Roma bene
Lo squallido mondo che ruota attorno ai salotti della Roma che conta, la Roma bene, visto da Lizzani in questo film del 1971. Uno sguardo cattivo, crudele, sopratutto impietoso.
I vizi e le debolezze, le brutture dei Vip sono l’altra faccia della Roma bene, tratteggiata attraverso una galleria di personaggi assolutamente deprimente, radunata attorno al salotto di Silvia Santi, di origini aristocratiche, moglie di giorgio industriale con le mani in molteplici attività; i due coniugi sono la parte terminale di un iceberg composto, secondo Lizzani, da uomini e donne senza scrupoli o valori morali.

Nino Manfredi e Enzo Cannavale
Irene Papas
Come il titolato De Vittis, barone senza denaro che scrocca feste e inviti, e che durante una delle tante festicciole organizzate dalla Santi, la invita a ballare e riesce a rubarle un orecchino, che ingoia, e che sarà costretto poi a “depositare” dopo aver ingurgitato un purgante.
O anche come Nino Rappi, che cerca finanziamenti per una sua impresa e che perciò non esita a servirsi di sua moglie, una donna cinica e furba; Wilma, questo è il suo nome, arrotonda le sue entrate con il lavoro più antico del mondo, ha un’amante donna e anche lei non si fa nessuno scrupolo pur di mantenere il proprio status.

Franco Fabrizi, Michele Mercier, Gigi Ballista
Non c’è un personaggio che abbia un benchè minimo senso morale, oppure che possa definirsi retto o onesto, in questo serraglio indecoroso.
La stessa Silvia Santi non esita a fingere un rapimento pur di estorcere denaro a suo marito, rapimento organizzato con la complicità dei suoi due figli,Vivi e Lando.
C’è poi Dedè Marescalchi,nobiltà pura, che va a letto con chiunque pur di agevolare gli interessi del marito, che ovviamente è consapevole della cosa e ne trae profitto, c’è Elena Teopulos, che uccide il marito simulando un incidente….
Agnello sacrificale in mezzo al branco dei lupi, ecco Il commissario Quintilio Tartamella, chiamato dapprima a indagare sullo strano furto dell’orecchino, poi sul finto rapimento e infine sull’assassinio simulato; il cmmissari, cinico e disincantato, verrà a capo di tutti e tre gli enigmi e involontariamente riceverà una promozione; il suo capo infatti, per timore che le vicende suscitino scandalo nel dorato mondo dell’aristocrazia e del mondo degli affari romano, dopo averlo promosso lo trasferirà.
Quasi tutti i personaggi della storia, con l’eccezione di Giorgio e del Monsignore, eminenza grigia dall’animo nero, esempio di quel clero affarista e spregiudicato presente purtroppo anch’esso nella melma della Roma bene, periranno in un bagno purificatore, simboleggiato da un avvenimento che porterà i loro destini a confluire nella stessa tragica sorte.
Mentre Rappi morirà d’infarto in seguito a un cocktail di donne, alcool e stress da troppo sport, Silvia, Dedè, Elena e De Vittis e altri moriranno affogati mentre navigano con il loro yacht al largo; infatti tutti si caleranno in acqua, lasciando lo yacht senza nessuno a bordo, scordandosi anche di calare la scaletta prima di tuffarsi.
Pia Giancaro
Un rogo simbolico, con cui Lizzani fa perire tutti gli osceni personaggi della storia; saranno loro le vittime di un possibile progrom che sia di buon auspicio per una classe sociale migliore.
Ma il fatto che si salvino i due uomini più importanti, il Monsignore e l’industriale, mostra che non c’è speranza; come un serpente a più teste, la buona borghesia ha sempre la possibilità di mordere da un’altra parte.
Lizzani usa le maniere forti, gettando acido solforico ovunque, usando l’accetta per tagliare i profili dei protagonisti;ne viene fuori un ritratto a tinte cupissime, senza speranza di una classe sociale allo sbando morale.
Alle volte l’accanimento è tale da rendere i personaggi troppo caratterizzati; tuttavia è indubbio il valore dell’operazione del film, teso a mostrare l’altro lato della medaglia, ovvero le paludi che si nascondono dietro il dorato mondo della noiltà, dei ricchi parvenue e di coloro che fanno dell’interesse, del denaro e del successo la fonte primaria di interesse.
Un film da rivedere, a distanza di quasi quarant’anni, anche per la presenza di un cast sontuoso, che spazia da Virna Lisi a Philippe Leroy, passando per Manfredi, le bellissime Mercier e Senta Berger, tra Gastone Moschin e Irene Papas, Vittorio Caprioli e Ely Galleani, film arricchito anche da una galleria di caratteristi, come Cannavale, Ballista, Tarascio…..
Per una volta sono in disaccordo con il grande Kezich, che scrisse del film:
“Molto abile nella ricostruzione naturalistica della cronaca, Lizzani appare meno a suo agio nell’affresco di costume: questo Roma bene sta alla realtà odierna della capitale come La Celestina P.R. stava alla Milano del miracolo economico. Nessuno dei numerosi attori di un cast affollato si conquista una menzione al merito: neppure Nino Manfredi nella parte di un commissario disgustato e ostinato, che dovrebbe rappresentare nel quadro una specie di personaggio positivo”
Gastone Moschin
Roma bene, un film di Carlo Lizzani. Con Nino Manfredi, Irene Papas, Umberto Orsini, Philippe Leroy, Vittorio Caprioli, Virna Lisi, Michèlle Mercier, Mario Feliciani, Senta Berger, Gastone Moschin, Evi Maltagliati, Vittorio Sanipoli, Carlo Hintermann, Franco Fabrizi, Nora Ricci, Enzo Tarascio, Annabella Incontrera, Enzo Cannavale, Peter Baldwin, George Wang, Gigi Ballista, Giancarlo Badessi, Gigi Rizzi, Carla Mancini, Minnie Minoprio, Dado Crostarosa, Luigi Leoni, Pupo De Luca
Drammatico, durata 113 min. – Italia 1971.
Senta Berger … Dede Marescalli
Vittorio Caprioli … Il barone Maurizio Di Vittis
Franco Fabrizi … Nino Rappi
Mario Feliciani … Teo Teopoulos
Philippe Leroy … Giorgio Santi
Virna Lisi … Silvia Santi
Nino Manfredi … Il Commissario Quintilio Tartamella
Michèle Mercier … Wilma Rappi
Gastone Moschin … Il monsignore
Umberto Orsini … Prince Rubio Marescalli
Irene Papas … Elena Teopoulos
Gigi Ballista … Vitozzi
Dado Crostarosa … Lando Santi
Ely Galleani … Vivi Santi
Annabella Incontrera … La Lesbica
Evi Maltagliati … La madre di Elena
Minnie Minoprio … Minnie
Nora Ricci … donna Serena
Gigi Rizzi … Un playboy
Vittorio Sanipoli … Il Questore
Giancarlo Badessi … Rossi
Peter Baldwin … Michele Vismara
Enzo Cannavale … Tognon
Pia Giancaro … L’invitata in nude-look
Margaret Rose Keil … Suzy
Pupo De Luca … Amante di Dede Marescalli
Enzo Tarascio … L’avvocato di Elena
Carlo Hinterman … Secondo avvocato di Elena
Luigi Leoni … Altro amante di Dede Marescalli
Regia: Carlo Lizzani
Soggetto: Luigi Bruno Di Belmonte
Sceneggiatura: Luciano Vincenzoni,Nicola Badalucco,Carlo Lizzani
Fotografia: Giuseppe Ruzzolini,Alfonso Avincola
Montaggio: Franco Fraticelli,Sergio Fraticelli,Alessandro Gabriele
Effetti speciali: Italo Cameracanna
Musiche: Luis Enriquez Bacalov
Scenografia: Flavio Mogherini,Francesco Pietropolli
Costumi: Adriana Berselli,Marina De Laurentiis,Rosalba Menichelli
L’affittacamere

Le sorelle Giorgia (Gloria Guida) e Angela Mainardi (Fran Fullenwider) alla dipartita della loro amata zia, si ritrovano ad aver ereditato una villa nei dintorni di Bologna; la costruzione, fatiscente, richiede cure e investimento di denaro.
Giorgia, bella e intraprendente tanto quanto la sorella Angela è goffa e svampita, decidono di trasformare la costruzione in una pensione, confidando anche nell’aiuto del fidanzato di Angela, Lillino (Lino Banfi), un meridionale dotato di un appetito degno di Pantagruel.
E’ Giorgia a darsi da fare per attirare clienti nella pensione; giocando sulla sua bellezza fisica, la ragazza riesce a dirottare nella pensione alcuni professionisti.
Così, alla rinfusa, arrivano prima il maresciallo Pasquale Esposito (Enzo Cannavale), che ben presto si trasforma in un tutto fare, l’avvocato Mandelli (Gianfranco Dettori), accalappiato in maniera involontaria da Giorgia, che va a rifugiarsi in macchina dell’uomo dopo essere rimasta in slip e reggiseno per strada, l’onorevole Vincenzi (Vittorio Caprioli), a cui si aggiungeranno altri personaggi.
Nel frattempo il giudice Damiani, un tipo rigido, moralista e inflessibile, venuto a conoscenza dell’esistenza della pensione, decide di indagare sulla stessa; in contemporanea alla storia si aggiungono altri personaggi, ovvero il Prof. Eduardo Settebeni (Luciano Salce), amico del Mandelli, anch’egli incuriosito da quella struttura sopratutto dopo aver incontrato l’amico reduce da una nottata insonne e Anselmo Bresci (Beppe Pambieri), un tipografo che è l’amante di Rosaria (Marilda Donà), moglie del giudice Damiani.
Ogni personaggio ha le sue manie e i suoi tic; la stessa Angela è affetta da sonnanbulismo, erra infatti di notte per la pensione alla ricerca di cibo, e in stato di incoscienza finisce per andare in camera di Mandelli, mentre l’onorevole Vincenzi si appaga autografando le parti intime della disponibile Giorgia, concupita anche dagli altri protagonisti della storia.

