baby sitter, un maledetto pasticcio
Mentre sta raggiungendo un ristorante, Michelle, a bordo di un taxi viene coinvolta nell’accidentale investimento di Ann, una giovane attricetta americana; la ragazza era in fuga dalla villa di Franklin, suo ex amante.
Dopo l’incidente, Ann va a vivere in coabitazione nell’appartamento di Michelle, che è una scultrice che per arrotondare lavora di sera come baby sitter.
Ann, che dopo l’incidente è rimasta deturpata sul corpo, viene licenziata in tronco dal regista del film che stava girando, per essersi rifiutata di spogliarsi; viene così agganciata dal misterioso signor Anderson, che le racconta di essere il segretario di Franklin e che le propone un incarico particolare; il rapimento di Booths (Peter), figlio del miliardario Franklin.
Il diabolico Anderson organizza così con l’aiuto di Vic, un losco malvivente, di Stuart, un attore sul viale del tramonto e della moglie di quest’ultimo, l’attricetta Lotte, il sequestro del piccolo Booths, al quale partecipa anche Ann.
E’ lei infatti a presentarsi a casa Franklin come baby sitter, e ad addormentare il bambino mentre la servitù è andata via.
Michelle, chiamata telefonicamente da una famiglia, si presenta in una villa dove c’è un bambino; è Booths (Peter), che è stato trasferito in quel posto dalla banda di rapitori. Ben presto la ragazza si rende conto di essere prigioniera con il bambino; nel frattempo il suo ragazzo, Gianni, insospettito dalla mancanza di notizie di Michelle, con cui aveva appuntamento, si mette in moto e si reca dalla polizia.
Sydne Rome è Ann
Michelle e Boots, prigionieri, cercano in ogni modo di mettersi in contatto con l’esterno.
Riescono con uno stratagemma a legare un biglietto al collo di un barboncino, che però, inseguito da Vic e raggiunto in casa della padrona, viene ucciso assieme a quest’ultima.
Alla fine il piano dei rapitori riesce; Franklin paga il riscatto di due milioni di dollari richiesto, ma Anderson, che aveva organizzato il rapimento, uccide i due coniugi facendoli saltare in aria con la loro auto, prende i soldi del riscatto e si eclissa.
Ann, in colpa per l’inganno perpetrato ai danni di Michelle, si uccide nella vasca da bagno tagliandosi le vene.
Ma lascia un biglietto in cui accusa Anderson di aver organizzato il rapimento.
Così Michelle riesce ad informare la polizia dell’accaduto.
Ultimo film diretto dal grande Renè Clement, Baby sitter, un maledetto pasticcio è un thriller/noir dal ritmo lento, basato moltissimo sull’espressione degli attori piuttosto che sull’azione.
Un film molto complicato, anche in virtù di una trama non immediatamente leggibile; molte le incongruenze in una trama non molto scorrevole. Clement ci mette il suo immenso mestiere, non riuscendo però a convincere del tutto.
Il regista privilegia i silenzi, fissando la macchina da presa sui volti di Maria Schneider, che interpreta Michelle e su quello di Sidne Rome, che interpreta Ann, cercando di mostrare il loro disagio interiore davanti agli avvenimenti drammatici che le vedono coinvolte.
La Schneider risponde con una interpretazione misurata ma monocorde; non mostra particolare vitalità, quasi subisse gli avvenimenti senza capirli a fondo. Il che probabilmente era quanto voleva Clement, ma il personaggio di Michelle a questo punto sembra privo di anima, quasi svuotato di energia. L’attrice usa un’espressione statica per tutto il film, sia nel rapporto con la compagna di stanza Ann, sia con il fidanzato/amico Gianni sia con il piccolo Booths. Emblematica in questo senso l’esplosione dell’auto con a bordo i due coniugi, mentre lei è al volante; la reazione è glaciale, guarda dallo specchietto retrovisore e non batte ciglia, cosa poco credibile nel contesto di drammaticità della scena.
Sidne Rome viceversa ci mette l’anima e la sorprendente mobilità del volto; piange, sorride, si dispera quasi avesse quell’anima che manca alla sua amica, che finirà per tradire salvo poi prendere la drammatica decisione finale di uccidersi quando si rende conto che le cose hanno assunto una piega tragica che lei non aveva messo in preventivo.
Bravo Renato Pozzetto, il Gianni innamorato di Michelle, che è anche l’unico ad interessarsi veramente alla sorte di quella che considera la sua donna (curioso il dialogo con Ann:”Ma lei chi è?” “Sono il fidanzato, un suo amico”); un interessamento che lo porterà a rischiare la vita. Pozzetto ci mette il suo volto candido e ingenuo, con un’interpretazione misurata e ironica, ed è l’unico protagonista ad allentare la tensione, ma anche la staticità della pellicola.
Clement quindi utilizza vari componenti di altri generi; passa dal noir, caratterizzato dall’atmosfera lenta e cupa del film, al giallo, attraverso una trama come già detto molto complicata, che diventa chiara solo alla fine, quando i pezzi del puzzle finalmente combaciano, anche se alcune situazioni, come l’incidente iniziale, spiazzano enormemente, non avendo alcuna spiegazione per buona parte del film.