Gloria Guida è Giorgia Mainardi
In un crescendo boccacesco, le vicende si intrecciano quando la moglie del professor Settebeni, insospettita dal comportamento del marito, decide di seguirlo e lo vede entrare nella pensione; contemporaneamente il giudice Damiani decide di vederci chiaro e si reca anche lui sul posto.
Qui in un altalenarsi di situazioni curiose, verranno tutti a trovarsi nella stessa stanza, incluso il giudice e sua moglie, scoperta con le mani nel sacco, ovvero a convegno con il suo amante.

Vittorio Caprioli è l’Onorevole Vincenzi
L’arrivo della signora Settebeni costringe tutti ad un patto di mutuo soccorso per evitare lo scandalo; Settebeni annuncia alla moglie di essere sul posto per acquistare la pensione e trasformarla in una clinica.
Così la furba Giorgia riesce a vendere la struttura al professore e con la sorella e il cognato, finalmente sposi, si trasferisce in Puglia dove l’uomo ha appena ereditato una villa con molte stanze. A Giorgia viene un’idea…
Commedia innocua e senza pretese, questa L’affittacamere, diretta da uno specialista del genere, il regista Mariano Laurenti, che l’anno precedente aveva proposto Il vizio di famiglia , forse la sua commedia sexy più riuscita; anche in questo caso utilizza un cast notevole, in cui compaiono grossi nomi del cinema, come quello di Adolfo Celi, di Luciano Salce, di Lino Banfi e Enzo Cannavale, oltre all’onnipresente Caprioli, a Pambieri e Dettori.

Giancarlo Dettori è L’avvocato Mandelli
Il cast femminile è composto da Gloria Guida, dalla sfortunata Fran Fullenwider, morta nel 1997 e dalla bella Marilda Donà; la Guida e la Donà rivaleggiano più in bellezza e sex appeal, piuttosto che in bravura, ma assolvono discretamente il loro ruolo, visto che a loro era rihiesto solo l’essere belle e fisicamente apprezzabili.
Qualche risata quà e là, qualche situazione buffa, alcuni nudi davvero notevoli, qualche incredibile gaffe nella sceneggiatura, come quella che vede la Guida entrare seminuda nell’auto di Dettori e lo stesso utilizzare la chiave per aprire la porta.
In un film che si propone solo come passatempo per stimolare due risate sono cose ampiamente giustificabili; per fortuna manca la solita componente scurrile, davvero molto limitata o inesistente, il che rende questo prodotto, se non memorabile, almeno degno di essere visto.
La recensione del Morandini, ancora una volta, porta fuori strada: “Ereditata da una zia contessa una villa malridotta vicino a Bologna, due intraprendenti sorelle la trasformano in una pensione molto, molto ospitale che attira i maschi della zona. Nell’orto del cinema erotico-pornografico Laurenti si è fatto un nome. Non manca il sale dell’umorismo”
Se, come detto, “non manca il sale dell’umorismo” allora perchè bollare con il voto minimo il film?
L’affittacamere, un film di Mariano Laurenti. Con Vittorio Caprioli, Gloria Guida, Giancarlo Dettori, Luciano Salce, Lino Banfi, Adolfo Celi, Enzo Cannavale, Vincenzo Crocitti, Fran Fullenwider, Giuseppe Pambieri, Giuliana Calandra, Dino Emanuelli, Marilda Donà
Erotico, durata 100 min. – Italia 1976.
Gloria Guida … Giorgia Mainardi
Lino Banfi … Lillino
Enzo Cannavale … Pasquale Esposito
Vittorio Caprioli … Onorevole Vincenzi
Adolfo Celi … Giudice Damiani
Giancarlo Dettori L’avvocato Mandelli
Fran Fullenwider … Angela Mainardi
Giuseppe Pambieri … Anselmo Bresci
Luciano Salce … Prof. Eduardo Settebeni
Marilda Donà … Rosaria la moglie di Damiani
Giuliana Calandra Adele Bazziconi – moglie di Settebeni
Dino Emanuelli … Notaio
Francesco D’Adda Orazio
Vincenzo Crocitti Paziente di Settebeni
Casotto
Una calda domenica d’estate, litorale romano.
Sulla spiaggia di Ostia convergono persone disparate, venute a godersi la giornata al mare.
Il punto obbligatorio d’incontro è il casotto, una costruzione in legno adibita a spogliatoio comune; qui arrivano alla rinfusa i protagonisti della storia.
Le prime ad arrivare sono due sorelle ,Giulia e Bice, che praticheranno le loro arti seduttive su Alfredo Cerquetti, funzionario di una agenzia di assicurazioni;
Ninetto Davoli
Ugo Tognazzi
seguite alla spicciolata da uno strano sacerdote, custode di un segreto “intimo” davvero particolare, da due soldati appassionati di culturismo assolutamente narcisisti e poco interessati all’umanità che è a loro accanto, da due giovani benzinai, Gigi e Nando, che hanno rimorchiato due ragazze e che sperano nelle loro grazie, da una squadra di pallacanestro femminile, che dovrà necessariamente trovare un’altra sistemazione, da una coppia di fidanzati, con lui molto più grande di lei che cerca disperatamente un posto dove poter fare l’amore, da una famiglia con nipote giovanissima al seguito, incinta, che tenteranno di affibbiare ad un ingenuo ragazzotto,il tutto sotto gli occhi di un innocuo voyeur, che spia le mosse di tutti.

Le due amiche rimorchiate dai benzinai
La giornata scorre tra le vite dei protagonisti alle prese con situazioni mutuate dalla vita di tutti i giorni, quasi che la domenica mettesse in risalto le loro manie, le loro piccolezze, le loro debolezze, mescolate alla vita degli altri vicini.
Quando la giornata sarà conclusa, i vari personaggi avranno fatto esperienze diverse; la coppia di innamorati non sarà riuscita a ritagliarsi un solo attimo per dare sfogo alla loro passione, la famiglia con la nipote incinta riuscirà a dirottare e ad affibbiare a Gigi, uno dei due benzinai, la loro nipotina incinta, le due sorelle riusciranno a strappare una valigetta con il denaro all’agente delle assicurazioni, le due ragazze rimorchiate dai benzinai rimarranno a secco, perchè rivolti i loro sguardi sui due soldati culturisti verranno da questi bellamente ignorate.
Michele Placido
Il campionario assortito di varia umanità è lo specchio fedele dell’umanità quotidiano, con vizi e virtù, sfigata o fortunata, allegra e becera, sguaiata e furba, ironica e dolente; tutti i personaggi si muovono, agiscono per un fine ultimo, e in conclusione forse gli unici ad ottenere quanto si erano prefissi saranno la coppia di anziani coniugi che riesce a mollare il “peso” della nipotina incinta, sedotta e abbandonata, al fesso di turno e le due sorelle che pervicacemente riusciranno a derubare l’agente delle assicurazioni.
Sono quindi i più furbi, come al solito, a vincere la guerra tra poveri, anche se l’aggettivo poveri in questo caso è fuorviante; la popolazione del casotto non è di estrazione prevalentemente borgatara, ma popolare in senso stretto.
Franco Citti, braccio destro di Pasolini, getta uno sguardo ironico, a metà strada tra il divertito e il cinico, sulla gente di tutti i giorni; ne evidenzia virtù (poche), difetti e manie; lo fa senza mai alzare i toni, con una regia asciutta, mai volgare, senza mai eccedere con il romanesco, uscendo quindi dalla palude della commedia “burina”; in questo è agevolato, oltre che dalla sua personale bravura e da una sceneggiatura di prim’ordine, dal cast eccellente che mette su.
Ugo Tognazzi, una giovanissima Jodie Foster, Catherine Deneuve (in una piccolissima parte), Gigi Proietti, Mariangela Melato, Carlo Croccolo, Paolo Stoppa,Michele Placido, lavorano in perfetta armonia, aiutati anche dalla sceneggiatura solare, divincolati come sono da vestiti, da pose innaturali e da tutto ciò che funziona da pastoia nel film tradizionale.
Siamo al mare, in una baracca decente, ma siamo comunque nella spiaggia libera e in uno spogliatoio, non a Saint Tropez e tra gente fighetta; per cui c’è spazio per la candida e naturale predisposizione dell’attore a esprimere compiutamente la sua arte, svincolata dai formalismi.
Alla fine il film piace, per certi versi incanta, non annoia mai, sopratutto nelle parti in cui Citti divaga, come nel caso del sogno ad occhi aperti di Gigi; alla fine il prodotto risulta gradevole, ben confezionato e sopratutto ottimamente recitato.
Sergio Citti, che veniva dall’ottimo risultato conseguito con Storie scellerate, si conferma regista capace, attento; gli anni passati come aiuto regista e sceneggiatore di Pasolini, si vedono.
Franco Citti e Gigi Proietti
Casotto,un film di Sergio Citti. Con Paolo Stoppa, Jodie Foster, Ugo Tognazzi, Michele Placido, Mariangela Melato, Luigi Proietti, Carlo Croccolo, Gianni Rizzo, Franco Citti, Ninetto Davoli, Catherine Deneuve, Clara Algranti, Massimo Bonetti, Anna Melato
Commedia, durata 100 min. – Italia 1977
Ugo Tognazzi: Alfredo Cerquetti
Paolo Stoppa: Il nonno
Mariangela Melato: Giulia
Gigi Proietti: Gigi
Jodie Foster: Teresina Fedeli
Catherine Deneuve: Donna del sogno
Michele Placido: Vincenzino
Franco Citti: Nando
Carlo Croccolo: Carlo
Ninetto Davoli: Guardone
Clara Algranti: Iole
McKenzie Bailey: Il prete
Gino Barzacchi: Il fusto
Massimo Bonetti: Soldato culturista
Flora Mastroianni: La nonna
Katy Marchand: Ketty
Marco Marsili: Il nipotino
Anna Melato: Bice
Gianni Rizzo: L’allenatore
Franca Scagnetti: Donna grassa
Julie Sebestyen: Gloria
Gianrico Tondinelli: Paracadutista
Regia: Sergio Citti
Soggetto: Vincenzo Cerami
Sceneggiatura: Vincenzo Cerami e Sergio Citti
Fotografia: Tonino Delli Colli
Montaggio: Nino Baragli
Musiche: Gianni Mazza
Prodotto da: Mauro Berardi, Gianfranco Piccioli
Costumi: Mauro Ambrosino

Personaggi diversi si incrociano in una cabina balneare collettiva: un film corale, dunque, che rappresenta uno spaccato affabulatorio e grottesco della società, ma visto in una particolare condizione, quella dello spazio intimo (o presunto tale) nel quale far emergere la propria natura (anche in senso fisico e sessuale) e nel quale tramare le proprie mosse all’esterno. Il casotto è dunque luogo interiore e osceno che rivela le reali pulsioni e i segreti, che un acquazzone finale cercherà apocalitticamente e inutilmente di spazzare via. Acuto.
Estroso, disincantato, esplicito, interpretato da un cast tanto eterogeneo quanto compatto che entra ed esce da una cabina balneare relegando la spiaggia ostiense a semplice sfondo. Il focus sono le pulsioni umane più primitive (sesso, cibo, denaro) che Citti racconta con toni ora tipicamente borgatari (spacconerie balneari e “magnate” in compagnia), ora squallidi e trash (escrementi canini, genitali maschili al vento), ora persino soffici e onirici: ma tutto scorre perfettamente. Mazza procura uno score all’uopo tribale e percussivo.
Citti elabora un racconto particolare che si estrinseca nella quattro pareti di un casotto di spiaggia: vi transitano i problemi e le grettezze di una varia umanità. Ci sono pretese autoriali, giustificate anche dal livello dei collaboratori, che, però, non sempre si traducono in situazioni riuscite. Domina un linguaggio tragicomico di stampo popolare, alcuni attori lo interpretano alla grande, altri sembrano soltanto ospiti.
Splendido film grottesco dove Citti mescola divi di diverse altezze e stili per la sua idea di vita, dove le differenze si mescolano ma forse non si incontrano. Paradossale, a diversi registri. Notevole la coppia Proietti-Citti: ogni loro uscita (compreso il sogno di Proietti con Denevue) fa sbellicare e rimanda alla fame atavica. Una giovane Jodie Foster tra Placido e Stoppa non può non incuriosire.
Come riunire in un colpo solo film di genere (commedia) e film sperimentale. Al di là della riuscita del film, che comunque è molto godibile (ad ogni passaggio tv lo guardo sempre!) è interessante notare come questo film sia l’antesignano del Grande Fratello televisivo o di Camera Cafè. Un film molto avanti per i suoi tempi, di cui l’unico precedente è Chelsea Girls di Warhol (non a caso). Stramega cast di lusso (c’è pure una giovanissima Jodie Foster) su cui svettano Tognazzi, Stoppa, Proietti. Caustico, acido e grottesco. Quando trash e film d’autore convivono!
Questa è la vita: un casotto, tante persone con tante storie (e perversioni?) diverse, disgraziate, drammatiche il più delle volte, ma storie che vengono abilmente raccontate in commedia: tutto all’interno del grosso camerino protagonista. Citti riesce bene far abituare lo spettatore a questa impostazione, quindi a fronteggiare le limitazioni del budget; il merito è anche di un cast eccezionale (sono pochi i personaggi principali, di più quelli riempitivi) che fornisce meritevolissime interpretazioni. C’è una strana perversione di fondo. Meritevole.
Ornella Muti
Ornella Muti, all’anagrafe Francesca Rivelli, è una delle poche dive dello schermo ancora sulla breccia dopo quarant’anni; nata a Roma il 9 marzo 1955, figlia di un giornalista napoletano e di una scultrice di origine Estone, ha esordito nel cinema nel 1970, dopo aver partecipato per qualche tempo agli storici fotoromanzi della Lancio, introdotta in quel campo dalla splendida sorella, Claudia Rivelli, che sul finire degli anni sessanta era probabilmente l’attrice più famosa in quel settore.
Francesca, non ancora Ornella, lavora per due anni alla Lancio, aiutata dalla sorella poco meno che ventenne; per due anni, dal 1969 al 1971, è accanto ad attori del settore, lanciati poi sul grande schermo, come Franco Gasparri. La scuola del fotoromanzo le servirà per imparare le pose, gli atteggiamenti, le espressioni, che faranno nel futuro la sua fortuna di donna e attrice.

Ornella Muti agli esordi in un fotoromanzo Lancio con sua sorella Claudia Rivelli

Il primo film di Ornella Muti: La moglie più bella
L’esordio nel mondo del cinema è casuale; il regista Damiano Damiani, che stava preparando il cast per il film La moglie più bella, che prendeva spunto dalla storia realmente accaduta del rapimento di una donna siciliana che poi aveva rifiutato di sposare il suo rapitore, facendolo arrestare e condannare, la sceglie per il ruolo principale,grazie anche alla complicità della sorella, che la invia al provino al suo posto.
Fu lo stesso regista a cambiarle il nome, ispirandosi alla protagonista di un romanzo di D’Annunzio; nacque così Ornella Muti, nome d’arte di Francesca che lei non cambierà più.
Il film ebbe un grande successo, e la quindicenne attrice si trovò immediatamente spalancata la carriera cinematografica.
In soli quattro anni girò una decina di film, che svariavano dal thriller giallo, come Un posto ideale per uccidere di Umberto Lenzi (nel cast c’era la bravissima Irene Papas) al drammatico Il sole nella pelle, dove ritrova quello che sarà poi suo marito, l’attore Alessio Orano, film diretto da Giorgio Stegani, fino a Fiorina la vacca, un decamerotico tra i più allegri e scanzonati, arricchito da un notevole cast assemblato dal regista Vittorio De Sisti, comprendente le belle Janet Agren e Eva Aulin oltre al simpaticissimo Renzo Montagnani.