Film che alla fine, pur non potendosi definire perfettamente riuscito, non lascia l’amaro in bocca e la sensazione d’incompiuto; al limite ti porta a rimurginare su alcune situazioni particolari, portando lo spettatore a interrogarsi sui ruoli dei vari protagonisti, su una storia dall’intreccio poco leggibile, per i salti improvvisi senza connessione tra alcune sequenze.
Difetti perdonabili comunque, perchè la trama alla fine regge e il film risulta piacevole.
Girato in una Roma che si vede poco, nel senso che le uniche sequenze in cui ci si rende conto di essere nella capitale eterna sono proprio quelle finali, con l’inquadratura del colosseo e della viuzza che porta alla casa/laboratorio di Gianni, il film è abbellito da una fotografia discreta e ovattata, misteriosa.
Baby sitter fu l’ultima prova del grande regista francese, parte finale del trittico giallo/noir composto anche da Unico indizio: una sciarpa gialla (1971) e da La corsa della lepre attraverso i campi (La course du lièvre à travers les champs) (1972); un addio al grande schermo forse non memorabile, ma in buono stile, quello che caratterizzò tutta la produzione del regista.
Baby sitter- Un maledetto pasticcio, un film di René Clément. Con Renato Pozzetto, Nadia Tiller, Sydne Rome, Maria Schneider, Clelia Matania, Marco Tulli, Carl Möhner, Armando Brancia, Vic Morrow, Robert Vaughn
Titolo originale La baby-sitter. Drammatico, durata 110 min. – Francia 1975
Maria Schneider … Michelle
Sydne Rome … Ann
Vic Morrow … Vic, il rapitore carceriere
Robert Vaughn … Stuart Chase
John Whittington … ‘Boots’ Peter Franklin
Nadja Tiller … Lotte
Carl Möhner … Cyrus Franklin
Clelia Matania … Vecchia assassinata
Marco Tulli … Commissario Trieste
Armando Brancia … Inspettore Carrara
Georg Marischka … Henderson
Renato Pozzetto … Gianni
Regia di René Clément
Scritto da Nicola Badalucco, René Clément,Mark Peploe,Luciano Vincenzoni
Prodotto da Jacques Bar e Carlo Ponti
Musiche originali di Francis Lai
Montaggio di Fedora Zincone
Costumi di Nadia Vitali
Arredatore Carlo Gervasi
Aiuto regista Antonio Gabrielli, Marco Pettini
Casting Jose Villaverde

Il terrore sorge dalla tomba
Alarico de Marnac, nobile che vive nella Francia del XV secolo, appassionato di occultismo, è accusato di una serie di crimini orrendi, quali l’aver praticato messe nere, di mangiare carne umana e di bere sangue.
A tenere compagnia al nobile negli orrendi riti è la compagna Mabille de Lancrè; il nobile, accusato dei misfatti anche dal fratello, viene condannato ad essere decapitato cosa che avviene in una foresta, non prima che il nobile abbia maledetto i presenti e le generazioni future.
Apprendiamo questa storia mentre scorrono i titoli di testa; è l’inizio di un viaggio nel tempo che ci trasporta ai giorni nostri, che vede Hugo de Marnac, discendente del nobile e un suo amico pittore,Maurice, impegnati in strani rituali ai confini del paranormale. Hugo è perseguitato da sogni in cui vede nitidamente la testa spiccata dal busto del suo antenato; non sa che l’amico Maurice è discendente proprio da uno di coloro che giustiziarono Alarico.
La bellissima Helga Linè con Paul Naschy
Decide cosi di evocare in una seduta spiritica proprio il suo antenato, che appare e rivela dove sono sepolti i suoi resti.
Hugo e Maurice ritrovano la testa e il corpo di Alarico, naturalmente in due posti separati; un uomo del villaggio, adepto e seguace della magia nera, ricongiunge la testa al corpo con il risultato di far rivivere Alarico; è l’inizio di una catena di sangue e di orrore che si scatena sul villaggio, che terminerà solo quando il pittore troverà il modo di fermare la maledizione……
Il terrore sorge dalla tomba, diretto da Carlos Aured , è un horror ben congegnato e bel interpretato dai due protagonisti principali, Paul Naschy, star del genere horror e dalla bellissima e intrigante Helga Linè, che nel film interpreta il ruolo della compagna dannata di Alarico, Mabille.
Naschy nel film si ritrova ad interpretare il doppio ruolo di Alarico e di Hugo, un nobile del 500 e un uomo del 2000; ovviamente grazie alle sue particolari doti interpretative riesce ad essere credibile, in un film che se presenta alcune incongruenze e sopratutto alcune scene abbastanza ingenue, come l’attacco dei banditi, si lascia guardare sia per il mestiere del regista, che crea un’atmosfera diabolica tesa, sia per la capacità degli attori di risultare “in parte”, essere cioè calati nei personaggi.
Alcune scene sono dirette con sapienza.