Ornella Muti in Fiorina la vacca
Tra il 1972 e il 1975 i film che l’attrice gira appartengono ai filoni più disparati, quasi tutti film destinati alla cassetta; i titoli sono Un solo grande amore di Claudio Guerín al fianco di Lucia Bosè, Esperienze prematrimoniali di Masò nuovamente al fianco di Alessio, il grande successo di Vicario, Paolo il caldo, accanto a Giannini, Le monache di Sant’Arcangelo di Paolella, Verginità di Andrei.
Se si esclude Paolo il caldo, film di un livello superiore sia per l’ottima regia di Vicario, sia per la fedele trasposizione del romanzo di Brancati, i film che interpreta fino ai vent’anni sono film di buon successo, ma non ancora tali da poter essere definiti memorabili e degni del suo talento.
Nel 1974, dopo due film tipicamente ambientati in ambito adolescenziale, ossia L’amante adolescente, di Masò film spagnolo nel quale l’altro unico italiano è Sergio Fantoni e La segretaria,di Francisco Lara Polop girato accanto a Philippe Leroy, arriva una scrittura importante.
Il regista Calderone la chiama per il film drammatico Appassionata, nel quale divide la scena con un’altra attrice destinata ad una lusinghiera carriera, Eleonora Giorgi: Il risultato è un film che se non incontra il favore della critica, si rifà ai botteghini; Ornella è semplicemente bellissima, è brava e lo dimostra lavorando, nello stesso anno, con Ugo Tognazzi in Romanzo popolare, di Mario Monicelli, una bella storia d’amore tra un operaio molto più maturo di lei e una ragazza del sud, che trapiantata al nord riuscirà a vivere una sua vita indipendente, dopo aver lasciato il maturo marito.
E’ la consacrazione del suo talento e della sua bellezza; da quel momento l’attrice lavorerà con i registi più importanti del cinema italiano, alternando lavori davvero impegnativi in film difficili, come nel caso dei film girati con Ferreri ad altri più leggeri.
Come una rosa al naso, per la regia di Franco Rossi (accanto a Gassman e Adolfo Celi), Il mio primo uomo di Camus precedono il grande successo di critica di L’ultima donna, di Marco Ferreri, in cui è Valerie, la nuova compagna di un ingegnere abbandonato dalla moglie, un cupo e corrosivo apologo di Ferreri sulla famiglia.
Anche Giuliano Montaldo la vuole con se, nel suo ottimo L’agnese va a morire, cosi come la chiama Tonino Cervi nel parzialmente riuscito Ritratto di borghesia in nero, nel quale l’attrice suscita scandalo per la realistica scena saffica con Senta Berger.
Nel 1978, alla vigilia ormai della terribile crisi che il cinema sta per appressarsi a vivere, Ornella Muti è una delle pochissime attrici ad avere visibilità anche internazionale; merito del talento, certo, ma anche di una sagace scelta dei copioni e sopratutto della estrema poliedricità della stessa attrice.
Basti pensare ai tre film successivi girati dalla Muti; La stanza del vescovo, di Dino Risi, nel quale è la protagonista assoluta accanto a Ugo Tognazzi, è un dramma, mentre I nuovi mostri, di Monicelli, è una commedia satirica, anche se non perfettamente riuscita. Infine Giallo napoletano di Sergio Corbucci è un inusuale thriller/comico, nel quale l’attrice gareggia in bravura con Marcello Mastroianni.
Chiude degnamente, e sulla cresta dell’onda, i fantastici anni settanta (non solo personali, ma di tutto il cinema) con due film drammatici, Eutanasia di un amore di Enrico Maria Salerno e Primo amore, ancora una volta sotto la regia di Dino Risi, ancora una volta con partner l’ottimo Ugo Tognazzi.
Il 1980 segna il suo passaggio ad un cinema anche più frivolo; le produzioni importanti ormai diminuiscono a vista d’occhio, il cinema ha perso l’orientamento preciso del decennio precedente e un’ondata di film erotico/porno, a braccetto con le nuove, sguaiate commedie all’italiana nata sulle ceneri della gloriosa commedia all’italiana decapitano quasi totalmente l’universo femminile che aveva popolato le produzioni precedenti.
La Muti vola in America, per il mediocre e pretenzioso Flash Gordon, mega produzione diretta da Mike Hodges con un cast stellare che include Max Von Sidow, Timothy Dalton, la nostra Mariangela Melato….
Lei è la bellissima principessa Aura, la donna di cui si innamora l’avventuriero spaziale Flash.
L’attrice ha 25 anni, è nel pieno della bellezza e della maturità artistica; è sulla breccia da dieci anni ed è un volto ormai familiare al pubblico.
Così si permette il lusso di giocare su più tavoli; ottiene un enorme successo al fianco di Celentano in Il bisbetico domato, di Castellano e Moccia bissato l’anno successivo, il 1981, da Innamorato pazzo.
I due film sono campioni d’incasso delle due stagioni, ma Ornella continua a lavorare in produzioni di qualità, come nel drammatico Storie di ordinaria follia, al fianco di Gazzara, con cui girerà l’anno successivo il bel film La ragazza di Trieste.
Il cinema degli anni ottanta risente in realtà di più fattori concomitanti; se da un lato è subentrata una crisi dovuta al calo degli spettatori, attratti dalla sfrenata offerta delle tv private, che in pratica passano centinaia di film al giorno sul piccolo video, dall’altro lato risente anche della crisi d’idee che attanaglia il cinema.

Ornella Muti in La ragazza di Trieste
Così, nel caso della Muti, l’aver saputo fiutare il momento giusto per accettare di far parte di film nazional popolari depone sicuramente a favore della sua intelligenza di “animale cinematografico” ; l’attrice è nata per il cinema, ha talento, è ancora bellissima e cosa incredibile riesce ad essere simpatica anche al difficile popolo delle spettatrici.
Lei non è una rivale, è semplicemente una star, inarrivabile, un modello da seguire anche per la sua eleganza, per il suo savoir faire.
Continuando l’alternanza tra vari generi, Ornella Muti lavora in altre commedie di gran successo, come Nessuno è perfetto di Pasquale Festa Campanile, nel curioso ruolo di Chantal, un transessuale del quale si innamora Renato Pozzetto, in Bonnie e Clyde all’italiana, film di un altro grande del cinema italiano, Steno, questa volta al fianco di Paolo Villaggio e in Un povero ricco (con Pozzetto) e La ragazza di Trieste, entrambi girati con Pasquale Festa Campanile.
Anche le produzioni internazionali si contendono l’attrice; Volker Schlöndorff la chiama per il noioso Un amore di Swann, Marco Ferreri la richiama a se, ancora una volta, per Il futuro è donna, mentre con l’emergente Francesco Nuti gira due film, Tutta colpa del paradiso e Stregati.
Continuando ad essere la più amata dagli italiani, lavora con l’emergente Verdone in Io e mia sorella, nella commedia ad episodi Grandi magazzini del duo Castellano e Moccia e nel ben più serio Cronaca di una morte annunciata , uno degli ultmi film di Francesco Rosi, tratto dal romanzo di Gabriel García Márquez
Così vanno in archivio anche gli anni ottanta, nel quale l’attrice ha confermato tutto il suo talento; intuisce le potenzialità del nuovo genere emergente, quello delle fiction televisive, così viene scritturata per Casanova, di Simon Langton, alternando da quel momento in poi il lavoro cinematografico con quello televisivo.
Negli anni novanta la troviamo sul set di importanti produzioni, come Il viaggio di Capitan Fracassa di Ettore Scola, Stasera a casa di Alice di Carlo Verdone, Il Conte Max, che Christian De Sica riporta sullo schermo 40 anni dopo il grande successo avuto dal padre nel ruolo del giovane che si finge nobile, in uno dei primissimi cine panettoni, Vacanze di Natale ’91 di Oldoini.
La tv sembra diventare, per la Muti, un nuovo traguardo; negli anni novanta parteciperà ad alcune tra le più importanti tra esse, come Il grande Fausto di Sironi accanto al Coppi interpretato da Castellitto, L’avvocato Porta di Giraldi al fianco di Proietti e nel remake di Il conte di Montecristo, al fianco di Depardieu, nel ruolo di Mercedes, la donna amata da Edmond Dantes.
La popolarità della Muti all’estero è così rilevante che l’attrice inizia a lavorare praticamente in pianta stabile sopratutto oltr’Alpe; da L’amante bilingue di Aranda a Oscar – un fidanzato per due figlie di John Landis, passando per Compromesso d’amore di Santiago San Miguel, è tutto un fiorire di produzioni estere.
Tendenza che l’attrice accentuerà nel decennio 2000, con i film Last Run , Cavale, Après la vie,Un couple épatant (questi ultimi diretti da Belvaux), People; in Italia, a parte Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, si limita ad apparire in produzioni televisive che ottengono comunque un lusinghiero successo, come la recentissima Il sangue e la rosa.
Come abbiamo visto, la carriera della Muti non ha mai avuto in pratica momenti di stasi; oltre cento film e sceneggiati interpretati stanno a testimoniare un successo che la vede protagonista da ormai 40 anni; quarant’anni in cui la giovanissima e acerba Francesca Rivelli si è trasformata nella matura e affascinante Ornella Muti.
Uno dei nomi più conosciuti all’estero, erede di quella tradizione che ha esportato, prima di lei, i grandi nomi di Silvana Mangano, Anna Magnani, Sophia Loren, solo per citare le più famose.
Oggi l’attrice ha 55 anni anni, è nonna e madre; alterna il suo lavoro cinematografico a quello televisivo, come del resto ha sempre fatto.
Un presente che sicuramente 40 anni addietro, quando esordi in La moglie più bella, nel fatidico ruolo di Francesca Cimarosa, non avrebbe probabilmente mai ipotizzato.
Forse era anche nel suo destino quel titolo del film, La moglie più bella, un titolo che ancora oggi le si addice come una seconda pelle.