La sequenza iniziale, girata in una campagna brulla, danno un senso di spettralità che aiuta lo spettatore ad entrare immediatamente in sintonia con l’atmosfera del film; successivamente, la scena della decapitazione, davvero ben girata, trasporta al futuro, nel quale vediamo Hugo iniziare un duello a distanza con il suo malefico antenato, spalleggiato dalla bellissima Mabille.
Nel film ci sono diverse scene di nudo, che probabilmente influirono sulla decisione del regista di ambientare la vicenda in Francia e di girarlo fuori dai confini nazionali; le scene di sangue sono abbastanza ben congegnate,ed elevano il prodotto dallo standard tipico delle produzioni horror degli inizi dei settanta, affollati da una pletora di film insulsi.
Un’abbuffata di licantropi, zombie e vampiri che rieccheggia molti altri prodotti tipici del B movie, a cui bene o male appartiene anche questo film, che però si differenzia, come già detto, per una certa sobrietà d’immagine e per l’eleganza formale del prodotto.
Un buon film, a cui giova sicuramente la fotografia accesa, quasi in stile Bava, pur essendo gli ambiti dei due registi, Aured e Bava stesso, molto differenti; se la storia come già detto presenta qualche incongruenza e delle cadute di percorso, arriva alla fine con dignità, riuscendo ad attrarre lo spettatore che assiste alle gesta terribili del risorto Alarico, prima del classico happy end.
Il film ha avuto edizioni internazionali di buon successo, note in Spagna con il titolo El espanto surge de la tumba, mentre per i paesi anglofoni con il titolo Horror Rises From The Grave ( o the tomb in alcune versioni)
Il terrore sorge dalla tomba, di Carlos Aured, con Paul Naschy, Emma Cohen, Helga Line, Victor Alcazar, Beisabe Ruiz, Elsa Zabala, Montserrat Julio, Julio Pena, Maria Jose Tantudo, Horror, Spagna 1973
Paul Naschy … Alaric de Marnac / Hugo de Marnac / Armand de Marnac
Emma Cohen … Elvira
Víctor Alcázar … Maurice Roland / Andre Roland
Helga Liné … Mabille De Lancré
Betsabé Ruiz … Sylvia
Luis Ciges … Alain “Le Raté”,
Julio Peña … Jean
María José Cantudo … Chantal
Juan Cazalilla … Gastone
Ramón Centenero … André Govar
Montserrat Julió … Dale
Elsa Zabala … Madame Irina
Esther Santana … Vittima in rosso
Regia Carlos Aured
Sceneggiatura Paul Naschy
Musiche Carmelo Bernaola
Fotografia Manuel Merino
Montaggio Javier Moran
Spostamenti progressivi del piacere
Una stanza spoglia, una donna legata ad un letto da sottili funi, un paio di forbici conficcate nel petto della donna, nuda, e per terra una bottiglia, con ancor su delle impronte. Le impronte appartengono ad Alice, mentre la donna morta si chiama Nora.
Sembra l’inizio di un giallo classico, del quale però conosciamo in anticipo il colpevole.
O meglio, la colpevole. Perchè le impronte sulla bottiglia sono di Alice, che aveva con Nora una torbida relazione.
La ragazza è arrestata, ma racconta una sua verità; ad uccidere Nora è stato un misterioso assassino, che ha trovato la chiave dell’appartamento sotto lo zerbino, ha aperto e ha sfogato i suoi istinti bestiali sulla ragazza.
Anicee Alvina
Nora era una depravata, che la spingeva a sottili e perversi giochi, che la teneva soggiogata psicologicamente.
E’ così oppure è una forma di difesa di Alice, quella di incolpare la donna morta che non può ovviamente smentire?
Alice conferma la sua versione: Nora la spingeva sul marciapiede, aveva annullato la volontà della ragazza.
La sua versione è sempre la stessa, e viene confermata al suo avvocato difensore, all’ispettore che conduce le indagini, al cappellano del carcere dove Alice è detenuta, alle suore, in pratica a tutti coloro che è affidata questa enigmatica ragazza.
Che smonta e rimonta la verità, in un gioco progressivo in cui tutti coloro che la avvicinano finiscono per diventare colpevoli di qualcosa: è lei la colpevole e gli altri sono solo turpi individui preda di passioni oscene?
Dov’è la verità?
Se lo chiede anche l’avvocato difensore, che ben presto diventa parte integrante del gioco perverso portato avanti da Alice.
Lei si identifica in Nora, e alla fine ne condivide la sorte.
Un’altra stanza, una vittima diversa.
Si ricomincia.
Riassumere la trama di Spostamenti progressivi del piacere è impresa improba, come del resto avviene con tutti i film di Alain Robbe-Grillet, regista del quale ho già parlato nel caso di Giochi di fuoco; anche in questo caso siamo di fronte ad un film che smonta e rimonta le immagini, in una struttura circolare in cui non c’è una verità e un finale, ma un vero e proprio gatto che si morde la coda.