Cronaca di una morte annunciata
Un posto ideale per uccidere

Tutti figli di mammasantissima
The unscarred

Il viaggio di capitan Fracassa
Somewhere in the city
Le monache di Sant’Arcangelo
La segretaria
Il grande Fausto Coppi
Il conte di Montecristo
Grandi magazzini
Eutanasia di un amore
Codice segreto
Un solo grande amore
Tutti figli di mammasantissima
Casanova
Come una rosa al naso
Compromesso d’amore
Esperienze prematrimoniali
Eutanasia di un amore
L’amante bilingue
Ritratto di borghesia in nero
Doc.West-La sfida (Tv)
Geld und liebe
Il grande Fausto
Io non ci casco
Les bronzes amis pour la vie
Oscar un fidanzato per due figlie
SOKO 5113 (Tv)
The Heart Is Deceitful Above All Things
Io non ci casco (2008)
Postcards from Rome (2008)
Civico zero (2007)
Ripopolare la Reggia (2007)
L’inchiesta (2006)
Les bronzés 3: amis pour la vie (2006)
Vendredi ou un autre jour (2005)
Di que sí (2004)
The Heart Is Deceitful Above All Things (2004)
People (2004)
Uomini & donne, amori & bugie (2003)
Un couple épatant (2002)
Après la vie (2002)
Cavale (2002)
Hotel (2001)
Last Run (2001)
Una lunga lunga lunga notte d’amore (2001)
Domani (2001)
Um Crime Nobre (2001)
Jet Set (2000)
Terra del fuoco (2000)
Panni sporchi (1999)
The Unscarred (1999)
L’inconnu de Strasbourg (1998)
Somewhere in the City (1998)
Widows – Erst die Ehe, dann das Vergnügen (1998)
Mordbüro (1997)
Pour rire! (1996)
Mi fai un favore (1996)
Compromesso d’amore (1995)
L’amante bilingue (1993)
Estasi (1993)
Non chiamarmi Omar (1992)
Once Upon a Crime… (1992)
Vacanze di Natale ’91 (1991)
Il conte Max (1991) .
La domenica specialmente (1991)
Oscar (1991)
Stasera a casa di Alice (1990)
Il viaggio di Capitan Fracassa (1990)
Aspetta primavera Bandini (1989)
‘O re (1989)
Codice privato (1988)
Il frullo del passero (1988)
Io e mia sorella (1987)
Cronaca di una morte annunciata (1987)
Stregati (1987)
Grandi magazzini (1986)
Tutta colpa del paradiso (1985)
Il futuro è donna (1984)
Un amour de Swann (1984)
Un povero ricco (1983)
La ragazza di Trieste (1982)
Love & Money (1982)
Bonnie e Clyde all’italiana (1982)
Innamorato pazzo (1981)
Nessuno è perfetto (1981)
Storie di ordinaria follia (1981)
Il bisbetico domato (1980)
Flash Gordon (1980)
La vita è bella (1979)
Primo amore (1978)
Eutanasia di un amore (1978)
Giallo napoletano (1978)
I nuovi mostri (1977)
Mort d’un pourri (1977)
La stanza del vescovo (1977)
Ritratto di borghesia in nero (1977)
L’agnese va a morire (1976)
L’ultima donna (1976)
Come una rosa al naso (1976)
La joven casada (1975)
Leonor (1975)
Romanzo popolare (1974)
Appassionata (1974)
Cebo para una adolescente (1974) …. Maribel
Una chica y un señor (1974)
Verginità (1974)
Le monache di Sant’Arcangelo (1973)
Paolo il caldo (1973)
Tutti figli di Mammasantissima (1973)
Experiencia prematrimonial (1972)
La casa de las palomas (1972)
Un solo grande amore (1972)
Fiorina la vacca (1972)
Un posto ideale per uccidere (1971)
Il sole nella pelle (1971)
La moglie più bella (1970)
La vergine, il toro e il capricorno
Gianni Ferretti, architetto di grido e marito della splendida Giulia, seduce tutte le donne che gli capitano a tiro; un giorno, ospite di un amico nella sua villa, ha un rapporto con la moglie del proprietario, la Signora Scapicolli, nella vasca da bagno.
Giulia, insospettita dal comportamento del marito, che la sera accampa scuse per non avere rapporti con lei, lo segue nella notte e attraverso il buco della serratura scopre l’adulterio.
Il giorno dopo, davanti agli amici esterrefatti, si denuda, prende per mano un ospite inglese e si rinchiude nel garage della villa, simulando di avere un rapporto con l’uomo.
Disperato, Gianni promette alla moglie di non tradirla più, ma dopo poco tempo ci ricasca con la sua dattilografa, Enrica.
E’ Luisa, un’amica di Giulia, ad avvisare la donna della nuova infedeltà del marito.
Giulia, a questo punto, pianta tutto e si rifugia ad Ischia, dove ben presto la sua bellezza miete le prime vittime; a farne le spese è Felice Spezzaferri, un playboy di provincia, che tenta in tutti i modi di sedurre Giulia.
Nel frattempo Gianni sta cercando disperatamente la moglie, e dopo una serie di disavventure, scopre che anche Enrica, la segretaria, lo tradisce; con l’inganno riesce a sedurre Luisa, facendosi dire il nascondiglio della moglie.
Che nel frattempo si è consolata con Patrizio, un giovane mantenuto da una turista; quando Gianni arriva, non può far altro che accettare la situazione.
Sul traghetto che riporta i coniugi a casa Gianni ha però modo di agganciare proprio l’ex donna di Patrizio.
Luciano Martino dirige, nel 1977, La vergine il toro e il capricorno film appartenente as usual al genere sexy- commedia; lo fa con una storia assolutamente scontata, fatta dal classico binomio corna/bellona di turno; la musa questa volta è Edwige Fenech, affiancata da un cast notevole di caratteristi.
Ma la storia, già di per se banalissima, perde ulteriore consistenza per la mancanza di gag, nonostante nel cast figurino i migliori protagonisti della commedia sexy, ovvero Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Alberto Lionello, Aldo Maccione…..