Ancora una volta il regista demolisce quel che vediamo, sostituendo alla certezza il dubbio; il volto angelico di Alice passa rapidamente da essere tale ad essere diabolico, per poi tornare angelico, senza soluzione di continuità.
Vittima e carnefice diventano indistinguibili; è Alice la vittima, che subiva i rapporti lesbici o era invece la mente occulta e perversa del torbido rapporto?
Le suore, l’ispettore, il cappellano diventano figure ambigue: è l’invenzione della fantasia malata della ragazza o è una delle facce della realtà?
Sono persone normali oppure nascondono segreti inconfessabili?
Non lo sapremo.
Possiamo immaginare a nostro piacimento sul come siano andate le cose; il regista non aiuta in nulla, lasciando i personaggi privi di una qualsiasi connotazione psicologica.
Si muovono generalmente in spazi chiari, oppure scuri.
Grillet provoca, affascina, propone immagini da decifrare; lo fa con il suo stile, colmando il film di immagini di nudo delle due protagoniste, tanto da provocare l’ottusa reazione della censura, che boccia il film come pornografico.
Visione parziale e asettica di una pellicola che non solo non è pornografica, ma non è nemmeno erotica;
la bella Anicee Alvina non ispira nessuna pulsione erotica, tanto sembra asessuata, quasi incoporea.
Cosi, alla fine, a parte il senso di gelo dettato dalla rigida struttura circolare del film, che sembra iniziare dalla fine e finire dall’inizio, ci si trova davanti ad un’opera che sembra trasportata dal teatro dell’assurdo, con personaggi scomposti, ricomposti e poi nuovamente scomposti, in un gioco eterno che sembra irridere i canoni estetici e narrativi del cinema.
Il cinema di Alain Robbe-Grillet è questo e anche molto più; è la destrutturazione del racconto, un inganno visivo e sensoriale, in cui tutto e il contrario di tutto si rincorrono, trascinando lo spettatore in un vortice; il suo è un cinema affatto semplice. Non si illuda, lo spettatore, di guardare un’opera in cui è davvero centrale la figura o la trama; Grillet decompone tutto, affidando alle immagini e alla fantasia dello stesso spettatore il compito di dipanare la matassa.
Un cinema strutturato in maniera così complessa da sembrare un quadro di Escher; nulla, in ciò che guardiamo, è vero, e se è vero, probabilmente è falso. Realtà efantasia sono facce di una stessa medaglia, che però puoi guardare dai due lati senza distinguere quale sia quella vera. Si confondono, la fantasia e il reale, perchè sono un gioco.Oppure sono una cosa terrivilmente seria.
Spostamenti progressivi del piacere, un film di Alain Robbe-Grillet. Con Isabelle Huppert, Michael Lonsdale, Anicée Alvina, Jean Martin, Olga Georges-Picot, Marianne Eggerickx
Titolo originale Glissements progressifs du plaisir. Drammatico, durata 104 min. – Francia 1971.
Anicée Alvina … Alice
Olga Georges-Picot … Nora
Michael Lonsdale … Il giudice
Jean Martin … Il prete
Marianne Eggerickx … Claudia
Claude Marcault … Suor Julia
Maxence Mailfort … Cliente
Nathalie Zeiger … Suor Maria
Bob Wade … Becchino
Jean-Louis Trintignant … Il poliziotto
Isabelle Huppert … Bit
Hubert Niogret … Il fotografo
Alain Robbe-Grillet … Un passante
Catherine Robbe-Grillet … Una suora
Regia Alain Robbe-Grillet
Sceneggiatura Alain Robbe-Grillet
Produttore André Cohen, Marcel Sébaoun
Fotografia Yves Lafaye
Musiche Michel Fano
Le foto di Gioia
Alcuni morti ammazzati, qualche scena splatter piuttosto dimessa, un colpevole insospettabile (ma solo per i meno scafati) e qualche nudo prosperoso della protagonista, Gioia, una Serena Grandi ingiudicabile come recitazione ma sicuramente apprezzabile dal punto di vista delle forme, aggiunti a quelli di Sabrina Salerno, che resta in scena (prima di essere ammazzata) una decina di minuti, anche lei nuda.
Il resto è un thriller abbastanza scontato, piuttosto scialbo sia nella trama che nella recitazione; Lamberto Bava, figlio del grande Mario, si trova a girare un thriller fuori tempo massimo, visto che ormai il genere, nel 1987, è defunto da tempo.
Ergo, parlare di Le foto di Gioia significa soltanto pensare, con tristezza, ai bei tempi che furono, quando il thriller all’italiana era la la palestra e la fucina di Mario Bava, di Lucio Fulci o dello stesso Dario Argento.
La storia si sviluppa (o si aggroviglia, dipende dai punti di vista) attorno a Gioia, vedova che si trova a gestire una rivista specializzata per soli uomini; ad aiutarla c’è il fratello e una redattrice, Evelyn, dai gusti particolari.
Un giorno viene rinvenuto il cadavere di Kim, una bellissima modella, uccisa da un misterioso assassino vicino la piscina della villa di Gioia; ad assistere all’omicidio c’è un giovane paralitico, che passa le sue giornate a spiare con un telescopio la bella Goia.
Il giovane vede una donna dai capelli biondi (di spalle) uccidere la modella con un forcone. Il corpo di Kim viene messo poi in posa davanti ad una gigantografia della stessa Gioia.
E’ l’inizio di una catena di sangue, perchè vengono uccise in sequenza altre persone; a soccombere è anche Sabrina, un’altra bellissima fotomodella, amante di Tony, fratello di Gioia.
La ragazza viene uccida da un mucchio di vespe inferocite, che pungono a morte la donna; subito dopo si ripete il macabro rituale dell’invio delle foto con su il cadavere dell’uccisa e Gioia sullo sfondo.
I sospetti cadono dapprima su Flora, concorrente di Gioia, che è riuscita ad acquistare la rivista dalla donna, ormai terrorizzata, ma in seguito si capisce che non è lei l’assassina.
Ci vorranno altri omicidi prima di arrivare alla soluzione del caso, e sarà Marco, il giovane paralizzato, a salvare la vita a Gioia, grazie alle sue manie voyeuristiche.
Lamberto Bava sceglie attrici prosperose, come Serena Grandi e Sabrina Salerno, affascinanti come Trine Michelsen, ma poco capaci in recitazione, con il pessimo risltato di far cadere ancor più la relativa tensione del film.
Le uniche due a salvarsi dal grigiore generale sono Daria Nicolodi e Capucine, rispettivamente la segretaria editor di Gioia e Flora, la principale antagonista e rivale in affari; il flm non può essere definito brutto tout court, piuttosto inefficace sopratutto dal punto di vista del ritmo.
Manca brio, le scene di sangue appaiono slegate dal resto del film; la presenza di troppi caratteristi penalizz, alla lunga il film. basti pensare ai personaggi molto neutri dell’ispettore, o di vari collaboratori di Gioia.
Il film è evidentemente costruito attorno alla Grandi, reduce dal trionfo di Miranda; l’attrice appare a disagio, un disagio che si vede anche sui volti degli altri protagonisti.
A parziale scusante, va detto che il 1987 è uno degli anni più disastrosi dal punto di vista cinematografico dell’intera storia del cinema stesso; la crisi di spettatori, unita alla contemporanea concorrenza del mezzo televisivo avevano creato condizioni davvero particolari per le produzioni nostrane.
Quindi nella scelta del cast, della location e di tutto ciò che occorre per fare un film, Bava ha dovuto probabilmente confrontarsi con un budget ridotto, senza quindi la possibilità di avvalersi di attori di maggior fama.
In ultima analisi, non è un prodotto da gettare in toto, perchè Lamberto Bava stoffa ne ha, ma è un prodotto debole.
Le foto di Gioia, un film di Lamberto Bava. Con Serena Grandi, Capucine, Sabrina Salerno, Daria Nicolodi, Karl Zinny, David Brandon
Giallo, durata 94 min. – Italia 1987.


Serena Grandi … Gioia
Daria Nicolodi … Evelyn
Vanni Corbellini … Tony
David Brandon … Roberto
George Eastman … Alex
Trine Michelsen … Kim
Karl Zinny … Mark
Lino Salemme … IspettoreCorsi
Sabrina Salerno … Sabrina
Capucine … Flora

Regia Lamberto Bava
Soggetto Luciano Martino
Sceneggiatura Luciano Martino, Lamberto Bava, Gianfranco Clerici, Daniele Stroppa
Produttore esecutivo Marco Grillo Spina, Massimo Manasse
Casa di produzione Dania Film, Devon Film, National Cinematografica
Distribuzione (Italia) Medusa Distribuzione
Fotografia Gianlorenzo Battaglia
Montaggio Mauro Bonanni
Musiche Simon Boswell
Scenografia Massimo Antonello Geleng
Costumi Valentina Di Palma, Nicoletta Ercole
Trucco Rosario Prestopino, Gilberto Provenghi, Maurizio Silvi
Il cappotto di Astrakan

Un gruppo di amici si ritrova per giocare a biliardo; tra di loro c’è Piero, che riesce a vincere una partita con in palio un viaggio a Parigi. Salutato alla stazione il gruppo, Piero si appresta a sbarcare nella capitale francese.
Ma non ha fatto i conti con Ramazzini, un tipo con la fama da iettatore; per la serie non è vero, ma ci credo, ecco che al povero Piero, appena sbarcato a Parigi, iniziano a piovere sul capo disgrazie.
Viene rapinato di tutti i soldi da alcuni italiani, arrestato e tradotto davanti al commissario Juvetin, che gli trattiene il passaporto.

Andrea Ferreol è la signora Marie Lenormand
Lo sventurato Piero si ritrova così in città, affamato e senza meta; ma per una volta il caso sembra dargli una mano.
Avendo visto un cartello con la scritta “stanze libere”, si rivolge alla signora Maria Lenormand, che rimane stranamente colpita da Piero, tanto da affittargli ad un prezzo ridicolo un intero salone, in condominio con un pestifero gatto. La donna racconta all’italiano che divide l’appartamento con il fratello Maurice; in realtà Maurice è il marito della donna,detenuto per una rapina.