Ria De Simone, la Signora Scapicolli
A parte le rituali docce della Fenech (cronometrati 3 minuti buoni di docce, su un totale di 90 minuti di pellicola!) il film si segnala solo per l’uso del turpiloquio, assolutamente ingiustificato, e per le nudità molto abbondanti della Fenech, questa volta affiancata anche dalla brava Lia Tanzi; il resto è davvero poca cosa, a partire dallo scontatissimo tema delle corna, passando per l’immancabile guardone con binocolo che spia la provocante Giulia e Luisa, per finire al belloccio di turno, Ray Lovelock, che riesce a godersi tanto ben di Dio alla faccia del marito becco e anche contento.
Il cast, alle prese con una commedia spompata in partenza, si arrangia come può, mancando questa volta il pezzo forte del genere, ovvero la battuta sarcastica; qui predomina la battuta da caserma, tipica dei Pierini che arriveranno di la a poco.
Così appaiono decisamente sprecati Lionello e Maccione, la Bisera e la De Simone, Carotenuto e Vitali, la Tanzi e la stessa Fenech, la Schurer, Garrone e tutto il resto del notevole cast; un film che non prende mai, che parte in sordina e termina anche peggio.
Un esempio di battute che circolano nel film: ” Scrivi, dattilografa: sei la mia puttanografa“; il livello ahimè è questo….
Trovo molto pertinenti questi due sintetici commenti, che condivido appieno, presi il primo dal Davinotti e il secondo dal Morandini:
“Ho visto questo film quasi senza nemmeno accennare un mezzo sorriso. Purtroppo i meccanismi comici sono un po’ troppo forzati e vaghi, poco definiti; la colpa è più che altro di una sceneggiatura troppo ripetitiva e allungata all’infinito: una semplice storiella di corna che sarebbe potuta durare la metà. Alvaro Vitali, poi, compare pochissimo e si limita a diventare rosso in faccia ripetendo l’adagio “Che Bona-che Bona”. Film pessimo, più che una commedia è una storiella scema con sequenze di nudo.”
“Tradita a ripetizione dal marito, speculatore edilizio, la bella Giulia decide di rendergli la pariglia. Farsa imperniata ossessivamente sul tema delle corna con dialoghi di programmatico cattivo gusto.”
Edwige Fenech e Lia Tanzi
Il film è disponibile su You tube,in una versione accettabile qualitativamente all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=Zpm7PEM-qhc
La vergine, il toro e il capricorno, un film di Luciano Martino Con Edwige Fenech, Aldo Maccione, Alberto Lionello, Ugo Bologna, Riccardo Garrone, Cesarina Gheraldi, Adriana Facchetti, Mario Carotenuto, Tiberio Murgia, Fiammetta Baralla, Erna Schurer, Ray Lovelock, Pinuccio Ardia, Gianfranco Barra, Gabriella Lepori, Giacomo Rizzo, Lia Tanzi, Alvaro Vitali, Olga Bisera, Laura Trotter, Anna Melita, Michele Gammino
Erotico, durata 90 min. – Italia 1977.
Edwige Fenech … Gioia Ferretti
Alberto Lionello … Gianni Ferretti
Aldo Maccione … Felice Spezzaferri
Olga Bisera … Enrica
Alvaro Vitali … Alvaro
Erna Schürer … Tourist with Patrizio
Michele Gammino … Raffaele
Mario Carotenuto … Pietro Guzzini
Giacomo Rizzo … Peppino Ruotolo
Fiammetta Baralla … Aida, la cameriera
Gianfranco Barra … Alberto Scapicolli
Lars Bloch … Professore mericano
Sabina De Guida … Marchesa
Ria De Simone … Signora Scapicolli
Adriana Facchetti … Moglie di Guzzoni
Riccardo Garrone … Il marito di Enrica
Cesarina Gheraldi … Zoraide, la madre di Gianni
Gabriella Lepori … La segretaria di Gianni
Patrizia Webley … Moglie di Raffaele
Lia Tanzi … Luisa
Ray Lovelock … Patrizio Marchi
Dante Cleri … Venditore di gelati
Sofia Lombardo … Un’altra segretaria di Gianni
Regia Luciano Martino
Soggetto Luciano Martino
Francesco Milizia
Sceneggiatura Cesare Frugoni
Luciano Martino
Francesco Milizia
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Franco Pisano
Maladolescenza
Prima di iniziare a parlare di Maladolescenza, alcune debite premesse.
Il film di Murgia, per temi e immagini, è un film che presenta davvero difficoltà di trattazione, essendo un film che utilizza attori giovani, parla di un argomento giustamente tabù come la sessualità adolescenziale, presenta immagini che per molti, incluso chi scrive, sono disturbanti e difficili da metabolizzare.
Pure esorcizzare qualcosa spesso significa semplicemente nascondere la testa sotto la sabbia; in effetti basta solo emendare, sopratutto a livello di documentazione fotografica, la pellicola dalle scene disturbanti, che in realtà coprono il 5% del film.
Qualcuno dirà che anche un solo fotogramma di quelli incriminati è abbastanza; ed ha ovviamente ragione.
Non esiste in alcun modo giustificazione all’utilizzo, sia pure per fini artistici, di nudità infantili, che possa avallare qualsiasi opera le utilizzi e dare così una patente di legalità all’opera stessa.
Lara Wendel
Per cui, a livello di documentazione visiva del film, ho scelto i fotogrammi neutri che illustrano alcune fasi del film; non c’è alcun motivo valido per postare i fotogrammi scabrosi, che sono fuorvianti sopratutto se estrapolati dal film, che resta opera discutibile fin quanto si vuole ( e lo è davvero), ma che “avrebbe”, ed uso il condizionale il merito di toccare un problema che in realtà esiste, l’universo della sessualità adolescenziale.
Non è moralismo, sopratutto da parte di chi, come me, parla di cinema sopratutto di genere, e quindi ha a che fare con tematiche scabrose.
Ma l’utilizzo di immagini disturbanti riguardanti minorenni non ha alcuna giustificazione; non ne ha perchè il mondo dei ragazzi dovrebbe essere illustrato in ben altro modo, come dico più avanti nella recensione, perchè nulla può giustificare atti che vengano illustrati, sia pur per finzione, in maniera velleitaria, nudi e crudi.
Un film maledetto, Maladolescenza.
In parte per la tematica, ovvero la sessualità nella pre adolescenza, in larga parte per la raffigurazione visiva della storia, affidata ad attori in erba poco più che dodicenni, impegnati nell’esplorazione del mondo della sessualità, con nudi integrali e azioni di sesso che spesso provocano fastidio se non peggio.
Dico subito, a scanso di equivoci, che Maladolescenza è un film con una sua dignità, letteralmente affogata,fatta a pezzi proprio dalla decisione di Murgia, il regista, di utilizzare attori giovani per dare il massimo della veridicità alla storia.
Martin Loeb
Un tema di per se scabroso si sarebbe potuto trattare anche con immagini meno esplicite, lasciando all’immaginazione dello spettatore le varie situazioni che man mano vengono illustrate nel film; Murgia invece punta la macchina da presa sui giovani protagonisti, riprendendoli in situazioni scabrose, come nel caso della Wendel ripresa mentre orina, oppure descrivendo dettagliatamente i rapporti sessuali che i tre intrecceranno nel film.
La tematica del film, le immagini, il finale sono ovviamente qualcosa che trascende il film in se; ci si può e ci si deve interrogare sul limite che un film deve avere, pur rispettando il diritto di chiunque di portare sullo schermo una storia senza dover subire l’odiosa censura.
Un problema che Maladolescenza ha portato in tutti i paesi in cui è stato proiettato; la Germania, per esempio, che ha sempre avuto una censura labilissima, ha condannato definitivamente il film all’oblio, ritirando dal commercio tutte le copie analogiche e digitali del film nella sua versione completa, quella cioè di 91 minuti che il regista Pier Giuseppe Murgia girò nel 1977.
In Italia il film circola ancora, anche se limitatamente all’home video; nessuna tv privata o pubblica ha mai presentato l’opera sul piccolo schermo, alimentando in qualche modo la leggenda nera del film.
Veniamo alla trattazione delle tematiche del film, che partono dalla storia di Laura e Fabrizio, due adolescenti che condividono le vacanze d’estate essendo vicini dicasa; Laura è una ragazzina molto timida e sentimentale, Fabrizio un ragazzo molto introverso. I due sono nella fase critica dell’adolescenza, quando cioè le pulsioni della sessualità iniziano a farsi sentire con forza.
Fabrizio, che divide le sue giornate con il cane Xilot, è diventato un ragazzo con strani scatti di crudeltà, che mette in mostra proprio l’estate in cui si svolge il racconto. Inizia a tormentare la ragazzina, dapprima lanciandole addosso un serpente, poi torturando e uccidendo un uccellino sotto i suoi occhi.
Laura appare soggiogata, tant’è vero che quando Fabirzio la porta con se alla Montagna blu, dove i due ragazzi hanno scoperto una caverna con una grande pozza d’acqua, accetta senza discutere di avere un rapporto sessuale con il ragazzo.
A complicare il rapporto appena nato tra i due ragazzi arriva Silvia, un’altra adolescente ben diversa da Laura; tanto è dolce e timida Laura, tant’è disinibita e vivace Silvia.
La nuova arrivata capisce che Fabrizio subisce in qualche modo il suo fascino; così prende il posto di Laura che diventa, di riflesso vittima non più solo di Fabrizio ma anche di Silvia.
I due tiranneggiano la ragazza, mentre aumenta a dismisura la loro crudeltà nei confronti della stessa.
Le umiliazioni si sommano; i due fanno l’amore davanti a Laura, la umiliano orinandole addosso e proseguono così mentre i giorni passano.
Sul finire dell’estate un giorno Fabrizio decide di portare Silvia con Laura alla Montagna blu, nella caverna da loro scoperta; mentre fuori scoppia una tempesta, Silvia, impaurita, perde tutta la sua baldanzosità rivelandosi per quella che è, una ragazzina con atteggiamenti da grande. E’ in arrivo la tragedia finale……
Un film con tre attori è decisamente difficile da gestire, sopratutto quando i tre attori sono semplicemente dei ragazzini; il risultato lo si vede nelle pause, negli sguardi, nell’immaturità generale che permea il film.
Le scene di nudo, di sesso ssimulato, la scabrosità del racconto in realtà non hanno nulla di erotico, immerse come sono in un contesto privo di argomenti erotizzanti; tuttavia lascia sicuramente sconcertati la disinvoltura con cui una ragazzina di dodici anni come Eva Ionesco
Eva Jonesco
interpreti scene davvero scabrose che avrebbero messo in imbarazzo anche una donna. Lo stesso dicasi di Lara Wendel,l’altra protagonista femminile, che quantomeno mostra disagio e impaccio proprio nelle scene di nudo.
Che francamente si sarebbero potuto evitare, lasciando alle parole, alle intenzioni tutto quello che viene invece puntualmente mostrato.
Naturalmente ciò non avviene, e non sapremo mai con quanta buona fede Murgia abbia messo in scena il suo film, ovvero se ci abbia marciato su, contando sullo scandalo che avrebbe suscitato il film oppure se abbia candidamente deciso di rappresentare una tematica cosi forte e controversa con immagini e situazioni crude, reali.
Come dicevo all’inizio, il film ha qualche momento buono, ha dalla sua una ricerca fotografica elegante e una certa abilità nel dirigere le scene; ha, per contro, oltre al senso di fastidio che possono generare le immagini delle due ragazzine, un andamento molto lento, che finisce per appesantire troppo una storia già di per se priva di sorprese, fatta debita eccezione per il finale assolutamente inaspettato.
Non giova al film nemmeno l’assenza di un solo punto di riferimento dell’universo adulto; manca un confroto un dialogo, una confessione di uno dei protagonisti rapportato al mondo degli adulti.Altro appunto da fare al regista è l’aver usato, come purtroppo molti suoi colleghi in quel decennio infausto dal punto di vista dell’educazione e del rispetto per gli animali, uccelli vivi come sfogo del sadismo di Fabrizio.
Sono passati ormai oltre trent’anni dall’uscita sugli schermi di Maladolescenza; oggi credo sarebbe pressochè impossibile girare un film di quel tipo, con attori così giovani in ruoli tanto scabrosi.
Le leggi attuali impediscono per fortuna l’esposizione di nudità nei film; la cultura di oggi è molto più attenta ai problemi dell’infanzia, anche se, paradossalmente, l’educazione sessuale e la stessa sessualità hanno abbassato di molto la soglia di conoscenza delle stesse problematiche.
Il film di Murgia, pur fra mille difetti, ha un pregio: quello di sollevare un velo su un universo che esiste, ma che per pudore tentiamo sempre di accantonare.
Quasi che la sessualità e il suo mondo debbano avere necessariamente un età per diventare affrontabili.
Può essere una manier ipocrita di vedere le cose, o forse solo pudica.
Di certo un film come Maladolescenza, così com’è strutturato, non aiuta ad affrontre un argomento così spinoso, proprio per la sovraesposizione di immagini di corpi d’adolescenti.
In ultimo, un’annotazione sulla location; il film venne girato in Austria, ovviamente per aggirare le leggi censorie italiane. Le montagne verdi, i boschi fitti appartengono alla Carinzia, zona selvaggia e bellissima.