Tutto ciò Piero lo apprenderà da Valentine, una splendida figliola che conosce altrettanto casualmente. Così scopre che la ragazza era l’amante proprio di Maurice, e per questo viene seguito dal sospettoso commissario Juvetin. Inizia così una girandola di situazioni, con Piero, che ha ricevuto in dono da Maria uno splendido cappotto di Astrakan conteso dalle due donne e guardato con sospetto da Juvetin; una sera, mentre sta per finire a letto con Maria, ecco comparire il misterioso Maurice, che assomiglia come una goccia d’acqua a Piero.
Piero scappa, ma con indosso il cappotto di Astrakan, il che gli varrà un’altra serie di traversie. Ritornato in Italia, riprende la sua solita vita in compagnia degli amici fidati, ma ecco che ricompare Valentina…….
Tratto da un romanzo di Piero Chiara del 1978, Il cappotto di astrakan, girato l’anno successivo da Marco Vicario, è una gradevole commedia degli equivoci, ben strutturata e divertente. Merito sopratutto della bravura di Johnny Dorelli, simpatico e spassoso nel ruolo dell’imbranato Piero, di Andrea Ferreol, che interpreta con misura Maria Lenormand e della bellissima Carole Bouquet, che interpreta l’affascinante Valentine.
Sullo sfondo di una Parigi vista di corsa, si muovono i tre destini dei tre protagonisti, sui quali incombono le figure di Maurice, sempre presente come un’ombra e quella del terribile ispettore Juvetin, un ottimo Marcel Bozzuffi, molto prevenuto nei confronti degli italiani.
Le gag ci sono e sono a tratti davvero divertenti, come quelle che vedono protagonista il povero Piero e l’indemoniato gatto della signora Lenormand, Domitien;
pur essendo il film molto divergente dal romanzo di Chiara, si riesce ad apprezzare il tentativo di Vicario di rendere con ironia e arguzia la vicenda del vitellone Piero, trasportato da Luino, il posto in cui vive, nella tentacolare città francese.
Non c’è molta profondità psicologica nei personaggi, ma del resto in due ore di film, articolato principalmente sulle disavventure di Piero era davvero ben difficile andare oltre.
La parte meno interessante del film è quella basata sul viaggio di ritorno in treno, con Piero che incontra uno strano personaggio che alla fine tenta di fargli la corte; viceversa abbastanza bene in linea è il finale, forse amarognolo ma in sintonia con il film.
Il cappotto di Astrakan, un film di Marco Vicario. Con Johnny Dorelli, Marcel Bozzuffi, Andréa Ferréol, Paolo Bonacelli,Carole Bouquet, Ninetto Davoli, Elio Crovetto, Salvatore Billa, Quinto Parmeggiani, Enzo Robutti, Ettore Garofalo, Nanni Svampa
Commedia, durata 105 min. – Italia 1980
Johnny Dorelli … Piero
Andréa Ferréol … Maria Lenormand
Marcel Bozzuffi … Commissario Juvet
Carole Bouquet … Valentine
Ninetto Davoli Il ladro
Quinto Parmeggiani Lo scrittore
Enzo Robutti … Ramazzini
Regia Marco Vicario
Soggetto Piero Chiara
Sceneggiatura Marco Vicario, Sandro Parenzo
Produttore Franco Cristaldi, Nicola Carraro
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Bruno Nicolai
Scenografia Andrea Crisanti
Costumi Patrizia Castaldi
Verso la fine d’aprile del millenovecentocinquanta, non avendo trovato dalle mie parti e non pensando di trovare neppure in altri luoghi vicini, o per dir meglio in Italia, il terreno favorevole alla nuova vita che durante la guerra mi ero proposta per il il caso che ne fossi scampato, pensa di portarmi a Parigi, senza programmi di alcun genere e solo per viverci qualche mese. Chissà, mi dicevo, che non abbia a cogliersi il bandolo di un avvio e magari a trovarvi la mia fortuna

“Ottimo Dorelli tardo vitellone in trasferta parigina, che sembra avviarsi kafkianamente e invece si svolge secondo i registri consueti del grande scrittore luinese, la sensualità e il grottesco, sulle note di Salvador e Charles Trenet. Non tutto funziona al meglio, c’è qualche concessione alla macchietta (tutta la sequenza della visita al manicomio) ma il risultato finale è apprezzabile.”
“Disavventure a Parigi per Johnny Dorelli, in questa commedia diretta da Vicario con il solito stile. Purtroppo qualcosa nella complessità del tema centrale della pellicola rimane irrisolto, ed alcuni snodi della sceneggiatura non mi sono parsi molto fluidi. Però Dorelli è molto bravo, e la Bouquet -scheletrica- si spoglia senza troppi problemi. Finisce invece col risultare odioso il gatto Domiziano, al quale hanno appiccicato un fastidioso e cacofonico miagolio in ognuna delle circa 200 scene in cui appare sullo schermo.”
“Trasposizione corretta ma piuttosto piatta e poco grintosa di un romanzo di Chiara, ennesima variazione sul tema del doppio, con il provinciale Piero che, in trasferta parigina, ne passa di tutti i colori per colpa/merito della sua forte somiglianza fisica con un tizio poco di buono ma fascinoso. I pregi maggiori risiedono nel cast, da Dorelli che ha il dono della leggerezza, alle due donne di così diversa sensualità (la straripante Ferreol e l’algida Bouquet) fino ai bravi caratteristi di contorno.”
“Soave Dorelli-movie in cui l’attore confidenziale contiene (anche se non del tutto) i panni dell’uomo brillante e sofisticato. La storia è tratta da un romanzo e se ne ha testimonianza nei dialoghi, forse non sempre credibili e a mio avviso eccessivamente teatrali. La scenografia parigina è raffinata e adeguata al racconto. Sublime l’interpretazione di Andrea Ferreol, ma citerei anche Marcel Bozzuffi che considero straordinario nel difficile ruolo di “spina nel fianco”.”
“Marco Vicario dirige con una certa eleganza questo buon film tratto dal romanzo di Piero Chiara, interessante nella trama ma forse un po’ scialbo nei dialoghi (adattamento di Parenzo e dello stesso regista). Tra gli interpreti spiccano un Dorelli simpatico ma per nulla macchiettistico, un’intensa Ferreol e una Bouquet dolce e sensuale. Caratteristi in gran forma, da Svampa a Parmeggiani, da Robutti a Bonacelli. Di gran classe gli interni di Crisanti e la fotografia di Guanieri.”
Tenebre

La voce narrante: Dario Argento
L’impulso era diventato irresistibile. C’era una sola risposta alla furia che lo torturava. E così commise il suo primo assassinio. Aveva infranto il più profondo tabù e non si sentiva colpevole né provava ansia o paura, ma… libertà! Ogni ostacolo umano, ogni umiliazione che gli sbarrava la strada, poteva essere spazzato via da questo semplice atto di annientamento: l’OMICIDIO.
Veronica Lario è Jane McKerrow
E’ l’inizio di Tenebre, film di Dario Argento del 1982, che rappresenta sotto più punti di vista una svolta nella carriera del regista romano.
Il primo, forse il più importante, è il ritorno al genere thriller classico, quello cioè con il canovaccio assassino/mistero, dopo la parentesi soprannaturale iniziata con Suspiria e proseguita poi con Inferno.
Argento lascia da parte il thriller horror, dimentica le Tre madri dell’inferno, Sospiriorum,Tenebrarum e Lacrimarum e si getta a capofitto su una sceneggiatura della quale è ancora una volta l’unico artefice; sono passati sette anni dal travolgente successo di Profondo rosso, uscito nelle sale nel 1975, e il pubblico attende con ansia il ritorno al thriller puro.
Ania Pieroni è Elsa Manni
Tenebre è il film più splatter di Argento; alla fine si contano dodici morti ammazzati, un record.
Ed è anche un film controverso, accolto in maniera molto difforme sia dalla critica che dal pubblico.
Se da un lato ci sono i soliti elementi innovativi del regista, come l’utilizzo spregiudicato della macchina da presa, dall’altro l’espediente dei flashback, usato durante la narrazione, finisce per spiazzare lo spettatore lasciandolo pieno di dubbi.
Veniamo alla trama.

Giuliano Gemma è il Capitano Germani
Peter, scrittore di gialli di un certo successo, arriva a Roma su invito del suo agente; lo scopo principale del viaggio è la promozione del suo ultimo libro, Tenebre.
Ma già dal suo arrivo le cose si mettono male; lo scrittore viene minacciato telefonicamente, da qualcuno che lo avverte che intende uccidere seguendo le linee guida del suo romanzo.
Ha inizio così una serie terrificante di delitti, che hanno in comune, come preannunciato dalle telefonate, gli elementi base del libro Tenebre.

Eva Robins, la ragazza sulla spiaggia
Da questo momento inizierà una caccia spietata, che vedrà all’opera non uno, bensi due misteriosi assassini.
Ovviamente non mi addentro nella trama, per non togliere la suspence a coloro che non hanno visto il film.
Il film si caratterizza prima di tutto per le scene molto forti, assolutamente realistiche, come quella in cui Jane McKerrow, uno dei personaggi femminili del film, interpretata da Veronica Lario ( la ex signora Berlusconi), si vede tranciare di netto una mano, una delle scene meglio girate del film.
Mirella Banti è Marion
Un’altra caratteristica evidente del film è il contrasto assoluto tra i colori; in molte scene il bianco spicca nitidamente con il rosso del sangue, che, detto per inciso, abbonda in maniera industriale; Argento indugia molto sulle scene più violente, cercando il coup de teatre praticamente ad ogni inquadratura.
Eppure, nel globale, il film non convince appieno.
L’idea di far muovere due distinti assassini, con motivazioni diverse, alla fine risulta forzata, così come ad un certo punto la stessa identità del secondo assassino appare chiara.
Le motivazioni del trauma, poi, appaiono abbastanza forzate.