Maladolescenza, un film di Pier Giuseppe Murgia, con Lara Wendel, Martin Loeb, Eva Jonesco Italia 1977
Martin Loeb: Fabrizio
Lara Wendel: Laura
Eva Ionesco: Silvia
Iro: Xilot (il cane)
Regia Pier Giuseppe Murgia
Sceneggiatura Pier Giuseppe Murgia, Peter Berling, Dieter Geissler (dialoghi)
Versione italiana di Barbara Alberti e Amedeo Pagani
Produttore Franco Cancellieri
Casa di produzione Cinema 23 Film
Distribuzione (Italia) Petra Cinematografica
Fotografia Elias Lothar Stickelbrucks
Montaggio Inga Seyric
Musiche Jürgen Drews
Tema musicale Pippo Caruso
Scenografia Helga Wandl
Costumi Isolde Jovine
Baby sitter, un maledetto pasticcio
Mentre sta raggiungendo un ristorante, Michelle, a bordo di un taxi viene coinvolta nell’accidentale investimento di Ann, una giovane attricetta americana; la ragazza era in fuga dalla villa di Franklin, suo ex amante.
Dopo l’incidente, Ann va a vivere in coabitazione nell’appartamento di Michelle, che è una scultrice che per arrotondare lavora di sera come baby sitter.
Ann, che dopo l’incidente è rimasta deturpata sul corpo, viene licenziata in tronco dal regista del film che stava girando, per essersi rifiutata di spogliarsi; viene così agganciata dal misterioso signor Anderson, che le racconta di essere il segretario di Franklin e che le propone un incarico particolare; il rapimento di Booths (Peter), figlio del miliardario Franklin.
Il diabolico Anderson organizza così con l’aiuto di Vic, un losco malvivente, di Stuart, un attore sul viale del tramonto e della moglie di quest’ultimo, l’attricetta Lotte, il sequestro del piccolo Booths, al quale partecipa anche Ann.
E’ lei infatti a presentarsi a casa Franklin come baby sitter, e ad addormentare il bambino mentre la servitù è andata via.
Michelle, chiamata telefonicamente da una famiglia, si presenta in una villa dove c’è un bambino; è Booths (Peter), che è stato trasferito in quel posto dalla banda di rapitori. Ben presto la ragazza si rende conto di essere prigioniera con il bambino; nel frattempo il suo ragazzo, Gianni, insospettito dalla mancanza di notizie di Michelle, con cui aveva appuntamento, si mette in moto e si reca dalla polizia.
Sydne Rome è Ann
Michelle e Boots, prigionieri, cercano in ogni modo di mettersi in contatto con l’esterno.
Riescono con uno stratagemma a legare un biglietto al collo di un barboncino, che però, inseguito da Vic e raggiunto in casa della padrona, viene ucciso assieme a quest’ultima.
Alla fine il piano dei rapitori riesce; Franklin paga il riscatto di due milioni di dollari richiesto, ma Anderson, che aveva organizzato il rapimento, uccide i due coniugi facendoli saltare in aria con la loro auto, prende i soldi del riscatto e si eclissa.
Ann, in colpa per l’inganno perpetrato ai danni di Michelle, si uccide nella vasca da bagno tagliandosi le vene.
Ma lascia un biglietto in cui accusa Anderson di aver organizzato il rapimento.
Così Michelle riesce ad informare la polizia dell’accaduto.
Ultimo film diretto dal grande Renè Clement, Baby sitter, un maledetto pasticcio è un thriller/noir dal ritmo lento, basato moltissimo sull’espressione degli attori piuttosto che sull’azione.
Un film molto complicato, anche in virtù di una trama non immediatamente leggibile; molte le incongruenze in una trama non molto scorrevole. Clement ci mette il suo immenso mestiere, non riuscendo però a convincere del tutto.
Il regista privilegia i silenzi, fissando la macchina da presa sui volti di Maria Schneider, che interpreta Michelle e su quello di Sidne Rome, che interpreta Ann, cercando di mostrare il loro disagio interiore davanti agli avvenimenti drammatici che le vedono coinvolte.
La Schneider risponde con una interpretazione misurata ma monocorde; non mostra particolare vitalità, quasi subisse gli avvenimenti senza capirli a fondo. Il che probabilmente era quanto voleva Clement, ma il personaggio di Michelle a questo punto sembra privo di anima, quasi svuotato di energia. L’attrice usa un’espressione statica per tutto il film, sia nel rapporto con la compagna di stanza Ann, sia con il fidanzato/amico Gianni sia con il piccolo Booths. Emblematica in questo senso l’esplosione dell’auto con a bordo i due coniugi, mentre lei è al volante; la reazione è glaciale, guarda dallo specchietto retrovisore e non batte ciglia, cosa poco credibile nel contesto di drammaticità della scena.
Sidne Rome viceversa ci mette l’anima e la sorprendente mobilità del volto; piange, sorride, si dispera quasi avesse quell’anima che manca alla sua amica, che finirà per tradire salvo poi prendere la drammatica decisione finale di uccidersi quando si rende conto che le cose hanno assunto una piega tragica che lei non aveva messo in preventivo.
Bravo Renato Pozzetto, il Gianni innamorato di Michelle, che è anche l’unico ad interessarsi veramente alla sorte di quella che considera la sua donna (curioso il dialogo con Ann:”Ma lei chi è?” “Sono il fidanzato, un suo amico”); un interessamento che lo porterà a rischiare la vita. Pozzetto ci mette il suo volto candido e ingenuo, con un’interpretazione misurata e ironica, ed è l’unico protagonista ad allentare la tensione, ma anche la staticità della pellicola.
Clement quindi utilizza vari componenti di altri generi; passa dal noir, caratterizzato dall’atmosfera lenta e cupa del film, al giallo, attraverso una trama come già detto molto complicata, che diventa chiara solo alla fine, quando i pezzi del puzzle finalmente combaciano, anche se alcune situazioni, come l’incidente iniziale, spiazzano enormemente, non avendo alcuna spiegazione per buona parte del film.
Film che alla fine, pur non potendosi definire perfettamente riuscito, non lascia l’amaro in bocca e la sensazione d’incompiuto; al limite ti porta a rimurginare su alcune situazioni particolari, portando lo spettatore a interrogarsi sui ruoli dei vari protagonisti, su una storia dall’intreccio poco leggibile, per i salti improvvisi senza connessione tra alcune sequenze.
Difetti perdonabili comunque, perchè la trama alla fine regge e il film risulta piacevole.
Girato in una Roma che si vede poco, nel senso che le uniche sequenze in cui ci si rende conto di essere nella capitale eterna sono proprio quelle finali, con l’inquadratura del colosseo e della viuzza che porta alla casa/laboratorio di Gianni, il film è abbellito da una fotografia discreta e ovattata, misteriosa.
Baby sitter fu l’ultima prova del grande regista francese, parte finale del trittico giallo/noir composto anche da Unico indizio: una sciarpa gialla (1971) e da La corsa della lepre attraverso i campi (La course du lièvre à travers les champs) (1972); un addio al grande schermo forse non memorabile, ma in buono stile, quello che caratterizzò tutta la produzione del regista.
Baby sitter- Un maledetto pasticcio, un film di René Clément. Con Renato Pozzetto, Nadia Tiller, Sydne Rome, Maria Schneider, Clelia Matania, Marco Tulli, Carl Möhner, Armando Brancia, Vic Morrow, Robert Vaughn
Titolo originale La baby-sitter. Drammatico, durata 110 min. – Francia 1975
Maria Schneider … Michelle
Sydne Rome … Ann
Vic Morrow … Vic, il rapitore carceriere
Robert Vaughn … Stuart Chase
John Whittington … ‘Boots’ Peter Franklin
Nadja Tiller … Lotte
Carl Möhner … Cyrus Franklin
Clelia Matania … Vecchia assassinata
Marco Tulli … Commissario Trieste
Armando Brancia … Inspettore Carrara
Georg Marischka … Henderson
Renato Pozzetto … Gianni
Regia di René Clément
Scritto da Nicola Badalucco, René Clément,Mark Peploe,Luciano Vincenzoni
Prodotto da Jacques Bar e Carlo Ponti
Musiche originali di Francis Lai
Montaggio di Fedora Zincone
Costumi di Nadia Vitali
Arredatore Carlo Gervasi
Aiuto regista Antonio Gabrielli, Marco Pettini
Casting Jose Villaverde