Così alla parola fine si resta con il dubbio di aver assistito ad un’operazione smaccatamente commerciale, quasi che il regista abbia voluto calcare la mano più sull’effetto che basarsi su una storia credibile.
Il prodotto finale quindi è un film discontinuo, a tratti eccessivo; nonostante la splendida colonna sonora di Simonetti, deus ex machina di Argento, c’è una certa leggerezza nei dialoghi, nel senso che appaiono poco caratterizzati. Una nota di demerito, molto personale, la vedo nell’interpretazione del monocorde Anthony Franciosa, che gira per il film con un’aria di sufficienza e di ironia sicuramente fuori luogo.

Anthony Franciosa è Peter Neal
Curioso come accennato il destino critico del film: c’è chi esalta il ritorno di Argento ad una sceneggiatura accettabile e di conseguenza alla regia di un film considerato all’altezza del periodo anni settanta, c’è chi vede nella stessa sceneggiatura un cumulo di ovvietà.
Il film piace perchè splatter, non piace per lo stesso motivo.
Tra le recensioni dei critici, lette in giro per il web, ne ho trovata una che mi sembra molto oggettiva:
“Chi soffrì di batticuore per Suspiria e per Inferno non speri di provare altrettante paure. Tenebre è un “ giallo ” alla maniera classica, con personaggi, strumenti omicidi, effetti repulsivi, e inverosimiglianze pertinenti alla tradizione. Dario Argento ne parla come del “ più sorprendente e lancinante ” dei suoi film.
Non saremmo così estremisti. Tornando al brivido di repertorio, questo piccolo maestro fa un po’ rimpiangere le sue fantasie orripilanti e surreali, per manieristiche che fossero. Al loro posto c’è un labirinto mentale non facilmente penetrabile, emotivamente efficace quasi soltanto nei luoghi canonici in cui lo schermo s’imbratta di sangue.”
Per quanto riguarda il cast, oltre al citato Franciosa, buone le prove di John Saxon, il Bullmer agente dello scrittore Peter, di Giuliano Gemma, il capitano Germani e del cast femminile, composto da Lara Wendel, da Daria Nicolodi, dalla citata Veronica Lario, da Mirella Banti, Ania Pieroni. C’è una piccola parte anche per Eva Robins, la ragazza della spiaggia.

Tenebre, un film di Dario Argento. Con Giuliano Gemma, Anthony Franciosa, Daria Nicolodi, John Saxon,John Steiner, Fulvio Mingozzi, Mirella D’Angelo, Lara Wendel, Ania Pieroni, Mirella Banti
Thriller, durata 110 min. – Italia 1982

Anthony Franciosa: Peter Neal
Christian Borromeo: Gianni
Mirella D’Angelo: Tilde
Veronica Lario: Jane McKerrow
Ania Pieroni: Elsa Manni
Eva Robins: Ragazza sulla spiaggia
Carola Stagnaro: Ispettrice Altieri
John Steiner: Cristiano Berti
Lara Wendel: Maria Alboreto
John Saxon: Bullmer
Daria Nicolodi: Anne
Giuliano Gemma: Capitano Germani
Isabella Amadeo: Segretaria di Bullmer
Mirella Banti: Marion
Ennio Girolami: Manager del grande magazzino
Monica Maisani:
Marino Masé: John
Fulvio Mingozzi: Alboreto il portiere
Gianpaolo Saccarola: Dottore
Ippolita Santarelli: Prostituta
Francesca Viscardi:
Dario Argento: Narratore
Lamberto Bava: Riparatore
Michele Soavi: Fidanzato di Maria / Uomo che cammina con la ragazza sulla spiaggia

Regia: Dario Argento
Soggetto: Dario Argento
Sceneggiatura: Dario Argento
Produttore: Claudio Argento
Produttore esecutivo: Salvatore Argento
Casa di produzione: Sigma Cinematografica-Roma
Fotografia: Luciano Tovoli
Montaggio: Franco Fraticelli
Effetti speciali: Giovanni Corridori
Musiche: Massimo Morante, Fabio Pignatelli, Claudio Simonetti (Goblin)
Scenografia: Giuseppe Bassan
Costumi: Pierangelo Cicoletti, Carlo Palazzi, Franco Tomei
Trucco: Pierantonio Mecacci, Piero Mecacci










































































































































































































































































