Il terrore sorge dalla tomba
Alarico de Marnac, nobile che vive nella Francia del XV secolo, appassionato di occultismo, è accusato di una serie di crimini orrendi, quali l’aver praticato messe nere, di mangiare carne umana e di bere sangue.
A tenere compagnia al nobile negli orrendi riti è la compagna Mabille de Lancrè; il nobile, accusato dei misfatti anche dal fratello, viene condannato ad essere decapitato cosa che avviene in una foresta, non prima che il nobile abbia maledetto i presenti e le generazioni future.
Apprendiamo questa storia mentre scorrono i titoli di testa; è l’inizio di un viaggio nel tempo che ci trasporta ai giorni nostri, che vede Hugo de Marnac, discendente del nobile e un suo amico pittore,Maurice, impegnati in strani rituali ai confini del paranormale. Hugo è perseguitato da sogni in cui vede nitidamente la testa spiccata dal busto del suo antenato; non sa che l’amico Maurice è discendente proprio da uno di coloro che giustiziarono Alarico.
La bellissima Helga Linè con Paul Naschy
Decide cosi di evocare in una seduta spiritica proprio il suo antenato, che appare e rivela dove sono sepolti i suoi resti.
Hugo e Maurice ritrovano la testa e il corpo di Alarico, naturalmente in due posti separati; un uomo del villaggio, adepto e seguace della magia nera, ricongiunge la testa al corpo con il risultato di far rivivere Alarico; è l’inizio di una catena di sangue e di orrore che si scatena sul villaggio, che terminerà solo quando il pittore troverà il modo di fermare la maledizione……
Il terrore sorge dalla tomba, diretto da Carlos Aured , è un horror ben congegnato e bel interpretato dai due protagonisti principali, Paul Naschy, star del genere horror e dalla bellissima e intrigante Helga Linè, che nel film interpreta il ruolo della compagna dannata di Alarico, Mabille.
Naschy nel film si ritrova ad interpretare il doppio ruolo di Alarico e di Hugo, un nobile del 500 e un uomo del 2000; ovviamente grazie alle sue particolari doti interpretative riesce ad essere credibile, in un film che se presenta alcune incongruenze e sopratutto alcune scene abbastanza ingenue, come l’attacco dei banditi, si lascia guardare sia per il mestiere del regista, che crea un’atmosfera diabolica tesa, sia per la capacità degli attori di risultare “in parte”, essere cioè calati nei personaggi.
Alcune scene sono dirette con sapienza.
La sequenza iniziale, girata in una campagna brulla, danno un senso di spettralità che aiuta lo spettatore ad entrare immediatamente in sintonia con l’atmosfera del film; successivamente, la scena della decapitazione, davvero ben girata, trasporta al futuro, nel quale vediamo Hugo iniziare un duello a distanza con il suo malefico antenato, spalleggiato dalla bellissima Mabille.
Nel film ci sono diverse scene di nudo, che probabilmente influirono sulla decisione del regista di ambientare la vicenda in Francia e di girarlo fuori dai confini nazionali; le scene di sangue sono abbastanza ben congegnate,ed elevano il prodotto dallo standard tipico delle produzioni horror degli inizi dei settanta, affollati da una pletora di film insulsi.
Un’abbuffata di licantropi, zombie e vampiri che rieccheggia molti altri prodotti tipici del B movie, a cui bene o male appartiene anche questo film, che però si differenzia, come già detto, per una certa sobrietà d’immagine e per l’eleganza formale del prodotto.
Un buon film, a cui giova sicuramente la fotografia accesa, quasi in stile Bava, pur essendo gli ambiti dei due registi, Aured e Bava stesso, molto differenti; se la storia come già detto presenta qualche incongruenza e delle cadute di percorso, arriva alla fine con dignità, riuscendo ad attrarre lo spettatore che assiste alle gesta terribili del risorto Alarico, prima del classico happy end.
Il film ha avuto edizioni internazionali di buon successo, note in Spagna con il titolo El espanto surge de la tumba, mentre per i paesi anglofoni con il titolo Horror Rises From The Grave ( o the tomb in alcune versioni)
Il terrore sorge dalla tomba, di Carlos Aured, con Paul Naschy, Emma Cohen, Helga Line, Victor Alcazar, Beisabe Ruiz, Elsa Zabala, Montserrat Julio, Julio Pena, Maria Jose Tantudo, Horror, Spagna 1973
Paul Naschy … Alaric de Marnac / Hugo de Marnac / Armand de Marnac
Emma Cohen … Elvira
Víctor Alcázar … Maurice Roland / Andre Roland
Helga Liné … Mabille De Lancré
Betsabé Ruiz … Sylvia
Luis Ciges … Alain “Le Raté”,
Julio Peña … Jean
María José Cantudo … Chantal
Juan Cazalilla … Gastone
Ramón Centenero … André Govar
Montserrat Julió … Dale
Elsa Zabala … Madame Irina
Esther Santana … Vittima in rosso
Regia Carlos Aured
Sceneggiatura Paul Naschy
Musiche Carmelo Bernaola
Fotografia Manuel Merino
Montaggio Javier Moran
Spostamenti progressivi del piacere
Una stanza spoglia, una donna legata ad un letto da sottili funi, un paio di forbici conficcate nel petto della donna, nuda, e per terra una bottiglia, con ancor su delle impronte. Le impronte appartengono ad Alice, mentre la donna morta si chiama Nora.
Sembra l’inizio di un giallo classico, del quale però conosciamo in anticipo il colpevole.
O meglio, la colpevole. Perchè le impronte sulla bottiglia sono di Alice, che aveva con Nora una torbida relazione.
La ragazza è arrestata, ma racconta una sua verità; ad uccidere Nora è stato un misterioso assassino, che ha trovato la chiave dell’appartamento sotto lo zerbino, ha aperto e ha sfogato i suoi istinti bestiali sulla ragazza.
Anicee Alvina
Nora era una depravata, che la spingeva a sottili e perversi giochi, che la teneva soggiogata psicologicamente.
E’ così oppure è una forma di difesa di Alice, quella di incolpare la donna morta che non può ovviamente smentire?
Alice conferma la sua versione: Nora la spingeva sul marciapiede, aveva annullato la volontà della ragazza.
La sua versione è sempre la stessa, e viene confermata al suo avvocato difensore, all’ispettore che conduce le indagini, al cappellano del carcere dove Alice è detenuta, alle suore, in pratica a tutti coloro che è affidata questa enigmatica ragazza.
Che smonta e rimonta la verità, in un gioco progressivo in cui tutti coloro che la avvicinano finiscono per diventare colpevoli di qualcosa: è lei la colpevole e gli altri sono solo turpi individui preda di passioni oscene?
Dov’è la verità?
Se lo chiede anche l’avvocato difensore, che ben presto diventa parte integrante del gioco perverso portato avanti da Alice.
Lei si identifica in Nora, e alla fine ne condivide la sorte.
Un’altra stanza, una vittima diversa.
Si ricomincia.
Riassumere la trama di Spostamenti progressivi del piacere è impresa improba, come del resto avviene con tutti i film di Alain Robbe-Grillet, regista del quale ho già parlato nel caso di Giochi di fuoco; anche in questo caso siamo di fronte ad un film che smonta e rimonta le immagini, in una struttura circolare in cui non c’è una verità e un finale, ma un vero e proprio gatto che si morde la coda.
Ancora una volta il regista demolisce quel che vediamo, sostituendo alla certezza il dubbio; il volto angelico di Alice passa rapidamente da essere tale ad essere diabolico, per poi tornare angelico, senza soluzione di continuità.
Vittima e carnefice diventano indistinguibili; è Alice la vittima, che subiva i rapporti lesbici o era invece la mente occulta e perversa del torbido rapporto?
Le suore, l’ispettore, il cappellano diventano figure ambigue: è l’invenzione della fantasia malata della ragazza o è una delle facce della realtà?
Sono persone normali oppure nascondono segreti inconfessabili?
Non lo sapremo.
Possiamo immaginare a nostro piacimento sul come siano andate le cose; il regista non aiuta in nulla, lasciando i personaggi privi di una qualsiasi connotazione psicologica.
Si muovono generalmente in spazi chiari, oppure scuri.
Grillet provoca, affascina, propone immagini da decifrare; lo fa con il suo stile, colmando il film di immagini di nudo delle due protagoniste, tanto da provocare l’ottusa reazione della censura, che boccia il film come pornografico.
Visione parziale e asettica di una pellicola che non solo non è pornografica, ma non è nemmeno erotica;
la bella Anicee Alvina non ispira nessuna pulsione erotica, tanto sembra asessuata, quasi incoporea.
Cosi, alla fine, a parte il senso di gelo dettato dalla rigida struttura circolare del film, che sembra iniziare dalla fine e finire dall’inizio, ci si trova davanti ad un’opera che sembra trasportata dal teatro dell’assurdo, con personaggi scomposti, ricomposti e poi nuovamente scomposti, in un gioco eterno che sembra irridere i canoni estetici e narrativi del cinema.
Il cinema di Alain Robbe-Grillet è questo e anche molto più; è la destrutturazione del racconto, un inganno visivo e sensoriale, in cui tutto e il contrario di tutto si rincorrono, trascinando lo spettatore in un vortice; il suo è un cinema affatto semplice. Non si illuda, lo spettatore, di guardare un’opera in cui è davvero centrale la figura o la trama; Grillet decompone tutto, affidando alle immagini e alla fantasia dello stesso spettatore il compito di dipanare la matassa.
Un cinema strutturato in maniera così complessa da sembrare un quadro di Escher; nulla, in ciò che guardiamo, è vero, e se è vero, probabilmente è falso. Realtà efantasia sono facce di una stessa medaglia, che però puoi guardare dai due lati senza distinguere quale sia quella vera. Si confondono, la fantasia e il reale, perchè sono un gioco.Oppure sono una cosa terrivilmente seria.
Spostamenti progressivi del piacere, un film di Alain Robbe-Grillet. Con Isabelle Huppert, Michael Lonsdale, Anicée Alvina, Jean Martin, Olga Georges-Picot, Marianne Eggerickx
Titolo originale Glissements progressifs du plaisir. Drammatico, durata 104 min. – Francia 1971.
Anicée Alvina … Alice
Olga Georges-Picot … Nora
Michael Lonsdale … Il giudice
Jean Martin … Il prete
Marianne Eggerickx … Claudia
Claude Marcault … Suor Julia
Maxence Mailfort … Cliente
Nathalie Zeiger … Suor Maria
Bob Wade … Becchino
Jean-Louis Trintignant … Il poliziotto
Isabelle Huppert … Bit
Hubert Niogret … Il fotografo
Alain Robbe-Grillet … Un passante
Catherine Robbe-Grillet … Una suora
Regia Alain Robbe-Grillet
Sceneggiatura Alain Robbe-Grillet
Produttore André Cohen, Marcel Sébaoun
Fotografia Yves Lafaye
Musiche Michel Fano


























































































































































































































































































